Goliarda Sapienza, l’arte del bene
di Antonio Stanca
Come le edizioni precedenti anche questa più recente è comparsa presso Einaudi. Riguarda il romanzo L’università di Rebibbia della scrittrice Goliarda Sapienza che lo aveva pubblicato la prima volta con Rizzoli nel 1983, quando aveva cinquantanove anni. Nata a Catania nel 1924 sarebbe morta a Gaeta nel 1996, a settantadue anni vissuti in maniera così impegnata, così carica di avvenimenti, cambiamenti, sistemazioni da far riuscire difficile distinguere quanto nella Sapienza era stato della sua vita e quanto della sua opera. Non solo scrittrice era stata ma anche attrice di teatro e di cinema. Capace di prosa televisiva e radiofonica si era dimostrata. Non solo romanzi aveva scritto ma pure poesie, racconti, diari, epistolari, documentari ed altro. Ampia, ricca, poliedrica era stata la sua figura, la sua personalità, tanti i temi, i modi che l’avevano composta. A ventanni, nel 1944, quando Roma era occupata dai nazisti lei, sotto falso nome, era sottotenente nella brigata partigiana “Vespri”. Era stata quella brigata a liberare quell’anno Sandro Pertini e Giuseppe Saragat dal carcere romano di Regina Coeli.
Anticonformista, rivoluzionaria, contraria ai totalitarismi si era sentita fin da ragazza e così era vissuta, si era formata, anche perché così l’avevano voluta e tenuta i genitori, entrambi di tendenze politiche di sinistra, contrarie al fascismo. L’avevano fatta crescere libera da imposizioni. Neanche la scuola primaria le avevano fatto frequentare e solo quando la famiglia si trasferirà a Roma, quando Goliarda avrà sedici anni, le faranno frequentare l’Accademia nazionale di arte drammatica. Sarà l’esperienza che le permetterà di iniziare a lavorare come attrice prima di teatro e poi di cinema, di intrattenere rapporti sentimentali con noti personaggi del mondo dello spettacolo, di stare per molti anni con il regista Citto Maselli, di sposare nel 1979 lo scrittore e attore Angelo Pellegrino. A quarantatré anni, però, lascerà questi ambienti, queste attività per dedicarsi a quella letteraria, per scrivere di narrativa. Esordirà col romanzo Lettera aperta del 1967. Nel 1969 verrà Il filo di mezzogiorno, altro romanzo di carattere autobiografico. Un carattere che comparirà spesso nelle sue narrazioni, che sarà cercato, voluto dalla scrittrice fino al punto da farla sembrare impegnata a trasferire quanto da lei vissuto in una dimensione superiore, a procurare alle sue esperienze individuali un senso, un significato che le facesse andare oltre il livello personale, contingente e raggiungere uno più ampio, ideale, che valesse per tutti, nel quale tutti potessero riconoscere le proprie speranze, le proprie aspirazioni, che fosse il livello dell’arte. Un caso eccezionale, un esempio unico, un destino al quale tendere avrebbe voluto fare della sua vita la sua opera. Come incaricata di un compito, di una missione avrebbe voluto apparire la scrittrice e se questo intento animerà molti romanzi, se sarà più difficile rintracciarlo in quello che è considerato il suo capolavoro, L’arte della gioia, romanzo pubblicato postumo nel 1998, assoluto, totale sarà ne L’università di Rebibbia dove la Sapienza scriverà di quando nel 1980 era stata arrestata e detenuta in quel carcere romano per pochi mesi. Aveva rubato dei gioielli e li aveva venduti per utilizzare a fin di bene quanto ricavato.
Nell’opera dice dei primi giorni a Rebibbia, di quanto deve vedere, sapere, imparare, capire, fare una volta a contatto con un posto così insolito per lei. Dice delle tante porte, delle tante scale, delle tante guardiane che ci sono, delle altre detenute con le quali si imbatte, dei luoghi che, oltre a quello della cella, deve dividere con loro, degli orari, delle regole che deve rispettare, di quanto può disporre, di cosa può fare. Soltanto di imposizioni, di ordini le sembrerà di dover sapere e molto difficile, impossibile crederà che sia per lei vissuta in maniera piuttosto libera, irregolare. Assurda le sembrerà un’esperienza simile, penserà di non potercela fare. In uno stato di grave turbamento, in una condizione confusa, disorientata la vedranno i primi tempi a Rebibbia. Saranno, però, anche i tempi durante i quali comincerà a scambiare con le compagne di cella e con altre incontrate in altri posti, in altri momenti. Saranno quegli scambi, quei contatti, quei colloqui, quei discorsi a farle scoprire come anche in carcere fosse possibile continuare a credere nelle proprie capacità, coltivare i propri interessi, aspirare, nutrire ambizioni. Tra carcerate, inoltre, era possibile farsi valere, essere apprezzate, ammirate se giuste, oneste erano le proprie intenzioni, validi i propri pensieri, se di fare bene si era capaci. E a sorprenderla ancora di più era stata la scoperta che in carcere era più facile che fuori perseguire certi intenti giacché non c’era l’invidia, la rivalità, l’avversione che fuori ostacolavano e a volte annullavano i rapporti sociali soprattutto nei tempi recenti. Più onesti, più spontanei, più sicuri erano i rapporti che si creavano lì dentro, più complete le esperienze che si facevano, le conoscenze che si acquisivano giacché da compagne dalle più diverse parti del mondo, dalle più diverse esperienze provenivano: una scuola, un’università migliore di quelle esterne poteva essere considerato il carcere poiché libera era di quanto di guasto, di impuro succedeva generalmente nelle scuole di fuori. Alcune carcerate erano giunte a preferire la vita da recluse all’altra libera e una volta uscite facevano di tutto per ritornarvi.
Il romanzo della Sapienza si ferma ai primi giorni della sua esperienza carceraria a Rebibbia ma bastano questi a far capire come la scrittrice sia riuscita pure stavolta e in una situazione così difficile a trasformare una triste vicenda personale in un valore positivo. È la sua naturale, innata disposizione a cercare il bene, a fare del bene, quella che glielo fa trovare ovunque capiti, qualunque cosa accada.
Di significato alto, molto alto è il messaggio umano, sociale che le opere della Sapienza raggiungono, un esempio di umanesimo superiore ad ogni limite è il loro e questo spiega i tanti riconoscimenti, le tante traduzioni che hanno ottenuto.
In tempi di guerra era cresciuta, in tempi difficili era vissuta, di bene aveva cominciato a dire quando il male era ancora alle porte, quando non si sapeva come sarebbe andata a finire. Dalla sua vita aveva tratto quel bene, con la sua opera aveva pensato di estenderlo, di farne la sua arte.
Sono questi i casi di autori destinati a rimanere famosi per sempre, a diventare popolari, i casi che arrivano ovunque, coinvolgono tutti, superano ogni differenza e distanza, valgono per tutti. Sono quelli che dalla vita di tutti provengono e ad essa ritornano perché di tutto e a tutti hanno da dire.
Casi simili si pensava che fossero possibili solo nell’antichità quando più facili erano visioni, concezioni così ampie, così totali ed invece la Sapienza ha fatto vedere che ci sono ancora.

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