Riflessioni sulle riforme
di Rita Manzara
La riforma della scuola per l’anno scolastico 2025/2026 segna un punto di svolta che va oltre la semplice modifica di singoli articoli di legge: è un tentativo esplicito di riallineare finalità, pratiche e strumenti della scuola italiana con le esigenze di una società in rapida trasformazione.
Il pacchetto normativo, noto come Decreto‑Legge n.127 del 9 settembre 2025 e convertito nella Legge n.164 del 30 ottobre 2025, mette al centro alcuni aspetti cruciali: la ridefinizione dell’Esame di Stato, la sicurezza nelle attività fuori sede, l’emergenza edilizia e la valorizzazione del personale, accompagnando il tutto con un rafforzamento dell’autonomia scolastica e le Nuove Indicazioni Nazionali sui curricoli.
Più che un insieme di norme, questa riforma è una sfida organizzativa e culturale: richiede alle scuole di trasformare prescrizioni legislative in pratiche quotidiane coerenti, trasparenti e orientate al benessere formativo degli studenti.
L’esame di Stato
Ripensare la “maturità” significa innanzitutto restituire senso all’esame come momento di sintesi del percorso scolastico. Per troppo tempo l’esame di Stato è stato percepito come un ostacolo da superare, un rito di passaggio che misura prevalentemente la capacità di memorizzare e riprodurre contenuti. La riforma intende cambiare questa prospettiva, valorizzando competenze trasversali, capacità di argomentazione, orientamento e abilità pratiche che preparino i giovani al proseguimento degli studi e all’ingresso nel mondo del lavoro.
Questo spostamento di paradigma è ambizioso e lodevole, ma non privo di difficoltà: per renderlo operativo è necessario che le scuole aggiornino le griglie di valutazione, che i docenti ricevano formazione mirata e che gli studenti siano accompagnati in percorsi di orientamento strutturati e continuativi.
La rimodulazione della composizione delle commissioni d’esame e il maggiore coinvolgimento dei commissari nelle diverse fasi dell’esame di Stato sono tra gli aspetti più discussi. Ridurre il numero dei componenti e ridefinire i ruoli significa, in teoria, rendere più agile e coerente il processo valutativo.
Nella pratica, però, impone una serie di adempimenti: occorre formare i commissari sui nuovi criteri, predisporre strumenti di valutazione condivisi e garantire che le stesse regole siano applicate con omogeneità tra istituti diversi.
Senza questi presupposti, il rischio è che la riforma produca disomogeneità e incertezza, con effetti negativi sui candidati. Per questo motivo la formazione dei docenti chiamati a svolgere funzioni di valutazione non è un optional: è la condizione necessaria perché la riforma non resti sulla carta.
La ridefinizione del peso attribuito al percorso scolastico complessivo, con una maggiore attenzione ai PCTO (ora denominati e regolamentati come Formazione Scuola‑Lavoro), introduce un ulteriore elemento di complessità. Se da un lato è giusto riconoscere il valore delle esperienze pratiche e dell’orientamento, dall’altro è fondamentale che tali percorsi siano progettati con rigore pedagogico e non ridotti a semplici esperienze lavorative occasionali.
La qualità dei PCTO dipende dalla capacità delle scuole di costruire partnership stabili con il territorio, di definire obiettivi formativi chiari e di valutare in modo trasparente i risultati raggiunti dagli studenti. Senza una progettazione attenta, la Formazione Scuola‑Lavoro rischia di diventare un contenitore vuoto, incapace di contribuire in modo significativo alla formazione degli studenti.
La sicurezza nelle attività fuori sede
Accanto alle questioni valutative, la riforma affronta il tema della sicurezza nelle attività fuori sede con norme più stringenti su assicurazioni, requisiti per gli accompagnatori e verifiche preventive sui fornitori. Questo cambiamento risponde a una domanda di responsabilità che proviene dalle famiglie e dalla società: le uscite didattiche non possono essere gestite con improvvisazione. L’inasprimento delle regole richiede alle scuole di dotarsi di protocolli chiari, di modulistica aggiornata e di percorsi di formazione per il personale accompagnatore. È importante che la nuova regolamentazione non si traduca, però, in un eccesso di burocrazia che scoraggi le esperienze fuori dall’aula: al contrario, deve favorire una progettazione delle uscite che le integri nel curricolo e le renda occasioni autentiche di apprendimento.
L’edilizia scolastica
Il capitolo dell’edilizia scolastica è forse quello che più di ogni altro mette in luce il rapporto tra norme e realtà concreta.
Stanziamenti e procedure accelerate per interventi su vulnerabilità sismiche, adeguamenti antincendio e manutenzione ordinaria sono passi necessari, ma la loro efficacia dipende dalla capacità di pianificare cantieri compatibili con il calendario scolastico e di garantire trasparenza sui tempi e sui costi.
I Dirigenti Scolastici, gli uffici tecnici e gli enti locali devono lavorare in sinergia per evitare che gli interventi si traducano in disagi prolungati per studenti e famiglie.
Inoltre, la manutenzione ordinaria non può essere vista come un mero adempimento tecnico: gli spazi scolastici sono parte integrante dell’esperienza educativa e la loro qualità influisce direttamente sulla motivazione e sul benessere di chi li vive quotidianamente.
La valorizzazione del personale
La valorizzazione del personale è un altro nodo cruciale.
La riforma prevede percorsi di stabilizzazione per i precari, incentivi alla formazione e strumenti di carriera che dovrebbero contribuire a migliorare la qualità dell’insegnamento.
Tuttavia, la mera previsione normativa non basta: è necessario costruire percorsi di sviluppo professionale riconosciuti, che includano formazione continua, mentoring, valutazione trasparente e opportunità di crescita legate a competenze effettivamente utili alla didattica contemporanea.
La valorizzazione economica è importante, ma lo è altrettanto la valorizzazione professionale: riconoscere e premiare l’innovazione didattica, la capacità di lavorare in team e l’impegno nella progettazione educativa è fondamentale per costruire una scuola più efficace.
Il rafforzamento dell’autonomia scolastica
Un elemento trasversale a tutte le misure è il rafforzamento dell’autonomia scolastica accompagnato da nuove Indicazioni Nazionali sui curricoli.
L’intento è chiaro: lasciare alle scuole la responsabilità di progettare percorsi coerenti con il contesto territoriale, promuovendo flessibilità e personalizzazione.
Questa prospettiva è positiva se si traduce in una maggiore capacità delle scuole di rispondere ai bisogni reali degli studenti; diventa problematica se l’autonomia non è accompagnata da adeguati strumenti di supporto, monitoraggio e valutazione.
Le nuove Indicazioni Nazionali devono essere interpretate come linee guida che orientano, non come vincoli che limitano la creatività pedagogica.
L’autonomia, per funzionare, necessita di risorse, formazione e reti di collaborazione tra istituti, enti locali e mondo del lavoro.
Dal punto di vista operativo, le scuole si trovano davanti a una serie di scadenze e adempimenti che richiedono una pianificazione rapida e condivisa. Aggiornare i regolamenti d’esame, predisporre piani di formazione per i commissari, rivedere i protocolli per le uscite didattiche, avviare verifiche della situazione edilizia e progettare percorsi di valorizzazione del personale sono attività che non possono essere rimandate.
È fondamentale che i Dirigenti Scolastici coinvolgano il Collegio dei docenti, i Consigli di classe e le famiglie in un processo partecipato, capace di trasformare l’urgenza normativa in un’opportunità di miglioramento.
La comunicazione trasparente con le famiglie è un elemento chiave: spiegare le ragioni delle scelte, i tempi di attuazione e le ricadute pratiche aiuta a costruire fiducia e a ridurre ansie e malintesi.
Sul piano pedagogico, la riforma offre l’occasione per ripensare la didattica in senso più ampio.
Se l’Esame di Stato deve misurare competenze trasversali, allora la didattica quotidiana deve orientarsi verso attività che sviluppino pensiero critico, capacità di problem solving, lavoro di gruppo e competenze digitali. Questo richiede una riflessione sui tempi scuola, sulle metodologie e sulla valutazione formativa.
La valutazione non può essere solo sommativa: deve diventare uno strumento di accompagnamento che aiuti lo studente a comprendere i propri punti di forza e le aree di miglioramento.
In questo senso, la riforma può favorire una scuola più centrata sull’apprendimento e meno sulla performance misurata in modo episodico.
Non va sottovalutato il tema delle disuguaglianze. Qualsiasi cambiamento che richieda risorse, formazione e capacità organizzative rischia di amplificare le differenze tra scuole con maggiori o minori capacità amministrative e finanziarie.
Per evitare che la riforma produca effetti divergenti, è necessario che il Ministero e gli enti locali garantiscano supporto mirato alle scuole più fragili, promuovendo reti di scambio, tutoraggio tra istituti e interventi di accompagnamento. La solidarietà tra scuole e la condivisione di buone pratiche possono essere strumenti potenti per ridurre il divario e assicurare che tutti gli studenti possano beneficiare delle novità introdotte.
Infine, la dimensione culturale della riforma merita attenzione. Cambiare la scuola significa cambiare mentalità: richiede che insegnanti, Dirigenti, famiglie e studenti condividano una visione comune del ruolo dell’istruzione. Questo processo non si esaurisce con l’emanazione di norme; richiede tempo, dialogo e una leadership educativa capace di guidare il cambiamento.
Le scuole che sapranno interpretare la riforma come un’opportunità per rinnovare pratiche, rafforzare comunità educanti e mettere al centro lo sviluppo integrale degli studenti saranno quelle che otterranno i risultati migliori.
La riforma della scuola per il 2025/2026 è dunque un’occasione importante: offre strumenti e risorse per migliorare la qualità dell’istruzione, ma impone anche responsabilità e lavoro concreto. Se le Istituzioni Scolastiche sapranno trasformare le prescrizioni normative in progetti educativi condivisi, se i docenti riceveranno formazione adeguata e se le famiglie saranno coinvolte in modo trasparente, allora la riforma potrà contribuire a costruire una scuola più equa, più efficace e più vicina alle esigenze del nostro tempo. Altrimenti, rischia di restare un insieme di buone intenzioni non pienamente realizzate.
La posta in gioco è alta: non si tratta solo di adeguare procedure, ma di ripensare il senso stesso dell’educazione in una società che cambia.
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