Nota 30 gennaio 2020, AOODGSIP 403

Ministero dell’Istruzione
Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e di formazione
Direzione generale per lo studente, l’inclusione e l’orientamento scolastico Ufficio Quinto – Politiche sportive scolastiche

Ai Direttori Generali degli Uffici Scolastici Regionali
Ai Coordinatori regionali di Educazione Fisica e Sportiva
LORO SEDI

Oggetto: Individuazione della sede per le Finali nazionali di Atletica leggera – Campionati Studenteschi 2019-2020.

Decreto Ministeriale 30 gennaio 2020, AOOUFGAB 28

Esame di Stato conclusivo del secondo ciclo di istruzione: -individuazione delle discipline oggetto della seconda prova scritta; -scelta delle discipline affidate ai commissari esterni delle commissioni d’esame; – colloquio


Interrogazione

Scuola – Prof. sospesa a Palermo =

On. Nicola Fratoianni (Leu) a Question Time Montecitorio:

Non chiediamo alla ministra di fare quello che non può fare, ma di vigilare affinchè al più presto sia restituita alla docente la dignità che le spetta da parte dell’amministrazione scolastica. Noi continueremo a farlo fino a quando la vicenda non si chiuderà definitivamente 

“Ringrazio la ministra dell’Istruzione per la risposta e per gli impegni presi in quest’Aula, nonostante si sia insediata da poche settimane e so bene quali siano i limiti normativi che rendono impraticabile un intervento diretto ed esclusivo del ministro che sani quello che rimane da quasi un anno una macchia nella vita amministrativa della scuola italiana”

Lo ha affermato nell’Aula di Montecitorio Nicola Fratoianni nella replica alla risposta del governo durante il Question Time dedicato alla vicenda della docente di Palermo sospesa un anno e che nonostante gli impegni assunti nel maggio 2019 dal precedente governo non ha ancora visto riconosciute le proprie ragioni.

“Quella docente di Palermo è stata sospesa – ha proseguito il parlamentare di Leu della commissione scuola di Montecitorio – non perché avesse violato qualcuna delle sue funzioni, e non c’entra nulla neanche il sacrosanto diritto alla libertà di insegnamento, ma semplicemente perché i suoi studenti avevano espresso delle loro opinioni. Quelle opinioni di quei ragazzi evidentemente fecero male allora a qualcuno che si offese perché vennero paragonati i famigerati decreti sicurezza alle Leggi Razziali. Si può essere d’accordo o meno con questo paragone, lo si può definire eccessivo o inappropriato. Ma non si può intervenire nel modo in cui è stato fatto.”

“L’avvio dell’ispezione che ha portato alla sospensione della prof.ssa Dell’Aria avvenne sull’imput di un tweet inviato da un militante dell’estrema destra al ministero allora guidato da Bussetti. Dunque con un intervento che aveva una natura prettamente politica, rispetto pure alla divisione degli interventi che pure la ministra oggi opportunamente ci ha ricordato. 

Per questo non chiediamo alla ministra di fare quello che non può fare, ma siamo qui a chiedere al titolare del ministero di Viale Trastevere e al governo di vigilare su questa vicenda.

Noi continueremo a farlo – ha concluso Fratoianni –  fino a quando quel vulnus non sarà risolto, e alla prof.ssa Dell’Aria sarà restituita la dignità che le spetta “


Al question Time della Camera dei Deputati torna la vicenda della docente di Palermo sospesa per 2 settimane. Dopo le promesse di revoca del provvedimento punitivo, nulla si è mosso.

Interrogazione deputati di Leu

Domani mercoledi 29 gennaio 2020 ore 15 – 16 in diretta tv Aula di Montecitorio 

Lo scorso anno l’insegnante di italiano dell’istituto industriale Vittorio Emanuele III di Palermo Rosa Maria Dell’Aria è stata sospesa per due settimane dall’ufficio scolastico provinciale, con dimezzamento dello stipendio, perché non avrebbe “vigilato” sul lavoro di alcuni suoi studenti che, durante il Giorno della Memoria, avevano presentato un video nel quale avrebbero accostato la promulgazione delle leggi razziali del 1938 al “decreto sicurezza

Dopo varie proteste e polemiche, a maggio 2019 la docente incontrò il vicepremier e il ministro dell’istruzione di allora, Salvini e Bussetti, che riconobbero pubblicamente il suo comportamento corretto e assicurarono che si sarebbe trovata una soluzione;
Ad oggi, nonostante le diverse prese di posizione, la situazione è invariata e la sospensione della docente non è mai stata revocata.

Su questa vicenda i deputati di Liberi e Uguali hanno presentato un’interrogazione che sarà affrontata domani mercoledi 29 gennaio 2020 nel corso del Question Time nell’Aula di Montecitorio in diretta tv 

“Vogliamo sapere dal governo- affermano nell’interrogazione Fratoianni, Fornaro, Epifani e Palazzotto – quali iniziative intende assumere affinché sia annullato l’atto di sospensione dell’insegnante oltre a risarcirla del danno economico e di immagine subito, auspicando che mai più episodi del genere abbiano a ripetersi.”

Incontro del 29 gennaio

Scuola: accelerare i tempi per iniziare il prossimo anno con personale stabile, formato e ben retribuito

Roma, 29 gennaio – L’incontro di oggi tra il Ministero dell’Istruzione e i sindacati segna la ripresa delle relazioni sindacali in vista della piena attuazione degli impegni sottoscritti nel verbale di conciliazione dello scorso dicembre, che per noi rappresentano punti irrinunciabili.

Innanzitutto la definizione di un sistema di abilitazioni a regime per rispondere al bisogno di formazione di qualità che proviene dagli stessi docenti.

L’anno scolastico 2018/2019 ha funzionato grazie al lavoro di 157.000 precari, il 18% sul totale dei docenti, un numero di cattedre che difficilmente potrà essere coperto da personale di ruolo se non si avviano subito concorsi e abilitazioni.

Il rinnovo del Contratto è un altro punto irrinunciabile delle nostre richieste visto che i docenti italiani e il resto del personale sono i meno pagati di tutto il settore pubblico.

Sugli investimenti in Istruzione il Paese è fermo, tanto che vi è una perfetta corrispondenza fra il punto di PIL (circa 17 miliardi) che manca per l’Istruzione, e la crescita praticamente a zero del nostro Paese.

Occorre dunque un forte impegno politico per ampliare il tempo scuola, intraprendere la strada dei salari europei, aumentare gli organici docenti ed ATA, superare il fenomeno delle classi pollaio, restituire dignità al lavoro del personale della scuola e rendere effettivo il diritto sociale all’Istruzione per oltre 7 milioni di alunne e alunni.

Il Ministero mantenga questi impegni e acceleri il confronto se, come da auspici della stessa Ministra, si vuole far partire il prossimo anno scolastico con tutti i docenti in cattedra.

F. Scarpelli, Amori nel fragore della metropoli

Scarpelli scrittore

di Antonio Stanca

      Furio Scarpelli è nato a Roma nel 1919 e qui è morto nel 2010. E’ stato sceneggiatore, scenografo, pittore, disegnatore, scrittore. Molta satira ha prodotto con i suoi disegni, ha fondato giornali satirici, con altri ha collaborato. E’ stato un personaggio noto in ambito cinematografico dai tempi del dopoguerra in poi, dalla corrente detta neorealistica alla Commedia dell’Arte e ad altro cinema. Ha lavorato con i maggiori registi di quel periodo. Molti e importanti sono stati i film sceneggiati da solo o con altri. Anche il figlio Giacomo è stato suo collaboratore. Da Giacomo è stato curato il volume Amori nel fragore della metropoli, edito quest’anno da Sellerio e contenente tre racconti del padre. Pure scrittore è stato Furio anche se molta sua produzione narrativa è rimasta inedita. E’ successo perché, chiarisce Giacomo, a differenza di altri paesi in Italia gli sceneggiatori sono pure gli autori del contenuto, della trama del film, sono anche narratori, scrittori. Scrivono per il cinema ma a volte, come nel caso del padre, scrivono per sé stessi, amano essere autori di racconti, di romanzi anche se alcuni di questi non vengono pubblicati poiché poco importanti sono ritenuti. Rimangono, quindi, tra i progetti non realizzati e così è successo per i tre racconti di questa raccolta. Essi risalgono agli anni ’80 del secolo scorso, avrebbero dovuto avere una riduzione cinematografica che non ebbero e insieme ad altri sono rimasti tra le “tante carte” scritte, disegnate o dipinte da Scarpelli. Tra quelle “carte” è ora andato a rovistare il figlio col proposito di portare alla luce quanto del padre è rimasto sconosciuto. Uno dei primi frutti di tale impegno è il recente volume. I tre racconti, Ivano, Il tonno, la seppia e il maccarello, Sonato, sono tre storie d’amore, delle quali nessuna riesce a compiersi. L’opera dà voce a quell’umanità che, dopo la guerra, si trovava smarrita, persa perché povera, sconosciuta, a quella condizione di vita che aveva la strada come dimora, che si adattava a qualunque circostanza, che voleva sollevarsi dal suo stato ma non riusciva. Per ottenere tanto a volte giungeva alla violenza, al misfatto. Anche questo rientrava tra le sue cose, anche questo era un suo mezzo, un suo modo. A quell’umanità appartengono Ivano, Bastiano, Marcello, Guglielmo, Anna, i protagonisti dei racconti. Come nelle sceneggiature anche nelle narrazioni Scarpelli mostra persone che si muovono ai confini della vita, della storia, le fa vedere in maniera molto autentica. Tutto sa di esse e tutto fa vedere, pensieri, azioni, situazioni, linguaggi, senza trascurare di cogliere certi momenti, certe parole che intervengono a sollevare, illuminare quanto di torbido si è abituati ad attribuire a quei “poveri”. Abile è lo Scarpelli nel trasformare quei momenti, quelle parole, in una possibilità di salvezza anche se lontana, nel lasciar intravedere un futuro diverso, nel far posto alla speranza.

Welcome To Rome

Welcome To Rome è un’esperienza multimediale di carattere didattico-culturale rivolta anche alle scuole, di ogni ordine e grado.

Coinvolgiamo gli studenti in un’esperienza educativa ed innovativa, cumulabile con i percorsi in città proposti dalla nostra attività “Alla Scoperta di Roma“.

Dopo i successi delle Domus Romane di Palazzo Valentini e dei Fori di Augusto e di Cesare, il fisico e divulgatore scientifico Paco Lanciano ha ideato e realizzato “Welcome To Rome”, il più affascinante e sorprendente spettacolo interattivo dedicato a Roma e alla sua storia millenaria. 

Un viaggio in cui assisterete ad una particolare multiproiezione: pareti e soffitti si animeranno attorno a voi mentre a terra un grande plastico della città si illuminerà per mostrare l’evoluzione di Roma nei secoli.

https://www.facebook.com/welcometorome.it/posts/595167697712584

La scuola di domani e la tecnologia «Il digitale dev’essere uno strumento, non la finalità del sistema educativo»

da Il Corriere della Sera 

Il 65% degli studenti attualmente nelle scuole, finito il loro periodo di formazione andranno a fare un lavoro che al momento non esiste. Una sorta di salto nel buio, raccontato dal World Economic Forum, con una certezza: qualunque mestiere i ragazzi del mondo andranno a fare, alla base di questo ci sarà il digitale. Software e hardware, e competenze trasversali – le cosiddette soft skills – che permetteranno alla forza lavoro di domani di destreggiarsi in un mercato probabilmente gravido di buone aspettative ma che, altrettanto probabilmente, la scuola di oggi fatica a codificare nei propri percorsi educativi. Questo è il motivo per cui secondo diversi analisti il settore della smart education arriverà entro 5 anni a valere la bellezza di 500 miliardi di dollari.

La ricchezza di questo mercato in rapido, e necessario, sviluppo è stata ben rappresentata la scorsa settimana dall’incredibile folla che animava l’ExCel di Londra, l’enorme centro conferenze che ha ospitato l’edizione 2020 del Bett, il British Educational Training and Technology Show. Una fiera che da anni ha perso il solo accento britannico per diventare un riferimento mondiale per chi si occupa a vari livelli di traslare i percorsi formativi (anche) nelle nuove tecnologie. Non come scopo o solo contenuto dell’apprendimento ma come strumento, a prescindere dalle materie del proprio percorso formativo. Tra le 850 aziende presenti a Londra, a fianco di 34 mila educatori, si trovano i nomi che contano dell’universo delle tech company. Lenovo, Hp, Google ovviamente, anche qualche sprazzo di Apple. E Microsoft, che con il suo Office 365 gratuito per le scuole sta coltivando le basi di un nuovo settore dell’azienda con premesse di grande crescita. Non ha dubbi su questo Anthony Salcito, newyorchese del Bronx, che è il vicepresidente di Redmond dedicato al settore Education. Il Corriere l’ha incontrato tra i padiglioni del Bett per capire cosa possiamo aspettarci dalla scuola del futuro.

La divisione Education di Microsoft riveste un ruolo sempre più importante all’interno dell’azienda. E sposa uno dei pilastri della direzione assunta con Nadella, ossia quella dell’inclusione, della tecnologia come tramite per fornire a ognuno pari opportunità di accesso. Perché per voi la scuola è un business?
Lavoriamo nell’educazione perché fa parte della nostra missione, che è empower every person and every organization on the planet to achieve more. Se sostituisci “person” con “student” ottieni lo scopo di dare gli strumenti a ogni studente sulla Terra per ottenere di più dal mondo dell’educazione che lo circonda. E capisci che siamo nel cuore del lavoro di Microsoft e in quella che è o dovrebbe essere la missione di ogni scuola e di ogni istituzione, pubblica o privata che sia. E la tecnologia in questo è fondamentale, nel sostenere l’intuizione e la collaborazione tra i soggetti. E poi noi abbiamo bisogno di loro, delle nuove generazioni che stanno crescendo. Ogni nazione ha bisogno di persone di talento che trovano nuove soluzioni a vecchi problemi, o soluzioni geniali ai nuovi problemi che si presentano in una società che sta crescendo molto velocemente. Abbiamo capito negli anni che se lavoriamo in una zona di conflitto, di qualunque conflitto si tratti, una guerra oppure contrasti sociali ed economici, ebbene in queste zone Microsoft non lavora bene, non ottiene i risultati economici che potrebbe ottenere. Quando gli studenti, i bravi studenti e la buona scuola creano una società sana attraverso l’innovazione, e la loro scintilla crea posti di lavoro, allora Microsoft così come le altre compagnie private ne traggono beneficio economico.

Il tema della smart education sta diventando un nuovo terreno di scontro tra le super-potenze della tecnologia. Come vede questa competizione negli anni a venire?
Non posso parlare per gli altri marchi, ma sono certo che risponderebbero allo stesso modo: c’è molto dibattito in questo periodo storico sull’educazione, l’opportunità di business è lì ed è visibile a tutti. Ma non è direttamente attraverso il sistema educativo, il vendere prodotti alle scuole. La vera opportunità si sviluppa insieme alle strutture che creano educazione, come detto: queste realtà, se illuminate e sane, creano nuove opportunità di lavoro, attivano crescita economica e sociale, in Italia così come nel resto del mondo. E ovviamente società commerciali come le nostre sono molto interessate a questo. E non siamo in competizione con Google e gli altri, siamo in competizione con l’abbandono scolastico, con le tante storie di studenti che non ce la fanno e che riducono le proprie aspettative perché il sistema scolastico non permette loro di coltivarle e di far crescere le loro capacità, siamo in competizione con insegnanti che si sentono sorpassati, che non credono più di potersi aggiornare a nuovi metodi di insegnamento. Alla fine succede che se vinciamo queste sfide e l’economia cresce, allora compagnie come la nostra funzionano meglio, hanno migliori risultati di mercato. Non c’è impegno più importante per la nostra azienda che mettere gli studenti di tutto il mondo nelle condizioni migliori di imparare e crescere. E per farlo cerchiamo di rispondere a questa domanda: come possiamo rendere gli insegnanti più meravigliosi agli occhi dei loro ragazzi?

Ci ha raccontato come, durante i suoi frequenti viaggi in aereo, sua fedele compagna di viaggio è una console (la Switch di Nintendo, ndr). Che ruolo possono avere i videogiochi nella scuola di domani?
L’esempio che faccio ovviamente su Minecraft (il videogioco in stile Lego acquisito da Microsoft nel 2015 per 2,5 miliardi di dollari, ndr). È una tela vuota dove gli studenti possono esprimere tutta la loro creatività, l’abilità di problem solving. I ragazzi attraverso il gioco non imparano il coding perché devono lavorare su Java, cioè su vero codice, lo fanno perché vogliono costruire una fattoria e devono organizzarla in modo da riuscire a mettere 20 mila piante da frutto nei loro campi. Facendo questo imparano il pensiero computazionale perché devono di fatto mettere in ordine un codice sequenziale di operazioni per ottenere quello che si sono posti come obiettivo. È il concetto alla base dell’apprendere facendo. Quando vuoi imparare il codice per costruirti una carriera allora le materie Stem possono essere difficili, un ostacolo. Quello che suggerisco alle scuole è di abbracciare la tecnologia indipendentemente dalle materia, come uno strumento per affrontare qualunque questione. E allora non avremmo questo gender gap che vediamo oggi nelle scuole.
L’esempio perfetto è appunto Minecraft, abbiamo strumenti nella versione Educational che si possono applicare a qualunque materia, per esempio alla chimica, nel mondo di Minecraft hai modo di capire come sono costruiti gli oggetti, quali componenti hanno al proprio interno così da poterli replicare trovando le materia prime. E questo lo puoi fare fin dalle elementari senza dover aspettare di essere alle superiori per dover affrontare la chimica come una materia a sé e di farlo solo sui libri o se sei fortunato in laboratorio. Minecraft non dipende dal genere, dal ragazzo o ragazza che ci si approccia. Ognuno crea il proprio metodo per arrivare all’obiettivo, si creano dei percorsi che poi replicano se sono funzionali oppure variano se non lo sono. E fanno progetti legati alla storia, alla religione fino ad arrivare appunto all’agricoltura che è un sistema complesso.Il lavoro nelle scuole, con i ragazzi in generale, è molto delicato perché basta una parola sbagliata per creare un disastro. Voi come vi approcciate?

Io passo la mia vita a viaggiare per conoscere scuole e studenti, mi connetto con loro ogni giorno per vedere cosa fanno e come usano i nostri strumenti. E in quelle occasioni non sono mai io a dover porre questioni, sono loro che mi sollecitano ad avere risposte su temi anche complessi. Io rispondo e non mi è mai capitato di rimanere deluso dalle loro reazioni, al limite è accaduto il contrario: un bambino o un ragazzo motivato riesce a darti sempre molto di più di quanti tu potresti aspettarti. Allora io li sfido ulteriormente, per dare ancora di più. E lo faccio attraverso due sollecitazioni: la prima è quella di domandare, domandare sempre, non accettare una risposta incompleta ma chiedere oltre, di non accontentarsi di studiare qualcosa ma chiedere perché la si sta studiando. E se la risposta non li soddisfa, di andare avanti finché chi hanno davanti non presenta loro un contesto entro il quale possono capire perché stanno studiando per esempio l’algebra. A volte gli insegnanti non sono contenti di questo mio approccio ma credo sia l’unico che possa permettere agli studenti di imparare davvero e quindi di capire come mettere in pratica quanto stanno imparando. La seconda cosa che chiedo loro è di inquadrare un oggetto che hanno nella loro classe, la bandiera, una cartina, una foto e che ogni volta che vedono questo oggetto ricordarsi dentro di loro di aspettarsi di più da quel contesto, aspettarsi di più dagli insegnanti, dalla scuola, dai genitori, dalla società in cui vivono, dal loro governo. E ovviamente da loro stessi. E questo vale per tutti, per gli studenti nelle parti più depresse del mondo, per quei ragazzi che hanno delle disabilità che li fanno sentire diversi dagli altri, che creano barriere nell’apprendimento. Questi ragazzi, come tutti gli altri, che siano in Africa o che abbiamo dei bisogni speciali, tutti loro hanno le stesse motivazioni e lo stesso diritto a collaborare per poter migliorare la loro situazione e quella della società in cui vivono.

Nel corso della nostra trasferta a Londra abbiamo avuto l’opportunità di visitare l’UTC Reading, un istituto tecnico per ragazzi e ragazze dai 14 ai 18 anni dove si respira un’aria diversa, molto professionale e un’educazione molto orientata al mondo del lavoro. Una scuola modello dove studenti in giacca e cravatta imparano a diventare i migliori nel loro campo, che sia ingegneria o programmazione. Non è un rischio, per i ragazzi stessi, lavorare con l’obiettivo di creare una scuola che si propone di creare studenti che sono – come dite voi – market ready?
In alcune scuole si trovano studenti molto seri, molto preparati e anche impostati da parte della scuola. Ma questo non vuol dire che non siano anche ragazzi, ragazzi “normali” si potrebbe dire, che escono con gli amici, si divertono. Hanno i propri spazi per essere “irresponsabili”, senza che questo tolga loro la possibilità anche di essere già impegnati nella società. Credo che i ragazzi abbiano tante energie e questo rende il loro spettro d’attività praticamente infinito. E va dalla scuola ai social media, dagli amici ai videogiochi. Serve ovviamente equilibrio come in tutte le cose, ma se non siamo noi per primi ad aspettarci qualcosa in più da loro, c’è il rischio poi che loro si fermino. E questo sarebbe un peccato.

Sono 3,7 milioni i bambini rifugiati che non vanno a scuola

da Il Sole 24 Ore

di Redazione Scuola

Nel corso dell’ultimo anno accademico, oltre 3,7 milioni di bambini rifugiati in tutto il mondo non hanno avuto la possibilità di andare a scuola. Ma un bambino rifugiato che non va a scuola non rischia di perdere l’anno, ma la vita. Come emerge dal rapporto dell’Unhcr Stepping up: Refugee education in crisis, la condizione di rifugiato il più delle volte è a lungo termine: quasi 4 rifugiati su 5 vivono una condizione di esilio prolungata. Questo significa che i bambini rifugiati passeranno in esilio tutto il loro periodo scolare, ovvero dai 5 ai 18 anni.

Ma per la sopravvivenza di un bambino rifugiato, la scuola è centrale al pari di una tenda dove ripararsi, del cibo o delle cure mediche. I tassi di povertà si ridurrebbero del 55% se tutti i bambini completassero la scuola secondaria. E il reddito aumenterebbe del 75% se si raggiungesse l’obiettivo di garantire a tutti i bambini di terminare la scuola secondaria. Maggiore è il livello di istruzione, più elevate saranno le abilità dei ragazzi e delle ragazze in termini di leadership, capacità imprenditoriale e piena autonomia.

Con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza decisiva dell’istruzione per il futuro di milioni di bambini rifugiati e di garantire loro accesso ad un’istruzione di qualità, dal 26 gennaio al 16 febbraio 2020 l’Unhcr lancia la quarta edizione della campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi «Mettiamocelo in Testa. Un bambino rifugiato che non va a scuola non rischia di perdere l’anno, ma la vita» che si potrà sostenere con un sms o chiamata da rete fissa al numero solidale 45588.

Il rapporto mostra che con l’avanzare dell’età diventa più difficile superare gli ostacoli all’istruzione: solo il 63% dei bambini rifugiati frequenta la scuola elementare, rispetto al 91% su scala globale, mentre gli adolescenti iscritti alla scuola secondaria sono il 24%, a fronte dell’84% nel mondo.
«In un mondo pieno di conflitti e scontri, la comunità internazionale sta perdendo l’investimento più importante che ci sia: l’istruzione dei bambini e ragazzi rifugiati. Non possiamo e non dobbiamo permettere che questi bambini siano costretti a rinunciare all’istruzione, perché la scuola è la principale, e in molti casi l’unica, risorsa che ciascun bambino ha nell’immediato per sopravvivere, soprattutto in situazioni di emergenza» ha dichiarato Carlotta Sami, portavoce dell’Unhcr per l’Italia

Per l’Unhcr l’istruzione è parte integrante della risposta umanitaria alle più gravi emergenze internazionali. La scuola è un luogo pacifico e sicuro, che mette al riparo i bambini dalla violenza e garantisce loro una rassicurante routine che gli permette di socializzare e superare il trauma della guerra. L’obiettivo dell’Unhcr è di poter assicurare ai bambini rifugiati un’istruzione di qualità per tutta la loro vita scolastica e per farlo ha bisogno del sostegno di tutti. «Assicurare l’intero ciclo di istruzione ai bambini rifugiati è un aspetto fondamentale per far sì che acquisiscano le competenze a loro necessarie per costruire per sé e per la loro comunità di appartenenza un futuro dignitoso e di pace» – ha dichiarato Laura Iucci, responsabile del programma di raccolta fondi di Unhcr Italia. –

Le bambine e le ragazze sono ancora più svantaggiate rispetto al costo che le loro famiglie devono sostenere: sono loro che svolgono mansioni di grande importanza per le famiglie, come ad esempio andare a prendere l’acqua o la legna, prendersi cura dei fratelli più piccoli o dei parenti più anziani o sbrigare le faccende domestiche. Eppure, se tutte le ragazze avessero la possibilità di completare la scuola primaria, i matrimoni precoci si ridurrebbero del 14%. Una percentuale che sale al 64% se portassero a termine la scuola secondaria. Se tutte le bambine completassero la scuola secondaria, si avrebbe il 59% in meno di gravidanze di ragazze con meno di 17 anni. E ancora, se tutte le bambine completassero la scuola primaria, la mortalità materna si ridurrebbe del 70%. Se nei prossimi 10 anni, tutte le ragazze potessero completare la scuola secondaria superiore, nell’Africa sub Sahariana ci sarebbero circa 3 milioni di bambini morti in meno entro il 2050. Se tutte le mamme potessero terminare con successo la scuola secondaria, ci sarebbero circa 12 milioni di bambini in meno con disturbi della crescita. Una donna istruita inoltre è più consapevole delle azioni da fare per chiedere aiuto medico salvavita, in gravidanza e con bambini neonati e più alto è il livello di istruzione maggiore è la loro consapevolezza dell’importanza della nutrizione e degli aspetti sanitari.

I fondi raccolti con la campagna sosterranno il progetto “Educate a Child”, avviato dall’Unhcr nel 2012 in 12 paesi: Siria, Iran, Pakistan, Yemen, Etiopia, Malesia, Kenya, Uganda, Ruanda, Sud Sudan, Ciad, Sudan. Da quando è stato avviato il progetto, nei 12 paesi coinvolti si è riusciti a garantire un’istruzione a 1 milione e 350 mila bambini. Nel solo 2018 sono state costruite e ristrutturate 293 classi; garantito sostegno economico per coprire le spese scolastiche a più di 17 mila famiglie; sono stati reclutati e formati 3.354 insegnanti. A tutti i bambini rifugiati l’Unhcr ha distribuito circa 256.313 libri di testo e altri materiali didattici e 66.661 uniformi scolastiche; infine ha fornito sostegno a 2.188 bambini con disabilità, che altrimenti non avrebbero potuto frequentare la scuola. Per il prossimo biennio (2020-2021), il progetto mira ad allargare fino a 16 il numero di paesi coinvolti, includendo nuove operazioni, quali Camerun, Malawi, Mozambico e Iraq, dove negli ultimi anni i conflitti e le migrazioni forzate hanno avuto un impatto negativo sull’accesso all’istruzione primaria dei bambini rifugiati. Il nuovo obiettivo è quello di permettere a 400.000 nuovi bambini di andare a scuola entro il 2021.

Sono tanti i personaggi noti che hanno deciso di aderire alla campagna, tra questi Alessandro Gassmann, Lorena Bianchetti, Nicole Grimaudo, Lino Guanciale, Francesco Pannofino, Francesca Cavallin, Carolina Crescentini, Cecilia Dazzi, Raz Degan, Irene Ferri, Maria Chiara Giannetta, Simone Montedoro, Paola Saluzzi e Greta Scarano.

Anche il mondo del sport scenderà in campo per sostenere la campagna Unhcr. La Serie A dedicherà la 22ma giornata di campionato in programma l’1 e 2 febbraio, con iniziative dedicate in tutti gli stadi italiani. Tra i testimonial sportivi che sosterranno l’iniziativa, i campioni Demetrio Albertini, Beppe Bergomi, Alessandro Costacurta; il centrocampista dell’Inter e della Nazionale del Ghana Kwandwo Asamoah e la schiacciatrice dell’Imoco Volley e della Nazionale Miriam Sylla.

Province, primi segnali su investimenti in edilizia scolastica

da Il Sole 24 Ore

di Redazione Scuola

Le risorse a disposizione ancora insufficienti, la tempistica irragionevole e una programmazione che procede per bandi estremamente settoriali, che non sempre
corrispondono alle reali necessità delle scuole superiori: queste le maggiori criticità sollevate dalla vicepresidente dell’Upi (Unione Province italiane), Silvia Chiassai Martini, intervenuta ai lavori dell’Osservatorio e della Cabina di regia per l’edilizia scolastica, organismi presieduti dalla ministra per l’istruzione Lucia Azzolina e dalla viceministra responsabile per l’edilizia scolastica Anna Ascani.

«Criticità che permangono, anche se alcuni segnali positivi sul fronte degli investimenti negli ultimi provvedimenti del Governo sembrano indicare – ha sottolineato l’esponente delle Province – che il nostro allarme sulla necessità di accendere un faro sulle scuole secondarie superiori inizia ad essere compreso. A partire dalla scelta di assegnare direttamente agli enti locali alcuni fondi per interventi importanti, evitando così che si perda inutile tempo in passaggi burocratici. Si tratta in particolare delle risorse destinate alle verifiche sui solai e controsoffitti cui poi dovranno seguire i necessari interventi e di quelle per la messa a norma degli edifici scolastici rispetto all’antincendio: primi importanti passi in avanti, ma questo impegno per le scuole superiori deve proseguire con determinazione».

«L’Upi – ha aggiunto da ultimo Chiassai Martini – sta completando un monitoraggio del fabbisogno di investimenti per la messa in sicurezza e la modernizzazione degli oltre 7.400
edifici scolastici in gestione, un piano di opere che a breve consegneremo al Governo e su cui chiederemo risposte concrete».

“Voglio insegnare” Corsa on line per fare supplenze

da La Stampa

Si scrive Mad, ma si legge approssimazione. E’ l’ultimo acronimo nato nel mondo della scuola, sta per “Messa a disposizione”, un’autocandidatura che gli aspiranti docenti possono inviare direttamente ai dirigenti di varie scuole per ufficializzare la disponibilità a insegnare. Non servono abilitazioni o specializzazioni, bastano la laurea e in alcuni casi anche solo un diploma per assicurarsi una supplenza. I dirigenti scolastici come ogni anno (e anche di più) sono ancora alla ricerca di docenti sopratutto in Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, Toscana, e Piemonte. Richiestissimi sono supplenti di sostegno, insegnanti di matematica per la scuola secondaria inferiore e docenti di lingue.
Domanda e offerta di supplenti sono talmente alte da aver portato alla nascita di una piattaforma che alla modica cifra di 19 euro mette in contatto gli aspiranti insegnanti con centinaia di istituti. Finora in 2349 hanno trovato lavoro, sostiene il sito nella sua home-page .
Gli ultimi dati indicano in 155mila numero dei supplenti per il 2018/19, in aumento costante dal 2015, anno in cui Matteo Renzi, all’epoca presidente del Consiglio, dichiarò guerra alla supplentite. E sembra che non andrà molto meglio nei prossimi anni. A settembre si è raggiunta quota 185mila supplenti, dei quali quasi metà su posti di sostegno. Il prossimo settembre la cifra rischia di aumentare ancora: ci saranno altri 33mila docenti che andranno in pensione, liberando altrettanti posti ma senza avere un numero sufficiente di nuovi insegnanti a occuparli.
Aumentano i supplenti e aumentano quelli reclutati attraverso la Mad: circa 14mila lo scorso anno e 16mila quest’anno, secondo le poche stime che circolano. «Ci sono architetti e laureate in ostetricia che insegnano alla primaria o supplenze nei licei affidate a studenti universitari», avverte Maddalena Gissi, segretaria generale della Cisl Scuola. Da lunedì sono iniziati gli incontri al Miur con la nuova ministra Lucia Azzolina. «C’è necessità di sbloccare rapidamente le procedure di reclutamento, frutto di intese che vanno onorate subito, senza perdere altro tempo. E bisogna intervenire sulla formazione iniziale, perché e il sistema denota insufficienze e scompensi non più sopportabili. In Piemonte i corsi di laurea in Scienze della Formazione Primaria accettano più o meno 350 iscrizioni all’anno, a fronte di 700 cessazioni per pensionamento. Oppure in Emilia Romagna ci sono 5000 posti di sostegno senza titolo e l’università si rifiuta di organizzar ei corsi di Tfa. E ora che i ministeri sono stati divisi la situazione rischia di peggiorare». Giovedì al Miur il prossimo incontro per discutere anche di questo. fla. ama.

Cuneo fiscale, più del contratto

da ItaliaOggi

Marco Nobilio

Busta paga più pesante per il personale della scuola da luglio 2020. Non grazie al rinnovo del contratto, per il quale ancora non ci sono risorse fresche e l’apertura del negoziato, ma per il dl sul cuneo fiscale. Il 23 gennaio scorso il governo Conte II ha approvato il decreto-legge che riduce la pressione fiscale sul lavoro dipendente e che nella scuola avrà una importante applicazione.Il provvedimento prevede incrementi in busta paga fino a 100 euro mensili, che però assorbiranno la detrazione di imposta già prevista dal comma 1-bis dell’articolo 13 del Testo unico delle imposte dirette. Dal 1° luglio 2020, dunque, il bonus di 80 euro aumenterà a 100 euro mensili per chi ha un reddito annuo fino a 26.600 euro lordi. Coloro che invece percepiscono un reddito da 26.600 euro a 28.000 euro, che erano esclusi dalla detrazione di imposta, beneficeranno per la prima volta di un incremento di 100 euro al mese in busta paga.

Per i redditi a partire da 28.000 euro, sarà introdotta invece una detrazione fiscale equivalente, che decrescerà fino ad arrivare al valore di 80 euro in corrispondenza di un reddito di 35.000 euro lordi. Oltre questa soglia, l’importo del beneficio continuerà a decrescere fino ad azzerarsi al raggiungimento dei 40.000 euro di reddito.

La platea dei beneficiari, dunque, comprende, praticamente, tutto il personale della scuola: sia chi percepisce già la detrazione prevista dal Tuir, che chi ne era stato escluso. Anzi, soprattutto gli esclusi: specialmente i docenti. Facciamo qualche esempio partendo dai docenti di scuola dell’infanzia e primaria. Questa tipologia di personale con la disciplina previgente percepiva la detrazione di imposta solo fino a quando non superava il primo gradone (da 0 a 8 anni di servizio). Che prevede una retribuzione annua di 25.213,02 euro. Dunque, inferiore alla soglia di 26.600 euro, oltre la quale non se ne ha più diritto.

Il beneficio si perdeva fin dall’inquadramento nel secondo gradone (da 9 a 15) per il quale è prevista la retribuzione annua di 27.700,16 euro. Adesso, già nel primo gradone, le maestre di scuola dell’infanzia e primaria percepiranno una detrazione netta piena di 100 euro al mese. Che assorbirà la detrazione già in godimento. Ma la detrazione di 100 euro mensili sarà applicata anche dopo il passaggio al gradone successivo. E sarà attribuita fino alla cessazione dal servizio e anche dopo la maturazione dell’ultimo gradone (da 35 anni in poi). Perché la retribuzione annua del docente di scuola dell’infanzia e primaria, al quale sia stata attribuita la classe stipendiale 35, comunque è pari a 33.738,82 euro lordi annui. I benefici riguardano anche i docenti che non fruivano della detrazione degli 80 euro in quanto percettori di retribuzioni annue lorde superiori ai 26,600 euro.

Per esempio, il docente di scuola secondaria di I grado inquadrato nella classe stipendiale 15 e, cioè nel gradone che va da 16 a 21 anni di servizio. Il docente in questione, prima totalmente escluso dalla detrazione degli 80 euro, con le nuove disposizioni avrà un incremento in busta paga di circa 92 euro netti mensili. Analogo beneficio sarà fruito anche dal collega più anziano che insegna alle superiori che, se inquadrato nella classe stipendiale 21 (e cioè nel gradone da 22 a 27 anni) comunque otterrà un incremento pari a 83 euro netti mensili.

Quanto al criterio di calcolo, il decreto legge prevede tre situazioni. La prima è quella del lavoratore che percepisce un reddito non superiore a 28.000 euro. Per il quale le nuove disposizioni prevedono 100 euro nette in più in busta paga, che però assorbono le detrazioni già in godimento. Il che vuol dire che la detrazione non si somma a quella già in godimento, ma viene semplicemente aggiunta la differenza.

Per esempio, se guadagna 24.000 euro lordi l’anno, già gode di una detrazione di circa 80 euro e otterrà solo un’ulteriore detrazione di 20 euro mensili in più. Chi guadagna dai 26.660 euro ai 28.000 euro l’anno, però, non godendo di alcuna detrazione, otterrà la detrazione intera, pari a 100 euro netti in più al mese. La seconda situazione è quella dei lavoratori che guadagnano più di 28.000 euro, ma non più di 35.000 lordi l’anno.

A questi lavoratori spetteranno 80 euro netti mensili più un importo aggiuntivo fino a quasi 100 euro che decrescerà a mano a mano che ci si avvicinerà ai 35.000 euro fino ad azzerarsi. Fermo restando gli 80 euro. Infine, l’ultima situazione giuridica è quella del lavoratore che percepisca un reddito compreso tra più di 35.000 euro e fino a 40.000. In questo caso la detrazione spetterà per la parte corrispondente al rapporto tra l’importo di 40.000 euro, diminuito del reddito complessivo, e l’importo di 5.000 euro.

Per questa fascia reddituale, quindi, l’ulteriore detrazione continuerà a decrescere linearmente fino ad azzerarsi al raggiungimento di un livello di reddito pari 40.000 euro. Lo stanziamento previsto a copertura delle detrazioni è pari a 2.947,4 milioni di euro per l’anno 2020 e 596,3 milioni di euro per l’anno 2021. Il costo degli incrementi in busta paga è stimato nell’ordine di 1.922 milioni di euro e i minori introiti relativi all’Irpef in 1.614,8 milioni di euro, mentre la perdita di gettito di addizionale regionale e comunale sarà pari a -4,6 e -1,8 milioni di euro.

Pensioni, ecco come funziona il riscatto agevolato ante 1996

da ItaliaOggi

Carlo Forte

Riscatto di laurea con importi agevolati purché si opti per il sistema contributivo. La novità deriva da un’interpretazione adottata dall’Inps con la circolare 6 del 22 gennaio scorso. L’ente previdenziale ha spiegato che la possibilità di riscattare i periodi relativi alla durata legale del corso di laurea, che l’interessato abbia utilizzato come titolo di accesso all’insegnamento, vale anche per chi abbia frequentato il corso di studi prima del 1996.

Ma è necessario che il lavoratore risulti in possesso dei requisiti previsti dalla legge Dini. E cioè che sia in grado di vantare meno di 18 anni di contributi versati prima del 31 dicembre 1995.

Data che fa da termine entro il quale il lavoratore, per mantenere il diritto ad andare in pensione con il più vantaggioso sistema retributivo, deve avere maturato almeno 18 anni di contributi. In più, sempre per fruire del diritto al riscatto agevolato della laurea, l’interessato dovrà vantare, al momento del riscatto, almeno 15 anni di contributi versati e almeno cinque anni di contributi dopo il 1995.

In ogni caso l’accesso all’agevolazione, che comporta, praticamente, almeno il dimezzamento degli importi da versare rispetto al riscatto con il sistema retributivo, è vincolata alla previa opzione per tutti i contributi versati al sistema contributivo. Un sistema più svantaggioso rispetto al retributivo. Perché mentre quest’ultimo calcola l’importo della pensione sulla base della media delle retribuzioni percepite dal lavoratore negli ultimi dieci anni di servizio, il sistema contributivo calcola l’importo semplicemente in riferimento alla massa dei contributi versati fino alla cessazione dal servizio. Pertanto, la convenienza nell’accesso al riscatto agevolato è inversamente proporzionale al numero degli anni di contributi che ricadono nel sistema retributivo. Vale a dire, gli anni prestati prima del 31 dicembre 1999.

Più è alto il numero di questi anni e meno potrebbe risultare conveniente accedere a tale beneficio. Fermo restando che il vantaggio al quale accede il lavoratore che decide di riscattare gli anni di laurea è quello di anticipare l’accesso alla pensione.

Ogni anno riscattato, infatti, vale come se si trattasse di un anno di servizio coperto dalla contribuzione. Il riscatto agevolato è particolarmente vantaggioso, invece, per le lavoratrici che esercitino la cosiddetta opzione donna. Tale opzione, infatti comporta comunque l’opzione dal retributivo al contributivo e consente di anticipare l’accesso alla pensione al compimento del 58esimo anno se si possiedano 35 anni di contributi.

Presunti maltrattamenti a scuola: aumentano di 14 volte in 6 anni, legame con età docenti. Soluzione è nel dirigente

da Orizzontescuola

di Vittorio Lodolo D’Oria

Il fenomeno dei presunti maltrattamenti a scuola (PMS) non è ancora stato studiato nel tempo e necessita di una riflessione critica almeno nel medio periodo. Disponendo oggi di una serie di dati, relativi agli ultimi sei anni, possiamo approfondirne la natura e le caratteristiche dei PMS proponendo un ragionamento strutturato, prodromico alla soluzione del problema.

Materiali e metodi

Sono stati analizzati i casi di PMS, nel periodo 2014-2019, occorsi a livello prescolare e scolastico negli asili nido comunali, nelle scuole dell’infanzia e nelle scuole primarie statali. Sono state invece escluse dal conteggio tutte le strutture private non paritarie in quanto adottanti sistemi di selezioneassunzione e formazione del personale affatto differenti. Si sono così potuti valutarenell’ordine: i casi di PMS; i docenti coinvolti stratificati per sesso ed età; la tipologia dei denuncianti; l’appartenenza degli inquirenti; il tipo di reato ipotizzato; i tempi medi di posizionamento delle telecamere per le audiovideointercettazioni (AVI); la sede geografica della scuola e il suo decentramento; la media dell’anzianità di servizio dei docenti. Per i tempi lunghi dei procedimenti penali non si sono potuti ancora raccogliere e valutare dati significativi riguardanti gli esiti dei processi in quanto solo un numero esiguo ha ultimato l’iter giudiziario (si ricordi a titolo di esempio che i più famosi processi alle maestre di Brescia e di Rignano Flaminio sono giunti a conclusione – con assoluzione in Cassazione – dopo 8 anni di giudizio e imponenti spese). Da ultimo è stata effettuata la medesima analisi, con motori di ricerca, utilizzando specifiche parole chiave inglesi (pupils, children, student, mistreatment at school) per valutare l’incidenza del fenomeno negli altri Paesi UE ed extra-UE.

Dati e risultati

Complessivamente i casi di PMS individuati nel periodo in esame sono stati 137 per un totale di 255 docenti indagati (249 F e 6 M) ripartiti nel seguente ordine di scuola: 16 nidi comunali; 85 scuole dell’infanzia; 36 scuole primarie. Dal 2014 a oggi, le indagini di PMS aumentano di 14 volte.

Nel Nord del Paese si sono verificati 41 casi di PMS (30%), mentre 35 (25%) hanno avuto origine al Centro, infine 61 (45%) al Sud e nelle Isole. La maggior parte dei casi (97) si è verificata nei paesi di provincia, mentre la restante ha avuto luogo all’interno dei centri urbani (40).

In 125 casi (92%) sono stati i genitori a sporgere denuncia direttamente all’Autorità Giudiziaria (A.G.), mentre in 12 casi (8%) sono stati i colleghi, i collaboratori scolastici e il dirigente scolastico (4 casi per ciascuna delle tre tipologie di denuncianti).

Il reato ipotizzato risulta essere per 125 casi (92%) quello di maltrattamenti (art. 572 cp) e 12 volte (8%) quello di abuso dei mezzi di correzione (art. 571 cp). La durata media dei tempi di AVI con telecamere è di 45 giorni con un minimo di 15 giorni fino a un massimo di 3 mesi. Le Forze dell’Ordine che hanno raccolto le denunce ed eseguito le indagini appartengono all’Arma dei Carabinieri (64%) e alla Polizia di Stato (28%), mentre in misura del tutto trascurabile alla Guardia di Finanza (4%), alla Polizia Municipale (3%) e alla Polizia Postale (1%).

Tra i dati più significativi rientra l’età media dei docenti inquisiti che rimane stabile tra i 54 e i 57 anni per tutti i sei anni di osservazione.

Discussione

Dei 137 casi di indagine per PMS, 71 (52%hanno visto contemporaneamente coinvolta più di una maestra, mentre 66 (48%) sono stati gli interventi su di un singolo docente. Mentre non è dato sapere

– sempre che ve ne siano – quante sono le indagini che vengono archiviate pur essendo stata disposta e autorizzata l’attività di AVI, possiamo tranquillamente affermare che il ricorso alle telecamere nascoste aumenta sensibilmente il rischio di coinvolgere altri docenti (sui quali spesso non grava peraltro alcuna denuncia) che lavorano a contatto con quelli denunciati. In altre parole, appare del tutto evidente l’influenza della “pesca a strascico” realizzata con le intercettazioni.

Distribuzione dei PMS. La scuola dell’infanzia risulta essere la realtà in cui si ha il maggior numero di PMS (62%), mentre nella primaria il numero è sensibilmente minore (26%) nonostante il più alto numero di istituti e il ciclo scolastico più lungo (5 anni vs 2/3). Mentre conosciamo i dati dei PMS che danno origine a un procedimento giudiziario, non ci è dato di sapere – come detto – il numero di denunce complessivo dei procedimenti archiviati. I casi di PMS sembrano essere distribuiti nel Paese con una netta prevalenza nel Sud e Isole soprattutto col trascorrere degli anni: 30% al Nord; 24% al Centro; 46% al Sud e Isole. Il fenomeno sembra inoltre prediligere la realtà di provincia (65%) rispetto a quella urbana (35%).

Nel periodo in esame il numero di casi d’indagine per PMS è raddoppiato dal 2014 al 2015 ed addirittura triplicato dal 2015 al 2016 mentre, nel biennio successivo (2017-2018), è risultato sostanzialmente stabile mantenendosi sui valori di picco raggiunti proprio nel 2016. Dal 2018 al 2019 si è invece registrato un’esplosione del fenomeno superiore al 100%. Diverso è l’andamento del numero delle maestre coinvolte (248 in totale): nel primo biennio stabile (2014-2015), nel secondo (2016-2017) quasi triplicato, nel 2018 presenza di un ulteriore aumento del 30% del numero degli indagati. Nonostante il 2018 avesse fatto registrare il record assoluto di maestre inquisite, nel 2019 si è avuto un’impennata dei casi col raddoppio delle maestre indagate. Dispiace constatare che, nonostante il fenomeno sia in vertiginosa crescita (+ 104% rispetto all’anno precedente), la risposta istituzionale è ancora ferma all’inutile diatriba sull’introduzione delle telecamere nelle scuole.

Autori delle denunce di PMS. Discussione a parte meritano le tipologie di persone che sporgono denuncia di PMS all’A.G. Se i genitori ne rappresentano la maggior parte (92%), assolutamente

irrisoria è la percentuale dei colleghi (docenti 4%) o dei collaboratori scolastici (personale ATA 2%) o del dirigente scolastico (2%) che effettuano le denunce. È forse questo il dato più sorprendente in assoluto che occorre spiegare compiutamente. Se un genitore avesse di che lamentarsi per un qualche motivo (tanto più se riguardante l’incolumità del figlio piccolo) potrebbe in prima istanza rivolgersi al docente stesso e, se insoddisfatto, in seconda battuta, al dirigente scolastico tra le cui incombenze rientrano la vigilanza e la tutela dell’incolumità della piccola utenza. Non possiamo sapere se i tanti genitori che hanno denunciato i docenti sono prima passati dall’ufficio del dirigente, ma possiamo affermare che, se così fosse avvenuto, a giudicare dai risultati, costoro non avrebbero trovato soddisfazione. Che il dirigente scolastico costituisca il nodo nevralgico del sistema lo testimoniano due circostanze aggiuntive inoppugnabili: 1) nessuno meglio del dirigente stesso conosce il sistema educativo-scolastico-pedagogico in cui la scuola opera; 2) nel sistema inglese una qualsiasi denuncia contro i docenti deve essere sempre accompagnata da un verbale di colloquio col dirigente, recante i tentativi esperiti dal preside per porre rimedio alla situazione. Del tutto unica, e fortunatamente minoritaria, è infine la situazione in cui lo stesso dirigente si reca all’A.G. a sporgere denuncia in caso di PMS, non ritenendo di propria competenza nemmeno l’effettuazione di una verifica e sottraendosi alle proprie mansioni (2° c art. 40 cp), rifugiandosi altresì nell’obbligo di legge che lo costringerebbe a denunciare una notizia di reato (art. 331 cpp). Considerato che le ipotesi di reato (maltrattamenti nell’85% dei casi e abuso dei mezzi di correzione nel 15%) non hanno mai riguardato ferite gravi o fatti di sangue, non è peregrino ritenere che la scelta dell’ipotesi di reato da parte del PM sia in buona parte dettata dal fatto che l’attività di AVI è consentita dalla legge unicamente qualora vi siano gravi indizi di reato. Se infatti il massimo edittale del reato ipotizzato supera i cinque anni di reclusione, il PM può chiedere al GIP l’autorizzazione per ricorrere all’uso delle intercettazioni, mentre il solo abuso dei mezzi di correzione (art. 571 c.p.) non sufficiente. Dal canto loro i dirigenti avrebbero sempre dovuto esercitare il loro mandato a vigilareverificare, controllare e, se del caso, intervenire per cercare di trovare una soluzione, evitando cosìalla piccola utenza di rimanere esposta a eventuali e ulteriori angherie a causa dei necessariamente lunghi tempi d’indagine1. A fronte di detta situazione, nei 137 casi d’indagine per PMS, il dirigente scolastico è stato sorprendentemente chiamato a rispondere per inadempienza per sole 11 volte (8%), a riprova del fatto che l’Autorità Giudiziaria non sembra comprendere le reali responsabilità in capo al dirigente. È pur vero che molti dirigenti scolastici possiedono numerosi plessi, sparsi sul territorio e difficili da seguire, e spesso sono anche titolari di una o più reggenze, tuttavia la vigilanza sull’incolumità dei minori non può venire mai meno e può essere espletata avvalendosi dell’aiuto di vicari, vicepresidi o collaboratori del dirigente stesso.

Età anagrafica e anzianità di servizio degli indagati. Vale ora la pena affrontare la questione dell’età dei docenti denunciati, rammentando che è da poco stata riconosciuta come “usurante” la professione delle maestre della scuola dell’infanzia. La loro età media è decisamente alta (56,4 anni), mentre sono 3% i casi sotto i 40 anni, 15% i casi sotto i 50 anni, rispettivamente 48% e 34% i casi sotto e sopra i 60 anni. È evidente la progressione dei casi di PMS con l’aumentare dell’età e del numero delle cosiddette maestre-nonne. Il fenomeno va di pari passo con l’anzianità di servizio di cui però non sono disponibili i dati (comunque facilmente desumibili) tenendo in considerazione, tra le numerose variabili, anche i precedenti meccanismi di assunzione che non prevedevano l’obbligo della laurea per la scuola dell’infanzia. I suddetti accorgimenti inducono a ritenere, come cauta stima, un’anzianità di servizio media di 33 anni circa.

L’usura psicofisica del lavoratore aumenta progressivamente col trascorrere degli anni lavorati e deve essere monitorata nonché prevenuta a norma di legge (art.28 DL 81/08). Ancora una volta è chiamato in causa il dirigente scolastico che è, a tutti gli effetti, equiparato al datore di lavoro nonché responsabile di monitoraggio e prevenzione dello Stress Lavoro Correlato dei docenti. Il DL 81/08 però non è stato finanziato dall’Istituzione, né la stessa ha attivato forme di controllo e verifica circa la sua applicazione, pertanto la prevenzione della salute professionale a scuola resta lettera morta. Anziché porre riparo alle suddette (gravi) inadempienze (si pensi inoltre che il T.U. per la tutela della salute dei lavoratori ha superato i 12 anni di vita restando inapplicato a scuola), il legislatore ha riformato la previdenza “al buio”, prescindendo cioè dai dati di salute professionale della categoria docente. Il grafico soprastante sembra indicare inequivocabilmente che le denunce per PMS aumentano col progredire dell’età e dell’anzianità di servizio. Viene così definitivamente a cadere l’ipotesi che i PMS hanno luogo per una innata “indole malvagia” delle maestre anziché per sfinimento e logorio psicofisico professionale. Se la causa di tutto fosse infatti “l’indole malvagia” del docente, avremmo un’età media molto più bassa perché l’insegnante sarebbe “cattivo” coi bimbi fin dall’inizio della sua attività e per tutto il tempo restante. Anche nel caso che il PMS traesse origine da problemi di natura medico-sanitaria, il dirigente è dotato di appositi strumenti d’intervento sul singolo docente quali l’affiancamentol’indagine ispettival’accertamento medico d’ufficio nonché il ricorso all’immediata sospensione cautelare, in caso di imminente pericolo, a tutela del lavoratore e della stessa utenza (DPR 171/11). Tuttavia, la totale assenza di formazione dei dirigenti sulle loro incombenze medico-legali – fin dalla fase del concorso per entrare in ruolo – tende a vanificare l’utilità dei suddetti strumenti. In nessuno dei 248 docenti indagati, il dirigente scolastico ha adottato un provvedimento urgente e immediato di sospensione cautelare in vista di un accertamento medico d’ufficio (DPR 171/11). Questo dato–di per sé inaudito–può essere statodeterminato prevalentemente da quattro ragioni: 1) il preside non era a conoscenza dei fatti (elemento di per sé grave per mancata o insufficiente vigilanza); 2) ha gestito la situazione prediligendo una “insabbiatura” della questione, magari “a tutela del buon nome della scuola”; 3) non ricorre ai succitati provvedimenti per timore di denunce per mobbing; 4) non conosce i propri compiti medico-legali, né gli strumenti per farvi fronte. Ricordiamo infine che il legislatore, affida al dirigente scolastico (Art. 3 DPR 171/11) il difficile compito di riconoscere “quelle situazioni in cui il lavoratore presenti disturbi del comportamento gravi, evidenti e ripetuti ovvero condizioni fisiche che fanno fondatamente presumere l’esistenza dell’inidoneità psicofisica al servizio”.

Telecamere e audiovideointercettazioni (AVI). Pur essendo invocate da molti (inclusa la maggioranza assoluta dei docenti) le telecamere sono uno strumento di prevenzione secondaria e presentano numerosi limiti. La prima questione riguarda i tempi di registrazione: questi non sono né contingentati, né predefiniti, quasi che la “pesca a strascico” fosse lo strumento principe per la ricerca di prove che vanno trovate a ogni costo. La durata media delle intercettazioni si attesta intorno ai 45 giorni. L’utilizzo delle AVI presenta numerosi altri limiti: la sola selezione avversa delle immagini; la realizzazione di trailer a senso unico con “progressivi” negativi; la decontestualizzazione degli episodi; la drammatizzazione delle trascrizioni da parte di non-addetti-ai-lavori che nulla sanno e conoscono di educazione-insegnamento-pedagogia-sostegno alla disabilità in ambiente scolastico.

Ricerca dei PMS negli altri Paesi (parole chiave usate nella ricerca: “pupil, children, student mistreatment at school”). Per verificare la consistenza del fenomeno dei PMS nel mondo è stataeffettuata una ricerca analoga alla presente per individuare articoli, studi e pubblicazioni sull’argomento. Il motore di ricerca ha dapprima curiosamente ribaltato i termini della questione, evidenziando come il vero problema sia costituito dal fenomeno opposto (cioè la violenza degli studenti nei confronti degli insegnanti). In seconda battuta ha individuato veri e propri studi scientifici sui PMS solamente in alcuni Paesi in Via di Sviluppo (Uganda-2018, Cambogia-2017, India 2019). Tra gli articoli evidenziati si trovano due soli link relativi ad altrettanti episodi di PMS: in Nuova Guinea a Auckland e nel New Jersey (US). Spicca invero l’assenza di articoli e studi nei Paesi della UE. Va tuttavia ricordato, come anzidetto, che vi sono Paesi che hanno adottato accorgimenti snelli e funzionali per poter tutelare tempestivamente la piccola utenza senza dover attendere i tempi farraginosi di un’azione legale. Per sporgere una denuncia all’Autorità Giudiziaria (AG) in UK occorre infatti prima presentare un verbale di colloquio attestante l’investitura del dirigente scolastico del problema, e le relative contromisure per farvi fronte con i risultati conseguiti. Il metodo utilizzato in UK è affatto identico a quello ante 2014 seguito in Italia quando il dirigente scolastico rispondeva della tutela della incolumità degli alunni. Anni in cui, a differenza di oggi, il preside non veniva cortocircuitato dai genitori attraverso il ricorso diretto all’AG. Appare pertanto indispensabile che i dicasteri di Istruzione e Giustizia ristabiliscano un modus operandi risolutivo, efficace e tempestivo che eviti di amplificare il problema e accrescere la sfiducia delle famiglie nell’Istituzione scolastica. La Scuola ha tutta la conoscenza e gli strumenti per risolvere in proprio (come ha fatto negli anni precedenti a questa ricerca) il fenomeno dei PMS, in modo che la Giustizia possa liberare persone e risorse per altri interventi irrinunciabili.

Conclusioni

Il fenomeno dei PMS in Italia è in evidente crescita ed è verosimilmente legato anche all’elevata età anagrafica dei docenti italiani (forse un primo effetto Monti-Fornero?), nonché alla loro anzianità di servizio. Le riforme previdenziali “al buio”, operate negli ultimi 28 anni, hanno ribaltato radicalmente la situazione e le timide contromosse (vedi “APE social”, “opzione donna”, “Quota 100”) non sono sufficienti a tamponare gli effetti di una professione riconosciuta psicofisicamente usurante solo a chi insegna nella scuola dell’infanzia, negando immotivatamente lo stesso riconoscimento a tutti gli altri docenti.

Contrariamente a quanto si poteva immaginare, la risposta giudiziaria non sembra essere la soluzione adeguata al problema – che ha semmai contribuito a ingigantire – per i tempi troppo lunghi che richiedono le indagini e per i metodi (AVI) utilizzati da inquirenti non-addetti-ai-lavori, che si trovano per giunta a operare in un ambiente particolare e delicato quale quello scolastico.

Si provvede a stilare di seguito una lunga lista – che sarà discussa in altra sede – contenente la sintesi dei limiti dell’intervento giudiziario nella scuola.

  1. Inquirenti-non-addetti-ai-lavori (la giustizia non si intende di scuola)
  2. Privazione del diritto alla riservatezza sul posto di lavoro (art. 4 Statuto dei Lavoratori) poichési tratta a tutti gli effetti di un’indagine professionale
  3. Cortocircuitazione del Dirigente Scolastico da parte di genitori e A.G.
  4. Ricerca della prova privilegiata rispetto a prevenzione primaria del reato
  5. Tempi di indagine lunghi (mesi) prima di intervenire e costi altissimi per la comunità
  6. Pochissime indagini (4%) sono state effettuate senza telecamere e l’unico caso andato a sentenza si è risolto con un’assoluzione
  7. Non è previsto alcun contingentamento a priori dei tempi per le AVI (modalità nota come “pesca a strascico”) e questo sistema, attraverso i continui rinnovi di autorizzazioni del GIP alle intercettazioni, influisce grandemente sull’esito delle indagini
  8. Intervento intempestivo dell’A.G. vs possibile azione immediata del Dirigente Scolastico (DS)
  9. Prolungata esposizione minori a eventuali vessazioni, intimidazioni, violenze maestra
  10. Selezione avversa ed estrapolazione degli episodi dalle AVI
  11. Decontestualizzazione degli agiti contestati che non hanno né un “prima”, né un “dopo
  12. Drammatizzazione trascrizioni degli episodi contestati da inquirenti non-addetti-ai-lavori
  13. AVI contestate sempre inferiori allo 0,1-0,4% delle intercettazioni totali
  14. Nessun peso attribuito al restante 99,9-99,6% ritenuto professionalmente appropriato
  15. Nessun giudice visiona mai per intero le AVI nonostante esplicite sentenze Suprema Corte
  16. Criteri di sistematicità e abitualità dei maltrattamenti arbitrari e senza visione totale delle AVI
  17. Denunce genitori su de relato figli minori non scolarizzati la cui attendibilità è da verificare
  18. Ricorso ad audizioni protette di minori con rischio di far rivivere loro un trauma, sapendo di dover saggiare attendibilità e condizionamento di genitori suggestionati da gruppi WA e mass-media
  19. Gogna mediatica per indagato (sempre incensurato) e famiglia con rischio salute, vita etentati suicidi (a oggi si riconoscono due decessi prematuri e alcuni tentati suicidi di maestre)
  20. Costituzione di parte civile di genitori, Comuni e associazioni alla ricerca di elevati (in talunicasi di alcune centinaia di migliaia di euro) quanto improbabili indennizzi da parte di maestre che vivono del solo stipendio, spesso dimezzato per la sospensione dall’incarico.
  21. Il cosiddetto “reato di violenza assistita”, i cui eventuali effetti sul minore non devono essere dimostrati, né certificati, offre a tutti i genitori degli alunni della classe di ottenere un risarcimento anche se il loro figlio non è stato fatto oggetto di maltrattamenti.
  22. Frequente dimenticanza delle responsabilità medico-legali del DS (tutela salute docenti e incolumità alunni) nella vicenda.
  23. Spettacolarizzazione dei casi attraverso i mass-media (spesso con ricorso a immaginiestrapolate o di repertorio) finalizzata al clamore e conseguente gogna mediatica
  24. Nessuna distinzione, da parte dell’art. 572, tra educazione in ambito familiare ed educazione impartita a scuola che è considerato ambiente parafamiliare (di gruppo anziché individuale, con diversa educazione, provenienza, etnia, religione, abitudini, condizioni sociali, abilità individuali…)
  25. Di fronte a un’ipotesi di reato di abuso dei mezzi di correzione (art. 571 cp) non risulta tuttavia esplicitamente codificato un elenco ufficiale e condiviso dei mezzi di correzione leciti e legittimi. Pertanto, in assenza di una lista bianca e una lista nera dei mezzi di correzione, lo spaesamento di inquirenti e giudici non-addetti-ai-lavori non può che essere generale ed esitare in sentenze tra loro fortemente disomogenee.
  26. Le sentenze di condanna a oggi emesse in primo grado o in appello oscillano tra un minimo di 20 giorni di condanna e un massimo di 4 anni e 8 mesi, con una media di 1 anno e due mesi. Siamo ben lungi dal massimo edittale di 7 anni del reato per maltrattamenti e sempre al di sotto dei anni che inducono a definire “grave” un reato consentendo al PM di ricorrere all’uso delle AVI previa autorizzazione del GIP.

La tutela della piccola utenza necessita di risposte tempestive che solo un dirigente scolastico preparato può garantire, senza dover attendere i tempi lunghi di una denuncia, lo svolgimento di indagini o l’adozione di un provvedimento interdittivo. Se in tutti questi anni non si è verificato, finora, un fatto “gravissimo o di sangue” a danno dei piccoli (come quelli che avvengono in famiglia tanto per essere espliciti), lo dobbiamo più alla buona sorte che alla tempestività dei nostri interventi, all’irrilevanza del problema o all’attività di prevenzione svolta a tutela della salute professionale dei docenti.

Se quindi il problema non risiede nell’indole perversa di pochi insegnanti, ma piuttosto nell’usura psicofisica professionale, occorre che il legislatore riveda tutti i punti fin qui trascurati quali la previdenza, il riconoscimento e la prevenzione delle malattie professionali degli insegnanti infineun’adeguata formazione dei dirigenti sui loro doveri. Perché invece, di fronte al problema serio e crescente dei PMS, le istituzioni tacciono anziché attivare immediatamente un tavolo interministeriale MPI-MGG e adottare soluzioni efficaci? La soluzione giudiziaria non solo si è rivelata fallimentare ma – come detto e dimostrato – ha ingigantito a dismisura il fenomeno dei PMS (le indagini sono aumentate 14 volte in 6 anni e sono state del tutto intempestive rispetto all’eventuale urgenza nella tutela dei piccoli). La scuola non necessita di interventi esterni, ma deve riguadagnare autorevolezza al suo interno. Questa promana da dirigenti scolastici preparati e competenti su quelle incombenze medico-legali ignorate dalle stesse istituzioni persino in sede concorsuale. Un MPI che trascura la formazione dei propri dipendenti, che assiste in pavido silenzio all’invasione della giustizia nelle scuole e che abbandona le maestre a un’opinione pubblica forcaiola, non può che raccogliere a piene mani la sfiducia delle famiglie oggi sempre più inadeguate e sole nel difficile compito di crescere le nuove generazioni.

Riscatto laurea agevolato: ecco il costo per 4 anni di studio

da Orizzontescuola

di Patrizia Del Pidio

Costo e condizioni per poter accedere al riscatto laurea agevolato esteso anche agli anni precedenti al 1996. Vediamo il caso.

Buongiorno,
Sono una docente di scuola secondaria di secondo grado. Ho 52 anni e sono entrata di ruolo il 01/09/2001 con decorrenza giuridica al 01/09/2000 .
Ho riscattato 2 anni di pre- ruolo. ( derivanti da insegnamento dopo il 1996).
Prima del 31/12/96  ho lavorato per alcuni mesi presso le Poste ed altri mesi  presso una ditta con contratto part- time.
Non ho riscattato gli anni di laurea in passato perché troppo esoso.
Ora mi chiedo, in virtù delle ultime notizie in merito al riscatto laurea agevolato, essendo già nel sistema contributivo, avendo lavorato per  pochi mesi prima
del 31/12/96, considerando la mia età anagrafica e gli anni di servizio effettuati e restanti per andare in pensione, chiedevo un chiarimento in merito alla possibilità effettiva di poter riscattare gli anni di laurea ( tutti e 4 o in parte) ed i costi per anno.
Ringrazio anticipatamente per la disponibilità .
Cordialmente

Con il riscatto agevolato della laurea il costo è di circa 5.200 euro per ogni anno riscattato (per 4 anni di studio, quindi, il costo totale supera di poco i 20.800 euro).

Per poter fruire del riscatto agevolato, collocandosi, presumo, gli anni di studio prima del 1996 e avendo, in ogni caso contributi versati prima di tale data, dovrà optare per il calcolo dell’assegno pensionistico per l’opzione contributiva. I requisiti richiesti per tale opzione sono di avere almeno 15 anni di contributi versati, che almeno 5 anni di contributi si collochino dopo il 1996 e di non possedere più di 18 anni di contributi versati prima del 1996.

Nel suo caso, quindi, il riscatto agevolato è possibile sia per tutti e 4 gli anni che solo per una parte del periodo di studi.

Il limite di età dei 45 anni, così come specificato nella circolare6/2020 dell’INPS decade rendendo l’agevolazione accessibile a tutti coloro che possono scegliere l’opzione contributiva.

circolare INPS numero 6 del 22-01-2020