VIAGGIO NEL MONDO CONTADINO MURGIANO ATTRAVERSO LA LINGUA POETICA ‘MESCIDATA’ DI LUIGI LAFRANCESCHINA
di Carlo De Nitti
È sempre molto interessante seguire il percorso poetico ed intellettuale di un Autore, marcato dalla pubblicazione di sue sillogi poetiche: è il caso di Luigi Lafranceschina, che dà alle stampe il suo nuovo volume Alla controra… Sulla Murgia sotto la pioggia, per i tipi della casa editrice teatina Tabula fati (pp. 164), presentato da Daniele Giancane. Esso segue Dòppe la vennégne: penzìire è arrecùrde. Dopo la vendemmia: pensieri e ricordi, una raccolta di poesie in vernacolo, con traduzione italiana a fronte, che aveva visto la luce nel 2024 per le Edizioni dal Sud di Bari.
In questa sua nuova fatica letteraria, Luigi Lafranceschina, già ben noto come raffinato poeta in vernacolo bitontino, sperimentando, crea una nuova lingua che mescola sapientemente dialetto ed italiano – una lingua “mescidata”, così la chiama. Essa è originalmente meticcia, peculiare del suo ‘creautore’, aderisce in tutte le sue pieghe alla materia cantata, evidenziandone l’intrinseca bellezza primigenia.
Protagonista della silloge è, ancora una volta, il mondo contadino murgiano tradizionale – premoderno – come raccontato nella letteratura verista dell’’800 – ed i suoi protagonisti, donne e uomini, rivissuto nella memoria con nostalgia da chi, come l’Autore del volume, per fatto anagrafico, quel mondo ha vissuto nella sua infanzia ed adolescenza, come rammemorava nella sua precedente silloge. La nostalgia, com’è ben noto, è un sentimento essenziale nella poesia di Luigi Lafranceschina: etimologicamente è il “dolore del ritorno”, un’emozione frammista di malinconia e rimpianto per persone, luoghi o momenti felici, o ritenuti tali, del passato. Non è un caso che il sostantivo ‘malangonìa’ ricorra sovente nel volume di cui si discorre. Nostalgia che non è certo l’idea che quel passato possa ritornare …
I due ‘momenti’ del titolo – uno spaziale e l’altro temporale – corrispondono alle due parti di cui si compone la silloge: Sulla Murgia sotto la pioggia (pp. 9 – 82) ed Alla controra… (pp. 83 – 157). Le due liriche omonime del titolo della silloge – Alla controra … (p. 21) e Sulla Murgia sotto la pioggia (p. 28) – sono collocate entrambe nella prima parte. Scrive Luigi Lafranceschina “D’estate alla controra / Dietro finestre abbannate / Il tempo da noi si ferma […] Da noi sacra la controra / E’ requie e appatimo / Andazzo e goduria / Sostanza e accidente / Di un Sud che d’estate / Diventa più di una calcara”. Quel Sud “Sono io e la mia infanzia / Sono io e le mie paure / I sogni scemati a onza a onza / E qui di sguincio mi commuove / L’orma della fatica antica / Di pastori e ualani / Di mietitori e paretari / E di cozzali come mio padre / Mestieri oggi quasi tutti scomparsi!”
Nella giornata contadina, scandita dai tempi del sole nelle diverse stagioni, la ‘controra’ era un momento topico: contra horas, come nell’etimo latino dell’espressione, è l’ora contraria, il momento della massima calura, contrario a qualunque attività lavorativa, nei campi (e non solo …), sinonimo di apatico immobilismo, anche nei campi e nelle masserie murgiane.
Luigi Lafranceschina scandaglia e narra da par suo quel mondo archetipo e, nel farlo, ricerca una lingua che sia peculiarmente sua, che gli appartenga, che mescoli, con sapiente dosaggio, l’italiano ed il dialetto. Tale meticciamento consente una percezione emotiva, sentimentale, del testo, al di là delle possibili incomprensioni linguistiche per i non appartenenti alla medesima koiné dell’Autore. L’esclusiva dialettofonia è ormai scomparsa, oggi i locutori utilizzano una lingua meticcia in cui coesistono le espressioni dialettali, il lessico nazionale ed una lingua massmediale, rappresentata, in primis, da quella televisiva. La raccolta poetica è arricchita da un acuto testo di presentazione di Daniele Giancane incentrato sulla lingua utilizzata da Luigi Lafranceschina: “l’Autore insegue una ‘sua’ lingua che certo inventa (ma non sono in buona parte inventate le ideazioni di tanta poesia dialettale? Quello di Trilussa è davvero romanesco? Eduardo parla davvero in napoletano?), ma che forse è più vera del puro linguaggio dialettale” (p. 5).
Questo volume Alla controra … Sulla Murgia sotto la pioggia è la naturale evoluzione, nel percorso poetico di Luigi Lafranceschina, di Doppe la vennegne / Dopo la vendemmia: lì la rivendicazione identitaria dell’orgoglio contadino, anche attraverso la lingua utilizzata dai protagonisti / locutori; qui la medesima rivendicazione identitaria avviene mediante l’utilizzo di una lingua reale, mescidata appunto, sovente lontana dalle pratiche linguistiche, e non solo, del mondo contadino arcaico ma che sono presenti in quelli della generazione (come chi scrive queste righe) che ha vissuto l’epilogo di quel mondo rurale tradizionale, ed anche nei giovani ultratecnologici ed iperconnessi del XXI secolo, come archetipi antropologici, spesso presenti nell’inconscio individuale e collettivo.
Luigi Lafranceschina racconta dalle sue esperienze autobiografiche in due realtà murgiane: Corato e Bitonto (Due paesi una vita, p. 44): Corato in cui è nato ed è vissuto da bambino e da adolescente; Bitonto in cui vive da oltre cinquanta anni, a partire dal suo matrimonio. Entrambe sono accomunate dall’appartenenza alla Puglia contadina tradizionale: “Sono figlio di cozzali / Nato tra il verde delle vigne / E l’argento degli ulivi / In una terra indorata di grano / Dove il creato si colora / Di papaveri e rosmarino […] La Puglia stennuta nel mare / Con le marine di nuvole serene / E un mare che te lo puoi bere […] la Murgia odorosa di mirto e finocchietto / La terra di morbidi fichi / A seccare sopra i cannizzi […] La terra della siccità e della grandine / Dei rosari e delle bestemmie / Delle fatture e delle false credenze / Una terra abitata da Santi e masciare / E da qualche scazzamurriddo dispettoso” (La Puglia la mia terra, pp.11 – 12 passim). Ed a seguire: “Qui sono nato e cresciuto / Respirato giorno dopo giorno / Nella terra dei tataranni / Dove il grano e la gramegna / Crescono ancora sul palmo della mano / E qui tra cent’anni prenderò il volo / piangendo a tanto una lacrima!” (Qui sono nato, p. 14).
Nella prima parte, Sulla Murgia sotto la pioggia, Luigi Lafranceschina rievoca luoghi e momenti: i personaggi (Ciccillo la Jàita, p. 77, Peppino il varviere, p. 79; Piripicchio, p. 81 ), il sole (Il sole della Puglia, p. 17), la frutta (Il frutto terrone, p. 22), l’acqua (L’acqua dalle nostre parti, p. 34), le fontane (La fontana di piazza Leone, p. 35), la merenda (La merenna della mia infanzia, p. 72), la vigna (Il ciclo della vigna, p. 51), la frascera (La frascera che faceva famiglia, p. 69) e perfino le parole: “Le radici non si scordano / Nelle parole cozzale / E scrivo per non farle sckattare / Di raggia e di malangonia” (Le parole cozzale, p. 66). E’ l’oblio il vero nemico del nostro passato e della sua lingua veicolare (il dialetto), quell’amnesia che rende il passato come “la notte in cui tutte le vacche sono nere” (per riprendere un grande filosofo tedesco…).
Nella seconda parte, Alla controra … , nei testi prevalgono i toni elegiaci: le memorie familiari e delle bonalme via via scomparse (Il treno del tempo, pp. 137 – 138),l’amore della madre, la sua personalità di donna d’altri tempi, ricamatrice di un corredo per la dote di una figlia che non avrebbe mai avuto; l’etica antica, ma sempre attuale, del padre: “E rendo grazie a un uomo / Schiena dritta tutto d’un pezzo / E alla sua filosofia di vita / (Che mi sforzo di fare mia) / Di non attaccare il ciuccio / Dove vuole il padrone / Di non mettere in mezzo il mare / Tra il dire e il fare / E di parlare papale papale / Anche a costo di scorni e mazzate” (Sempre nei ricordi, pp. 126 – 127).
Quella di Luigi Lafranceschina è una nostalgica (in senso positivo) ricerca antropologica non disgiunta da quella filologica delle proprie radici con la consapevolezza vissuta che “Si sa dove si nasce! […] Ma non si sa cosa si trova! […] Qualcosa l’ho trovato: / Una casa due cardilli / E chi da più di cinquanta anni / Mi fa ancora compagnia!” (Incertezze della vita, pp. 102 – 103). Con lei ha lanciato: “Due ‘aquiloni ormai / E che vedo oggi in mani altre / E in altri cieli odorosi di cerfoglio / Tra i fieni maturi appena falciati. / Loro gli occhi uguali ai nostri / Loro la somma di noi stessi / Dei nostri sogni del loro tutto / Loro la nostra somma o qualcosa di più!” (I due aquiloni, pp. 110 – 111).
Leggere questa nuova silloge di Luigi Lafranceschina – magari sinotticamente con la precedente – è sicuramente un modo, il migliore, per immergersi e far vivere nuovamente, ognuno nel proprio sé, un mondo archetipo da cui tutti, in varia misura, proveniamo: è la nostra storia antropologica e la fisiologia dell’essere umano, si sa, è storica, essendo egli l’unico essere vivente che è in grado di avere memoria del passato della propria specie (come insegnava circa centocinquanta anni fa un famoso filologo classico dell’università di Basilea, Friedrich Nietzsche) e di coltivarlo per continuare a produrre vita che si fa storia.

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