A. Baricco, Senza sangue

Alessandro Baricco, un’altra leggenda

di Antonio Stanca

   Una nuova edizione di Senza sangue, breve romanzo di Alessandro Baricco, è comparsa presso l’“Universale Economica” della Feltrinelli. L’edizione originale è del 2002, di quando l’autore, nato a Torino nel 1958, aveva quarantaquattro anni e si era fatto conoscere soprattutto come critico musicale su la Repubblica. Passato era poi a La Stampa con rubriche di carattere culturale e lavori per la radio e la televisione. Dai primi anni ’90 si era fatto conoscere anche come autore di romanzi che aveva continuato a scrivere fino al 2000 e dopo quando si sarebbero aggiunti gli interessi per il teatro, la sceneggiatura, la saggistica e altri tipi di scrittura che insieme alla narrativa e al giornalismo avrebbero testimoniato della volontà, dell’intenzione di Baricco a mostrarsi partecipe, inserito nel moderno contesto culturale, letterario, artistico, nell’attuale condizione storica, sociale, nell’atmosfera dei tempi moderni quando difficile è diventato distinguere tra l’intellettuale e l’artista, il pensatore e l’autore. Coinvolto ha voluto essere Baricco in un contesto così animato, così mosso, in una cultura che è pure arte, in una storia che è pure letteratura. Non è, tuttavia, questo il solo motivo del successo che lo scrittore è andato riscuotendo presso la critica e presso il pubblico fin dal primo apparire. Ad attirare l’attenzione nei suoi riguardi è stata in particolare quella tendenza, quella inclinazione ad una scrittura di tipo evocativo, che estendesse cioè i contorni della vicenda rappresentata, ne allargasse i tempi, gli spazi, le procurasse significati superiori. Altra, più ampia è la dimensione che acquista la vita narrata dal Baricco, è quella di una favola che non finisce mai di valere, che diventa utile per ogni tempo. Questo spiega anche il suo interesse per la musica, per un’arte capace di prolungarsi all’infinito. Tra l’altro Baricco ha fondato a Torino la scuola di scrittura “Holden”.

   Anche in Senza sangue, che è del 2002, di quando l’autore era abbastanza noto e tradotto, ritornano i motivi ricorrenti della sua narrativa. Ritorna quel procedimento che sa di mistero, di apparizione, di rivelazione che pur se remota non ha smesso di valere, di attirare l’attenzione, di incidere.

    Due sono le parti che compongono l’opera: una passata e l’altra presente, una ambientata in campagna o meglio in periferia e l’altra in città, in un elegante caffè del centro. Nella prima c’erano state parecchie persone, si era trattato di uno scontro tra bande rivali, di una “guerra”. Tutto era avvenuto in una fattoria, quella di Manuel Roca e della sua famiglia compresi i bambini. Qui era giunta una grossa macchina con a bordo tre persone, Salinas, el Gurre e Tito, che, pur se bambino, era armato come gli altri due e capace si mostrerà di usare le armi e di seminare morte e distruzione nella fattoria del Roca e di chi altro vi abitava. Si salverà solo Nina, la piccola e bella figlia, la bambina che Manuel nasconderà in una botola e che soltanto il bambino dell’altra banda, Tito, riuscirà a intravedere per qualche istante prima di fuggire con i suoi complici lasciando la fattoria in fiamme. Erano venuti per vendicarsi e a vendetta compiuta se ne erano andati.

   Sospesi, indefiniti erano rimasti i tempi, i luoghi di quell’avvenimento, non si era mai saputo dove, quando si era verificato e così si sarebbe continuato fino a non pensarci più, a credere finita, conclusa quella “guerra”. Ed invece succederà che ad essa sopravvivano i due bambini delle bande rivali, Tito e Nina, e che, diventati vecchi, si cerchino e si trovino in quella città, in quel caffè della seconda parte del romanzo perché sono sicuri che non è finita in quella “notte di fuoco” la guerra tra le loro bande, che altro è successo dopo, che ci sono state delle conseguenze e vogliono parlarne, vogliono dire ognuno quello che ha saputo, quello che è successo in seguito tra chi è rimasto in vita e prima che morisse. Solo così, solo scambiandosi le altre conoscenze a loro pervenute pensano di poter dichiarare finita quella guerra. Lo faranno con un incontro, uno scambio che durerà un’intera giornata, che li vedrà vicini, amici, confidenti ma che non sarà definitivo per quanto è avvenuto, che non farà desistere Baricco dal suo proposito di un messaggio che rimanga indecifrato perché possa valere di più.

   È questo il senso vero, il vero significato dell’arte e questo è per Baricco il modo migliore per raggiungerlo.