
Arthur Schnitzler, tra sogno e realtà
di Antonio Stanca
È da poco uscita una nuova edizione di Doppio sogno, racconto, favola o novella come si usa dire quando di queste brevi narrazioni l’autore è l’austriaco Arthur Schnitzler che molto ama stare in esse tra quanto è vero e quanto non lo è senza che sia possibile chiarire se è sogno, visione, fantasia, immaginazione, apparizione o altro. La composizione dell’opera risale agli anni tra il 1921 e il 1925 anche se già nel 1907 l’autore l’aveva abbozzata. La prima pubblicazione è del 1926.
Schnitzler era nato a Vienna nel 1862 e qui era morto nel 1931 dopo aver assistito alla fine di un’epoca e alla prima guerra mondiale, a due avvenimenti dai quali gli era derivato un senso di rovina, di sconfitta, una convinzione di fallimento, di catastrofe, una concezione ben diversa da quella sfarzosa, lussuosa che le apparenze della vita, della società nella Vienna di allora volevano lasciar intendere. Dietro quelle apparenze si celavano disagi veri e propri, pericoli gravi, mortali, verità allarmanti. Di queste Schnitzler sarebbe stato lo scrittore, della vera Vienna avrebbe detto nelle sue opere fossero state di teatro, di narrativa o di altro genere. Per esse, per scrivere avrebbe rinunciato alla carriera di medico, di psichiatra e si sarebbe dedicato ad una scrittura capace di scendere al fondo dell’animo umano, di cogliere i movimenti, le espressioni più remote, più segrete, di portarle alla luce con una facilità, una chiarezza tali da far invidia a Freud che in quegli stessi anni faceva della psicanalisi una scienza esatta.
Dopo un breve periodo di esercizio della sua professione, Schnitzler aveva cominciato con l’attività letteraria. Ve lo conducevano le sue doti di scrittore e la responsabilità alla quale gli sembrava ormai di non poter sottrarsi circa le gravi condizioni che nella Vienna di quell’Austria si celavano dietro altre facciate. Un atto di accusa, una denuncia voleva essere la sua opera di scrittore, una scoperta, una rivelazione delle verità nascoste nel privato e nel pubblico, in casa e fuori. La forma breve, quella della scenetta teatrale, del racconto, del monologo interiore, sarà la preferita da Schnitzler perché meglio si adattava alla sua ricerca di effetti preziosi e carichi di significato. Le scene teatrali furono le prime da lui pubblicate. Si era alla fine dell’Ottocento e pure allora, nel 1895, aveva esordito nella narrativa col racconto, stavolta lungo, Sterben. Teatro e racconti e romanzi saranno i generi nei quali si applicherà fino agli ultimi tempi della sua vita, quelli dove l’ambientazione e l’intento torneranno quasi sempre a dire di una condizione umana, sociale in crisi, di una città, Vienna, in pieno decadimento nonostante la ricerca di altri effetti. Non succede, tuttavia, che Schnitzler si ripeta nelle sue opere ché diversi sono ogni volta gli eventi e i loro protagonisti anche se destinati tutti a testimoniare dello stato di rovina che si sta verificando e dell’incapacità di risolverlo. Denunciare vuole Schnitzler i colpevoli di quanto sta succedendo e lo vuole fare come uomo di cultura, di letteratura, come autore, come artista che si sente responsabile anche della vita, delle sorti degli altri e per questo ne fa il motivo, la trama delle sue opere. Non rinuncia, però, ai modi suoi propri d’indagare, di procedere, quelli che risalgono alla sua formazione, alla sua prima cultura, alla psicanalisi che si andava sempre più diffondendo e della quale tante volte discuteva con Freud. Scrittura, letteratura, arte fa diventare Schnitzler quanto gli era venuto dai primi studi e quanto gli veniva dalla nuova atmosfera culturale ormai decisamente segnata, orientata dalla psicanalisi. Sarà anche questo il motivo che lo condurrà a cercare tanti effetti nelle sue opere, a non rimanere limitato ad alcuni, a non fargli distinguere tra realtà e fantasia, convinzione e immaginazione, certezza e dubbio. La psicanalisi, la sua conoscenza, la sua pratica lo porteranno a rimanere sospeso tra tanti elementi, tanti aspetti del vivere. Così sarà in Doppio sogno che non si sa se definire novella o racconto o favola visto che si svolge quasi per intero tra un lungo sogno raccontato una mattina di fine inverno dalla bella moglie Albertine al marito, dottor Fridolin, che lavora al vicino Policlinico e si applica pure in visite private o in ambulatorio, e quanto da quel sogno a lui deriva durante il giorno e la notte che verranno, durante tutto il tempo che sceglierà di rimanere lontano da casa dopo il racconto della moglie. La loro è una famiglia stimata, rispettata, la loro bambina sta, si frequenta con compagne, amiche di altre buone famiglie. Sicuri sono, marito e moglie, della loro condizione compresa quella economica, stimato è il dottore, scelti sono gli ambienti che la signora conosce. In un contesto così tranquillo, così sicuro non si sarebbe mai atteso di sentirsi raccontare dalla moglie un sogno durante il quale si è ritrovata col bel giovane danese conosciuto l’anno precedente durante le vacanze in Danimarca e con lui si è intrattenuta al punto da non esitare a dichiararsi innamorata. Dirà pure che il sogno le aveva fatto riprovare i sentimenti di allora e che le aveva procurato molto piacere. Fridolin, che non aveva mai dubitato dell’affetto, dell’ammirazione della moglie nei suoi riguardi, soffrirà questo racconto, ne sarà sconvolto e una volta uscito da casa chiamerà in ospedale per farsi sostituire quel giorno e dopo. Comincerà così un vagabondaggio tra le strade, i locali pubblici, i quartieri di Vienna, compresi quelli poco raccomandabili. Si perderà tra posti sconosciuti, è stordito, confuso per quanto ha ascoltato. Ha bisogno di rifarsi, pensa pure di vendicarsi, di tradire Albertine. Bellissima gli sembrerà un’altra donna ma non succederà niente. Continuerà, tuttavia, a vagare, a soffrire tra persone, luoghi che a volte diventeranno pericolosi, delle vere e proprie minacce. Le sopporterà convinto che così si sta rifacendo di quanto subito da parte di Albertine. Non smetterà, però, di pensare a lei, di riscoprirla, riconoscerla in ogni volto di donna che nelle tante circostanze di quella lunga giornata e della seguente nottata gli si presenterà. E le sue sono circostanze vere, sono vissute veramente perché con esse vuole colmare la sofferenza, il dolore che il sogno di Albertine gli ha procurato. Non lo aiutava nemmeno sapere che quello era un sogno mentre la sua è realtà. Tra questi estremi, sogno e realtà, visione e verità, si articolerà Doppio sogno. Come altre volte con Schnitzler sospesi si rimane tra quanto viene inventato e quanto vissuto, non si sa quanto vale, quanto serve di più. Neanche quando il dottore Fridolin si ravvedrà, si ricrederà della sua rivolta, della sua intenzione di vendetta, neanche quando rientrerà a casa per cercare quella Albertine alla quale non aveva mai smesso di pensare, sarà possibile stabilire se il bene, l’amore che di nuovo si stanno promettendo, giurando, possa servire a tenere lontane altre fratture. Se una frattura così grave come quella di Doppio sogno si è verificata in una coppia che non si poteva sospettare esposta a simili pericoli, nessuno può dirsi completamente libero da questi. Così stavolta Schnitzler ha creduto di dare forma a quella che è una delle sue maggiori convinzioni, quella che fa della vita una vicenda mobile, perennemente mobile, impossibile da fermare, fissare perché sarebbe come negare che il movimento, il cambiamento è il suo carattere principale.
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