R.M. Rilke, Lettere a un giovane poeta

Rainer Maria Rilke, più facile nelle lettere

di Antonio Stanca

   Recentemente è comparsa, per conto della casa editrice Adelphi, con la traduzione di Leone Traverso, una nuova edizione di Lettere a un giovane poeta (Lettere a una giovane signora e Su Dio) di Rainer Maria Rilke, scrittore e soprattutto poeta di lingua tedesca, del quale si sta assistendo ad una riscoperta. L’edizione originale dell’opera risale al 1929, la prima edizione Adelphi al 1980. Rilke è nato a Praga nel 1875, qui ha compiuto i suoi studi in scuole tedesche prima di cominciare con i continui viaggi e soggiorni nei vari paesi europei. Da essi gli sarebbe provenuto quello spirito così acceso, così aperto, così europeo che sempre soggiace nei suoi versi. Trattenuto, austriaco, viennese sarebbe risultato, invece, nel carattere, nel modo di pensare, di fare. Morì in Svizzera a soli cinquantuno anni e dopo aver sofferto problemi di salute piuttosto gravi. Da giovanissimo aveva cominciato a scrivere in versi e già allora era comparsa quella che sarebbe stata la sua maniera, la nota distintiva della sua poesia, la ricerca, cioè, di effetti luminosi, musicali, di una forma raffinata per un contenuto impegnato, di una lingua rarefatta per dire di veri e propri problemi. Anche come scrittore, anche nelle novelle sarà così. Rilke userà la pulizia, l’eleganza linguistica per motivi ben concreti. Risentiva l’autore delle tante conoscenze, delle tante acquisizioni che gli erano provenute, in giro per l’Europa, dai contatti con ambienti, personaggi, opere che allora, in quegli anni, stavano vivendo l’inizio di quella che sarebbe stata la grande stagione del Decadentismo europeo, dell’affermazione, cioè, di una cultura, di un’arte vissute come condizione soggettiva, interiore, unica alla quale tutto andava ridotto poiché tutto era da intendere come spirito che supera la materia, come idea che supera la realtà. Per arrivare tanto in alto servivano mezzi, strumenti che non ostacolassero e gli artisti seppero procurarseli, seppero diventare leggeri, trasparenti, appena visibili, a volte appena comprensibili. Rilke fu tra questi, sacro giunse a considerare il compito di chi all’arte si dedica, per l’arte è votato. Era un compito che si proponeva di raggiungere, eguagliare altezze supreme quali quelle della divinità, dell’universalità, dell’eternità. Di questi argomenti Rilke avrebbe pure scritto, di come ottenere certi risultati e abbastanza chiaro sarebbe stato. Lo avrebbe fatto nell’Epistolario dal momento che parecchia e di vario genere era la corrispondenza che teneva con persone vicine e lontane, conosciute e sconosciute. Dell’Epistolario fanno parte le lettere delle quali si è detto e da esse si può dedurre come s’impegnasse egli ad essere chiaro. Voleva esserlo perché si rivolgeva spesso a persone che di chiarimenti, di spiegazioni avevano bisogno. Così succede nelle Lettere a un giovane poeta dove, rispondendo a quanto gli scrive, tra il 1903 e il 1908, il giovane Kappus circa la solitudine nella quale lo costringono le sue ambizioni artistiche, lo sconforto che spesso lo assale, la possibilità di risolvere questi problemi, lo esorta a farsi coraggio, a non vederli come problemi ma come conseguenze necessarie di un sentire diverso dalla norma, di un animo più profondo, di uno spirito più attento quale appunto quello di un artista. Semplice, chiaro è risultato ogni volta, in ogni risposta quel Rilke lirico che tanto ricercato, tanto difficile è riuscito altrove. Così succede pure nelle Lettere a una giovane signora, in quelle Su Dio e in tante altre scritte in risposta a tanti altri corrispondenti. Quando si parla tra confidenti è come tra amici, è necessario farsi capire e questo ha fatto Rilke. Non poteva essere diversamente, ha accettato di assumere una posizione comune, quotidiana, di far parte di un discorso che giungesse a tutti, fosse di tutti. Anche la giovane signora si è dichiarata rassicurata, non più disturbata dai problemi che la assillavano fino al punto da pensare di scrivergli, di chiedergli consiglio. Pure il giovane lavoratore è diventato tanto sicuro, dopo il loro scambio su argomenti religiosi, da profondersi, alla fine, in un lungo e abbastanza articolato discorso. Utile è riuscito Rilke in questa e in molta altra corrispondenza. E apprezzato deve essere il proposito di ristampare la sua opera ai nostri giorni quando tanta della sua moralità è andata oscurata, confusa tra ambienti e problemi ben diversi. Il successo che l’iniziativa sta avendo è la prova, la testimonianza più tangibile che per certi valori non si può parlare di fine, che sono gli unici capaci di andare oltre ogni crisi, di superarla.