Crisi dei partiti: crisi della politica?

print

Crisi dei partiti: crisi della politica?

di Maurizio Tiriticco

E’ molto discutibile il fatto che il PD sia un partito. A mio vedere non lo è, ma non per una scelta, di cui, a mio vedere, non è responsabile Matteo Renzi. Non è un partito, semplicemente perché i partiti nel nostro Paese non ci sono più! Ricordo gli anni ’40 e ’50, nell’immediato dopoguerra… via il fascismo, via la monarchia… il nostro entusiasmo era alle stelle! C’era il PCI, c’era il PSIUP, c’era la DC con le loro sezioni sul territorio, le loro riunioni, i loro congressi di strada, poi comunali, provinciali, regionali e nazionali. E le discussioni e le decisioni venivano filtrate e assunte lungo itinerari complessi, che lo status stesso della democrazia imponeva e dai quali la stessa democrazia si arricchiva: per di più, in un Paese che da sempre non aveva mai conosciuto altro che i giochi di potere dei piccoli staterelli in cui era da sempre era stato diviso. Per non dire poi dei Repubblicani e dei Liberali, nonché del Partito d’Azione (Giustizia e Libertà). Di fatto, si trattava dei sei partiti antifascisti da sempre, uniti nella Resistenza al nazismo e al fascismo nei Comitati di Liberazione Nazionale, i cui leader o erano stati ammazzati, come Carlo e Nello Rosselli in Francia, fondatori del Partito d’Azione, o relegati a Ventotene o altrove. Tra i novecento antifascisti esiliati nell’isola, è doveroso ricordare: Sandro Pertini, Giorgio Amendola, Giuseppe Di Vittorio, Luigi Longo, Camilla Ravera, Umberto Terracini. Ferruccio Parri, invece, venne relegato ad Ustica, Lipari e Vallo della Lucania.

E vanno ricordati anche gli autori dell’ormai famoso “Manifesto di Ventotene, per un’Europa libera e unita”, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Ursula Hirschmann. I tre antifascisti erano dei sognatori? Senz’altro – allora – se, tra l’altro, nel Manifesto, pubblicato nel 1944, scrivevano così: “Il problema che in primo luogo va risolto – e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza – è la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in Stati nazionali sovrani. Il crollo della maggior parte degli Stati del continente sotto il rullo compressore tedesco ha già accomunato la sorte dei popoli europei, che o tutti insieme soggiaceranno al dominio hitleriano, o tutti insieme entreranno, con la caduta di questo, in una crisi rivoluzionaria. Gli spiriti sono già ora molto meglio disposti che in passato ad una riorganizzazione federale dell’Europa. La dura esperienza ha aperto gli occhi anche a chi non voleva vedere ed ha fatto maturare molte circostanze favorevoli al nostro ideale”.

Erano dunque dei sognatori? Certamente, ma… oggi forse non c’è più tempo di sognare! In effetti, dobbiamo purtroppo prendere atto che oggi la nostra democrazia langue: a volte non ci ritroviamo più, non ci riconosciamo più. Quell’Europa (Comunità Economica Europea), che abbiamo cominciato a costruire nel lontano 1957 con i Trattati di Roma, è veramente cresciuta? E’ diventata veramente l’Unione Europea, nata nel 1992 con il Trattato di Maastricht? Mah! E langue anche una Idea di Patria (nonostante le sollecitazioni di Carlo Azeglio Ciampi) con tanto di maiuscola, e langue la stessa Idea d’Europa! Molti anni fa sostenni con Federico Chabod l’esame sul suo volume “Storia dell’idea di Europa“: una cosa da sogno, impensabile per i più nei primi anni cinquanta. Ora pensiamo tutti a un’Europa che poco o nulla ha, o avrebbe, a che fare con quanto si decide a Bruxelles. Un’Europa quale sognata dagli autori del Manifesto.

Eppure, noi europei – almeno per quanto riguarda la matrice latina e quella germanica, impero romano e sacro romano impero – non potremmo non sentirci europei! E dovremmo sentirci europei ancora di più! Anche perché una lenta ma inarrestabile “invasione” è in atto, dal Sud e dall’Est – nuove culture, nuove lingue, nuove religioni – e c’è il rischio che i nostri stessi connotati – se si può dir così – in un tempo medio-lungo li si possa perdere! Ovviamente, noi italiani siamo messi a dura prova per la nostra stessa esposizione geografica: una Brexit da noi sarebbe impossibile!

Temo molto che, invece di rinsaldare la nostra italianità e il nostro europeismo, stiamo cedendo. Non è un caso che i nostri laureati e diplomati siano inferiori per numero rispetto a quelli dei Paesi ad alto sviluppo. E non è un caso che la nostra “competenza alfabetica” stia colando a picco (si vedano le analisi dell’Ocse); e che l’obbligo di istruzione decennale – purtroppo scandito in tre segmenti non coordinati tra loro – difficilmente raggiunge l’obiettivo di garantire a tutti non solo il “successo formativo”, ma anche una base culturale e linguistica capace di garantire un accesso positivo e vincente nella vita e nel mondo del lavoro. Di questo passo, il rischio di diventare veramente una semplice espressione geografica è molto forte.

Quando rinacquero i partiti, ciascuno con i suoi iscritti, i suoi congressi, le sue posizioni politiche, ecc., il dibattito politico era vivacissimo. Noi italiani giungemmo alle prime elezioni, quelle del 2 giugno 1946, con un entusiasmo convinto: si trattava di scegliere tra Monarchia o Repubblica e di eleggere i membri dell’Assemblea Costituente, quell’assemblea che avrebbe scritto la Costituzione, la prima nostra bella Costituzione (lo Statuto albertino del 1848 in effetti fu una charte octroyèe, donata, appunto, per fronteggiare i moti popolari), quella attualmente in vigore. E – giova ricordarlo – per la prima volta nella nostra storia, anche le donne – tutte le donne, non quelle di un dato censo – furono chiamate a votare! Si recò alle urne quasi il 90% degli aventi diritto (per l’esattezza l’89,08%): l’entusiasmo fu grande! Non il mio, però, perché, non avendo ancora compiuto i 21 anni, non potei votare! Ma avevo partecipato attivamente alla campagna elettorale! Altri tempi! Uno spirito civico e democratico largamente diffuso!

Purtroppo, alle elezioni politiche del 2013 ha partecipato il 75% dell’elettorato, cioè il 15% in meno rispetto alle elezioni del 1946. Comunque il 2 giugno lo festeggiamo lo stesso, anche se – temo – non tutti i nostri concittadini sanno bene di quale ricorrenza si tratti. E allora mi assale una tristezza infinita!