
Domenico Starnone tra i “lacci” dell’amore
di Antonio Stanca
Una nuova edizione del romanzo Lacci di Domenico Starnone è comparsa di recente per conto di Einaudi. Al 2014, quando lo scrittore aveva settantuno anni, risale la prima edizione dell’opera. Nel 2016 l’avrebbe adattata per il teatro; nel 2020 Daniele Luchetti ne avrebbe tratto un film.
Nato a Saviano (Napoli) nel 1943, Starnone è stato insegnante, giornalista, saggista, scrittore, sceneggiatore. In molti modi, anche come attore, si è fatto conoscere e ancor più sorprende che abbia nutrito, coltivato tanti interessi senza passare dagli uni agli altri ma contemporaneamente, che li abbia combinati in modo che a volte assumessero un’espressione diversa, diventassero un’opera diversa pur provenendo da uno stesso motivo. Sarà lui a ridurre spesso per il teatro, il cinema, la televisione suoi romanzi o racconti, a collaborare per la sceneggiatura, per l’interpretazione. E intanto scriveva per giornali, riviste, conduceva trasmissioni televisive. Molto ha fatto e nello stesso tempo. L’attività di insegnante è stata la sua prima, quella che lo ha tenuto in disparte ma a partire dagli anni ’80 si sarebbe assistito ad uno Starnone dai molti interessi, probabilmente iniziati, perseguiti durante il periodo dell’insegnamento. Nel 1987 ha esordito nella narrativa col romanzo Ex cattedra, nel 2001 ha vinto il Premio Strega con Via Gemito. Da tempo era pure sui giornali ed in entrambi i modi, come scrittore e come giornalista, avrebbe continuato a lavorare. Altri si sarebbero aggiunti fino ad arrivare ai nostri giorni quando ha ottantatré anni e difficile risulta distinguere tra le sue opere, che sono diventate tante, e tra i riconoscimenti, i premi che gli hanno procurato.
Di un contesto così vario, così articolato fa sentire partecipi la recente comparsa di Lacci, tempi vecchi e nuovi fa vivere, con una scrittura carica di significati, movimenti, sviluppi interiori mette a contatto, la fa riscoprire in tutta la sua capacità non solo di scorrere ma anche di svolgere, trattare problemi molto complicati. È questo l’elemento che torna sempre nelle opere di Starnone. Possono essere di diverso genere ma ad unirle, a farle riconoscere giunge sempre, in ognuna, il suo linguaggio, il suo stile che di tutto quanto avviene nella vita, nella storia, nell’anima dei personaggi rappresentati, riesce a dire, che nessun interno o esterno trascura, che completo, totale vuole essere riguardo al problema trattato. È una maniera che coinvolge il lettore fin dall’inizio, lo avvince, gli fa attendere l’esito finale di quanto presentato. Così succede pure in Lacci, dove, appunto, si dice di ciò che rimane, dei “lacci”, dei legami, dei vincoli, dei rapporti, degli scambi avvenuti, intorno agli anni ’70 del secolo scorso, tra due giovani sposi che all’improvviso, quando erano i genitori di un bambino e di una bambina, si sono separati perché lui Aldo, è stato attirato dalla bellezza di una giovane ragazza, Lidia, dal suo comportamento spontaneo, sincero, dalla sua capacità di farlo sentire libero, sicuro, ringiovanito. Non fa nessun problema Lidia per la loro diversa età, si sente bene con lui come lui con lei, sono felici. È successo quando Aldo è andato a vivere a Roma perché impegnato presso la televisione e la moglie, Vanda, è rimasta a Napoli con i bambini Sandro e Anna che ormai andavano a scuola, erano cresciuti e soffrivano come la madre delle prolungate assenze del padre anche se ancora non ne avevano capito il motivo. Lui in famiglia si faceva vedere sempre di meno, solo ogni tanto e a soffrire la situazione era soprattutto Vanda che non accettava di vedersi messa da parte dopo un rapporto così intenso, così affettuoso, dopo un amore iniziato da prima e continuato dopo il matrimonio senza mai incrinarsi. Non smetteva di pensare Vanda ad un recupero, ad un rientro di Aldo che, secondo lei, poteva avvenire quando c’erano stati precedenti simili. Intanto i figli crescevano, diventavano adulti, venivano al corrente della situazione, conoscevano Lidia, s’intrattenevano con lei, col padre, con la madre, stavano insieme, parlavano di quanto stava succedendo in casa loro e nella vita, nella società, nella storia di quegli anni ’70, di come stavano cambiando i costumi e delle conseguenze che si stavano verificando nelle istituzioni, nell’opinione pubblica e in ogni elemento, aspetto del mondo moderno. Anche di questo farà sapere Starnone nel libro, niente trascurerà, il contesto risulterà privato ma anche pubblico, la vita dei protagonisti si svolgerà all’interno delle case, delle famiglie ma anche all’esterno, nei posti di lavoro, in società. Di tutto dirà lo scrittore e lo farà tramite i pensieri, i sentimenti e soprattutto i discorsi, i colloqui dei suoi personaggi. Niente di quanto essi stanno vivendo, di quanto intorno a loro sta succedendo verrà trascurato. Ad uno sviluppo, ad un processo continuo della loro particolare situazione e del suo riflesso nell’ambiente farà assistere Starnone. Carico, intenso diventerà il suo linguaggio ma sempre capace di scorrere si mostrerà, di dire di molte cose in maniera chiara. Sarà questa un’altra delle sue qualità. Segnerà le sue opere fino alla fine e nel caso di Lacci fino a quando non dirà del rientro di Aldo tra i suoi famigliari, della ricomposizione della loro casa, del recupero dei loro ruoli, di tutto quanto era stato loro.
Un’indagine, un esame ha voluto compiere lo scrittore con questo libro. Ha voluto illustrare, valutare un problema molto diffuso nei tempi moderni, quello della separazione. Ha mostrato come può succedere, cosa può comportare, come può essere vissuta da chi la compie e da chi la subisce, se può essere superata e quanto può servire a questo quel vecchio amore che tanto aveva unito l’uomo e la donna. È un fenomeno che ormai si verifica con sempre maggiore frequenza ma è difficile vederlo trattato con l’attenzione, l’ampiezza delle argomentazioni che sono state dello Starnone di Lacci. Molto di più si sa con questa lettura di quanto si era saputo finora riguardo all’argomento. Un romanzo è diventato quello che era un problema tra i tanti!
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