Educare all’infinito
di Margherita Marzario
Gianni Rodari scriveva: “Conosco un bambino così povero che non ha mai veduto il mare: a Ferragosto lo vado a prendere in treno a Ostia lo voglio portare. «Ecco, guarda, gli dirò questo è il mare, pigliane un po’!» Col suo secchiello, fra tanta gente, potrà rubarne poco o niente: ma con gli occhi che sbatterà il mare intero si prenderà” (da “Un bambino al mare”). Educare è come accompagnare il bambino al mare, proiettarlo in avanti e fargli provare tutte le emozioni immaginabili e possibili in modo tale che attinga dalle sue risorse. La vita è come il mare, emozionante, immensa, rischiosa e tutta da scoprire, soprattutto nei suoi fondali.
Secondo la scrittrice Mariapia Veladiano: “A ogni creatura va proclamata la speranza, anche se non la sentiamo così forte, anche con il cuore pesante. Ogni essere vivente ci aspetta”. Educare è dare speranza ai bambini che sono “creature”, come erano chiamati nei dialetti meridionali.
Educare è contribuire alla metamorfosi e alla schiusa dei bozzoli di ogni bambino-farfalla nella sua singolarità, dalla falena alla vanessa. I genitori e gli educatori devono avere ben presente la differenza tra crescita e sviluppo, come emerge anche dalla Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia (in cui si parla di “crescita” una sola volta nel Preambolo e più diffusamente di “sviluppo”).
“Gentilezza” contiene “lentezza”, una delle forme di gentilezza che devono preservare e cui devono educare i genitori e gli altri adulti di riferimento.
“Il verbo “progettare” deriva dal latino pro-iectare ovvero “Gettare avanti”, concretizza quell’essere sempre orientato al futuro, proiettando avanti sé stessi, gli altri, il mondo: progettare significa dare una direzione alle nostre azioni. La parola in sé ci esorta a riflettere su quanto sia importante una visione futura di dove si vuole andare, con un collegamento però forte al presente, al qui e ora, in cui si progetta” (cit.). Educare è progettare.
“Educare con il cuore…non è spontaneismo, né buonismo, impulso o immediatezza. È processo meditato, riflessivo, ascolto attivo e non giudicante. È dialogo, connessione, sintonizzazione dentro di noi, fuori di noi, tra noi e gli altri. È accompagnare l’Altro a realizzare il proprio talento, la capacità di scegliere, di essere presente a sé stesso, di cogliere le opportunità nelle difficoltà. […] il futuro dell’umanità a partire dalla cura del presente” (cit.). “Educare” comincia con “e” come la congiunzione, per cui è nella sua natura essere un “con”, un condurre, un andare insieme, un accompagnare le persone “care”, sentirle “care”, farle sentire “care”, innanzitutto a se stesse.
Lo studioso gesuita Giovanni Cucci riporta: “Lo psicologo Paul Gilbert ha elaborato una specifica proposta terapeutica basata sulla compassione per promuovere saggezza e apertura verso sé stessi e verso gli altri di fronte alle avversità della vita. La compassione consente di uscire dalla propria prigione interiore, facendo leva su alcuni atteggiamenti (che Gilbert denomina attributi) […]. In particolare: cura degli altri; sensibilità alla sofferenza; partecipazione attiva (simpatia); empatia; tolleranza alla sofferenza; atteggiamento non giudicante. La terapia basata sulla compassione si è rivelata particolarmente efficace per trattare forme specifiche di disagio (disturbo post-traumatico da stress; psicosi; disturbi alimentari e dell’umore; dolore cronico)”. Bisogna educare alla “com-passione”, anche per conoscere meglio se stessi e stare meglio con se stessi, per favorire lo “sviluppo”, cioè uscire dagli inviluppi.
Il verbo “educare” contiene altresì “dare”, perché educare non è dire ma dare, a cominciare dal dare esempio e dare obiettivi più che limiti. I bambini non hanno bisogno di tanti stimoli quanto di attività stimolanti, non di essere coinvolti in attività degli adulti o da adulti quanto di adulti coinvolti e coinvolgenti: “Guardare oltre, guardare lontano, significa prendere i bambini per mano” (l’educatrice Carola Castoldi).
Per educare (e, poi, se e quando intervenire), i bambini sono innanzitutto da osservare come loro osservano tutto, anche quando sembrano distratti o presi dal gioco.
“Il porto è una chiara metafora del compito di genitori ed educatori. Chiamati ad aiutare i giovani loro affidati a raggiungere il «mare aperto»” (il giornalista Claudio Imprudente). Educare è spingere bambini e ragazzi verso la loro vita, non trasmettere le proprie paure né forgiarli a propria immagine e somiglianza. Bisogna stare lì come porto o faro, punto di riferimento per orientarli e vigilare.
Il giurista Vittorio Bachelet spiegava: “È necessario formare i giovani alla responsabilità, alla saggezza, al coraggio e, naturalmente, alla giustizia. In particolare dovrà coltivarsi nei giovani la virtù alla prudenza” (negli “Scritti civili”). Educare è una responsabilità e lo si deve fare con responsabilità e alla responsabilità: “[…] occorre preparare appieno il fanciullo ad avere una vita individuale ed allevarlo nello spirito degli ideali […]” (dal Preambolo della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia) e “[…] preparare il fanciullo ad assumere le responsabilità della vita in una società libera […] (dall’art. 29 lettera d Convenzione).
“Ogni gesto fatto bene, nel modo e nel tempo giusto, ha ripercussioni inimmaginabili. Per contro anche ogni gesto compiuto con incuria può avere un impatto pesante sulla vita degli altri” (Giada Lionati, medico, in “Prendersi cura”). Educare non è dire all’educando di far bene, ma far bene davanti all’educando e con l’educando. Educare: aiutare a maturare e non a mutare.
“Contrariamente all’assunto della modernità, la fatica e il sacrificio non smentiscono il piacere autentico, legato alla soddisfazione di aver compiuto un’opera buona” (lo studioso gesuita Giovanni Cucci). Come l’arte di educare.
“Se l’arte ha a che fare con qualcosa, è senz’altro la trasformazione. Si tratta di cambiare stato alla materia” (lo scultore Anish Kapoor nel 1992). Educare è un’arte, soprattutto scultura.
La giornalista Stefania Di Pietro ricorda: “Da Galileo a Einstein, ogni scienziato ha usato il proprio errore come una bussola, non come un fallimento, aprendo all’umanità la strada per grandi scoperte. Una lezione utile per tutti, in un’epoca che demonizza il fallimento. Perché, come scrive l’astrofisico Luca Perri, sbagliare è imparare”. Già Gianni Rodari parlava di “errore creativo”, ma oggi bisogna (o urge) educare all’errore, educare l’errore, adottare la cosiddetta pedagogia o didattica dell’errore; considerato che bambini e ragazzi sono sempre più fragili, sono abituati a seguire percorsi predefiniti su device, non resistono a fallimenti o cadute perché “esaltati” dai genitori che li intronizzano o si sostituiscono a loro.
I bambini vanno educati alla fatica e alle asperità della vita, a salire verso gli obiettivi: la montagna è immagine, metafora, stile di vita. “Montagna che educa, educare alla montagna”, in tal senso bambini e ragazzi vanno educati alla montagna.
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