Metafore e insegnamento: guidare gli alunni “mano nella mano”

Metafore e insegnamento: guidare gli alunni “mano nella mano”

di Angela Lagreca

 

Uno dei modi per capire i processi di apprendimento è quello di studiare le metafore utilizzate per descrivere questo processo. Nel 1980 il linguista George Lakoff e il filosofo Mark Johnson nel loro lavoro “Metaphors we live by” (Le metafore di cui viviamo) definiscono la natura della metafora: dar risalto ad alcuni aspetti essenziali di un certo concetto o oggetto per far capire qualcosa evidentemente poco conosciuto o di cui il nostro interlocutore non ha esperienza, sottolineandone similitudini e affinità con concetti più noti[1].

L’uso della metafora, dunque, implica un modo di pensare e un modo di concepire che stanno alla base del modo secondo cui noi comprendiamo in maniera più generale il mondo. Si tratta di una strategia cognitiva che fa leva sulla sintesi, vividezza, densità e rapidità di espressione, che apre nuove possibilità conoscitive e promuove la connessione tra l’esperienza soggettiva e il dato oggettivo, tutto questo sviluppando ed ampliando le possibili relazioni tra immagini, pensieri e sentimenti. Infatti, quando usiamo una metafora facciamo di più che parlare, dipingiamo una scena alternativa nella mente di chi ci sta ascoltando, permettendo a concetti astratti di scavalcare le barriere della logica ed entrare prontamente in contatto con l’inconscio. Le metafore infatti parlano il linguaggio dell’inconscio fatto di immagini, sensazioni ed emozioni.

Le metafore non rappresentano un’invasione occasionale delle parole nel linguaggio figurativo, ma costituiscono le basi del modo di parlare di tutti i giorni. Noi usiamo metafore, spesso in maniera inconsapevole, per spiegare ed anticipare azioni, per fare inferenze, decidere scopi, fare commenti, eseguire piani, sempre sulla base di esperienze cui siamo stati esposti.

Il psicoterapista statunitense Stephen Lankton afferma che le metafore funzionano perché la mente è “metaforica”. Egli spiega che c’è qualcosa di particolare in esse, che ha un profondo effetto sugli ascoltatori, perché insegnano, ispirano, guidano, comunicano, ricordano e sono ovunque[2].

Il filosofo e semiologo Umberto Eco insiste molto sul valore della metafora: la metafora, dice Eco, non serve solamente per stupire o abbellire, ma, soprattutto, ci fa conoscere nuovi aspetti delle cose, stimola la nostra riflessione su opposizioni e analogie fra le cose, o, meglio, fra le unità culturali[3].

Usare le metafore consente di esprimere concetti non sempre facilmente definibili, per diverse ragioni, a volte emotive altre volte cognitive. Consente, inoltre, di individuare aspetti non esplorati del concetto cui ci si riferisce. Non è solo un meccanismo per “abbellire” un discorso, per rendere più accattivante una comunicazione o per dare carica espressiva a un messaggio, ma un dispositivo efficace di comunicazione per trasmettere efficacemente concezioni, pensieri e opinioni. Per questo sono molto usate nella poesia, non solo per dare una forte carica poetica, ma per trasmette con immagini virtuali lo stato d’animo del poeta. Ad esempio: «e il naufragar m’è dolce in questo mare». Con questa metafora Giacomo Leopardi, nell’ode “L’Infinito” esprime metaforicamente il suo stato d’animo che si fonde nella contemplazione del paesaggio che lo circonda e nello stato di serenità che lo coglie, paragonato istantaneamente a un dolce naufragio. Certamente il discorso di Leopardi è “abbellito”, ma la portata del messaggio è maggiore.

Partendo dal presupposto che «le immagini schematiche sono strutture ricorrenti dentro i nostri processi cognitivi che stabiliscono le forme di comprensione e ragionamento costituendo alcune se non addirittura tutte le strutture di base della comprensione umana»[4], si comprende l’uso efficace che le metafore possono avere nel processo di apprendimento/insegnamento.

Nel processo classico di trasmissione delle conoscenze emerge una visione dell’apprendimento statico, che non subisce alcuna trasformazione durante il processo di trasferimento. In pratica si tratta di una visione della trasmissione della conoscenza come di qualcosa di predefinito in partenza, che non merita ulteriori modifiche. L’emittente, quindi, trasmette un contenuto che il ricevente deve comprendere. Questa trasmissione certo non porta a fraintendimenti, ma può creare difficoltà nel recepire il messaggio. Se si creano stimoli durante la trasmissione, la ricezione risulta più semplificata. La metafora può essere appunto uno di questi “meccanismi facilitatori”.

Nell’insegnamento, dunque, possono essere usate come una forma indiretta, immaginativa e implicita di comunicazione sull’esperienza, sui processi o risultati che si possono aiutare a raggiungere.

Vediamo brevemente come le metafore possono essere utili nell’insegnamento.

Esse “parlano” all’inconscio, usano un linguaggio universale, presentano opzioni efficaci, non attaccano direttamente il problema, risvegliano risorse sopite[5]. Questi sono i nove “perché”, che rispondono al quesito sull’utilità dell’uso delle metafore nel campo educativo, processo in cui si guidano i ragazzi “mano nella mano” ad apprendimenti critici di concetti (conoscenza) e di principi (orientamento), sono utili:

1) – per il carattere aperto e multiprospettico, consente di potenziare le capacità analitiche ed euristiche del singolo, di fornire lo spunto per confronti e discussioni in gruppo e favorisce, rispettandolo, l’emergere della soggettività;

2) – perché possono trasformare concetti astratti in immagini concrete, diventando un efficace strumento per aiutare le persone a comprendere concetti astratti o non familiari;

3) – perché possono innescare emozioni, rendendo il discorso più accattivante e, allo stesso tempo, più efficace. Questo aspetto contribuisce a rendere più rassicurante il clima d’aula, condizione fondamentale per dotare gli alunni di quella sicurezza psicologica ed emotiva necessaria all’attivazione di processi di apprendimento e cambiamento;

4) – perché sono interattive, perché richiedono una partecipazione attiva dell’ascoltatore che deve cogliere i diversi possibili significati collegati alla metafora;

5) – perché, essendo in grado di evocare immagini mentali contenute nella memoria episodica, costituiscono un ponte di collegamento tra l’esperienza dell’individuo e il contenuto da apprendere e permette, quindi, una personalizzazione dell’intervento e un rapido coinvolgimento del soggetto;

6) – perché coinvolgono e nutrono l’immaginazione, gettando un ponte tra ciò che è conosciuto e ciò che è ignorato, richiedendo di bypassare le abitudini lineari, logiche a cui si è abituati per risolvere un problema;

7) – perché sviluppano abilità di problem solving;

8) – perché invitano all’azione.

9) – perché sono un modo piacevole di comunicazione[6].

Riassumendo, le metafore «non sono create per stupire in modalità fini a se stesse, sono create per provocare quel giusto disequilibrio cognitivo, necessario perché il nuovo che si sta apprendendo possa farsi un varco e possa insediarsi in mezzo a ciò che conosciamo già»[7], poiché ogni metafora «forma e in-forma: dà “forma a” schemi mentali idonei all’apprendimento di saperi e strategie nuove e “forma in” ambiti più o meno lontani da quelli consueti (ambiti, contesti, situazioni nei quali difficilmente ci si inoltrerebbe se non attratti e “distratti” dal linguaggio metaforico). Il destinatario, dunque, guarda queste esperienze analogiche fornitegli dalla metafora ed è portato (a livello inconscio) a ri-guardare le proprie esperienze e ad operare nuovi collegamenti, in una continua ristrutturazione e ridefinizione di convinzioni personali che talvolta possono limitare l’evoluzione personale, sociale o professionale»[8].

Ovviamente, come tutte le cose, un abuso nell’uso delle metafore può essere destabilizzante nel processo di apprendimento.

 


Bibliografia

Bonomi A., Uso delle metafore concettuali nell’insegnamento/apprendimento dei modelli in chimica, http://www.complexitec.org/doc/Formazione_MD/DidatticaChimica/LavoroMetafore.pdf

Damiano E., Insegnare i concetti. Un approccio epistemologico alla ricerca didattica, Armando, Roma 2004.

Eco U., Semiotica e filosofia del linguaggio, Einaudi, Torino 1984.

Fabbri D., Oltre la metafora: Riflessioni sull’uso e l’abuso della metafora nella formazione, rivista “Adultità”, 20, 2004, pp. 73-82.

Fonzi A., Negro Sancipriano E., La magia delle parole: alla riscoperta della metafora, Einaudi, Torino 1975.

Lakoff G., Johnson M., Metaphors we live by, University of Chicago, Chicago 1980, trad. it. Metafora e vita quotidiana, Bompiani, Milano 2004.

Lankton S.R., Foreword, in R. Battino (Ed.), Metaphoria. Metaphor and guided metaphor for psychotherapy and healing, Crown House, Williston 2002.

 


NOTE

[1] Cfr. G. Lakoff, M. Johnson, Metaphors we live by, University of Chicago, Chicago 1980, trad. it. Metafora e vita quotidiana, Bompiani, Milano 2004.

[2] Cfr. S.R. Lankton, Foreword, in R. Battino (Ed.), Metaphoria. Metaphor and guided metaphor for psychotherapy and healing, Crown House, Williston 2002, pp. 5-15.

[3] Cfr. U. Eco, Semiotica e filosofia del linguaggio, Einaudi, Torino 1984.

[4] M. Johnson, The Body in the Mind. The Bodily Basis of Meaning, Imagination and Reason, University of Chicago Press, Chicago 1997, cit. in A. Bonomi, Uso delle metafore concettuali nell’insegnamento/apprendimento dei modelli in chimica, http://www.complexitec.org/doc/Formazione_MD/DidatticaChimica/LavoroMetafore.pdf, p. 4

[5] Cfr. A. Fonzi, E. Negro Sancipriano, La magia delle parole: alla riscoperta della metafora, Einaudi, Torino 1975.

[6] E. Damiano, Insegnare i concetti. Un approccio epistemologico alla ricerca didattica, Armando, Roma 2004.

[7] D. Fabbri, Oltre la metafora: Riflessioni sull’uso e l’abuso della metafora nella formazione, rivista “Adultità”, 20, 2004, p. 76.

[8] M. Andreoni, La metafora tra formazione e in-formazione, in «Palestra della scrittura», http://www.palestradellascrittura.it/images/Allegati/Tesi/La_metafora.pdf, p.7.

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