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Sentenza Corte Cassazione 8 gennaio 2018, n.190

CORTE DI CASSAZIONE PENALE, Sez.6^
Sentenza 8 gennaio 2018 (Ud. 14/11/2017), n.190

Sicurezza edifici scolastici

Decreto TAR Campania 25 settembre 2017, n. 1429

N. 01429/2017 REG.PROV.CAU.
N.03651/2O17 REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA
Tribunale Amministrativo Regionale della Campania
(Sezione Sesta)

Decreto TAR Campania 25 settembre 2017, n. 1429

Servizio di ristorazione scolastica

Sentenza Consiglio di Stato 27 marzo 2017, n. 1388

N. 01388/2017REG.PROV.COLL.
N. 01748/2016 REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Consiglio di Stato
in sede giurisdizionale (Sezione Sesta)
ha pronunciato la presente
SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 1748 del 2016, proposto da: Ministero dell’istruzione dell’università e della ricerca, Istituto comprensivo N. 20 di Bologna, in persona del legale rappresentante p.t.,, rappresentati e difesi dall’Avvocatura generale dello Stato, domiciliataria per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12;
contro XXXXX, rappresentati e difesi dagli avvocati Franco Bambini, Maria Virgilio e Nazzarena Zorzella, con domicilio eletto presso lo studio Patrizio Ivo D’Andrea in Roma, Lungotevere Raffaello Sanzio, 9; XXXXX, non costituiti in giudizio;
Comitato Bolognese Scuola e Costituzione, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso dagli avvocati Nazzarena Zorzella, Maria Virgilio, Franco Bambini, con domicilio eletto presso lo studio Patrizio Ivo D’Andrea in Roma, Lungotevere Raffaello Sanzio, 9;
per la riforma
della sentenza del Tribunale amministrativo regionale per l’Emilia-Romagna, sezione I n. 166/2016, resa tra le parti, che ha accolto il ricorso n. 155/2015 per l’annullamento: della deliberazione n. 50/2015 in data 9 febbraio 2015, con cui il Consiglio di istituto dell’Istituto comprensivo n. 20 di Bologna ha disposto di concedere l’apertura dei locali scolastici di tutti e tre i plessi dell’I.C. 20 per le benedizioni pasquali richieste dai parroci del territorio, con le modalità ivi indicate: (la benedizione pasquale dovrà avvenire in orario extra scolastico; – gli alunni dovranno essere accompagnati dai familiari, o comunque da un adulto che se ne assume l’onere della sorveglianza); nonché per l’annullamento della deliberazione n. 52/2015 in data 12 marzo 2015 (e relativo verbale) con cui il Consiglio di Istituto dell’Istituto comprensivo n. 20 di Bologna ha disposto di <<aprire i locali scolastici nelle date proposte (…)>>; della determinazione prot. n. 0001754 A/35 in data 11 marzo 2015 con cui il Dirigente scolastico ha disposto la <<concessione di un locale scolastico, ai parroci che ne hanno fatto specifica richiesta, Parrocchia SS. Trinità, S. Giuliano e S. Maria della Misericordia, per l’espletamento di attività di benedizione pasquale senza fini di lucro nelle giornate riportate in apposita convenzione nonché di tre convenzioni sottoscritte in data 13 marzo 2015 con i tre parroci richiedenti (impugnate con <<motivi aggiunti>> depositati il 19 maggio 2015).

Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;
Visti gli atti di costituzione in giudizio di XXXXX e del Comitato Bolognese Scuola e Costituzione;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell’udienza pubblica del giorno 20 dicembre 2016 il Cons. Andrea Pannone e uditi per le parti gli avvocati Paolo Grasso dell’Avvocatura Generale dello Stato e Maria Virgilio;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO
In primo grado era stata impugnata la deliberazione n. 50/2015 in data 9 febbraio 2015, con cui il Consiglio d’Istituto dell’Istituto comprensivo n. 20 di Bologna aveva concesso l’apertura dei suoi locali scolastici perché si svolgessero le benedizioni pasquali richieste dai parroci del territorio, raccomandando che queste fossero effettuate in orario extra-scolastico e che gli alunni venissero accompagnati dai familiari, o comunque da un adulto col compito di sorvegliarli.
I ricorrenti, “docenti e genitori dell’Istituto comprensivo n. 20, nonché … soggetti giuridici che per finalità statutaria hanno a cuore la laicità e l’aconfessionalità della scuola pubblica”, deducevano:
– violazione di legge, in particolare, degli artt. 2, 3, 7, 19 e 21 Cost; degli artt. 7 e 10 d.lgs. 16 aprile 1994, n. 297 (Testo Unico delle disposizioni legislative vigenti in materia di istruzione, relative alle scuole di ogni ordine e grado); del D.P.R. 10 ottobre 1996, n. 567 (regolamento recante la disciplina delle iniziative complementari e delle attività integrative nelle istituzioni scolastiche) e dell’art. 9, L. 25 marzo 1985, n. 121; violazione della competenza del Consiglio di Circolo; art. 6, 2° c., lett. d) ed f) del DPR 31 maggio 1974, n. 416 (ora art. 7 e 10, D.lgs. 297/94); eccesso di potere per carenza totale di motivazione;
– eccesso di potere per illogicità, perplessità e contraddittorietà, assumendo che, in quanto rito o atto di culto religioso, la benedizione pasquale cattolica non rientrerebbe né nelle varie forme di attività scolastica (artt. 7 e 10 del d.lgs. n. 297/1994) né nelle iniziative “complementari” ed “integrative” previste dal D.P.R. n. 567 del 1996. Pertanto il suo svolgimento esulerebbe dalle competenze dell’istituzione scolastica, alla quale competerebbero le sole attività suscettibili di far parte dell’offerta formativa affidatale; ciò anche in quanto la collocazione della pratica religiosa al di fuori dell’orario scolastico e senza obbligo di partecipazione degli alunni, pur apparentemente salvaguardando la libertà religiosa dei componenti della comunità scolastica, otterrebbe comunque l’effetto di accostare l’istituzione al cattolicesimo e di lederne di conseguenza l’imparzialità, la neutralità, la laicità e la aconfessionalità, oltre a condizionare in modo significativo soggetti deboli come gli studenti, senza tenere conto della necessità di evitare qualsiasi discriminazione diretta o indiretta a causa della religione (art. 43 d.lgs. 25/07/1998 n. 286, testo unico sull’immigrazione; art. 2 d.lgs. 9 luglio 2003, n. 216, attuazione della direttiva 2000/78/CE per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro) e di tutelare diritti fondamentali quali quello alla non discriminazione (artt. 2 e 3 Cost.), alla libertà religiosa (art. 19 Cost.) e di pensiero (art. 21 Cost.).
Denunciavano, inoltre, l’incompetenza del Consiglio di Istituto in quanto, se anche un atto di culto potesse costituire attività didattico/culturale, la questione sarebbe in ogni caso riconducibile alle attribuzioni del Collegio dei docenti (art. 7 D.lgs. n. 297/1994); ove, invece, si trattasse di attività ascrivibile alle iniziative “complementari” o “integrative”, sarebbe stato comunque necessario acquisire l’avviso del Collegio dei docenti (art. 4 D.P.R. n. 567/1996).
Lamentavano, poi, l’assenza di motivazione e l’illogicità e contraddittorietà, per l’incertezza delle modalità di attuazione della decisione quanto al locale scolastico interessato, al giorno e all’ora dell’evento, ed a sorveglianza degli alunni.
Successivamente, il Dirigente scolastico dell’Istituto cit. rilasciava la concessione di un locale scolastico ai parroci che l’avevano richiesto, e precisamente alle Parrocchie SS. Trinità, S. Giuliano e S. Maria della Misericordia, perché si svolgessero benedizioni pasquali senza fini di lucro nelle giornate e nei luoghi indicati in apposita convenzione, ed il Consiglio di Istituto individuava le relative date ed i locali presso le tre strutture scolastiche coinvolte.
L’Istituto infine, in data 13 marzo 2015, sottoscriveva con i tre parroci le relative convenzioni. Queste ulteriori determinazioni erano impugnate con motivi aggiunti (violazione dell’art. 96, comma 4 e 6 del T.U. D.lgs. n. 297/94 cit., e dell’art. 50 del regolamento n. 44/2001).
Con la sentenza appellata il ricorso è stato accolto, essendosi affermato, sulla premessa del “principio costituzionale della laicità o non-confessionalità dello Stato”, e della “equidistanza e imparzialità rispetto a tutte le confessioni religiose”, che “non v’è spazio per riti religiosi – riservati per loro natura alla sfera individuale dei consociati -, mentre ben possono esservi occasioni di incontro che su temi anche religiosi consentano confronti e riflessioni in ordine a questioni di rilevanza sociale, culturale e civile, idonei a favorire lo sviluppo delle capacità intellettuali e morali della popolazione, soprattutto scolastica, senza al contempo sacrificare la libertà religiosa o comprimere le relative scelte”.
Il primo Giudice ha tra l’altro affermato che “un’invalicabile linea di confine sia a tali fini costituita dalla circostanza che si tratti o meno di un atto di culto religioso”, e che nel caso in esame, al contrario, sarebbe stato «autorizzato un vero e proprio rito religioso da compiersi nei locali della scuola e alla presenza della comunità scolastica, sì che non ricorre l’ipotesi di cui all’art. 96, comma 4, del d.lgs. n. 297 del 1994, e neppure quella di cui al successivo comma 6, riferito al ben diverso ambito delle iniziative di socializzazione e stimolo della maturazione degli studenti per “… fronteggiare il rischio di coinvolgimento dei minori in attività criminose”.
Infine, con riferimento alla disposizione di cui all’art. 1, comma 1°, del D.P.R. n. 567 del 1996, invocata dall’Amministrazione, il primo giudice ha affermato, in relazione alle “iniziative complementari … negli obiettivi formativi delle scuole” ed alle “iniziative integrative … finalizzate ad offrire ai giovani occasioni extracurricolari per la crescita umana e civile e opportunità per un proficuo utilizzo del tempo libero”, che “le attività di culto religioso attengono alle pratiche di esercizio del credo confessionale di ciascun individuo e restano confinate nella sfera intima dei singoli”, aggiungendo che la scuola sarebbe sottratta alla celebrazione di riti religiosi, attinenti unicamente alla sfera individuale di ciascuno e, quindi, estranei ad un ambito pubblico che deve di per sé evitare discriminazioni. Né l’uso dei locali potrebbe ammettersi sulla base dell’art. 96, comma 4 del D.lgs. n. 297/1994 (“gli edifici e le attrezzature scolastiche possono essere utilizzati fuori dell’orario del servizio scolastico per attività che realizzino la funzione della scuola come centro di promozione culturale, sociale civile”), poiché tale norma richiede, al successivo comma 6, che si tratti “… di attività che realizzino la funzione della scuola come centro di promozione culturale, sociale e civile …”, mentre i “riti religiosi”, che attengono alle “pratiche del credo confessionale di ciascun individuo e restano confinate nella sfera intima dei singoli”, non avrebbero “rilevanza culturale”, nel senso di arricchimento del sapere dei cittadini, ciò che impedirebbe, sempre secondo il primo giudice, di ricondurre le attività di culto religioso tra le “iniziative complementari ed integrative dell’iter formativo degli studenti”, di cui all’art. 1, commi 1 e 2 del D.P.R. n. 567/1996.
Il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, insieme con l’Istituto comprensivo n. 20 di Bologna, propone appello, ritenendo la sentenza censurabile per i seguenti diversi profili, così sintetizzabili.
La concessione in uso dei locali fuori dell’orario scolastico, per lo svolgimento di un atto di culto cui partecipare liberamente e facoltativamente, non sarebbe sufficiente a far venir meno la aconfessionalità della scuola, o a determinare conseguenze discriminatorie nei confronti di altre confessioni religiose, o tantomeno a determinare una lesione dei diritti di libertà di religione, ovvero di non credere in alcuna religione. Il diritto di libertà religiosa, quale aspetto della dignità umana di cui all’art. 2 Cost., fa sì che lo Stato sia tenuto a garantire il “diritto di tutti gli appartenenti alle diverse fedi o confessioni religiose di fruire delle eventuali facilitazioni disposte in via generale dalla disciplina comune … perché ciascuno possa in concreto più agevolmente esercitare il culto della propria fede religiosa” (Corte Cost. n. 334/1996), tenendo conto che nulla potrebbe impedire che una concessione analoga possa essere accordata, ove richiesta, ad appartenenti ad altre confessioni religiose. Né va condiviso, secondo l’appellante, che la benedizione pasquale, quale vero e proprio rito religioso riservato alla sfera individuale dei consociati, non possa contribuire all’arricchimento del patrimonio culturale, civile e sociale della scuola e, quindi, non possa essere compreso tra le previsioni di cui all’art. 961, c. 4 e 6. del d.lgs. n. 297/1994 e art. 1, c. 1, D.P.R. n. 567/1996.
Gli originari ricorrenti si sono costituiti in questo grado di giudizio per resistere con una prima memoria riguardante la trattazione della domanda cautelare, accolta con il decreto presidenziale 7 marzo 2016 n.763 e rinviata al merito, e poi con una seconda memoria del 19 novembre 2016, depositata in vista dell’udienza del 20 dicembre successivo, allorquando la causa, dopo la discussione, è stata trattenuta in decisione. Sostengono in sintesi che le benedizioni sono atti di culto, non aventi alcun contenuto culturale, che non potrebbero tenersi in istituti scolastici pubblici e tantomeno essere autorizzati dai competenti organi, in quanto estranee sia alla didattica che alle iniziative culturali fruite da tutti gli alunni, non essendo oltretutto attività curriculari o extra curriculari o extra scolastiche o comunque di complemento all’offerta formativa della scuola, e pur tuttavia ritenute idonee ad orientare i giovani all’adesione al cattolicesimo, con implicita violazione dell’imparzialità, laicità e aconfessionalità della scuola pubblica.

DIRITTO
1. È opportuno premettere che i provvedimenti impugnati sono stati adottati a seguito di apposite istanze, la prima delle quali era stata la lettera 27 dicembre 2014 di tre parroci rivolta al Dirigente scolastico e al Presidente del Consiglio di Istituto dell’Istituto comprensivo n. 20 di Bologna, in via Dante, n. 3 (comprendente la scuola primaria Carducci, la scuola primaria Fortuzzi e la scuola secondaria di primo grado Rolandino de’ Passeggeri), per chiedere il benestare a celebrare la benedizione pasquale per gli alunni della scuola al termine delle lezioni di uno dei giorni precedenti le vacanze pasquali, radunando gli alunni che volessero parteciparvi in un conveniente locale (salone o palestra).
L’istanza era stata accolta a maggioranza dal Consiglio d’Istituto (verbale del 9 gennaio 2015), con alcune prescrizioni (le benedizioni sarebbero state limitate, all’interno delle scuole primarie, ad orario extra scolastico e alla sola presenza del personale docente, ATA ed amministrativo, senza la presenza dei bambini; all’interno delle scuole Rolandino, ad orario extra scolastico, alla libera presenza anche dei ragazzi che intendessero parteciparvi, sotto la sorveglianza del docente di religione).
Nella successiva seduta del 9 febbraio 2015 era adottata deliberazione n. 50/2015 con la quale il consiglio d’Istituto deliberava a maggioranza, con 13 voti favorevoli, 1 astenuto e 2 contrari, di autorizzare l’apertura dei locali scolastici di tutti e tre i plessi dell’I.C. 20 per le benedizioni pasquali richieste dai parroci del territorio, a condizione che la benedizione pasquale fosse impartita in orario extra scolastico e gli alunni fossero accompagnati dai familiari, o comunque da un adulto in funzione di sorveglianza.
Dopo la presentazione di un primo ricorso al TAR e di un’istanza di autotutela, la dirigente scolastica, con propria determinazione prot. 1754 A/35 del 11 marzo 2015, concedeva un locale scolastico ai parroci che ne avevano fatto specifica richiesta, “per l’espletamento dell’attività di benedizione pasquale senza fini di lucro nelle giornate riportate in apposita convenzione”.
Con la deliberazione n. 52/2015 del 12 marzo 2015 l’Amministrazione decideva di aprire i seguenti locali scolastici: Rolandino il 21 marzo ore 13,15 in aula magna; Fortuzzi il 20 marzo ore 16,45 nell’atrio; Carducci il 21 marzo in aula magna. Dopo la stipula delle convenzioni, avvenuta il seguente 13 marzo, le benedizioni erano celebrate nelle date 20 e 21 marzo 2015, come del resto riportato dalla stampa dell’epoca (Resto del Carlino del 21 marzo 2015: “Pasqua, la scuola gioca d’anticipo. La benedizione arriva prima del TAR”; New York Times del 23 marzo 2015; ANSA del 24 marzo 2015).
Da quanto riferito dalle parti, risulta che i provvedimenti impugnati (autorizzazioni alla celebrazione delle benedizioni pasquali del marzo 2015) hanno avuto esecuzione, non essendo stati all’epoca sospesi, ma soltanto successivamente annullati con la sentenza appellata, poi sospesa in via cautelare con il decreto presidenziale 7 marzo 2016 n.763.
Nella successiva Pasqua del 2016, nel corso dell’anno scolastico 2015/2016, l’Istituto comprensivo 20 di Bologna ha nuovamente posto la questione all’o.d.g. della riunione del Consiglio di Istituto del 22 marzo 2016, ma l’Amministrazione scolastica ha deliberato di non concedere i locali per lo svolgimento della benedizione.
Quanto sinora precisato, può chiarire che l’interesse processuale delle parti ad ottenere una pronuncia del Consiglio di Stato nella controversia ha ormai carattere soltanto morale, dato che l’eventuale annullamento ora per allora degli atti qui impugnati non potrebbe avere altro risultato, se non quello implicito di costituire
anche un precedente, non essendo stata presentata alcuna altra domanda accessoria oltre quella di annullamento.
2. Com’è noto, la benedizione pasquale è un rito religioso, rivolto all’incontro tra chi svolge il ministero pastorale e le famiglie o le altre comunità, nei luoghi in cui queste risiedono, caratterizzato dalla brevità e dalla semplicità, senza necessità di particolari preparativi.
Il fine di tale rito, per chi ne condivide l’intimo significato e ne accetta la pratica, è anche quello di ricordare la presenza di Dio nei luoghi dove si vive o si lavora, sottolineandone la stretta correlazione con le persone che a tale titolo li frequentano.
Non avrebbe senso infatti la benedizione dei soli locali, senza la presenza degli appartenenti alle relative comunità di credenti, non potendo tale vicenda risolversi in una pratica di superstizione.
Tale rito dunque, per chi intende praticarlo, ha senso in quanto celebrato in un luogo determinato, mentre non avrebbe senso (o, comunque, il medesimo senso) se celebrato altrove; e ciò spiega il motivo per cui possa chiedersi che esso si svolga nelle scuole, alla presenza di chi vi acconsente e fuori dall’orario scolastico, senza che ciò possa minimamente ledere, neppure indirettamente, il pensiero o il sentimento, religioso o no, di chiunque altro che, pur appartenente alla medesima comunità, non condivida quel medesimo pensiero e che dunque, non partecipando all’evento, non possa in alcun senso sentirsi leso da esso.
Deve quindi concludersi che la “benedizione pasquale” nelle scuole non possa in alcun modo incidere sullo svolgimento della didattica e della vita scolastica in generale. E ciò non diversamente dalle diverse attività “parascolastiche” che, oltretutto, possono essere programmate o autorizzate dagli organi di autonomia delle singole scuole anche senza una formale delibera.
3. È appena il caso di rilevare che non può logicamente attribuirsi al rito delle benedizioni pasquali, con le limitazioni stabilite nelle prescrizioni annesse ai provvedimenti impugnati, un trattamento deteriore rispetto ad altre diverse attività “parascolastiche” non aventi alcun nesso con la religione, soprattutto ove si tenga conto della volontarietà e della facoltatività della partecipazione nella prima ipotesi, ma anche che nell’ordinamento non è rinvenibile alcun divieto di autorizzare lo svolgimento nell’edificio scolastico, ovviamente fuori dell’orario di lezione e con la più completa libertà di parteciparvi o meno, di attività (ivi inclusi gli atti di culto) di tipo religioso.
Ed ancora, c’è da chiedersi come sia possibile che un (minimo) impiego di tempo sottratto alle ordinarie e le attività scolastiche, sia del tutto legittimo o tollerabile se rivolto a consentire la partecipazione degli studenti ad attività “parascolastiche” diverse da quella di cui trattasi, ad esempio di natura culturale o sportiva, o anche semplicemente ricreativa, mentre si trasformi, invece, in un non consentito dispendio di tempo se relativo ad un evento di natura religiosa, oltretutto rigorosamente al di fuori dell’orario scolastico.
Va aggiunto che, per un elementare principio di non discriminazione, non può attribuirsi alla natura religiosa di un’attività, una valenza negativa tale da renderla vietata o intollerabile unicamente perché espressione di una fede religiosa, mentre, se non avesse tale carattere, sarebbe ritenuta ammissibile e legittima.
Del resto, la stessa Costituzione, all’art. 20, nello stabilire che «il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d’una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative (…) per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività», pone un divieto di un trattamento deteriore, sotto ogni aspetto, delle manifestazioni religiose in quanto tali.
Ovviamente, la partecipazione ad una qualsiasi manifestazione o rito religiosi (sia nella scuola che in altre sedi) non può che essere facoltativa e libera, non potendo non godere, solo perché tale, di minori spazi di libertà e di minore rispetto di quelli che sono riconosciuti a manifestazioni di altro genere, nonché tollerante nei
confronti di chi esprime sentimenti e fedi diverse, ovvero di chi non esprime o manifesta alcuna fede.
Negli atti impugnati i parametri ora indicati sono tutti rigorosamente rispettati, essendo garantita la libertà di partecipare all’evento in orario non scolastico, senz’alcuna forma di contrapposizione con altri credo religiosi o con qualsivoglia diversa ideologia.
4. Resta da verificare se i provvedimenti impugnati siano espressione di una determinata potestà, riconducibile ad una categoria rispondente al normale principio di tipicità degli atti amministrativi.
Al riguardo può richiamarsi l’art. 96, quarto comma, del D.Lgs. 16 aprile 1994, n. 297, secondo cui gli edifici scolastici possono essere utilizzati fuori dell’orario del servizio scolastico per attività che realizzino la funzione della scuola come centro di promozione culturale, sociale e civile.
Tra tali finalità può comprendersi quella rivolta alla realizzazione di un culto religioso, sempre che ne sia libera, volontaria e facoltativa la partecipazione, e ciò avvenga, come richiesto, al di fuori dell’orario del servizio scolastico e previa delibera dell’organo competente, ai sensi del precedente art.10 del D.Lgs. del 1994, n. 297 cit., ivi indicato nel Consiglio di Circolo o di Istituto.
Ed è appena il caso di ricordare che, nella prassi oggi invalsa, le competenze di tali organi scolastici sono intese in senso non certamente restrittivo, bensì estensivo o comunque elastico e flessibile, quanto alla tipologia ed alla natura delle attività “parascolastiche”, “extrascolastiche”, o comunque “complementari”, che gli stessi organi possono liberamente ed autonomamente programmare o autorizzare.
Del resto, il D.P.R. 8 marzo 1999, n. 275 (regolamento recante norme in materia di autonomia delle istituzioni scolastiche, ai sensi dell’art. 21 della L. 15 marzo 1997, n. 59), all’art. 4, relativo all’autonomia didattica, dispone: «Le istituzioni scolastiche, nel rispetto della libertà di insegnamento, della libertà di scelta educativa delle famiglie e delle finalità generali del sistema (…) concretizzano gli obiettivi nazionali in percorsi formativi funzionali alla realizzazione del diritto ad apprendere e alla crescita educativa di tutti gli alunni, riconoscono e valorizzano le diversità, promuovono le potenzialità di ciascuno adottando tutte le iniziative utili al raggiungimento del successo formativo», intendendosi in tal modo evidentemente ampliare la sfera dell’autonomia di tali organi, ed ammettendo esplicitamente, con l’espressione «riconoscono e valorizzano le diversità», tutte quelle iniziative che si rivolgano, piuttosto che alla generalità unitariamente intesa degli studenti, soltanto a determinati gruppi di essi, individuati per avere specifici interessi od appartenenze, per esempio di carattere etico, religioso o culturale, in un clima di reciproca comprensione, conoscenza, accettazione e rispetto, oggi tanto più decisivo in relazione al fenomeno sempre più rilevante dell’immigrazione e della conseguente necessità di integrazione.
Per i profili sin qui esaminati, dunque, i provvedimenti impugnati appaiono legittimi, non risultando fondati non soltanto i motivi attinenti alle denunciate violazioni di legge, ma anche i motivi di ricorso riferiti all’incompetenza, al difetto di motivazione ed all’eccesso di potere.
Attesa l’evidente novità delle questioni affrontate, all’integrale riforma della sentenza appellata ed al rigetto del ricorso di primo grado ora disposti, non può che conseguire l’integrale compensazione delle spese di entrambi i gradi di giudizio.

P.Q.M.
il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Sesta Sezione, accoglie l’appello indicato in epigrafe e, per l’effetto, rigetta il ricorso di primo grado.
Spese compensate del doppio grado.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 20 dicembre 2016 con l’intervento dei magistrati:
Sergio Santoro, Presidente
Giulio Castriota Scanderbeg, Consigliere
Andrea Pannone, Consigliere, Estensore
Vincenzo Lopilato, Consigliere
Daniele Ravenna, Consigliere

L’ESTENSORE
Andrea Pannone

IL PRESIDENTE
Sergio Santoro

IL SEGRETARIO

Sentenza Consiglio di Stato 23 marzo 2017, n. 2023

02023/2017REG.PROV.COLL.

00655/2016 REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Consiglio di Stato

in sede giurisdizionale (Sezione Sesta)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 655 del 2016, proposto dal Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca e dall’Ufficio scolastico regionale per la Toscana, in persona dei rispettivi legali rappresentanti pro tempore, rappresentati e difesi per legge dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso i cui uffici sono domiciliati in Roma, alla via dei Portoghesi, n. 12;

contro

la signora -OMISSIS-, quale genitore titolare di responsabilità sul minore -OMISSIS-, rappresentata e difesa dall’avvocato Marco Tavernese, con domicilio eletto presso il suo studio in Roma, viale Gorizia, n. 52;

per la riforma

della sentenza del TAR Toscana, Sez. III, 30 marzo 2015, n. 1252, resa fra le parti, con la quale è stato accolto il ricorso n. 1282 del 2015, proposto per l’annullamento del provvedimento 21 luglio 2015, n. 91, dell’Istituto-OMISSIS-;

 

Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio della appellata;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell’udienza pubblica del giorno 23 marzo 2017 il Cons. Francesco Gambato Spisani e uditi per le parti l’avvocato dello Stato Federico Basilica e l’avvocato Marco Tavernese;

Designati il Presidente e il Relatore come coestensori della sentenza nella sua integralità;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

 

FATTO e DIRITTO

  • 1. L’appellata esercita la responsabilità genitoriale su un minore diversamente abile, riconosciuto portatore di deficit cognitivo con diagnosi di gravità, come da certificato rilasciato a suo tempo dall’ASL in base all’art. 3, comma 3, della legge n. 104 del 1992, e quindi riconosciuto titolare del relativo status.
  • 2. In base a tale certificazione, ella ha chiesto all’Istituto-OMISSIS-, ove è la scuola per l’infanzia alla quale il proprio figlio è iscritto, che gli fossero attribuite le ore di sostegno per l’anno scolastico 2015-2016.
  • 3. Il dirigente scolastico:

– ha dapprima rappresentato all’Ufficio scolastico regionale – USR per la Toscana che al minore dovevano essere attribuite venticinque ore settimanali di sostegno;

– ha acquisito le determinazioni dell’Ufficio scolastico regionale;

– ha attribuito al minore soltanto tredici ore settimanali di sostegno, con proprio atto di data 21 luglio 2015, n. 91.

  • 4. Col ricorso di primo grado n. 1282 del 2015 (proposto al TAR per la Toscana), l’interessata ha impugnato il provvedimento n. 91 del 21 luglio 2015, chiedendone l’annullamento.
  • 5. Con la sentenza indicata in epigrafe, il TAR:

– ha affermato la sussistenza della giurisdizione amministrativa e il proprio potere di decidere la controversia;

– ha annullato l’atto impugnato;

– ha ordinato alle Amministrazioni statali intimate, ovvero al Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca e all’Ufficio scolastico regionale, di attribuire immediatamente al minore venticinque ore settimanali di sostegno;

– ha nominato due commissari ad acta per il caso di inadempimento;

– ha condannato le Amministrazioni al pagamento delle spese del giudizio.

  • 6. Con l’appello in esame, il MIUR e l’USR per la Toscana hanno impugnato la sentenza del TAR, deducendo che l’interessata si sarebbe invece dovuta rivolgere al giudice civile e che sussisterebbe quindi il difetto di giurisdizione del giudice amministrativo.

Il MIUR e l’USR hanno in particolare sostenuto che:

– col ricorso di primo grado, l’interessata avrebbe in realtà lamentato la sussistenza di una ‘condotta discriminatoria indiretta’;

– sussisterebbe la giurisdizione del giudice civile, ai sensi dell’articolo 3 della legge 1° marzo 2006, n. 67, e dell’articolo 28 del decreto legislativo 1° settembre 2011, n. 150, in considerazione dei principi enunciati dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con la sentenza 25 novembre 2014, n. 25011.

L‘appellata non si è costituita nel corso del secondo grado del giudizio.

  • 7. Così sintetizzate le vicende che hanno condotto al secondo grado del giudizio, il Collegio rileva che questa controversia rientra nell’ambito di un numero considerevole di cause portate all’esame dei giudici amministrativi, che sono sorte perché i genitori hanno chiesto alle Istituzioni scolastiche, o agli Enti locali, che ai propri figli disabili siano riconosciute le ore di sostegno ritenute spettanti dal «Gruppo di lavoro operativo handicap – G.L.O.H.», ovvero le altre prestazioni previste dalla normativa a loro favore, in concreto non ricevute.

All’udienza del 23 marzo 2017, questa Sezione ha trattenuto in decisione molteplici cause aventi per oggetto analoghe domande (proposte in primo grado dai genitori), poiché la loro contestuale fissazione si è resa opportuna, in considerazione dei diversi orientamenti dei Tribunali amministrativi regionali in tema di prestazioni delle Istituzioni scolastiche (ovvero degli enti locali, in tema di assistenza) e della necessità che in materia vi siano prassi amministrative convergenti e univoci orientamenti giurisprudenziali.

  • 8. Le questioni sollevate col ricorso di primo grado e con l’atto d’appello riguardano aspetti processuali e sostanziali, strettamente connessi tra loro, e si devono decidere tenendo conto della normativa succedutasi nel tempo, relativa sia all’attribuzione delle ore di sostegno agli alunni disabili, sia alle altre prestazioni loro dovute dalle pubbliche Amministrazioni.

Si tratta di una normativa alquanto complessa, che non si ritrova in un unico testo ordinato, ma risulta da un insieme di norme contenute in molti testi separati di tipo diverso.

Vi sono anzitutto disposizioni di rango legislativo, sulle quali hanno inciso fondamentali sentenze della Corte Costituzionale.

Vi sono poi disposizioni regolamentari, nonché atti amministrativi aventi natura di atti generali; accanto ad essi, vi sono ancora circolari e atti di Autorità centrali o periferiche che non hanno uno specifico nomen iuris.

I relativi contenuti – attuati comunque in concreto dalla ‘prassi’ – riguardano sia l’organizzazione della amministrazione scolastica, sia i rapporti tra questa, gli studenti disabili ed i loro genitori.

  • 9. Per ricostruire la normativa in questione, occorre partire dalla legge 5 febbraio 1992, n. 104, con la quale il legislatore – per tenere conto delle esigenze degli alunni disabili – ha imperniato il sistema scolastico anzitutto sulla figura dell’insegnante di sostegno.

Ben diversa era la normativa precedente.

  • 9.1. Prima dell’entrata in vigore della Costituzione, l’ordinamento scolastico si basava su un principio di separazione degli alunni disabili dagli altri, attuato con l’istituzione delle «scuole speciali» e delle «classi differenziali» (così il regio decreto 5 febbraio 1928, n. 577).

Tale sistema è stato mantenuto dopo l’entrata in vigore della Costituzione ed è stato recepito con la legge 31 dicembre 1962, n. 1859, e con il d.P.R. 22 dicembre 1967, n. 1518, il cui art. 30, al primo ed al terzo comma, aveva previsto che «i soggetti che presentano anomalie o anormalità somato-psichiche che non consentono la regolare frequenza nelle scuole comuni e che abbisognano di particolare trattamento e assistenza medico-didattica sono indirizzati alle scuole speciali» e che «i soggetti ipodotati intellettuali non gravi, disadattati ambientali, o soggetti con anomalie del comportamento, per i quali possa prevedersi il reinserimento nella scuola comune, sono indirizzati alle classi differenziali».

  • 9.2. La ‘logica’ della separazione – con il relativo sistema delle scuole speciali e delle classi differenziali – è stata parzialmente superata con il decreto legge 30 gennaio 1971, n. 5, convertito nella legge 30 marzo 1971, n. 118, il cui art. 28 (recante «provvedimenti per la frequenza scolastica») disponeva:

«Ai mutilati e invalidi civili che non siano autosufficienti e che frequentino la scuola dell’obbligo o i corsi di addestramento professionale finanziati dallo Stato vengono assicurati:

  1. a) il trasporto gratuito dalla propria abitazione alla sede della scuola o del corso e viceversa, a carico dei patronati scolastici o dei consorzi dei patronati scolastici o degli enti gestori dei corsi;
  2. b) l’accesso alla scuola mediante adatti accorgimenti per il superamento e la eliminazione delle barriere architettoniche che ne impediscono la frequenza;
  3. c) l’assistenza durante gli orari scolastici degli invalidi più gravi».

«L’istruzione dell’obbligo deve avvenire nelle classi normali della scuola pubblica, salvi i casi in cui i soggetti siano affetti da gravi deficienze intellettive o da menomazioni fisiche di tale gravità da impedire o rendere molto difficoltoso l’apprendimento o l’inserimento nelle predette classi normali».

«Sarà facilitata, inoltre, la frequenza degli invalidi e mutilati civili alle scuole medie superiori ed universitarie».

«Le stesse disposizioni valgono per le istituzioni prescolastiche e per i doposcuola».

Non si è trattato di un superamento completo, perché era comunque possibile conservare le classi differenziali nei casi di inserimento «difficoltoso», rimessi di fatto alla volontà delle famiglie o della Amministrazione.

  • 9.3. Incidendo su quanto disposto dal secondo comma del medesimo art. 28, per la scuola dell’obbligo il principio dell’integrazione è stato espressamente formulato dai primi quattro commi dell’art. 7 della l. 4 agosto 1977, n. 517, per i quali:

– «Al fine di agevolare l’attuazione del diritto allo studio e la piena formazione della personalità degli alunni, la programmazione educativa può comprendere attività scolastiche di integrazione anche a carattere interdisciplinare, organizzate per gruppi di alunni della stessa classe o di classi diverse, ed iniziative di sostegno, anche allo scopo di realizzare interventi individualizzati in relazione alle esigenze dei singoli alunni»;

– «Nell’ambito della programmazione di cui al precedente comma sono previste forme di integrazione e di sostegno a favore degli alunni portatori di handicaps da realizzare mediante l’utilizzazione dei docenti, di ruolo o incaricati a tempo indeterminato, in servizio nella scuola media e in possesso di particolari titoli di specializzazione, che ne facciano richiesta, entro il limite di una unità per ciascuna classe che accolga alunni portatori di handicaps e nel numero massimo di sei ore settimanali»;

«Le classi che accolgono alunni portatori di handicaps sono costituite con un massimo di 20 alunni»;

– «In tali classi devono essere assicurati la necessaria integrazione specialistica, il servizio socio-psico-pedagogico e forme particolari di sostegno secondo le rispettive competenze dello Stato e degli enti locali preposti, nei limiti delle relative disponibilità di bilancio e sulla base del programma predisposto dal consiglio scolastico distrettuale».

  • 9.4. Per quanto riguarda invece le scuole medie superiori e quelle universitarie, ha avuto un decisivo rilievo la sentenza n. 215 del 1987 della Corte Costituzionale, la quale ha inciso sul testo del sopra riportato terzo comma dell’art. 28 della legge n. 118 del 1971 ed ha disposto la sostituzione delle parole «Sarà facilitata» con le parole «E’ assicurata», rendendo così obbligatorie in tutti i gradi dell’istruzione le misure che in precedenza riguardavano soltanto la scuola dell’obbligo.

Nel § 5 della motivazione di tale sentenza, la Corte Costituzionale ha rilevato che:

– «per valutare la condizione giuridica dei portatori di handicaps in riferimento all’istituzione scolastica occorre innanzitutto considerare, da un lato, che è ormai superata in sede scientifica la concezione di una loro radicale irrecuperabilità, dall’altro che l’inserimento e l’integrazione nella scuola ha fondamentale importanza al fine di favorire il recupero di tali soggetti. La partecipazione al processo educativo con insegnanti e compagni normodotati costituisce, infatti, un rilevante fattore di socializzazione e può contribuire in modo decisivo a stimolare le potenzialità dello svantaggio, al dispiegarsi cioè di quelle sollecitazioni psicologiche atte a migliorare i processi di apprendimento, di comunicazione e di relazione attraverso la progressiva riduzione dei condizionamenti indotti dalla minorazione»;

– «insieme alle pratiche di cura e riabilitazione ed al proficuo inserimento nella famiglia, la frequenza scolastica è dunque un essenziale fattore di recupero del portatore di handicaps e di superamento della sua emarginazione, in un complesso intreccio in cui ciascuno di tali elementi interagisce sull’altro e, se ha evoluzione positiva, può operare in funzione sinergica ai fini del complessivo sviluppo della personalità»;

– «da siffatto ordine concettuale ha indubbiamente preso le mosse il legislatore ordinario allorquando …. ha da un lato previsto l’inserimento … nella normale scuola dell’obbligo – onde evitare i possibili effetti di segregazione ed isolamento ed i connessi rischi di regressione – dall’altro ha concepito le forme di integrazione, sostegno ed assistenza ivi previste come strumenti preordinati ad agevolare non solo l’attuazione del diritto allo studio ma anche la piena formazione della personalità degli alunni handicappati»;

– «ora, è innegabile che le esigenze di apprendimento e socializzazione che rendono proficua a questo fine la frequenza scolastica non vengono meno col compimento della scuola dell’obbligo: anzi, proprio perché si tratta di complessi e delicati processi nei quali il portatore di handicaps incontra particolari difficoltà, è evidente che una loro artificiosa interruzione, facendo mancare uno dei fattori favorenti lo sviluppo della personalità, può comportare rischi di arresto di questo, quando non di regressione»;

– «altrettanto innegabile è, d’altra parte, che l’apprendimento e l’integrazione nella scuola sono, a loro volta, funzionali ad un più pieno inserimento dell’handicappato nella società e nel mondo del lavoro: e che lo stesso svolgimento di attività professionali più qualificate di quelle attingibili col mero titolo della scuola dell’obbligo – e quindi il compimento degli studi inferiori – può favorire un più ricco sviluppo delle potenzialità del giovane svantaggiato e quindi avvicinarlo alla meta della piena integrazione sociale».

  • 10. La sentenza della Corte Costituzionale n. 215 del 1987, pur riguardando solo la frequenza «alle scuole medie superiori ed universitarie», ha affermato principi di carattere generale, che hanno indotto il legislatore ordinario ad approvare la legge 5 febbraio 1992, n. 104 («Legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate»), la quale – tra l’altro – ha disciplinato il diritto all’istruzione dei disabili e la loro integrazione scolastica.

Con la legge n. 104 del 1992 lo Stato italiano, quindi, prima ancora di aderire alla Convenzione di New York del 13 dicembre 2006 sui diritti delle persone disabili – entrata in vigore il 3 maggio 2008 e resa esecutiva con la legge 3 marzo 2009, n. 18 – ha così perseguito «un evidente interesse nazionale, stringente ed infrazionabile, quale è quello di garantire in tutto il territorio nazionale un livello uniforme di realizzazione di diritti costituzionali fondamentali dei soggetti portatori di handicap» (v. la sentenza della Corte Costituzionale n. 406 del 1992).

  • 11. Ciò posto, la Sezione rileva che, in materia di determinazione delle ore di sostegno spettanti agli alunni disabili, la normativa scolastica è non soltanto disorganica e complessa di per sé, ma si caratterizza anche per una singolare commistione di procedimenti aventi natura eterogenea.

In materia, infatti, rilevano da un lato i procedimenti disciplinati dalla legge n. 104 del 1992 e dalle altre leggi con essa coerenti, che tengono conto delle esigenze dei singoli alunni disabili.

Dall’altro lato, vi sono però i distinti procedimenti volti alla determinazione dei contingenti del personale di sostegno, da assegnare ai singoli Istituti scolastici: tali procedimenti sono di solito disciplinati dalle leggi sul contenimento della spesa pubblica.

Infatti, come si spiegherà in dettaglio nei successivi paragrafi da 12 a 23, le leggi, per l’attribuzione delle ore di sostegno agli alunni disabili, delineano distinte fasi procedimentali:

  1. a) in una prima fase, si considerano le esigenze del singolo alunno disabile, con la formulazione di una «proposta» da parte di un organo collegiale (il «Gruppo di lavoro operativo handicap – G.L.O.H. ») e con la determinazione delle ore di sostegno da assegnargli;
  2. b) successivamente, il dirigente scolastico raccoglie le «proposte», concernenti tutti gli alunni disabili, e le trasmette agli Uffici scolastici, con la relativa documentazione;
  3. c) gli Uffici scolastici assegnano ai singoli istituti gli insegnanti di sostegno sulla base dei relativi organici e tengono conto delle «proposte», fornendo ulteriori risorse sulla base del loro concreto contenuto;
  4. c) infine, sulla base delle complessive risorse fornite dagli Uffici scolastici, il dirigente scolastico attribuisce le ore di sostegno ai singoli alunni disabili.

Poiché tali risorse fornite non sempre coincidono con le richieste dei dirigenti scolastici (basate sulle «proposte» del G.L.O.H.), in sostanza l’oggetto del presente giudizio riguarda la questione se gli Uffici scolastici – per ragioni di contenimento della spesa – possano ‘ridurre’ le ore oggetto della richiesta del dirigente scolastico e di conseguenza se, nel caso in cui tale riduzione sia avvenuta, i genitori o i legali rappresentanti del singolo alunno possano ottenere dal giudice amministrativo una pronuncia che accerti ugualmente la spettanza delle ore di sostegno, quantificate nella misura proposta dal G.L.O.H.

La Sezione intende delineare i tratti essenziali delle fasi procedimentali sopra elencate e nel far ciò deve pertanto verificare quali siano i punti di contatto tra la normativa – esposta nei paragrafi da 12 a 20 – che determina le ore di sostegno tenendo conto delle posizioni soggettive individuali, e la normativa – esposta nei paragrafi da 21 a 23 – che determina la dotazione degli insegnanti di sostegno tenendo conto delle esigenze della finanza pubblica.

  • 12. Le fasi procedimentali di rilevazione delle esigenze dei singoli alunni disabili sono disciplinate innanzitutto dalle disposizioni di principio contenute negli articoli 12 e 13 della legge n. 104 del 1992, da leggere in connessione a quanto previsto dagli articoli precedenti e, in particolare, dall’articolo 3 che dà rilievo alle «situazioni riconosciute di gravità».

L’art. 12 (recante la rubrica «Diritto all’educazione e all’istruzione»):

– ai primi tre commi, ha attribuito alla persona disabile il diritto soggettivo all’inserimento «negli asili nido» e quello all’educazione e all’istruzione «nelle sezioni di scuola materna, nelle classi comuni delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado e nelle istituzioni universitarie» (diritto fruibile attraverso «misure di integrazione e sostegno idonee a garantire ai portatori di handicap la frequenza degli istituti d’istruzione»);

– al quarto comma ha disposto che «l’esercizio del diritto all’educazione non può essere impedito da difficoltà di apprendimento né da altre difficoltà derivanti dalle disabilità connesse all’handicap»;

– al comma quinto, ha articolato il procedimento necessario per determinare le modalità di attuazione di tale diritto all’educazione e all’istruzione, e ha disposto che – dopo l’«individuazione dell’alunno come persona handicappata» – devono esserci l’«acquisizione della documentazione risultante dalla diagnosi funzionale» e l’elaborazione del «profilo dinamico-funzionale ai fini della formulazione di un piano educativo individualizzato».

L’art. 12, comma 5, ha dunque distinto quattro fasi strettamente connesse tra loro, che ancora caratterizzano la normativa vigente.

Esse riguardano:

  1. a) l’«individuazione dell’alunno come persona handicappata»;
  2. b) l’«acquisizione della documentazione risultante dalla diagnosi funzionale – D.F. »;
  3. c) l’elaborazione del «profilo dinamico-funzionale – P.D.F. »;
  4. d) la «formulazione di un piano educativo individualizzato – P.E.I».
  • 13. Per quanto riguarda l’«individuazione dell’alunno come persona handicappata», rilevano gli articoli 3 e 4 della legge n. 104 del 1992, nonché l’art. 35, ultima parte del comma 7, della legge 27 dicembre 2002, n. 289.

Gli articoli 3 e 4 della legge n. 104 del 1992 riguardano in generale il procedimento di accertamento del deficit per ciascuna persona che ne abbia titolo, mentre l’art. 25, comma 7, della legge n. 289 del 2002 (ferme restando le regole sostanziali di cui ai citati articoli 3 e 4) riguarda in particolare il procedimento per l’accertamento del deficit, attivato quando si tratti di un alunno.

  • 13.1. L’art. 3 della legge n. 104 del 1992 (recante la rubrica «Soggetti aventi diritto») si è riferito al comma 1 alla persona con deficit in quanto tale e al comma 3 alla persona che abbia un deficit grave:

– per il comma 1, «è persona handicappata colui che presenta una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa e tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione»;

– per il comma 3, «qualora la minorazione, singola o plurima, abbia ridotto l’autonomia personale, correlata all’età, in modo da rendere necessario un intervento assistenziale permanente, continuativo e globale nella sfera individuale o in quella di relazione, la situazione assume connotazione di gravità. Le situazioni riconosciute di gravità determinano priorità nei programmi e negli interventi dei servizi pubblici».

L’art. 4 della legge n. 104 del 1992, sull’«accertamento dell’handicap», ha attribuito la relativa competenza alle ASL, per mezzo delle commissioni mediche.

Le relative certificazioni delle ASL sono conseguente redatte, a seconda se – sulla base dei relativi accertamenti – sia riconosciuta una situazione di deficit ‘lieve’ o ‘media’ ai sensi del comma 1, ovvero una situazione ‘grave’ o ‘gravissima’ ai sensi del comma 3 dell’art. 3.

  • 13.2. Per quanto riguarda specificamente l’«individuazione dell’alunno come persona handicappata», è poi entrato in vigore l’art. 35, ultima parte del comma 7, della legge 27 dicembre 2002, n. 289, attuato col regolamento di cui al D.P.C.M. 23 febbraio 2006, n. 185, recante «modalità e criteri per l’individuazione dell’alunno come soggetto in situazione di handicap».

In materia, devono essere rispettate le esigenze di organizzazione e di programmazione delle attività degli Istituti scolastici, unitamente all’esigenza di consentire da subito alla persona il particolare percorso scolastico previsto dalla legge.

Di conseguenza, il legislatore ha previsto specifiche regole – anche acceleratorie – quando si tratti di accertare la situazione di deficit di alunni e occorra prendere le misure conseguenti.

I relativi accertamenti collegiali sono disciplinati dall’art. 2 del citato D.P.C.M. n. 185 del 2006 e devono essere disposti «nel rispetto di quanto previsto dagli articoli 12 e 13 della legge 5 febbraio 1992, n. 104».

  • 14. Dopo che vi è stata «l’individuazione dell’alunno come persona handicappata» (anche se sulla base del procedimento previsto dall’art. 35, comma 7, della legge n. 289 del 2002), rilevano le altre tre fasi procedimentali, già delineate dall’art. 12, comma 5, della legge n. 104 del 1992.

Si tratta delle fasi caratterizzate:

  1. a) dalla «diagnosi funzionale – D.F. »;
  2. b) dal «profilo dinamico funzionale – P.D.F».;
  3. c) dal «piano educativo individualizzato – P.E.I. ».
  • 14.1. Disposizioni ‘di raccordo’ tra la precedente fase del riconoscimento dello status di disabile e queste fasi successive sono contenute sia nell’«Atto di indirizzo e di coordinamento relativo ai compiti delle unità sanitarie locali in materia di alunni portatori di handicap», di cui al d.P.R. 24 febbraio 1994, sia nell’art. 2, comma 3, del D.P.C.M. n. 185 del 2006.

In particolare:

– l’«Atto di indirizzo e di coordinamento» ha specificato il contenuto della «diagnosi funzionale – D.F. », del «profilo dinamico funzionale – P.D.F.» e del «piano educativo individualizzato – P.E.I. »;

– l’art. 2, comma 3, del D.P.C.M. n. 185 del 2006 ha disposto che gli accertamenti disposti per «l’individuazione dell’alunno come persona handicappata» «sono propedeutici alla redazione della diagnosi funzionale dell’alunno, cui provvede l’unità multidisciplinare, prevista dall’articolo 3, comma 2 del d.P.R. 24 febbraio 1994», evidentemente perché in base a tali accertamenti le Autorità scolastiche devono elaborare da subito i successivi atti del procedimento.

  • 14.2. La «diagnosi funzionale», il «profilo dinamico-funzionale» e il «piano educativo individualizzato»:

– come sopra rilevato, trovano la loro disciplina sostanziale nell’«Atto di indirizzo e di coordinamento» di cui al d.P.R. 24 febbraio 1994 e nel regolamento di cui al D.P.C.M. n. 185 del 2006;

– riguardano tre momenti concettualmente ben distinti (anche se – in base all’art. 2, comma 2, dell’intesa Stato-Regioni di cui all’atto 20 marzo 2008 della Conferenza unificata – la «diagnosi funzionale» include ora anche il «profilo dinamico funzionale»).

  • 15. Il d.P.R. 24 febbraio 1994 disciplina in dettaglio la «diagnosi funzionale – D.F. », il «profilo dinamico funzionale – P.D.F. » (da formalizzare con la redazione di una «scheda riepilogativa», «in collaborazione con il personale insegnante e i familiari o gli esercenti la potestà parentale») e il «piano educativo individualizzato – P.E.I. ».
  • 15.1. Per ottenere la «diagnosi funzionale – D.F.» della disabilità, occorre una «richiesta documentata dei genitori o degli esercenti la potestà parentale o la tutela dell’alunno medesimo» (v. ora l’art. 2 del D.P.C.M. n. 185 del 2006) ovvero la segnalazione del capo d’istituto, cioè del dirigente scolastico, quando risulti una situazione di tale gravità da richiedere l’intervento dei servizi sociali (ai sensi dell’art. 3 del d.P.R. 24 febbraio 1994).
  • 15.2. Ai sensi dell’art. 2 di tale d.P.R. del 1994, la «diagnosi funzionale – D.F. »:

– consiste nella «descrizione analitica della compromissione funzionale dello stato psicofisico dell’alunno in situazione di handicap, al momento in cui accede alla struttura sanitaria» ed è compendiata in una scheda riepilogativa;

– è redatta dalla «unità multidisciplinare» ivi descritta (che, per l’art. 19 della legge 15 luglio 2011, n. 111, è una delle commissioni mediche previste dall’art. 4 della legge n. 104 del 1992, integrata però con la presenza di un rappresentante dell’INPS);

– quanto ai tempi, va predisposta «in tempi utili rispetto all’inizio dell’anno scolastico e comunque non oltre trenta giorni dalla ricezione della richiesta» (i tempi sono quelli previsti per il «profilo dinamico funzionale», se la diagnosi funzionale include anche tale profilo).

  • 16. Ai sensi dell’art. 4 del d.P.R. 24 febbraio 1994, il «profilo dinamico funzionale – P.D.F. »:

– è redatto dalla già citata equipe multidisciplinare;

– fa seguito – come atto distinto o logicamente successivo – alla «diagnosi funzionale – D.F. », di cui precisa i contenuti;

– consiste nell’indicazione del «prevedibile livello di sviluppo che l’alunno in situazione di handicap dimostra di possedere nei tempi brevi (sei mesi) e nei tempi medi (due anni) »;

– «sulla base dei dati riportati nella diagnosi funzionale…, descrive in modo analitico i possibili livelli di risposta dell’alunno in situazione di handicap riferiti alle relazioni in atto e a quelle programmabili»;

– rappresenta il presupposto necessario per accedere alle misure di sostegno.

Quanto ai tempi, per art. 3, comma 1, del D.P.C.M. n. 185 del 2006 tale profilo va definito «entro il 30 luglio per gli effetti previsti dalla legge 20 agosto 2001, n. 333», affinché vi sia la tempestiva assunzione del personale necessario ai fini dell’ordinato avvio dell’anno scolastico, problematica sulla quale si tornerà.

  • 17. Ai sensi dell’art. 5 del d.P.R. 24 febbraio 1994, il «piano educativo individualizzato – P.E.I. »:

– «è il documento nel quale vengono descritti gli interventi integrati ed equilibrati tra di loro, predisposti per l’alunno in situazione di handicap, in un determinato periodo di tempo, ai fini della realizzazione del diritto all’educazione e all’istruzione»;

– sulla base della «diagnosi funzionale – D.F. » e del «profilo dinamico funzionale – P.D.F.», è redatto «congiuntamente dagli operatori sanitari individuati dalla USL e/o USSL e dal personale insegnante curriculare e di sostegno della scuola e, ove presente, con la partecipazione dell’insegnante operatore psico-pedagogico, in collaborazione con i genitori o gli esercenti la potestà parentale dell’alunno», soggetti i quali, riuniti, formano il «Gruppo di lavoro operativo handicap – G.L.O.H. »;

– quanto ai tempi, per l’art. 3, comma 1, del D.P.C.M. n. 185 del 2006, va redatto entro il 30 luglio di ogni anno, in conformità con quanto previsto per il profilo dinamico funzionale (risulta però che gli accordi di programma, conclusi ai sensi dell’art. 13, comma 1, della legge n. 104 del 1992, consentano la redazione del P.E.I. anche successivamente, entro il 30 novembre).

Specifiche disposizioni riguardano i casi in cui il P.E.I. è redatto nei confronti di un alunno che transita dalla scuola primaria a quella secondaria, ovvero quando vi sia il transito da una scuola ad un’altra.

  • 18. Il G.L.O.H. va distinto dagli altri «organismi» (così qualificati dal D.P.R. 28 marzo 2007, n. 75) che si pronunciano sulle disabilità.

Mentre il G.L.O.H. è competente per la redazione del P.E.I. per il singolo alunno (ai sensi dell’art. 12, comma 5, della legge n. 104 del 1992 e dell’art. 5 del D.P.R. 24 febbraio 1994), il «Gruppo di lavoro handicap di istituto – G.L.H.I. » (definito talvolta nella prassi come ‘Gruppo di lavoro e studio di istituto’) è previsto dall’art. 15, comma 2, della medesima legge n. 104 del 1992, che prevede i suoi compiti di coordinamento e di proposta: il G.L.H.I. non prende provvedimenti sul singolo alunno, ma deve creare rapporti con il territorio e proporre interventi di aggiornamento, nonché materiali e sussidi didattici.

Al livello ‘ancora superiore’, con corrispondenti funzioni di indirizzo e coordinamento, l’art. 15, comma 1, della legge n. 104 del 1992 ha istituito a livello provinciale il «Gruppo di lavoro handicap – G.L.H. » (denominato anche ‘Gruppo di lavoro interistituzionale provinciale’ – G.L.I.P.), istituito appunto a livello provinciale.

Tali organi hanno competenze non limitate alla materia degli alunni con disabilità: ad es., la circolare ministeriale 6 marzo 2013, n. 8, ha esteso le competenze del G.L.H.I. anche alle attività da svolgere in favore degli alunni con «bisogni educativi speciali – B.E.S. ».

  • 19. Per quanto riguarda le prestazioni che le Istituzioni scolastiche sono tenute a svolgere nei confronti degli alunni disabili, la legislazione vigente attribuisce al «Gruppo di lavoro operativo handicap – G.L.O.H. » il potere di ‘proporre’ le relative determinazioni.
  • 19.1. Infatti, ai sensi dell’articolo 10, comma 5, del decreto legge n. 78 del 2010, convertito nella legge 30 luglio 2010, n. 122, «in sede di formulazione del piano educativo individualizzato», il gruppo elabora «proposte relative all’individuazione delle risorse necessarie, ivi compresa l’indicazione del numero delle ore di sostegno, che devono essere esclusivamente finalizzate all’educazione e all’istruzione, restando a carico degli altri soggetti istituzionali la fornitura delle altre risorse professionali e materiali necessarie per l’integrazione e l’assistenza dell’alunno disabile richieste dal piano educativo individualizzato».

Va però sottolineato che talvolta l’indicazione del numero delle ore di sostegno è già contenuta nel «profilo dinamico funzionale – P.D.F. », ciò che non è precluso dalla normativa e che può indurre il G.L.O.H. a prendere atto della precedente determinazione e a indicare nel P.E.I. il ‘come’ le ore saranno utilizzate, per realizzare il ‘progetto di vita’ per il singolo alunno all’interno dell’ambiente scolastico.

  • 19.2. In base all’esame della documentazione acquisita e alle valutazioni delle commissioni mediche, ciascun alunno disabile risulta inserito in una delle quattro possibili fasce di gravità (gravissima, grave, media e lieve).

Il G.L.O.H. propone il numero delle ore di sostegno necessarie, tenendo conto di tale fascia di gravità, e nella prassi propone che l’insegnante di sostegno copra:

– per la disabilità gravissima o grave, la totalità dell’orario scolastico di un insegnante di sostegno;

– per la disabilità media, circa la metà dell’orario scolastico di un insegnante di sostegno;

– per la disabilità lieve, poco meno della metà dell’orario scolastico di un insegnante di sostegno.

Tali orari si devono quantificare tenendo conto della scuola frequentata, e quindi corrispondono a 25 ore settimanali se si tratti della scuola dell’infanzia, a 22 ore settimanali se si tratti della scuola primaria e a 18 ore settimanali se si tratti della scuola secondaria, sia essa di primo o di secondo grado.

  • 19.3. Quando si formula la proposta, e quando si attribuiscono le altre misure spettanti ai disabili, ovviamente si deve tenere conto anche dei casi in cui occorra una particolare vigilanza, per il rischio di atti autolesionistici o lesivi per i terzi, potenziale fonte di responsabilità per il personale dell’Amministrazione.
  • 20. Terminata la fase di redazione dei P.E.I. e dunque dopo aver acquisito le «proposte» formulate dal G.L.O.H. con la relativa quantificazione delle ore per i singoli alunni disabili, il dirigente scolastico deve ‘sommare’ le ore riferibili a ciascuno di essi e deve chiedere all’Ufficio scolastico provinciale, che a sua volta comunica le richieste all’Ufficio Regionale, l’assegnazione del correlato numero di ore di sostegno.

Il dirigente scolastico deve cioè chiedere, per l’Istituto di cui è responsabile, l’assegnazione degli insegnanti di sostegno in numero corrispondente a quanto necessario per la copertura delle ore da attribuire.

  • 20.1. Ricevuta la “risposta” degli Uffici scolastici, ovvero dopo che gli è stato comunicato quanti insegnanti di sostegno tali Uffici hanno assegnato all’Istituto, il dirigente scolastico può disporre delle ore di insegnamento dei singoli insegnanti di sostegno indicati dall’Ufficio scolastico, ovvero può disporre di 25 ore per insegnante se si tratta di scuola dell’infanzia, di 22 ore per insegnante se si tratta di scuola primaria e di 18 ore per insegnante se si tratta di scuola secondaria.

A questo punto, il dirigente attribuisce con propri atti formali – quelli che talvolta le famiglie impugnano davanti al TAR – le ore ai singoli alunni disabili.

  • 20.2. Il procedimento delineato può in concreto subire modificazioni, per i casi in cui sopraggiungano in corso d’anno domande di iscrizione di ulteriori alunni disabili, trasferiti da altri Istituti scolastici o provenienti da altri Stati.

In tal caso, il dirigente scolastico deve segnalare la circostanza agli Uffici scolastici e chiedere che siano emessi gli atti conseguenti per integrare l’organico di sostegno con le risorse necessarie.

Nel caso in cui l’integrazione manchi, tuttavia, il dirigente scolastico deve comunque far fronte alla nuova esigenza, redistribuendo le ore di sostegno disponibili.

  • 21. Tenuto conto di tale articolazione del procedimento, occorre a questo punto distinguere i poteri degli Uffici scolastici da quelli del G.L.O.H. e da quelli del dirigente scolastico.

E’ in quest’ambito che si ritrova la singolare commistione tra procedimenti aventi finalità eterogenee e disciplinati da disposizioni normative non coordinate tra loro.

Da un lato, come sopra segnalato, vi sono i procedimenti relativi alla determinazione dei bisogni del singoli alunni, precisati con le «proposte» ad personam del G.L.O.H. e comunicati dal dirigente scolastico.

Dall’altro lato, v’è il procedimento, di competenza degli Uffici scolastici, volto a determinare il contingente del personale di sostegno da assegnare ai singoli Istituti scolastici per soddisfare le esigenze evidenziate con le medesime «proposte» e rappresentate dal dirigente scolastico.

In altri termini, mentre fino alla fase di redazione dei P.E.I. si tiene conto delle esigenze dei singoli alunni, è poi prevista una ‘fase intermedia’ in cui gli Uffici scolastici individuano il contingente degli insegnanti di sostegno, non in base ai dati oggettivi acquisiti, bensì sulla base dei criteri statistici previsti dalla legge.

Vi è quindi la concreta possibilità – ed è soprattutto in questo caso che gli interessati propongono ricorso giurisdizionale – che il numero degli insegnanti di sostegno resi disponibili nei fatti risulti inferiore a quello che sarebbe necessario per attribuire ai singoli alunni tutte le ore determinate dalle «proposte» del gruppo G.L.O.H.

Vanno infatti qui approfondite le essenziali regole sullo status e sul reclutamento degli insegnanti di sostegno.

  • 22. Le regole essenziali sullo status degli insegnanti di sostegno sono contenute nel già richiamato art. 13 della legge n. 104 del 1992 (sulla «integrazione scolastica»), che al comma 3 ha disciplinato – per tutte le «scuole di ogni ordine e grado» – la relativa figura professionale, col richiamo alle «attività di sostegno mediante l’assegnazione di docenti specializzati».
  • 22.1. Come sopra rilevato, al termine del relativo procedimento complesso, il dirigente scolastico attribuisce ai singoli alunni disabili le ore di sostegno, dopo la formulazione del «piano educativo individualizzato» e dopo la fase nella quale gli Uffici scolastici hanno assegnato agli Istituti le relative risorse.

Le «Linee guida per l’integrazione scolastica degli alunni con disabilità», redatte dal Ministero dell’istruzione in data 4 agosto 2009, hanno individuato lo scopo della figura: l’insegnante di sostegno deve favorire la socializzazione della persona e consentirle di «avere un futuro» nella società, poiché l’Istituzione scolastica – avvalendosi di tali docenti – deve elaborare un «progetto di vita» per ogni singolo alunno disabile.

  • 22.2. La normativa vigente non prevede invece l’assegnazione ad personam dell’insegnante di sostegno, ovvero non prevede che a ciascun alunno disabile venga assegnato un ‘proprio’ insegnante di sostegno, per le ore oggetto della proposta del G.L.O.H.

Infatti, l’articolo 127 del testo unico approvato col decreto legislativo n. 297 del 1994 dispone che gli insegnanti di sostegno «fanno parte integrante dell’organico di circolo ed in esso assumono la titolarità», sicché conseguono la «contitolarità delle classi in cui operano».

  • 22.3. I compiti e lo status degli insegnanti di sostegno sono stati disciplinati dai primi tre commi dell’art. 127 del d. lgs. 16 aprile 1994, n. 127, per i quali:

– «Al fine di realizzare interventi atti a superare particolari situazioni di difficoltà di apprendimento determinate da handicap, si utilizzano docenti di sostegno il cui organico è determinato a norma dell’art. 443 del presente testo unico, ed i cui compiti devono essere coordinati, nel quadro della programmazione dell’azione educativa, con l’attività didattica generale» (comma 1);

– «I docenti di sostegno fanno parte integrante dell’organico di circolo ed in esso assumono la titolarità. Essi, dopo cinque anni di appartenenza al ruolo dei docenti di sostegno, possono chiedere il trasferimento al ruolo comune, nel limite dei posti disponibili e vacanti delle dotazioni organiche derivanti dall’applicazione dei commi 5, 7 e 8 dell’art. 133 del presente testo unico» (comma 2);

– «I docenti di sostegno assumono la contitolarità delle classi in cui operano; collaborano con i docenti del modulo organizzativo di cui all’art. 121, con i genitori e, con gli specialisti delle strutture territoriali, per programmare ed attuare progetti educativi personalizzati; partecipano alla programmazione educativa e didattica e alla elaborazione e verifica delle attività di competenza dei consigli di interclasse e dei collegi dei docenti» (comma 3)

  • 22.4. In concreto, ogni insegnante di sostegno svolge la propria attività per il numero di ore riferibile al suo status e, dunque, per le già ricordate 25, 22 o 18 ore, a seconda se egli svolga la propria attività presso la scuola dell’infanzia, quella primaria o quella secondaria.

Come già segnalato, l’insegnante di sostegno non è ‘assegnato’ ad un particolare alunno: egli è invece presente in classe unitamente all’insegnante titolare della materia, segue in via diretta l’alunno disabile che vi è presente e in generale è chiamato ad adempiere alle «ineliminabili (anche sul piano costituzionale) forme di integrazione e di sostegno» a suo favore (v. in tal senso la sentenza della Corte Costituzionale n. 52 del 2000).

  • 22.5. Ben diversa – rispetto all’insegnante di sostegno – è la figura dell’«assistente» -prevista per il settore scolastico dal medesimo art. 13, comma 3, della legge n. 104 del 1992, che sul punto ha richiamato le disposizioni già contenute nel d.P.R. 24 luglio 1977, n. 616 – il quale è nella prassi denominato anche ‘comunicatore’ o ‘facilitatore’ ed è posto a disposizione dell’Istituzione scolastica dagli enti locali, «per l’autonomia e la comunicazione personale degli alunni con handicap fisici o sensoriali».

Tale figura, a sua volta, è diversa anche da quella di coloro che svolgono il «servizio di aiuto personale» (che non rileva nel presente giudizio, perché non riguarda il settore scolastico), il quale «può essere istituto dai Comuni o dalle Unità sanitarie locali nei limiti delle proprie ordinarie risorse di bilancio», dunque del tutto facoltativamente.

Va rilevato un notevole contenzioso tra gli enti locali, per quanto riguarda lo svolgimento della attività disciplinata dall’art. 13, comma 3, della legge n. 104 del 1992 e dal d.P.R. n. 616 del 1977.

Infatti, con riferimento alle attività di assistenza da svolgere per gli alunni della scuola secondaria superiore, talvolta le Province hanno contestato che vi sia la propria competenza al riguardo, deducendo che le medesime attività debbano essere svolte dai Comuni.

Al riguardo, la Sezione ritiene decisivo il contenuto dell’art. 139 del decreto legislativo n. 112 del 1998, che ha attribuito alle Province, per l’istruzione secondaria superiore, e ai Comuni, per gli altri gradi della scuola, i compiti e le funzioni concernenti «c) i servizi di supporto organizzativo del servizio di istruzione per gli alunni con handicap o in situazione di svantaggio».

L’art. 139 va al riguardo considerato quale legge speciale rilevante in materia scolastica, sicché risultano irrilevanti le altre disposizioni, ispirate ad altre finalità, che sono contenute nel testo unico sugli enti locali, approvato con il decreto legislativo n. 267 del 2000, e nella legge n. 328 del 2000.

Non rileva in questa sede una problematica ulteriore, ovvero la necessità che le posizioni di «assistente», formalmente corrispondenti ad una qualifica unitaria, siano ricoperte, di volta in volta, da soggetti in possesso della professionalità necessaria per interagire con la persona supplendo alla sua specifica disabilità.

La Sezione si limita a rilevare che, qualora sulla base di una previsione normativa o di una prassi la posizione di assistente fosse ricoperta da personale non qualificato, vi sarebbe un diretto vulnus ai valori costituzionali, poiché le prestazioni da rendere a favore degli alunni disabili sarebbero meramente apparenti (ad es., per un alunno privo dell’udito occorre un assistente che comprenda il linguaggio dei segni, mentre occorrono altre competenze nel caso in cui vi siano altre disabilità).

  • 23. Nel corso del tempo, sono entrate in vigore successive disposizioni di legge sui poteri degli Uffici scolastici in tema di assunzione degli insegnanti di sostegno, disposizioni che non solo ne determinano il numero complessivo, ma incidono anche in concreto – e direttamente – sulle singole posizioni degli alunni disabili.
  • 23.1. Va premesso, analogamente a quanto si è detto in tema di assistente, che non rileva in questa sede un’altra problematica a sé stante, ovvero verificare se le ore di sostegno siano coperte da insegnanti che siano effettivamente in possesso della relativa specializzazione, richiesta dall’art. 319, comma 4, del decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297

Anche in questo caso, il Collegio si limita a rilevare che si tratta di una circostanza essenziale per ritener realizzati gli interessi pubblici in materia, che hanno rilievo costituzionale, sicché va considerata doverosa l’attivazione periodica dei relativi procedimenti, volta a consentire la selezione del personale specializzato.

  • 23.2. Ciò posto, vanno richiamati i primi 3 commi del medesimo art. 139 del decreto legislativo n. 297 del 1997, riguardante i «Posti di sostegno», per i quali:

«1. Per lo svolgimento delle attività di sostegno a favore degli alunni portatori di handicap nella scuola materna, elementare e media, le dotazioni organiche dei relativi ruoli provinciali comprendono posti di sostegno da istituire in ragione, di regola, di un posto ogni quattro alunni portatori di handicap»;

«2. Per la determinazione dei posti di sostegno nella scuola secondaria superiore si applicano le disposizioni contenute nell’articolo 315 comma 3»;

«3. Nella scuola elementare deroghe al rapporto medio di un docente ogni quattro alunni portatori di handicap possono essere autorizzate in organico di fatto, in presenza di handicap particolarmente gravi per i quali la diagnosi funzionale richieda interventi maggiormente individualizzati e nel caso di alunni portatori di handicap frequentanti plessi scolastici nelle zone di montagna e nelle piccole isole».

Il successivo art. 40 della legge 27 dicembre 1997, n. 449 (sul «Personale della scuola»), ha poi disposto misure di contenimento della spesa pubblica, con disposizioni poi attuate dal decreto ministeriale 24 luglio 1998, n. 331.

Il comma 3 dell’art. 40 ha infatti disposto che la «dotazione organica» degli insegnanti di sostegno «è fissata nella misura di un insegnante per ogni gruppo di 138 alunni complessivamente frequentanti gli istituti scolastici statali della provincia, assicurando, comunque, il graduale consolidamento, in misura non superiore all’80 per cento, della dotazione di posti di organico e di fatto esistenti nell’anno scolastico 1997-1998, fermo restando il vincolo di cui al primo periodo del comma 1»: si tratta dunque di un criterio statistico, che di per sé non consente agli Uffici scolastici di determinare un numero più corrispondente alle realtà, e cioè al riscontrato numero degli alunni disabili e alle loro specifiche situazioni di maggiore o minore gravità.

Tale disposizione, che quantifica il numero degli insegnanti di sostegno, va coordinata con il comma 1 del medesimo art. 40, il quale ha fissato inoltre un numero massimo per tutto il personale in servizio del «comparto scuola», con la riduzione degli insegnanti per l’anno 1999 del tre per cento rispetto al numero rilevato alla fine dell’anno 1997, anche con riferimento agli insegnanti di sostegno.

Tali disposizioni hanno inciso sul cd «organico di diritto», cioè sulla determinazione del numero degli insegnanti ‘di ruolo’ di sostegno, riducendo il numero degli insegnanti di sostegno inserito nel medesimo organico, così prescindendo dal riscontro delle effettive esigenze, desumibili dalle «proposte» redatte dai gruppi G.L.H.O. sul territorio nazionale.

  • 23.3. A questo punto, va richiamata la normativa concernente le ‘assunzioni in deroga’ degli insegnanti di sostegno.

Si tratta delle assunzioni ulteriori, cioè di quelle volte a soddisfare le esigenze degli alunni disabili concretamente desumibili dalle «proposte» dei gruppi G.L.H.O., che non siano state già soddisfatte con l’assegnazione agli Istituti degli insegnanti di sostegno sulla base dell’«organico di diritto».

  • 23.3.1. Il comma 1 del già citato art. 40 della legge n. 449 del 1997 ha consentito l’assunzione con contratto a tempo determinato di insegnanti di sostegno, in deroga al rapporto docenti-alunni indicato al comma 3 – e cioè ‘in più’ rispetto alle risultanze dell’organico di diritto – in presenza di «handicap particolarmente gravi», «fermo restando il vincolo di cui al primo periodo del presente comma».

La possibilità di assumere ‘in deroga’ il numero necessario degli insegnanti di sostegno era stata così limitata, in ragione del ‘tetto massimo’ del personale in servizio, previsto dal primo periodo del comma 1, e del rilievo riconosciuto unicamente alle situazioni di «handicap particolarmente gravi», e non anche a tutte le altre disabilità che non fossero risultate «particolarmente gravi».

  • 23.3.2. La concreta possibilità di disporre le assunzioni ‘in deroga’ per soddisfare le esigenze di tutti i disabili, e quindi non solo di quelli particolarmente gravi, è stata prevista dall’art. 26, comma 16, della legge 23 dicembre 1998, n. 448, che ha inserito un ulteriore periodo nella prima parte del comma 1 dell’art. 40 della legge n. 449 del 1997, disponendo che «Il numero dei dipendenti del comparto scuola deve risultare alla fine dell’anno 1999 inferiore del 3 per cento rispetto a quello rilevato alla fine dell’anno 1997, ferma restando la dotazione di personale di sostegno necessaria a coprire la richiesta nazionale di integrazione scolastica».

L’ultima parte di tale periodo ha così consentito agli Uffici scolastici di superare il tetto massimo del personale, assumendo comunque tutti i docenti di sostegno necessari.

  • 23.3.2. Con l’art. 1, comma 605, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, il legislatore ha poi previsto che, «con uno o più decreti del Ministro della pubblica istruzione» si sarebbe potuto disporre «b) il perseguimento della sostituzione del criterio previsto dall’articolo 40, comma 3, della legge 27 dicembre 1997, n. 449, con l’individuazione di organici corrispondenti alle effettive esigenze rilevate, tramite una stretta collaborazione tra regioni, uffici scolastici regionali, aziende sanitarie locali e istituzioni scolastiche, attraverso certificazioni idonee a definire appropriati interventi formativi».
  • 23.3.3. Tali disposizioni sono state abrogate per incompatibilità dall’articolo 2, commi 413 e 414, della legge 24 dicembre 2007, n. 244.

Il comma 413 ha fissato un numero massimo agli insegnanti di sostegno (disponendo che «il numero dei posti degli insegnanti di sostegno, a decorrere dall’anno scolastico 2008/2009, non può superare complessivamente il 25 per cento del numero delle sezioni e delle classi previste nell’organico di diritto dell’anno scolastico 2006/2007»).

Il comma 414 ha inoltre ridotto in modo progressivo la «dotazione organica di diritto relativa ai docenti di sostegno» ed ha escluso la possibilità già prevista dalla legge n. 449 del 1997 di assumere insegnanti di sostegno in deroga, sopprimendo nell’art. 40, comma 1, settimo periodo della legge n. 449 del 1997 «le parole da: ‘nonché la possibilità’ fino a: ‘particolarmente gravi’».

In particolare, il comma 414 ha eliminato la possibilità delle assunzioni in deroga, con una tecnica legislativa del tutto particolare: anziché disporre l’abrogazione dell’art. 26, comma 16, della legge n. 448 del 1998 (col ripristino del testo originario dell’art. 40, comma 1, della legge n. 449 del 1997), l’art. 2, comma 414, della legge n. 244 del 2007 – con disposizioni difficilmente comprensibili sul piano testuale – ha mantenuto ferma nel medesimo art. 40, comma 1, la frase «ferma restando la dotazione di personale di sostegno necessaria a coprire la richiesta nazionale di integrazione scolastica» ed ha modificato la parte finale del settimo periodo, sopprimendo nel citato art. 40, comma 1, settimo periodo «le parole da: ‘nonché la possibilità’ fino a: ‘particolarmente gravi’».

  • 23.3.4. Sennonché, con la sentenza n. 80 del 2010, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dei medesimi commi 413 e 414 dell’art. 2 della legge n. 244 del 2007:

– del comma 413, «nella parte in cui fissa un limite massimo al numero dei posti degli insegnanti di sostegno»;

– del comma 414, «nella parte in cui esclude la possibilità, già contemplata dalla legge 27 dicembre 1997, n. 449, di assumere insegnanti di sostegno in deroga, in presenza nelle classi di studenti con disabilità grave, una volta esperiti gli strumenti di tutela previsti dalla normativa vigente».

La sentenza n. 80 del 2010, dopo aver rimarcato che sussiste la discrezionalità del legislatore «nella individuazione delle misure necessarie a tutela dei diritti delle persone disabili», ha osservato che:

– tale discrezionalità trova un limite nel «rispetto di un nucleo indefettibile di garanzie per gli interessati»;

– i citati commi 413 e 414 dell’art. 2 della legge n. 244 del 2007 «hanno inciso proprio sull’indicato ‘nucleo indefettibile di garanzie’» che la Corte aveva «già individuato quale limite invalicabile all’intervento normativo discrezionale del legislatore»;

– la scelta del legislatore di sopprimere la possibilità di assumere insegnanti di sostegno a tempo determinato «non trova alcuna giustificazione nel nostro ordinamento, posto che detta riserva costituisce uno degli strumenti attraverso i quali è reso effettivo il diritto fondamentale all’istruzione del disabile grave»;

– «la ratio della norma, che prevede la possibilità di stabilire ore aggiuntive di sostegno, è, infatti, quella di apprestare una specifica forma di tutela ai disabili che si trovino in condizione di particolare gravità; si tratta dunque di un intervento mirato, che trova applicazione una volta esperite tutte le possibilità previste dalla normativa vigente e che, giova precisare, non si estende a tutti i disabili a prescindere dal grado di disabilità, bensì tiene in debita considerazione la specifica tipologia di handicap da cui è affetta la persona de qua»;

– i medesimi commi 413 e 414 sono incostituzionali «nella parte in cui, stabilendo un limite massimo invalicabile relativamente al numero delle ore di insegnamento di sostegno, comportano automaticamente l’impossibilità di avvalersi, in deroga al rapporto tra studenti e docenti stabilito dalla normativa statale, di insegnanti specializzati che assicurino al disabile grave il miglioramento della sua situazione nell’ambito sociale e scolastico».

La sentenza n. 80 del 2010 ha dunque dichiarato in parte incostituzionali i commi 413 e 414 dell’art. 2 della legge n. 244 del 2007, senza formalmente incidere sull’ultima parte del comma 414, che aveva abrogato per incompatibilità l’art. 40, comma 1, della legge n. 449 del 1997 quanto alle disposizioni sulla dotazione organica degli insegnanti di sostegno.

E’ per questa ragione, come si vedrà oltre al § 29.1, che le circolari amministrative fanno tuttora riferimento alla disposizione oggetto della sentenza della Corte Costituzionale.

  • 23.4. Il quadro normativo in materia è stato poi modificato:

– per quanto riguarda la determinazione delle ore di sostegno, dall’art. 10, comma 5, del decreto legge n. 78 del 2010, convertito dalla legge n. 122 del 2010, prima richiamato al § 19;

– per quanto riguarda l’organico di diritto degli insegnanti di sostegno, dall’art. 15 del decreto legge 12 settembre 2013, n. 104, convertito nella legge 8 novembre 2013, n. 128.

  • 23.4.1. Circa la determinazione delle ore di sostegno, l’art. 10, comma 5, del decreto legge n. 78 del 2010, convertito nella legge n. 122 del 2010, ha previsto specifiche disposizioni in tema di piano educativo individualizzato (P.E.I.), attribuendo alla competenza del G.L.O.H. il potere di elaborare le relative «proposte».
  • 23.4.2. Circa l’organico di diritto degli insegnanti di sostegno, l’art. 15 del decreto legge n. 104 del 2013, convertito nella legge n. 128 del 2013, ha inciso sul testo dell’art. 2, comma 414, della legge n. 244 del 2007, come risultante dal dispositivo della sentenza della Corte Costituzionale n. 80 del 2010:

– al comma 2, ha inserito al medesimo comma 414, dopo il primo periodo, la frase «La predetta percentuale è rideterminata, negli anni scolastici 2013/2014 e 2014/2015, in misura pari rispettivamente al 75 per cento e al 90 per cento ed è pari al 100 per cento a decorrere dall’anno scolastico 2015/2016»;

– al comma 3, ha disposto che «Il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca è autorizzato, a decorrere dall’anno scolastico 2013/2014, ad assumere a tempo indeterminato docenti a copertura di tutti i posti vacanti e disponibili nell’organico di diritto di cui all’articolo 2, comma 414, della legge 24 dicembre 2007, n. 244, come modificato dal presente articolo».

L’art. 15, nel modificare il quadro normativo sulla riduzione del cd organico di diritto, ha consentito l’assunzione a tempo determinato dei docenti, per la copertura dei posti vacanti e disponibili, ma non ha previsto ulteriori regole per l’assunzione ‘in deroga’, ovvero per l’assegnazione degli insegnanti di sostegno in misura tale da soddisfare le esigenze concretamente prospettate dai G.L.O.H. ai dirigenti scolastici e da questi agli Uffici scolastici.

  • 24. Va ora richiamata la giurisprudenza formatasi in materia, sul quadro normativo successivo alla sentenza della Corte Costituzionale n. 80 del 2010 e all’entrata in vigore dell’art. 10, comma 5, del decreto legge n. 78 del 2010, convertito nella legge n. 122 del 2010.

Il Consiglio di Stato (v. Sez. VI, 10 febbraio 2015, n. 704; Sez. VI, 23 marzo 2010, n. 2231) al riguardo ha già avuto modo di rimarcare:

«a) la qualificazione del diritto all’istruzione del disabile, e in particolare del disabile grave, quale diritto fondamentale»;

– «b) l’individuazione in questo ambito di un “nucleo indefettibile” di garanzie perché tale diritto sia realizzato, pur stante la discrezionalità del legislatore nella individuazione delle relative misure»;

«c) l’obiettivo primario … della massima tutela possibile del diritto del disabile grave all’istruzione ed all’integrazione e nella classe e nel gruppo, fino alla previsione di un’ora di sostegno per ogni ora di frequenza, ma non è di per sé illegittimo un intervento minore, purché non sia scalfito il nucleo indefettibile del diritto, se motivato dall’analisi accurata della situazione specifica nel quadro di ragioni e vincoli oggettivi»;

– «e) la possibilità di ricorrere, una volta esperiti gli strumenti di tutela previsti dalla normativa vigente, all’assunzione di insegnanti in deroga»;

– «f) dalla accertata situazione di gravità del disabile può conseguire la determinazione di un numero di ore di sostegno pari a quello delle ore di frequenza».

Inoltre, si è anche precisato (Sez. VI, 10 febbraio 2015, n. 704, cit.) che il provvedimento finale del dirigente scolastico:

– deve tenere conto della «gravità dell’handicap … così come accertato dall’apposito organo collegiale»;

– non può tenere conto soltanto delle «difficoltà connesse al numero degli alunni in situazione di handicap»;

– non può rendere «prive di effetti concreti, sul piano del sostegno, le statuizioni operate dall’organo collegiale competente a stabilire la gravità dell’handicap e a predisporre il piano individuale di intervento a sostegno del minore in una situazione di handicap riconosciuto come grave»;

non si può basare su «un vincolo derivante dalla carenza di risorse economiche che non possono, in modo assoluto, condizionare il diritto al sostegno in deroga, sino a esigere e sacrificare il diritto fondamentale allo studio e all’istruzione».

  • 25. Il Collegio ritiene di condividere e di fare proprie le affermazioni di principio, contenute nelle sopra citate sentenze della Sezione n. 704 del 2015 e n. 2231 del 2010 e di affermare ulteriori principi, per le ragioni di ordine sistematico e testuale che si espongono di seguito.
  • 26. Va premesso che il contenzioso seriale portato all’esame dei giudici amministrativi, e in particolare del Consiglio di Stato a questa udienza del 23 marzo 2017, si è creato per una pluralità di ragioni.
  • 26.1. Come rilevato al precedente paragrafo 11, il quadro della normativa del settore è di ‘qualità’ molto scarsa, non può non essere considerato notevolmente frammentario e disarmonico, e risulta di difficile lettura sia per i genitori, sia per gli operatori scolastici.

In una materia come quella in esame, che riguarda diritti fondamentali di una parte cospicua della popolazione nazionale, degli alunni, ma di riflesso anche delle loro famiglie, ciò si dovrebbe evitare, perché risulta in contrasto col principio per il quale tutte le Istituzioni repubblicane devono facilitare l’individuazione delle regole applicabili, rendere gli interessati consapevoli dei loro diritti e consentire senza indugio l’applicazione di tali regole in sede amministrativa, prima ancora che in sede giurisdizionale.

  • 26.2. Inoltre, come rilevato ai precedenti paragrafi 11 e 21, il quadro normativo sulla tutela degli alunni disabili – già di per sé complesso – si caratterizza in concreto non solo per la commistione tra procedimenti eterogenei, e per i conseguenti concreti rischi che l’azione amministrativa ne sia disarticolata, ma anche per il singolare contrasto apparente – ma superabile, come dopo si osserverà – tra le disposizioni di principio risalenti alla legge n. 104 del 1992 sulla sussistenza dei diritti dei medesimi alunni (che come ribadito dalla Corte Costituzionale hanno natura di «diritti fondamentali») e le disposizioni sull’organizzazione scolastica e sulla assegnazione degli insegnanti di sostegno (che sono invece basate sull’esigenza di contenere la spesa).
  • 26.3. Del resto, si deve constatare che non risultano meccanismi tali da rendere conoscibile e trasparente l’attività svolta in materia dagli Uffici scolastici regionali, né su impulso dei dirigenti scolastici, né mediante relazioni in qualche modo pubblicate.
  • 27. Ciò posto, dal complessivo quadro normativo sopra esposto risulta che – a base e a fondamento delle disposizioni della legge n. 104 del 1992 e delle altre leggi sulla tutela degli alunni disabili – si pongono i principi costituzionali di cui all’articolo 2 (sulla tutela dei «diritti inviolabili dell’uomo» e sui «doveri inderogabili di solidarietà … sociale»), all’articolo 3 (sul «compito della Repubblica di rimuovere gli ostacoli di ordine sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana »), all’articolo 34, primo comma (sulla apertura della scuola «a tutti») e all’articolo 38, terzo comma (sul «diritto all’educazione» anche quando vi sia una disabilità).
  • 27.1. L’attività degli insegnanti di sostegno comporta evidenti vantaggi non solo per i disabili, in un quadro costituzionale che impone alle Istituzioni di favorire lo sviluppo della personalità, ma anche per le famiglie e per la società nel suo complesso.

Infatti, l’inserimento e l’integrazione nella scuola – con l’ausilio dall’insegnante di sostegno – anzitutto evitano la segregazione, la solitudine, l’isolamento, nonché i patimenti e i pesi che ne derivano, in termini umani ed economici potenzialmente insostenibili per le famiglie.

L’inserimento e l’integrazione nella scuola rivestono poi fondamentale importanza anche per la società nel suo complesso, perché rendono possibili il recupero e la socializzazione.

Ciò in prospettiva consente ai disabili di dare anche il loro contributo alla società, fermo restando che la disciplina degli esami deve evitare ogni discriminazione anche potenziale, evitando che vi siano barriere che possano negativamente incidere sull’avviamento al lavoro (ponendosi altrimenti serissime questioni di costituzionalità delle disposizioni che rendano più difficoltoso il conseguimento del diploma, a causa della disabilità).

Inoltre, l’inserimento e l’integrazione nella scuola in prospettiva consentono al Sistema sanitario nazionale di contenere le prestazioni che si renderebbero necessarie, in mancanza delle attività svolte in anni fondamentali dell’età evolutiva.

  • 27.2. I principi costituzionali sopra richiamati impongono di dare una lettura sistematica alle disposizioni sulla tutela degli alunni disabili e a quelle sulla organizzazione scolastica e sulle disponibilità degli insegnanti di sostegno, nel senso che le posizioni degli alunni disabili devono prevalere sulle esigenze di natura finanziaria.
  • 28. Tale prevalenza – non negata da alcuna disposizione legislativa contraria, che altrimenti avrebbe dato luogo a serissime questioni di legittimità costituzionale – si desume dalla normativa sulle ‘assunzioni in deroga’ degli insegnanti di sostegno, nonché dall’art. 10, comma 5, della legge 30 luglio 2010, n. 122, entrato in vigore dopo la dichiarazione di parziale incostituzionalità dei commi 413 e 414 dell’art. 2 della legge n. 244 del 2007.
  • 29. Quanto alle assunzioni ‘in deroga’ degli insegnanti di sostegno, gli Uffici scolastici devono senz’altro disporle, affinché i dirigenti scolastici – al termine dei relativi procedimenti e in tempo utile – attribuiscano ai singoli alunni disabili le ore di sostegno determinate dal G.L.H.O.
  • 29.1. La possibilità di assumere ‘in deroga’ gli insegnanti di sostegno, a seguito della pubblicazione della sentenza della Corte Costituzionale n. 80 del 2010, in linea di principio non è stata posta in discussione dal Ministero, né in sede amministrativa, né nel corso del giudizio.

Sia pure con tempi e con numeri che non sempre soddisfano le famiglie, le assunzioni ‘in deroga’ sono disposte nella prassi, sulla base delle procedure previste dal Ministero.

La circolare del Ministero 3 luglio 2015, n. 19400, si è occupata non solo dell’organico di diritto dei posti di sostegno, ma anche della assegnazione dei posti in deroga.

Quanto all’organico di diritto, la circolare ha rilevato che esso «è determinato secondo quanto previsto dai commi 413 e 414 dell’art. 2 della legge n. 244/2007», cioè in base alle disposizioni dichiarate incostituzionali.

Quanto alla assegnazione dei posti in deroga, la circolare ha aggiunto che «Gli eventuali ulteriori posti in deroga, in applicazione della citata sentenza della Corte costituzionale, vanno autorizzati da parte del Direttore Generale dell’Ufficio scolastico regionale ai sensi dell’ articolo 35, comma 7, della legge 27 dicembre 2002, n. 289, secondo le effettive esigenze rilevate ai sensi dell’ art. 1, comma 605, lettera b) della legge 27 dicembre 2006, n. 296, che deve tenere in debita considerazione la specifica tipologia di handicap da cui è affetto l’alunno. I relativi posti vanno assegnati dopo aver accertato: – la effettiva presenza degli alunni nelle classi; – la regolarità della documentazione richiesta (diagnosi funzionale, il P.E.I. elaborato dal G.L.H.O., ecc.); – la accertata verifica della ricorrenza delle condizioni previste dalla citata sentenza della Corte (es. assenza di interventi di altre istituzioni o enti) ».

In base alla circolare, dapprima è utilizzata la dotazione in organico, ancorché fissata con disposizioni dichiarate incostituzionali, e – nel caso di sua insufficienza e a fronte di disabili gravi – si procede ad integrarla.

  • 29.2. Va sottolineato che la medesima circolare, nel riferirsi all’art. 35, comma 7, della legge n. 289 del 2002, ha indirettamente richiamato l’art. 4 del D.P.C.M. n. 185 del 2006, per il quale «L’autorizzazione all’attivazione di posti di sostegno in deroga al rapporto insegnanti/alunni, a norma dell’articolo 35, comma 7, della legge 27 dicembre 2002, n. 289, è disposta dal dirigente preposto all’Ufficio Scolastico Regionale sulla base della certificazione attestante la particolare gravità».
  • 30. Ritiene la Sezione che le previsioni di tale circolare – pur avendo dettagliatamente ricostruito il susseguirsi delle disposizioni entrate in vigore ed il contenuto della sentenza della Corte Costituzionale n. 80 del 2010 – non sono tali da giustificare l’emanazione di atti degli Uffici scolastici e di atti dei dirigenti scolastici che si discostino dal contenuto dei P.E.I. e, in particolare, dalle «proposte» redatte per i singoli alunni dal G.L.O.H.

Ha infatti un rilievo decisivo l’art. 10, comma 5, della legge 30 luglio 2010, n. 122, per il quale «in sede di formulazione del piano educativo individualizzato», il gruppo elabora «proposte relative all’individuazione delle risorse necessarie, ivi compresa l’indicazione del numero delle ore di sostegno».

  • 30.1. Va sottolineato che tale comma 5 ha attribuito al G.L.O.H. il potere di proporre le ore da attribuire a tutti gli alunni disabili, non soltanto a quelli che siano stati riconosciuti portatori di una disabilità grave o gravissima.

Anche in presenza di disabilità lievi o medie, le «proposte» del G.L.O.H. devono avere un seguito.

  • 30.2. Va ora chiarito il significato da attribuire alla parola «proposte», contenuta nel medesimo art. 10, comma 5, del decreto legge n. 78 del 2010, convertito nella legge n. 122 del 2010.

Ritiene la Sezione che si debba tenere conto della articolazione del procedimento, così come sopra ricostruita ai paragrafi 12 e seguenti.

  • 30.3. Va premesso che il legislatore ha doverosamente attribuito al G.L.H.O. il potere di elaborare le «proposte relative all’individuazione delle risorse necessarie, ivi compresa l’indicazione del numero delle ore di sostegno».

Infatti, il G.L.H.O. è in grado di valutare le effettive esigenze degli alunni disabili, in quanto è composto non solo da esponenti del mondo della scuola, ma – in considerazione dei principi costituzionali rilevanti in materia, sopra richiamati, in connessione all’art. 32 Cost. sulla tutela del diritto alla salute – anche da membri aventi le indefettibili competenze medico-psichiatriche.

  • 30.4. Ciò posto, si deve rimarcare come la legislazione vigente, neppure il comma 5 in esame, non esplicita quale sia l’Autorità competente che debba pronunciarsi sulle «proposte relative all’individuazione delle risorse necessarie, ivi compresa l’indicazione del numero delle ore di sostegno».

La determinazione dell’Autorità competente si può però desumere dalle disposizioni sopra riportate che scandiscono le ulteriori fasi del procedimento: è il dirigente scolastico l’autorità competente a concludere il procedimento, dopo la ‘fase procedimentale intermedia’ di acquisizione dei dati, a cura dell’Ufficio scolastico.

  • 30.5. In relazione alla ‘fase procedimentale intermedia’ nel corso della quale si deve pronunciare l’Ufficio scolastico, nessuna disposizione di legge – nemmeno l’art. 4 del D.P.C.M. n. 185 del 2006 – ha attribuito al dirigente preposto dell’Ufficio scolastico regionale il potere di ‘ridurre’, tanto meno senza una motivazione, il numero di ore di sostegno, individuate dal G.L.O.H. nelle sue «proposte» a favore dei singoli alunni disabili.

L’art. 10, comma 5, ha attribuito il nomen iuris di «proposte» agli atti del G.L.O.H. sulla determinazione delle ore, non perché altre autorità – peraltro non aventi specifiche competenze di natura medica o didattica sulle esigenze degli alunni disabili – possano esercitare un ‘potere riduttivo di merito’, ovvero ridurre le ore assegnate, ma per la semplice ragione che tali «proposte» sono atti interni al procedimento, e cioè sono redatte quando non sono ancora state rilevate le effettive esigenze e non sono stati assegnati gli insegnanti di sostegno.

Le proposte hanno invece la funzione di attivare dapprima la fase di competenza degli Uffici scolastici e poi la fase finale, di attribuzione delle ore da parte del dirigente scolastico.

  • 30.6. Poiché nessuna disposizione ha attribuito agli Uffici scolastici il potere di sottoporre a un riesame di merito quanto proposto dal G.L.O.H., l’art. 4. del D.P.C.M. n. 185 del 2006, che definisce «autorizzazione» l’atto del dirigente preposto dell’Ufficio scolastico regionale, va allora interpretato nel senso di prevedere un atto meramente ricognitivo, il quale constata che sussistono i relativi presupposti di spesa, senza poterli modificare, e giustifica l’impegno e il pagamento delle relative somme.
  • 31. Per le ragioni che precedono, ad avviso della Sezione, il procedimento si articola nel modo seguente:
  1. a) il G.L.O.H. elabora i P.E.I. all’interno dei singoli Istituti scolastici, al termine delle fasi procedimentali previste dall’art. 12, comma 5, della legge n. 104 del 1992;
  2. b) il dirigente scolastico trasmette le relative risultanze agli Uffici scolastici;
  3. c) gli Uffici scolastici, a seguito dell’acquisizione dei dati, devono attribuire ai singoli Istituti tanti insegnanti di sostegno, quanti ne sono necessari per coprire tutte le ore che sono risultate oggetto delle «proposte», salva la possibilità di esercitare un potere meramente correttivo, sulla base di riscontri oggettivi (è questo il caso, ad esempio, di errori materiali, ovvero del fatto che singoli alunni non siano più iscritti presso un dato istituto, perché trasferitisi altrove);
  4. d) il dirigente scolastico – tranne i casi in cui prenda atto della correzione di errori materiali o delle circostanze ostative, specificamente e motivatamente individuate dagli Uffici scolastici – deve attribuire a ciascun alunno disabile un numero di ore di sostegno corrispondente a quello oggetto della singola proposta del G.L.O.H, dalla quale non si può discostare;
  5. e) pertanto, i procedimenti riguardanti gli alunni disabili si devono concludere con gli atti del dirigente scolastico di attribuzione delle ore di sostegno, in conformità alle risultanze del G.L.O.H.

Va pertanto considerato condivisibile l’orientamento dei Tribunali amministrativi regionali per il quale è fondata la pretesa dei genitori a vedere attribuite ai propri figli disabili le ore di sostegno nella misura determinata dai G.L.O.H.

Di conseguenza, proprio per tale ragione i dirigenti scolastici, i quali ovviamente devono evitare di emanare atti illegittimi, devono essi stessi disporre l’attribuzione delle ore nella medesima misura, anche quando gli Uffici scolastici non abbiano assegnato le risorse indispensabili.

  1. Considerati i principi generali sulla responsabilità degli organi amministrativi e sulla leale collaborazione tra tali organi, la Sezione ritiene di dovere precisare quali ulteriori fasi procedimentali siano configurabili, qualora gli Uffici scolastici abbiano assegnato un numero di insegnanti di sostegno inferiore a quello necessario per assegnare in concreto le ore di sostegno attribuite doverosamente dal dirigente scolastico in conformità alle «proposte» del G.L.O.H.

In tal caso, il dirigente scolastico stesso:

– deve segnalare agli Uffici scolastici tale circostanza, affinché questi assegnino senza indugio gli ulteriori insegnanti di sostegno che risultino necessari, e ciò con il supporto del Ministero dell’economia e delle finanze, anch’esso tenuto a dare esecuzione agli atti del dirigente scolastico che abbiano concluso i procedimenti riguardanti i singoli alunni disabili, sulla base delle «proposte» del G.L.H.O.;

– qualora risulti la notifica di un ricorso, proposto al giudice civile o al giudice amministrativo, col quale sia lamentata la mancata fruizione delle ore di sostegno formalmente attribuite, a causa dell’insufficienza delle risorse rese disponibili dagli Uffici scolastici o dal Ministero dell’economia e delle finanze, deve trasmettere una relazione alla competente Procura della Corte dei Conti, per le valutazioni di sua competenza;

– non può che affrontare la situazione venutasi a verificare suo malgrado contra legem e redistribuire provvisoriamente le ore di sostegno, in attesa che siano rese disponibili dall’Ufficio regionale tutte le necessarie risorse.

  • 33. Alla Sezione non sfugge che – quando gli Uffici scolastici non dispongono l’assunzione in deroga del numero necessario degli insegnanti di sostegno, e si discostano ‘in senso riduttivo’ dai dati numerici acquisiti – il dirigente scolastico è di fatto talvolta costretto, con atti ‘definitivi’ o ‘provvisori’, a ‘suddividere’ – sulla base di conseguenti penose mediazioni – e non ad ‘attribuire’ le ore di sostegno, rese disponibili dagli Uffici scolastici e inferiori a quelle necessarie.

In tal caso, il dirigente scolastico, dopo avere attribuito le ore di sostegno in conformità alle «proposte» del G.L.O.H., può porre in essere le misure provvisorie che ritenga più idonee, per affrontare la situazione, in attesa che gli Uffici scolastici emanino i loro atti dovuti.

Alla Sezione non sfugge nemmeno che nei fatti – come risulta chiaramente dalla stessa esistenza del contenzioso seriale posto all’esame dei TAR e del Consiglio di Stato, per i casi di attribuzione di ore in numero inferiore a quelle indicate nelle «proposte» – solo i genitori che propongano il ricorso giurisdizionale, e ne abbiano i mezzi anche economici per farlo, possano ottenere una pronuncia che ordini all’Amministrazione scolastica di consentire la fruizione delle ore nel numero determinato dal G.L.H.O., mentre lo stesso non avviene per i genitori che di tali mezzi siano privi

Non è però questo il sistema desumibile dai principi costituzionali e dalle leggi che, prima e dopo la sentenza della Corte Costituzionale n. 80 del 2010, hanno attribuito agli alunni disabili il diritto di ottenere le ore di sostegno, come determinate dal G.L.O.H.

Infatti, gli Uffici scolastici (così come il dirigente scolastico ed il Ministero dell’economia e delle finanze) non possono sindacare le risultanze delle «proposte» e devono fare in modo che le ore di sostegno siano attribuite a tutti i disabili, già col ‘primo atto’ del dirigente scolastico e nei tempi fissati, assegnando ‘in deroga’ gli insegnanti di sostegno quando ciò occorra per ‘coprire’ le ore determinate nelle «proposte».

In altri termini, il sistema deve far sì che gli alunni e le loro famiglie non debbano proporre ricorsi giurisdizionali per ottenere ciò che è loro dovuto.

  • 34. Così individuati i poteri e i doveri dei vari organi dell’Amministrazione scolastica, la Sezione può a questo punto anche esaminare le questioni di giurisdizione, sollevate nel corso del giudizio – e in particolare con l’atto d’appello – con riferimento alle varie fasi nelle quali si articola il procedimento.

Si tratta di una questione di notevole rilievo pratico, poiché riguarda l’individuazione del giudice cui si deve rivolgere l’interessato, per ottenere la tutela delle proprie posizioni giuridiche.

  • 35. Qualora si contestino le valutazioni delle ASL conseguenti ai relativi accertamenti, previsti dagli articoli 3 e 4 della legge n. 104 del 1992, sopra richiamati al § 13.1., le relative controversie riguardano l’assistenza obbligatoria, e sono quindi devolute alla giurisdizione del giudice civile, ai sensi dell’articolo 442 del codice di procedura civile (su tale pacifico principio, v. Cass., Sez. Un., 23 ottobre 2014, n. 22550).

Sussiste altresì la giurisdizione del giudice civile, ai sensi del medesimo art. 442, quando si tratti di una controversia riguardante l’applicazione dell’art. 35, ultima parte del comma 7, della legge 27 dicembre 2002, n. 289.

Anche in tal caso, infatti, si tratta di questioni relative all’assistenza e allo status di portatore di handicap, perché le determinazioni delle commissioni previste dagli articoli 3 e 4 della legge n. 104 del 1992 hanno effetti equivalenti rispetto a quelle dei collegi previsti dall’art. 35, comma 7, della legge n. 289 del 2002 e dal D.P.C.M. applicativo.

  • 36. Qualora invece siano contestati una «diagnosi funzionale – D.F. », un «profilo dinamico funzionale – P.D.F. » oppure un «piano educativo individualizzato – P.E.I. », sussiste la giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo.

Si tratta in questo caso di controversie concernenti un pubblico servizio, quale l’istruzione, ai sensi dell’art. 133, comma 1, lettera c), del codice del processo amministrativo, e sono ravvisabili posizioni di interesse legittimo, poiché i relativi atti della Amministrazione scolastica sono atti posti in essere nell’esercizio di un ampio potere tecnico-discrezionale dei competenti organi amministrativi.

  • 37. Qualora poi si contestino gli atti della Amministrazione scolastica che non abbiano dato coerente seguito alle «proposte» del G.L.O.H. e cioè gli atti interni al procedimento degli Uffici scolastici e quello – finale o provvisorio – del dirigente scolastico, di attribuzione all’alunno disabile di un numero di ore inferiore a quello oggetto della proposta individuale, sussiste ugualmente in linea di principio la giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo.

Infatti, si tratta di controversie concernenti un pubblico servizio, quale l’istruzione, ai sensi dell’art. 133, comma 1, lettera c), del codice del processo amministrativo, con la conseguente applicazione dell’articolo 7, comma 5 (per il quale «Nelle materie di giurisdizione esclusiva, indicate dalla legge e dall’articolo 133, il giudice amministrativo conosce, pure ai fini risarcitori, anche delle controversie nelle quali si faccia questione di diritti soggettivi»), e dell’art. 55, comma 2 (sulla tutela cautelare, quando la domanda «attenga a diritti fondamentali della persona o ad altri beni di primario rilievo costituzionale»).

  • 38. A maggiore ragione, come rilevato dalla Adunanza Plenaria di questo Consiglio con la sentenza 12 aprile 2016, n. 7, sussiste la giurisdizione amministrativa di legittimità quando la controversia sia sorta prima della elaborazione del P.E.I., cioè quando ancora non sia stato esercitato il potere di formulare la proposta sulla determinazione delle ore di sostegno da attribuire al singolo alunno disabile.
  • 39. Quando invece il dirigente scolastico abbia attribuito le ore di sostegno in conformità alla proposta del G.L.O.H., ma in concreto tali ore non siano assegnate e quindi non se ne possa fruire, l’ordinamento prevede due possibilità di tutela, a seconda della causa petendi e del petitum posti a base della relativa pretesa, nei termini ora spiegati.
  • 40. Come è stato chiarito dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (con la sentenza 25 novembre 2014, n. 25011, i cui principi sono stati espressamente richiamati e ribaditi dalla sentenza 20 aprile 2017, n. 9966, nonché dall’ordinanza 28 febbraio 2017, n. 5060), sussiste la giurisdizione del giudice civile, quando l’interessato espressamente lamenti innanzi a tale giudice che l’Amministrazione scolastica abbia posto in essere «un comportamento discriminatorio a proprio danno».
  • 39.1. Si applicano in tal caso, infatti, l’art. 3 della legge 1° marzo 2006, n. 67 (che ha richiamato l’art. 44 del testo unico 25 luglio 1998, n. 286, sulla «Azione civile contro la discriminazione») e – per gli aspetti processuali – l’art. 28 del decreto legislativo 1° settembre 2011, n. 150.

Va sottolineato che il medesimo art. 3 della legge n. 67 del 2006 prevede una fattispecie tipica devoluta alla giurisdizione del giudice civile ed ha il suo ambito di applicazione esclusivamente e tassativamente quando il ricorrente deduca specificamente «la sussistenza di un comportamento discriminatorio a proprio danno», ai sensi del comma 3 (il che in concreto è quanto è stato rappresentato negli atti introduttivi dei giudizi che hanno condotto alle sentenze delle Sezioni Unite n. 25011 del 2014 e n. 9966 del 2017).

In tali casi, il ricorrente ha appunto l’onere di dedurre «in giudizio elementi di fatto, in termini gravi, precisi e concordanti, che il giudice valuta nei limiti di cui all’articolo 2729, primo comma, del codice civile».

In altri termini, la disciplina sulle «vittime di discriminazione» si applica quando, e solo quando, l’interessato si rivolge al giudice civile rappresentando gli elementi di fatto in cui la discriminazione stessa si manifesta.

39.2. Si applicano invece le consuete regole sulla giurisdizione esclusiva quando il ricorrente impugni gli atti del procedimento o contesti un comportamento 1dell’Amministrazione, lamentando puramente e semplicemente:

– la mancata corrispondenza tra il provvedimento finale del dirigente scolastico e la proposta del G.L.O.H. (ovvero lamentando che sia stata data illegittimamente prevalenza a ragioni di contenimento della spesa);

– la mancata concreta fruizione delle ore di sostegno, attribuite dal dirigente scolastico in conformità alla proposta del G.L.O.H., perché il medesimo dirigente, per la carenza delle risorse fornite dagli Uffici scolastici, ha affrontato provvisoriamente la situazione con misure di ‘redistribuzione’ delle ore di sostegno.

In tali casi la devoluzione della controversia al giudice civile non può dipendere dalla deduzione ‘difensiva’ dell’Amministrazione scolastica, la quale prospetti essa stessa che il proprio agire – l’atto del dirigente scolastico dissonante dalla proposta del G.L.O.H. ovvero la mancata assegnazione degli insegnanti di sostegno da parte degli Uffici scolastici- vada ricondotto ad una «discriminazione».

  • 39.2. Del resto, qualora una condotta di discriminazione sia specificamente dedotta e sia accertata, la legge n. 67 del 2006 consente alla vittima di richiedere a sua tutela al giudice civile l’esercizio di altrettanto specifici poteri, tra i quali anche – all’art. 3, comma 3 – quello che consente di imporre «un piano di rimozione delle discriminazioni accertate» ovvero di disporre il «risarcimento del danno, anche non patrimoniale», in ragione della gravità della condotta accertata.
  • 39.3. Quando invece il ricorrente non abbia affatto lamentato la sussistenza di una condotta discriminatoria ed abbia contestato atti e comportamenti per il loro contrasto con la legge, sussiste in materia la giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo.

In tali casi, la tutela delle posizioni individuali ha luogo sulla base delle regole del processo amministrativo, in un sistema processuale nel quale:

– il giudice deve emanare prontamente, se del caso in sede cautelare ovvero con una sentenza resa all’esito della camera di consiglio, le misure volte ad imporre l’attribuzione delle ore di sostegno spettanti, tenendo conto che il decorso del tempo incide quanto mai negativamente sulle prospettive di recupero dell’alunno disabile, risultando in tal caso in linea di principio sufficiente a ritenere fondato il ricorso l’oggettivo contrasto tra la proposta del G.L.O.H. e le successive immotivate determinazioni dell’Amministrazione;

– la domanda di risarcimento del danno – a parte le consuete indagini sulla sussistenza di ogni altro elemento costitutivo dell’illecito – deve essere basata sulla specifica prova di quali siano state in concreto sull’alunno le conseguenze pregiudizievoli cagionate dall’illegittimità degli atti della Amministrazione scolastica.

Quanto al danno patrimoniale, vanno considerate risarcibili, ove provate, le voci di danno consistenti alle somme che la famiglia del disabile abbia dovuto pagare per lo svolgimento di attività educative all’esterno della scuola, sostitutive di quelle che si sarebbero dovute effettuare sulla base del P.E.I. e che non siano state effettuate.

Quanto al danno non patrimoniale, va constatato che sono coinvolti «diritti costituzionali fondamentali» (cfr. Corte Costituzionale, n. 406 del 1992; n. 80 del 2010).

Pertanto, in base ai principi generali:

– il danno morale e quello biologico sono risarcibili quando risulti la commissione di un reato nei confronti dell’alunno disabile, ovvero il nesso causale tra l’atto illegittimo dell’Amministrazione e l’insorgenza di una menomazione ulteriore, permanente o temporanea dell’integrità psicofisica dell’alunno disabile, suscettibile di valutazione medico-legale;

– il danno alla vita di relazione (‘esistenziale’) è risarcibile quando risulti che la mancata fruizione delle spettanti ore di sostegno abbia comportato regressioni o abbia reso irrealizzabile il «progetto di vita» delineato dal P.E.I. (come definito dalle citate «Linee guida per l’integrazione scolastica degli alunni con disabilità», redatte dal Ministero dell’istruzione in data 4 agosto 2009), che in materia rileva quale parametro di riferimento, specifico dei principi enunciati da Cass., Sez. III. 20 aprile 2016, n. 7766.

  • 39.4 Infine, si tratta di individuare il responsabile dei danni che fossero provati, identificato tanto nell’Amministrazione quanto nel suo funzionario o dipendente, a sua volta responsabile degli atti compiuti in violazione di diritti, ai sensi dell’art. 28 Cost.

Rileva a tal fine l’esame su come in concreto si sia articolato il procedimento.

Va infatti considerato responsabile il Ministero dell’Economia e delle Finanze, qualora l’illegittimità derivata di un atto del dirigente scolastico (comunque a lui non imputabile) dipenda dagli atti degli Uffici scolastici, e questi a loro volta siano conseguenti alle determinazioni del medesimo Ministero di non dar luogo alla copertura delle spese che si siano manifestate necessarie per l’assunzione degli insegnanti di sostegno.

  • 40. Tenuto conto delle argomentazioni che precedono, l’appello in esame va respinto.

Contrariamente a quanto hanno dedotto le Amministrazioni appellanti, nella specie non rilevano i principi enunciati dalla sopra richiamata sentenza delle Sezioni Unite 25 novembre 2014, n. 25011.

Quest’ultima – così come la sentenza n. 9966 del 2017 delle Sezioni Unite – ha infatti deciso un caso in cui – innanzi al giudice civile – era stata espressamente lamentata la natura discriminatoria del «comportamento» dell’Amministrazione scolastica.

La vicenda oggetto di questo processo è invece diversa.

Col ricorso di primo grado proposto al TAR per la Toscana, infatti, l’appellata non ha affatto lamentato la natura discriminatoria della condotta dell’Amministrazione scolastica, ma si è limitata a dedurre che il dirigente scolastico non ha attribuito al disabile le ore di sostegno nel numero determinato dal G.L.H.O., sicché sussiste la giurisdizione esclusiva, prevista dall’art. 133, comma 1, lettera c), del codice del processo amministrativo.

L’Amministrazione scolastica – per contestare la sussistenza della giurisdizione amministrativa – ha dedotto che i propri atti non sarebbero meramente illegittimi, perché vi sarebbe stato un comportamento addirittura discriminatorio.

Tale punto di vista non è condivisibile.

La tutela nei confronti della discriminazione, prevista a favore dei disabili dalla legge 1° marzo 2006, n.67, e più in generale dal decreto legislativo 9 luglio 2003, n. 216, rappresenta all’evidenza un rimedio a favore della vittima della discriminazione stessa.

E’ pertanto logico ritenere che solo quest’ultima, con l’iniziativa processuale con cui lamenta appunto «la sussistenza di un comportamento discriminatorio a proprio danno», possa chiedere tutela al giudice civile, ai sensi dell’articolo 3 della legge n. 67 del 2006 e dell’articolo 28 del decreto legislativo 1° settembre 2011, n. 150,

Va invece escluso che tale giurisdizione si possa determinare per iniziativa di una parte diversa da quella nel cui interesse essa è stabilita, ovvero in base alla deduzione difensiva dell’Amministrazione statale, la quale – a seguito di un ricorso proposto dall’interessato in sede di giurisdizione esclusiva – deduca essa stessa, per ragioni imperscrutabili, di avere posto in essere un «comportamento discriminatorio».

In conclusione, quindi, va respinto il motivo d’appello secondo cui non sussisterebbe la giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo.

  • 41. Sussistono giusti motivi per compensare tra le parti le spese del secondo grado del giudizio.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta), definitivamente pronunciando sull’appello come in epigrafe proposto, (n. 655/2016 R.G.), lo respinge.

Compensa tra le parti le spese del secondo grado del giudizio.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Ritenuto che sussistano i presupposti di cui agli artt. 52, commi 1, 2, 5 e 22, comma 8, del decreto legislativo n. 196 del 2003, manda alla Segreteria di procedere, in qualsiasi ipotesi di diffusione del presente provvedimento, all’oscuramento delle generalità, nonché di qualsiasi dato idoneo a rivelare lo stato di salute delle parti o di persone comunque ivi citate.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del giorno 23 marzo 2017, con l’intervento dei magistrati:

Luigi Maruotti, Presidente, Coestensore

Silvestro Maria Russo, Consigliere

Vincenzo Lopilato, Consigliere

Francesco Mele, Consigliere

Francesco Gambato Spisani, Consigliere, co Estensore.

 
 
IL COESTENSORE IL PRESIDENTE, COESTENSORE
Francesco Gambato Spisani Luigi Maruotti

IL SEGRETARIO

 

Decreto Tribunale Roma 15 marzo 2017, n. 5899

Il Tribunale di Roma ha accolto inaudita altera parte, il ricorso per provvedimento d’urgenza proposto col mio ministero, dai genitori di una bambina affetta da sindrome di Down, a cui Roma Capitale aveva ridotto – senza spiegazione o motivo – le ore di A.E.C. da 30 a 19. La situazione della minore in questione è comune a moltissime famiglie in quasi tutti i Municipi.

Avv. Stefano Ricci


Tribunale di Roma
PRIMA SEZIONE
n. cronol. 5899/2017 del 15/03/2017
r.g. 15097 /2017

il gi sciogliendo la riserva sul ricorso ex art. 700 c.p.c. proposto da XXXXX e XXXXX, quali genitori della minore XXXXX, nata il XXXXX, volto ad ottenere in via urgente un provvedimento che disponga in favore della minore un immediato aumento delle ore di A. E. C. (recentemente ridotte da 30 a 19 settimanali), reputate, in ragione della disabilità grave della bambina, del tutto insufficienti a garantire un adeguato accesso al servizio scolastico, osserva:
In primo luogo va tenuto presente che secondo la giurisprudenza delle Sezioni Unite della Cassazione (n. 25011 del 2014), i margini della cognizione del giudice ordinario nella materia in esame sono rinvenibili nell’ ipotesi in cui sia stato elaborato per l’interessato il Piano Educativo Individualizzato (P.E.I.) ai sensi della L.104/1992, ed in concreto non siano state assicurate all’alunno le provvidenze ritenute necessarie in quel piano. In tale ipotesi viene a cessare infatti ogni spazio discrezionale per la pubblica amministrazione “per diversamente modulare da un punto di vista quantitativo (quindi per ridurre) gli interventi in favore della salvaguardia del diritto all’istruzione dello studente disabile”, e pertanto l’omissione o le insufficienze nell’apprestamento da parte della amministrazione scolastica di quella attività doverosa si risolvono nella contrazione del diritto del disabile a godere di pari opportunità nella fruizione del servizio scolastico, realizzando pertanto una forma di discriminazione indiretta, ai sensi dell’art. 2 della l. 67 del 2006. Ed sotto questo specifico profilo, precisa la Corte, che la giurisdizione attribuita al giudice ordinario in tema di discriminazione prevale, per così dire, sulla giurisdizione attribuita in via esclusiva a giudice amministrativo, ai sensi dell’ art.1331, lett. C del codice del processo amministrativo. Ora nel caso di specie sono prodotte certificazioni che attestano come la bambina, affetta da Sindrome di Down, versi in una condizione di Handicap grave e necessiti di assistenza continua; il PEI elaborato in riferimento all’alunna in data XXXXX, ha recepito tali indicazioni e precisato che l’alunna necessita oltre che del supporto dell’insegnante di sostegno per 22 ore settimanali, altresì della presenza di un Assistente Educativo Culturale per la durata di 30 ore settimanali, recentemente ridotte tuttavia a 19. Alla richiesta di ripristino del massimo delle ore consentite, l’autorità comunale ha risposto in data 31.1.2017 limitandosi a ribadire la funzione del servizio AEC, e rimarcare che si tratta di una provvidenza destinata a “garantire il diritto allo studio”, e volta a favorire l’effettiva partecipazione dell’alunno con disabilità a tutte le attività scolastiche, ricreative e formative previste dal POF. Ebbene, deve ribadirsi nella materia in esame, così come osservato dalla pronuncia delle Sezioni Unite sopra citata, che “ il diritto all’istruzione è parte integrante del riconoscimento e della garanzia dei diritti dei disabili, per il conseguimento di quella pari dignità sociale che consente il pieno sviluppo e l’inclusione della persona umana con disabilità sottolineando peraltro che Il diritto all’istruzione dei disabili è oggetto di specifica tutela da parte sia dell’ordinamento internazionale che di quello europeo ed interno. In tale prospettiva non è quindi dubitabile che il diritto all’istruzione sia da ascrivere tra i diritti fondamentali della persona, e che le persone che presentano disabilità abbiano diritto a che lo Stato attivi misure di integrazione e sostegno atte a rendere possibile ai portatori disabili la frequenza delle scuole, a partire da quella materna. Fra queste misure, come confermato del resto dalla stessa comunicazione dell’autorità comunale, deve senz’altro individuarsi la presenza dell’ AEC, figura che garantisce una continuità nell’assistenza, che – secondo le valutazioni operate nell’ambito del PEI, risulta indispensabile per garantire l’integrazione della minore, e la sua possibilità di usufruire nella misura più ampia possibile dell’intera offerta formativa della scuola. Tale diritto, in quanto riconosciuto dalla stessa istituzione scolastica, pienamente conformato nella sua articolazione concreta (senza che vi sia ancora per la PA spazio discrezionale per modulare da un punto di vista quantitativo (quindi per ridurre) si individua nell’ipotesi in cui la redazione conclusiva da parte dei soggetti pubblici competenti del piano educativo individualizzato contenga l’indicazione delle ore di assistenza necessarie ai fini dell’educazione e dell’istruzione, in presenza di una situazione di handicap particolarmente grave. Una tale ricostruzione riceve conferma ulteriore dalla lettura della sentenza n.80 del 2010, con cui la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità dei commi 413 e 414 dell’art. 2 della legge n. 244 del 2007 (Finanziaria 2008) che avevano introdotto nell’ordinamento un limite massimo al numero dei posti degli insegnanti di sostegno ed escluso la possibilità di assumere insegnanti di sostegno in deroga, già prevista dalla l n. 449 del 1997, in presenza nelle classi di studenti con disabilità grave. Nel ritenere “irragionevole” la scelta fatta dal legislatore nella finanziaria 2008 il Giudice delle Leggi ha affermato: “Ciascun disabile è coinvolto in un processo di riabilitazione finalizzato ad un suo completo inserimento nella società ; processo all’interno del quale l’istruzione e l’integrazione scolastica rivestono un ruolo di primo piano”. Da tale sintetica disamina discende la conclusione che il ricorso cautelare, è assistito dal necessario fumus boni iuris; inoltre la natura dei diritti in esame, e l’età ancora infantile della minore, inducono a ritenere integrato anche il requisito dell’urgenza di provvedere, anche in assenza di contraddittorio, ad assicurare sin d’ora gli effetti della pronuncia di merito, fissando una ulteriore udienza per la conferma o l’eventuale revoca o modifica del provvedimento.

p.q.m.

ordina alle amministrazioni convenute di assicurare per l’alunna XXXXX un apporto di 30 ore settimanali di Assistenza Educativo Culturale, secondo le previsioni del PEI elaborato per l’anno scolastico in corso;

fissa per la conferma revoca o modifica del provvedimento l’udienza del 28 marzo 2017 ore 10.00, con termine fino a 8 giorni prima per la notifica.

Si comunichi

Roma 13.3.2017

il giudice

Decreto Tribunale di Bari 7 febbraio 2017, n. 6111

Decreto 6111/2017 del 07/02/2017
RG n. 14551/2016

TRIBUNALE DI BARI
– SEZIONE LAVORO –

Tribunale di Bari, in funzione di giudice del lavoro, nella persona del dr. Luca Ariola, ha pronunciato il seguente
DECRETO
sul ricorso ex arI. 28 della legge n. 300/1970 depositato in data 23 novembre 2016 da FLC-CGIL di Bari, CISL Scuola Bari, UIL Scuola Bari e SNALSCONFSAL Bari, in persona dei rispettivi segretari provinciali pro tempore, rappresentati e difesi dagli avv.ti [omissis] giusta procura a margine del ricorso;
ricorrenti
nei confronti di
Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, in persona del ministro pro lempore, e l’ Istituto comprensivo statale [omissis] in persona del dirigente pro tempore, difesi ex lege dall’Avvocatura
distrettuale dello Stato;
resistenti
*****
letti gli atti e sciogliendo la riserva assunta all’udienza del 31.1.2017;
premesso che con ricorso ex art. 28 della legge n. 300 del 1970 le organizzazioni sindacali in epigrafe indicate hanno chiesto che, dichiarata la natura antisindacale del comportamento tenuto dal Dirigente scolastico dell’ Istituto comprensivo statale fosse ordinato al predetto dirigente di porre in essere tutte le attività necessarie all’apertura di un tavolo di confronto con le associazioni sindacali per la distribuzione del bonus tra docenti in servizio presso il citato Istituto;
osservato difatti che, secondo le organizzazioni ricorrenti, il dirigente avrebbe violato le prerogative sindacali escludendo totalmente le stesse dalla procedura di assegnazione e distribuzione del fondo di valorizzazione del merito del personale docente disciplinato dall’art. 1, commi da 126 a 130, della legge n. 107 del 2015;
rilevato che il Miur e l’ Istituto scolastico si sono costituiti chiedendo il rigetto del ricorso e ribadendo la legittimità dell’operato del dirigente;
evidenziato che con nota del 24.11.2016 la UIL Scuola Bari ha comunicato ai propri difensori la volontà di revocare il mandato per la proposizione del ricorso ex art. 28 sta. lav., in tal modo rendendo palese non già l’intento di rinunziare al ricorso medesimo, ma solo di far cessare l’incarico difensivo:
considerato che l’Istituto scolastico convenuto è privo di legittimazione passiva, atteso che, come ripetutamente chiarito dalla Suprema Corte, «anche dopo l’estensione della personalità giuridica, per effetto della legge delega n. 59 del 1997 e dei successivi provvedimenti di attuazione, ai circoli didattici, alle scuole medie e agli istituti di istruzione secondaria, il personale ATA e docente della scuola si trova in rapporto organico con l’Amministrazione della Pubblica Istruzione dello Stalo, a cui l’art. 15 del d.P.R. n. 275 del 1999 ha riservato le funzioni relative al reclutamento del personale, e non con i singoli istituti, che sono dotali nella materia di mera autonomia amministrativa. Ne consegue che, nelle controversie relative ai rapporti di lavoro, sussiste la legittimazione passiva del Ministero, mentre difetta la legittimazione passiva del singolo istituto» (v. Cass. 6372/11; in senso conforme v. anche Cass. 20521/08, relativa ad una lite avente ad oggetto l’applicazione della normativa sui congedi parentali e sull’assistenza a congiunto portatore di handicap, nonché Cass. 9752/05, pronunciata in un giudizio riguardante fatti illeciti ascrivibili a culpa in vigilando del personale docente);
ritenuto che analoghe considerazioni valgano in relazione alla domanda di repressione della condotta antisindacale ex art. 28 stat. lav., posto che in questa fattispecie la domanda deve intendersi diretta verso l’amministrazione scolastica (che assume la veste di datore di lavoro) e non già nei riguardi del singolo Istituto ovvero, ed a maggior ragione, del dirigente persona fisica che quest’ultimo rappresenta (v. Cass. 6460/09, alla cui motivazione in questa sede si rimanda);
osservato che l’art. 1, commi da 126 a 130, della legge n. 107 del 2015, reca una dettagliata disciplina relativa all’istituzione, ripartizione e distribuzione del fondo per la valorizzazione del merito del personale docente, nella quale peraltro si precisa che la somma assegnata a titolo di valorizzazione del merito «ha natura di retribuzione accessoria» (v. comma 128);
rilevato che questa disciplina non contempla la partecipazione delle organizzazioni sindacali nel procedimento destinato a concludersi con la distribuzione delle somme rinvenienti dal citato fondo, atteso che:
a) il fondo in questione è istituito presso il Miur e con decreto ministeriale è ripatito a livello territoriale e tra le istituzioni scolastiche in proporzione alla dotazione organica dei docenti (comma 126);
h) al comitato per la valutazione dei docenti – del quale non fanno parte componenti designati su indicazione delle organizzazioni sindacali – è assegnato, tra le altre cose, il compito di individuare i criteri per la valorizzazione dei docenti sulla scorta di taluni parametri previsti in linea generale dalla legge (v. art. 11 del d.lgs. n. 297 del 1994, come sostituito dal comma 129 dell’art. 1 cit.);
c) sulla base dei criteri individuati dal comitato per la valutazione dei docenti, il dirigente scolastico, con motivata valutazione, assegna annualmente al personale docente una somma del fondo (denominata bonus) (comma 128);
ritenuto che non possa condividersi l’assunto di parte ricorrente secondo cui l’ esclusione delle organizzazioni sindacali dalla procedura di attribuzione del bonus violerebbe le prerogative sindacali in materia di contrattazione collettiva e, di riflesso, le libertà del sindacato e la sua funzione essenziale di tutela dei diritti dei lavoratori;
osservato difatti che, se è vero che il testo unico sul pubblico impiego assegna in linea di principio alla contrattazione collettiva il compito di definire il trattamento economico accessorio collegato anche alla valutazione delle performance (v. in particolare l’art. 45, commi 1 e 3, del d.lgs. n. 165 del 2001, come sostituiti dall’art. 57 del d.lgs. n. 150 del 2009), è anche vero che questo principio di rango legislativo non implica affatto che la materia non possa essere diversamente regolamentata da una fonte normativa equipollente e successiva;
considerato difatti che – contrariamente a quanto sostenuto dal sindacato nella diffida del 21.6.2016 [v. doc. 3 del fascicolo di parte ricorrente] – nella specie la legge successiva (cioè la n. 107 del 2015) è speciale rispetto a quella anteriore avente invece carattere generale (il d.lgs. n. 165 del 2001), dal momento che quest’ultima è diretta a disciplinare tutti i rapporti di lavoro alle dipendenze della p.a. nell ‘ambito del pubblico impiego C.d. privatizzato, mentre la prima si limita a dettare specifiche disposizioni relative ad un determinato settore di tale ambito, ossia quello scolastico;
ritenuto perciò che dalle disposizioni del d.lgs. n. 165 del 2001 non possa desumersi in modo inequivoco la necessità che alla procedura di ripattizione e distribuzione del fondo di valorizzazione del merito prendano parte anche le organizzazioni sindacali, giacché la disciplina di cui alla legge n. 107 cit., in quanto speciale, ha carattere derogatorio rispetto a quella di cui al d.lgs. cit.;
ritenuto che non possa condividersi neppure la tesi di parte ricorreente secondo la quale il coinvolgimento delle organizzazioni sindacali non limiterebbe affatto le attribuzioni che in questa materia la legge n. 107 cit. assegna rispettivamente al comitato di valutazione ed al dirigente scolastico, posto che l’apporto delle organizzazioni stesse si collocherebbe in un momento successivo rispetto alla determinazione dei criteri da parte del comitato ma prodromico rispetto alla fase di distribuzione demandata al dirigente, ossia precisamente nella fase di ripartizione delle risorse disponibili [v. pag. 11 del ricorso, verbale di udienza del 31.1.2017, nonché pagg. 3 e 4 delle note autorizzate depositate per via telematica];
osservato difatti che, contrariamente all’assunto di parte instante, la regolamentazione legislativa delle modalità di distribuzione delle risorse derivanti dal fondo di valorizzazione appare completa in ogni suo aspetto, perché disciplina in modo puntuale tutte le fasi attraverso le quali il bonus va attribuito ai docenti (ripartizione delle risorse a livello territoriale, individuazione dei criteri di valorizzazione dei docenti sulla scorta dei principi indicati dalla legge, distribuzione dei bonus con provvedimento motivato da patte del dirigente in base ai criteri indicati dal comitato), sicché davvero non si vede in quale fase si dovrebbe – per dir così – “innestare” la consultazione con le organizzazioni sindacali senza che ciò possa limitare o in qualche modo incidere in senso restrittivo sulle attribuzioni che la legge riserva a ciascuno dei soggetti coinvolti nella procedura;
ritenuto pertanto che la condotta del dirigente scolastico denunciata dalle parti ricorrenti non solo non sia diretta ad impedire o limitare in alcun modo l’esercizio della libertà e dell’attività sindacale, ma risulti pienamente rispettosa del dettato normativo che regola la materia in oggetto, sicché il ricorso dev’essere respinto;
considerato che la questione scrutinata nel presente giudizio è assolutamente nuova, giacché non si rinvengono precedenti specifici in termini, per cui è pienamente giustiticabile l’integrale compensazione delle spese di lite anche in caso di totale soccombenza ai sensi dell’art. 92, secondo comma, C.p.c.;
PQM
Il Tribunale di Bari, in composizione monocratica ed in funzione di giudice del lavoro, pronunciando sul ricorso ex art. 28 della legge n. 300 del 1970 depositato in data 23.11.2016 dalle organizzazioni sindacali FLC-CGIL di Bari, CISL Scuola Bari, UIL Scuola Bari e SNALS-CONFSAL Bari, in persona dei rispettivi segretari provinciali pro tempore (proc. n. 14551/2016 R.G.), ogni contraria domanda, eccezione e difesa respinte, così provvede:
dichiara il difetto di legittimazione passiva dell ‘Istituto comprensivo
statale [omissis] .
rigetta per il resto il ricorso;
compensa le spese.
Si comunichi.

Bari, 07/02/2017

IL GIUDICE
dr. Luca Ariala

Sentenza Corte Costituzionale 22 novembre 2016, n. 284

Legge Buona Scuola: le norme caratterizzanti sono costituzionalmente legittime.

Ecco cosa ha detto la Corte nella sua sentenza

Le norme caratterizzanti, quelle che contengono i principi fondamentali della Buona Scuola, sono costituzionalmente legittime. Lo conferma la sentenza della Corte Costituzionale numero 284 del 22 novembre 2016 depositata ieri.
La Corte è intervenuta a seguito del ricorso da parte di due Regioni, Veneto e Puglia. Il ricorso presentato dal Veneto è stato rigettato. La Corte ha invece accolto 2 dei 14 punti sollevati dalla Puglia che riguardano il comma 153 (Scuole Innovative) e il comma 181 (la delega sullo 0-6) della Buona Scuola.
Per quanto riguarda il comma 153 l’illegittimità costituzionale non riguarda l’edilizia scolastica nel suo complesso, ma appunto lo specifico comma, nella parte in cui non prevede che sia sentita la Conferenza Unificata per il riparto delle risorse relative alla procedura per la realizzazione di scuole innovative. Tuttavia, il Ministero dell’Istruzione, il 5 agosto 2015 ha ripartito quelle risorse e successivamente avviato il concorso per le scuole innovative sentendo la Conferenza Unificata, sanando di fatto il vizio procedurale rilevato dalla Corte. Pertanto la procedura è conforme con quanto affermato nella sentenza.
Quanto alla delega sul percorso 0-6, la Corte ha ritenuto illegittimo solo il punto 1.3 affermando che la definizione di standard strutturali, organizzativi e qualitativi dei servizi educativi per l’infanzia e della scuola dell’infanzia diversificati in base alla tipologia all’età dei bambini e agli orari di servizio è di competenza delle Regioni.
Un elemento di cui il Ministero terrà ovviamente conto nell’attuazione della delega che è in fase di preparazione e che punta ad incrementare e qualificare i servizi educativi per l’infanzia su tutto il territorio nazionale, per rendere omogenea la distribuzione territoriale e superare le attuali differenze.
Restano infatti fermi tutti gli altri principi previsti dalla 107 fra cui, ad esempio, la qualificazione universitaria e la formazione continua del personale dei servizi educativi per l’infanzia e della scuola dell’infanzia; l’esclusione dei servizi educativi per l’infanzia e delle scuole dell’infanzia dai servizi a domanda individuale; l’approvazione e il finanziamento di un piano di azione nazionale per la promozione del sistema integrato; la promozione della costituzione di poli per l’infanzia per bambini di età fino a sei anni, anche aggregati a scuole primarie e istituti comprensivi.



 Sentenza Corte Costituzionale 22 novembre – 21 dicembre 2016, n. 284

Giudizio di legittimita’ costituzionale in via principale. Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione (potenziamento dell’offerta formativa; semplificazione e promozione degli istituti tecnici superiori; ruoli del personale docente; ripartizione dell’organico dell’autonomia; incremento dell’organico del personale scolastico; fondo per la valorizzazione del merito dei docenti; interventi per la costruzione di una scuola innovativa; procedura concorsuale per progetti di interventi di edilizia scolastica; monitoraggio dei piani di edilizia scolastica; delega al Governo per il riordino, la semplificazione e la codificazione della normativa in materia di istruzione e per la determinazione degli standard dei servizi educativi per l’infanzia e della scuola per l’infanzia; raccolta, per materie omogenee, delle vigenti norme regolamentari). – Legge 13 luglio 2015, n. 107 (Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione e delega per il riordino delle disposizioni legislative vigenti), art. 1, commi 29, 44, 47, 66, 68, 69, 74, 126, 153, 155, 162, 171, 180, 181 e 183. – (T-160284)

(GU 1a Serie Speciale – Corte Costituzionale n.52 del 28-12-2016)  

Giudizio di legittimita' costituzionale in via principale. 
 
Riforma  del   sistema   nazionale   di   istruzione   e   formazione
  (potenziamento dell'offerta formativa; semplificazione e promozione
  degli istituti tecnici  superiori;  ruoli  del  personale  docente;
  ripartizione dell'organico dell'autonomia; incremento dell'organico
  del personale scolastico; fondo per la  valorizzazione  del  merito
  dei  docenti;  interventi  per  la  costruzione   di   una   scuola
  innovativa; procedura concorsuale per  progetti  di  interventi  di
  edilizia scolastica; monitoraggio dei piani di edilizia scolastica;
  delega  al  Governo  per  il  riordino,  la  semplificazione  e  la
  codificazione della normativa in materia di  istruzione  e  per  la
  determinazione degli standard dei servizi educativi per  l'infanzia
  e della scuola per  l'infanzia;  raccolta,  per  materie  omogenee,
  delle vigenti norme regolamentari). 
- Legge 13 luglio 2015, n. 107  (Riforma  del  sistema  nazionale  di
  istruzione e formazione e delega per il riordino delle disposizioni
  legislative vigenti), art. 1, commi 29, 44, 47,  66,  68,  69,  74,
  126, 153, 155, 162, 171, 180, 181 e 183. 
-   

(GU n.52 del 28-12-2016 )

  
 
                       LA CORTE COSTITUZIONALE 
 
composta dai signori: 
Presidente:Paolo GROSSI; 
Giudici :Giorgio LATTANZI, Aldo CAROSI, Marta CARTABIA, Mario Rosario
  MORELLI, Giancarlo CORAGGIO, Giuliano AMATO, Silvana SCIARRA, Daria
  de  PRETIS,  Nicolo'  ZANON,  Augusto   Antonio   BARBERA,   Giulio
  PROSPERETTI, 
      
    ha pronunciato la seguente 
 
                              SENTENZA 
 
    nei giudizi di legittimita' costituzionale dell'art. 1, commi 29,
44, 47, 66, 68, 69, 74, 126, 153, 155, 162,  171,  180,  181  e  183,
della legge 13 luglio 2015, n. 107 (Riforma del sistema nazionale  di
istruzione e formazione e delega per il riordino  delle  disposizioni
legislative vigenti), promossi dalla Regione Veneto e  dalla  Regione
Puglia con ricorsi notificati il  14  ed  il  14-21  settembre  2015,
depositati in cancelleria il 17 e il 24 settembre 2015,  ed  iscritti
ai nn. 85 e 88 del registro ricorsi 2015. 
    Visti gli atti di costituzione del Presidente del  Consiglio  dei
ministri; 
    udito nell'udienza pubblica  del  22  novembre  2016  il  Giudice
relatore Giuliano Amato; 
    uditi gli avvocati Ezio Zanon per  la  Regione  Veneto,  Marcello
Cecchetti per la Regione Puglia e  l'avvocato  dello  Stato  Vincenzo
Rago per il Presidente del Consiglio dei ministri. 
 
                          Ritenuto in fatto 
 
    1.- Con ricorso notificato il 14 settembre 2015 e  depositato  il
successivo 17 settembre (reg. ric. n. 85 del 2015), la Regione Veneto
ha impugnato l'art. 1, commi 44, 47, lettera f), 66, 180 e 181, della
legge 13 luglio 2015,  n.  107  (Riforma  del  sistema  nazionale  di
istruzione e formazione e delega per il riordino  delle  disposizioni
legislative vigenti), per violazione degli  artt.  97,  117,  secondo
comma,  lettera  n),  terzo  e  quarto  comma,  118   e   120   della
Costituzione. 
    2.- L'art. 1, comma 44, stabilisce che «Nell'ambito  del  sistema
nazionale di istruzione e formazione e nel rispetto delle  competenze
delle  regioni,  al  potenziamento  e   alla   valorizzazione   delle
conoscenze e  delle  competenze  degli  studenti  del  secondo  ciclo
nonche' alla trasparenza e alla qualita' dei relativi servizi possono
concorrere anche le istituzioni formative accreditate  dalle  regioni
per  la  realizzazione  di  percorsi  di  istruzione   e   formazione
professionale,  finalizzati   all'assolvimento   del   diritto-dovere
all'istruzione e alla formazione. L'offerta formativa dei percorsi di
cui al presente comma e' definita,  entro  centottanta  giorni  dalla
data  di  entrata  in  vigore  della  presente  legge,  dal  Ministro
dell'istruzione, dell'universita' e della ricerca, di concerto con il
Ministro del lavoro e delle politiche sociali, previa intesa in  sede
di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le
province autonome di Trento e di Bolzano, ai  sensi  dell'articolo  3
del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281. Al fine di  garantire
agli allievi iscritti ai percorsi  di  cui  al  presente  comma  pari
opportunita'  rispetto  agli  studenti  delle   scuole   statali   di
istruzione secondaria di secondo grado, si tiene conto, nel  rispetto
delle competenze  delle  regioni,  delle  disposizioni  di  cui  alla
presente  legge.  All'attuazione  del  presente  comma  si   provvede
nell'ambito delle  risorse  finanziarie  disponibili  a  legislazione
vigente e della dotazione organica dell'autonomia e, comunque,  senza
nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica». 
    3.-   Secondo   la   Regione,    nell'affidare    al    Ministero
dell'istruzione  il  compito  di  definire  l'offerta  formativa  dei
percorsi di istruzione e formazione professionale, tale  disposizione
violerebbe l'art. 117, commi terzo e quarto,  Cost.,  attribuendo  la
materia della «istruzione  e  della  formazione  professionale»  alla
competenza esclusiva delle Regioni. 
    3.1.- Neppure sarebbe sufficiente a  sanare  tale  violazione  la
mera previsione di una concertazione, sotto forma di intesa,  con  la
Conferenza  Stato-Regioni.  Tale  raccordo  non  puo'  costituire  un
grimaldello per scardinare il riparto di competenze, espropriando  la
competenza regionale in materia di  formazione  professionale,  senza
che sussista alcuna giustificazione a riguardo.  Di  qui,  ad  avviso
della Regione, anche il contrasto con l'art. 120  Cost.,  in  ragione
dell'uso  distorto  che  viene  fatto   delle   forme   della   leale
collaborazione. 
    D'altra parte, secondo la ricorrente, il ripetuto  uso  da  parte
della legge n. 107 del 2015 della  formula  di  stile  «nel  rispetto
delle competenze delle Regioni» lascerebbe intendere come  lo  stesso
legislatore statale avesse presente il problema dell'interferenza con
le competenze regionali, senza tuttavia risolverlo se non con un vago
richiamo al «sistema nazionale di istruzione  e  formazione»  e  alle
esigenze di «potenziare e valorizzare le conoscenze e  le  competenze
degli studenti del secondo ciclo nonche' la trasparenza e la qualita'
dei relativi servizi». 
    Secondo  la  Regione,  tuttavia,  le  richiamate   esigenze   non
varrebbero a giustificare la violazione della competenza regionale  e
l'attribuzione a  un  organo  statale  della  competenza  a  definire
l'offerta  formativa  dei  percorsi  di   istruzione   e   formazione
professionale, in quanto non determinano la riconduzione della  norma
impugnata fra le norme generali sull'istruzione. 
    3.2.- Viene  lamentata,  inoltre,  la  violazione  dell'art.  118
Cost.,  in  quanto  l'art.  1,  comma  44,   violerebbe   l'autonomia
amministrativa riconosciuta alle Regioni, senza che vi siano  ragioni
giustificative dell'attrazione in  sussidiarieta'  allo  Stato  della
funzione amministrativa. 
    3.3.- Sarebbe altresi' violato l'art. 97 Cost., perche' demandare
la  puntuale  definizione  dell'offerta  formativa   alle   strutture
ministeriali determinerebbe l'impossibilita'  di  tener  conto  delle
peculiarita' territoriali dal punto  di  vista  socio-economico,  con
conseguente pregiudizio del buon andamento dell'agire amministrativo. 
    4.- L'art. l, comma 47, lettera f), stabilisce che «Per  favorire
le misure di semplificazione e di promozione degli  istituti  tecnici
superiori, con decreto del Ministro dell'istruzione, dell'universita'
e della ricerca, da adottare  entro  novanta  giorni  dalla  data  di
entrata in vigore della presente legge, di concerto con  il  Ministro
del lavoro e delle politiche sociali, con il Ministro dello  sviluppo
economico e con il Ministro dell'economia  e  delle  finanze,  previa
intesa in sede di Conferenza unificata ai sensi dell'articolo  9  del
decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281,  sono  emanate  le  linee
guida per conseguire i seguenti obiettivi, a sostegno delle politiche
di  istruzione  e  formazione  sul  territorio   e   dello   sviluppo
dell'occupazione dei giovani: 
    f) prevedere che le fondazioni esistenti alla data di entrata  in
vigore  della  presente  legge  possano   attivare   nel   territorio
provinciale altri percorsi di formazione anche  in  filiere  diverse,
fermo restando il rispetto dell'iter di autorizzazione e  nell'ambito
delle risorse disponibili a legislazione vigente. In questo caso  gli
istituti tecnici superiori devono essere dotati di un patrimonio  non
inferiore a l00.000 euro». 
    4.1.-  Secondo  la  Regione,  tale  norma   esorbiterebbe   dalla
competenza statale in materia di «norme generali sull'istruzione», di
cui  all'art.  117,  secondo  comma,  lettera  n),   Cost.,   nonche'
dall'ambito dei principi fondamentali in materia di «istruzione»,  di
cui  all'art.  117,  terzo  comma,  Cost.,  in  quanto  essa  dispone
esclusivamente  in  materia  di  formazione  e  non  di   istruzione,
invadendo  la  potesta'  esclusiva  della  Regione  in   materia   di
«istruzione e formazione professionale». 
    La disposizione impugnata, infatti, consentirebbe alle fondazioni
di partecipazione, cui fanno capo gli istituti tecnici superiori,  di
attivare altri percorsi formativi nel territorio provinciale,  mentre
la definizione dell'offerta dei percorsi realizzati dalle istituzioni
formative dovrebbe ricadere nella esclusiva competenza regionale. 
    4.2.- In tal modo, essa comporterebbe anche  la  possibilita'  di
sovrapposizioni  e   discordanze   nella   programmazione   formativa
territoriale complessiva e locale, con conseguente lesione del canone
del buon andamento di cui all'art. 97 Cost. 
    4.3.- Ad avviso della ricorrente, inoltre, anche in  questo  caso
il legislatore statale  utilizzerebbe  l'intesa  in  Conferenza  come
strumento di elusione  del  dettato  costituzionale.  Essa  non  puo'
legittimare l'espropriazione della competenza regionale esclusiva  in
materia di formazione. Di qui, la violazione dell'art. 120 Cost. 
    5.- L'art. l,  comma  66,  dispone  che  «A  decorrere  dall'anno
scolastico 2016/2017 i ruoli del personale  docente  sono  regionali,
articolati in ambiti territoriali, suddivisi in sezioni separate  per
gradi di istruzione, classi di concorso e tipologie di  posto.  Entro
il 30 giugno 2016 gli uffici scolastici regionali, su indicazione del
Ministero dell'istruzione, dell'universita' e della ricerca,  sentiti
le regioni e gli enti locali,  definiscono  l'ampiezza  degli  ambiti
territoriali, inferiore alla provincia o alla  citta'  metropolitana,
considerando: 
    a) la popolazione scolastica; 
    b) la prossimita' delle istituzioni scolastiche; 
    c) le caratteristiche del territorio, tenendo anche  conto  delle
specificita' delle aree interne, montane e delle piccole isole, della
presenza di scuole nelle carceri, nonche' di ulteriori  situazioni  o
esperienze territoriali gia' in atto». 
    5.1.- Secondo la ricorrente, alla luce  della  giurisprudenza  di
questa Corte, la definizione degli ambiti territoriali dei ruoli  del
personale docente, in un dimensionamento inferiore alla  provincia  o
alla citta' metropolitana, sarebbe di competenza della Regione e  non
potrebbe essere affidata ad organi statali,  quali  sono  gli  uffici
scolastici regionali. Sono richiamate, in proposito, le  sentenze  n.
13 del 2004 e n. 200 del 2009. 
    Pertanto, l'attribuzione a organi periferici  dello  Stato  della
competenza a definire l'ampiezza degli ambiti territoriali  lederebbe
la competenza legislativa e amministrativa regionale  in  materia  di
istruzione, in  quanto  la  norma  impugnata  non  si  limiterebbe  a
prevedere un principio fondamentale, ma prescriverebbe una disciplina
puntuale, che non lascerebbe alcuno spazio decisorio alla Regione. 
    5.2.- Neppure varrebbe a sanare tale illegittimita' la previsione
della mera consultazione delle Regioni e degli enti locali,  che  non
garantirebbe il rispetto del riparto di  competenze  delineato  dalla
Costituzione. 
    Di qui, ad avviso della Regione, il contrasto con gli  art.  117,
secondo, terzo e quarto comma, Cost., nonche' con gli artt. 118 e 120
Cost., sotto forma di elusione del canone della leale collaborazione. 
    5.3.- Viene,  altresi',  lamentata  la  violazione  dell'art.  97
Cost., per la possibile sovrapposizione tra  gli  ambiti  individuati
dalla Regione nel dimensionamento della rete scolastica  regionale  e
gli ambiti  di  cui  alla  disposizione  impugnata,  con  conseguente
lesione   del   buon   andamento   e    dell'efficienza    dell'agire
amministrativo. 
    6.- L'art. 1, comma 180, stabilisce che «Il Governo  e'  delegato
ad adottare, entro diciotto mesi dalla  data  di  entrata  in  vigore
della presente legge, uno o  piu'  decreti  legislativi  al  fine  di
provvedere al riordino, alla  semplificazione  e  alla  codificazione
delle disposizioni legislative in materia  di  istruzione,  anche  in
coordinamento con le disposizioni di cui alla presente legge». 
    Il successivo comma 181 prevede, alla lettera b), tra i  principi
e criteri direttivi della  delega:  «[...]  riordino,  adeguamento  e
semplificazione del sistema di formazione iniziale e di  accesso  nei
ruoli di  docente  nella  scuola  secondaria,  in  modo  da  renderlo
funzionale alla valorizzazione sociale e culturale della professione,
mediante: 
    1)  l'introduzione  di  un  sistema  unitario  e  coordinato  che
comprenda sia la formazione iniziale dei docenti sia le procedure per
l'accesso alla professione, affidando i diversi  momenti  e  percorsi
formativi alle universita' o alle  istituzioni  dell'alta  formazione
artistica,  musicale  e  coreutica  e  alle  istituzioni  scolastiche
statali, con una chiara distinzione dei rispettivi ruoli e competenze
in un quadro di collaborazione strutturata; 
    2) l'avvio di un  sistema  regolare  di  concorsi  nazionali  per
l'assunzione, con contratto retribuito a tempo determinato di  durata
triennale di tirocinio, di docenti nella scuola  secondaria  statale.
L'accesso al concorso e' riservato a coloro che sono in  possesso  di
un diploma di laurea magistrale o di un diploma accademico di secondo
livello per le discipline artistiche  e  musicali,  coerente  con  la
classe  disciplinare  di  concorso.  I  vincitori  sono  assegnati  a
un'istituzione scolastica o a una rete tra istituzioni scolastiche. A
questo fine sono previsti: 
    2.1) la determinazione di requisiti  per  l'accesso  al  concorso
nazionale, anche in base al numero di crediti formativi  universitari
acquisiti nelle  discipline  antropo-psico-pedagogiche  e  in  quelle
concernenti le metodologie e le tecnologie didattiche,  comunque  con
il limite  minimo  di  ventiquattro  crediti  conseguibili  sia  come
crediti curricolari che come crediti aggiuntivi; 
    2.2) la disciplina relativa al trattamento economico  durante  il
periodo di tirocinio, tenuto anche conto  della  graduale  assunzione
della funzione di docente; 
    3) il completamento della formazione iniziale dei docenti assunti
secondo le procedure di cui al numero 2) tramite: 
    3.1) il conseguimento, nel corso del primo anno di contratto,  di
un diploma  di  specializzazione  per  l'insegnamento  secondario  al
termine di un corso  annuale  istituito,  anche  in  convenzione  con
istituzioni scolastiche  o  loro  reti,  dalle  universita'  o  dalle
istituzioni dell'alta formazione  artistica,  musicale  e  coreutica,
destinato a completare la preparazione degli iscritti nel campo della
didattica delle  discipline  afferenti  alla  classe  concorsuale  di
appartenenza, della pedagogia, della  psicologia  e  della  normativa
scolastica; 
    3.2)  la  determinazione  degli   standard   nazionali   per   la
valutazione   finalizzata   al   conseguimento   del    diploma    di
specializzazione, nonche' del periodo di apprendistato; 
    3.3) per i vincitori dei concorsi nazionali, l'effettuazione, nei
due  anni  successivi  al  conseguimento  del  diploma,  di  tirocini
formativi e la graduale assunzione della funzione docente,  anche  in
sostituzione di docenti assenti, presso  l'istituzione  scolastica  o
presso la rete tra istituzioni scolastiche di assegnazione; 
    3.4) la possibilita', per coloro che non hanno partecipato o  non
sono risultati vincitori nei concorsi nazionali di cui al numero  2),
di iscriversi a proprie spese ai  percorsi  di  specializzazione  per
l'insegnamento secondario di cui al numero 3.1); 
    4)  la  sottoscrizione  del   contratto   di   lavoro   a   tempo
indeterminato, all'esito di positiva conclusione  e  valutazione  del
periodo di tirocinio, secondo la disciplina di cui ai commi da  63  a
85 del presente articolo; 
    5) la previsione che il percorso di  cui  al  numero  2)  divenga
gradualmente  l'unico  per  accedere  all'insegnamento  nella  scuola
secondaria  statale,  anche  per  l'effettuazione  delle   supplenze;
l'introduzione di una disciplina transitoria in relazione ai  vigenti
percorsi formativi e abilitanti e al reclutamento dei docenti nonche'
in merito alla valutazione della competenza e della  professionalita'
per coloro che hanno conseguito l'abilitazione prima  della  data  di
entrata in vigore  del  decreto  legislativo  di  cui  alla  presente
lettera; 
    6) il riordino delle classi disciplinari di afferenza dei docenti
e delle classi di  laurea  magistrale,  in  modo  da  assicurarne  la
coerenza ai fini dei concorsi di cui  al  numero  2),  nonche'  delle
norme di attribuzione degli  insegnamenti  nell'ambito  della  classe
disciplinare di afferenza secondo principi di  semplificazione  e  di
flessibilita', fermo restando l'accertamento della  competenza  nelle
discipline insegnate; 
    7) la previsione dell'istituzione di percorsi  di  formazione  in
servizio, che integrino le competenze disciplinari e pedagogiche  dei
docenti,  consentendo,  secondo  principi  di  flessibilita'   e   di
valorizzazione,  l'attribuzione  di  insegnamenti  anche  in   classi
disciplinari affini; 
    8)  la  previsione  che   il   conseguimento   del   diploma   di
specializzazione  di  cui  al  numero  3.1)  costituisca  il   titolo
necessario per l'insegnamento nelle scuole paritarie; 
    c)  promozione  dell'inclusione  scolastica  degli  studenti  con
disabilita'  e   riconoscimento   delle   differenti   modalita'   di
comunicazione attraverso: 
    1) la ridefinizione del ruolo del personale docente  di  sostegno
al fine  di  favorire  l'inclusione  scolastica  degli  studenti  con
disabilita', anche attraverso l'istituzione di appositi  percorsi  di
formazione universitaria; 
    2) la revisione dei criteri  di  inserimento  nei  ruoli  per  il
sostegno didattico, al fine di garantire la continuita'  del  diritto
allo  studio  degli  alunni  con  disabilita',  in  modo  da  rendere
possibile allo studente di fruire dello stesso insegnante di sostegno
per l'intero ordine o grado di istruzione; 
    3) l'individuazione  dei  livelli  essenziali  delle  prestazioni
scolastiche, sanitarie e sociali, tenuto conto dei diversi livelli di
competenza istituzionale; 
    4)  la  previsione  di  indicatori  per  l'autovalutazione  e  la
valutazione dell'inclusione scolastica; 
    5) la revisione delle  modalita'  e  dei  criteri  relativi  alla
certificazione, che deve  essere  volta  a  individuare  le  abilita'
residue al fine di poterle sviluppare attraverso percorsi individuati
di concerto con tutti gli specialisti di strutture pubbliche, private
o convenzionate che seguono gli alunni riconosciuti disabili ai sensi
degli articoli 3 e 4 della legge 5 febbraio 1992,  n.  l04,  e  della
legge 8 ottobre 2010, n. 170, che partecipano ai gruppi di lavoro per
l'integrazione e l'inclusione o agli incontri informali; 
    6) la revisione e la razionalizzazione degli organismi operanti a
livello territoriale per il supporto all'inclusione; 
    7)  la  previsione  dell'obbligo  di  formazione  iniziale  e  in
servizio per i dirigenti scolastici e per  i  docenti  sugli  aspetti
pedagogico-didattici e organizzativi dell'integrazione scolastica; 
    8) la previsione dell'obbligo di formazione in  servizio  per  il
personale  amministrativo,  tecnico  e  ausiliario,   rispetto   alle
specifiche  competenze,  sull'assistenza  di  base  e  sugli  aspetti
organizzativi  ed  educativo-relazionali  relativi  al  processo   di
integrazione scolastica; 
    9) la previsione della garanzia dell'istruzione  domiciliare  per
gli alunni che si trovano nelle condizioni di  cui  all'articolo  12,
comma 9, della legge 5 febbraio 1992, n. l04; 
    d) revisione  dei  percorsi  dell'istruzione  professionale,  nel
rispetto dell'articolo 117 della Costituzione, nonche' raccordo con i
percorsi dell'istruzione e formazione professionale, attraverso: 
    l) la ridefinizione degli indirizzi, delle articolazioni e  delle
opzioni dell'istruzione professionale; 
    2) il  potenziamento  delle  attivita'  didattiche  laboratoriali
anche attraverso una rimodulazione, a parita'  di  tempo  scolastico,
dei quadri orari degli  indirizzi,  con  particolare  riferimento  al
primo biennio; 
    e)  istituzione  del  sistema  integrato  di  educazione   e   di
istruzione dalla nascita fino a  sei  anni,  costituito  dai  servizi
educativi per l'infanzia e dalle scuole  dell'infanzia,  al  fine  di
garantire ai bambini e alle bambine pari opportunita' di  educazione,
istruzione, cura,  relazione  e  gioco,  superando  disuguaglianze  e
barriere territoriali, economiche, etniche e  culturali,  nonche'  ai
fini della conciliazione tra tempi di vita, di cura e di  lavoro  dei
genitori, della promozione della qualita'  dell'offerta  educativa  e
della continuita' tra i vari servizi  educativi  e  scolastici  e  la
partecipazione delle famiglie, attraverso: 
    l) la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni  della
scuola dell'infanzia e dei servizi educativi per l'infanzia  previsti
dal  Nomenclatore  interregionale  degli  interventi  e  dei  servizi
sociali, sentita la Conferenza unificata di cui  all'articolo  8  del
decreto  legislativo  28  agosto   1997,   n.   281,   e   successive
modificazioni, prevedendo: 
    1.1) la generalizzazione della scuola dell'infanzia; 
    1.2) la qualificazione universitaria e la formazione continua del
personale  dei  servizi  educativi  per  l'infanzia  e  della  scuola
dell'infanzia; 
    1.3) gli standard strutturali, organizzativi  e  qualitativi  dei
servizi  educativi  per  l'infanzia  e  della  scuola  dell'infanzia,
diversificati in base alla tipologia, all'eta'  dei  bambini  e  agli
orari di servizio, prevedendo tempi di compresenza del personale  dei
servizi  educativi  per  l'infanzia   e   dei   docenti   di   scuola
dell'infanzia, nonche' il coordinamento pedagogico territoriale e  il
riferimento alle Indicazioni nazionali per il curricolo della  scuola
dell'infanzia e del  primo  ciclo  di  istruzione,  adottate  con  il
regolamento  di  cui  al  decreto   del   Ministro   dell'istruzione,
dell'universita' e della ricerca 16 novembre 2012, n. 254; 
    2) la definizione delle funzioni e dei compiti  delle  regioni  e
degli enti locali al fine di potenziare la ricettivita'  dei  servizi
educativi per l'infanzia e la qualificazione del sistema integrato di
cui alla presente lettera; 
    3) l'esclusione dei servizi  educativi  per  l'infanzia  e  delle
scuole dell'infanzia dai servizi a domanda individuale; 
    4) l'istituzione di una quota capitaria per il raggiungimento dei
livelli  essenziali,  prevedendo  il  cofinanziamento  dei  costi  di
gestione, da parte dello Stato con trasferimenti  diretti  o  con  la
gestione diretta delle scuole dell'infanzia e da parte delle  regioni
e degli enti locali al netto delle entrate da compartecipazione delle
famiglie utenti del servizio; 
    5) l'approvazione e  il  finanziamento  di  un  piano  di  azione
nazionale per  la  promozione  del  sistema  integrato  di  cui  alla
presente  lettera,  finalizzato   al   raggiungimento   dei   livelli
essenziali delle prestazioni; 
    6)  la  copertura  dei  posti  della  scuola  dell'infanzia   per
l'attuazione del piano di azione  nazionale  per  la  promozione  del
sistema integrato anche avvalendosi della graduatoria  a  esaurimento
per il medesimo grado di istruzione  come  risultante  alla  data  di
entrata in vigore della presente legge; 
    7) la promozione della costituzione di poli  per  l'infanzia  per
bambini di eta' fino a sei anni, anche aggregati a scuole primarie  e
istituti comprensivi; 
    8) l'istituzione, senza nuovi o maggiori oneri  per  il  bilancio
dello Stato, di un'apposita  commissione  con  compiti  consultivi  e
propositivi,   composta   da   esperti   nominati    dal    Ministero
dell'istruzione, dell'universita' e della ricerca,  dalle  regioni  e
dagli enti locali; 
    f) garanzia dell'effettivita' del diritto allo studio su tutto il
territorio nazionale, nel rispetto delle competenze delle regioni  in
tale materia, attraverso la definizione dei livelli essenziali  delle
prestazioni,  sia  in  relazione  ai  servizi   alla   persona,   con
particolare riferimento alle condizioni di disagio, sia in  relazione
ai servizi strumentali; potenziamento  della  Carta  dello  studente,
tenuto conto del sistema  pubblico  per  la  gestione  dell'identita'
digitale, al fine di attestare attraverso  la  stessa  lo  status  di
studente e rendere possibile l'accesso a programmi relativi a beni  e
servizi di natura culturale, a servizi per la mobilita'  nazionale  e
internazionale, ad ausili di natura tecnologica per lo studio  e  per
l'acquisto di materiale scolastico, nonche' possibilita' di associare
funzionalita'  aggiuntive  per  strumenti  di  pagamento   attraverso
borsellino elettronico; 
    g)   promozione   e   diffusione   della   cultura    umanistica,
valorizzazione del patrimonio e della produzione culturali, musicali,
teatrali, coreutici e cinematografici e  sostegno  della  creativita'
connessa alla sfera estetica, attraverso: 
    l)  l'accesso,  nelle  sue   varie   espressioni   amatoriali   e
professionali,     alla     formazione     artistica,     consistente
nell'acquisizione  di  conoscenze  e  nel  contestuale  esercizio  di
pratiche connesse  alle  forme  artistiche,  musicali,  coreutiche  e
teatrali, mediante: 
    1.1) il potenziamento della formazione nel settore delle arti nel
curricolo delle scuole di ogni ordine  e  grado,  compresa  la  prima
infanzia, nonche' la realizzazione  di  un  sistema  formativo  della
professionalita'  degli  educatori  e  dei  docenti  in  possesso  di
specifiche abilitazioni e di specifiche competenze artistico-musicali
e didattico-metodologiche; 
    1.2) l'attivazione, da parte di scuole o reti di scuole  di  ogni
ordine e grado, di accordi e collaborazioni anche con soggetti terzi,
accreditati dal Ministero dell'istruzione, dell'universita'  e  della
ricerca e dal Ministero dei beni e delle attivita'  culturali  e  del
turismo ovvero dalle regioni o dalle province autonome di Trento e di
Bolzano anche mediante accordi quadro tra le istituzioni interessate; 
    1.3) il potenziamento e il coordinamento  dell'offerta  formativa
extrascolastica  e  integrata  negli  ambiti   artistico,   musicale,
coreutico e teatrale anche in funzione dell'educazione permanente; 
    2) il riequilibrio territoriale e il potenziamento  delle  scuole
secondarie   di   primo   grado   a   indirizzo   musicale    nonche'
l'aggiornamento  dell'offerta  formativa  anche  ad   altri   settori
artistici nella scuola secondaria di primo grado e l'avvio  di  poli,
nel  primo  ciclo  di  istruzione,   a   orientamento   artistico   e
performativo; 
    3)  la  presenza  e  il  rafforzamento  delle  arti  nell'offerta
formativa delle scuole secondarie di secondo grado; 
    4) il potenziamento dei licei  musicali,  coreutici  e  artistici
promuovendo progettualita' e scambi con gli altri Paesi europei; 
    5) l'armonizzazione dei percorsi formativi di  tutta  la  filiera
del  settore  artistico-musicale,  con  particolare   attenzione   al
percorso pre-accademico dei giovani talenti musicali, anche  ai  fini
dell'accesso all'alta formazione artistica, musicale  e  coreutica  e
all'universita'; 
    6) l'incentivazione delle sinergie tra i linguaggi artistici e le
nuove tecnologie valorizzando le esperienze di ricerca e innovazione; 
    7)   il   supporto   degli   scambi   e   delle    collaborazioni
artistico-musicali tra le diverse istituzioni formative sia  italiane
che straniere,  finalizzati  anche  alla  valorizzazione  di  giovani
talenti; 
    8) la sinergia e l'unitarieta' degli obiettivi nell'attivita' dei
soggetti preposti alla promozione della cultura italiana all'estero; 
    h) revisione, riordino e adeguamento della normativa  in  materia
di istituzioni e iniziative scolastiche italiane all'estero  al  fine
di realizzare un effettivo e sinergico coordinamento tra il Ministero
degli  affari  esteri  e  della  cooperazione  internazionale  e   il
Ministero dell'istruzione, dell'universita'  e  della  ricerca  nella
gestione della  rete  scolastica  e  della  promozione  della  lingua
italiana all'estero attraverso: 
    l) la definizione dei criteri e  delle  modalita'  di  selezione,
destinazione  e  permanenza  in  sede   del   personale   docente   e
amministrativo; 
    2) la revisione del trattamento economico del personale docente e
amministrativo; 
    3)  la  previsione  della  disciplina  delle   sezioni   italiane
all'interno di scuole straniere o internazionali; 
    4) la revisione della  disciplina  dell'insegnamento  di  materie
obbligatorie  secondo  la   legislazione   locale   o   l'ordinamento
scolastico italiano da affidare a insegnanti a contratto locale; 
    i) adeguamento  della  normativa  in  materia  di  valutazione  e
certificazione delle competenze degli studenti, nonche'  degli  esami
di Stato, anche in raccordo con la normativa vigente  in  materia  di
certificazione delle competenze, attraverso: 
    l) la revisione delle modalita' di valutazione  e  certificazione
delle competenze  degli  studenti  del  primo  ciclo  di  istruzione,
mettendo in rilievo la funzione formativa  e  di  orientamento  della
valutazione, e delle modalita' di  svolgimento  dell'esame  di  Stato
conclusivo del primo ciclo; 
    2) la revisione delle modalita' di  svolgimento  degli  esami  di
Stato relativi ai percorsi  di  studio  della  scuola  secondaria  di
secondo grado in coerenza con quanto previsto dai regolamenti di  cui
ai decreti del Presidente della Repubblica 15 marzo 20l0, nn. 87,  88
e 89». 
    6.1.- Ad avviso della  Regione,  il  complesso  delle  richiamate
disposizioni determinerebbe una fitta rete  di  interferenze  con  la
competenza esclusiva regionale in materia di «istruzione e formazione
professionale»  ed  attribuirebbe  potenzialmente   allo   Stato   la
competenza  ad  adottare  non  solo  norme  di  principio,  ma  anche
disposizioni di dettaglio. 
    In particolare, sarebbero lesive delle  competenze  regionali  le
disposizioni che affidano  al  legislatore  delegato  il  compito  di
definire, in modo dettagliato, il sistema di formazione iniziale e il
suo completamento, nonche' l'istituzione di  percorsi  di  formazione
che integrano le competenze disciplinari e pedagogiche  dei  docenti,
senza  prevedere   la   partecipazione   regionale   nella   relativa
definizione. 
    Secondo la Regione, cio' lederebbe, in primo luogo, la competenza
esclusiva  regionale  in  materia   di   «istruzione   e   formazione
professionale» e consentirebbe al legislatore delegato  di  delineare
un sistema formativo dei docenti che, anche laddove rientrasse  nella
materia  «istruzione»,  dovrebbe  lasciare  comunque  al  legislatore
regionale margini di attuazione. 
    Analogamente,  la  previsione  di  un  sistema  formativo   della
professionalita'  degli  educatori  e  dei  docenti  in  possesso  di
specifiche abilitazioni e di specifiche competenze artistico-musicali
e  didatticometodologiche,  il  potenziamento  e   il   coordinamento
dell'offerta  formativa  extrascolastica  e  integrata  negli  ambiti
artistico, musicale, coreutico e  teatrale  e  disposizioni  analoghe
disseminate nel corpo del comma 181 impugnato,  determinerebbero,  in
assenza di un necessario coinvolgimento delle Regioni, un'illegittima
compressione della competenza legislativa e amministrativa  regionale
in materia di «istruzione e formazione  professionale»,  nonche'  una
lesione del canone di leale collaborazione di cui all'art. 120 Cost.,
mancando  ogni  riferimento  al  limite  derivante  dalle  competenze
riservate alle Regioni. 
    Secondo la difesa regionale, pertanto, il combinato disposto  dei
commi 180 e 181, nelle  parti  in  cui  gli  stessi  determinano  una
indebita  compressione  delle  competenze   regionali,   sarebbe   in
contrasto con l'art. 117,  secondo,  terzo  e  quarto  comma,  Cost.,
nonche' con gli artt. 118 e 120 Cost. 
    7.- Con atto depositato il 20 ottobre 2015, si e'  costituito  in
giudizio il Presidente del Consiglio dei  ministri,  rappresentato  e
difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che il ricorso
sia dichiarato inammissibile e comunque infondato. 
    7.1.- Ad avviso della difesa statale, l'art. 1, comma 44, farebbe
esclusivo riferimento ai percorsi formativi utili per  l'assolvimento
del  diritto-dovere  all'istruzione  e  sarebbe  volto   ad   evitare
disparita' di trattamento fra  studenti  impegnati  nella  formazione
professionale rispetto a quelli iscritti nei percorsi  di  istruzione
liceale  o  tecnica,  che  beneficeranno,  invece,  degli  interventi
previsti dalla legge n. 107 del 2015. 
    Quanto  al  contenuto  del  decreto  ministeriale,   l'Avvocatura
generale dello Stato osserva che esso costituirebbe  espressione  del
potere-dovere dello Stato di  definire  i  livelli  essenziali  delle
prestazioni   nella   materia   della   «istruzione   e    formazione
professionale», come previsto dal Capo III del decreto legislativo 17
ottobre 2005, n. 226  (Norme  generali  e  livelli  essenziali  delle
prestazioni relativi  al  secondo  ciclo  del  sistema  educativo  di
istruzione e formazione, a norma dell'articolo 2 della legge 28 marzo
2003, n. 53). Cio'  sarebbe  confermato  dalla  finalita'  dichiarata
della  disposizione,  in  quanto  volta  al  «potenziamento  e   alla
valorizzazione delle  conoscenze  e  competenze  degli  studenti  del
secondo ciclo». 
    L'Avvocatura generale dello Stato, inoltre, rileva come la  norma
impugnata richiami esplicitamente il rispetto della competenza  delle
Regioni in materia di «formazione  professionale»  e  ne  sia  quindi
rispettosa, mirando solo ad un generale adeguamento,  necessario  per
garantire uniformita' all'interno del sistema nazionale di istruzione
e formazione. 
    Secondo la difesa statale, infine, le  argomentazioni  dedotte  a
sostegno della violazione degli artt. 117, secondo e terzo  comma,  e
118  Cost.,  sarebbero  inconferenti,  in  quanto   la   disposizione
impugnata prevede comunque l'adozione del decreto  ministeriale  solo
previa intesa in sede di Conferenza Stato-Regioni. 
    7.2.-  In  riferimento  all'art.  1,  comma   47,   lettera   f),
l'Avvocatura  generale  dello  Stato  osserva  come  i  percorsi   di
formazione, ai quali fa riferimento  la  norma,  non  potrebbero  che
essere quelli di istruzione tecnica superiore (ITS) istituzionalmente
erogati dalle fondazioni. 
    Ad avviso della difesa statale,  la  disposizione  impugnata  non
attribuirebbe in alcun modo agli ITS la possibilita' di erogare corsi
di istruzione e formazione professionale,  ma  sarebbe  semplicemente
finalizzata ad ampliare il novero dei percorsi attivabili nell'ambito
dell'istruzione tecnica superiore  da  parte  delle  fondazioni,  nel
rispetto, peraltro, dell'iter autorizzativo di competenza  regionale,
essendo previsto che le linee  guida  per  la  semplificazione  e  la
promozione  degli  ITS  siano  adottate  previa  intesa  in  sede  di
Conferenza unificata. 
    7.3.- Con riguardo all'art. 1, comma  66,  l'Avvocatura  generale
dello Stato ritiene che tale disposizione non incida in alcun modo in
materia  di  dimensionamento  della  rete  scolastica,   poiche'   la
disciplina degli ambiti  territoriali  avrebbe  natura  squisitamente
organizzativa del personale docente, che e' personale statale. 
    La relativa disciplina, nonche' l'«organizzazione  amministrativa
dello Stato» e, quindi, anche la sua organizzazione  sul  territorio,
sarebbero competenze esclusive dello Stato  stesso,  ai  sensi  degli
artt. 97, secondo comma, e 117, secondo comma, lettera g), Cost. 
    Ad avviso della difesa statale, tale disposizione  si  renderebbe
necessaria per superare la  previgente  disciplina  che  disegnava  i
ruoli del  personale  docente  in  termini  "provinciali",  ai  sensi
dell'art.  398  del  decreto  legislativo  16  aprile  1994,  n.  297
(Approvazione del testo unico delle disposizioni legislative  vigenti
in materia di istruzione, relative  alle  scuole  di  ogni  ordine  e
grado). 
    La disposizione in esame non  farebbe  altro  che  ridisegnare  i
ruoli del personale docente al fine di adattarli alle nuove modalita'
di costituzione dell'organico dell'autonomia, che tiene  conto  delle
nuove funzioni  assegnate  al  dirigente  scolastico  in  materia  di
individuazione dei docenti da assegnare  all'istituzione  scolastica,
determinando specifici criteri per la configurazione degli stessi. 
    Esso, dunque, non sarebbe un principio fondamentale in materia di
istruzione, ma rientrerebbe tra le norme generali  sull'istruzione  e
tra i principi per  l'organizzazione  dei  pubblici  uffici,  di  cui
all'art. 97 Cost. 
    Osserva, inoltre, la difesa statale come gli ambiti  territoriali
di cui all'impugnato  comma  66  non  rientrino  nelle  attivita'  di
dimensionamento che la sentenza di  questa  Corte  n.  147  del  2012
riconosce come materia di competenza concorrente sull'istruzione,  ai
sensi dell'art. 117, terzo comma, Cost. 
    Tale attivita', infatti, e'  attuata  dalle  Regioni  secondo  le
disposizioni di cui all'art. 3 del d.P.R.  18  giugno  1999,  n.  233
(Regolamento recante norme  per  il  dimensionamento  ottimale  delle
istituzioni  scolastiche  e  per  la  determinazione  degli  organici
funzionali dei singoli istituti, a norma dell'articolo 21 della legge
15 marzo 1997, n. 59), con  l'approvazione  del  piano  regionale  di
dimensionamento delle istituzioni scolastiche sulla  base  dei  piani
disposti dalle singole Province. 
    L'attivita' di dimensionamento attiene al numero  degli  istituti
scolastici sul territorio, alle fusioni, soppressioni,  aggregazioni,
accorpamenti, trasferimenti di sedi,  creazione  di  nuovi  punti  di
erogazione  del  servizio  e  dell'offerta  formativa,  che  sono  di
competenza regionale. 
    Al contrario, il  meccanismo  di  cui  ai  commi  66  e  seguenti
atterrebbe, secondo la difesa statale, alla determinazione,  gestione
e programmazione delle  dotazioni  organiche  del  personale  docente
della rete scolastica  che,  secondo  l'art.  138,  lettera  b),  del
decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112 (Conferimento di funzioni e
compiti amministrativi dello Stato alle regioni ed agli enti  locali,
in attuazione del capo I della legge 15 marzo 1997,  n.  59),  e'  di
competenza  esclusiva  dello  Stato  ed  inciderebbe   sui   «livelli
essenziali delle prestazioni» di cui  all'art.  117,  secondo  comma,
lettera m), Cost. 
    Le norme disciplinerebbero, pertanto, la pianificazione del ruolo
del personale docente, che rientra nell'assetto  organizzativo  della
scuola,   ascrivibile   alla   categoria   delle    norme    generali
sull'istruzione. Secondo la difesa statale, dunque, il meccanismo  in
esame sarebbe parte delle «strutture portanti» del sistema  nazionale
dell'istruzione, che richiedono un'applicazione unitaria  sull'intero
territorio nazionale. 
    Ad avviso dell'Avvocatura generale  dello  Stato,  inoltre,  tali
norme sarebbero una chiara attuazione di  quanto  previsto  dall'art.
117, secondo comma, lettera g), Cost., e  rispetterebbero  pienamente
il principio di  leale  collaborazione.  La  disposizione  impugnata,
infatti, opera nell'ambito dell'organizzazione degli uffici statali e
correttamente prevede che  il  decreto  ministeriale  di  definizione
degli ambiti sia emanato previo parere, e  non  previa  intesa  delle
Regioni e degli enti locali. 
    Secondo la difesa statale, il meccanismo in  esame  completerebbe
l'aspetto funzionale e teleologico  di  strumento  di  organizzazione
degli uffici, consentendo una migliore gestione  degli  esuberi,  che
saranno riassorbiti non piu' nel ristretto ambito provinciale, ma  in
quello  regionale,  consentendo,  altresi',  la  realizzazione  della
continuita' didattica. 
    7.4.- Quanto infine all'art. 1, commi  180  e  181,  l'Avvocatura
generale dello Stato eccepisce in primo luogo  la  genericita'  della
censura, essendo rivolta all'intero impianto legislativo, compreso il
riordino normativo, che e' certamente di competenza dello Stato. 
    Viene eccepita anche l'irrilevanza della questione, posto che  e'
prevista  l'adozione  di  decreti  legislativi   il   cui   contenuto
precettivo non sarebbe al momento prevedibile. 
    In ogni caso, l'Avvocatura generale dello Stato osserva  come  il
legislatore statale abbia previsto,  al  comma  182,  che  i  decreti
legislativi di cui al comma 180 vengano adottati «previo parere della
Conferenza unificata» e cio' anche a fronte  di  specifica  richiesta
emendativa sul testo del disegno di legge di iniziativa  governativa,
proposta nella Conferenza unificata del 7  maggio  2015,  su  cui  la
stessa Conferenza ha espresso parere favorevole. 
    8.-  Con  una  successiva  memoria  depositata   in   prossimita'
dell'udienza, il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato
e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, ha insistito affinche'
il ricorso sia dichiarato inammissibile e comunque infondato. 
    In particolare, secondo la difesa statale, l'art.  1,  comma  44,
sarebbe espressione della competenza legislativa statale  in  materia
di  determinazione  dei   «livelli   essenziali   delle   prestazioni
concernenti i diritti civili e sociali»  da  garantire  su  tutto  il
territorio nazionale, di cui all'art. 117, secondo comma, lettera m),
Cost., essendo indubbio che nell'ambito  di  tali  diritti  civili  e
sociali rientrino anche quelli connessi ad  un  adeguato  livello  di
fruizione delle prestazioni formative finalizzate all'inserimento nel
mondo del lavoro. 
    Inoltre, ad  avviso  dell'Avvocatura  generale  dello  Stato,  la
previsione dell'intesa in sede  di  Conferenza  Stato-Regioni  ed  il
richiamo esplicito al  «rispetto  delle  competenze  delle  Regioni»,
porterebbero ad escludere  qualsivoglia  violazione  del  riparto  di
competenze legislative. 
    9.- Con ricorso spedito per  la  notificazione  il  14  settembre
2015, ricevuto il 21 settembre 2015 e  depositato  il  successivo  24
settembre (reg. ric. n. 88 del 2015), la Regione Puglia ha  impugnato
l'art. 1, commi 29, 47, 66, 68, 69, 74, 126, 153, 155, 162, 171, 181,
lettera e), numero 1.3), e 183 della  legge  n.  107  del  2015,  per
violazione degli artt. 117, terzo e sesto comma, 118, primo comma,  e
119 della Costituzione. 
    10.- L'art. 1, comma 29, stabilisce che «Il dirigente scolastico,
di concerto con gli  organi  collegiali,  puo'  individuare  percorsi
formativi e iniziative diretti  all'orientamento  e  a  garantire  un
maggiore coinvolgimento degli studenti nonche' la valorizzazione  del
merito  scolastico  e  dei  talenti.  A  tale  fine,   nel   rispetto
dell'autonomia delle scuole e di quanto previsto dal  regolamento  di
cui al decreto del Ministro della  pubblica  istruzione  1°  febbraio
2001, n. 44, possono essere utilizzati anche finanziamenti esterni». 
    10.1.- Secondo la ricorrente, tale disposizione alla  luce  della
giurisprudenza di questa Corte sarebbe riconducibile alla materia  di
legislazione concorrente «istruzione», di  cui  all'art.  117,  terzo
comma,  Cost.,  e  non  alle  «norme  generali  sull'istruzione»   di
competenza esclusiva dello Stato. 
    Essa, infatti, pur riguardando ambiti  senza  dubbio  ascrivibili
alla sfera dell'istruzione, quali l'orientamento,  il  coinvolgimento
degli studenti e la valorizzazione del merito scolastico, non sarebbe
configurabile alla stregua di una disciplina afferente alla struttura
portante di tale materia. 
    L'impugnato comma 29 si spingerebbe oltre la  determinazione  dei
principi  fondamentali,  in   quanto   attribuirebbe   una   funzione
amministrativa ad un organo statale e  ne  stabilirebbe  la  relativa
disciplina in un ambito rimesso  alla  competenza  concorrente  della
Regione, senza neppur prevedere alcuna intesa,  ne'  altra  forma  di
partecipazione delle Regioni alla disciplina e all'esercizio di  tale
funzione. Di qui, secondo la ricorrente, la  violazione  degli  artt.
117, terzo comma, e 118, primo comma, Cost. 
    11.- L'art. 1, comma 47, stabilisce che «Per favorire  le  misure
di semplificazione e di promozione degli istituti tecnici  superiori,
con decreto del Ministro dell'istruzione,  dell'universita'  e  della
ricerca, da adottare entro novanta giorni dalla data  di  entrata  in
vigore della presente legge, di concerto con il Ministro del lavoro e
delle politiche sociali, con il Ministro dello sviluppo  economico  e
con il Ministro dell'economia e delle finanze, previa intesa in  sede
di  Conferenza  unificata  ai  sensi  dell'articolo  9  del   decreto
legislativo 28 agosto 1997, n. 281, sono emanate le linee  guida  per
conseguire i  seguenti  obiettivi,  a  sostegno  delle  politiche  di
istruzione   e   formazione   sul   territorio   e   dello   sviluppo
dell'occupazione dei giovani: 
    a) semplificare e snellire le procedure per lo svolgimento  delle
prove  conclusive  dei  percorsi  attivati  dagli  istituti   tecnici
superiori, prevedendo modifiche alla composizione  delle  commissioni
di esame e alla predisposizione e valutazione delle prove di verifica
finali; 
    b) prevedere l'ammontare del contributo dovuto dagli studenti per
gli esami conclusivi dei percorsi e per il rilascio del diploma; 
    c) prevedere che  la  partecipazione  dei  soggetti  pubblici  in
qualita' di soci fondatori delle  fondazioni  di  partecipazione  cui
fanno capo gli istituti tecnici superiori e le loro  attivita'  possa
avvenire senza determinare nuovi o maggiori oneri a carico  dei  loro
bilanci; 
    d) prevedere che, ai fini del riconoscimento  della  personalita'
giuridica da parte del prefetto, le fondazioni di partecipazione  cui
fanno  capo  gli  istituti  tecnici  superiori  siano  dotate  di  un
patrimonio, uniforme per tutto il territorio nazionale, non inferiore
a 50.000 euro e comunque che garantisca la piena realizzazione di  un
ciclo completo di percorsi; 
    e) prevedere per le fondazioni di partecipazione cui  fanno  capo
gli istituti tecnici superiori un regime contabile e  uno  schema  di
bilancio per la rendicontazione dei percorsi  uniforme  in  tutto  il
territorio nazionale; 
    f) prevedere che le fondazioni esistenti alla data di entrata  in
vigore  della  presente  legge  possano   attivare   nel   territorio
provinciale altri percorsi di formazione anche  in  filiere  diverse,
fermo restando il rispetto dell'iter di autorizzazione e  nell'ambito
delle risorse disponibili a legislazione vigente. In questo caso  gli
istituti tecnici superiori devono essere dotati di un patrimonio  non
inferiore a 100.000 euro». 
    11.1.- Secondo la Regione, si tratterebbe di una  previsione  che
ricade  nell'ambito  della  competenza  legislativa  concorrente   in
materia  di  «istruzione»,  poiche',   avendo   finalita'   di   mera
semplificazione e promozione degli istituti  tecnici  superiori,  non
sarebbe riconducibile  ne'  alla  «struttura  essenziale»,  ne'  alle
«basi» del sistema istruzione, la cui disciplina e' di spettanza  del
legislatore statale. 
    Tuttavia, ai sensi dell'art. 117, sesto comma, Cost., in  materia
di legislazione concorrente sarebbe precluso al legislatore  statale,
anche al solo fine di dettare i «principi fondamentali», il ricorso a
fonti regolamentari, come il decreto interministeriale cui  la  norma
impugnata rinvia. 
    Non sarebbe neppure possibile sostenere che le linee guida cui si
riferisce  la  disposizione  in  esame   non   siano   giuridicamente
vincolanti e, quindi, non vengano in rilievo come fonte normativa. Ad
avviso della ricorrente, infatti, cio' contrasterebbe palesemente con
gli obiettivi che tali linee guida dovrebbero  conseguire,  quali  la
previsione di «modifiche alla composizione delle commissioni di esame
e alla predisposizione e valutazione delle prove di verifica  finali»
(lettera a), nonche'  dell'«ammontare  del  contributo  dovuto  dagli
studenti per gli esami conclusivi dei percorsi e per il rilascio  del
diploma» (lettera b); o, ancora, la previsione che «la partecipazione
dei soggetti pubblici in qualita' di soci fondatori delle  fondazioni
di partecipazione cui fanno capo gli istituti tecnici superiori e  le
loro attivita' possa avvenire  senza  determinare  nuovi  o  maggiori
oneri a carico dei loro bilanci» (lettera c), e che «le fondazioni di
partecipazione cui fanno capo gli istituti  tecnici  superiori  siano
dotate di un patrimonio, uniforme per tutto il territorio  nazionale,
non inferiore a 50.000  euro  e  comunque  che  garantisca  la  piena
realizzazione di un ciclo completo di percorsi» (lettera d). 
    Infine, osserva la Regione, le linee-guida dovranno farsi  carico
anche della previsione, per le fondazioni di partecipazione cui fanno
capo gli istituti tecnici superiori, di «un regime  contabile  e  uno
schema di bilancio per la rendicontazione dei  percorsi  uniforme  in
tutto  il  territorio  nazionale»  (lettera  e),  nonche',   per   le
fondazioni esistenti alla data di entrata in vigore della legge,  che
esse «possano attivare nel territorio provinciale altri  percorsi  di
formazione anche in  filiere  diverse,  fermo  restando  il  rispetto
dell'iter di autorizzazione e nell'ambito delle risorse disponibili a
legislazione vigente. In questo caso gli istituti  tecnici  superiori
devono essere dotati di un patrimonio non inferiore a  100.000  euro»
(lettera f). 
    Non  si  tratterebbe,  dunque,  di  mere  finalita'  generali  da
conseguire, bensi' di previsioni vincolanti,  alcune  addirittura  di
dettaglio, quali la lettera a), le quali sono destinate a definire il
contenuto propriamente normativo delle suddette linee-guida. 
    12.- Secondo la Regione, l'art. 1, comma 66, nella parte  in  cui
affida agli uffici scolastici regionali la definizione  dell'ampiezza
degli ambiti territoriali nei  quali  sono  articolati  i  ruoli  del
personale  docente,  violerebbe  la  sfera  di  potesta'  legislativa
regionale in materia di «istruzione»,  di  cui  all'art.  117,  terzo
comma, Cost. 
    Tale disposizione, infatti, inciderebbe su profili  organizzativi
di pertinenza regionale che questa Corte ha ricondotto alla sfera  di
competenza regionale, in  quanto  implicanti  una  valutazione  delle
specifiche esigenze territoriali. 
    Ad avviso della ricorrente, cio' sarebbe confermato  dai  criteri
richiamati dalla  stessa  norma  ai  fini  dell'individuazione  degli
ambiti territoriali nei quali si dovrebbero articolare  i  ruoli  del
personale  docente;  la  norma  impugnata,  pertanto,   non   sarebbe
riconducibile ne'  alle  «norme  generali  sull'istruzione»,  ne'  ai
«principi fondamentali» della materia. 
    12.1.-  Ad  avviso  della  ricorrente,  quand'anche  si   volesse
intendere la disposizione in esame come attributiva di  una  funzione
amministrativa avocata in sussidiarieta' dallo  Stato,  non  sarebbe,
comunque, rispettato il principio di leale collaborazione.  Il  comma
impugnato,  infatti,  non  prevede  alcuna  intesa  con  le   Regioni
interessate, ma solo un parere. Di qui, il suo  contrasto  anche  con
l'art. 118, primo comma, Cost. 
    13.- L'art. 1, comma 68, stabilisce che  «A  decorrere  dall'anno
scolastico 2016/2017, con decreto del dirigente preposto  all'ufficio
scolastico regionale, l'organico dell'autonomia e' ripartito tra  gli
ambiti territoriali. L'organico dell'autonomia  comprende  l'organico
di diritto e i  posti  per  il  potenziamento,  l'organizzazione,  la
progettazione  e  il  coordinamento,  incluso  il  fabbisogno  per  i
progetti e le convenzioni di cui al quarto periodo del  comma  65.  A
quanto previsto dal presente comma si provvede nel limite massimo  di
cui al comma 201». 
    13.1.- Secondo la Regione, tale disposizione violerebbe gli artt.
117,  terzo  comma,  e  118,  primo  comma,  Cost.   Essa,   infatti,
afferirebbe all'assetto organizzativo della rete scolastica e al  suo
dimensionamento, nonche' a tutto cio' che in ordine  a  tali  profili
richiede una valutazione delle specifiche realta' territoriali, cioe'
ad ambiti riconducibili  alla  competenza  regionale  in  materia  di
«istruzione». 
    Con il comma in questione, inoltre,  il  legislatore  statale  ha
attribuito la funzione di  ripartizione  dell'organico  di  autonomia
«per ambiti territoriali» ad un organo statale, quale e' il dirigente
preposto all'ufficio scolastico  regionale,  senza  prevedere  alcuna
forma di coinvolgimento delle Regioni nell'esercizio  della  funzione
amministrativa avocata. 
    14.- L'art. 1, comma 69, dispone che «All'esclusivo scopo di  far
fronte  ad  esigenze  di  personale  ulteriori  rispetto   a   quelle
soddisfatte dall'organico dell'autonomia come definite dalla presente
legge, a decorrere dall'anno scolastico 2016/2017, ad esclusione  dei
posti  di  sostegno  in  deroga,  nel  caso  di   rilevazione   delle
inderogabili necessita' previste  e  disciplinate,  in  relazione  ai
vigenti ordinamenti didattici, dal regolamento di cui al decreto  del
Presidente della Repubblica 20  marzo  2009,  n.  81,  e'  costituito
annualmente    con    decreto    del    Ministro     dell'istruzione,
dell'universita'  e  della  ricerca,  di  concerto  con  il  Ministro
dell'economia e delle finanze, un ulteriore contingente di posti  non
facenti parte dell'organico dell'autonomia ne'  disponibili,  per  il
personale a  tempo  indeterminato,  per  operazioni  di  mobilita'  o
assunzioni in  ruolo.  A  tali  necessita'  si  provvede  secondo  le
modalita', i criteri e i parametri previsti dal  citato  decreto  del
Presidente della Repubblica 20 marzo 2009, n. 81. Alla  copertura  di
tali posti si  provvede  a  valere  sulle  graduatorie  di  personale
aspirante alla stipula di  contratti  a  tempo  determinato  previste
dalla normativa vigente ovvero  mediante  l'impiego  di  personale  a
tempo indeterminato con provvedimenti aventi efficacia  limitatamente
ad un solo anno scolastico.  All'attuazione  del  presente  comma  si
provvede nei limiti delle risorse disponibili annualmente nello stato
di previsione del Ministero dell'istruzione, dell'universita' e della
ricerca indicate nel decreto ministeriale di cui  al  primo  periodo,
fermo  restando  quanto  previsto  dall'articolo  64,  comma  6,  del
decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con  modificazioni,
dalla legge 6 agosto 2008, n. 133». 
    14.1.- Secondo la Regione, la disposizione in  esame  inciderebbe
nella materia «istruzione», di  competenza  legislativa  concorrente,
poiche'  atterrebbe  ai   profili   organizzativi   della   medesima.
Nonostante cio', viene  attribuita  al  Ministro  dell'istruzione  la
funzione  consistente  nella  definizione,  tramite  decreto,  di  un
incremento  dei  posti   dell'organico,   seppure   non   concernenti
l'organico «di autonomia». 
    Di qui, ad avviso della ricorrente, la violazione dell'art.  117,
terzo comma, Cost., in quanto la disposizione impugnata  non  sarebbe
in alcun modo configurabile alla stregua di un principio fondamentale
della materia. 
    14.2.- Infine, secondo la Regione, se anche si trattasse  di  una
norma statale espressiva dell'avocazione al centro  di  una  funzione
amministrativa ricadente  in  un  ambito  di  competenza  legislativa
concorrente, essa sarebbe, comunque, in  contrasto  con  l'art.  118,
primo  comma,  Cost.,  in  quanto  non  prevede   alcuna   forma   di
coinvolgimento delle  Regioni  in  tema  di  organico  del  personale
docente. Viene richiamato, a  questo  riguardo,  il  caso  deciso  da
questa Corte nella sentenza n. 279 del 2005. 
    15.- L'art. 1, comma 74, stabilisce che «Gli ambiti  territoriali
e  le  reti  sono  definiti  assicurando  il  rispetto  dell'organico
dell'autonomia e nell'ambito delle risorse finanziarie disponibili  a
legislazione vigente, senza nuovi o maggiori  oneri  a  carico  della
finanza pubblica». 
    15.1.-  Secondo  la  Regione,  tale  disposizione,  se  letta  in
combinato  disposto  con  il  comma  70,  non  potrebbe  che   essere
interpretata nel senso che la definizione degli «ambiti territoriali»
e delle «reti» e' affidata agli uffici scolastici regionali, i quali,
a loro volta, si occupano di «promuovere» tali reti tra istituzioni. 
    Ad avviso della difesa regionale, questa interpretazione  sarebbe
coerente con l'art. 1,  comma  66,  che  affida  sempre  agli  uffici
scolastici  regionali,  ed  in  particolare  ai  loro  dirigenti,  la
definizione  degli  «ambiti   territoriali»   in   riferimento   alla
ripartizione del personale docente. 
    Cosi' interpretato, tuttavia, il richiamato comma 74  sarebbe  in
contrasto con l'art. 117, terzo comma, Cost., che affida alle Regioni
la disciplina dei profili organizzativi e  di  dimensionamento  della
rete scolastica,  soprattutto  ove  vengano  in  rilievo  valutazioni
legate alle specificita' dei diversi ambiti territoriali. 
    15.2.- Secondo la Regione, inoltre, anche laddove la disposizione
impugnata esprimesse la chiamata in sussidiarieta'  di  una  funzione
amministrativa ascrivibile  ad  un  ambito  di  competenza  normativa
concorrente, essa violerebbe,  comunque,  l'art.  118,  primo  comma,
Cost., in quanto non prevederebbe il necessario coinvolgimento  delle
Regioni. 
    16.- L'art. 1, comma 126, dispone che «Per la valorizzazione  del
merito  del  personale  docente  e'  istituito  presso  il  Ministero
dell'istruzione, dell'universita' e della ricerca un apposito  fondo,
con lo stanziamento di euro 200 milioni annui a  decorrere  dall'anno
2016,  ripartito  a  livello  territoriale  e  tra   le   istituzioni
scolastiche in  proporzione  alla  dotazione  organica  dei  docenti,
considerando altresi' i fattori  di  complessita'  delle  istituzioni
scolastiche e delle aree soggette a maggiore rischio  educativo,  con
decreto  del  Ministro  dell'istruzione,  dell'universita'  e   della
ricerca». 
    16.1.-  La  disposizione  in  esame  istituirebbe  un   fondo   a
destinazione vincolata in riferimento ad un  ambito  -  quello  della
«valorizzazione del merito del personale docente» -  che,  ad  avviso
della Regione, non rientrerebbe certamente nella competenza esclusiva
statale concernente le «norme generali sull'istruzione», ma in quella
concorrente in materia di «istruzione». 
    Di qui, secondo la Regione, il contrasto con gli artt. 117, terzo
comma, e 119 Cost., essendo precluso  al  legislatore  statale,  alla
luce della consolidata giurisprudenza costituzionale, istituire fondi
a destinazione vincolata nelle materie di competenza concorrente. 
    17.- L'art. 1, comma 153, stabilisce che «Al fine di favorire  la
costruzione di scuole innovative dal punto di  vista  architettonico,
impiantistico,  tecnologico,  dell'efficienza  energetica   e   della
sicurezza strutturale e antisismica, caratterizzate dalla presenza di
nuovi ambienti di apprendimento e  dall'apertura  al  territorio,  il
Ministro  dell'istruzione,  dell'universita'  e  della  ricerca,  con
proprio decreto,  d'intesa  con  la  Struttura  di  missione  per  il
coordinamento   e   impulso   nell'attuazione   di   interventi    di
riqualificazione dell'edilizia scolastica, istituita con decreto  del
Presidente del Consiglio  dei  ministri  27  maggio  2014  presso  la
Presidenza del Consiglio dei ministri, entro trenta giorni dalla data
di entrata in vigore della presente legge, provvede  a  ripartire  le
risorse di cui al comma 158 tra le regioni e individua i criteri  per
l'acquisizione da parte delle stesse regioni delle manifestazioni  di
interesse  degli  enti  locali  proprietari  delle  aree  oggetto  di
intervento e interessati alla costruzione di una scuola innovativa». 
    17.1.- Secondo la Regione, si  tratterebbe  di  una  disposizione
statale  riconducibile  alla  materia  dell'edilizia  scolastica,  la
quale,  alla  luce  della  giurisprudenza  costituzionale,  si  trova
all'incrocio di piu' ambiti di  competenza,  quali  il  «governo  del
territorio», «l'energia» e la «protezione civile»,  tutti  rientranti
nella  potesta'  legislativa  concorrente  di  cui  al  terzo   comma
dell'art. 117 Cost. 
    Tale disposizione, in  particolare,  attribuirebbe  una  funzione
amministrativa ad un organo statale  in  una  materia  di  competenza
concorrente e ne detterebbe la relativa disciplina,  comprimendo  gli
spazi di autonomia normativa attribuiti alle Regioni, senza prevedere
alcuna forma di coinvolgimento da parte  loro.  Di  qui,  secondo  la
Regione, il contrasto con gli artt. 117, terzo comma,  e  118,  primo
comma, Cost. 
    18.-  L'art.  1,  comma  155,   stabilisce   che   «Il   Ministro
dell'istruzione,  dell'universita'  e  della  ricerca,  con   proprio
decreto, sentita la Conferenza  permanente  per  i  rapporti  tra  lo
Stato, le regioni e le province autonome  di  Trento  e  di  Bolzano,
indice  specifico  concorso  con  procedura  aperta,  anche  mediante
procedure  telematiche,  avente  ad  oggetto   proposte   progettuali
relative agli interventi individuati dalle regioni ai sensi del comma
154, nel limite delle risorse assegnate dal comma 158 e comunque  nel
numero di almeno uno per regione». 
    18.1.- Anche tale disposizione, ad avviso della Regione,  sarebbe
riconducibile alla materia dell'edilizia scolastica, di cui  all'art.
117, terzo comma, Cost.,  con  la  conseguenza  che  la  chiamata  in
sussidiarieta' da parte dello Stato di  una  funzione  amministrativa
ricadente  nella  sfera  di  competenza  concorrente  della   Regione
necessita della previsione, ai fini del suo esercizio,  di  un'intesa
con  le  Regioni;  ne'  sarebbe  sufficiente  il  mero  parere  della
Conferenza Stato-Regioni,  come  si  ricaverebbe  dalla  sentenza  di
questa Corte n. 62 del 2013. 
    Di conseguenza, la norma  impugnata  violerebbe  gli  artt.  117,
terzo comma, e 118, primo  comma,  Cost.,  nella  parte  in  cui  non
prevede che, ai fini dell'indizione della  procedura  concorsuale  da
essi  contemplata,  venga  acquisita   un'intesa   con   le   Regioni
interessate dagli interventi di edilizia scolastica. 
    19.- L'art. 1, comma 162, stabilisce che «Le regioni sono  tenute
a fornire al  Ministero  dell'istruzione,  dell'universita'  e  della
ricerca, entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore  della
presente legge,  il  monitoraggio  completo  dei  piani  di  edilizia
scolastica relativi alle annualita' 2007, 2008 e 2009, finanziati  ai
sensi dell'articolo 1, comma 625, della legge 27  dicembre  2006,  n.
296, pena la mancata successiva  assegnazione  di  ulteriori  risorse
statali. Le relative economie accertate  all'esito  del  monitoraggio
restano nella disponibilita' delle regioni  per  essere  destinate  a
interventi urgenti di messa in  sicurezza  degli  edifici  scolastici
sulla  base  di  progetti   esecutivi   presenti   nella   rispettiva
programmazione regionale predisposta ai sensi  dell'articolo  10  del
decreto  legge  12  settembre   2013,   n.   104,   convertito,   con
modificazioni, dalla legge 8 novembre 2013, n. 128,  come  da  ultimo
modificato dai commi 173 e 176 del presente  articolo,  nonche'  agli
interventi  che  si  rendono  necessari  all'esito   delle   indagini
diagnostiche sugli edifici scolastici di cui ai commi da 177 a 179  e
a quelli che si rendono necessari  sulla  base  dei  dati  risultanti
dall'Anagrafe dell'edilizia scolastica. Gli interventi devono  essere
comunicati dalla regione  competente  al  Ministero  dell'istruzione,
dell'universita' e della ricerca, che definisce tempi e modalita'  di
attuazione degli stessi». 
    19.1.- Secondo la Regione, la disposizione impugnata, pur essendo
relativa all'edilizia  scolastica,  non  sarebbe  configurabile  alla
stregua di un «principio fondamentale», ma costituirebbe,  piuttosto,
una norma di dettaglio. 
    Essa, infatti, non lascerebbe margini di attuazione alle Regioni,
poiche'  imporrebbe  loro  di  fornire  il  monitoraggio  dei   piani
sull'edilizia,  indicando  altresi'   il   termine   perentorio   per
l'adempimento di  tale  onere,  la  sanzione  in  caso  di  eventuale
inadempimento e la destinazione delle  eventuali  economie  residuate
dalla realizzazione degli interventi di edilizia scolastica.  Sarebbe
cosi' violata  la  sfera  di  competenza  concorrente  affidata  alle
Regioni dall'art. 117, terzo comma, Cost. 
    19.2.-  Peraltro,  ad  avviso  della  ricorrente,  il   carattere
dettagliato della  norma  in  esame  emergerebbe  dal  suo  combinato
disposto con il comma 171, il quale, ai fini del monitoraggio di  cui
al comma 162, prescrive l'applicazione delle modalita' analiticamente
disciplinate  dal  decreto  legislativo  29  dicembre  2011,  n.  229
(Attuazione dell'articolo 30, comma 9, lettere e),  f)  e  g),  della
legge  31  dicembre  2009,  n.  196,  in  materia  di  procedure   di
monitoraggio sullo stato di  attuazione  delle  opere  pubbliche,  di
verifica  dell'utilizzo  dei  finanziamenti  nei  tempi  previsti   e
costituzione del Fondo opere e del Fondo progetti);  di  conseguenza,
anche il comma 171 sarebbe in contrasto con l'art. 117, terzo  comma,
Cost. 
    19.3.- La Regione lamenta,  altresi',  che  il  comma  162  violi
l'art. 119 Cost., laddove, al  secondo  periodo,  imporrebbe  che  le
eventuali «economie» che  residuino  alle  Regioni  a  seguito  degli
interventi di edilizia scolastica regolati dai  precedenti  commi,  e
che siano  accertate  a  seguito  del  monitoraggio,  debbano  essere
impiegate ai fini della realizzazione degli  interventi  indicati  al
medesimo comma, cosi' vincolandole nella destinazione. 
    20.- Nota la ricorrente che, con il comma  181,  lettera  e),  il
Governo e' stato delegato ad occuparsi dell'«istituzione del  sistema
integrato di educazione e di istruzione  dalla  nascita  fino  a  sei
anni, costituito dai servizi educativi per l'infanzia e dalle  scuole
dell'infanzia, al fine di garantire ai bambini e  alle  bambine  pari
opportunita' di educazione,  istruzione,  cura,  relazione  e  gioco,
superando disuguaglianze e barriere territoriali, economiche, etniche
e culturali, nonche' ai fini della conciliazione tra tempi  di  vita,
di cura e di lavoro dei genitori,  della  promozione  della  qualita'
dell'offerta  educativa  e  della  continuita'  tra  i  vari  servizi
educativi e scolastici e la  partecipazione  delle  famiglie»,  anche
attraverso la definizione degli «standard strutturali,  organizzativi
e qualitativi dei servizi educativi per  l'infanzia  e  della  scuola
dell'infanzia, diversificati in base  alla  tipologia,  all'eta'  dei
bambini e agli orari di servizio, prevedendo tempi di compresenza del
personale dei servizi educativi  per  l'infanzia  e  dei  docenti  di
scuola   dell'infanzia,   nonche'   il    coordinamento    pedagogico
territoriale e il  riferimento  alle  Indicazioni  nazionali  per  il
curriculo della scuola dell'infanzia e del primo ciclo di istruzione,
adottate  con  il  regolamento  di  cui  al  decreto   del   Ministro
dell'istruzione, dell'universita' e della ricerca 16  novembre  2012,
n. 254» (punto 1.3. del medesimo comma). 
    Secondo la Regione, l'ambito  relativo  all'individuazione  degli
standard strutturali e organizzativi in materia  di  istituzioni  che
operano nell'ambito dell'istruzione e' stato espressamente ricondotto
da questa Corte alla sfera di competenza concorrente. 
    Pertanto la norma impugnata, nella parte in  cui  conferisce  una
delega al Governo ad adottare norme concernenti standard  strutturali
e organizzativi in relazione ai servizi educativi  per  l'infanzia  e
della scuola dell'infanzia, esorbiterebbe dalla competenza statale in
materia di «principi fondamentali» dell'«istruzione»  ed  invaderebbe
lo spazio riservato alla potesta' concorrente delle Regioni, violando
l'art. 117, terzo comma, Cost. 
    21.- L'art. 1, comma 183, prevede che «Con  uno  o  piu'  decreti
adottati ai sensi dell'articolo 17, commi  1  e  3,  della  legge  23
agosto 1988, n. 400, e successive modificazioni,  sono  raccolte  per
materie omogenee le norme regolamentari vigenti negli ambiti  di  cui
alla presente legge, con  le  modificazioni  necessarie  al  fine  di
semplificarle e adeguarle  alla  disciplina  legislativa  conseguente
all'adozione dei decreti legislativi di cui al comma 180 del presente
articolo». 
    21.1.- Secondo la Regione,  tuttavia,  ai  sensi  dell'art.  117,
sesto comma, Cost., il ricorso alla fonte regolamentare  non  sarebbe
possibile in tutti gli ambiti incisi dalla legge, ma solo  in  quelli
che siano riconducibili alla competenza legislativa  esclusiva  dello
Stato. 
    Pertanto, la disposizione impugnata  violerebbe  gli  artt.  117,
terzo e sesto comma, Cost., nella parte in cui consente l'adozione  e
la  modifica  di  norme  regolamentari   all'interno   degli   ambiti
riconducibili all'art. 117, terzo comma, Cost. 
    22.- Con atto depositato il 20 ottobre 2015 si e'  costituito  in
giudizio il Presidente del Consiglio dei  ministri,  rappresentato  e
difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che il ricorso
sia dichiarato infondato. 
    22.1.-  Secondo  la  difesa  statale,  l'art.  1,  comma  29,  si
inserirebbe a pieno  titolo  nel  quadro  della  compiuta  attuazione
dell'autonomia  scolastica,  attraverso   la   specificazione   delle
funzioni svolte dal dirigente scolastico in tema  di  orientamento  e
valorizzazione degli studenti,  ribadendo  peraltro  la  possibilita'
dell'apporto di finanziamenti esterni - gia' possibile ai  sensi  del
decreto  interministeriale  1°  febbraio   2001,   n.   44,   recante
«Istruzioni generali sulla  gestione  amministrativo-contabile  delle
istituzioni scolastiche» - per la valorizzazione dei  talenti  e  del
merito scolastico. 
    Tale  precisazione  operata  dal  legislatore   si   innesterebbe
nell'ambito delle disposizioni contenute nel Decreto  del  Presidente
della Repubblica 8 marzo 1999, n. 275 (Regolamento recante  norme  in
materia  di  autonomia  delle  istituzioni  scolastiche,   ai   sensi
dell'art. 21 della legge 15 marzo 1997, n. 59), nella misura  in  cui
riconosce alle istituzioni scolastiche autonome - per il tramite  del
dirigente  scolastico  -  una  funzione   ascrivibile   all'autonomia
didattica ed educativa, nonche'  di  sperimentazione  e  di  ricerca,
senza innovare rispetto alle competenze attribuite  alle  Regioni  in
materia di programmazione dell'offerta formativa. 
    22.2.- Quanto all'art. 1, comma 47, la difesa statale osserva che
il  segmento  dell'istruzione   postsecondaria   non   universitaria,
rappresentato dai percorsi degli istituti  tecnici  superiori  (ITS),
rientra nella piena competenza statale, anche per quanto attiene alla
normativa di dettaglio. 
    Le  previste  linee  guida,  infatti,  sarebbero  finalizzate   a
regolare  sul  piano  squisitamente  amministrativo  e  didattico  la
gestione delle fondazioni e dei  corsi  erogati;  in  particolare,  i
profili  da  disciplinare  con   linee   guida   riguarderebbero   lo
svolgimento degli esami, i criteri di riconoscimento delle fondazioni
da parte del Prefetto e la loro gestione contabile. 
    Si tratterebbe, dunque, di aspetti non attinenti alle  competenze
regolative  dell'offerta  formativa  sul  territorio,  proprie  delle
Regioni; in ogni caso, ad  avviso  della  difesa  statale,  la  norma
prevede che tali linee guida siano adottate «previa  intesa»  con  la
Conferenza Unificata. 
    22.3.- Con riguardo all'art. 1, commi 66, 68, 69 e 74, la  difesa
statale  osserva  come  tali  disposizioni  prevedano  un  meccanismo
composito per l'organizzazione degli uffici pubblici, in  particolare
per  razionalizzare  la  mobilita'  e  gli  esuberi   del   personale
scolastico, senza maggiori oneri a carico della finanza  pubblica.  A
tal fine, il meccanismo in  esame  riguarda  i  ruoli  del  personale
docente, gli ambiti territoriali, le reti tra scuole. 
    Deduce  l'Avvocatura  generale  dello  Stato  come  i  ruoli  del
personale docente  siano  modificati  in  modo  sostanziale,  perche'
individuati  su  base  regionale  e  non  piu'  provinciale  e  siano
ripartiti in ambiti territoriali, suddivisi in sezioni  separate  per
gradi di istruzione, classi di concorso e tipologie di posto. 
    Rileva ancora la difesa  statale  come  gli  ambiti  territoriali
siano stati introdotti ex novo dalla legge n. 107 del  2015  e  siano
disciplinati dall'art. 1, comma 66; essi saranno costituiti ad  opera
dei  direttori  generali  degli  uffici  scolastici   regionali,   su
indicazione del Ministero dell'istruzione, sentiti le Regioni  e  gli
enti locali, con estensione inferiore alla provincia  o  alla  citta'
metropolitana e saranno  individuati  sulla  base  della  popolazione
scolastica, della prossimita' delle  istituzioni  scolastiche,  delle
caratteristiche   del   territorio,   tenendo   anche   conto   delle
specificita' delle aree interne, montane e delle piccole isole, della
presenza di scuole nelle carceri, nonche' di ulteriori  situazioni  o
esperienze territoriali gia' in atto. 
    Gli ambiti territoriali configureranno l'organico dell'autonomia,
che  comprendera'  l'organico  di  diritto   e   i   posti   per   il
potenziamento, l'organizzazione, la progettazione e il coordinamento;
non comprendera' invece un ulteriore  contingente  di  posti  per  il
personale a  tempo  indeterminato,  per  operazioni  di  mobilita'  o
assunzioni in ruolo. 
    Le reti di scuole, infine, sono un modello organizzativo in cui i
diversi soggetti (produttori ed erogatori del  servizio  o  nodi  del
sistema) convergono su obiettivi comuni, che hanno dato luogo  ad  un
progetto  didattico  o  un   progetto   di   gestione   dei   servizi
amministrativi e sono state introdotte dall'articolo 7 del d.P.R.  n.
275 del 1999. 
    Pertanto,  ad  avviso  della  difesa  statale,  la  questione  di
costituzionalita'  sollevata  dalla   Regione   Puglia   avverso   le
disposizioni richiamate, non considererebbe che esse rientrano  nella
categoria delle norme generali sull'istruzione  e  dei  principi  per
l'organizzazione dei pubblici uffici, di cui all'articolo 97 Cost., e
non dei principi fondamentali in materia di istruzione. 
    La questione proposta non terrebbe neppure conto  del  fatto  che
gli ambiti territoriali di cui al comma  66  non  rientrerebbero  nel
dimensionamento che la sentenza n. 147 del 2012 di  questa  Corte  ha
rimesso alla competenza delle Regioni. 
    Tale dimensionamento, infatti, e' attuato secondo le disposizioni
dell'articolo 3 del  d.P.R.  18  giugno  1998,  n.  233  (Regolamento
recante norme  per  il  dimensionamento  ottimale  delle  istituzioni
scolastiche e per la determinazione  degli  organici  funzionali  dei
singoli istituti, a norma dell'articolo 21 della L. 15 marzo 1997, n.
59), con l'approvazione da parte delle Regioni del piano regionale di
dimensionamento delle istituzioni scolastiche, sulla base  dei  piani
disposti dalle singole Province. 
    La difesa statale osserva  come  l'attivita'  di  dimensionamento
attenga al numero degli  istituti  scolastici  sul  territorio,  alle
fusioni, soppressioni, aggregazioni, accorpamenti,  trasferimenti  di
sedi,  creazione  di  nuovi  punti  di  erogazione  del  servizio   e
dell'offerta formativa, che sono di competenza regionale. 
    Al contrario, il  meccanismo  di  cui  ai  commi  66  e  seguenti
atterrebbe  alla  determinazione,  gestione  e  programmazione  delle
dotazioni organiche del  personale  docente  della  rete  scolastica.
Secondo l'art. 138, lettera b),  del  decreto  legislativo  31  marzo
1998. n. 112 (Conferimento di funzioni e compiti amministrativi dello
Stato alle regioni ed agli enti locali,  in  attuazione  del  capo  I
della L 15 marzo 1997, n.  59),  tale  ambito  materiale  sarebbe  di
competenza  esclusiva  dello  Stato  ed   inciderebbe   sui   livelli
essenziali delle prestazioni, di cui all'articolo 117, secondo comma,
lettera m), Cost. 
    Le disposizioni impugnate, pertanto,  ad  avviso  dell'Avvocatura
generale dello Stato, disciplinerebbero la pianificazione  del  ruolo
del personale docente che, al  pari  del  reclutamento,  rientrerebbe
nell'assetto organizzativo della scuola, ascrivibile  alla  categoria
delle norme generali sull'istruzione; di conseguenza, tale meccanismo
sarebbe  parte  delle  «strutture  portanti»  del  sistema  nazionale
dell'istruzione, che richiedono un'applicazione unitaria  sull'intero
territorio nazionale. 
    Secondo  la  difesa  statale,  inoltre,  tali   norme   sarebbero
attuazione  dell'art.  117,  secondo  comma,  lettera  g),  Cost.,  e
rispetterebbero il principio di leale collaborazione; il comma 66, in
particolare, prevede che il decreto ministeriale di definizione degli
ambiti sia emanato previo parere delle Regioni e degli  enti  locali.
La norma opera nell'ambito dell'organizzazione degli uffici statali e
non sarebbe necessaria la previsione dell'intesa. 
    In conclusione, secondo la difesa statale, il meccanismo in esame
completerebbe l'aspetto funzionale e teleologico dello  strumento  di
organizzazione degli uffici, permettendo una migliore gestione  degli
esuberi, destinati ad  essere  riassorbiti  non  piu'  nel  ristretto
ambito provinciale, ma regionale; esso  consentirebbe,  altresi',  la
realizzazione della continuita' didattica. 
    23.- In riferimento all'art. 1,  comma  126,  la  difesa  statale
deduce che si tratterebbe di una disciplina relativa  al  trattamento
retributivo del personale docente, che e' personale statale. Osserva,
infatti, l'Avvocatura generale dello Stato che  il  successivo  comma
128  inquadra  il  "bonus"  quale  componente   della   «retribuzione
accessoria», rispetto alla quale  le  Regioni  non  avrebbero  alcuna
competenza. 
    24.- Quanto all'art. 1,  commi  153  e  155,  la  difesa  statale
precisa che il comma  153  si  limita  a  prevedere  un  decreto  del
Ministro dell'istruzione per il riparto tra  le  Regioni  di  risorse
statali da destinare alla realizzazione di scuole innovative sotto il
profilo   tecnologico,    architettonico    e    dell'efficientamento
energetico. 
    Pertanto, si tratterebbe di un semplice decreto rientrante  nelle
competenze dello Stato, che puo' ripartire le risorse sulla  base  di
principi oggettivi.  Il  medesimo  decreto  fissa,  inoltre,  criteri
uniformi su tutto il territorio nazionale  per  l'acquisizione  delle
manifestazioni di interesse da parte delle Regioni. 
    Secondo la difesa statale, non  vi  sarebbe  alcun  esercizio  di
funzione amministrativa da parte dello Stato.  Le  Regioni,  infatti,
conserverebbero il proprio potere di programmazione degli  interventi
sul territorio, essendo rimessa alla loro competenza l'individuazione
delle aree di intervento sulle quali realizzare le scuole  innovative
finanziate con fondi statali. 
    L'Avvocatura  generale  dello  Stato  osserva  come  il   decreto
ministeriale del 7 agosto 2015, n. 593 (Ripartizione delle risorse  e
definizione dei criteri per la  costruzione  di  scuole  innovative),
abbia  individuato  criteri  minimi  e  uniformi  per   le   Regioni,
consentendo, peraltro, che esse prevedano, nell'ambito della  propria
autonomia  e  delle  proprie  specificita'  territoriali,   ulteriori
criteri per l'individuazione delle aree di intervento,  nel  rispetto
delle proprie competenze relative al governo del territorio. 
    24.1.- Quanto al comma 155, la  norma,  ad  avviso  della  difesa
statale, si porrebbe l'obiettivo di avviare una concorso  di  idee  a
livello nazionale, ai sensi dell'art. 108 del decreto legislativo  12
aprile 2006, n. 163 (Codice dei contratti pubblici relativi a lavori,
servizi e  forniture  in  attuazione  delle  direttive  2004/17/CE  e
2004/18/CE), finalizzato  all'individuazione  di  modelli  di  scuole
innovative  sotto  il  profilo  tecnologico   ed   architettonico   e
dell'efficientamento energetico. 
    Secondo l'Avvocatura generale  dello  Stato,  rientrerebbe  nella
competenza statale indire un concorso nazionale per  progettisti  per
individuare modelli di scuole legate a ambienti didattici innovativi,
nel rispetto dei principi generali sull'istruzione e  salvaguardando,
in ogni caso, le competenze di Regioni ed enti locali. 
    Ma anche laddove si volesse far rientrare tale  competenza  nella
potesta' legislativa concorrente, il  comma  impugnato  rispetterebbe
comunque le  competenze  delle  Regioni,  perche'  prevede  che  esse
individuino le aree nelle quali realizzare le scuole innovative;  che
il decreto di indizione del concorso di idee sia concertato  in  sede
di Conferenza Stato-Regioni; che le  aree  oggetto  di  finanziamento
vengano decise dalle singole Regioni nell'ambito del  proprio  potere
programmatorio. 
    Anche il principio di leale  collaborazione,  secondo  la  difesa
statale,  sarebbe  rispettato,   alla   luce   della   giurisprudenza
costituzionale  secondo  la  quale,  in  casi  del  genere,   sarebbe
sufficiente il parere della Conferenza. 
    Infine, secondo l'Avvocatura generale  dello  Stato,  tali  norme
sono state vagliate in sede di Conferenza Unificata il 7 maggio 2015.
In quella sede e' stato espresso  parere  favorevole  sul  testo  del
disegno di legge governativo, che, con riguardo ai  commi  impugnati,
non ha subito  significativi  cambiamenti  in  sede  di  approvazione
parlamentare. 
    25.- In riferimento all'art. 1,  comma  162,  la  difesa  statale
osserva come tale disposizione riguardi il  monitoraggio  di  risorse
statali assegnate alle Regioni, rispetto alle quali le Regioni stesse
non   hanno   mai    fornito    dati    nonostante    le    richieste
dell'amministrazione. 
    Ad avviso dell'Avvocatura  generale,  sarebbe  evidente  come  il
monitoraggio  delle  risorse  pubbliche  costituisca   un   principio
generale del nostro ordinamento, sancito anche dal d.lgs. n. 229  del
2011, che impone stringenti obblighi di rendicontazione delle risorse
pubbliche,  al  fine  di  garantire  il  rispetto  dei  principi   di
razionalizzazione,  efficientamento  e   contenimento   della   spesa
pubblica,  oltre  che  costituire  principio  contabile  e  di  buona
amministrazione, rientrante nella competenza esclusiva dello Stato. 
    In ragione di cio', secondo la difesa  statale,  sarebbe  obbligo
dello Stato garantire l'osservanza di questi  principi  e  perseguire
l'obiettivo  di  un'esatta  cognizione  dell'utilizzo  delle  risorse
pubbliche  anche  da  parte  delle  Regioni  e  degli  enti   locali,
indipendentemente dalla destinazione delle stesse. 
    Il comma impugnato, inoltre, prevede un  termine  perentorio  per
comunicare gli esiti del monitoraggio al  Ministero  dell'istruzione.
Le  Regioni  devono  evidenziare  eventuali  economie  delle  risorse
statali  maturate  all'esito  dell'attuazione  degli  interventi   di
edilizia  scolastica  per  i  piani  degli  anni   2007-2008-2009   e
quest'attivita',  ad  avviso  della  difesa  statale,  rientra  nelle
normali attivita' di monitoraggio sull'uso delle  risorse  pubbliche,
di competenza esclusiva dello Stato. 
    Qualora invece si ritenesse che le attivita' di monitoraggio  sui
piani di edilizia scolastica rientrino nella  competenza  concorrente
delle Regioni, la norma impugnata, ad avviso dell'Avvocatura generale
dello Stato, fisserebbe un principio generale e  lascerebbe  comunque
alle Regioni il potere decisionale e  programmatorio  nel  riutilizzo
delle eventuali economie accertate. 
    Le prerogative regionali e i poteri programmatori  delle  Regioni
vengono tutelati, in quanto la risorse restano  nella  disponibilita'
delle stesse, coerentemente con la destinazione originaria. La  norma
impugnata ribadisce solo il principio per  cui  le  risorse  statali,
peraltro  gia'  destinate  all'edilizia  scolastica,  debbano  essere
utilizzate per la medesima finalita'; le Regioni, inoltre, conservano
una  piena  autonomia   nell'individuazione   degli   interventi   da
finanziare,  in  quanto  la  norma  stessa  rinvia   al   potere   di
programmazione regionale. 
    Secondo la difesa  statale,  dunque,  non  e'  apposto  un  nuovo
vincolo di destinazione, ma e' stato  semplicemente  ribadito  quello
gia' esistente. Inoltre, anche in questo caso, i commi 162 e 171 sono
stati vagliati in sede di Conferenza Unificata il 7 maggio 2015 e  il
testo del disegno di legge governativo, che  ha  ricevuto  il  parere
favorevole  della  Conferenza,  non  ha  poi   subito   significativi
cambiamenti  in  sede  di  approvazione  definitiva  da   parte   del
Parlamento. 
    La norma e' pertanto rispettosa del dettato di cui agli  articoli
117, terzo comma, e 119 Cost. 
    26.- In riferimento all'art. 1, comma 181, lettera e),  n.  1.3),
la difesa statale rileva come l'obiettivo  del  legislatore  non  sia
quello di invadere la competenza regionale relativa agli asili  nido,
bensi' quello  di  rendere  strutturale  e  sistematico  il  servizio
educativo su  tutto  il  territorio  nazionale,  tenuto  conto  della
crescente domanda di tale servizio da parte delle  famiglie,  ma  pur
sempre nel rispetto delle competenze regionali. 
    Il  successivo  comma  182,  infatti,  prevede  che   i   decreti
legislativi di cui al comma  180,  vengano  adottati  «previo  parere
della Conferenza unificata», e  cio'  anche  a  fronte  di  specifica
richiesta emendativa sul testo del disegno  di  legge  di  iniziativa
governativa, proposta in sede di Conferenza  Unificata  il  7  maggio
2015  e  sulla  quale  la  stessa  Conferenza  ha   espresso   parere
favorevole. 
    27.- Quanto infine all'art.  1,  comma  183,  la  difesa  statale
ritiene che si tratti  di  mero  riordino  regolamentare  che  dovra'
essere effettuato nell'ambito  del  riparto  di  competenze  vigente,
nonche' alla luce  di  quanto  disciplinato  dagli  emanandi  decreti
legislativi che, ai sensi del comma  182,  dovranno  comunque  essere
adottati previo parere della Conferenza Unificata. 
    28.-  Con  due  successive  memorie  depositate  in   prossimita'
dell'udienza, sia il Presidente del Consiglio dei  ministri,  sia  la
Regione Puglia, hanno insistito nelle conclusioni gia' formulate  nei
rispettivi atti introduttivi. 
 
                       Considerato in diritto 
 
    1.- Con i ricorsi indicati in epigrafe (reg. ric. n. 85 e  n.  88
del 2015), la Regione Veneto e  la  Regione  Puglia  hanno  impugnato
l'art. 1, commi 29, 44, 47, 66, 68, 69, 74, 126, 153, 155, 162,  171,
180, 181 e 183, della legge 13  luglio  2015,  n.  107  (Riforma  del
sistema nazionale di istruzione e formazione e delega per il riordino
delle disposizioni legislative vigenti), per violazione  degli  artt.
97, 117, secondo comma, lettera n), terzo, quarto e sesto comma, 118,
primo comma, 119 e 120 della Costituzione. 
    2.-  In  considerazione  della  parziale  identita'  delle  norme
denunciate e delle censure proposte,  i  due  giudizi  devono  essere
riuniti per essere trattati  congiuntamente  e  decisi  con  un'unica
pronuncia. 
    3.- L'art. 1, comma 29, stabilisce che «Il dirigente  scolastico,
di concerto con gli  organi  collegiali,  puo'  individuare  percorsi
formativi e iniziative diretti  all'orientamento  e  a  garantire  un
maggiore coinvolgimento degli studenti nonche' la valorizzazione  del
merito  scolastico  e  dei  talenti.  A  tale  fine,   nel   rispetto
dell'autonomia delle scuole e di quanto previsto dal  regolamento  di
cui al decreto del Ministro della  pubblica  istruzione  1°  febbraio
2001, n. 44, possono essere utilizzati anche finanziamenti esterni». 
    3.1.- Secondo  la  Regione  Puglia,  il  primo  periodo  di  tale
disposizione sarebbe in contrasto con l'art. 117, terzo comma, Cost.,
perche',  pur  incidendo  nella  materia  di  competenza  concorrente
relativa all'«istruzione», non sarebbe un principio fondamentale,  ma
una norma  di  dettaglio;  esso,  inoltre,  violerebbe  il  combinato
disposto dell'art. 117, terzo comma, e dell'art.  118,  primo  comma,
Cost., perche', pur attribuendo ad un  organo  statale  una  funzione
amministrativa ascrivibile alla competenza concorrente in materia  di
«istruzione», non prevederebbe alcuna forma di  coinvolgimento  delle
Regioni nella disciplina  e  nell'esercizio  della  funzione  avocata
dallo Stato. 
    3.2.- La questione non e' fondata. 
    Nel disporre che il dirigente scolastico,  di  concerto  con  gli
organi collegiali, puo' individuare percorsi formativi  e  iniziative
diretti all'orientamento e a  garantire  un  maggiore  coinvolgimento
degli studenti, nonche' la valorizzazione del merito scolastico e dei
talenti, la norma in esame esprime un principio fondamentale  rivolto
direttamente alle istituzioni scolastiche autonome, in  quanto  fissa
«criteri, obiettivi, direttive o discipline [...] tese ad  assicurare
la esistenza di elementi di base comuni sul territorio  nazionale  in
ordine alle modalita'  di  fruizione  del  servizio  dell'istruzione»
(sentenza n. 200  del  2009);  di  conseguenza,  trattandosi  di  una
disposizione legittimamente adottata dallo Stato nell'esercizio della
sua competenza a determinare i principi fondamentali  in  materia  di
«istruzione», non e' necessario alcun coinvolgimento della Regione. 
    4.- L'art. 1, comma 44, stabilisce che «Nell'ambito  del  sistema
nazionale di istruzione e formazione e nel rispetto delle  competenze
delle  regioni,  al  potenziamento  e   alla   valorizzazione   delle
conoscenze e  delle  competenze  degli  studenti  del  secondo  ciclo
nonche' alla trasparenza e alla qualita' dei relativi servizi possono
concorrere anche le istituzioni formative accreditate  dalle  regioni
per  la  realizzazione  di  percorsi  di  istruzione   e   formazione
professionale,  finalizzati   all'assolvimento   del   diritto-dovere
all'istruzione e alla formazione. L'offerta formativa dei percorsi di
cui al presente comma e' definita,  entro  centottanta  giorni  dalla
data  di  entrata  in  vigore  della  presente  legge,  dal  Ministro
dell'istruzione, dell'universita' e della ricerca, di concerto con il
Ministro del lavoro e delle politiche sociali, previa intesa in  sede
di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le
province autonome di Trento e di Bolzano, ai  sensi  dell'articolo  3
del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281. Al fine di  garantire
agli allievi iscritti ai percorsi  di  cui  al  presente  comma  pari
opportunita'  rispetto  agli  studenti  delle   scuole   statali   di
istruzione secondaria di secondo grado, si tiene conto, nel  rispetto
delle competenze  delle  regioni,  delle  disposizioni  di  cui  alla
presente  legge.  All'attuazione  del  presente  comma  si   provvede
nell'ambito delle  risorse  finanziarie  disponibili  a  legislazione
vigente e della dotazione organica dell'autonomia e, comunque,  senza
nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica». 
    4.1.- Secondo la Regione Veneto, tale disposizione, nell'affidare
al  Ministero  dell'istruzione  il  compito  di  definire   l'offerta
formativa dei percorsi  di  istruzione  e  formazione  professionale,
violerebbe il combinato disposto dell'art. 117, terzo e quarto comma,
in quanto la materia  dell'«istruzione  e  formazione  professionale»
sarebbe di competenza esclusiva delle Regioni. 
    4.1.1.- Sarebbe violato anche l'art. 120  Cost.,  per  l'utilizzo
distorsivo delle forme della collaborazione, in quanto la  previsione
dell'intesa  non  puo'  costituire,  ad  avviso  della  Regione,   lo
strumento per espropriare la sua competenza in materia di  formazione
professionale. 
    4.1.2.- Viene altresi' lamentato il contrasto con gli artt. 97  e
118  Cost.,  perche'  non  si  terrebbe  conto   delle   peculiarita'
territoriali, con conseguente pregiudizio  del  buon  andamento,  ne'
sussisterebbero le  condizioni  per  l'attrazione  in  sussidiarieta'
della funzione amministrativa. 
    4.2.- La questione non e' fondata in riferimento  ad  alcuno  dei
profili di censura sollevati. 
    La disposizione impugnata, infatti, e' volta non tanto a regolare
la materia, quanto a garantire agli allievi iscritti ai  corsi  delle
istituzioni formative accreditate  dalle  Regioni  pari  opportunita'
rispetto agli studenti delle scuole statali. Essa, inoltre,  richiama
piu' volte il «rispetto delle competenze delle Regioni» e prevede che
la definizione dell'offerta formativa dei percorsi  di  istruzione  e
formazione professionale da parte  del  Ministero  avvenga,  in  ogni
caso, «previa intesa in sede di Conferenza», scongiurando in tal modo
qualsivoglia vulnus alle competenze della Regione. 
    5.- Ai sensi dell'art. 1, comma 47, «Per favorire  le  misure  di
semplificazione e di promozione degli istituti tecnici superiori, con
decreto  del  Ministro  dell'istruzione,  dell'universita'  e   della
ricerca, da adottare entro novanta giorni dalla data  di  entrata  in
vigore della presente legge, di concerto con il Ministro del lavoro e
delle politiche sociali, con il Ministro dello sviluppo  economico  e
con il Ministro dell'economia e delle finanze, previa intesa in  sede
di  Conferenza  unificata  ai  sensi  dell'articolo  9  del   decreto
legislativo 28 agosto 1997, n. 281, sono emanate le linee  guida  per
conseguire i  seguenti  obiettivi,  a  sostegno  delle  politiche  di
istruzione   e   formazione   sul   territorio   e   dello   sviluppo
dell'occupazione dei giovani: 
    a) semplificare e snellire le procedure per lo svolgimento  delle
prove  conclusive  dei  percorsi  attivati  dagli  istituti   tecnici
superiori, prevedendo modifiche alla composizione  delle  commissioni
di esame e alla predisposizione e valutazione delle prove di verifica
finali; 
    b) prevedere l'ammontare del contributo dovuto dagli studenti per
gli esami conclusivi dei percorsi e per il rilascio del diploma; 
    c) prevedere che  la  partecipazione  dei  soggetti  pubblici  in
qualita' di soci fondatori delle  fondazioni  di  partecipazione  cui
fanno capo gli istituti tecnici superiori e le loro  attivita'  possa
avvenire senza determinare nuovi o maggiori oneri a carico  dei  loro
bilanci; 
    d) prevedere che, ai fini del riconoscimento  della  personalita'
giuridica da parte del prefetto, le fondazioni di partecipazione  cui
fanno  capo  gli  istituti  tecnici  superiori  siano  dotate  di  un
patrimonio, uniforme per tutto il territorio nazionale, non inferiore
a 50.000 euro e comunque che garantisca la piena realizzazione di  un
ciclo completo di percorsi; 
    e) prevedere per le fondazioni di partecipazione cui  fanno  capo
gli istituti tecnici superiori un regime contabile e  uno  schema  di
bilancio per la rendicontazione dei percorsi  uniforme  in  tutto  il
territorio nazionale; 
    f) prevedere che le fondazioni esistenti alla data di entrata  in
vigore  della  presente  legge  possano   attivare   nel   territorio
provinciale altri percorsi di formazione anche  in  filiere  diverse,
fermo restando il rispetto dell'iter di autorizzazione e  nell'ambito
delle risorse disponibili a legislazione vigente. In questo caso  gli
istituti tecnici superiori devono essere dotati di un patrimonio  non
inferiore a 100.000 euro». 
    5.1.- Secondo la Regione Puglia, tale disposizione,  nella  parte
in cui affida l'elaborazione di  apposite  linee  guida  al  Ministro
dell'istruzione, per «favorire le  misure  di  semplificazione  e  di
promozione  degli  istituti  tecnici  superiori»   in   vista   della
realizzazione degli obiettivi indicati nelle lettere da a) a  f)  del
medesimo comma, violerebbe il combinato disposto dell'art. 117, terzo
e  sesto  comma,  Cost.,  in  quanto  rimetterebbe   ad   una   fonte
sub-legislativa  la  determinazione  di   linee   guida   vincolanti,
nell'ambito  di  una   materia   di   competenza   concorrente   come
l'istruzione, nella quale non e' consentito al legislatore statale il
ricorso a fonti di rango inferiore a quello della legge. 
    5.2.- La questione non e' fondata. 
    L'art. 117, sesto comma, Cost.,  infatti,  preclude  allo  Stato,
nelle materie di legislazione concorrente,  non  gia'  l'adozione  di
qualsivoglia atto sub-legislativo, come assume la Regione, bensi' dei
soli regolamenti, che sono  fonti  del  diritto,  costitutive  di  un
determinato assetto dell'ordinamento. Viceversa, la giurisprudenza di
questa Corte ha gia' identificato nelle linee guida  atti  esecutivi,
secondo  alcuni  di  alta  amministrazione,   che,   in   particolari
circostanze, «vengono strettamente ad integrare la normativa primaria
che ad essi rinvia», affidando loro quelle  specificazioni  dei  suoi
principi, di cui esige un'applicazione uniforme (sentenza n.  11  del
2014). Sovente esse implicano conoscenze specialistiche  proprie  del
settore ordinamentale in cui si innestano, e per tale  caratteristica
mal si conciliano con il diretto contenuto dell'atto legislativo. 
    Ebbene, anche le linee guida di cui all'impugnato art.  1,  comma
47, costituiscono la necessaria integrazione  della  norma  primaria,
per conseguire l'uniforme realizzazione degli obiettivi che  essa  si
prefigge nelle lettere da a) ad f). Del  resto,  proprio  in  ragione
della  stretta  contiguita'  con  la  competenza  regionale  e  delle
esigenze di partecipazione rafforzata delle Regioni, e' previsto  che
il decreto ministeriale con cui  le  linee  guida  sono  emanate  sia
adottato «previa intesa in sede di conferenza unificata» (sentenza n.
62 del 2013). 
    5.3.- La Regione Veneto censura l'art. 1, comma 47,  lettera  f),
nella parte in cui consente alle fondazioni  di  partecipazione,  cui
fanno capo gli istituti tecnici superiori, di attivare altri percorsi
formativi nel territorio provinciale. 
    Secondo la ricorrente, tale disposizione violerebbe gli artt. 97,
117, secondo, terzo e quarto comma, 118 e 120  Cost.,  in  quanto  la
definizione  dell'offerta  dei  percorsi  realizzati  da  istituzioni
formative dovrebbe rientrare nella competenza esclusiva regionale. 
    5.4.- La questione non e' fondata. 
    La disposizione impugnata prevede bensi'  che  le  fondazioni  di
partecipazione possano  attivare  nel  territorio  provinciale  altri
percorsi di formazione, ma «fermo restando il rispetto  dell'iter  di
autorizzazione» e quindi senza pregiudizio per  le  competenze  delle
Regioni, le quali  non  solo  «programmano  l'istituzione  dei  corsi
dell'IFTS», ai sensi dell'art. 69, comma 2,  della  legge  17  maggio
1999, n. 144 (Misure in materia di investimenti,  delega  al  Governo
per il riordino degli incentivi all'occupazione e della normativa che
disciplina l'INAIL, nonche' disposizioni per il riordino  degli  enti
previdenziali),   ma   sono   e   rimangono   titolari   del   potere
autorizzatorio. 
    6.- L'art. 1,  comma  66,  prevede  che  «A  decorrere  dall'anno
scolastico 2016/2017 i ruoli del personale  docente  sono  regionali,
articolati in ambiti territoriali, suddivisi in sezioni separate  per
gradi di istruzione, classi di concorso e tipologie di  posto.  Entro
il 30 giugno 2016 gli uffici scolastici regionali, su indicazione del
Ministero dell'istruzione, dell'universita' e della ricerca,  sentiti
le regioni e gli enti locali,  definiscono  l'ampiezza  degli  ambiti
territoriali, inferiore alla provincia o alla  citta'  metropolitana,
considerando: 
    a) la popolazione scolastica; 
    b) la prossimita' delle istituzioni scolastiche; 
    c) le caratteristiche del territorio, tenendo anche  conto  delle
specificita' delle aree interne, montane e delle piccole isole, della
presenza di scuole nelle carceri, nonche' di ulteriori  situazioni  o
esperienze territoriali gia' in atto». 
    6.1.- Secondo la Regione  Puglia,  tale  disposizione  violerebbe
l'art. 117, terzo comma, Cost.,  in  quanto  disciplinerebbe  profili
organizzativi della  rete  scolastica  che  sarebbero  di  competenza
concorrente delle Regioni e non  sarebbe  un  principio  fondamentale
della materia;  sarebbe,  altresi',  violato  il  combinato  disposto
dell'art. 117, terzo comma, e  dell'art.  118,  primo  comma,  Cost.,
perche',   pur   attribuendo   ad   organi   statali   una   funzione
amministrativa in una materia  concorrente,  la  norma  impugnata  si
limiterebbe a prevedere il parere, anziche' l'intesa con  le  Regioni
interessate. 
    6.2.- La questione non e' fondata. 
    E' bensi' vero che, secondo la giurisprudenza  di  questa  Corte,
«la  distribuzione  del  personale   docente   tra   le   istituzioni
scolastiche autonome e' compito del  quale  le  Regioni  non  possono
essere private» (sentenza n. 13 del 2004). 
    Tuttavia,  la  disposizione  in  esame  non  ha   riguardo   alla
distribuzione del personale tra le istituzioni scolastiche,  ma  alla
ben diversa fattispecie della definizione degli  ambiti  territoriali
dei ruoli del personale docente. Si tratta di personale statale e  la
relativa disciplina «rientra  senza  alcun  dubbio  nella  competenza
esclusiva dello Stato di cui all'art. 117, comma secondo, lettera g),
della  Costituzione  (organizzazione  amministrativa  dello   Stato)»
(sentenza n. 279 del 2005). 
    6.3.-  Anche  la  Regione  Veneto  ha   impugnato   la   medesima
disposizione, deducendo che l'attribuzione ad organi periferici dello
Stato  della  competenza   a   definire   l'ampiezza   degli   ambiti
territoriali sarebbe lesiva della propria  competenza  legislativa  e
amministrativa in materia  di  istruzione.  Essa  non  fisserebbe  un
principio fondamentale, ma una norma puntuale, che non le  lascerebbe
alcun margine di autonoma decisione. 
    Viene lamentata, inoltre, la violazione dell'art. 97, Cost.,  per
la possibile sovrapposizione tra gli ambiti individuati dalla Regione
nel dimensionamento della rete scolastica e quelli individuati  dalla
norma impugnata; nonche' degli artt. 118 e  120,  Cost.,  perche'  la
mera consultazione delle  Regioni  interessate  sarebbe  elusiva  del
principio di leale collaborazione. 
    6.4.-La  questione  non  e'  fondata  per  le  medesime   ragioni
richiamate al punto 6.2. 
    7.- L'art. 1,  comma  68,  dispone  che  «A  decorrere  dall'anno
scolastico 2016/2017, con decreto del dirigente preposto  all'ufficio
scolastico regionale, l'organico dell'autonomia e' ripartito tra  gli
ambiti territoriali. L'organico dell'autonomia  comprende  l'organico
di diritto e i  posti  per  il  potenziamento,  l'organizzazione,  la
progettazione  e  il  coordinamento,  incluso  il  fabbisogno  per  i
progetti e le convenzioni di cui al quarto periodo del  comma  65.  A
quanto previsto dal presente comma si provvede nel limite massimo  di
cui al comma 201». 
    7.1.- Secondo la Regione Puglia, tale disposizione,  nella  parte
in cui affida la funzione di ripartizione dell'organico di  autonomia
«per ambiti territoriali» ad un  organo  statale,  violerebbe  l'art.
117, terzo comma, Cost., in quanto si occuperebbe di profili relativi
all'assetto  organizzativo  della  rete  scolastica   che   implicano
valutazioni  legate  alle  specifiche  esigenze  territoriali  e  che
pertanto, secondo  la  giurisprudenza  costituzionale,  sarebbero  da
ricondurre alla competenza delle Regioni in materia di istruzione. 
    7.2.- Sarebbe altresi' violato il combinato disposto degli  artt.
117, terzo comma e 118,  primo  comma,  Cost.,  in  quanto  la  norma
impugnata,  pur  attribuendo  ad  un  organo  statale  una   funzione
ascrivibile a una materia concorrente, non prevederebbe alcuna  forma
di coinvolgimento delle Regioni. 
    7.3.- La questione non e' fondata. 
    La disposizione impugnata attiene, analogamente alla  precedente,
non alla distribuzione del personale tra le  scuole,  ma  all'assetto
dell'organico di personale statale. 
    Va  inoltre  ricordato  che   con   riguardo   alla   definizione
dell'organico dell'autonomia,  di  cui  all'art.  50,  comma  1,  del
decreto-legge 9 febbraio 2012, n. 5 (Disposizioni urgenti in  materia
di   semplificazione   e   di   sviluppo),   come   convertito,   con
modificazioni, dalla legge n. 35 del 2012, questa Corte  ha  ritenuto
che tali «disposizioni [...]  devono  essere  senz'altro  qualificate
come "norme generali sull'istruzione", dal momento che, per  evidenti
ragioni di necessaria  unita'  ed  uniformita'  della  disciplina  in
materia scolastica, sono  preordinate  ad  introdurre  una  normativa
operante  sull'intero  territorio   nazionale   avente   ad   oggetto
"caratteristiche basilari" dell'assetto ordinamentale,  organizzativo
e didattico del sistema scolastico» (sentenza n. 62 del 2013). 
    Trattandosi di una disciplina rientrante nella sicura  competenza
dello Stato, non sussiste neppure il mancato coinvolgimento lamentato
dalla Regione. 
    8.- L'art. 1, comma 69, prevede che «All'esclusivo scopo  di  far
fronte  ad  esigenze  di  personale  ulteriori  rispetto   a   quelle
soddisfatte dall'organico dell'autonomia come definite dalla presente
legge, a decorrere dall'anno scolastico 2016/2017, ad esclusione  dei
posti  di  sostegno  in  deroga,  nel  caso  di   rilevazione   delle
inderogabili necessita' previste  e  disciplinate,  in  relazione  ai
vigenti ordinamenti didattici, dal regolamento di cui al decreto  del
Presidente della Repubblica 20  marzo  2009,  n.  81,  e'  costituito
annualmente    con    decreto    del    Ministro     dell'istruzione,
dell'universita'  e  della  ricerca,  di  concerto  con  il  Ministro
dell'economia e delle finanze, un ulteriore contingente di posti  non
facenti parte dell'organico dell'autonomia ne'  disponibili,  per  il
personale a  tempo  indeterminato,  per  operazioni  di  mobilita'  o
assunzioni in  ruolo.  A  tali  necessita'  si  provvede  secondo  le
modalita', i criteri e i parametri previsti dal  citato  decreto  del
Presidente della Repubblica 20 marzo 2009, n. 81. Alla  copertura  di
tali posti si  provvede  a  valere  sulle  graduatorie  di  personale
aspirante alla stipula di  contratti  a  tempo  determinato  previste
dalla normativa vigente ovvero  mediante  l'impiego  di  personale  a
tempo indeterminato con provvedimenti aventi efficacia  limitatamente
ad un solo anno scolastico.  All'attuazione  del  presente  comma  si
provvede nei limiti delle risorse disponibili annualmente nello stato
di previsione del Ministero dell'istruzione, dell'universita' e della
ricerca indicate nel decreto ministeriale di cui  al  primo  periodo,
fermo  restando  quanto  previsto  dall'articolo  64,  comma  6,  del
decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con  modificazioni,
dalla legge 6 agosto 2008, n. 133». 
    8.1.-Secondo la Regione Puglia, tale disposizione, nella parte in
cui attribuisce al Ministro dell'istruzione la funzione di  definire,
tramite decreto, un incremento dei posti dell'organico,  seppure  non
concernenti l'organico di autonomia,  violerebbe  l'art.  117,  terzo
comma, Cost., in quanto si occuperebbe di profili organizzativi della
rete scolastica che  implicano  valutazioni  legate  alle  specifiche
esigenze territoriali e che sono dunque da ricondurre alla competenza
regionale in materia di istruzione. 
    8.1.1.- Sarebbe altresi' violato il combinato disposto  dell'art.
117, terzo comma e dell'art. 118,  primo  comma,  Cost.,  perche'  il
comma impugnato, pur attribuendo ad un organo  statale  una  funzione
ascrivibile a una materia concorrente, non prevederebbe alcuna  forma
di coinvolgimento delle Regioni. 
    8.2.- La questione non e' fondata. 
    L'incremento dell'organico del personale della  scuola  non  puo'
che spettare allo  Stato,  essendo  gli  insegnanti  -  al  pari  dei
dirigenti scolastici - «dipendenti pubblici statali e non regionali -
come risulta sia dal  loro  reclutamento  che  dal  loro  complessivo
status giuridico»; di  conseguenza,  «e'  chiaro  che  il  titolo  di
competenza esclusiva statale, di cui  all'art.  117,  secondo  comma,
lettera g), Cost., assume un peso decisamente prevalente rispetto  al
titolo di competenza concorrente previsto in  materia  di  istruzione
dal medesimo art. 117, terzo comma» (sentenza n. 147 del 2012). 
    Quanto infine ai  profili  attinenti  al  mancato  coinvolgimento
regionale, «deve osservarsi che, vertendosi in materia di  competenza
statale esclusiva, non sussisteva per lo Stato alcun obbligo  a  tale
riguardo» (sentenza n. 92 del 2011). 
    9.- Ai sensi dell'art. 1, comma 74, «Gli ambiti territoriali e le
reti   sono   definiti   assicurando   il   rispetto    dell'organico
dell'autonomia e nell'ambito delle risorse finanziarie disponibili  a
legislazione vigente, senza nuovi o maggiori  oneri  a  carico  della
finanza pubblica». 
    9.1.- Secondo la Regione Puglia, tale disposizione,  nella  parte
in cui, in combinato disposto con il comma 71, «sembrerebbe affidare»
la definizione degli ambiti territoriali e  delle  reti  agli  uffici
scolastici  regionali,  i  quali  invece,  ai  sensi  del  comma  71,
dovrebbero limitarsi a promuovere  le  reti  tra  scuole,  violerebbe
l'art. 117,  terzo  comma,  Cost.,  in  quanto,  cosi'  interpretata,
finirebbe con l'occuparsi di profili  della  materia  istruzione  che
sono di competenza delle Regioni. 
    9.1.1.- Sarebbe altresi' violato il combinato disposto  dell'art.
117, terzo comma, e dell'art. 118, primo  comma,  Cost.,  perche'  la
norma impugnata, pur attribuendo ad organi statali  una  funzione  in
una  materia  concorrente,   non   prevederebbe   alcuna   forma   di
coinvolgimento delle Regioni. 
    9.2.- La questione non e' fondata. 
    E'  erroneo  il  presupposto  interpretativo  da  cui  muove   la
ricorrente. Il combinato disposto delle richiamate  disposizioni  non
si traduce affatto nell'attribuzione, in capo all'ufficio  regionale,
della funzione di definire le reti, ma comporta semplicemente che  la
costituzione della rete, soltanto  promossa  dall'ufficio  scolastico
regionale, debba  comunque  avvenire  nel  rispetto  della  normativa
vigente, ed in particolare dell'art. 138, comma 1, lettere a)  e  b),
del decreto legislativo  31  marzo  1998,  n.  112  (Conferimento  di
funzioni e compiti amministrativi dello Stato alle  regioni  ed  agli
enti locali, in attuazione del capo I della legge 15 marzo  1997,  n.
59), che aveva  delegato  alle  Regioni  funzioni  amministrative  in
materia  di  programmazione  dell'offerta  formativa  integrata   tra
istruzione e formazione professionale, oltre  che  di  programmazione
della rete scolastica; nonche' dell'art. 3 del d.P.R. 18 giugno  1998
n. 233 (Regolamento recante norme  per  il  dimensionamento  ottimale
delle istituzioni scolastiche e per la determinazione degli  organici
funzionali dei singoli istituti, a norma dell'articolo 21 della legge
15  marzo  1997,  n.  59),  ai  sensi  del  quale   «[i]   piani   di
dimensionamento delle istituzioni scolastiche (...) sono definiti  in
conferenze provinciali di organizzazione della rete  scolastica,  nel
rispetto degli indirizzi di programmazione e  dei  criteri  generali,
riferiti anche agli  ambiti  territoriali,  preventivamente  adottati
dalle Regioni» (sentenza n. 34 del 2005). 
    Secondo questa Corte, del resto, «proprio alla luce del fatto che
gia' la normativa antecedente alla riforma del Titolo V prevedeva  la
competenza regionale in materia di dimensionamento delle  istituzioni
scolastiche, e quindi postulava la  competenza  sulla  programmazione
scolastica di cui all'art. 138 del d.lgs. n.  112  del  1998,  e'  da
escludersi che il legislatore costituzionale del  2001  abbia  voluto
spogliare le Regioni di una funzione che era gia' ad esse conferita»,
sia pure soltanto sul piano meramente amministrativo (sentenza n. 200
del 2009). 
    La disposizione impugnata  non  invade,  percio',  la  competenza
delle Regioni a disciplinare  l'attivita'  di  dimensionamento  della
rete scolastica sul territorio. 
    10.- L'art. 1, comma 126, dispone che «Per la valorizzazione  del
merito  del  personale  docente  e'  istituito  presso  il  Ministero
dell'istruzione, dell'universita' e della ricerca un apposito  fondo,
con lo stanziamento di euro 200 milioni annui a  decorrere  dall'anno
2016,  ripartito  a  livello  territoriale  e  tra   le   istituzioni
scolastiche in  proporzione  alla  dotazione  organica  dei  docenti,
considerando altresi' i fattori  di  complessita'  delle  istituzioni
scolastiche e delle aree soggette a maggiore rischio  educativo,  con
decreto  del  Ministro  dell'istruzione,  dell'universita'  e   della
ricerca». 
    10.1.- Secondo la Regione Puglia, tale disposizione, nella  parte
in cui istituisce un fondo a destinazione  vincolata  ai  fini  della
«valorizzazione del merito  del  personale  docente»,  violerebbe  il
combinato disposto dell'art. 117, terzo comma, e dell'art. 119 Cost.,
perche' non sarebbe consentito al legislatore statale istituire fondi
a destinazione vincolata in una  materia  di  competenza  concorrente
quale quella dell'istruzione. 
    10.2.- La questione non e' fondata. 
    La «valorizzazione del merito del personale docente», infatti, e'
un profilo attinente alla disciplina dei dipendenti pubblici statali,
che rientra nella competenza esclusiva dello Stato  di  cui  all'art.
117, secondo comma, lettera g), Cost., e che non da' luogo, pertanto,
ad una destinazione vincolata di fondi alle Regioni. 
    11.- L'art. 1, comma 153, stabilisce che «Al fine di favorire  la
costruzione di scuole innovative dal punto di  vista  architettonico,
impiantistico,  tecnologico,  dell'efficienza  energetica   e   della
sicurezza strutturale e antisismica, caratterizzate dalla presenza di
nuovi ambienti di apprendimento e  dall'apertura  al  territorio,  il
Ministro  dell'istruzione,  dell'universita'  e  della  ricerca,  con
proprio decreto,  d'intesa  con  la  Struttura  di  missione  per  il
coordinamento   e   impulso   nell'attuazione   di   interventi    di
riqualificazione dell'edilizia scolastica, istituita con decreto  del
Presidente del Consiglio  dei  ministri  27  maggio  2014  presso  la
Presidenza del Consiglio dei ministri, entro trenta giorni dalla data
di entrata in vigore della presente legge, provvede  a  ripartire  le
risorse di cui al comma 158 tra le regioni e individua i criteri  per
l'acquisizione da parte delle stesse regioni delle manifestazioni  di
interesse  degli  enti  locali  proprietari  delle  aree  oggetto  di
intervento e interessati alla costruzione di una scuola innovativa». 
    11.1.- Secondo la Regione Puglia, tale disposizione, nella  parte
in cui affida  al  Ministro  dell'istruzione  la  ripartizione  delle
risorse di cui al comma 158, nonche' l'individuazione dei criteri per
l'acquisizione da parte delle stesse Regioni «delle manifestazioni di
interesse  degli  enti  locali  proprietari  delle  aree  oggetto  di
intervento e interessati alla costruzione di una scuola  innovativa»,
violerebbe il  combinato  disposto  dell'art.  117,  terzo  comma,  e
dell'art. 118, primo comma, Cost., perche',  pur  attribuendo  ad  un
organo statale  una  funzione  amministrativa  in  una  materia  come
l'edilizia scolastica, che incide su  una  pluralita'  di  competenze
concorrenti, non prevederebbe alcuna forma  di  coinvolgimento  delle
Regioni. 
    11.2.- La questione e' fondata. 
    In riferimento all'art. 53, comma 7, del decreto legge n.  5  del
2012, il quale demanda ad un decreto del Ministro dell'istruzione, da
emanare sentita  la  Conferenza  unificata,  l'adozione  delle  norme
tecniche-quadro  contenenti  gli   indici   minimi   e   massimi   di
funzionalita'    urbanistica,    edilizia,     nonche'     didattica,
indispensabili a garantire indirizzi progettuali adeguati ed omogenei
sul territorio nazionale, questa  Corte  ha  chiarito  come  «[n]ella
disciplina in esame si intersecano piu' materie,  quali  il  "governo
del  territorio",  "l'energia"  e  la  "protezione   civile",   tutte
rientranti nella competenza concorrente Stato-Regioni di cui al terzo
comma dell'art. 117 Cost.», rilevando altresi' che «nelle materie  di
competenza  concorrente,  allorche'   vengono   attribuite   funzioni
amministrative a livello centrale allo scopo di individuare norme  di
natura tecnica che esigono scelte omogenee  su  tutto  il  territorio
nazionale improntate all'osservanza di standard e metodologie desunte
dalle scienze, il coinvolgimento della conferenza Stato Regioni  puo'
limitarsi all'espressione di un parere obbligatorio (sentenze n.  265
del 2011, n. 254 del 2010, n. 182 del 2006,  n.  336  e  n.  285  del
2005)» (sentenza n. 62 del 2013). 
    Nel caso di specie, tale coinvolgimento regionale non e' previsto
e  la  disposizione  impugnata,   di   conseguenza,   va   dichiarata
costituzionalmente illegittima nella parte in cui non prevede che  il
decreto del Ministro che provvede alla ripartizione delle risorse sia
adottato sentita la Conferenza Stato Regioni. 
    12.-  L'art.   1,   comma   155,   dispone   che   «Il   Ministro
dell'istruzione,  dell'universita'  e  della  ricerca,  con   proprio
decreto, sentita la Conferenza  permanente  per  i  rapporti  tra  lo
Stato, le regioni e le province autonome  di  Trento  e  di  Bolzano,
indice  specifico  concorso  con  procedura  aperta,  anche  mediante
procedure  telematiche,  avente  ad  oggetto   proposte   progettuali
relative agli interventi individuati dalle regioni ai sensi del comma
154, nel limite delle risorse assegnate dal comma 158 e comunque  nel
numero di almeno uno per regione». 
    12.1.- Secondo la Regione Puglia, tale disposizione, nella  parte
in cui non  prevede  che,  ai  fini  dell'indizione  della  procedura
concorsuale ivi contemplata, venga acquisita un'intesa con le Regioni
interessate dagli interventi di edilizia  scolastica,  violerebbe  il
combinato disposto dell'art. 117, terzo comma, e dell'art. 118, primo
comma, Cost., perche', pur  attribuendo  ad  un  organo  statale  una
funzione amministrativa in una materia che incide su  una  pluralita'
di competenze concorrenti, si limiterebbe a prevedere  l'acquisizione
di un mero parere, anziche' dell'intesa con le Regioni interessate. 
    12.2.- La questione non e' fondata. 
    Anche la disposizione in esame,  al  pari  della  precedente,  si
colloca all'incrocio di una serie di materie «quali il  "governo  del
territorio", "l'energia" e la "protezione civile",  tutte  rientranti
nella competenza concorrente Stato-Regioni  di  cui  al  terzo  comma
dell'art.  117  Cost.»;  in  tali  materie,  secondo  questa   Corte,
«allorche'  vengono  attribuite  funzioni  amministrative  a  livello
centrale allo scopo  di  individuare  norme  di  natura  tecnica  che
esigono scelte omogenee su tutto il territorio  nazionale  improntate
all'osservanza di standard e metodologie desunte  dalle  scienze,  il
coinvolgimento  della  conferenza  Stato   Regioni   puo'   limitarsi
all'espressione di un parere obbligatorio (sentenze n. 265 del  2011,
n. 254 del 2010, n. 182  del  2006,  n.  336  e  n.  285  del  2005)»
(sentenza n. 62 del 2013). Alla luce della richiamata giurisprudenza,
pertanto, ai fini del  coinvolgimento  regionale  e'  sufficiente  il
parere della Conferenza Stato Regioni. 
    13.- L'art. 1, comma 162, stabilisce che «Le regioni sono  tenute
a fornire al  Ministero  dell'istruzione,  dell'universita'  e  della
ricerca, entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore  della
presente legge,  il  monitoraggio  completo  dei  piani  di  edilizia
scolastica relativi alle annualita' 2007, 2008 e 2009, finanziati  ai
sensi dell'articolo 1, comma 625, della legge 27  dicembre  2006,  n.
296, pena la mancata successiva  assegnazione  di  ulteriori  risorse
statali. Le relative economie accertate  all'esito  del  monitoraggio
restano nella disponibilita' delle regioni  per  essere  destinate  a
interventi urgenti di messa in  sicurezza  degli  edifici  scolastici
sulla  base  di  progetti   esecutivi   presenti   nella   rispettiva
programmazione regionale predisposta ai sensi  dell'articolo  10  del
decreto  legge  12  settembre   2013,   n.   104,   convertito,   con
modificazioni, dalla legge 8 novembre 2013, n. 128,  come  da  ultimo
modificato dai commi 173 e 176 del presente  articolo,  nonche'  agli
interventi  che  si  rendono  necessari  all'esito   delle   indagini
diagnostiche sugli edifici scolastici di cui ai commi da 177 a 179  e
a quelli che si rendono necessari  sulla  base  dei  dati  risultanti
dall'Anagrafe dell'edilizia scolastica. Gli interventi devono  essere
comunicati dalla regione  competente  al  Ministero  dell'istruzione,
dell'universita' e della ricerca, che definisce tempi e modalita'  di
attuazione degli stessi». 
    Ai  sensi  del  successivo  comma  171,  «Il  monitoraggio  degli
interventi di cui ai commi da 159 a 176 e' effettuato secondo  quanto
disposto dal decreto legislativo 29 dicembre 2011, n. 229». 
    13.1.- Secondo la  Regione  Puglia,  le  richiamate  disposizioni
sarebbero illegittime: la prima,  nella  parte  in  cui  impone  alle
Regioni di fornire il monitoraggio dei piani sull'edilizia, indicando
altresi' il termine perentorio per l'adempimento di  tale  onere,  la
sanzione in caso di eventuale inadempimento e la  destinazione  delle
eventuali economie residuate dalla realizzazione degli interventi  di
edilizia  scolastica;  la  seconda,  nella  parte  in  cui  prescrive
l'applicazione delle modalita'  di  cui  al  decreto  legislativo  29
dicembre 2011, n. 229 (Attuazione dell'articolo 30, comma 9,  lettere
e), f) e g), della legge 31 dicembre 2009,  n.  196,  in  materia  di
procedure di monitoraggio  sullo  stato  di  attuazione  delle  opere
pubbliche, di verifica  dell'utilizzo  dei  finanziamenti  nei  tempi
previsti e costituzione del Fondo opere e del Fondo  progetti).  Esse
violerebbero l'art. 117, terzo comma, Cost., in quanto ne'  il  comma
162,  ne'  il  comma  171,   sia   singolarmente,   sia   considerati
congiuntamente,  sarebbero  principi  fondamentali  in   materia   di
edilizia scolastica o di  altre  materie  concorrenti,  ma  norme  di
dettaglio. 
    13.2.- La questione non e' fondata. 
    Deve anzitutto rilevarsi che, in base all'art. 1  del  richiamato
d.lgs. n. 229 del  2011,  le  amministrazioni  che  realizzino  opere
pubbliche  sono  obbligate,  fra  le  altre  cose,  a  «detenere   ed
alimentare  un  sistema  gestionale  informatizzato   contenente   le
informazioni anagrafiche, finanziarie, fisiche e procedurali relative
alla pianificazione e  programmazione  delle  opere  e  dei  relativi
interventi». 
    Disposizioni   del   genere   costituiscono   espressione   della
competenza  statale  nella  materia  del  «coordinamento  informativo
statistico  e  informatico  dei  dati  dell'amministrazione  statale,
regionale e locale» (art. 117, secondo comma,  lettera  r,  Cost.)  e
«sono  anzitutto  strumentali  per  "assicurare  una   comunanza   di
linguaggi, di procedure e di standard omogenei, in modo da permettere
la  comunicabilita'  tra  i  sistemi   informatici   della   pubblica
amministrazione" (sentenza n. 17 del 2004; nello stesso senso, fra le
altre, sentenze n. 23 del 2014 e n. 46 del 2013)»  (sentenza  n.  251
del 2016). 
    L'attivita'  di  monitoraggio  di  cui  devono  farsi  carico  le
Regioni, ai  sensi  della  norma  impugnata,  si  colloca  pienamente
all'interno di questo sistema informativo e si rivela  una  modalita'
conoscitiva strumentale al finanziamento statale degli interventi  di
edilizia scolastica. 
    Peraltro, ai  sensi  dell'art.  1,  comma  625,  della  legge  27
dicembre 2006, n. 296 (Disposizioni per la  formazione  del  bilancio
annuale e pluriennale dello  Stato  -  legge  finanziaria  2007),  le
risorse statali destinate a finanziare i piani di edilizia scolastica
sono destinate, per il 50 per cento, «al completamento  di  attivita'
di messa  in  sicurezza  e  di  adeguamento  a  norma  degli  edifici
scolastici», vale a dire al perseguimento di  un  obiettivo  che  non
puo' non  avere  un'applicazione  uniforme  su  tutto  il  territorio
nazionale e che vale dunque a configurare le  disposizioni  impugnate
alla  stregua  di  principi  fondamentali  in  materia  di   edilizia
scolastica. 
    13.3.- La Regione Puglia censura l'art. 1, comma 162, anche nella
parte in cui impone che le  eventuali  economie  che  residuino  alle
Regioni a seguito degli interventi  di  edilizia  scolastica,  e  che
siano accertate a seguito del monitoraggio, debbano essere  impiegate
ai fini della  realizzazione  degli  interventi  indicati  dal  comma
medesimo. 
    13.3.1.- Secondo  la  ricorrente,  tale  disposizione  violerebbe
l'art. 119 Cost., in quanto finirebbe per stanziare  finanziamenti  a
destinazione  vincolata  che,  riguardando   l'edilizia   scolastica,
inciderebbero su una pluralita' di materie concorrenti. 
    13.4.- La questione non e' fondata. 
    La disposizione impugnata, infatti, non appone un  nuovo  vincolo
di destinazione, ma si limita a ribadire che tali  risorse,  peraltro
gia' destinate all'edilizia scolastica, debbano continuare  a  essere
utilizzate per la medesima finalita'. 
    D'altra parte, che il comma 162 non sia lesivo delle  prerogative
regionali, si  deduce  altresi'  dalla  circostanza  che  le  risorse
restano  comunque  nella  disponibilita'  delle  Regioni,  le   quali
conservano piena autonomia nell'individuazione  degli  interventi  da
finanziare, in virtu' dell'esplicito rinvio  che  la  norma  fa  alla
«rispettiva programmazione regionale». 
    14.- L'art. 1, comma 180, prevede che «Il Governo e' delegato  ad
adottare, entro diciotto mesi dalla data di entrata in  vigore  della
presente legge, uno o piu' decreti legislativi al fine di  provvedere
al  riordino,  alla  semplificazione  e  alla   codificazione   delle
disposizioni  legislative  in  materia  di   istruzione,   anche   in
coordinamento con le disposizioni di cui  alla  presente  legge»;  il
successivo comma 181 elenca i principi e i criteri direttivi ai quali
il Governo  si  dovra'  attenere  nel  dare  attuazione  alla  delega
conferitagli. 
    14.1.-  Secondo  la  Regione  Veneto,  il  complesso  di   queste
disposizioni determinerebbe una fitta rete  di  interferenze  con  la
competenza   esclusiva   regionale   in   materia    di    formazione
professionale, attribuendo allo Stato il potere di dettare  non  solo
principi fondamentali, ma anche norme  di  dettaglio,  in  violazione
degli artt. 117, secondo, terzo e quarto comma, 118 e 120 Cost. 
    In particolare,  ad  avviso  della  difesa  regionale,  sarebbero
lesive del riparto di competenze  le  disposizioni  che  affidano  al
legislatore delegato il compito di definire il sistema di  formazione
iniziale e il suo completamento, nonche' l'istituzione di percorsi di
formazione che integrano le competenze disciplinari e pedagogiche dei
docenti; la previsione di un sistema formativo della professionalita'
degli educatori e dei docenti in possesso di specifiche  abilitazioni
e     di     specifiche     competenze      artistico-musicali      e
didattico-metodologiche;  il   potenziamento   e   il   coordinamento
dell'offerta  formativa  extrascolastica  e  integrata  negli  ambiti
artistico, musicale, coreutico e teatrale  e  «similari  disposizioni
disseminate nel corpo del comma impugnato». 
    14.2.- La difesa statale eccepisce la genericita' delle  censure,
nonche'  l'irrilevanza  della  questione,  posto  che   e'   prevista
l'adozione di decreti legislativi il  cui  contenuto  precettivo  non
sarebbe al momento prevedibile. 
    14.3.-  L'eccezione  di  inammissibilita'  della  questione   per
genericita' e' fondata. 
    Le censure non sono sorrette da adeguati  elementi  argomentativi
in  grado  di  suffragarle,  perche'  la  ricorrente,  salvo   alcune
esemplificazioni, «si e' limitata a coinvolgere i due commi citati in
una generica deduzione d'insieme con la quale afferma  che  sarebbero
state pretermesse "le competenze regionali in materia di  istruzione"
rientranti "nella previsione del  terzo  comma  dell'art.  117  della
Costituzione"»  (sentenza  n.  200  del  2009),   senza   specificare
tuttavia,    quali    disposizioni,    singolarmente     considerate,
determinerebbero le lesioni che vengono lamentate. 
    14.4.- La Regione Puglia, invece, censura  specificamente  l'art.
1, comma 181, lettera e), n. 1.3), nella parte in cui prevede che  la
delega conferita al Governo contempli anche la  determinazione  degli
«standard  strutturali,  organizzativi  e  qualitativi  dei   servizi
educativi per l'infanzia e della scuola dell'infanzia». 
    14.4.1.- Secondo  la  ricorrente,  tale  disposizione  violerebbe
l'art.  117,  terzo  comma,  Cost.,  in  quanto   l'ambito   relativo
all'individuazione degli  standard  strutturali  e  organizzativi  in
materia  di  istituzioni  che  operano  nell'ambito   dell'istruzione
rientrerebbe nella competenza del legislatore regionale. 
    14.5.- La questione e' fondata. 
    Questa Corte, infatti, pronunciandosi in tema di disciplina degli
asili  nido,  ha  chiarito  che  la  individuazione  degli  standards
strutturali e qualitativi di questi ultimi non si  identifica  con  i
livelli essenziali delle prestazioni, «in quanto la  norma  censurata
non determina alcun livello di prestazione, limitandosi  ad  incidere
sull'assetto organizzativo e gestorio degli asili nido che,  come  si
e' detto, risulta demandato alla potesta' legislativa delle Regioni»;
ne' puo' essere ricompresa «nelle norme  generali  sull'istruzione  e
cioe'   in   quella    disciplina    caratterizzante    l'ordinamento
dell'istruzione»,  in  quanto  tale   individuazione   «presenta   un
contenuto essenzialmente diverso da quello lato  sensu  organizzativo
nel quale si svolge la potesta' legislativa regionale»  (sentenza  n.
120 del 2005). 
    L'individuazione  degli  standard  strutturali,  organizzativi  e
qualitativi dei servizi  educativi  per  l'infanzia  e  della  scuola
dell'infanzia,  pertanto,   va   ricondotta   alla   competenza   del
legislatore regionale. Di qui, l'illegittimita' costituzionale  della
disposizione impugnata. 
    15.- L'art. 1, comma 183, infine, prevede che  «Con  uno  o  piu'
decreti adottati ai sensi dell'articolo 17, commi 1 e 3, della  legge
23 agosto 1988, n. 400, e successive modificazioni, sono raccolte per
materie omogenee le norme regolamentari vigenti negli ambiti  di  cui
alla presente legge, con  le  modificazioni  necessarie  al  fine  di
semplificarle e adeguarle  alla  disciplina  legislativa  conseguente
all'adozione dei decreti legislativi di cui al comma 180 del presente
articolo». 
    15.1.- Secondo la Regione Puglia, tale disposizione, nella  parte
in cui affida a fonti statali di rango  sub-legislativo  la  raccolta
«per materie omogenee» delle  norme  regolamentari  in  vigore  negli
ambiti sui quali incide la legge n. 107  del  2015,  e  quindi  anche
quello dell'istruzione, con la possibilita' di  apportarvi  modifiche
di semplificazione e adeguamento alla disciplina che verra'  adottata
con i decreti attuativi, violerebbe il combinato  disposto  dell'art.
117, terzo e sesto comma, Cost.,  in  quanto  consentirebbe  a  fonti
regolamentari statali  di  incidere  su  una  materia  di  competenza
concorrente, in riferimento alla quale  il  legislatore  statale  non
puo' fare ricorso a fonti di rango inferiore a quello della legge. 
    15.2.- La  questione  non  e'  fondata  nei  termini  di  seguito
precisati. 
    La censura sollevata dalla Regione, secondo cui la raccolta delle
norme  regolamentari  da  parte  dello  Stato   riguarderebbe   anche
regolamenti che non rientrano nella competenza statale, e' del  tutto
ipotetica; la disposizione impugnata, infatti, non  puo'  non  essere
interpretata nel senso che lo Stato e'  autorizzato  ad  adottare  un
testo unico delle sole norme regolamentari di sua competenza,  specie
in presenza di una delega che lo abilita ad apportare le modifiche di
semplificazione ed adeguamento alla  futura  disciplina  dei  decreti
attuativi. 
      
 
                          per questi motivi 
                       LA CORTE COSTITUZIONALE 
 
    riuniti i giudizi, 
    1) dichiara l'illegittimita' costituzionale  dell'art.  1,  comma
153, della legge n. 107 del 2015, nella parte in cui non prevede  che
il  decreto  del   Ministro   dell'istruzione   che   provvede   alla
ripartizione  delle  risorse  sia  adottato  sentita  la   Conferenza
unificata; 
    2) dichiara l'illegittimita' costituzionale  dell'art.  1,  comma
181, lettera e), n. 1.3), della legge n. 107 del 2015; 
    3)  dichiara   inammissibile   la   questione   di   legittimita'
costituzionale dell'art. 1, commi 180 e 181, della  legge  13  luglio
2015 n. 107 (Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione
e delega per il riordino  delle  disposizioni  legislative  vigenti),
promossa, in riferimento agli artt.  117,  secondo,  terzo  e  quarto
comma, 118 e  120,  Cost.,  dalla  Regione  Veneto,  con  il  ricorso
indicato in epigrafe; 
    4)  dichiara   non   fondata   la   questione   di   legittimita'
costituzionale dell'art. 1, comma 29, della legge n.  107  del  2015,
promossa, in riferimento agli artt. 117, terzo comma,  e  118,  primo
comma, Cost., dalla  Regione  Puglia,  con  il  ricorso  indicato  in
epigrafe; 
    5)  dichiara   non   fondata   la   questione   di   legittimita'
costituzionale dell'art. 1, comma 44, della legge n.  107  del  2015,
promossa, in riferimento agli artt. 97, 117, terzo  e  quarto  comma,
118, e 120 Cost., dalla Regione Veneto, con il  ricorso  indicato  in
epigrafe; 
    6)  dichiara   non   fondata   la   questione   di   legittimita'
costituzionale dell'art. 1, comma 47, della legge n.  107  del  2015,
promossa, in riferimento agli artt. 117, comma, nonche' al  combinato
disposto dell'art. 117, terzo e sesto  comma,  Cost.,  dalla  Regione
Puglia, con il ricorso indicato in epigrafe; 
    7)  dichiara   non   fondata   la   questione   di   legittimita'
costituzionale dell'art. 1, comma 47, lettera f), della legge n.  107
del 2015, promossa, in riferimento agli artt. 97, 117, secondo, terzo
e quarto comma, 118 e 120 Cost., dalla Regione Veneto, con il ricorso
indicato in epigrafe; 
    8)  dichiara   non   fondate   le   questioni   di   legittimita'
costituzionale dell'art. 1, comma 66, della legge n.  107  del  2015,
promosse, in riferimento agli artt. 97, 117, terzo comma, 118,  primo
comma, e 120, Cost., dalle Regioni Veneto e  Puglia,  con  i  ricorsi
indicati in epigrafe; 
    9)  dichiara   non   fondata   la   questione   di   legittimita'
costituzionale dell'art. 1, comma 68, della legge n.  107  del  2015,
promossa, in  riferimento  all'art.  117,  terzo  comma,  nonche'  al
combinato disposto dell'art. 117, terzo comma  e  118,  primo  comma,
Cost., dalla Regione Puglia, con il ricorso indicato in epigrafe; 
    10)  dichiara  non   fondata   la   questione   di   legittimita'
costituzionale dell'art. 1, comma 69, della legge n.  107  del  2015,
promossa, in  riferimento  all'art.  117,  terzo  comma,  nonche'  al
combinato disposto dell'art. 117, terzo comma  e  118,  primo  comma,
Cost., dalla Regione Puglia, con il ricorso indicato in epigrafe; 
    11)  dichiara  non   fondata   la   questione   di   legittimita'
costituzionale dell'art. 1, comma 74, della legge n.  107  del  2015,
promossa, in  riferimento  all'art.  117,  terzo  comma,  nonche'  al
combinato disposto dell'art. 117, terzo comma  e  118,  primo  comma,
Cost., dalla Regione Puglia, con il ricorso indicato in epigrafe; 
    12)  dichiara  non   fondata   la   questione   di   legittimita'
costituzionale dell'art. 1, comma 126, della legge n. 107  del  2015,
promossa, in riferimento all'art. 117, terzo  comma,  e  119,  Cost.,
dalla Regione Puglia, con il ricorso indicato in epigrafe; 
    13)  dichiara  non   fondata   la   questione   di   legittimita'
costituzionale dell'art. 1, comma 155, della legge n. 107  del  2015,
promossa, in riferimento all'art. 117,  terzo  comma,  e  118,  primo
comma, Cost., dalla  Regione  Puglia,  con  il  ricorso  indicato  in
epigrafe; 
    14)  dichiara  non   fondate   le   questioni   di   legittimita'
costituzionale dell'art. 1, commi 162 e 171, della legge n.  107  del
2015, promosse, in riferimento agli artt. 117, terzo  comma,  e  119,
Cost., dalla Regione Puglia, con il ricorso indicato in epigrafe; 
    15) dichiara non fondata, nei sensi di  cui  in  motivazione,  la
questione di legittimita'  costituzionale  dell'art.  1,  comma  183,
della legge n. 107 del 2015, promossa, in riferimento agli artt. 117,
terzo e sesto comma, Cost., dalla  Regione  Puglia,  con  il  ricorso
indicato in epigrafe. 
 
    Cosi' deciso in Roma,  nella  sede  della  Corte  costituzionale,
Palazzo della Consulta, il 22 novembre 2016. 
 
                                F.to: 
                      Paolo GROSSI, Presidente 
                      Giuliano AMATO, Redattore 
                   Carmelinda MORANO, Cancelliere 
 
    Depositata in Cancelleria il 21 dicembre 2016. 
 
                           Il Cancelliere 
                       F.to: Carmelinda MORANO