Paolo Cognetti, la valle dei problemi
di Antonio Stanca
Della Einaudi è l’edizione più recente di Giù nella valle, romanzo di Paolo Cognetti che lo aveva pubblicato la prima volta nel 2023 con la stessa casa editrice. Rispetto ad opere precedenti dove l’ambiente è di montagna, luogo dell’infanzia dell’autore e dei suoi eremitaggi avvenuti in età matura, in questa Cognetti è sceso a valle, si è trasferito in quella Valsesia che, ai piedi del Monte Rosa, è percorsa dal fiume che le dà il nome e la fa splendere di acque, luci, colori, piante, paesaggi. Un posto più tranquillo, meno pericoloso della montagna, senza valanghe, frane, burroni, strapiombi, animali feroci. Anche qui, però, si è alle strette: se mancano quei pericoli non mancano altri problemi. Molte delle persone che vi abitavano se ne sono andate, hanno cercato sistemazione altrove. Erano soprattutto contadini, pastori, boscaioli che avevano visto sempre più ridotte le possibilità di sostenersi insieme alle proprie famiglie, di usufruire del proprio lavoro. E ridotto si era pure col tempo il numero di coloro che in quei posti venivano a trascorrere le vacanze contribuendo ad incrementare l’economia. Poche persone, poche case, una vecchia trattoria, un vecchio distributore di benzina nei pressi della strada provinciale, poco di tutto era rimasto in Valsesia e tutto poteva essere ridotto al borgo di Fontana Fredda, ai suoi pochi abitanti, alle sue poche case. Come altre volte in Cognetti diffuso è pure stavolta un senso di crisi, di rovina, aggravato è dalla scoperta quasi sistematica, ogni due, tre giorni, della morte di un cane da guardia che viene strangolato. Ne sono stati uccisi parecchi ed ancora non si sono scoperti i colpevoli né capiti i motivi. Abili cacciatori si sono appostati armati senza riuscirci. Uno stato di allarme, di paura si è diffuso a Fontana Fredda e dintorni, uno stato che diventa di terrore in certe zone o in certe ore della notte. Si ripresenta quella condizione di disagio, di mistero che era stata del primo Cognetti. Nato a Milano nel 1978, dopo aver lasciato gli studi universitari, dopo essersi diplomato alla Civica Scuola di Cinema, aveva cominciato con documentari, inchieste di carattere sociale, politico, culturale, finché nel 2003, a venticinque anni, non aveva esordito come scrittore di racconti. Ne aveva fatto tre raccolte e gli era stato assegnato il Premio Lo Straniero perché attento osservatore si era rivelato in esse dell’attuale condizione giovanile, adolescenziale, dell’inquietudine che la disturba e non le permette una qualche sicurezza. Anche con la saggistica, con le inchieste sulla vita e la letteratura americana contemporanea, sui suoi maestri della forma letteraria breve, aveva cominciato e continuato negli anni dal 2004 al 2016. Anche in esse era comparso quel disagio proprio dei racconti. Dopo essere vissuto qualche tempo a New York era approdato al “ciclo della montagna”, ad opere durate dieci anni, dal 2013 al 2023, e venute dopo i suoi eremitaggi in Valle d’Aosta. Iniziato col libro-diario Il ragazzo selvatico il ciclo aveva compreso il primo romanzo, Le otto montagne, uscito nel 2016 e conosciuto già prima della pubblicazione. Si era meritato il Premio Strega 2017 e molti altri premi. Come altre opere dello scrittore aveva avuto una riduzione cinematografica. Un altro diario di viaggio era stato Senza mai arrivare in cima del 2018. Con romanzi quali La felicità del lupo del 2021e Giù nella valle del 2023 si era concluso il “ciclo della montagna”. Vi avevano fatto parte pure diverse iniziative di carattere culturale, sociale che avevano visto coinvolto Cognetti ed altri intellettuali e artisti, che avevano mostrato quanto nuova, moderna, in linea con i tempi fosse da considerare la sua figura. Ad Estoul, frazione di Brusson, dove vive, immerso è lui nella sua epoca, è uno dei protagonisti, è il vero intellettuale impegnato, quello preso non solo dalla sua opera ma anche dalla sua vita. Non solo per l’arte c’è posto in questa ma anche per quanto succede intorno, per i problemi che sono sopraggiunti, che sono entrati a far parte della comunità, dei suoi costumi, della sua cultura, di tutto quanto è venuto a formare la nuova società, a costituire la nuova storia. Partecipe è Cognetti di quel che avviene, inserito è nel tempo come uomo e come scrittore, arte sa fare di quella che è storia. E questo avviene pure in Giù nella valle dove in una Valsesia abbandonata, sperduta, vengono trovati dei cani uccisi, strangolati, senza che si capisca chi lo stia facendo e perché. Si è creato un ambiente di mistero, si pensa di essere esposti a dei pericoli: è il problema che ha ridotto ancora di più le uscite, le presenze nel piccolo borgo di Fontana Fredda, è l’argomento dei pochi discorsi che si verificano insieme all’altro della pista di sci programmata per la prossima estate e vista come possibilità di occupazione per le persone del posto. Ma già altre volte si erano profilati dei progetti che poi non erano stati realizzati e intanto chi era rimasto aveva continuato a vivere come sempre, cioè di poco, aveva continuato ad adattarsi, ad accontentarsi. Così era stato per Luigi, il maggiore di due fratelli, quello che non si era mai spostato anche se non aveva avuto fortuna col suo lavoro e solo da qualche tempo si era inserito nella Guardia Forestale. Convive ora con Elisabetta, una bella ragazza più giovane di lui, venuta da Milano per le vacanze e rimasta lì perché innamoratasi. Ora è incinta e pensano di sposarsi. L’altro fratello, Alfredo, è più piccolo ma non è regolato, ordinato come Luigi. Se n’è andato in Canada per molto tempo ed ora, rientrato, ha ripreso con i modi, i sistemi di sempre, ha già problemi giudiziari. Il padre, Grato, si darà la morte quando saprà di essere gravemente ammalato. Compariranno nel romanzo anche altre persone ma scompariranno quasi subito. Saranno come dei fantasmi. Ognuno farà parte di una storia che rimarrà sospesa, che diventerà un problema e della quale Cognetti ha voluto dire perché si sapesse quanto ancora si soffre, si patisce pur in tempi diventati nuovi, moderni, perché quello dell’autore di documentari, di inchieste, di diari è in verità il lavoro, l’impegno da lui più sentito, più vissuto, quello del racconto breve che a molta tristezza, a molta angoscia riesce a dar voce il suo genere preferito, il genere dove riesce meglio. Stavolta è la vita di Fontana Fredda che ha voluto rappresentare e ci è riuscito molto bene, non ha trascurato nessun particolare, vi ha fatto rientrare ogni aspetto, ogni risvolto dell’ambiente fosse umano o naturale, privato o pubblico, interiore o esteriore. Appunti sembrano i suoi tanto brevi sono le frasi ma è questa maniera, questo modo di procedere quasi incidesse, scolpisse, a farlo apprezzare di più, a fare della forma, dello stile un’altra sua qualità.
Nell’opera sarà Luigi, la guardia forestale, l’anima buona, a svelare il mistero dei cani uccisi. A farlo non era un lupo né una bestia feroce ma un altro cane, di natura selvatica e per questo violento. Luigi lo troverà morto da tempo tra le acque e le pietre del fiume. Vi era giunto trascinato chi sa da dove, gli darà sepoltura, lo farà sapere in giro perché si finisca di aver paura, farà del suo un esempio di quel bene che di nuovo ha vinto sul male. Così si conclude l’opera del Cognetti, come una favola per bambini, come un racconto tra i tanti altri suoi che distinto hanno sempre tenuto il bene dal male.

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