Jun’ichirō Tanizaki, La chiave

Jun’ichirō Tanizaki o dell’arte di scrivere

di Antonio Stanca

   L’anno scorso è uscita, nella serie Tascabili Bompiani su licenza Giunti Editore, la seconda edizione del romanzo La chiave dello scrittore giapponese Jun’ichirō Tanizaki. La traduzione è di Satoko Toguchi. L’edizione originale risale al 1956 quando l’autore, nato a Tokyo nel 1886, aveva settanta anni. Sarebbe morto a Yugawara nel 1965 a settantanove anni.

   Fin da giovanissimo, dai primi anni di scuola, aveva mostrato interesse per la scrittura, diversi sarebbero stati i generi nei quali si sarebbe applicato, dal racconto al romanzo al teatro, uno dei maggiori scrittori della sua epoca sarebbe diventato e nel 1964, un anno prima che morisse, era stato candidato al Premio Nobel per la Letteratura. Alcuni suoi romanzi hanno avuto una riduzione cinematografica.

   Aveva cominciato a pubblicare nel 1903, ancora adolescente. Diplomatosi, aveva frequentato la Facoltà di Letteratura presso l’Università Imperiale di Tokio. La dovrà abbandonare a causa di problemi economici e d’allora, dal 1911, suo interesse principale sarà l’attività letteraria. Ricorrerà nelle sue opere il tema della bellezza femminile, della perversione, della rovina, delle deviazioni mentali delle quali può essere causa. Ritornerà questo motivo in molti racconti e romanzi, diventerà il suo segno distintivo nel moderno contesto letterario.

   Con Il tatuaggio del 1910 cominciano le sue maggiori opere narrative dedicate a questo argomento. Seguiranno lavori di carattere autobiografico dove Tanizaki dirà delle difficili condizioni patite in famiglia e fuori, di quanto gli era costato nutrire, coltivare i suoi interessi per la scrittura, diventare scrittore. Negli anni tra il 1920 e il 1940 si mostrerà attirato, influenzato dalla cultura, dalla letteratura occidentale nonché dalle tradizioni classiche del suo paese. In quegli anni succederà pure che si trasferisca a Osaka, che qui scopra la cultura giapponese della vicina regione del Kansai e ne sia influenzato. Intanto ha divorziato due volte e si è sposato una terza volta. Sono pure gli anni del terremoto del Kantō, della guerra del Pacifico, del suo capolavoro Neve sottile, romanzo storico, e di altre opere di altri generi. Infine gli ultimi anni lo vedranno ammalato e ricoverato in ospedale dove morirà dopo essersi applicato in maniera incondizionata alla sua attività di scrittore, dopo aver mostrato attraverso le sue opere come sia possibile trasformare quanto proviene dall’esterno, rinnovare quanto giunge dalla tradizione più remota, nazionale o straniera, diventare l’interprete, la voce nuova, diversa di ogni cultura, fare arte di ciò che è vita, storia passata o presente.

     Aveva voluto imparare a scrivere, aveva fatto molto esercizio e ci era riuscito in ogni senso, in ogni modo. Di tutto aveva scritto e come tutto richiedeva. Maggiore evidenza avevano acquistato temi quali quelli della bellezza, della sessualità femminile e dei rischi, dei pericoli ad esse legati. E notevole era stato pure il risalto assunto dal suo modo espressivo, dal suo stile che impegnato si era sempre mostrato a rappresentare, far vedere quanto avviene, cosa pensano, cosa fanno, come parlano i suoi personaggi. È come se volesse ritrarre la realtà nella sua verità, la vita nella sua autenticità, come se volesse ridurre la presenza, l’azione dell’autore perché è convinto che il lettore deve diventare parte dell’opera, deve inserirsi in essa. Sono elementi, aspetti della scrittura di Tanizaki, sono serviti a farlo diventare un autore popolare non solo in Giappone, a fare di lui un grande scrittore poiché capace si mostra ogni volta, in ogni opera, di raggiungere quel livello di ascolto, di ammirazione che ne assicura il successo.

   Anche ne La chiave ritornano i caratteri propri delle opere di Tanizaki compreso quello che costituisce l’argomento principale, cioè la bellezza della donna, la sua ambizione a farsi apprezzare, a valere perché bella. Stavolta la donna volitiva è Ikuko, una cinquantenne ancora molto bella, molto seducente mentre il marito, quasi sessantenne e piuttosto rallentato nei movimenti, appesantito nel corpo, si mostra incapace di corrispondere l’accesa sessualità di lei, la sua maniera lussuriosa. Ikuko è più bella della figlia, Toshiko, più composta, più attraente e di lei s’innamora il giovane Kimura, fidanzato di Toshiko. Il marito avrà dei dubbi, dei sospetti sulla situazione che si sta creando, soffrirà al pensiero di doverla attribuire ai suoi ritardi, alle sue debolezze, alle sue difficoltà a soddisfare una donna così sensuale come la moglie. Sarà rapito, ossessionato, torturato da questi pensieri, non avrà altro da fare, ad essi si ridurrà il suo tempo, la sua vita. Diventerà una malattia grave perché lo devierà nei modi di pensare, di fare. Succederà, però, che immaginare la moglie amante del genero stimoli le sue fantasie erotiche, lo ecciti e lo faccia sentire attirato dalla bellezza di lei, gliela faccia desiderare. Di tutto questo crederà sia bene scrivere in un diario tenuto segreto, nascosto anche se in modo tale che la moglie lo scopra e lo legga. Saprebbe, così, che per il marito non è un problema il suo rapporto con Kimura e questo potrebbe farla sentire maggiormente attirata verso di lui e lui maggiormente attirato verso di lei. Per quanto strana si creerà una situazione simile ed entrambi, marito e moglie, ne usufruiranno, ne trarranno dei vantaggi. Si arriverà al punto che anche lei avrà un proprio diario e scriverà di sue intimità, di suoi segreti sperando che il marito lo legga ed esaudisca i suoi desideri. Quel che fino ad allora non era avvenuto nella vita lo sarebbe stato nel pensiero prima e nell’azione dopo. Non completo risulterà, però, questo giro poiché se la donna leggerà il diario del marito, lui non leggerà il suo pur sapendo che esiste e ne può disporre. Intanto quegli istinti sessuali che la particolare situazione aveva risvegliato nell’uomo lo condurranno ad uno stato di eccitazione che gli causerà gravi problemi cardiaci ed infine la morte. A vivere e a cercare il modo migliore per farlo rimanevano la moglie, la figlia e il genero amante di una e fidanzato dell’altra. Anche questa era una situazione strana, contorta, un’altra di quelle che Tanizaki si propone di rappresentare quando scrive poiché le più adatte gli sembrano a far vedere quel Giappone che pur se tanto lontano, tanto diverso non finisce mai di interessare, di affascinare, di farsi volere.