Archivi categoria: Rassegne

Maestri diplomati prorogati

da ItaliaOggi

Marco Nobilio

I diplomati magistrali che perderanno le cause in corso rimarranno in cattedra fino al 30 giugno. E agli aventi titolo sarà comunque riconosciuto il servizio che avrebbero dovuto prestare al posto loro, ma solo ai fini giuridici. Lo prevede un’intesa sottoscritta il 18 ottobre scorso dal ministero dell’istruzione e i rappresentanti dei sindacati firmatari del contratto di lavoro: Cgil, Cisl, Uil, Snals e Gilda-Unams. In particolare, l’amministrazione si è impegnata ad individuare, in tempi brevi, l’idoneo veicolo normativo per consentire l’estensione al corrente anno scolastico del regime di salvaguardia dei rapporti di lavoro in corso con i diplomati magistrali: potrebbe essere un nuovo articolo al dl salvaprecari oppure un decreto ad hoc. Ciò avverrà analogamente a quanto previsto l’anno scorso per effetto dell’articolo 4, comma 1 bis, del decreto-legge 87/2018. Ma quest’anno verranno garantiti anche i diritti degli aspiranti docenti che sono stati scavalcati in graduatoria dai diplomati magistrali. Ai quali sarà attribuito il punteggio che avrebbero maturato se ai diplomati magistrali non fosse stato riconosciuto l’inserimento in graduatoria. Ciò vale per le graduatorie a esaurimento, dove il cumulo dei punteggi di servizio consente di avanzare in graduatoria e diventare più competitivi sia per le immissioni in ruolo che per le supplenze annuali. E vale anche per le assunzioni da concorso. In quest’ultimo caso, però, il riconoscimento del servizio ai fini giuridici avrà valore ai fini della ricostruzione di carriera e della mobilità.

Il tutto per il riconoscimento come servizio di ruolo dell’anno o degli anni non prestati per effetto dello scavalcamento in graduatoria da parte dei diplomati magistrali. Riconoscimento che concorre all’attribuzione degli incrementi retributivi collegati all’anzianità di servizio in riferimento alla ricostruzione di carriera. E che consente di migliorare la competitività del docente interessato sia a rimanere nella sede di titolarità, in caso di contrazione dell’organico, sia ai fini della mobilità a domanda. In quest’ultimo caso, però, il riconoscimento assume rilievo solo qualora l’interessato non abbia prestato servizio in qualità di supplente per gli anni di riferimento.

Perché se il servizio sarà stato comunque prestato, anche a tempo determinato, le disposizioni sulla mobilità prevedono l’attribuzione del medesimo punteggio (6 punti per ogni anno) sia che sta svolto da supplente che da docente di ruolo. Resta il fatto, però, che il danno economico determinato dalla preclusione dell’assunzione, dovuta allo scavalcamento in graduatoria da parte dei diplomati magistrali, potrebbe comunque essere risarcibile tremiate l’esperimento dell’azione giudiziale da parte dei docenti pretermessi in graduatoria. Gli interessati, infatti, potrebbero pretendere l’intero pagamento delle retribuzioni in caso di disoccupazione nel periodo di riferimento oppure della differenza tra quello che avrebbero avuto diritto di percepire e quello che abbiano realmente percepito (cosiddetta detrazione dell’aliunde perceptum).

Quanto alle disposizioni in itinere, considerato che il governo intende fare riferimento a quelle utilizzate nel decorso anno scolastico, l’amministrazione dovrebbe attenersi alla seguente procedura. Una volta acquisita la notifica della sentenza sfavorevole del giudice amministrativo, gli uffici dovranno revocare la nomina dei docenti di ruolo abilitati magistrali con conseguente risoluzione, entro e non oltre il termine prescritto di 120 giorni, dei contratti a tempo indeterminato a suo tempo stipulati a seguito di pronunce non definitive. E subito dopo dovranno procedere alla stipula a favore dei medesimi docenti di un contratto di supplenza al 30 giugno 2020. Per quanto riguarda i supplenti annuali fino al 31 agosto, gli uffici dovranno procedere alla conversione del contratto a tempo determinato di durata annuale (fino al 31 agosto 2020) in contratto a tempo determinato con termine finale al 30 giugno 2020.

Il ministero confermerà, invece, fino alla loro scadenza naturale, le supplenze conferite fino al termine delle attività didattiche (30 giugno) ai docenti diplomati magistrali inseriti nelle graduatorie a esaurimento nelle graduatorie di istituto di II fascia a seguito di sentenza non definitiva. In quest’ultimo caso, infatti, non vi sarebbero i presupposti di fatto per l’avveramento della cosiddetta clausola risolutiva.

I contratti individuali di lavoro con i quali vengono assunti i docenti, infatti, prevedono che il licenziamento possa avvenire in questi casi solo previo annullamento della procedura di reclutamento. E siccome l’oggetto sul quale i giudici sono stati richiesti di pronunciarsi è la validità del diploma magistrale conseguito entro il 2001/2002 ai fini delle graduatorie a esaurimento e dei concorsi, gli effetti delle pronunce non comprenderanno le graduatorie di istituto di II fascia. Elenchi nei quali i diplomati magistrali hanno pienamente titolo ad essere inclusi e che rimangono indenni e al di fuori dell’ambito di applicazione di tali sentenze.

Nuovo valzer a viale Trastevere

da ItaliaOggi

Marco Nobilio

Cambiano i ministri e mutano anche i direttori generali. Il passaggio dal governo Conte 1 all’esecutivo Conte 2, con il passaggio del testimone tra l’ex ministro dell’istruzione Marco Bussetti (Lega) e il nuovo titolare del dicastero di viale Trastevere, Lorenzo Fioramonti (M5S), sta avendo effetti anche sulle nomine dei direttori generali degli uffici scolastici regionali e centrali effettuate dall’ex ministro. Non hanno neppure preso servizio la direttrice generale dell’ufficio scolastico regionale per la Liguria, Luciana Volta, e il titolare dell’ufficio scolastico per il Lazio Jacopo Greco. Entrambi nominati da Bussetti in zona Cesarini prima di cedere il testimone a Fioramonti, e finite nel tritacarne della mancata registrazione da parte della Corte di conti che aveva dubbi su alcuni incarichi del pacchetto complessivo. E poi ci sono altri uffici regionali che ancora attendono di essere coperti da un titolare, come per esempio, la Sicilia. Anche tale ufficio, peraltro, era stato fatto oggetto di una nomina da parte dell’ex ministro Bussetti, ma un contenzioso interno ha determinato il ritiro della nomina inizialmente adottata nei confronti di Raffaele Zarbo. E poi c’è l’ufficio scolastico regionale per la Lombardia, la cui poltrona di direttore generale si renderà disponibile tra circa un mese, perché l’attuale titolare, Delia Campanelli, dovrebbe andare in pensione. La dislocazione dei direttori generali potrebbe, infine, subire delle ulteriori modifiche per effetto di eventuali spostamenti a domanda da parte dei diretti interessati. Tra cui quella del direttore generale dell’ufficio scolastico per il Piemonte, che, secondo quanto risulta a Italia Oggi, potrebbe essere interessato a una direzione più romana.

Nel frattempo il ministro Fioramonti ha varato la bozza del nuovo regolamento recante l’organizzazione del ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, che farà da preludio alle nuove nomine. Dpcm che sarà ratificato a breve dal consiglio dei ministri e che entrerà subito in vigore senza la previa acquisizione del Consiglio di stato e fermo restando il previo parare della Corte dei conti. Il ministro, infatti, intende avvalersi delle disposizioni contenute nel decreto-legge 104/2019, che fa riferimento a questa facoltà tramite il rinvio alle corrispondenti disposizioni contenute nel decreto-legge 86/2018. Ciò determinerà un’accelerazione dei tempi di esecuzione che, di solito, variano da alcuni mesi ad un anno.

La nuova organizzazione prevede la consueta articolazione piramidale del dicastero con all’apice il ministro al quale faranno riferimento tre capi dipartimento. I tre dipartimenti saranno articolati in: a) dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione; b) dipartimento per la formazione superiore e per la ricerca; c) dipartimento per le risorse umane, finanziarie e strumentali. All’interno dei singoli dipartimenti saranno individuate le relative direzioni generali.

Il dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione avrà quattro direzioni generali: una per gli ordinamenti scolastici e la valutazione del sistema nazionale di istruzione; un’altra per il personale scolastico; una per lo studente, l’inclusione e l’orientamento scolastico e, infine, una direzione generale per i fondi strutturali per l’istruzione, l’edilizia scolastica e la scuola digitale.

Il dipartimento per la formazione superiore e per la ricerca si articolerà in tre direzioni generali: la direzione generale per la formazione universitaria, l’inclusione e il diritto allo studio; la direzione generale per l’alta formazione artistica, musicale e coreutica; e, infine, la direzione generale per il coordinamento e la valorizzazione della ricerca e dei suoi risultati.

Il Dipartimento per le risorse umane, finanziarie e strumentali potrà disporre di tre direzioni. La prima avrà competenza in materia di risorse umane, finanziarie e contratti; la seconda si occuperà dei sistemi informativi e della statistica e la terza sarà finalizzata alla progettazione organizzativa, l’innovazione dei processi dell’amministrazione e la comunicazione.

Fin qui il livello centrale. A livello periferico l’amministrazione sarà suddivisa in uffici scolastici di livello dirigenziale generale o, in relazione alla popolazione studentesca della relativa regione, di livello non generale. Gli uffici scolastici eserciteranno la loro competenza su tutto il territorio regionale di riferimento.

Il numero complessivo degli uffici scolastici regionali sarà fissato 18 unità, di cui 15 di livello dirigenziale generale.

I rimanenti tre uffici, Basilicata, Molise e Umbria, a causa delle piccole dimensioni del territorio e della popolazione esigua, saranno retti da un dirigente di II fascia. Ad ogni ufficio scolastico sarà preposto un numero variabile di dirigenti di seconda fascia ai quali sarà assegnata la competenza territoriale a livello provinciale, fatti salvi ulteriori posti dirigenziali in altri uffici collocati sempre a livello periferico.

Bambini senza libri, poco sport e scuole pericolanti: quando la povertà comincia dall’educazione

da la Repubblica

Valeria Strambi

Edifici poco sicuri, investimenti in istruzione che vanno a singhiozzo e abbandono scolastico alle stelle. Se in Italia quasi la metà degli studenti under 18 non legge neppure un libro che non sia stato “imposto” dalla professoressa, sono in costante crescita i numeri di chi è sempre connesso alla rete, in classe e fuori: solo il 5,3% dei minori non usa Internet quotidianamente. Molti giovani (almeno uno su sette) si perdono lungo il percorso e finiscono per lasciare gli studi, mentre chi continua ad andare a scuola è spesso costretto a farlo in strutture inadeguate (settemila sono da considerarsi “vetuste” e più di 21mila non hanno il certificato di agibilità).  È la fotografia che emerge da ll tempo dei bambini, il decimo “Atlante dell’infanzia a rischio” di Save the Children, l’organizzazione internazionale che da cento anni lotta per salvare i più piccoli e garantire loro un futuro: qui l’edizione 2018. Il report, a cura di Giulio Cederna, è suddiviso in più sezioni e traccia un bilancio della condizione dI bambini e adolescenti in Italia negli ultimi dieci anni.

Tra i bambini italiani 1,2 milioni di poveri
La cifra dei minori che vivono in povertà assoluta, cioè senza i beni indispensabili per condurre una vita accettabile, è più che triplicata, passando dal 3,7% del 2008 al 12,5% del 2018 e arrivando a toccare quota 1,2 milioni. Difficili sono anche le condizioni abitative: in un Paese in cui circa due milioni di appartamenti rimangono sfitti, negli anni della crisi (2011-2014) il 14% dei minori ha patito condizioni di grave disagio.

Spesa sociale, resta il gap Nord-Sud
L’Italia, secondo l’Atlante, continua inoltre a non avere un piano strategico per l’infanzia e l’adolescenza. Le risorse investite nel sociale sono insufficienti, con divari enormi tra le Regioni nell’accesso ai servizi per i bambini e le loro famiglie. Basti pensare che, a fronte di una spesa sociale media annua per l’area famiglia e minori di 172 euro pro capite da parte dei Comuni, la Calabria si attesta sui 26 euro mentre l’Emilia Romagna arriva a 316.

Istruzione, Italia fanalino di coda
Secondo i dati dell’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, l’Italia spende per l’istruzione e l’università circa il 3,6% del Pil, quasi un punto e mezzo in meno rispetto alla media degli altri Paesi, pari al 5%. Ccon la riforma del 2008, in tre anni, sono stati tolti ben 8 miliardi. La spesa per l’istruzione è così crollata dal 4,6% del Pil del 2009 al 4,1% del 2011 fino al minimo storico del 3,6% del 2016.

Il fantasma dell’abbandono
La povertà economica si riflette sulla povertà educativa. Sebbene nell’ultimo decennio si siano fatti passi in avanti sul tema della dispersione scolastica, abbattendo del 5,1% la media nazionale dei cosiddetti early school leavers, le differenze tra Nord e Sud sono drammatiche. A fronte di Regioni che hanno già centrato l’obiettivo europeo (Trento, Umbria, Abruzzo e Friuli Venezia Giulia), ce ne sono altre dove il tasso di dispersione supera il del 20% (Calabria, Sicilia e Sardegna). Il dato complessivo nel 2018 si attesta al 14,5%, ma si registra per il secondo anno consecutivo un pericoloso trend di ripresa.

I libri, questi sconosciuti
Ma c’è di più. A preoccupare è anche il ritratto di coloro che, invece, le scuole continuano a frequentarle. Quasi un minore su due non legge un libro oltre a quelli scolastici durante l’anno, con picchi in Campania (64,1%), Calabria (65,9%) e Sicilia (68,7%). Se nel 2008 i “non lettori” erano il 44,7%, questa percentuale è salita dopo dieci anni al 47,3%. Anche lo sport resta per molti un privilegio: in Italia circa un minore su 5 (tra i 6 e i 17 anni) non lo pratica e il 15% svolge solo qualche attività fisica. Alcuni passi in avanti si sono però visti: se nel 2008 il 21,8% dei minori era sedentario, nel 2018 il dato scende a 17,9%.

Solo una scuola su 5 è antisismica
Scenario tutt’altro che incoraggiante quello sulle strutture scolastiche: nell’Italia dei terremoti e del dissesto idrogeologico le scuole sicure sembrano un miraggio e la gran parte degli edifici è inadeguata a possibili emergenze. Su un totale di 40.151 edifici censiti dall’anagrafe scolastica, ben settemila sono classificati come “vetusti”, circa 22 mila sono stati costruiti prima degli anni Settanta, cioè prima dell’entrata in vigore delle norme che hanno introdotto l’obbligo di collaudo statico (15.550 infatti ne sono privi). Sono 21.662 gli istituti che non hanno un certificato di agibilità e 24mila quelli senza certificato di prevenzione incendi. Nelle aree a pericolosità sismica alta e medio-alta, sono ben 13.714 le strutture che non sono state progettate per resistere a un terremoto ed è antisismica appena una scuola su cinque.

La campagna
“Siamo di fronte a un paese ‘vietato ai minori’ che negli ultimi dieci anni ha perso di vista il suo patrimonio più importante: i bambini – commenta Valerio Neri, direttore generale di Save the Children – Impoveriti, fuori dall’interesse delle politiche pubbliche, costretti a studiare in scuole non sicure e lontani dalle possibilità degli altri coetanei europei. Ma che non si arrendono, che hanno trovato il coraggio di chiedere a gran voce che vengano rispettati i loro diritti, che gli adulti lascino loro un pianeta pulito e un ambiente di vita dove poter crescere ed esprimersi”. In concomitanza con la pubblicazione del nuovo Atlante parte anche la campagna “Illuminiamo il futuro” per il contrasto alla povertà educativa. Firmando la petizione online http://www.illuminiamoilfuturo.it si chiede il recupero di 16 spazi pubblici oggi abbandonati da destinare ad attività extrascolastiche gratuite per i bambini. La mobilitazione è accompagnata sui social dall’hashtag #italiavietatAiminori.

Ma alla famiglia servono anche i nidi

da la Repubblica

di Chiara Saraceno e Giorgio Tamburlini

Un’importante novità della manovra finanziaria è l’istituzione del Fondo famiglia. Vi confluiranno i diversi bonus che in questi anni sono stati introdotti a sostegno di chi ha un bimbo piccolo – dal bonus bebè al bonus nido – cui vengono aggiunti 600 milioni di euro.

Servirà a finanziare un assegno per sostenere il costo del ricorso a servizi di cura. Viene rimandato, invece, il riordino degli altri, più strutturali, trasferimenti legati alla presenza di figli a carico – assegno al nucleo famigliare, assegno per il terzo figlio, detrazioni fiscali – per arrivare ad un assegno unico destinato a compensare parte del costo di mantenimento dei figli fino alla maggiore età.

Sostenere l’accesso a servizi per l’infanzia è importante, non solo per favorire l’occupazione femminile e la conciliazione famiglia-lavoro, ma anche per lo sviluppo dei bambini. Per questo occorre porre molta attenzione a non mettere sullo stesso piano – come invece sembra suggerire la norma del Def ed è esplicito nella proposta di legge Delrio ed altri cui è ispirata – servizi educativi certificati quali i nidi e le scuole dell’infanzia e servizi con prevalenti o esclusive funzioni di custodia, quali baby parking o baby sitter e simili. Una cospicua e crescente mole di studi, effettuati sia in campo internazionale che in Italia, documenta i benefici, per tutti e in particolare per bambini di famiglie di medio-basso livello socio-economico e culturale, della frequenza di nidi di qualità. L’accesso a questi servizi – che nella loro grande maggioranza si fondano su solide basi pedagogiche, con modelli che costituiscono riferimento di eccellenza in tutto il mondo – consente infatti ai bambini di usufruire di opportunità di sviluppo sul piano cognitivo, socio-relazionale e dell’autonomia che non sempre le famiglie sono in grado di offrire. Offre anche ai genitori la possibilità di confrontarsi con educatrici esperte e con altri genitori sui normali problemi che incontrano nel crescere i loro bambini. Inoltre, quando i genitori sono coinvolti, anche per breve tempo, nelle attività educative (lettura, gioco, musica e movimento, piccoli lavori manuali), possono coglierne l’importanza, e la fattibilità anche a casa, osservare il piacere che i bambini ne ricavano, e motivarsi quindi a utilizzare il tempo a disposizione con i propri figli in attività affettivamente ricche e costruttive per lo sviluppo.

La frequenza del nido va quindi fortemente sostenuta sia abbassando la soglia di accessibilità economica, sia e soprattutto aumentando l’offerta, che con qualche buona eccezione in Italia è ancora del tutto insufficiente. A questo proposito si nota la mancanza, nel Def e nel Piano famiglie che si viene delineando, di un investimento significativo in questa direzione. Occorre anche creare la consapevolezza nelle famiglie e nelle comunità che inviare i propri bimbi al nido, a prescindere dal fatto che la mamma sia occupata o meno, rappresenta un grande investimento per il loro futuro, sia immediato che a lungo termine, a differenza del ricorso a forme di custodia senza contenuti educativi. Una recentissima indagine effettuata da “Save the Children” su un campione di bimbi di età compresa tra 42 e 54 mesi ha dimostrato che a questa età i bambini hanno competenze (cognitive, motorie, sociali) che sono già diverse non solo in rapporto al background dei genitori, ma alla eventuale frequenza al nido negli anni precedenti e alle attività svolte in famiglia. Coniugare il sostegno economico alle famiglie che ne hanno bisogno alla maggior fruizione di servizi e proposte educative di qualità è una scommessa che si può vincere solo creando le condizioni necessarie e dando i segnali giusti.

Giorgio Tamburlini, pediatra, ha fondato e presiede il Centro per la salute del bambino Onlus, ed è consulente di diverse organizzazioni internazionali sui temi della salute e dello sviluppo precoce del bambino.

Usura psicofisica degli insegnanti in continuo aumento: come uscirne?

da Orizzontescuola

di Vittorio Lodolo D’Oria

L’usura psicofisica determinata dalla professione docente non risparmia nessuno e può manifestarsi a differenti età a seconda della propria anamnesi familiare, dei cosiddetti “life event” (separazioni, malattie, lutti, dispiaceri, circostanze particolari etc), delle situazioni fisiologiche contingenti (es. post-partum, menopausa), della propria resilienza, delle abitudini di vita (hobbies, dieta sana, attività fisica o fumo, caffè, alcool) e della strategia di adattamento per contrastare lo stress quali, su tutte, la condivisione del disagio con colleghi e amici.

Di seguito analizziamo i casi di due docenti relativamente giovani (la più grande ha 50 anni) che sono già stremate e manifestano le classiche somatizzazioni oltre a un forte senso di inadeguatezza nei confronti degli stessi alunni. Chiedono al sottoscritto come fare per uscire dal circuito e se può essere d’aiuto coinvolgere il dirigente nel processo. È del tutto evidente che, come la totalità del corpo docente, le maestre in questione sono totalmente all’oscuro delle malattie professionali (prevenzione inclusa) e degli strumenti messi a disposizione dal legislatore per farvi fronte (procedure nonché diritti e doveri dell’accertamento medico d’ufficio e a richiesta del lavoratore). Può essere utile ricordare che il dirigente scolastico ha, a tal proposito, un debito formativo nei confronti dei suoi insegnanti ai sensi degli artt. 28, 36 e 37.

Domanda: Gentile dottore, sono una insegnante di scuola primaria di 50 anni che non riesce più a svolgere il proprio lavoro con serenità. Quando penso che lo stato mi vuole a scuola fino a 67 anni mi sento morire! Come si può pensare di fare questo mestiere fino a quella età? Io vorrei arrivarci viva e non voglio ammalarmi a causa di tutto lo stress e le mortificazioni che subisco quasi ogni giorno. Vorrei sapere se esiste una via di fuga da questa situazione e che cosa prevede la legge in caso di inabilità all’insegnamento? Io ormai sono arrivata ad un livello tale di stress che quando guardo i bambini sento un “odio” o “risentimento” per quello che mi fanno provare. Non lavoro più con gioia ed entusiasmo, le motivazioni sono molteplici e Lei le ha ben esposte (rapporti con famiglie, bambini con DSA e BES senza sostegno, situazioni che avrebbero bisogno di un maggiore supporto che non c’è…). Cosa mi consiglia? Devo parlarne con la mia dirigente? Io non so come muovermi. La ringrazio molto per il tempo che vorrà dedicarmi.

Risposta: L’unica via possibile consiste nel richiedere l’accertamento medico in CMV presentando alla visita documentazione specialistica psichiatrica attestante il suo malessere. Tale certificazione deve essere prodotta in struttura pubblica. Credo che al massimo potrà ottenere l’inidoneità all’insegnamento poiché solo a casi gravi è riservata l’inabilità al servizio con relativa dispensa. In caso di inidoneità all’insegnamento verrà collocata ad altre mansioni cioè in biblioteca o in segreteria e dovrà timbrare le 36 ore poiché perderebbe la flessibilità oraria degli insegnanti. Se la dirigente è persona comprensiva può parlare con lui, sapendo che l’accertamento medico d’ufficio è valutato con più attenzione dalla CMV rispetto a quello richiesto dal lavoratore. Cari saluti.

Domanda: Gentile dottore, mi ha parlato di lei una collega e ho pensato di scriverle. Sono docente nella primaria.  Nel 2007 mi chiamarono a novembre come supplente, era la prima volta che insegnavo. Mi toccò una classe V di 22 alunni, il più della classe erano ragazzi maleducati, altri molto irrequieti. Alcune mamme saranno state un 3 o 4, mi fecero del mobbing vero e proprio. Il preside conosceva classe e genitori e comprese la mia situazione, mi supportò e mi tutelò. I ragazzi erano ingestibili, sicuramente anche stuzzicati dalle mamme. Gli alunni saltavano sui banchi, mentre ero intenta a spiegare, uscivano dalle classi, mi mandavano a quel paese per aver loro proibito l’uso del cellulare in classe. Un ragazzo poi venne con la malizia nel mostrarmi l’icona della “Style” che evoca una posizione sessuale. Una classe orrenda insomma e se aggiungiamo la mia inesperienza, fu un anno scolastico devastante. Un collega di ruolo nel plesso mi confidò che toccava a lei quella V ma la rifiutò perché conosceva la situazione: aveva preferito la classe prima più faticosa didatticamente piuttosto che la V toccata a me. Iniziai a soffrire d’ansia e avere stati di derealizzazione, mal di testa, vomito. All’inizio non ho capito cosa mi capitasse, sapevo solo di star male. Con il tempo l’ansia è andata degenerando e nel 2016 una flebo di Plasil somministratami in ospedale mi scatenò attacchi di panico che persistono. L’anno scorso ho subito un vero mobbing da parte della dirigente. Quest’ anno sono in un altro istituto.  La dirigente, su mia richiesta, mi ha dato materie antropologiche e 10 ore di potenziamento.  Io, però, non reggo più il rumore, da marzo di quest’anno sono peggiorata. In classe inizio subito ad accusare stanchezza mentale, forti mal di testa, nausea, a momenti provo le sensazioni degli attacchi di panico, dolore al petto come se mi esplodesse il cuore, in più provo come una sorta di euforia negativa (il medico la chiamò disforia). A tutto ciò si aggiunge la disfonia, tanto che devo usare un microfono. I dottori dicono che la mia è una depressione nascosta, ma io non mi sento depressa e provo un’ansia terribile che mi induce tristezza. Un qualunque stress mi fa crollare subito. Non tollero di dover gridare contro i bambini, mi sento di far loro un danno. Io amo i bambini ma non sono più capace di sopportare il vociare continuo, la gestione della classe, stare sempre a richiamare ora uno ora l’altro. Ho esaurito le energie mentali. Cosa posso fare dottore? Ho preso gli antidepressivi ma non mi hanno portato alcun beneficio, anzi! Avevo pensato di chiedere alla dirigente di istruire una pratica per visita collegiale medica all’asl ma temo la reazione della dirigente. In questi giorni sto usando il cotone nelle orecchie per attenuare il rumore. Mi dia un consiglio. Vorrei essere esonerata dall’insegnamento, ma voglio lavorare perché calata in un contesto tranquillo io sto bene, mi distraggo e sto bene psicologicamente. Il mio malessere è reattivo iniziato con la scuola, poi altre situazioni di vita hanno contribuito a esasperarmi la sofferenza mentale. Io la nascondo tanto che una mia collega mi ha detto che, a vedermi, non avrebbe mai immaginato che stessi male. Eppure, dentro, soffro. Un’altra collega mi ha confidato del malessere che vive in classe, perché parlarne tra docenti è tabù vista la saccenza di molti colleghi. Mi dia un consiglio.

Risposta: Innanzitutto le consiglio di documentarsi su ciò che sta attraversando. Le farà bene sapere che il suo è un sentire piuttosto diffuso. Legga il mio ultimo libro “Insegnanti, salute negata e verità nascoste”. Poi, per avere l’inidoneità all’insegnamento occorre passare in CMV producendo certificati medici di struttura pubblica aggiornati riguardanti la sua condizione psichiatrica innanzi tutto. Presentare domanda di accertamento medico in CMV è un suo diritto e non capisco quale sia il problema per il dirigente. Un ultimo consiglio, poiché ha poche energie, eviti conflitti con colleghi, preside, genitori etc. Cari saluti.

Considerazioni: dal 1992 al 2012 sono intervenute quattro riforme previdenziali “al buio”, cioè senza valutare la salute della categoria professionale dei docenti. All’alba del terzo millennio non sono ancora riconosciute le malattie professionali degli insegnanti, non è finanziata la prevenzione e si usano terminologie che non hanno rilevanza medica ai fini della cura e dell’indennizzo (burnout, stress lavoro, correlato, rischi psicosociali). Nel giro di 20 anni siamo perciò passati dall’insostenibile situazione delle baby-pensioni ai 67 anni per andare in quiescenza. Stiamo perciò assistendo ai frutti degenerati di un sistema perverso.

www.facebook.com/vittoriolodolo

Concorso straordinario secondaria: esclusi anni di servizio come insegnante di religione cattolica

da Orizzontescuola

di redazione

Concorso straordinario secondaria: i requisiti di servizio sono abbastanza stringenti, le annualità previste devono infatti essere riferite a classe di concorso o posto di sostegno.

Un nostro lettore chiede

Spett. Redazione, in merito al concorso straordinario previsto dal decreto “salva precari”, l’art. 5 recita: “La partecipazione alla procedura è riservata ai soggetti, anche di ruolo, che, congiuntamente:

a) tra l’anno scolastico 2011/2012 e l’anno scolastico 2018/2019, hanno svolto, su posto comune o di sostegno, almeno tre annualità di servizio […]”; l’art. 6 precisa poi che “Il predetto servizio è considerato se prestato come insegnante di sostegno oppure in una classe di concorso compresa tra quelle di cui all’articolo 2 del decreto del Presidente della Repubblica 14 febbraio 2016, n. 19, e successive modificazioni”
Alla luce di quanto sopra, ponendo il caso di un docente con tre anni di servizio nella scuola secondaria di cui due di IRC e uno per la classe A022 che voglia partecipare al concorso straordinario per quest’ultima, è corretto affermare che egli non possa concorrere perché l’IRC è un insegnamento privo di una propria classe di concorso? Se così fosse, mi sembra che ciò costituirebbe un’ingiusta esclusione.
 Ringraziando, cordiali saluti.
Ecco cosa hanno detto i sindacalisti ai nostri microfoni:
Marcello Pacifico Anief “Ovviamente rimane il problema degli insegnanti di Religione cattolica che sono fuori da questo programma”
Elvira Serafini, Snals “Quanto alle materie contenute nell’intesa del 1 ottobre scorso, va ricordato che il disegno di legge recante disposizioni in materia di abilitazione sarà presentato come collegato alla manovra di Bilancio. Lo Snals chiede “un percorso più celere e una chiara definizione di coloro che potranno parteciparvi. Ciò serve a dare risposta a tutti coloro per i quali si è creata l’aspettativa di conseguire un’abilitazione e che ha prestato tre annualità di servizio in tutti gli ordini e gradi scuola, a tempo determinato e indeterminato, abilitati con CFU, dottori di ricerca, insegnamento di Religione cattolica. Potrebbero passare in seconda fascia di istituto, partecipare ai concorsi ordinari o alla mobilità professionale, coprire posti vacanti e disponibili, visto che tanti posti del contingente di immissione in ruolo ogni anno restano vacanti per mancanza di personale”.
Da queste indicazioni si evince che il servizio prestato in qualità di IRC non potrà essere considerato valido ai fini del raggiungimento delle tre annualità di servizio richieste come requisito minimo per l’accesso al concorso straordinario.
Ricordiamo che il decreto approvato dal Consiglio dei Ministri potrà ancora essere modificato nei 60 giorni di tempo utili prima della trasformazione in legge.

Concorso DSGA, sedi prove scritte 5 e 6 novembre. Completo

da Orizzontescuola

di redazione

Concorso DSGA, il 5 e 6 novembre si svolgeranno le due prove scritte. Avvisi USR per l’individuazione della sede.

I candidati si dovranno presentare nelle rispettive sedi d’esame
muniti di un documento di riconoscimento in corso di validita’ e del
proprio codice fiscale.

La durata di ciascuna prova e’ pari a 180 minuti.

Le prove scritte

I candidati dovranno svolgere due prove scritte:

  • una prova costituita da sei domande a risposta aperta, volta a verificare la preparazione dei candidati sugli argomenti di cui all’Allegato B del DM 863/2018;
  • una prova teorico-pratica, consistente nella risoluzione di un caso concreto attraverso la redazione di un atto su un argomento di cui all’Allegato B del DM 863/2018.

Qui le griglie di valutazione dall’USR Campania

Sedi prove scritte

USR Abruzzo

USR Basilicata

USR Calabria

USR Campania

USR Emilia Romagna

USR Friuli Venezia Giulia

USR Lazio  

USR Liguria

USR Lombardia

USR Marche

USR Molise  

USR Piemonte 

USR Puglia

USR Sardegna

USR Sicilia

USR Toscana

USR Umbria

USR Veneto

N.B. L’elenco non ha carattere di ufficialità, qualsiasi modifica va controllata sul sito dell’USR di riferimento.

Analisi UE sui docenti italiani: carriera e stipendi inadeguati

da Tuttoscuola

Oltre ai dati sugli obiettivi attesi per il 2020, “Education and Training – Monitor 2019” ha svolto anche alcune sintetiche analisi sui principali indicatori del sistema d’istruzione.

Nel capitolo dedicato al personale scolastico, dopo avere constatato che i nostri docenti – come si sa – sono mediamente i più anziani d’Europa e detengono anche il primato del più alto tasso di femminilizzazione, vengono analizzate e commentate le principali situazioni riguardanti i nostri docenti, tra cui la carriera, la retribuzione, la mobilità.

“Le limitate prospettive di carriera, unite a stipendi relativamente bassi rispetto a quelli di altre professioni altamente qualificate, rendono difficile attrarre i laureati più qualificati.

Il sistema delle carriere dei docenti offre un unico percorso di carriera con incrementi salariali fissi basati esclusivamente sull’anzianità.

In assenza di incentivi legati ai risultati, la mobilità scolastica rimane l’unica possibilità di migliorare le condizioni di lavoro.  Di conseguenza, le scuole delle zone svantaggiate tendono a essere private dei migliori insegnanti e ad esse vengono destinati insegnanti giovani e inesperti con contratti a tempo determinato.

Gli stipendi degli insegnanti stabiliti per legge sono inferiori alla media OCSE in tutte le fasi della carriera. Il sistema di carriera basato sull’anzianità significa che gli insegnanti possono raggiungere lo stipendio massimo solo dopo 35 anni di servizio; la media OCSE è di 25 anni.

Inoltre, gli stipendi degli insegnanti sono inferiori a quelli di altri lavoratori con un’istruzione terziaria. Il blocco degli scatti stipendiali dei dipendenti del settore pubblico, ancora in vigore dal 2010, continua ad avere un impatto negativo sul potere d’acquisto degli insegnanti.

Gli stipendi degli insegnanti che hanno iniziato la professione nel 2016/2017, in termini reali, erano pari a circa il 94 % degli stipendi del 2009/2010 (Commissione europea/EACEA/Eurydice 2018b)”.  

Dirigenti scolastici per la sicurezza nelle scuole

Dirigenti scolastici per la sicurezza nelle scuole

I dirigenti scolastici Italiani ​protestano per l’impossibilità di garantire la sicurezza nelle scuole ai sensi del D.Lgs 81/2008, in un contesto di istituti non a norma, con insufficienti risorse per la formazione, con scarsi fondi per la retribuzione di figure professionali e insussistenza di risorse per gli interventi urgenti e indifferibili sulle infrastrutture.

Ciò determina una situazione insopportabile e inaccettabile per le responsabilità, civili, penali e amministrative che la legge impone. La situazione incide negativamente anche negli obblighi professionali in tema di direzione, coordinamento e valorizzazione delle risorse umane, nonché di organizzazione delle attività didattiche in quanto il tema sicurezza si impone con la sua importanza ma anche con la sua drammaticità.

Il ​Dm 292/96 impone la figura del Dirigente Scolastico quale “datore di lavoro” ai sensi del D.Lgs 81/08, che è una norma pensata e funzionale per le aziende, dove il datore di lavoro ha prerogative ben diverse dal Dirigente Scolastico, ma è inapplicabile al contesto scolastico.
Da quanto sopra il Dirigente Scolastico risponde in solido, col proprio patrimonio personale e risponde penalmente, come la cronaca recente rivela, con condanne penali e risarcimenti danni elevatissimi per situazioni che il Dirigente Scolastico non può gestire.

Il Dirigente Scolastico non può essere considerato datore di lavoro per i seguenti motivi:

  • non determina il numero di persone da assegnare alla propria istituzione, che vengono definiti in sede USR su disposizioni del MIUR, mentre un vero datore di lavoro decide e determina quanti devono essere i propri dipendenti;
  • non sceglie il proprio personale: il personale viene individuato da USR e MIUR tramite concorsi, graduatorie ed altre procedure amministrative. Se le competenze non corrispondono ai bisogni definiti nel PTOF non ha importanza. Ma un vero datore di lavoro sceglie il proprio personale in base alle competenze e alle necessità;
  • non ha risorse economiche né le competenze per gestire la sicurezza degli edifici: le risorse economiche sono assegnate agli enti proprietari (Comuni e Province/Città Metropolitane) che si avvalgono di personale con le adeguate competenze. Il Dirigente Scolastico può comunicare agli enti le necessità, può attivare azioni di contenimento ma non può intervenire nè economicamente nè giuridicamente né per competenza sulle strutture delle quali resta responsabile.
  • non ha risorse economiche finalizzate nemmeno per la nomina di consulenti esperti esterni o per la formazione del personale che sarà adibito al controllo delle strutture, al primo soccorso, alla lotta antincendio;
  • le strutture scolastiche sono drammaticamente fatiscenti, il Dirigente Scolastico non può fare una valutazione della struttura PRIMA che gli venga assegnata, ma una volta assegnata ne è responsabile in tutto e per tutto;
  • in sostanza: il Dirigente Scolastico si trova in una trappola amministrativa e penale: responsabile di strutture fatiscenti che non può mettere a norma, non sceglie il personale nè per numero né per competenze e tuttavia risponde penalmente e col proprio patrimonio personale di qualunque incidente e di qualunque azione commessa da TUTTO il personale, in quanto vige non solo l’obbligo di dare istruzioni ma anche di controllare che le istruzioni emanate vengano rispettate.

Molti colleghi sono stati condannati a causa di incidenti imprevedibili, ma in base ad una norma disumana e assurda. Tutti noi siamo gravemente esposti a una responsabilità ingiusta, unica nel panorama internazionale, che è contro i principi del nostro ordinamento giuridico (in buona sostanza si tratta di responsabilità penale oggettiva). Si tratta di una legge che applicata nella scuola è contraddittoria in quanto condanna chi non ha né poteri né risorse per gestire la manutenzione degli edifici e che dunque mette sempre più a rischio la sicurezza di alunni e lavoratori.

Non possiamo più accettare tutto questo. Non lo vogliamo più accettare.

I Dirigenti Scolastici chiedono:

  • l’abolizione/modifica del decreto 292/96
  • la individuazione di figure all’interno del MIUR quali datori di lavoro
  • erogazione di corsi di formazione di figure addette alla sicurezza (Primo Soccorso, ASPP, ASPILA, Uso defibrillatori)
  • revisione e sostanziale aumento dei fondi per la manutenzione ordinaria delle scuole di Comuni e Province/Città Metropolitane
  • messa in sicurezza di tutti gli edifici scolastici.

e annunciano le seguenti azioni:

  • applicazione rigida del DLGS 81/08 con chiusura dei plessi ove non sia garantita la sicurezza sotto ogni punto di vista da parte degli enti proprietari
  • querele alle competenti Procure per tutte le inadempienze relative alle certificazioni di sicurezza, a partire dai CPI.

Il 30 ottobre 2019 ASSEMBLEA all’IIS “LEONARDO DA VINCI” E MANIFESTAZIONE a ROMA al MIUR

TUTTE LE SIGLE SINDACALI SONO INVITATE A SOSTENERE E A PARTECIPARE ALLA ASSEMBLEA E ALLA MANIFESTAZIONE A SOSTEGNO DEI DIRIGENTI SCOLASTICI E DELLA SICUREZZA NELLE SCUOLE

Scuolabus, la Corte dei conti apre alla copertura finanziaria da parte degli enti locali

da Il Sole 24 Ore

di Andrea Alberto Moramarco

Il trasporto scolastico è un servizio pubblico essenziale a garanzia del primario diritto allo studio, la cui mancata fruizione può, di fatto, inibire allo studente il raggiungimento della sede scolastica, con conseguente compressione del diritto costituzionalmente garantito. Pertanto, gli enti locali, nell’ambito della propria autonomia finanziaria, nonché nel rispetto degli equilibri di bilancio e della clausola d’invarianza finanziaria, «possono dare copertura finanziaria al servizio di trasporto scolastico anche con risorse proprie, con corrispondente minor aggravio a carico all’utenza», scegliendo «se erogare gratuitamente il servizio nei confronti delle categorie di utenti più deboli e/o disagiati», oppure «definire un piano diversificato di contribuzione delle famiglie beneficiarie del servizio» a seconda della loro situazione economica. Ad affermarlo è la Sezione delle autonomie della Corte dei conti con la delibera n. 25/2019, le cui motivazioni sono state depositate lo scorso 18 ottobre, accompagnate dal relativo comunicato stampa.

La questione
Il quesito, posto all’attenzione dei giudici contabili dall’Anci (Associazione nazionale comuni italiani), riguarda le modalità di copertura finanziaria dei costi del servizio di trasporto scolastico. In sostanza, l’Anci chiedeva se, alla luce degli articoli 2, 3 e 5 del Dlgs 63/2017 (Effettività del diritto allo studio), i Comuni potessero finanziare con risorse proprie il servizio scuolabus, nonostante plurime deliberazioni di diverse Sezioni regionali contabili considerassero tale servizio come servizio di trasporto pubblico locale, al quale non può applicarsi la disciplina normativa dei servizi pubblici a domanda individuale bensì quella a tariffazione ex articolo 117 del Dlgs 267/2000 (Testo unico enti locali).

La copertura finanziaria del trasporto locale
La Corte dei conti con una lunga e articolata motivazione sposa la tesi favorevole all’apertura finanziaria sostenuta dall’Anci, fornendo un’interpretazione degli articoli 2, 3 e 5 del Dlgs 63/2017 nell’ottica di una tutela effettiva del diritto allo studio, il godimento del quale passa anche attraverso la definizione di prestazioni accessorie, quale è a tutti gli effetti il servizio di trasporto scolastico. Ebbene, i giudici contabili analizzano le definizioni di “trasporto pubblico locale (Dlgs 422/1997) e di “servizio pubblico a domanda individuale” (Dm 131/1983), escludendo il trasporto scolastico da entrambi. Per il Collegio, infatti, il servizio scuolabus deve essere inteso come un “servizio pubblico essenziale” posto a garanzia del diritto allo studio, la cui erogazione è doverosa per legge e «deve essere assicurata da tutti i soggetti costituenti la Repubblica Italiana (art. 114 Cost.) sulla base del principio di sussidiarietà verticale, in conformità al quale l’erogazione del servizio spetta all’Ente Locale, in quanto soggetto più prossimo al cittadino». L’Ente locale, potrà poi, con una scelta da adottare in conformità con il perseguimento dell’interesse pubblico, optare per l’erogazione del servizio in forma gratuita, oppure con una contribuzione delle famiglie «in considerazione del valore dell’indicatore della situazione economica equivalente (ISEE)», senza che ciò comporti nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.

Chi deve sorvegliare gli alunni alle elementari

da Corriere della sera

Valentina Santarpia

Meno del 50% delle scuole italiane è realmente sicura. Lo dicono i rapporti di Legambiente e Cittadinanzattiva, lo conferma il presidente dell’associazione nazionale presidi, Antonello Giannelli, che per fare il punto sugli edifici scolastici parte da una considerazione: «In Italia gran parte degli istituti è vetusta: hanno strutturalmente elementi che mettono a rischio la sicurezza di docenti e studenti. Sono datati, costruiti con canoni poco moderni. Se ad esempio la scuola di Milano dove è caduto il bambino non fosse stata vecchia, non avrebbe mai ospitato a un terzo piano studenti così piccoli. Le scuole dovrebbero essere tutte a piano terra, soprattutto quelle dell’infanzia e le primarie». Detto ciò, per un dirigente scolastico affrontare il tema della sicurezza è uno degli impegni più gravosi, tanto più che è personalmente responsabile, anche penalmente, di cosa succede, e deve barcamenarsi tra certificazioni e controlli. Ma ci sono alcuni punti fermi che fanno da linee guida.

I rischi e i controlli

Le scuole sono classificate come ambienti di lavoro e devono sottostare alla normativa per la prevenzione degli infortuni, in base al decreto legislativo 81, che prevede che il responsabile della struttura rediga un documento di valutazione dei rischi. Nel caso degli edifici scolastici è il preside a compilarlo, in collaborazione con il responsabile della prevenzione e protezione. «In teoria questo documento dovrebbe esaminare tutti i rischi, ma può essere molto difficile identificarli — spiega Giannelli—. L’unico a conoscere veramente l’edificio è il tecnico dell’ente locale che è proprietario dell’istituto, ma che non è coinvolto. Responsabili di questo documento siamo noi presidi, che non siamo in grado di valutare: abbiamo già chiesto un incontro al viceministro Anna Ascani per la prossima settimana per modificare questa stortura». Anche il responsabile della prevenzione e protezione non è un esperto: spesso si tratta di tecnici che, con corsi di formazione di poche ore, possono avere la qualifica. In ogni caso, il documento deve identificare i rischi e chi deve vigilare. Se ci sono uscite di sicurezza i bidelli dovrebbero controllare ogni mattina che si aprano correttamente i maniglioni antipanico. Dove ci sono laboratori che i macchinari siano in sicurezza, che non ci siano sostanze chimiche pericolose alla portata di tutti, che le apparecchiature siano funzionanti. Se ci sono scale con balaustre basse o finestre pericolanti o controsoffitti con crepe, il preside deve chiedere che l’ente intervenga, ma intanto deve fare in modo che il personale sorvegli su questi elementi.

Il personale

Sono due le figure chiave della vigilanza a scuola: insegnanti e collaboratori scolastici, i cosiddetti bidelli. «Ogni anno il dirigente scolastico emana una circolare nella quale elenca i compiti di sorveglianza a cui sono sottoposti in base all’articolo 2048 del codice civile e al decreto 81 — spiega Andrea Di Mario, preside al liceo Carducci di Milano —. In linea teorica lo studente deve essere sempre vigilato, da quando varca il portone di scuola al momento in cui esce: la circolare serve a chiarire tutte le regole che devono seguire insegnanti e collaboratori perché questa vigilanza non venga mai meno. È un obbligo contrattuale, che vale sempre, dalla palestra alla ricreazione». Ma a volte il personale non basta. Sono circa 130 mila i collaboratori scolastici in Italia, circa uno ogni 60 alunni. «Dovrebbero essere almeno 30 mila in più, se non ci fosse stata la spending review», rileva Giannelli. E a volte «ci sono gli incidenti — conclude Di Mario —. Quelli sono il nostro incubo, perché vorremmo prevenirli e non sempre è possibile».

La scuola del futuro avrà porte sempre aperte

da Corriere della sera

di Edoardo Campanella* e Francesco Profumo**

La destrutturazione del sistema educativo è la naturale conseguenza della Quarta rivoluzione industriale. Il modello d’istruzione tradizionale, basato sull’apprendimento passivo di nozioni e procedure lungo un arco predeterminato di tempo, riflette l’organizzazione del lavoro altamente standardizzato della prima rivoluzione industriale. Ma è sempre più inadeguato in un’economia nella quale l’accelerazione dell’obsolescenza della conoscenza (5 anni) e la riduzione della permanenza sul posto di lavoro (5-7 anni) imporrano un continuo «ritorno a scuola».

Nonostante riforme e accorgimenti di vario tipo, la scuola di oggi, in Italia come nel resto del mondo, ricalca la struttura delle fabbriche di ieri. Gli insegnanti, come i capireparto con i loro sottoposti, richiedono conformismo da parte di studenti che assimilano nozioni in modo passivo. Le classi stesse, ordinate per file di banchi individuali, ricordano le industrie tessili inglesi di metà Ottocento, nelle quali le macchine da cucire erano posizionate su piccoli tavoli allineati, dietro ai quali sedevano diligentemente i tessitori.

Ellwood Patterson Cubberley, un eminente professore di Stanford di inizio secolo scorso, elaborò la teoria della factory model education, elogiando orgogliosamente tale modello educativo. L’industria dettava legge e la scuola non poteva che adattarsi. Anche un percorso di studio breve e poco brillante era sufficiente a trasmettere la forma mentis necessaria per affrontare la vita in fabbrica, dove routine e standardizzazione erano predominanti.

Tale approccio appare tuttavia inadatto per le fabbriche 4.0 che richiederanno sempre più una forza lavoro creativa, adattabile e flessibile, in grado di affrontare un progresso tecnologico in continua evoluzione ed accelerazione. Basti pensare che, secondo quanto riportato dal World Economic Forum, il 65% degli studenti di prima elementare svolgerà, una volta terminato il loro percorso di studi, professioni che oggi non esistono ancora, in un mondo nel quale i confini tra reale e virtuale saranno sempre più labili.

Per quanto difficile possa essere immaginare il futuro, o proprio per tale ragione, la scuola dovrà sempre più insegnare a imparare e ogni persona dovrà studiare tutta la vita. In un Paese come l’Italia dove neanche il 10% dei lavoratori di età compresa tra i 25 e i 64 anni frequenta attivamente corsi di formazione durante la propria carriera professionale si tratta di un cambio di mentalità importante. Re-immaginare in profondità il sistema educativo significa innanzitutto preservare gli aspetti migliori di quello esistente come il rispetto per l’autorità, la disciplina e la trasmissione di nozioni base, ma superandone gli inevitabili meccanismi di autodifesa e inerzia.

Talento e competenze

Nuove istituzioni parallele dovranno emergere per fornire training specializzato

Ormai vi è un consenso diffuso sull’importanza di investire in soft skills, stimolare il pensiero critico e affinare la capacità di risolvere problemi complessi. Bisogna andare oltre l’approccio compartimentalizzato alle singole discipline, passando a uno multidisciplinare che stimoli la predisposizione al pensiero non convenzionale. Le scienze si dovranno mescolare con le arti e le materie umanistiche. L’acronimo Stem, che indica in inglese le discipline scientifiche e tecnologiche, dovrà includere la A di arte, diventando Steam.

Tuttavia, non è più solo una questione di ciò che si studia, ma di come. Lo studente deve essere messo al centro, facilitandone l’apprendimento secondo le sue effettive capacità, anche attraverso l’utilizzo di nuove tecnologie. La collaborazione orizzontale tra compagni e verticale con i professori deve sostituire almeno in parte competizione e gerarchie. I ruoli tra maestri e allievi dovranno essere sempre più ibridi. E si dovranno sperimentare nuovi metodi di insegnamento, che coinvolgano nuove tecnologie ma non solo.

Oltre all’apprendimento attivo, è necessario dotare il sistema dell’istruzione di un elevato grado di flessibilità in entrata e in uscita per favorire carriere agili e non lineari. Visto il rapido tasso di obsolescenza delle competenze anche più sofisticate, i percorsi di studio non dovranno più concentrarsi in un unico blocco temporale, ma dovranno seguire un percorso a zigzag: le porte della scuola in senso lato dovranno rimanere sempre aperte per riassorbire con facilità qualunque lavoratore lungo l’intero arco di una vita professionale. In questo senso, la flessibilità si tradurrà in destrutturazione del sistema.

Flessibilità non richiederà solo percorsi mirati e asciutti. Nuove istituzioni parallele alla scuola e all’università dovranno emergere per fornire training specializzato, ma senza essere considerate di serie B. Per garantire la flessibilità in uscita, talento e competenze, e non il titolo di studio o l’età di un candidato, dovranno diventare l’unico ostacolo alla libera circolazione dei cervelli all’interno del mercato del lavoro. E le imprese dovranno aiutare il sistema della formazione a identificare le competenze del futuro come succede a Singapore, dove gli imprenditori e il governo lavorano su orizzonti temporali di cinque anni all’interno della Skills Future Initiative.

La transizione verso la scuola del futuro sarà lunga e accidentata. Per non rassegnarsi alla disoccupazione tecnologica, dovremo essere tutti disposti a imparare, disimparare e re-imparare.

Blitz anti assenteismo I genitori con i prof: fate un lavoro prezioso

da La Stampa

Bernardo Basilici Menini

torino
Dopo le verifiche della Guardia di Finanza, mamme e papà fanno quadrato intorno ai professori. Allo storico liceo Gioberti, lo scorso mercoledì mattina, si sono presentati i militari per un controllo sull’assenteismo. I professori sono dovuti uscire dall’aula, documento alla mano, per confermare identità e presenza. I genitori hanno firmato una lettera di solidarietà nei confronti dei docenti. «Conosciamo bene il lavoro degli insegnanti. E’ un impegno costante, preparato con cura ogni giorno, che contribuisce a far crescere i nostri figli, e a farli diventare cittadini colti, liberi e consapevoli». Poi: «Il lavoro degli insegnanti è il bene più prezioso in un Paese civile, che deve saperlo apprezzare, valorizzare e premiare. Noi lo facciamo perché lo conosciamo bene, e possiamo testimoniarne la presenza, il valore e l’efficacia».
La verifica, disposta dal Nucleo provinciale della Guardia di Finanza, fa parte una serie di 70 controlli effettuati in tutta Italia. I dubbi riguardano il motivo per cui, a Torino, sia stato scelto proprio il liceo classico e linguistico di via Sant’Ottavio, dove non sono state riscontrate irregolarità. Gli stessi professori sono perplessi. «Ho parlato con i miei colleghi e a tutti noi sembra un mistero – spiega Ward Ciaran, prof di inglese – Ma la più importante è che sia stato verificato che era tutto a posto». Il preside preferisce non rilasciare dichiarazioni, mentre i sindacati sono saliti sulle barricate. La Flc Cgil di Torino e Piemonte parla di «una modalità senza precedenti in un contesto scolastico, dove la ricaduta educativa e sulla relazione docente-allievo, compresi l’autorevolezza e la credibilità del docente, sono fattori imprescindibili e da considerare». I Cobas si dicono «sbigottiti. E’ stata un’umiliazione per i docenti. La scuola non è sede di furbetti o evasori, i dispositivi di controllo interni ci sono e funzionano». Prese di posizione arrivano anche dalla Cub (che ha sollevato il caso) e dalla Cisl, che sottolinea come «il settore dell’istruzione sia uno di quelli con i minori tassi di assenteismo, in un Paese in cui l’evasione fiscale raggiunge livelli impressionanti». Tutte le sigle hanno chiesto chiarimenti su una vicenda in cui i «perché» sono ancora aperti.

Graduatorie permanenti ATA: per inserirsi servono 23 mesi e 16 giorni di servizio

da Orizzontescuola

di redazione

Graduatorie ATA 24 mesi: vengono chiamate così perché per l’inserimento sono necessari due anni di servizio, ossia 23 mesi e 16 giorni.

Un nostro lettore chiede

Sono un supplente di terza fascia come collaboratore scolastico. Al 30 giugno 2019 ho completato 20 mesi di servizio. Dal 24 settembre 2019 ho un contratto annuale fino al 31 agosto 2020, per cui nel mese di gennaio 2020 arrivo ai 24 mesi.  Volevo chiedere l inserimento in prima fascia che uscirà credo nel mese di marzo e quindi avendo accumulato 26 mesi di servizio posso farla o essendo in corso d contratto m tocca aspettare la chiusura del contratto e quindi inserirmi nella successiva domanda? 

di Giovanni Calandrino – Può tranquillamente effettuare l’inserimento già al prossimo bando (marzo 2020) avendo maturato un anzianità di servizio di 24 mesi, ovvero 23 mesi e 16 giorni e non aspettare quindi la chiusura del contratto.

Infatti per essere ammessi al concorso i candidati devono possedere una anzianità di almeno due anni di servizio (24 mesi, ovvero 23 mesi e 16 giorni, anche non continuativi; le frazioni di mese vengono tutte sommate e si computano in ragione di un mese ogni trenta giorni e l’eventuale residua frazione superiore a 15 giorni si considera come mese intero) prestato in posti corrispondenti al profilo professionale di COLLABORATORE SCOLASTICO, per il quale il concorso viene indetto e/o in posti corrispondenti a profili professionali dell’area del personale ATA statale della scuola immediatamente superiore a quella del profilo cui si concorre.

Educazione&Scuola©

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