LA “PRODIGIOSA GIOVINEZZA” DI UN ANTIFASCISTA: PIERO GOBETTI (1901 – 1926)
di Carlo De Nitti
Ancora una volta Giovanni Capurso – docente liceale, storico e meridionalista – non delude i suoi affezionati lettori (e chi scrive tra loro). Dopo i suoi due volumi su Giuseppe Di Vagno, La ghianda e la spiga. Giuseppe Di Vagno e le origini del fascismo (2021), La passione e le idee. La Puglia antifascista da Giuseppe Di Vagno a Giacomo Matteotti (2023) – quello su Gioacchino Gesmundo – Libertà a caro prezzo. Gioacchino Gesmundo e le Fosse Ardeatine (2025) – quello su Gaetano Salvemini e Giovanni Modugno, Due maestri per il Sud (202) vede la luce, in questa fine d’anno 2025, Prodigiosa giovinezza. Biografia politica di Piero Gobetti – che esce a Bari per i tipi di Progedit, nella collana “Storia e memoria” – l’orizzonte della ricerca storico-politica di Giovanni Capurso si allarga dalla Puglia all’Italia antifascista. In particolare, a Piero Gobetti (Torino, 19 giugno 1901 – Neully-sur-Seine, 15 febbraio 1926), piemontese, giornalista, antifascista, è studiato ed analizzato in questa originale monografia attraverso lo studio analitico di fonti documentali ed archivistiche. La citazione che dà il titolo al volume di cui qui si parla è di Norberto Bobbio collocata da Giovanni Capurso in un esergo.
Realizza il volume di Giovanni Capurso un ‘medaglione’ incentrato sulla figura di Piero Gobetti, che viene contestualizzata nel tempo culturale, politico e storico che egli ha vissuto: la Torino in cui Piero Gobetti è uno dei protagonisti della vita politica e culturale è la stessa città in cui ha studiato e fa politica Antonio Gramsci ed il gruppo che intorno a lui si riuniva, in primis Palmiro Togliatti; vive Carlo Levi (suo coetaneo), ebreo, medico ed artista che lo mette in contatto con Felice Casorati; vive ed insegna un grande economista liberale quale Luigi Einaudi, in seguito governatore della Banca d’Italia, fondatore, insieme al figlio Giulio, di una delle più importanti case editrici del nostro Paese, e Presidente della Repubblica italiana; studia, giovanissimo, il filosofo Norberto Bobbio; ha influenza, attraverso i suoi allievi ed i suoi scritti, lo storico molfettese Gaetano Salvemini, la cui figura molto affascinò il giovane Gobetti.
La vicenda politica ed intellettuale di Piero Gobetti, sebbene sviluppatasi in appena sette anni, caratterizza il tempo dalla fine della prima guerra mondiale alla sua uccisione in Francia nel febbraio 1926, e lo scandisce, in primo luogo, attraverso i giornali – “Energie nuove”, “La rivoluzione liberale”, “Il Baretti” – e la casa editrice che egli ha fondato, strumenti principe della sua battaglia politica antifascista, ed, in secondo luogo, anche attraverso le sue collaborazioni sia con “L’Ordine nuovo” gramsciano (scrive recensioni di spettacoli) sia con “L’Unità” salveminiana. Piero Gobetti ammira Antonio Gramsci ed è da lui stimato e si dichiara entusiasticamente discepolo di Gaetano Salvemini. “L’intellettuale pugliese era un uomo poco, o per nulla, incline alle mediazioni […] Piero così ne divenne da subito un fervente ammiratore […] L’intesa tra i due fu immediata e perfetta, quasi come quella tra un maestro e un allievo: il noto concretismo del Salvemini ben si sposava con il pragmatismo del giovane virgulto torinese. In quel periodo Piero fu sino in fondo salveminiano” (p. 25 passim). Al punto che Salvemini offre al giovane giornalista di diventare direttore de ”L’Unità”: offerta che, invero, Gobetti declina, ritenendosi inadeguato.
Nel novembre 1918, Gobetti fonda la rivista “Energie nuove”: ” a settembre 1918, appena uscito dal liceo e ormai immatricolato, carico di determinazione e di spirito di iniziativa, scrisse all’amica Ada Prospero, da alcune settimane la sua confidente” (p. 13) la sua idea di fondare periodico di cultura nello spirito del giornale salveminiano. Tra i collaboratori della rivista alcuni suoi compagni di scuola, ma anche Francesco Ruffini, illustre giurista e docente universitario, ed il suo coetaneo Natalino Sapegno, futuro grande critico letterario.
Nella Torino del “biennio rosso”, le occupazioni delle fabbriche, gli scioperi e l’esperienza dei Consigli misero capo ad una sconfitta storica del movimento operaio: la “comune lezione appresa dall’ondata di scioperi operai fu il motivo fondamentale dell’intesa tra Gobetti e Gramsci” (p. 39). “Piero fu immediatamente conquistato dalla statura morale di Gramsci, dalla sua severità, dal suo ascetismo […] La stima era sicuramente ricambiata da Gramsci. I due si confrontavano spesso. E quando non si vedevano da molto tempo l’intellettuale sardo lo mandava a cercare” (p. 39). L’attività politica e giornalistica di Piero Gobetti era febbrile in quel tempo così concitato della politica: “L’opposizione al fascismo di Piero divenne in breve tempo più intensa, intransigente. Il suo impegno antifascista si caratterizzò per un netto rifiuto delle posizioni collaborazioniste e la sua voce si levò contro coloro che pur disponendo delle capacità e dei mezzi ideologici per comprendere la natura del fascismo, si erano prudentemente astenuti dal formulare una loro valutazione” (p. 45).
Nel febbraio 1922, Gobetti fonda “La rivoluzione liberale”, in spirito di continuità con “L’Unità” salveminiana, cui collaborano personalità anche molto diverse tra loro come, tra gli altri, Giustino Fortunato, Antonio Gramsci e don Luigi Sturzo. Egli è un liberale di tipo nuovo, che rivoluziona il modello ottocentesco – per certi versi, lo stesso Benedetto Croce era anche egli tra coloro i quali, all’avvento di Mussolini, non ne avevano preso immediatamente le distanze – che vive la sua esperienza di vita e di cultura all’interno delle classi dirigenti con i loro privilegi di censo: “Quello di Piero era un liberalismo inedito, del tutto estraneo a quello tradizionale, arroccato su una difesa retriva degli interessi borghesi. L’intellettuale piemontese immaginava un incontro tra liberalismo e socialismo: non c’è libertà senza giustizia e viceversa. La nuova forza propulsiva capace di portare un nuovo cambiamento non poteva che essere il proletariato, animato da una spinta redentrice” (p. 48).
Attraverso i quattordici (non numerati) capitoli che compongono il volume, Giovanni Capurso ricostruisce la biografia di Gobetti dall’infanzia alla sua tragica fine: “A differenza di tanti altri uomini di cultura, Piero non aveva avuto una storia, se non quella, come vedremo, delle sue letture, dei suoi maestri, degli amici che stimolava e da cui veniva stimolato, delle riviste che creerà dal nulla, dei progetti che inventerà senza dar tregua ai suoi collaboratori. L’essere partito da una vecchia enciclopedia divenne quasi un vanto” (p. 4).
Mi piace concludere questo breve testo ricordando il legame di Gobetti con la Puglia attraverso il rapporto, non casuale né effimero, che egli intrattiene con un altro grande antifascista: il meridionalista altamurano Tommaso Fiore, che collabora con ‘La rivoluzione liberale’ e di cui Gobetti pubblica i due volumi Eroe svegliato asceta perfetto e Uccidi! Taccuino di una recluta nel 1924. E’ appena il caso di rammemorare che il volume di Fiore, Un popolo di formiche raccoglie le lettere che lo stesso Fiore indirizza in momenti diversi a Gobetti. Scrive Capurso nel capitolo Gobetti meridionalista (pp. 56 – 62): “L’intellettuale pugliese rivolse a ‘La rivoluzione liberale’ l’invito a riprendere in esame il problema dell’autonomia amministrativa di fronte alle difficoltà del momento politico e al periodico riproporsi della concezione reazionaria dello Stato da parte dei nazionalisti e dei fascisti” (p. 56).
Rileggendo contestualmente Fiore e Gobetti, emerge prepotente l’attualità del pensiero gobettiano sul meridione d’Italia; essa pare giustificare il presente ‘storico’ utilizzato in queste righe da chi scrive ma sicuramente è legittimata dall’explicit di questo bel volume di Giovanni Capurso tutto da leggere: “E’ sepolto nel cimitero parigino di Père-Lachaise. Il suo spirito invece continua a vivere” (p. 103).

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