Han Kang, La scatola delle lacrime

Han Kang, tra ragione e visione

di Antonio Stanca

   Dello scorso Marzo è l’edizione più recente, presso Adelphi, de La scatola delle lacrime, un breve racconto della scrittrice coreana Han Kang, Nobel per la Letteratura nel 2024. La traduzione è di Lia Iovenitti, le illustrazioni di Bomroya. La prima edizione dell’opera risale al 2008. La scrittrice aveva trentotto anni e scriveva da quando ne aveva poco più di venti. Prime erano state alcune raccolte di poesie, poi erano venuti racconti, saggi, novelle e nel 1994 erano comparsi i primi romanzi. Sarebbero risultati il suo genere preferito poiché più di ogni altro lo aveva creduto idoneo a rappresentare il vasto e vario travaglio che, secondo lei, avviene nell’animo umano, nell’interiorità più remota, nei recessi dello spirito.

   Nata nella Corea del Sud, a Gwangju, nel 1970, Han Kang a dieci anni era andata a vivere con la famiglia a Seul. Qui aveva compiuto gli studi ed aveva esordito, giovanissima, come autrice prima di opere poetiche poi saggistiche e narrative. Il romanzo l’avrebbe attirata più di ogni altro genere per la possibilità che le offriva di rappresentare i suoi temi ricorrenti, gli sviluppi del pensiero, i travagli interiori. A volte i suoi romanzi sarebbero stati una continuazione, un ampliamento, un arricchimento dei suoi racconti, una loro versione più completa. Succedeva così perché non pensava mai concluse le sue opere e sempre possibili le riteneva di altre, di nuove parti. Era questo movimento del suo spirito a tenerla in una condizione simile, ad esporla a sempre nuove intuizioni, acquisizioni, a fargliele considerare importanti, necessarie. Sarà stata tale condizione che lei pensava derivata dalla vita, dalla società, dai costumi dei tempi moderni, dalla crisi di riferimenti, valori durati per secoli, saranno stati questi ambienti a rendere insicura la Han Kang e a farle fare altrettanto con i personaggi principali, i protagonisti delle sue opere maggiori. Queste vanno collocate nei primi anni Duemila e vi rientra anche La scatola delle lacrime che, a differenza di altri racconti, rimase tale, non ebbe gli sviluppi ampi di un romanzo. In qualità di racconto, però, l’opera si fa interprete di un altro aspetto, di un altro modo della scrittrice, quello di concepire delle favole, di credere nei sogni, nelle invenzioni e di rimanere tra queste mentre nei romanzi tenderà sempre a chiarire, correggere quanto risultava difficile, oscuro.

La ragione insegue questa scrittrice ma anche la visione, sicura, certa vuole essere ma anche incantata, estasiata vuole rimanere. Sarà per questo motivo che ne La scatola delle lacrime il caso della bambina che piange sempre senza che abbia mai versato la lacrima speciale cercata dal mercante di lacrime, tutto vestito di nero e con l’uccellino che lo accompagna, giunto nello sperduto villaggio tra le montagne coreane dove quella bambina vive, e l’altro caso dell’uomo molto vecchio che, pur essendo reduce da tante disgrazie, non è riuscito a versare nessuna lacrima e vorrebbe farlo e a quell’uomo e a quella bambina, che in viaggio si erano messi per raggiungere il suo villaggio, arriva a chiederlo, saranno i due problemi che cercano soluzione. E la troveranno ma non diventerà completamente chiara, a volte accetterà di rimanere nel mistero o almeno nella magia, tra le invenzioni del mercante. Come era comparso così scomparirà, senza lasciare alcuna traccia se non quella del ricordo, per la bambina e il vecchio, delle sue parole, dei suoi pensieri, delle sue azioni e soprattutto del viaggio compiuto con lei tra i monti nonostante il freddo. Sono situazioni, immagini, frangenti di luce, di colore, di suono che attirano, affascinano e che solo chi le ha vissute può sentirle in modo così naturale, può trasmetterle con tale facilità. Partecipe di quanto sta dicendo fa il lettore questa scrittrice. Non c’è differenza tra quanto scrive e quanto è avvenuto: è il segno della vera scrittura, di quella che coinvolge già dalle prime parole.