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Il carcere delle parole e delle assenze

Il carcere delle parole e delle assenze

di Vincenzo Andraous

Nuova edilizia penitenziaria, otto per mille per ristrutturare gli istituti di pena, porte girevoli da arginare, condanne residue da scontare agli arresti domiciliari-penitenziari, nessun indulto né amnistia per tentare di consolidare un senso di giustizia equa a una disumana ingiustizia.

Rimangono ancora tanti problemi e non di poco conto sul carcere italiano, i troppi extracomunitari da riconsegnare ai propri paesi, la miriade di tossicodipendenti abbandonati dentro le celle in attesa della prossima tirata, del prossimo buco, l’esercito di persone miserevoli con le tasche vuote, tanti rumori nella testa, la sofferenza nel cuore da curare, da accompagnare fuori da un carcere che non si piega a nessuna  utilità, scopo e prevenzione sociale.

Questo carcere costringe a torsioni  innaturali quanto il reato commesso, su questa linea di confine che sembra non appartenere ad alcuno, è fin troppo facile affermare con una verità comprata al supermercato delle parole che in galera non ci finisce più nessuno.

Eppure chi scrive vi è ristretto da quarant’anni, senza dubbio c’è chi muore strozzato e disperato in una cella, c’è persino chi ci entra come cittadino adulto e ne esce come un adulto bambino, pronto alla detonazione che senz’altro avverrà.

In carcere ci si va e come, si resta in un angolo dimenticato, non per pensare al male fatto agli altri ed a se stessi, ma perché schiacciati nella violenza del nulla, spingendo la mente a mosse obbligate per contenere l’ingiustizia di una pena, che sortisce l’effetto ipnotico autoassolvente,  che mette in scacco la propria colpevolezza, figuriamoci le eventuali responsabilità.

C’è in atto un nascondimento della follia individuale, dimenticando quella sociale in fase di implosione, peggio, di indifferente fatalità, al punto da accettare passivamente la tesi di un recinto dove ognuno è potenzialmente un morto che cammina.

Non si tratta di emanare un atto di clemenza, occorre ripensare davvero ai tetti spropositati delle condanne, alle celle anguste che devastano ciò che è già sufficientemente ammaccato, ai benefici carcerari ridotti al lumicino.

E’ necessario pensare ai programmi, ai progetti fattibili perchè chi esce non abbia a ritornarvi.

Ma quali investimenti sono approntati, per rendere inattuabile la pratica  darwiniana dell’alzare il tiro onde assicurarsi un’impossibile impunibilità.

Cambiare è possibile, cambiare mentalità e atteggiamenti è un ‘opera di ricostruzione attuabile, ma nessuno si salva da solo.

Quel che è sotto gli occhi di tutti induce a richiedere subito questo balzo in avanti,  perché nelle carceri le persone muoiono, esse  non scontano soltanto una condanna, ma un sovrappiù che consiste nelle sofferenze fisiche e psicologiche, negli abbandoni e nelle rese di una sconfitta che non esprime alcuna pietà.

Ci sono situazioni devastanti, degradanti: alcune assolutamente non scelte, né mai totalmente descritte dalla cronaca o dalla romanzata fiction televisiva, permane il parassitismo strutturale che non consente responsabilizzazione nell’irresponsabile, ma altera e compromette ogni processo cognitivo, creando un arretramento culturale galoppante e una sorda commiserazione.

Allora è davvero urgente una riforma che sottenda un valore in sé e trascini con sé la volontà a progettare e organizzare percorsi alternativi al carcere, per  evitare inutili effetti spostamento-trascinamento.

Posso assicurare che in carcere non si sta bene, è un luogo di afflizione, ma il sopravvivere abbruttendosi non ha alcun valore di interesse collettivo.  Fino a quando  non si comprenderà che in carcere si va perché puniti e non per essere puniti, questa dicotomia spingerà il detenuto privato della libertà a sedersi a tavola con la morte, decidendo di guardarla in faccia e sfidarla. Senza però tenere in considerazione che la morte quasi sempre vince. E’ una prova questa, che indica la paura del potere della morte, ma ugualmente il carcere continua a rimanere un luogo non autorizzato a fare nascere  vita nè speranza, non rammentando che l’uomo privato della speranza è un uomo già morto.

Momento dopo momento, giorno dopo giorno, anno dopo anno, in compagnia del solo passato che ricompone la sua trama, e passato, presente  e futuro sono lì, in un presente che è attimo dove non esiste futuro.

Quando il sentimento dell’amore è segregato, sei  ancorato a una stanchezza che ti fa sentire perduto;  hai  in comune con il tuo simile solo un dolore  sordo, che evita di guardare all’indietro nè di pensare al  domani, e allora riconoscere i propri errori è un’impresa ardua.

Le analisi sistematiche a questo punto servono  poco, per rendere più umano l’inumano: sono più propenso a credere che dobbiamo convincerci  noi, quelli dentro, della  possibilità di raggiungere dei traguardi e degli obiettivi, per ritornare a volerci un po’ bene, per riuscire a essere persone e non solo numeri usati per la statistica.

Finchè i ragionamenti saranno  un’estensione degli atteggiamenti negativi, le rappresentazioni mentali si trasformeranno  in eventi negativi.

Spesso la voce sociale indica il carcere come extrema ratio sulla carta ma prima necessità nelle intenzioni di chi sta all’angolo della paura e della sofferenza. Un carcere-medico sprovvisto di lauree per intervenire sui sintomi, sulle malattie, le terapie da apportare, affinché sordi, muti e ciechi non abbiano a continuare a calpestare i diritti altrui.

Quando l’investimento (non mi riferisco esclusivamente a quello finanziario) copre quasi interamente il comparto della sicurezza, riservando poca attenzione-volontà, quella vera per la prevenzione-ricostruzione individuale, si produce una torsione che ammutolisce la coscienza.

La stessa richiesta di giustizia giusta, perché pronta, equa, corrispondente alla esigenza di riparazione, non riceve alcun conforto, così che la sensazione comune indossa  la maschera e i denti affilati della solitudine, spingendo ad affidarci al carcere che ancora non c’è.

Sicurezza, rieducazione, risocializzazione, riparazione, appaiono sempre meno come il collante che può tenere insieme una società e farla crescere, politica e stili di vita si travestono di ideologie d’accatto, gli obiettivi a tutela delle persone divengono esigenze contrapposte, una didattica inversa a una pedagogia in costante affanno, come se ognuna di queste facce della stessa medaglia  fossero improvvisamente vissute come aut aut al fare sicurezza: mettere in salvo il benessere delle persone, eliminando la parte di interventi che riguardano un preciso interesse collettivo, quella ricomposizione della frattura sociale, da attuare attraverso pratiche, funzioni, trattamenti che rimandano a una giustizia che rispetta la dignità delle persone, di quanti sono detenuti e stanno scontando la propria condanna, e intendono  ritornare parte attiva del consorzio sociale, non certamente come soggetti antagonisti, perché ancora delinquenti.

Le parole tentano di nascondere assenze e mancanze politiche, giungendo a fare di qualche certezza il terreno fertile della dubitosità, al punto da raccontare che sulla giustizia, sulla pena, sul carcere, le modalità da registrare sono quelle che vorrebbero la prigione come un albero senza radici, una città senza storia, un luogo di castigo sommerso indicibile, una sopravvivenza-negazione di una reale possibilità di riscatto da parte di chi paga il proprio debito alla  collettività.

Quest’ultima pretende giustamente sanzioni efficaci a ripristinare l’ordine violato, ma deve evitare che l’esclusione del reo  diventi una mera conseguenza di un sonno intellettivo, rimandando a tempo indeterminato la rielaborazione del reato, soprattutto dell’atteggiamento criminale, diventato nel frattempo uno status quo per lo più miserabile, ma non per questo meno pericoloso.

Istituzione carceraria bistrattata e umiliata nei suoi contenuti “tutti”, ma tirata per i gomiti senza tanti complimenti, allorché sale disperata la richiesta di assolvimento dei problemi sociali, una specie di strategia studiata a tavolino, affinché sul carcere scenda un silenzio auto-assolvente, che produce noncuranza indifferente sui doveri e pure su qualche diritto di chi sta in cella.

Forse la condicio sine qua non per una carcerazione meno brutale sta nel non indulgere in umanitarismi falsificanti le responsabilità, ritornando a consegnare al carcere la sua funzione, che non può essere basata su un versante prettamente retributivo, in quanto ciò non combatte efficacemente la recidiva, anzi la aumenta spaventosamente.

Insegnamento/apprendimento: ritorno al futuro

Insegnamento/apprendimento: ritorno al futuro

di Claudia Fanti

Tralasciando ciò che l’istituzione ci impone con i suoi ritmi e le sue circolari, oltre che con progetti spesso piovuti dal territorio che la stessa assume anche per motivi economici, vorrei entrare subito nell’argomento che preme e cioè il rapporto fra il soggetto insegnante e il soggetto bambino/a.

Ci troviamo dinanzi a sfide che ogni anno, proprio nella quotidianità, nella pratica, potrebbero mutare anche repentinamente: cambio di classe, supplenze tappabuchi, compresenze che saltano, trasferimenti, sostituzioni di insegnanti in classi abituate in un certo modo. Non sempre si ha la fortuna di avere un ciclo di cinque anni con gli stessi bambini. E anche quando si è tranquilli di averlo, ci sono gli inserimenti di alunni che provengono dall’ esterno, magari stranieri che non parlano la nostra lingua. Queste sono le situazioni “normali” e differenti. A volte, sempre più spesso,  nelle classi ci sono bambini che presentano qualche disagio, ribelli. L’insegnamento, quindi non è uno, così come non lo è l’apprendimento.

E’ sicuramente un lavoro tormentato fino alla fine della carriera e anche non compreso.

Non ci sono “colpe” né di famiglie né di bambini in sé nelle difficoltà di apprendimento e di una non accettazione dei ritmi lenti e faticosi di comprensione della forma e della sostanza delle discipline di studio se si prende in considerazione la storia nella quale siamo immersi e cioè se teniamo ben presente la non cultura in cui siamo immersi, il nostro modo di vivere in cui spazio e tempo si sono contratti in un eterno presente. In cui hanno valore il qui e subito e il consumo che divora anche se stesso in una frazione di secondo.
Incontrarsi con le famiglie dei nostri bambini non è più o non soltanto un riunirsi per fornire spiegazioni o riceverne, bensì un ritrovo fra persone che “sentono” sulla propria pelle il tempo della vita che stringe, la mancanza di mezzi e lavoro di molti, la fatica di vivere in costante salita. Non ci sono colpevoli né colpe nel non poter seguire un figlio: la difficoltà di vivere è un comune sentire. L’insegnante oggi più di ieri deve dare certezza ai genitori che i piccoli sono in mani sicure, che ogni attività, ogni valutazione, ogni pensiero terrà in somma considerazione lo sviluppo armonico dei bambini. Le famiglie devono poter avere almeno la sicurezza fra tutte le insicurezze che la scuola è un ambiente di apprendimento e di vita sereni.

La storia del ‘900 ha tentato miriadi di strade per  il progresso, investendo sulla fiducia nella formazione continua, in uno sviluppo che pareva assicurato e ci parlava di progresso della scienza, della tecnica, della conoscenza, dell’economia. Gli anni che viviamo invece inducono alla flessibilità continua, alla mobilità nelle professioni, sono gli anni nei quali  la produttività si sposa con il mito della rapidità, della volatilizzazione, dell’usa e getta proprio mentre si pretendono lucidità, efficienza, efficacia, immettendo la variabile di un merito da conseguire a qualsiasi prezzo, il tutto condito da dosi massicce di individualismo, egoismo, edonismo, con il dominio assoluto dell’ avere sull’essere avverso al desiderio di ognuno di poter pensare in modo umanamente autentico, di potersi dedicare agli affetti senza affanni, anche nel rispetto dei sogni e della fantasia.

Per l’uomo e per i suoi cuccioli sembra svanita la possibilità di fermarsi a riflettere su un futuro possibile e magari anche divergente, creativo, oltre che economico.

Un insegnante si chiede spesso dove stia la libertà d’insegnamento nel suo altissimo senso di essere libertà dal potere costituito quando gli vengono imposti dagli apparati tecno scientifici valutativi questionari, test, ammennicoli di vario tipo. Si chiede sempre chi è che sta dietro. Anzi che cosa sta dietro a tutta questa mania di far rientrare in schemi preconfezionati sia la tipologia delle indagini sia l’analisi dei risultati. Forse il sistema politico-economico della iper produzione globale con il suo aziendalismo giustifica se stesso riproponendo in una bella confezione pseudoscientifica proprio se stesso?

Allora grande, più di prima, diviene la preoccupazione di arricchire la propria azione con bambini e bambine insistendo sulla Libertà d’espressione per mezzo di rispecchiamenti, riflessioni a catena, rispetto dei turni, del fissare sulle pagine della lavagna dai fogli girevoli o su cartelloni creati al momento ciò che è stato considerato rilevante dagli stessi alunni alla fine delle conversazioni.  E per quegli insegnanti che hanno la fortuna di avere a disposizione a scuola pc, collegamenti internet, anche i social network funzionano da preziosi potenti mezzi di arricchimento per comunicare, scambiare idee e scrivere.

Allontanarsi insieme, per mezzo dell’abitudine al porsi domande ed esplicitare dubbi, prendendo le distanze dal “così è” (assunto a vangelo dall’attualità quotidiana dell’opinionismo allineato alle mode e dai media) è fondamentale, vitale. E’ necessario contrapporre al senso dominante di fragilità, precarietà, insicurezza, una pedagogia che dia estremo valore alla riflessione, con l’aiutare a impadronirsi della certezza che ognuno è padrone del proprio pensiero, che, dinanzi alle difficoltà, il pensiero è una incredibile roccia a cui aggrapparsi, è la sicurezza della propria esistenza, per superare il costante stato di incontentabilità che si ha dinanzi agli oggetti del proprio consumo che si fa   sempre più ansiogeno e si trasforma in irrefrenabile passione indotta dalla produzione e dalla propaganda a superare in un attimo la soddisfazione di qualsiasi acquisto. L’insegnante oggi ha a che fare con apprendimenti che rischiano di essere percepiti come acquisti presto dimenticati, i quali per lo studente perdono valore appena fatti e rischiano di venire dimenticati.

Allora ecco che sempre più essenziale è che metodi, clima dei luoghi-tempi educanti,  siano impostati dagli Insegnanti senza la fretta nichilistica dell’uomo moderno e che essi non considerino apprendimento e relazioni costruiti giorno per giorno soltanto come una serie di momenti successivi ognuno a se stante senza memoria del precedente. Ogni attimo va pensato come un tempo della valorizzazione dei passi compiuti, va nominato, descritto da insegnante e bambino, affinché questi lo riconosca come importante e ricco di promesse future. E’ imprescindibile valorizzare, per mezzo di una pausa pensante, il processo e il successo mentre avvengono.

Afferrarli e rilevarli con fatti e parole che descrivono e rievocano il percorso compiuto. Rievocare gli apprendimenti è più di ieri un’operazione insostituibile per imparare, così come l’invitare sempre a una riflessione sui possibili sviluppi futuri degli apprendimenti, in una visione di progetto per il domani. Insomma, tenere insieme passato, presente e futuro, dando valore a tutte e tre le dimensioni. Ciò anche per stimolare un pensamento sulle proprie azioni e sulle conseguenze sia negli apprendimenti sia nelle azioni rivolte all’altro. In ogni caso, in un mondo che corre, con gli uomini affascinati dalla foto dell’attimo, bisogna quotidianamente riportare l’attenzione dei bambini a ciò che hanno già appreso e farli riflettere sui progressi compiuti, affinché la loro autostima non vada perduta, affinché “sentano” di esistere nella loro storia scolastica che per loro è la storia della loro vita intellettiva, l’unica che li può far sentire protagonisti e creatori di qualcosa di grande valore. Il tempo affrettato dei risultati immediati e magari ottenuti per mezzo di scorciatoie è assolutamente l’avversario dell’apprendimento, della nascita di un’attitudine alla cultura: sarebbe la dispersione più grande fra quelle di cui si parla oggi su ogni rivista dell’istruzione, in ogni indagine conoscitiva del nostro sistema scolastico.

Quindi una delle azioni principali dell’insegnamento è il saper intercettare i mutamenti negli eventi di apprendimento di ognuno senza misurare, nella consapevolezza che c’è sempre un non visto, un non svelato.

Ogni insegnante deve tenere in gran conto le emozioni  di ogni alunno ogni mattina e da queste partire per raccontare e raccontarsi: anche l’insegnante deve necessariamente entrare in gioco con le proprie emozioni e narrazioni.

Il racconto è la leva per avviarsi con simpatia alla lettura, a diverse tipologie di testi e saperi.

La metafora e la sua rappresentazione grafica sono uno strumento di grande forza per liberare i pensieri che altrimenti non troverebbero espressione.

La lingua in funzione estetica in generale è la molla che fa scattare apprendimenti linguistici in ogni bambino sia esso straniero, proveniente da famiglie svantaggiate, deprivate culturalmente.

La cura per la parola e della parola, per la sua peculiarità nel contesto, per la sua storia, per il suo significato rivelerà negli anni sempre più il suo far parte di una struttura di lunga durata (analisi logica, sintassi) per ognuno. La scuola di base non può e non deve rinunciare alla parola parlata e alla pazienza della condivisione linguistica per esprimere sentimenti, opinioni, emozioni, impressioni. Ogni bambino ha il diritto di avere tempo per formare dentro di sé un bagaglio linguistico che lo renda sicuro di sé nella società.

Esistono apprendimenti sequenziali e non, ma l’importante è favorire la formazione di strati simili a quelli geologici, sui quali far depositare anche  i fuochi d’artificio di un apprendimento che può essere veloce, istantaneo come un’esplosione, ma che tuttavia avviene perché c’è stata una sedimentazione di apprendimenti consolidatisi nel divenire dell’azione scolastica, sedimentazioni su cui poter contare, apprendimenti profondi, solidi che creeranno la motivazione per gli eventi successivi.

Rispettare, nella scuola di base, la sedimentazione degli apprendimenti e la sua cadenza lenta impone di fare anche post programmazione più che programmazione e rigorosamente il lasciar perdere l’uso eccessivo di fotocopie per il motivo che esse rischiano di far superare in fretta la fase dell’esperienza (questa modalità rivela l’abitudine a voler adultizzare i bambini affinché accedano in modo semplificato alle cose: questa modalità rivela la tendenza a voler superare ciò che è complesso con ciò che è stato “pensato da altri” che fa parte anche della paura nostra di non tenere tutto il sapere del pezzo di disciplina sotto controllo. Sono talmente tante e discordanti le opinioni anche in tema di metodologie e didattiche che alla fine si rischia di soccombere se non si ragiona con la propria testa e con quella dei bambini.

Invece è essenziale attivare una conduzione della classe che preveda una solida  rete di relazioni attraverso la cooperazione fra pari riducendo al minimo gli interventi  “risolutivi” dell’adulto, il quale spesso affannato com’è nella sua buona intenzione dello spiegare tutto, tanto e subito  rischia di essere l’unico protagonista della vita scolastica. Rischia di porsi le domande e di rispondere dinanzi a uditori con l’espressione dell’urlo di Munch.

Un clima positivo si crea soprattutto con il ridurre al minimo l’invadenza dell’adulto anche nel gioco e nei litigi, i quali spesso si risolvono proprio quando l’adulto si sottrae dal voler tutto sapere e conoscere dei “suoi” alunni.

La pedagogia conversazionale è quella da adottare oggi più che mai per ridare voce a chi non ce l’ha più se non per chiedere un qualche soddisfacimento di bisogni primari.  Il parlare per porsi domande e per porle è ormai un lusso nel tempo accelerato nel quale tutti noi viviamo, comprese le famiglie dei nostri alunni.

E’ importantissima così come una metodologia che dia estrema importanza all’autocorrezione lenta e meditata, consapevole che l’errore è veramente una risorsa e che una cosa si può fare tante volte finché non ne sono soddisfatto: tale consapevolezza  è rilassante e produttiva  ed è l’azione esattamente contraria a ciò che accade nell’attualità storica che non prevede il riprovare e il conservare memoria di ciò che non ci piace, anzi si affretta a gettare ciò che non è considerato“perfetto” e “nuovo”.

In conclusione, forse la dispersione si annida nella fretta di stupire con riforme di sistema; oggetti, anziché contenuti; dati e misure, anziché riflessioni comuni su ciò che è possibile fare con ciò che abbiamo e che avevamo e che spesso ci viene frettolosamente tolto per motivi che esulano dalla nostra comprensione.

15 gennaio 2012

La spesa delle scuole

La spesa delle scuole

di Gian Carlo Sacchi

In un sistema centralistico in cui le scuole erano considerate terminali territoriali dello Stato le spese per l’erogazione del servizio venivano decise in coerenza con un ordinamento che costituiva la totalità degli impegni che le stesse dovevano portare a termine nelle pur diverse realtà locali, salvo pochi interventi di sostegno alle strutture assicurati dagli enti territoriali.

La situazione attuale vede al centro le esigenze formative delle persone e quelle delle comunità, l’autonomia della scuola nell’elaborazione dell’offerta, il che comporta non solo la gestione decentrata delle risorse, ma un allargamento delle stesse e quindi la necessità che sulla base di “livelli essenziali delle prestazioni” si definiscano i finanziamenti erogati dallo Stato e altri ne vengano reperiti a livello locale, sia pubblici che privati. Il sistema nazionale deve infatti garantire i diritti di cittadinanza e la qualità dei servizi pur nelle diverse realtà e più articolate soluzioni organizzative.

Si tratta dunque da un lato da parte dello Stato di assicurare sostegni economici adeguati per quanto riguarda l’ambito nazionale (negoziato con le Regioni e le Autonomie Locali) e la relativa crescita, con azioni perequative per le realtà più disagiate, e, dall’altro, di individuare sui territori modalità integrative che tengano conto dei rapporti tra domanda e offerta, in relazione ai rispettivi livelli di sviluppo.

A seguito dei ben noti provvedimenti governativi di contenimento della spesa al sistema scolastico sono stati decurtati personale e finanziamenti, così come agli Enti Locali ai quali è stato imposto un “patto di stabilità” che blocca anche le disponibilità esistenti. Si ha dunque la sensazione che il proclamato federalismo fiscale di fatto costringerà i predetti enti ad un’autoperequazione per mantenere gli standard di servizi erogati, ricercando nuove entrate. Tutto questo non ha solo risvolti finanziari, ma anche politici, relativi ai poteri di regioni, enti territoriali e autonomie scolastiche, a cominciare dall’applicazione del nuovo titolo quinto della Costituzione.

Se però l’istruzione è un settore che rientra, come dice la legge, tra le “funzioni fondamentali”  da finanziare completamente, allora occorre una concertazione per definire sul tavolo del fisco e dei trasferimenti economici come comporre la relativa spesa.

Ma le scuole in realtà di che mezzi finanziari dispongono e da dove provengono ? Si riportano alcuni risultati emersi da una sommaria indagine effettuata nel corrente anno scolastico, che tiene conto del tipo di scuola e della dislocazione. Si sa che lo Stato fornisce la dote principale, i docenti e più in generale il personale, ma non vi è dubbio che la qualità della loro prestazione dipenda molto dalle condizioni in cui si trovano ad operare.

In un istituto comprensivo di collina ci sono circa 500 alunni, possono essere distribuiti in più di 10 sedi tra i diversi gradi di scuola. Sono piuttosto diffuse le pluriclassi, sia nella primaria che nella secondaria di primo grado.

C’è un’offerta di tempo scuola dilatato ovunque e i risultati sono buoni: pochi respinti a fine ciclo e non c’è dispersione.

Manca un utilizzo a fini didattici dei risultati delle prove INVALSI, così come si fa riferimento alle indicazioni ministeriali per i curricoli senza introdurre particolari flessibilità o standard territoriali.

Il bilancio è di poco più di 200.000 euro ed ha registrato una diminuzione dei contributi statali ed una sostanziale stabilità di quelli degli enti locali e delle famiglie.

In un istituto comprensivo di pianura, alle porte di un grosso centro urbano, la popolazione oltrepassa i 1500 alunni, su circa 10 plessi, senza pluriclassi, con un tempo scuola variabile.

Il conto ha chiuso con poco più di 500000 euro evidenziando un calo dei finanziamenti statali e in genere degli enti locali. C’è stato un aumento solamente dei contributi delle famiglie.

Irrilevanti sono gli insuccessi durante e al termine del ciclo, ma non si registrano abbandoni; manca anche qui il confronto con i dati INVALSI e non ci sono particolari interventi sul curricolo oltre quanto indicato a livello nazionale.

Mentre i comprensivi dovevano dare maggiore efficienza alla struttura scolastica soprattutto dal punto di vista amministrativo, oggi possono costituire in qualunque contesto una più apprezzabile strategia di riorganizzazione della didattica e del sostegno all’apprendimento, nelle città tuttavia sono ancora presenti unità scolastiche orizzontali che operano all’interno di un unico segmento formativo. Queste a livello primario hanno almeno due sedi, ma vanno anche oltre le quattro soprattutto nelle medie che derivano da progressive fusioni di piccole entità che hanno progressivamente perso l’autonomia. Ma anche nella primaria la logica della divisione per grado fa sì che non vi siano rapporti efficaci nemmeno con la/e scuola/e dell’infanzia. Una direzione didattica che vuole mantenere la personalità giuridica in modo stabile deve avere più di 800 alunni, si ritrova circa 35 classi e una novantina di docenti. L’organizzazione estremamente semplificata, in quanto tende a tornare al maestro unico, ha un basso numero di personale non docente ed un bilancio che si aggira sui 370000 euro. Stessa situazione nelle scuole medie con qualche insegnante in più per effetto dei curricoli disciplinari, ma con bilanci più magri. Anche queste ultime devono tendere alla semplificazione, diminuendo le ore (da 33 o 36 a 30, per il tempo prolungato, in calo,  o le sperimentazioni azzerate) o togliendo l’abbinamento con altre attività, vedi ad esempio il CTP che dovrebbe essere unificato a livello provinciale.

Per le così dette scuole di base i finanziamenti statali per il funzionamento sono in netto calo e vengono percepiti in modo discontinuo; in calo anche gli interventi degli enti locali. Non ci sono altre entrate, e quindi resta di incidere sulle famiglie, continuando a chiedere o aumentando i contributi volontari. Rarissime sono le entrate derivanti da progetti europei.

La percentuale di successo formativo è comunque elevatissima, soprattutto nella primaria, anche se le scuole non introducono altri standard limitandosi alle “indicazioni nazionali”. La percentuale di abbandoni è pressoché nulla, ed altrettanto basse nella scuola media sono le ripetenze e le bocciature all’esame di licenza.

Interessanti in alcune realtà di scuole elementari, l’introduzione di obiettivi di apprendimento definiti per la lingua inglese, musica e attività sportiva, con la collaborazione di associazioni esterne. Anche qui manca completamente un confronto sul miglioramento dei livelli interni delle prestazioni, utilizzando i dati INVALSI.

Servizi di mensa, assistenza prescolastica (lavoratori socialmente utili), doposcuola o centri educativi (cooperative sociali) tendono ad essere portati direttamente dall’esterno.

Passando alle scuole superiori è il liceo a fornire un quadro di maggiore stabilità e minore complessità; siamo oltre i 1000 alunni, con classi definite normali, distribuite al massimo in due sedi, la seconda utilizzata per far fronte all’aumento di iscrizioni considerate un effetto del prestigio dell’istituto stesso nella società locale.

Si è avuto un movimento finanziario di oltre 1.600.000 euro sostenuto principalmente dalle famiglie ed altri sponsor. I finanziamenti pubblici, statali e provinciali, sono in calo.

La percentuale di insuccessi e di dispersione sono basse, ed all’esame di stato sono tutti promossi.

L’istituto tecnico (industriale) supera anch’esso i 1000 studenti con un sistema organizzativo più complesso, non tanto per la fisiologia degli indirizzi, laboratori, ecc., ma per la difficoltà di contemperare i parametri di spesa per gli organici, il che apre il fronte delle classi così dette articolate (gruppi grandi per le materie comuni e piccoli per quelle di indirizzo).

La percentuale dei bocciati durante il percorso supera il 20% e la dispersione il 10%. All’esame di stato passa la quasi totalità.

Anche qui il costo complessivo supera il milione di euro, ma tutte le fonti di finanziamento hanno il segno -, tranne quelli provenienti da ditte ed altre iniziative messe in atto direttamente dalla scuola.

Da registrare nessun intervento formalizzato sul curricolo, nonostante la flessibilità prevista dall’ordinamento.

Il professionale (alberghiero) sta al di sotto dei mille alunni, con un costo inferire al milione di euro. Le entrate sono in calo per tutte le fonti istituzionali, tranne che nei contributi delle famiglie che restano costanti.

Le bocciature vanno oltre il 20% nelle classi intermedie e si aggirano attorno al 10% negli esami di qualifica triennale ed al termine del quinquennio. Gli abbandoni poco più del 5%.

Nonostante l’alto potenziale di flessibilità previsto anche per questi istituti, il così detto curricolo locale o dell’autonomia non è decollato.

L’unica realtà in controtendenza risulta essere l’istruzione artistica, che solo di recente vede uniti i licei con gli istituti d’arte.  Detta unione ha dato origine per la prima volta ad istituzioni con oltre 1000 alunni ed una notevole complessità interna, per quanto riguarda le suddette classi articolate.

Il conto consuntivo fa registrare oltre un milione di euro ed interventi dello stato e degli enti locali in crescita; in calo quelli delle famiglie. Sarà l’effetto unione messo in atto dalla riforma ?

I bocciati superano il 10%, basso il tasso di abbandoni; agli esami di stato tutti promossi.

I dati sono riferiti perlopiù alla spesa corrente ed anche l’intervento di eventuali sponsor va in questa direzione, mentre restano del tutto inevase le richieste di investimenti per attrezzature. Si sa che soprattutto gli istituti tecnici e professionali hanno potuto raggiungere livelli di eccellenza grazie alla presenza di laboratori e infrastrutture di supporto alla didattica. Anche nei licei e negli altri gradi di scuola è stato possibile in questi ultimi anni aumentare la dimensione laboratoriale e multimediale, ma le novità si limitano alle LIM ed a qualche sparuta classe “ipertecnologica”.  Ma, si sa, proprio in questo settore nonché in quello delle tecnologie professionalizzanti le strumentazioni invecchiano e nonostante si voglia incentivare una scuola operativa e attiva nulla si intravvede per il rinnovamento di impianti e apparecchiature, che non possono certo essere sostituiti dai pur opportuni stage aziendali.

Da questo seppur fugace colpo di sonda emerge che alle politiche economiche si devono accompagnare quelle scolastiche. Se le nostre scuole traggono sempre più sostegno dal territorio, allora è da decidere quale dovrà essere l’impegno diretto dello Stato e come si interverrà sul territorio stesso a cominciare dagli strumenti di programmazione e dei criteri per la gestione del personale.

Si dovrà operare un consolidamento del primo ciclo, nell’ottica degli istituti comprensivi, collegato efficacemente alle strutture per la prima infanzia, da far rientrare a loro volta tra gli impegni statali (vedi legge sul federalismo fiscale), in modo da ottimizzare tempi, processi didattici e competenze dei docenti.

Bisognerà elaborare un progetto specifico per la montagna, sia per quanto riguarda l’efficacia dei modelli organizzativi rispetto agli standard di apprendimento, sia per i necessari sostegni al diritto ed alla qualità dell’offerta formativa.

Nel passaggio tra primo e secondo ciclo, tra istruzione e formazione professionale, occorre accompagnare la transizione verso il lavoro con attività di orientamento e di contrasto alla dispersione.

Va riconsiderato in termini di equità il rapporto con i privati, a cominciare dalla gestione dei contributi delle famiglie e per far fronte alle tariffe dei servizi connessi: mense, trasporti, corredi, libri, ecc.

Si dovrà valorizzare infine il potenziale delle scuole nella prospettiva dell’educazione degli adulti, sia per l’abbassamento dell’età media dei frequentanti gli attuali percorsi, sia per la presenza nei piccoli centri, sia per quanto riguarda lo sviluppo nell’istruzione terziaria (ITS), sia, più in generale, per l’attenzione che la scuola stessa deve porre alla formazione lungo tutto l’arco della vita.

Un calendario per ricordare

Un calendario per ricordare

di Antonio Stanca

Un calendario particolare, preparato dall’Associazione Culturale “AstériA” di Sternatia (Lecce) e intitolato I mere tu chronu me tus AstériA 2012 (I giorni dell’anno con gli AstériA 2012), è stato presentato e distribuito gratuitamente la sera di Giovedì 11 Gennaio presso il Centro Studi “Chora-ma” pure di Sternatia. Questo è diretto da Donato Indino e sempre più interessato si mostra ad iniziative di carattere culturale e sociale. La sua attività è seguita e gli ha procurato un certo pubblico che proviene anche da paesi vicini. Riguardo al calendario è la seconda volta che viene stampato e la sua è una delle testimonianze dell’ampio lavoro di ricerca, elaborazione e produzione compiuto da circa vent’anni dal “gruppo AstériA” abilmente guidato dal dottor Giorgio Filieri. Grazie alla sua applicazione e direzione “AstériA” è divenuto un vero e proprio movimento culturale, si è adoperato nel recupero e nella rivalutazione delle tradizioni culturali, linguistiche, musicali non solo di Sternatia ma anche di altri centri e luoghi del Salento che in passato sono stati occupati dai greci e che ancora oggi risentono di tale antica presenza. Distinguono il calendario le numerose foto che lo corredano e  documentano l’attività svolta da “AstériA” durante l’anno 2011, mostrano anche gli incontri, gli scambi avvenuti tra i suoi membri e quelli di altri centri della Grecìa Salentina e di altri posti compresa la Grecia.
All’inizio della serata c’è stata una breve introduzione da parte di una ballerina del corpo di ballo di “AstériA”, è seguita la preghiera per la pace e poi sono stati benedetti i calendari da Papas Nik Pace della Chiesa Greca di Lecce. Ha preso, quindi, la parola Anna Colaci, docente presso l’Università del Salento, che si è soffermata sull’importanza che hanno assunto oggi operazioni simili a quelle compiute da “AstériA” col calendario. Ha messo in evidenza come i tempi moderni siano responsabili della perdita di importanti valori di carattere morale e spirituale, della crisi sopravvenuta nei rapporti umani e sociali e come sia divenuto necessario riferirsi al passato per salvare quanto è andato perduto. Perciò questo calendario rappresenta un’occasione importante. Esso invita a guardare indietro, ad accorgersi dei costumi cambiati e riflettere. Un richiamo deve essere ritenuto il suo ad una vita che non c’è più e che, tuttavia, non è da considerare finita per sempre se ancora si è disposti a riconoscerla nelle sue qualità.
A comporre, per il prossimo anno, un calendario che permetta una conoscenza più completa del passato ha invitato in seguito, nel suo intervento, l’altro docente dell’Università del Salento presente alla riunione, Carlo Alberto Augieri. Sapere del passato, secondo Augieri, significa sapere anche dei tanti problemi che nella vita, nella società, nella storia di prima si sono verificati e che a volte sono stati ingiustamente trascurati. Significa recuperare conoscenze pur’esse utili perché più vero, più autentico fanno quel passato, più chiara la sua coscienza, più sicura la sua valutazione.
Sono intervenuti, poi, il Sindaco di Sternatia e Donato Indino, il quale ha sottolineato l’importanza assunta di recente dalle associazioni private riguardo a compiti di ordine culturale, civile, sociale, il valore dei risultati ottenuti e l’impegno profuso. Infine a Salvatore Chiriatti, titolare dello sponsor ékalò, è stata consegnata una targa a riconoscimento dell’attenzione dimostrata. Si è passati alla distribuzione dei calendari e dopo un breve buffet la serata si è conclusa con “strine” e “pizziche”.

Istituto Comprensivo e Territorio

Istituto Comprensivo e Territorio

di Angelo Cobino

La Scuola, nel suo ruolo di agenzia primaria di formazione e servizio, ha l’obiettivo di fornire risposte alte e precise alle attese della società che la esprime e la mantiene. La conoscenza di tali attese avviene attraverso un continuo confronto con la sua utenza e con la costruzione di una rete di relazioni sempre più strette con il territorio di appartenenza.

Con il progetto che viene presentato, si intende utilizzare come risorsa educativa il comprensorio, tenendo conto delle relazioni con il sistema sociale e produttivo.

La scuola, che si apre alle realtà del territorio stabilisce con questo un nesso di appartenenza radicato e concreto. Fare scuola utilizzando il territorio favorisce l’incontro diretto (non solo emotivo ma anche cognitivo e operativo) degli studenti con le diverse componenti presenti sul complesso organismo che chiamiamo territorio.

Aprirsi al territorio offre la possibilità di potersi confrontare con la realtà locale in tutta la sua complessità di essere coinvolti operativamente ed emotivamente in esperienze fortemente legate al proprio ambiente, attraverso modalità di lavoro che permettano di formulare ipotesi, di cercare risposte, utilizzando una pluralità di fonti, di punti di vista.

Utilizzare il territorio come luogo di insegnamento/apprendimento ha come obiettivo generale quello di costruire una scuola sempre più adeguata nel preparare cittadini autonomi e responsabili, capaci di confrontarsi con la complessità ambientale ed in grado di proporre eventuali soluzioni, superando il senso di impotenza per acquisire la consapevolezza di essere soggetti attivi per la costruzione di un futuro sostenibile.

Da questa breve analisi emergono un insieme di bisogni formativi che la scuola di ogni ordine e grado, come agenzia educativa, dovrebbe garantire.

Essi appaiono di natura diversa: dai bisogni comunicativi e cognitivi, a quelli metacognitivi, dinamico-relazionali e di socializzazione.

Fra gli obiettivi trasversali, interdisciplinari che la scuola dovrebbe con urgenza perseguire attraverso gli insegnamenti disciplinari risultano prioritari:
– saper comunicare a livello dinamico-relazionale con i simili e gli adulti: si intende il livello della comunicazione interpersonale fra soggetti diversi negli aspetti psicologici, culturali, emotivi.
– riacquistare identità, coscienza del proprio ruolo nel gruppo e nella società.

Ciò implica un graduale sviluppo dell’io nel rapporto relazionale con la realtà:
– sentirsi persona con i propri pensieri, sentimenti, emozioni, sensazioni, cultura, visione del mondo
– avere coscienza della propria dimensione emozionale e prerogativa essenziale per sviluppare la consapevolezza del valore della persona e della solidarietà
– stimolare all’idealità come attitudine al fare e al saper integrarsi abbandonando le forme egoistiche di individualismo, di solitudine, di intolleranza.
– acquistare fiducia in sé stesso, in relazione agli altri e al mondo in cui si vive
– educare all’autonomia, alla creatività, alle libere scelte individuali
– educare alla legalità, al rispetto delle regole in uno spazio di sana convivenza democratica
– educare al vivere civile, al rispetto e alla tolleranza verso l’altro

Il progetto denominato “Per una cultura della legalità nella Comunità territoriale”, si rivolge a tutti gli studenti ed è finalizzato a creare degli avamposti della legalità, secondo lo statuto elaborato dalla BIMED.

Grazie a tale iniziativa, i giovani hanno la possibilità di vivere la scuola in un’ottica diversa, migliorare la vita all’interno della scuola, favorire l’aggregazione, la socializzazione, la comunicazione, prevenire il bullismo, la dispersione scolastica, i disagi, aumentare nei giovani l’autostima ed il senso di appartenenza e di offrire loro occasioni per una crescita umana, culturale, civile e sociale o solo semplicemente per scambiarsi esperienze o anche problemi. In tal senso i giovani possono sviluppare una nuova sensibilità sociale, attenta e disponibile verso le questioni legate al contesto territoriale; una cittadinanza attiva in grado di tradursi in impegno concreto; un accrescimento del livello di partecipazione alle esigenze della comunità territoriale e ai bisogni emergenti nello specifico contesto territoriale.

Il tema dominante di tutte le attività progettuali sarà l’educazione alla legalità intesa come rispetto delle regole, rispetto del territorio e della vita associativa. In tal senso i docenti delle scuole coinvolte fanno riferimento alla Direttiva del Ministero della P.I. del 16.10.2006 “Linee di indirizzo su cittadinanza e legalità”.

Esse, infatti, riportano l’attenzione sull’unitarietà degli interventi educativi progettati nel POF ed indirizzati a far in modo che “la scuola diventi una comunità in cui si cresce sul piano umano e culturale, si fa esperienza di convivenza civile e solidarietà nel rispetto delle singole individualità e delle tante storie personali,… si promuovono tutte le condizioni per far si che la legalità e la democrazia siano una pratica diffusa nella comunità scolastica e nei processi di apprendimento con l’obiettivo di formare cittadini e cittadine solidali e responsabili”.

La legalità a scuola può essere vissuta attraverso la condivisione delle regole, la partecipazione alle scelte e alle decisioni, la capacità di saper discutere, valutarsi e valutare, di saper confrontarsi, di dialogare e di vivere le relazioni.

1. Obiettivi
La scuola nel suo insieme è legalità: essa va intesa non come un “momento”, seppure importante della vita d’ognuno di noi, ma come il luogo in cui per la prima volta ci si confronta con altri, dove bisogna rispettare alcune norme ed avere una precisa condotta.
La scuola è la prima grande istituzione da rispettare e da rafforzare, è nella scuola che avviene il passaggio di consegne tra le generazioni e dove ci si trova a svolgere un ruolo attivo in una comunità.
Per queste ragioni pensiamo che “l’istituzione scuola” possa essere protagonista nella diffusione della cultura della legalità e della democrazia, per una migliore convivenza tra diversi, nel rispetto delle regole, e per una società più giusta.
Partendo da tali considerazioni gli obiettivi generali del progetto, legati ai diversi interventi sono:

  • “fare comunità” nel territorio con momenti di incontro e condivisione tra diversi soggetti;
  • diffondere una cultura di aggregazione e di rispetto tra le persone;
  • accrescere il senso di responsabilità negli studenti attraverso la comprensione delle regole sociali e civili e quindi al rispetto della legalità (diritto di cittadinanza);
  • valorizzare le regole della convivenza civile, l’importanza della partecipazione e il corretto rapporto con la società e le Istituzioni;
  • promuovere una cultura organizzativa nelle scuole che sono chiamate ad interagire con soggetti esterni;
  • sviluppare il senso di appartenenza alla realtà scolastica;
  • valorizzare la cultura giovanile;
  • affermare positivamente le caratteristiche individuali;
  • imparare a lavorare e a decidere in gruppo;
  • sviluppare l’autocontrollo, il rispetto delle strutture, degli spazi e la responsabilizzazione degli impegni assunti;
  • acquisire competenze comunicative linguistiche, anche di tipo multimediale;
  • creare momenti di confronto su tematiche che interessano gli studenti;
  • sviluppare la propria creatività;
  • sviluppare un senso di maggior rispetto delle regole e delle istituzioni;
  • aumentare il senso di coesione sociale attraverso lo sport;
  • far conoscere agli studenti i compiti delle forze dell’ordine e delle istituzioni di tutela del cittadino e valorizzare il loro ruolo nella società;
  • avvicinare il mondo della scuola e le forze dell’ordine;
  • sviluppare un legante efficace e duraturo tra coscienza collettiva e bellezze artistico-territoriali;
  • educare alla tutela attiva del paesaggio;
  • educare alla fruizione delle risorse culturali del territorio;
  • promuovere la conoscenza della cultura locale attraverso lo scambio ed il confronto;
  • sviluppare sensibilità ed interesse verso la conoscenza e la tutela delle risorse territoriali.

Organi Collegiali nell’Istituto Comprensivo

Organi Collegiali nell’Istituto Comprensivo

di Marisa Bracaloni

“Nel momento in cui abbiamo deciso di diventare genitori abbiamo scelto di andare incontro ad una sfida, tra le più importanti e difficili di tutte: l’educazione, la crescita e la formazione della generazione futura.”
È una frase  scritta da un gruppo di genitori e pubblicata sul sito di un Istituto Comprensivo. A ben vedere questa affermazione potrebbe anche  appartenere ad  un gruppo di docenti  ; per questo, scuola e genitori sono legati dallo stesso fine e  per questo non si dovrebbe  solo parlare di partecipazione , ma anche di cooperazione, sostegno, azione congiunta. Questo ci porta a capire perchè sono ancora attuali quei  Decreti Delegati che diedero vita alla partecipazione  dei genitori e perché si continua a  discutere e a scrivere sull’argomento.Dietro l’istituzione  degli Organi Collegiali nel 1974 , c’era una grande idea : mettere al centro del processo educativo il bambino  con i suoi problemi e coinvolgere  tutti gli interessati, genitori e insegnanti in primo luogo , per promuoverne la formazione completa.In più di trenta anni molti pedagogisti hanno scritto libri su questo  possibile collegamento tra scuola e  famiglia , cercando strade sempre nuove e ribadendo la necessità del passaggio di una scuola chiusa  e autoritaria ad una comunità partecipativa.Quindi il primo punto è quello di mettere al centro delle azioni il bambino, il successo formativo dell’alunno. Gli Organi Collegiali sono in funzione del bambino; sono finalizzati a migliorare il percorso formativo dell’alunno  e  questa finalità dovrebbe essere sempre evidenziata per ogni azione. I  protagonisti sono i bambini  e non gli adulti.

Secondo punto
Dal 70 ad oggi siamo passati dalla contestazione all’informazione, alla partecipazione ,all’idea di comunità.Vorrei ricordare al proposito l’incessante riflessione di Luciano Corradini il quale ha sempre sostenuto l’idea della scuola come comunità, a cui si assegnano compiti di cittadinanza e in cui , attraverso un confronto , si stabiliscono funzioni e doveri ( ricordiamo lo statuto degli studenti e le studentesse, il patto di corresponsabilità educativa tra scuola e famiglia…) .E’ importante e necessario partecipare al processo formativo  per realizzare funzioni di democrazia e cittadinanza :in particolar modo la famiglia, prima responsabile dell’educazione dei figli, dovrebbe collaborare per consolidare una formazione civile secondo i principi della Costituzione . I principi della Costituzione dovrebbero essere la  guida del patto sociale che motiva e avvalora gli organi collegiali. Corradini scrive :“…le scuole dell’autonomia potrebbero trovare le radici di un impegno educativo a 360 gradi proprio nella Costituzione, che, se sperimentata e portata ad ordinamento, diventerebbe in tal modo, anzitutto per i docenti e poi per gli studenti e per i genitori, la mappa valoriale organica in base alla quale affrontare le diverse problematiche educative, più o meno “emergenziali”, che la scuola si trova ad affrontare nei diversi contesti sociali e istituzionali.
In conclusione la scuola è una comunità che opera la crescita del fanciullo e  interagisce con la comunità civile per appropriarsi e farsi portatrice dei valori di cittadinanza. Valori che sono tanto più importanti ora , al momento che  si pone l’emergenza  educativa di cui si parla da tempo. Vorrei a questo proposito citare un interessante articolo di Marco Rossi Doria pubblicato sull’Unità del 7 settembre 2010, in cui si mettono in luce le esigenze di una relazione rinnovata nel rispetto e fiducia reciproca .Egli sostiene che  “ è saltato il patto tra scuola e famiglia, per cui la riforma deve partire da qui “
“…Sono cambiati per sempre i fondamenti sui quali si è a lungo basata la scuola. Infatti è saltato il patto implicito tra scuola e famiglia. Manca, più in generale, il patto tra adulti. Che sta alla base del rivolgersi alle nuove generazioni con vero rispetto e autorevolezza. I docenti di oggi non possono più dare per scontato l’accordo con i genitori dei propri alunni com’è stato per decenni. Né possono farlo gli allenatori sportivi, i capi scout, gli animatori delle parrocchie,ecc.
Questa rottura del patto tra adulti ha molte cause che riguardano il nostro comune paesaggio antropologico e vanno ben oltre l’essere di destra e di sinistra e che sarebbe importante dibattere. E tutti constatiamo che è urgente un nuovo patto tra adulti, una risposta innovativa alla «crisi dell’educare».Tutti vediamo che contano enormemente i modelli, spesso privi di contenimento e regola, di consumo, comportamento e relazione veicolati dall’insieme della società. E che influenzano lo strutturarsi di ogni ragazzo, il lavoro di identificazione e differenziazione di ogni adolescente.
Al contempo, i valori dei genitori, non si formano più entro comunità culturalmente omogenee bensì in modi molto differenziati. Il che ha aspetti negativi e anche positivi. Che non possono, però,essere trattati con una bacchetta magica ma, al contrario, richiedono, una rinegoziazione paziente su cosa serve per crescere oggi e imparare a stare al mondo.
E’ tutto questo che si riverbera sul «come si sta a scuola», che davvero non è più qualcosa di scontato. E impone alla scuola di farsi luogo pubblico e cantiere aperto per la rinegoziazione tra adulti e la riscoperta e ricostruzione delle funzioni educative.

Come coinvolgere ?
Come ridare regole?

Gli Organi Collegiali nell’Istituto Comprensivo
La partecipazione dei genitori nell’istituto comprensivo  è  una risorsa  irrinunciabile e  anche diritto per due motivi: per l’obbligo scolastico che impegna alla frequenza     e perché   la durata  dell’Istituto comprensivo   comprende  due fasi della vita   fondamentali alla formazione dell’essere umano:l’infanzia e l’adolescenza.
In questo periodo il bambino si separa  dalla famiglia e entra in contatto con il mondo esterno composto da adulti e coetanei fino alle soglie del delicato momento adolescenziale In questi passaggi cosi critici , sarà fondamentale la presenza  e il supporto della famiglia.Ma in quale modo possono gli organi collegiali favorire questa relazione con la famiglia?
Ci sono  alcune criticità riguardo la  partecipazione dei genitori:  il  Consiglio di Istituto è ritenuto molto impegnativo e troppo numeroso come composizione, i Consigli di interclasse sono   ritenuti inutili  . La maggior parte dei genitori eletti partecipano passivamente, senza entusiasmo, per far piacere agli insegnanti.  Svolgono il loro compito diligentemente partecipando agli incontri , facendo resoconti delle riunioni e informando tutti i genitori, spesso chiedono informazioni sull’offerta formativa e sull’organizzazione , ma tutto ciò non porta risultati significativi alla scuola, anzi alcuni ritengono i consigli di interclasse una  perdita di tempo ed evitano di farsi rieleggere.
Scarsa è la partecipazione alle votazione per il rinnovo degli organi collegiali,in particolar modo  per le votazioni dei rappresentanti di classe ; ogni anno è sempre più difficile  trovare persone disponibili al farsi eleggere e a stare al seggio per le votazioni.

Alcuni suggerimenti:
PROPOSTA  PER IL CONSIGLIO DI ISTITUTO
Dovrebbe essere composto da un numero paritetico e ristretto di persone , esempio tre  docenti e tre genitori rappresentanti di ogni ordine di scuola, il dirigente e un  rappresentante della comunità  delle famiglie.
Non è più giustificata la partecipazione di solo volontariato, pertanto deve essere riconosciuto l’impegno anche attraverso una remunerazione con gettoni di presenza.
Poi sarebbe necessaria la sostituzione dei consigli di intersezione e interclasse con le assemblee di tutta la classe : la fase della riunione collegiale sembra determinante in questo momento in cui è necessario dibattere pubblicamente su alcune questioni educative.L’assemblea è vivace , coinvolgente, stimolante, chiarificatrice.
PROPOSTA  PER L’ASSEMBLEA GENERALE DEI GENITORI
L’assemblea dei genitori della scuola è costituita da tutti i genitori dei bambini iscritti.L’assemblea all’inizio dell’anno elegge, durante una  seduta, il proprio presidente che dura in carica un anno.L’assemblea esamina la programmazione proposta dal collegio docenti ed esprime pareri relativi ad iniziative scolastiche progettate per la qualità dell’offerta formativa.Poi si affrontano via via tutte  le questioni importanti che si incontrano nella vita quotidiana
GLI INCONTRI INDIVIDUALI i con i genitori sono importanti e quindi dovrebbero essere costanti per lo scambio delle informazioni relative al singolo alunno e per valutare il processo di apprendimento.
Infine sarebbero importanti altre iniziative di supporto quali  lo Sportello di ascolto e la Formazione dei genitori.

Merita concludere queste brevi considerazioni sugli  O.O.C.C. con un pensiero scritt0 da un genitore.
“L’insegnante non può educare senza il genitore e un genitore non può fare altrettanto senza l’insegnante. Nell’educazione nessuno oggi è autosufficiente. Perché la scuola funzioni bisogna restituire consenso al sistema educativo. Deve essere una linea da perseguire soprattutto come genitori per il bene dei figli.”

Un buon punto di partenza per cominciare un cammino insieme basato sull’ indispensabile cooperazione con la scuola e l’ esercizio del diritto/dovere delle famiglie alla corresponsabilità educativa.

Una sentenza che potrà provocare nocive ricadute!

Una sentenza che potrà provocare nocive ricadute!

di Maurizio Tiriticco

Il Tar della Toscana ha recentemente annullato la bocciatura di uno studente agli esami conclusivi del secondo ciclo di istruzione (non più di maturità!) del 2004 perché alla prova orale sarebbe stato “interrogato” soltanto su tre discipline di studio e non su tutte, come invece prevederebbe la norma. L’ordinanza ministeriale 35/03, che dettava anche le regole del colloquio – si badi bene, colloquio – stabilisce che la prova debba avere inizio con un argomento scelto dallo studente e proseguire su argomenti proposti al candidato “attinenti le diverse discipline, anche raggruppate per aree disciplinari”.

Gli spettri di Simone

Gli spettri di Simone

di Maurizio Tiriticco

Con quali mezzi Raffaele Simone avrà scritto il suo articolo apparso su “la Repubblica” del 12 gennaio? Con la penna d’oca? O con la stilografica? O con l’Olivetti Lettera 22? Quella diabolica macchina che Montanelli portava sempre con sé? No! Non ha utilizzato questi strumenti! Ma il suo PC! E il pezzo poi non l’avrà affidato al fedele servo o alla diligenza postale e neppure alla buca delle lettere! Ma alla posta elettronica! Con un semplice click! Ne consegue che Raffaele Simone è… uno stupido! E’ il titolo del suo pezzo: Se a scuola internet rende stupidi. Già ho avuto modo di avanzare rilievi alla sua Terza fase, forme del sapere che stiamo perdendo, del 2006: un testo per molti versi splendido per analisi e documentazione, ma inaccettabile per le posizioni assunte!

L.J. Kaplan, Falsi idoli

Louise J. Kaplan, Falsi idoli. Le culture del feticismo

Louise Kaplan, la grande psicoanalista newyorkese che in «Perversioni femminili» aveva disvelato il mondo intimo delle donne, con questo libro effettua un nuovo sovvertimento di prospettiva e racconta la marea montante di una nuova insidia della postmodernità: la strategia feticista.

Delle ambiguità della “restaurazione”

“Restaurare la democrazia”?
Delle ambiguità della “restaurazione”

di Franco De Anna

Il costrutto logico-argomentativo, per il quale, scontata tra sacrifici e serrar di cinghie una fase di durezza tecnico economica affidata agli “esperti”, si debba e possa poi tornare alla “politica” e ci si chieda, più o meno pensosamente e penosamente, il come e il se ciò possa avvenire è, a mio parere assai curioso. Da un lato appare ovvio: siamo, si dice, in una fase di “sospensione” della politica e finanche della democrazia. E si porta a prova il fatto che un Governo si formi al di fuori e anche “non ostante” la dialettica politico parlamentare “corrente”. Dall’altro, chi si interroghi con onestà intellettuale non può non chiedersi le ragioni per le quali ciò sia avvenuto e, tenendo conto di esse, quali vie per superare tale anomalia. Così fa, nel suo ultimo contributo (“Pensare al dopo Monti per “restaurare” la democraziai”) il grande amico Maurizio Tiriticco.

L’importanza degli aspetti comunicativi nel concreto rapporto docente/alunno

L’importanza degli aspetti comunicativi nel concreto rapporto docente/alunno

di Maurizio Tiriticco

Jürgen Habermas ci ricorda, in un saggio del 1973, che la comunicazione, al pari del lavoro, rappresenta un tratto antropologico universale della natura umana che, quindi, non può non essere un tema costante delle scienze sociali. È da questo assunto, citato nella introduzione del volume, che Alba Porcheddu prende l’avvio per la sua ricerca.

Facciamo i conti con l’Europa

Facciamo i conti con l’Europa

di Giancarlo Cerini

Nel tempestoso autunno del 2011, quando tutto sembrava ormai perduto sotto l’incalzare delle ricorrenti crisi finanziarie e dello spread del nostro debito pubblico, il Governo italiano (siamo nel periodo di turbolenza che ha portato al ricambio Berlusconi-Monti) si è impegnato con l’Unione Europea a realizzare una serie di riforme strutturali in campo economico, finanziario e sociale. Nel memorandum oggetto di negoziazione con i severi censori europei del nostro debito pubblico (e delle nostre carenze istituzionali), due punti riguardavano esplicitamente l’istruzione.

Pensare al dopo Monti per “restaurare” la democrazia

Pensare al dopo Monti per “restaurare” la democrazia

di Maurizio Tiriticco

E’ indubbio che la cura Monti sta provocando effetti profondi nell’economia del nostro Paese, e non so giudicare se questi saranno positivi o meno. Forse è una grande scommessa e tra qualche tempo saremo usciti dal buio di questi giorni. E’ una speranza – e un’attesa – che tutti ci accomuna.

Passaggi troppo stretti

Passaggi troppo stretti

di Stefano Stefanel

La scuola italiana in questo momento si trova a dover affrontare dei passaggi troppo stretti, che richiederebbero tempi più distesi e analisi preliminari più approfondite. Il tempo però manca perché il Miur non ha voluto o saputo affrontare per tempo questi problemi, mentre le analisi non sono approfondite perché esiste una cortina molto colpevole a protezione dei dati necessari a prendere provvedimenti non orizzontali (generici), ma verticali (mirati). Mancando completamente una valutazione del sistema dell’istruzione, manca anche una sua conoscenza approfondita, unica condizione possibile per fare scelte selettive e migliorative. In questo contributo mi soffermo solo su tre punti nodali di questo inizio 2012.

RECLUTAMENTO DEL PERSONALE DOCENTE

La recente “uscita” del Ministro Profumo sui concorsi per docenti in un paese normale non avrebbe avuto lo spazio di una notizia breve e invece qui da noi ha subito sollevato problemi e resistenze. Che l’idea di concorso pubblico per l’accesso al ruolo sollevi dei distinguo anche tra i difensori della Costituzione Italiana “senza se e senza ma” appare bizzarro, ma così è. L’articolo 97 dice: “Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge”. Per cui se la legge non stabilisce niente (e sarebbe sempre l’ora) si devono fare i concorsi. Diciamo che chi difende la Costituzione e non i Concorsi un po’ contraddittorio comunque è.
Nell’attuale fase contingente ci sono tre soggetti che devono essere tutelati, ma solo a livello sociale. Se non ci fosse l’emergenza sociale si dovrebbe soltanto bandire il concorso ordinario e chi lo vince va di ruolo. Ma non essendo la situazione italiana ordinaria bisogna tenere conto di tante cose. I tre soggetti cui mi riferisco sono:
–    i “precari storici” che sperano di entrare in ruolo e che il malfermo ordinamento italiano ha convinto di avere diritti basati sull’anzianità;
–    i docenti inseriti nei percorsi di TFA, collegati ad aspettative nate dalla superficialità con cui le Università hanno affrontato la questione;
–    i neo-laureati che si sentono respinti dal sistema scolastico italiano e che improvvisamente hanno sentito una parola gentile.
Personalmente attiverei un massiccio piano triennale di assunzioni assegnando le cattedre attraverso un 50% ai precari storici, un 20 % ai TFA e un 30% ai vincitori del concorso ordinario (che potrebbero essere anche precari storici non in posizione ottimale o TFA sconfitti).
Queste però sono misure di emergenza che riguardano più il mercato del lavoro che le necessità della scuola italiana. A ben guardare l’incresciosa situazione italiana (240.000 precari che pretendono il posto di ruolo e in cui si mescolano docenti con competenze eccezionali a emeriti incapaci, laureati disincentivati a fare i docenti indipendentemente da competenze e vocazioni) nasce dal mantenere noi in vigore due istituti altamente penalizzanti quali il valore legale del titolo di studio e le classi di concorso. Tutto ciò ha fatto nascere le abilitazioni e le graduatorie permanenti, che si esauriscono attraverso l’anzianità.
Questo scollegamento tra il merito e il reclutamento ha fatto le sue vittime, tra cui purtroppo va annoverata anche la scuola italiana. Esiste una connessione tra il mantenimento del valore legale del titolo di studio e l’esistenza degli ordini professionali. Anche qui è sorprendente constatare che i fautori delle liberalizzazioni di licenze e degli ordini sono contrati invece all’abolizione del valore legale del titolo di studio e delle classi di concorso.
L’effetto di quanto propongo porterebbe alla possibilità di stabilire per legge che i posti nell’organico di diritto devono essere coperti da personale a tempo indeterminato (come da tempo chiede l’Unione Europea) e quindi alla necessità di realizzare concorsi annuali e snelli (magari gestiti dalle singole scuole anche in rete in base ai posti disponibili dopo la mobilità), che mettano a regime in forma trasparente una situazione che ormai è diventata insostenibile.

DIMENSIONAMENTO

Il mondo della scuola è in subbuglio per un dimensionamento che compete agli enti locali. Gli enti locali di qualsiasi orientamento politico prediligono gli istituti di grandi dimensioni a quelli di piccole dimensioni. La memoria degli italiani è corta per cui si sono dimenticati le resistenze delle scuole al dimensionamento di fine anni ottanta. Se si fosse tenuto conto delle opinioni delle scuole invece di 10.700 istituti autonomi ne sarebbero nati almeno 25.000. L’esperienza sta dimostrando che il dimensionamento 500/900 ha favorito soprattutto le scuole secondarie di secondo grado cittadine, ospiti in edifici grandissimi contenenti spesso molto più di 1.000 studenti. Inoltre gli Istituti comprensivi di grandi dimensioni hanno messo in atto interessanti azioni di sistema e di area. Perché di questi tre dati (gigantismo delle scuole del secondo ciclo, buona tenuta degli istituti comprensivi di grandi dimensione, orientamento degli enti locali) non si voglia tenere conto attiene al modo italiano di fare le cose. Mentre mi pare ridicola la preoccupazione per il posto di lavoro dei dirigenti (tutti soggetti, come il sottoscritto, stragarantiti). La questione italiana che lega il dimensionamento al rapporto tra autonomia e dirigenza può essere risolto solo in due modi: o applicando le naturali teorie dell’organizzazione sulle autonomie e la dirigenza (quindi grandi bacini, grandi responsabilità, gestione complessa e delegata, forti azioni di innovazione e ricerca) o tornando indietro e abolendo sia l’autonomia scolastica (passaggio difficile perché di tipo costituzionale) sia la dirigenza scolastica (passaggio semplice e forse da molti apprezzato).

RUOLO DEL MIUR

In tempi di tagli e di sacrifici non credo possa durare a lungo l’organizzazione di un Ministero che si occupa soprattutto di se stesso e non del sistema che dovrebbe governare. La direttiva del Ministro ai direttori generali è da anni orientata a raggiungere obiettivi di sistema prescindendo dal funzionamento reale delle autonomie scolastiche, lasciate da sole a fronteggiare il servizio scolastico. Dovrebbe sembrare paradossale che gli alunni e i docenti abbiano contatti solo con le scuole autonome, mentre il sistema venga organizzato in forma propria dal Miur. Io credo si debba invertire in fretta la freccia della direttiva: il Miur deve diventare solamente una struttura di servizio a supporto delle autonomie, con obiettivi tarati sulle scuole e non sulle esigenze o i progetti propri.