
Rachid Benzine, quando lo scrittore è anche uno studioso
di Antonio Stanca
Del 2025, edita da Corbaccio, è la ristampa de Il libraio di Gaza, romanzo dello scrittore marocchino Rachid Benzine, tradotto da Lucia Corradini Caspani. Pure l’edizione originale, L’Homme qui lisait des livres, è del 2025 ed era avvenuta a Parigi presso Editions Julliard. Intanto al Salone del Libro di Parigi è l’opera più attesa e in undici Paesi è in corso una nuova edizione.
Benzine è nato nel 1971 a Kenitra, Marocco, da genitori contadini. A sette anni era già in Francia dove aveva iniziato ad applicarsi in molte direzioni fino a giungere a studiare in diverse Università, a conseguire diversi titoli e a ricoprire incarichi di rilievo in ambito politico e religioso. Avrebbe insegnato, sarebbe stato scrittore e drammaturgo oltre a svolgere attività pubbliche e a prendere parte ad importanti progetti circa nuove, diverse, più libere interpretazioni e osservanze dell’Islam, circa una sua combinazione col cristianesimo. Un professore, un ricercatore presso il Fonds Ricoeur, un islamologo, un politologo oltre che un autore di romanzi e testi teatrali sarebbe stato Benzine, una figura di rilievo nel moderno contesto dell’Occidente europeo. Molti riconoscimenti ha ottenuto. È difficile che manchi, che non lo si veda partecipe, che non apporti il suo contributo ad ogni avvenimento importante. E così pure nelle sue opere, comprese quelle di narrativa, dove niente accade che non sia o non sia stato importante, determinante nella vita, nella storia e non abbia lasciato i segni, non sia servito a raggiungere un risultato, a modificare una situazione. Un uomo di pensiero e di azione si può dire di Benzine né poteva essere diversamente date le sue origini umili e gli ideali di riscatto civile, sociale che ne erano derivati, le aspirazioni per una vita nuova, diversa che li avevano alimentati, il bisogno di fare religione anche di ciò che era politica, cultura, arte affinché più facile diventasse il raggiungimento di quella vita. Erano ambizioni positive, venivano anche dalla fede religiosa e per ottenerle importante sarebbe stato conciliare islamismo e cristianesimo. Sarebbe stata la prima grande conquista soprattutto in quel Medio Oriente straziato da scontri secolari. A questi ideali Benzine aveva improntato i suoi pensieri, le sue azioni, la sua vita pubblica e quella privata, la sua attività politica, religiosa e quella culturale, artistica. A questi ideali si erano ispirate le sue opere di qualunque genere fossero state giacché così avviene quando insieme alla vita procedono. Così è stato ne Il libraio di Gaza dove lo scrittore in un frangente di storia del vecchio secolo fa raccontare a Gaza, in Palestina, dal libraio Nabil al fotografo francese Julien Desmanges tutte le intricate vicende che si erano verificate in quei posti durante la seconda metà del secolo scorso, tutte le nazioni coinvolte, tutta la furia, la violenza che si erano scatenate insieme alla guerra, tutte le ambizioni, le mire che le avevano provocate. Il fotografo era l’inviato speciale di un giornale parigino che si proponeva un servizio volto ad illustrare, documentare anche tramite foto quella parte di storia moderna così drammatica ed ancora così poco nota. Nabil che, ormai vecchio, trascorreva la sua vita seduto per terra tra pile di libri all’ingresso di una piccola libreria, si dichiarerà disposto a raccontargliela nei suoi infiniti particolari e a farsi fotografare per il giornale di Parigi solo a racconto finito. Saranno tante le parti di questo, occuperanno molte mattinate, le divideranno tra chi parla e chi ascolta. Erano gli anni ’70 e i due si erano incontrati il giorno dopo l’arrivo a Gaza del fotografo, quando questi, uscito dall’albergo per conoscere la città, dopo aver assistito alle gravi conseguenze, ai cumuli di macerie che la guerra e i disordini degli anni di poco precedenti avevano provocato, si era improvvisamente imbattuto nel vecchio libraio che stava tra libri poggiati per terra e per niente rammaricato, rattristato della situazione. Si presenteranno, cominceranno a parlarsi ed ognuno sarà disposto ad esaudire le richieste dell’altro. Nabil comincerà a dire delle sue origini, della sua famiglia, della vita nel loro primo villaggio palestinese che avevano dovuto abbandonare insieme agli altri abitanti perché perseguitati dagli israeliani. Lunga sarebbe stata quella peregrinazione, in molti posti si sarebbero fermati. Molto avrebbero sofferto e molto avrebbero visto soffrire. Le tendopoli, la vita nelle tendopoli esposte ad ogni pericolo, fosse di tempi cattivi o di militari nemici, era diventata l’unica loro maniera per sopravvivere insieme ai bambini più piccoli. Di questo viaggio, di quanto sarà lungo, faticoso, pericoloso, dirà Nabil nel libro, tra quanti posti, quante situazioni, quante persone si erano trovati finché al Cairo le condizioni erano migliorate ed infine erano tornati a Gaza per ritrovarsi tra i resti, le rovine dei brutti tempi appena trascorsi. Lui, la sua famiglia e quelle di altri reduci, scampati alla morte, avevano dovuto adattarsi alle circostanze, accettare di sistemarsi nei modi più diversi e più imprevisti. Quella del libraio era stata la sua sistemazione ma non l’aveva svolta come altri librai poiché oltre ad aver letto moltissimo durante gli anni del carcere, aveva avviato con i libri un discorso, un rapporto che gli faceva cercare quelli più idonei a risolvere un problema, a chiarire una situazione difficile, a salvare da un pericolo. Pertanto a lui si rivolgevano clienti che di questo avevano bisogno e lui li aiutava consigliando la lettura del libro adatto e regalandolo quasi fosse il pensiero di un amico. Libri viventi, esseri umani erano i suoi, ne aveva tanti quanti erano i problemi da risolvere, quante erano le richieste da soddisfare. Questa la novità dell’opera, questo il motivo che farà comparire in essa le citazioni di tanti libri famosi, di tutti quelli che il libraio aveva consigliato poiché adatti a risolvere i problemi di tante persone. Credere alle parole, alla loro lettura, alla loro capacità di persuasione, di convinzione, far posto alla lettura, tornare sui libri utili, rileggerli: così pensa Nabil che si possano superare i problemi. In una riscoperta, in una rivalutazione dei buoni libri, in un’esaltazione della buona cultura, della sua funzione di insegnamento si trasforma un romanzo che era partito dagli orrori della recente guerra in Medio Oriente e si era concluso con il loro cantore, “il libraio di Gaza”. Non si è staccato Benzine nell’opera da quella cultura che sta alla base della sua formazione, ne ha fatto un motivo di merito ancora maggiore, da essa, dai suoi libri ha fatto dipendere principi, valori, ideali capaci di formare l’umanità, di sanare i suoi tormenti, di farla progredire.
Insieme stanno, nel libro, la realtà e l’idea, l’aspetto concreto e quello astratto, l’aspetto rivolto a rappresentare, mostrare quanto succede e l’altro impegnato a istruire, educare al valore della parola, della scrittura che può servire più di ogni altro mezzo. Sono i due piani che di solito compongono le sue narrazioni, che agiscono in esse, si combinano, si completano: è il modo migliore perché tanto possa valere un’opera, tanto possa durare!
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