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Decreto Ministeriale 14 maggio 2020, AOOGABMI 3

Incarichi di livello dirigenziale non generale con funzioni tecnico ispettive

Nomina Direttori USR Lazio, Liguria, Lombardia e Sicilia

Nominati i Direttori Generali degli Uffici Scolastici Regionali di Lazio, Liguria, Lombardia e Sicilia

Concluso l’iter di nomina dei Direttori Generali degli Uffici Scolastici Regionali di Lazio, Liguria, Lombardia e Sicilia, vertici ad oggi vacanti. “Da troppo tempo – sottolinea il Ministro dell’Istruzione, Lucia Azzolina – questi posti erano scoperti. Finalmente questi Uffici avranno una guida. Oggi più necessaria che mai in questo particolare momento di emergenza in cui le nostre scuole hanno bisogno di supporto nei territori. Ai nuovi Direttori Generali vanno i miei auguri di buon lavoro”.

Nel Lazio arriva, dagli Uffici di Gabinetto del Ministero, Rocco Pinneri. Il nuovo Direttore Generale della Liguria è Ettore Acerra, fino ad oggi a capo della Struttura che si occupa degli Esami di Stato a Roma. In Lombardia arriva Augusta Celada, già Direttore Generale dell’USR Veneto. In Sicilia ci sarà Stefano Suraniti, già Dirigente dell’Ambito territoriale di Torino.

Prove di smantellamento

Francesco G. Nuzzaci

Tra le pieghe dell’emergenza del Coronavirus si sono registrati due concomitanti eventi.

1. Il primo riguarda un disegno di legge sull’abolizione della chiamata diretta o chiamata per competenze dei docenti, la cui titolarità la legge 107/15 l’ha incardinata negli ambiti territoriali: a giudizio della sua proponente pentastellata, nell’intervista concessa a Orizzontescuola il 19 luglio 2019, “un dispositivo che conferisce ai dirigenti scolastici di fatto la possibilità di ingerirsi nella libertà di insegnamento di ciascun docente, tutelata dalla costituzione”.

Acquisita l’approvazione del Senato, con le “reazioni dei sindacati confederali e dei sindacati di base più che positive”, e passato all’esame della Commissione cultura della Camera dei deputati, pare però essere destinato all’archiviazione. Ciò nonostante, non vi sarebbe motivo per dolersene più di tanto, neanche per i Partigiani della scuola pubblica, di cui la docente e ora senatrice della Repubblica è stata membro attivo; che – delusi – pretendono le dimissioni della ministra Azzolina e del presidente della Commissione Luigi Gallo, anch’essi appartenenti al medesimo Movimento politico.

Non vi sarebbe motivo, poiché  tale istituto – insieme ad altri che intendevano qualificare l’aborrita tecnocratica legge renziana – è già stato fatto indirettamente defungere dal comma 796, articolo unico, della legge 145/18 (legge di bilancio per il 2019). Recita infatti il predetto comma che “a decorrere dall’anno scolastico 2019/2020 le procedure di reclutamento del personale docente e quelle di mobilità territoriale e professionale del medesimo personale non possono comportare che ai docenti sia attribuita la titolarità su ambito territoriale”: con una copertura legale ex post dell’abusiva disapplicazione lucrata dal CCNI sulla mobilità, susseguente all’accordo tra l’allora ministro Bussetti e i sindacati della scuola, e dovendosi comunque prendere atto che esso – meramente opzionale per i dirigenti scolastici – risulta essere stato  messo in pratica in misura marginale per le oggettive difficoltà derivanti dai vincoli di sistema.

2. Analoga sorte aveva investito il c.d. bonus premiale: suo depotenziamento e confluenza nell’indistinto fondo  per il miglioramento dell’offerta formativa – che raccoglie tutte le risorse rimesse alla contrattazione decentrata d’istituto –  ad opera del CCNL di comparto del 19 aprile 2018, con successiva sanatoria della legge di bilancio per il 2020 (comma 249, articolo unico, legge 160/19), che in più ne consente testualmente l’accessibilità all’intero personale della scuola, docente e ATA, a tempo indeterminato e a tempo determinato.

E lo stesso è a dirsi per quel che sarebbe ancora “da rivedere”, ovvero “la parte relativa alle prerogative degli organi collegiali che sicuramente devono recuperare spazio nelle scelte inerenti alla didattica e all’offerta formativa rispetto al dirigente scolastico che ancora determina le linee di indirizzo della scuola”.

Abbiamo non infrequentemente avuto modo, in questa rivista e altrove, di evidenziare la non necessaria enfasi posta dalla legge 107/15 sulla figura del dirigente scolastico e apprezzato, nella versione finale, gli opportuni correttivi di primigenie disposizioni inutilmente muscolari. Resta, indubbiamente, l’anomalia che sottrae per tabulas al Consiglio d’istituto, attribuendolo al dirigente scolastico, il potere di indirizzo politico, relativo alle scelte generali e/o alle priorità dell’istituzione scolastica, pur nel rispetto dei vincoli nazionali e nei limiti di bilancio. Senonché, a una più attenta lettura del testo, l’anomalia si rivela più apparente che reale; e – prendendosi spunto da un passaggio del Piccolo principe – l’essenziale si rende visibile agli occhi.

Difatti, spetta al Consiglio d’istituto l’approvazione del Piano triennale dell’offerta formativa, così come la sua possibile revisione annuale. Il che significa che la determinazione volitiva finale, intestata al Consiglio d’istituto, non può tradursi in una semplice presa d’atto di una decisione autocratica del dirigente. Sicché, per evitare di impantanarsi in un conflitto defatigante, se non paralizzante, con il Consiglio d’istituto – sino a quando lo stesso non debba essere sciolto dall’Ufficio scolastico regionale, con contestuale nomina di un commissario ad acta (oppure fino a quando non debba piuttosto il dirigente scolastico essere trasferito altrove per conclamata incompatibilità ambientale) –, il lemma approvato deve intendersi, ragionevolmente, inclusivo di un preliminare accordo su quello che è “il documento fondamentale costitutivo dell’identità culturale e progettuale delle istituzioni scolastiche ed esplicita la progettazione curricolare, educativa e organizzativa che le singole scuole adottano nell’ambito della loro autonomia”.

La pari necessità di previe interlocuzioni  e di un’adeguata istruttoria, prima dell’emanazione dell’atto di indirizzo, vale nei confronti del Collegio dei docenti; che altrimenti – e a prescindere da tutt’altro che ipotetiche sue resistenze – potrebbe trovarsi nella situazione di dover elaborare il – complesso, articolato, plurale – piano triennale dell’offerta formativa sulla base di non condivise decisioni unilaterali e autoritative.

Così come vale per i mancati contatti, incontri, negoziazioni – sempre sulla bozza, scritta a matita, dell’atto d’indirizzo – con “gli enti locali e con le diverse realtà istituzionali, culturali, sociali ed economiche operanti sul territorio”, che il dirigente scolastico deve necessariamente “promuovere”; così come deve tenere “altresì conto delle proposte e dei pareri formulati dagli organismi e dalle associazioni dei genitori e, per le scuole secondarie di secondo grado, degli studenti”.

A parte l’esplicito e inequivoco dettato normativo, dovrà egli poi ricordare che tra gli elementi-criteri-parametri della sua valutazione sono inclusi la “direzione unitaria della scuola, promozione della partecipazione e della collaborazione tra le diverse componenti della comunità scolastica, dei rapporti con il contesto sociale e nella rete di scuole” e, non meno, “l’apprezzamento del proprio operato all’interno della comunità professionale e sociale” (comma 93).

Dunque, lo spazio degli organi collegialiè già tutto a loro – più che libera – doverosa disposizione.

Rimarrebbe ancora in piedi la facoltà del dirigente di assegnare i docenti a posto comune o di potenziamento. E qui l’intervistata aggiunge di aver presentato un – risolutivo – “altro disegno di legge, fondamentale per prevenire fenomeni di mobbing all’interno delle scuole e casi di burnout nei docenti sui reclami stragiudiziali avverso i provvedimenti dei dirigenti scolastici”.

3. Elaborato al tempo della maggioranza giallo-verde del Conte 1, pensavamo che si fosse volatilizzato come le labili foglie al vento d’autunno, e di non doverne più parlare. E invece no, avendo appreso ieri l’altro che ha avuto avvio, nella Commissione Istruzione al Senato, la sua discussione.

Reca l’anodino titolo di “Modifica all’articolo 25 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, in materia di reclamo al dirigente preposto all’ufficio scolastico regionale”,ma  la sua traduzione è  Ricorso rapido contro il preside-sceriffo.

Se, in luogo di essere mandato al macero, dovesse tradursi in legge, l’attuale assetto (non più) autonomistico delle istituzioni scolastiche risulterebbe stravolto dalle fondamenta e, a fortiori, verrebbe meno la giustificazione della qualifica dirigenziale di chi non avrebbe più ragione di fregiarsene. E non è neanche questo il punto.

Sotto l’ipocrita foglia di fico della “tutela deflattiva del contenzioso” – come si legge nella relazione di accompagnamento – sono sì “fatti salvi” i commi da 1 a 4 del predetto articolo (qui ininfluenti i successivi 5-11), riguardanti i poteri attribuiti alla dirigenza scolastica. Ma sono poi in fatto neutralizzati dall’aggiunta dei commi 11-bis, ter, quater, quinquies e sexies: al di cui tenore, “avversotutti gli atti di gestione del rapporto di lavoro e i provvedimenti emanati dal dirigente scolastico”, compresi quelli disciplinari, di formazione delle classi, loro assegnazione ai docenti (e ovviamente su posto comune o sul potenziamento) … e  via delirando, entro cinque giorni dalla pubblicazione all’albo o dalla notifica agli interessati, “è ammesso un reclamo motivato al dirigente preposto all’ufficio scolastico regionale”.

Questi, entro il successivo termine perentorio di quindici giorni, in caso di accoglimento annulla o sostituisce l’atto o il provvedimento impugnato e lo comunica altresì all’Ufficio per i procedimenti disciplinari perché si attivi in caso d’inerzia del dirigente scolastico nell’eseguire la decisione. Decisione resa “su parere conforme” di una costituenda commissione di tre – oggi, e presumibilmente per almeno un lustro, introvabili – dirigenti tecnici. Che, si suppone in via esclusiva e dilatando oltre ogni ragionevole misura il proprio orario di lavoro, dovrebbero passare in filigrana tutti gli eterogenei atti di gestione dei de-dirigenzializzati ex-colleghi di pari seconda fascia e posti sotto loro tutela: dalla sanzione disciplinare inflitta, al contestato provvedimento che sposti un collaboratore scolastico in un diverso padiglione dell’edificio, o che abbia sottratto a una inviperita docente l’aula in cui si sia annidata da tempo immemore.

Subito è giunto il plauso di una sigla sindacale rappresentativa nel comparto ad augurarsi  che il provvedimento sia approvato senza stravolgimenti, per frenare  gli abusi “in numerose occasioni commessi da alcuni presidi nei confronti dei docenti”, così giustificando la “necessità di modificare il sistema”. E, nella circostanza, si ricorda la circolare con cui l’USR della Toscana, in seguito a due ordinanze della Corte di cassazione, ha ammonito i dirigenti scolastici dal sospendere dal servizio i docenti, sottolineando che la competenza per questo tipo di sanzione disciplinare spetta ai preposti uffici di ciascun Ambito territoriale.

Verrebbe di affermare: non provate a capire, il tutto è irrimediabilmente senza senso.

Dal primo settembre 2020 avremmo in servizio permanente effettivo diciotto, al momento chimeriche, triadi a sbrogliare, in media, un contenzioso di circa quattrocentocinquanta istituzioni scolastiche; e che, nella sostanza, saranno preposte a dirigerle in remoto, quindi anche dopo che riuscirà debellato il morbo venuto dalla Cina.

E passi pure, perché può esserci una lucida follia, di intrinseca coerenza, nella perdurante ossessione nei confronti dei satrapi dirigenti scolastici.

Ma è solo il frutto di una spaventosa superficialità non realizzare che il contenzioso, in luogo di deflazionarsi, lieviterebbe in misura esponenziale, potendosi contare su uno strumento veloce, a costo zero, direttamente azionabile senza doversi rivolgere a un legale e sempre impregiudicato il ricorso al giudice del lavoro. Con quale funzionalità delle istituzioni scolastiche lasciamo al giudizio di chi voglia mettere in moto quei meccanismi di riflessione, e anche d’inibizione, che gli umani denominano pensiero.

4. Potrebbe però funzionare, e la conflittualità nella scuola risolversi come d’incanto, qualora “il preside” dismetta le vesti di dirigente pubblico preposto in posizione apicale a una “pubblica amministrazione” (art. 1, comma 2, D. Lgs. 165/01), a un tempo ente dotato di una propria soggettività giuridica, ma entro i limiti dell’autonomia funzionale, e organo dello Stato, cioè di un più vasto apparato amministrativo deputato alla produzione di un pubblico servizio su tutto il territorio nazionale; suo rappresentante legale e responsabile esclusivo, in termini di giuridica esigibilità, della efficiente-efficace-economica progettazione ed erogazione di un’offerta formativa di qualità e inclusiva, perciò soggiacente all’esplicito “obbligo di adottare procedure e strumenti di verifica e valutazione della produttività scolastica e del raggiungimento degli obiettivi”,costituenti parametri – e limiti – alla stessa “libertà d’insegnamento” (art. 21, comma 9, legge 59/97): ben prima che si affacciasse sulla scena l’aborrita performance brunettiana, col sequitur della non meno repellente legge 107.

Le dismetta, per indossare quelle di membro di una fantasiosa autoconsistente “comunità educante”, esercitandovi “in forma differenziata l’unicità della funzione docente”:formula, tanto suggestiva quanto oscura, coniata mezzo secolo fa e inopinatamente oggi assurta a valore pseudo-normativo.

Vi agirebbe come primus inter pares, aquesto punto meglio legittimato da un’elezione diretta e ad tempus, concorrendo alla celebrazione dei riti di una democrazia scolastica quale fine in sé, ovvero libera di scegliersi i fini in assoluta autoreferenzialità, sciolta da qualsivoglia vincolo che non sia quello che, sovranamente, si determini di autoimporsi.

E, a ben riflettere, neanche qui difetterebbe la logica: nella misura in cui impone la coerente, e stringente, conseguenza della formale abolizione di una dirigenza segnata alla nascita dall’indelebile stigma di figlia di un dio minore ad opera del preistorico CCNL di comparto del 03.04.1995, il cui articolo 32 istituì la “distinta area della specifica dirigenza scolastica nell’ambito del comparto scuola, non assimilabile alla dirigenza regolata dal decreto legislativo 29/93”.

E’ il ceppo virulento su cui impetu legis (articolo 21, comma 16 del D. Lgs. 165/01) si è poi innestata la sublime “specificità” della quinta area contrattuale, dopo vent’anni riprodotta sotto le mentite spoglie di un’apposita sezione del – fintamente – comune CCNL Istruzione e Ricerca: sempre una sorta di retrobottega per farvi stazionare un sottoprodotto  altrimenti a rischio di infettare le altre dirigenze vere, quelle che a tutt’oggi godono di una retribuzione doppia rispetto ai colleghi – si fa per dire – aggettivati, e senza condividerne la congerie delle innumerevoli responsabilità.

Cessazioni servizio DS

Il termine per la presentazione della domanda di cessazione dal servizio dei dirigenti scolastici è fissato al 28 febbraio dall’art. 12 del C.C.N.L. per l’Area V della dirigenza sottoscritto il 15 luglio 2010.


Il Decreto Ministeriale 27 dicembre 2019, AOOUFGAB 1176, proroga al 10 gennaio 2020 il termine per la presentazione delle domande di cessazione da parte del personale a tempo indeterminato docente, educativo, amministrativo, tecnico e ausiliario della scuola con effetti dal 1° settembre 2020.

Il Decreto Ministeriale 12 dicembre 2019, AOOUFGAB 1137 proroga al 30 dicembre 2019 il termine finale per la presentazione, da parte di tutto il personale del comparto scuola, delle domande di cessazione per dimissioni volontarie dal servizio o delle istanze di permanenza in servizio.


Decreto Ministeriale 27 dicembre 2019, AOOUFGAB 1176
Cessazioni dal servizio del personale scolastico dal 1° settembre 2020. Trattamento di quiescenza e di previdenza. Proroga del termine per la presentazione delle domande di cessazione

Nota 27 dicembre 2019, AOODPIT 2346
Decreto Ministeriale in corso di emanazione in materia di cessazioni dal servizio del personale scolastico dal 1° settembre 2020. Trattamento di quiescenza e di previdenza. Proroga del termine per la presentazione delle domande di cessazione

Decreto Ministeriale 12 dicembre 2019, AOOUFGAB 1137
Cessazioni dal servizio del personale scolastico dal 1° settembre 2020. Trattamento di quiescenza e di previdenza. Proroga del termine per la presentazione delle domande di cessazione previsto dal D.M. n. 1124 del 06/12/2019

Nota 11 dicembre 2019, AOODGPER 50487
D.M. n. 1124 del 06/12/2019 e successivo decreto in corso di emanazione. Cessazioni dal servizio del personale scolastico dal 1° settembre 2020. Trattamento di quiescenza e di previdenza. Indicazioni operative

Decreto Ministeriale 6 dicembre 2019, AOOUFGAB 1124
Cessazioni dal servizio del personale scolastico dal 1° settembre 2020

Come ti sistemo il concorso ispettivo

Come ti sistemo il concorso ispettivo

di Mario Maviglia

Attenzione: questo è un intervento volutamente polemico e politicamente scorretto.

Com’è noto il Decreto-Scuola (DL 126/2019 convertito dalla legge 159/2019) ha previsto lo svolgimento di due distinti concorsi per l’assunzione di complessivi 146 nuovi dirigenti tecnici: un concorso per esami e titoli per il reclutamento, dal gennaio 2021, di 59 dirigenti tecnici, e un altro concorso per l’assunzione di ulteriori 87 DT, a decorrere dal 2023. Tanti docenti e dirigenti scolastici, sulla base di tale norma, hanno già cominciato a prepararsi per il concorso, sperando di poter utilizzare al meglio le loro competenze in fase concorsuale (come peraltro vuole la nostra carta costituzionale).

E invece ecco che saltano fuori tre emendamenti al decreto legge “milleproroghe” in discussione in Parlamento (numeri 1.34, 1.35, 1.36), proposti da rappresentanti del PD, di Forza Italia e del Gruppo Misto, uguali nella sostanza, che se dovessero essere approvati manderebbero all’aria il concorso richiamato sopra. O meglio lo trasformerebbero in una furbesca immissione in ruolo ope legis per quei docenti e dirigenti che presentano particolari requisiti. Infatti, secondo questi emendamenti, i dirigenti scolastici che attualmente ricoprono un incarico dirigenziale ex art. 19 comma 5bis del D.Lvo 165/2001 (in qualità di dirigente amministravo o tecnico presso il MIUR o gli USR) potrebbero transitare definitivamente nei ruoli dei dirigenti tecnici. Stessa sorte toccherebbe ad altro personale che ricopre un incarico dirigenziale ex art. 19 comma 6 del medesimo D.Lvo 165/2001 (docenti, dirigenti, esperti esterni all’Amministrazione) e che presenta un servizio continuativo superiore a 36 mesi. Gli emendamenti non fissano un tetto numerico a queste assunzioni e dunque tutti coloro che si trovano nelle condizioni previste da tali proposte rientrerebbero a pieno titolo in questa sorta di “sanatoria” erodendo di fatto i 146 posti del concorso ordinario contemplato dal Decreto-Scuola.

Per salvare le forma, gli emendamenti prevedono una forma di selezione che non si sa se definire farsa o offesa al comune senso del pudore. Infatti gli interessati “accedono ad una selezione attraverso una sessione speciale di esame consistente nell’espletamento di una prova orale sull’esperienza maturata, anche in ordine alla valutazione sostenuta, nel corso del servizio prestato. A seguito del superamento di tale prova con esito positivo, sono confermati i rapporti di lavoro instaurati con i predetti dirigenti”. Difficile pensare che una “prova” di questo tipo non venga superata dai candidati, in fondo si tratta di fare una chiacchierata sull’attività svolta. D’altro canto sembra che questo tipo di concorso-farsa oggi vada per la maggiore: è successo così anche per il concorso riservato di scuola primaria e dell’infanzia conclusosi nel 2018 e che prevedeva comunque l’inclusione nella graduatoria generale di merito anche ottenendo il punteggio zero nell’unica “prova” prevista, in forma orale.

Ma torniamo a noi. Il personale cui si rivolgono i tre emendamentiè stato nominato dirigente di seconda fascia (amministrativo o tecnico) in seguito a procedura comparativa dei curricula, secondo quanto previsto dall’art. 19, commi 5 bis e 6 del D.Lvo 165/2001(dunque non in seguito allo svolgimento di un regolare concorso per titoli ed esami). A pensar male, è facile immaginare che, nella maggior parte dei casi, trattasi di personale che è stato “cooptato” per affiliazione politica, conoscenza personale, e altri motivi estrinseci alle competenze professionali. Questo stesso personale oggi avrebbe la possibilità di transitare definitivamente nel ruolo dirigenziale saltando la fastidiosa (e imprevedibile) trafila concorsuale. Ovviamente i firmatari di questi emendamenti sono pronti a sottoscrivere documenti inneggianti il valore della meritocrazia, della valorizzazione del merito e via cantando. Del resto, siamo in Italia. Eppure sarebbe così semplice inneggiare al merito: basterebbe indicare date certe per l’indizione dei concorsi ordinari. Ma evidentemente ci sono amici degli amici che vanno tutelati.

Si badi bene, tutto ciò è perfettamente legittimo, ancorché disdicevole, essendo previsto dal D.Lvo 165. E infatti andrebbero immediatamente abrogati i commi 5bis e 6 dell’art. 19 di tale decreto. Ma un emendamento di questo tipo non sembra sia stato presentato dagli illustri onorevoli. Dare la possibilità a tutti di partecipare ad un regolare concorso sarebbe un’operazione troppo democratica e trasparente per un Paese come l’Italia che nella classifica internazionale 2019 stilata da TransparencyInternational sull’Indice di percezione della corruzione occupa il 51° posto, a pari merito con Paesi come Rwanda e Arabia Saudita, mentre risulta essere il 6° Paese più corrotto in Europa, sopra solo a Slovacchia, Grecia, Ungheria, Romania, Bulgaria. Gli emendamenti presentati e illustrati sopra sono perfettamente in sintonia con tale propensione corruttiva dell’Italia.

Nota 10 febbraio 2020, AOODGPER 2689

Ministero dell’Istruzione
Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e di formazione Direzione generale per il personale scolastico

Ai Direttori degli UU.SS.RR. LORO SEDI

Oggetto: D.M.956/2019 – Dirigenti scolastici neo-assunti. Criteri e modalità per la valutazione e la documentazione del periodo di formazione di prova.

L’agenda del Dirigente scolastico

L’agenda del Dirigente scolastico

di Andrea Mesoraca

Che cos’è?

E’ un’applicazione realizzata con Web2py (Programma per costruire applicazioni Web in Python, gratuito e open source, creato da Massimo Di Pierro).

Cosa fa?

E’ responsabilità del dirigente scolastico perseguire il miglioramento scolastico attraverso linee di intervento che si traducono in azioni che compie quotidianamente. L’applicazione aiuta a riflettere e a comprendere le conseguenze che le varie azioni hanno sui processi, sulle priorità e sugli obiettivi.

Come?

Classifica le azioni delle istituzioni scolastiche sia in funzione del tempo sia in funzione delle seguenti tipologie di interventi:

  • Processi educativi didattici;
  • Processi gestionali e organizzativi;
  • Obiettivi del dirigente;
  • Priorità;
  • Obiettivi di processo

Guida all’installazione

Scaricare il file dell’applicazione al seguente link:
L’agenda del dirigente scolastico

Dopo il download decomprimere il file

Istruzioni d’avvio

Aprire la cartella “web2py.app.Dashboard”, poi la cartella “web2py”

Un doppio click sul file “Web2py.exe”:

Si apre la console di Windows

Si apre un’altra finestra

Scegliere ed inserire una password

Legge 20 dicembre 2019, n. 159

Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 29 ottobre 2019, n. 126, recante misure di straordinaria necessità ed urgenza in materia di reclutamento del personale scolastico e degli enti di ricerca e di abilitazione dei docenti. (19G00166)
(GU Serie Generale n.303 del 28-12-2019)

La Camera dei deputati ed il Senato della Repubblica hanno approvato;

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
Promulga la seguente legge:

Art. 1
1. Il decreto-legge 29 ottobre 2019, n. 126, recante misure di straordinaria necessita’ ed urgenza in materia di reclutamento del personale scolastico e degli enti di ricerca e di abilitazione dei docenti, e’ convertito in legge con le modificazioni riportate in allegato alla presente legge.
2. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.

La presente legge, munita del sigillo dello Stato, sara’ inserita nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana.
E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.

Data a Roma, addi’ 20 dicembre 2019

MATTARELLA
Conte, Presidente del Consiglio dei ministri
Fioramonti, Ministro dell’istruzione, dell’universita’ e della ricerca
Gualtieri, Ministro dell’economia e delle finanze
Dadone, Ministro per la pubblica amministrazione
Visto, il Guardasigilli: Bonafede


Ripubblicazione del testo del decreto-legge 29 ottobre 2019, n. 126, coordinato con la legge di conversione 20 dicembre 2019, n. 159, recante: «Misure di straordinaria necessità ed urgenza in materia di reclutamento del personale scolastico e degli enti di ricerca e di abilitazione dei docenti», corredato delle relative note. (Testo coordinato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale – Serie generale – n. 303 del 28 dicembre 2019). (20A00242)
(GU Serie Generale n.11 del 15-01-2020)

Nota 27 novembre 2019, AOODGPER 48961

Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e di formazione Direzione generale per il personale scolastico

Ai Direttori degli UU.SS.RR.
LORO SEDI

Oggetto: D.M.956/2016 – Linee operative per la formazione dei dirigenti scolastici neoassunti a.s. 2019-2020. Assegnazione delle risorse finanziarie e progettazione delle iniziative formative.

Decreto Ministeriale 16 ottobre 2019, AOOUFGAB 956

Noterelle a margine di una manifestazione riuscita

Noterelle a margine di una manifestazione riuscita

di Domenico Ciccone

Quella dei dirigenti scolastici italiani, riuniti spontaneamente a Roma, a un tiro di sasso degli stanzoni del MIUR di viale Trastevere, coesi dal comune senso della misura, ormai traboccante e stracolma di responsabilità insostenibili, è stata una manifestazione riuscita, diciamolo senza alcuna remora.

La sensazione di essere reciprocamente sostenuti da un senso comune di solidarietà, di empatica vicinanza e di sostanziale e convinta reazione, di fronte ad un peso schiacciante e logorante, è stata il sentimento più avvertito e palpabile, nello spazio ristretto che gli organi competenti hanno concesso,  pur sapendo che non sarebbe stato sufficiente a contenere i partecipanti, la cui massiccia presenza era stata preannunciata sui social e sui canali non ufficiali della comunicazione informale.

Molti di noi erano ufficialmente in ferie il 30 ottobre scorso, una delle tante giornate di ferie di un dirigente scolastico che, quando non è perduta per “decorrenza dei termini contrattuali”, e Dio solo sa quante giornate di ferie “regaliamo” allo Stato, diventa un modo per dire inutilmente: – “Oggi non sono a scuola”.

Eppure c’eravamo nelle nostre scuole, e qui il possessivo è d’obbligo, perché solo quando qualcosa ti appartiene profondamente ha il diritto di disturbarti anche se, ufficialmente, sei a riposo.

Un figlio che ti sveglia nel sonno, un amico che ha bisogno del tuo aiuto, una scuola dalla quale ti chiamano, naturalmente, senza chiedersi nemmeno perché, oggi, non ci sei andato al lavoro.

E sempre, si risponde.

Noi non facciamo il giuramento di Ippocrate ma, se un giuramento del dirigente scolastico esistesse, sarebbe quello di Socrate: “ In nome della verità, delle leggi della Polis e del loro sacro rispetto”;  e perciò abbiamo anche risposto alle telefonate ed ai messaggi che arrivavano da scuola;  tutti lo abbiamo fatto, nonostante non fossimo al lavoro.

Poi la manifestazione. Un clima di rispetto, di tolleranza, di apertura al confronto ma anche di decisa e ferma protesta. Nessuno si lasci incantare da quanto ho scritto finora, non eravamo a leggere il libro Cuore dei dirigenti ma ad urlare la nostra rabbia, a stare accanto a chi ha avuto “davvero” problemi, a causa della sicurezza e delle sue responsabilità. Una sola delle persone colpite duramente era sul palco a raccontare la propria assurda storia,  a rappresentare il simbolo delle ingiustizie a carico di chi è fatto responsabile di tutto senza poter governare ed agire sul tutto. Io vi assicuro, ne conosco troppi, tra coloro che erano tra il pubblico ad applaudire oppure sfiniti su una panchina o seduti sul marciapiede basso per la stanchezza; troppi di noi che hanno passato un guaio con la giustizia, per una vicenda di cattiva gestione degli edifici e delle loro pertinenze, da sempre lasciati cadere degli enti locali sempre più forti, sempre più protetti, sempre più inadempienti.

Siamo lì, rispettiamo la legge, le sentenze, le istituzioni, le loro sacrosante competenze, ma pretendiamo rispetto! Non ci stiamo più a subire, non ci possiamo più accollare responsabilità e doveri non nostri in nome della dirigenza. Le norme che hanno caricato il nostro profilo di responsabilità datoriali, anche in materia prevenzionistica, sono state pensate e scritte da e con prospettive diverse. La scuola, alla fine degli anni ’90 del secolo scorso, era nel pieno della riforma dell’Autonomia. La dirigenza scolastica era stata pensata e normata in maniera da sostenere la riforma autonomistica e i processi a lunga gittata che la connotano.

Il MIUR doveva continuare ad esserci ma solo per garantire l’unitarietà del sistema educativo di istruzione e formazione, le sue diramazioni territoriali dovevano essere poste al servizio della scuola autonoma, con veri e propri Centri di servizi amministrativi pronti a supportare le scuole. In questo clima di fervore e di cambiamento accettammo, non di buon grado a dire il vero, la qualifica datoriale in materia di sicurezza sul lavoro.

La realtà è stata ben altra: Autonomia affievolita, dirigenza mortificata, non solo nella retribuzione, diventata appena dignitosa dopo ben 19 anni, ma nei fatti. Sembra quasi che ci sia una vera e propria controriforma continua e sistematica della legge 59/97; L’autonomia appare spesso un ulteriore aggravio di adempimenti più che un’opportunità, un modello di stanca burocrazia, che spesso ricusa i necessari modelli di efficienza e modernizzazione di cui la scuola ha bisogno.

La controriforma ha minato i poteri delle scuole e dei dirigenti, li ha pian piano affievoliti, resi inutili e sfiancanti. A volte li ha improvvisamente restituiti, per poi toglierli di nuovo e ridarli a gocce, che non hanno mai dissetato l’arsura perpetua del cambiamento negato.

Le responsabilità in materia di sicurezza, invece, quelle non sono mai state ridimensionate. L’orizzonte dell’Autonomia, ristretto ormai a vedute miopi e sfuocate non ha mai toccato, guarda caso, le responsabilità in materia di sicurezza. Sembrano tutti d’accordo nel togliere alla scuola l’impossibile: assistenti materiali, mensa, trasporti, servizi, telefoni, Internet e custodi, assistenza tecnica ed estintori a carico dell’ente locale…  ci hanno silenziosamente affamati e indeboliti ma nessuna norma, in materia di sicurezza, ha ridimensionato minimamente le nostre responsabilità.

Rispettiamo dunque le sacre leggi della Polis, ma, se permettete, alla malafede ormai lampante e conclamata, rispondiamo con un corale NO!

Siamo solo all’inizio. Abbiamo tanti assi da giocare, proprio sui tavoli dove siamo stati bravi e forti, dove abbiamo dato lustro all’Italia ed alla sua immagine in Europa e nel Mondo.

I dirigenti scolastici potrebbero iniziare a stancarsi di essere quelli più bravi a spendere fondi europei, ad esempio. Potrebbero stancarsi di gestire progetti, esami di Stato quasi sempre gratis, concorsi per il reclutamento di personale, ancora più gratis, questi ultimi … e ne hanno ancora di esempi.

Potrebbero dire basta alle ingiuste attribuzioni, che gli cambiano completamente il ruolo e le responsabilità, facendogli svolgere un lavoro che non hanno scelto e per il quale non sono stati assunti. Potrebbero chiedere alla Corte di Giustizia europea di essere trattati come persone normali, la cui salute vale quanto quella di ogni altro lavoratore ed il cui benessere esistenziale non può essere calpestato, mille volte al giorno.

Potrebbero perfino continuare a regalare ferie e giorni di riposo, ma hanno solo iniziato a capire che, finora, non ne è valsa la pena e che forse non vale continuare, semplicemente perché non è giusto!

Decreto-Legge 29 ottobre 2019, n. 126

Misure di straordinaria necessità ed urgenza in materia di reclutamento del personale scolastico e degli enti di ricerca e di abilitazione dei docenti. (19G00135)
(GU Serie Generale n.255 del 30-10-2019)

Il dirigente scolastico nel sistema delle sanzioni disciplinari

Il dirigente scolastico nel sistema delle sanzioni disciplinari (*)

Francesco G. Nuzzaci

Il dirigente scolastico in azione

Illustrata la disciplina legale  e compendiata quella contrattuale, si può ora procedere con un approccio più operativo, considerando però l’una e l’altra come implicito riferimento.

La più analitica ripartizione dei contenuti, secondo lo schema che segue, dovrebbe meglio conseguire lo scopo di rendere più confidenziale uno strumento che il dirigente scolastico deve obbligatoriamente (ben)usare realizzandosi nel caso concreto le cogenti previsioni di legge.

1. La distribuzione delle competenze

Dal complesso delle disposizioni dell’art. 55-bis del D. Lgs. 165/01, sino alla sanzione della sospensione dal servizio e dallo stipendio per non più di dieci giorni, la competenza è attribuita al dirigente scolastico, ovvero all’UPD  se la sanzione da comminare è superiore.

Sia nella prima ipotesi che nella seconda i fatti devono essere ritenuti di rilevanza disciplinare.

Fatti non sono le notizie vaghe, le voci generiche, le mere supposizioni, il sentito dire: possono – e devono –  diventarlo previa un’informale istruttoria che li metta in ordine per una definizione di senso, una volta che si sia avuto un riscontro documentale con dichiarazioni, testimonianze et similia.

Dopodiché occorre sottoporli al vaglio della loro rilevanza disciplinare, secondo un criterio di ragionevolezza, avendosi a disposizione sino a dieci giorni per la segnalazione all’UPD, e contestuale comunicazione all’interessato (con immediatezza ed entro le quarant’otto ore qualora si versi nella fattispecie della falsa attestazione della presenza in servizio con qualunque modalità fraudolenta posta in essere); ovvero sino trenta giorni se si deve  direttamente procedere con la contestazione degli addebiti.

Con il che è soddisfatto il principio della tempestività dell’azione disciplinare.

Determinatisi per la predetta rilevanza, necessita poi  – con una valutazione ex ante – ipotizzare la sanzione irrogabile in combinato riferimento alle fattispecie legali codificate nel D. Lgs. 165/01, al Codice di comportamento dei pubblici dipendenti ex D.P.R. 62/13, al D. Lgs. 297/94-Testo unico della scuola per il personale docente ed educativo, ovvero al Codice disciplinare per il personale ATA, che dovrà fungere da parametro anche per i docenti in ordine ai criteri di personalizzazione della sanzione.

Come si ricorderà, vanno valutati:

–  l’intenzionalità e la concreta addebitabilità del comportamento;

–  il grado di negligenza e d’imperizia dimostrata, e la prevedibilità o meno dell’evento;

–  la rilevanza dell’infrazione e dell’inosservanza degli obblighi e delle disposizioni violate;

–  le responsabilità connesse alla posizione ricoperta ;

–  l’entità del danno provocato a cose o a persone, ivi compresi gli utenti;

–  l’eventuale sussistenza di circostanze aggravanti o attenuanti.

Compiuta la preliminare indagine istruttoria, il dirigente scolastico rimetterà senz’altro gli atti all’UPD quando prefiguri una sanzione edittale minima di undici giorni di sospensione dal servizio sino al licenziamento.

Mentre un’attenzione aggiuntiva s’impone quando egli deve o meno direttamente procedere, qualora le ipotizzate sanzioni arrivino alla misura massima della sospensione dal servizio per  più di dieci giorni. Ed è il caso:

– della violazione degli obblighi concernenti la prestazione lavorativa che abbia comportato la condanna dell’Amministrazione al risarcimento del danno, sanzionata nell’art.  55-sexies, comma 1 del D. Lgs. 165/01 con la sospensione dal servizio da tre giorni a tre mesi;

–  del rifiuto di collaborazione o di dichiarazioni false o reticenti da parte di colui che, per ragioni di ufficio o di servizio, sia a conoscenza di informazioni rilevanti per un procedimento disciplinare in corso, che incorre nella sospensione dal servizio sino a un massimo di quindici giorni, ex art. 55-bis, comma 7 del D. Lgs. 165/01;

– della sospensione dall’insegnamento o dall’ufficio fino a un mese del personale docente per atti non conformi alla funzione o per gravi negligenze, violazione di segreti d’ufficio, omessa vigilanza sugli alunni, ex art. 494 del D. Lgs. 297/94.

Sicché – come già a suo tempo chiarito dalla c.m. 88/10, Indicazioni e istruzioni per l’applicazione al personale della scuola delle nuove norme in materia disciplinare – dovrà  egli operare una scomposizione della fattispecie valutando se l’entità della sanzione applicabile in rapporto alla gravità dell’infrazione in concreto commessa dal dipendente può essere contenuta entro la sospensione dal servizio non superiore a dieci giorni. E  solo qualora vi sia motivata incertezza dovrà trasmettere gli atti all’UPD.

2. La sospensione cautelare

Essa investe direttamente il dirigente scolastico sia nei casi in cui è obbligatoria, sia nei casi in cui è facoltativa.

E’ obbligatoria, e va disposta entro quarant’otto ore contestualmente alla segnalazione all’UPD, in caso di falsa attestazione della presenza in servizio accertata in flagranza ovvero mediante strumenti di sorveglianza o di registrazione degli accessi e delle presenze; ovvero in caso di procedimento penale restrittivo della libertà personale o inerente ai delitti di cui al D. Lgs. 235/12 (c.d. decreto anticorruzione, art. 7, comma 1 e art. 8, comma 1, lettera a) e alla legge 97/01 (art. 3, comma 1 e art. 4, comma 1).

E’ facoltativa in concomitanza con un avviato procedimento disciplinare che possa comportare la sospensione dal servizio (anche per un solo giorno), laddove si ritenga necessario dover espletare (ulteriori) accertamenti sui fatti addebitabili al dipendente. Non può superare i trenta giorni, con conservazione dello stipendio.

Sia i provvedimenti di sospensione cautelare obbligatoria che facoltativa vanno prontamente inviati all’USR per la convalida, che deve avvenire massimo entro dieci giorni, pena la loro decadenza ex tunc e unitamente ai connessi effetti nel frattempo prodottisi.

3. L’obbligatorietà dell’azione disciplinare

Al di là degli obblighi di segnalazione all’UPD e della sospensione cautelare, per il dirigente scolastico l’azione disciplinare inizia con la contestazione degli addebiti, una volta che sia  stata conclusa la previa indagine istruttoria.

Mette conto ricordare che essa non può essere sospesa nel caso si intersechi con un procedimento penale, possibile solo se le sanzioni prefigurabili superano i dieci giorni di sospensione dal servizio.

E’ quindi fuori luogo la deprecabile fretta che induce, anche i dirigenti scolastici di lungo corso e non solo neo-immessi in ruolo, ad attivarsi prontamente nella contestazione degli addebiti nel timore di essere, a loro volta, sanzionati.

Pertanto, riprendendo quanto dianzi dedotto, è bene spendere qui qualche parola in più.

Il timore a volte sorge anche a fronte di ciò che appare appena un po’ anomalo, o di accadimenti che dovrebbero essere trattati con un semplice colloquio e un pizzico di buona volontà.

I due termini appartengono al noto medico e autore di numerosi studi sul burn out, Vittorio Lodolo Doria, nel riferire l’allucinante episodio, uno dei tanti, che può ben essere assunto a valore paradigmatico.

A fine primo quadrimestre una docente dimentica di registrare il voto di un’alunna, con la conseguenza di doversi questa sottoporre al corso di recupero.

In seguito alla sua rimostranza, la docente ammette la svista e provvede prontamente a  registrare il voto, facendo quindi venir meno la necessità del predetto recupero.

Ciò nonostante, la dirigente scolastica, venuta a conoscenza della cosa, decide di avviare il procedimento disciplinare, contestando alla docente di:

a)  aver determinato pregiudizio nel rapporto fiduciario tra scuola e famiglia;

b) aver determinato pregiudizio nel rapporto fiduciario tra insegnante e dirigente   scolastico;

c)  aver compromesso l’immagine e il prestigio della stessa istituzione scolastica;

d)  aver denotato scarso rispetto e noncuranza verso le aspettative degli studenti;

e)  aver denotato scarsa attenzione al momento della valutazione.

Non è qui necessario ripercorrere le perpsicue, puntuali e condivisibili controdeduzioni dell’inizialmente esterrefatta e poi risoluta docente, dal momento che la dirigente, in un barlume di resipiscenza, le ha accolte, disponendo l’archiviazione del procedimento e rendendo – crediamo, almeno per quella volta  – non necessario l’intervento della Neuro.

Che l’abbia fatto per convinzione o per timore di essere evocata anche nella prospettata sede penale per quel che poteva integrare gli estremi di un’azione vessatoria, non è dato di saperlo e comunque possiamo qui prescinderne.

E’ infatti semplicemente intuitivo che in materia disciplinare occorre un supplemento di attenzione, non disgiunta da una dote di equilibrio e di buon senso. E’ una regola generale, che impone un ulteriore scrupolo quando investe docenti ed educatori. Perché viene coinvolta l’intera sfera di soggetti socialmente sovraesposti, che possono subire un pregiudizio della propria autorevolezza presso gli alunni, le famiglie, l’intero ambiente delle sue molteplici relazioni.

E se ci si determina per l’azione successiva – sia che si avvii il procedimento disciplinare, ritenuta la propria competenza (infra), sia che poi si irroghi la sanzione –, occorre essere consapevoli che il soggetto passivo è sempre pienamente facoltizzato, per definizione, a chiedere, oltre all’annullamento della sanzione disciplinare inflittagli e rimozione di tutti i suoi effetti con la restitutio in integrum, il risarcimento dei danni subiti – beninteso, da provare –  sia patrimoniali che non patrimoniali, in cui la giurisprudenza ricomprende il danno morale (quale mero dolore o patema d’animo interiore), il danno biologico (consistente nella comprovata lesione dell’integrità psico-fisica accertata in sede medico-legale e legata da un nesso di causalità con l’ingiusta sanzione), il danno esistenziale (quale alterazione peggiorativa della personalità e da cui derivi uno sconvolgimento delle abitudini di vita, in conseguenza dell’ingiusta violazione di valori della persona costituzionalmente tutelati).

E’ ben vero che il diretto destinatario dell’impugnata sanzione e dell’eventuale domanda risarcitoria in seguito al suo annullamento da parte del giudice del lavoro non è la persona del dirigente scolastico, bensì – per il c.d. nesso di immedesimazione organica – l’Amministrazione. Tuttavia occorre tenere in mente che:

– il nesso di immedesimazione organica viene meno quando il dirigente abbia ictu oculi  agito per fini personali, per ripicca o per futili motivi;

– l’Amministrazione, che abbia integralmente soddisfatto la propria obbligazione risarcitoria se risultata soccombente, potrà esercitare l’azione di rivalsa dopo essere riuscita a provare in giudizio il dolo e/o la colpa del dirigente scolastico, se questi ritenga di doversi opporre. In particolare, a voler prescindere dal dolo, viene in rilievo la colpa, sia specifica (per violazione di disposizioni normative) che generica (per inosservanza di precauzioni doverose e venendo così meno il dovere di perizia e di prudenza).

Prima di consegnare al giudizio del lettore quale delle due, o tutt’ e due, fattispecie avrebbero potuto essere riferite alla nostra dirigente – qualora si fosse indotta ad irrogare la sanzione disciplinare e questa fosse stata cassata dal giudice del lavoro –, è bene ritornare sul significato dell’obbligo sancito nell’art. 55 bis, comma 2 del D. Lgs. 165/01.

Esso impone al dirigente di contestare senza indugio al proprio dipendente gli addebiti una volta che sia venuto a conoscenza di comportamenti disciplinarmente sanzionabili, ovvero di informare entro dieci giorni dalla notizia del fatto il superiore Ufficio competente per i procedimenti disciplinari: qualora egli non abbia qualifica dirigenziale, appartenendo alla, residuale, categoria dei c.d. presidi incaricati. Ovvero se la sanzione irrogabile superi i dieci giorni di sospensione dal servizio con privazione della retribuzione.

E occorre altresì chiarire la statuizione del successivo comma 3, art. 55-sexies, circa le conseguenze del mancato esercizio e della decadenza dell’azione disciplinare, dovuti all’omissione o al ritardo, senza giustificato motivo, degli atti del procedimento disciplinare o a valutazioni sull’insussistenza dell’illecito disciplinare irragionevoli o manifestamente infondate in relazione a condotte aventi oggettiva e palese rilevanza disciplinare.

Per questo secondo aspetto – il mancato esercizio e/o la decadenza dell’azione disciplinare –  un’adeguata diligenza soccorrerà il dirigente nel renderlo avvertito del rischio di avviare procedimenti non ancorati a puntuali riscontri fattuali aventi un’oggettiva consistenza, precisi e concordanti, in esito ad una previa e informale istruttoria: sulla falsariga di quel che avviene in materia penale, i cui principi devono ritenersi applicabili in materia disciplinare, parimenti di natura sanzionatoria e perciò involgente stringenti esigenze di garanzia per l’incolpato.

E’ noto che, ricevuta la notitia criminis, il Pubblico ministero incarica la polizia giudiziaria di una preliminare e sommaria indagine allo scopo di verificarne la consistenza e quindi di essere in grado di reggere in giudizio. Solo se l’esito è positivo egli eserciterà l’obbligatorietà dell’azione penale con invio all’indagato dell’informazione di garanzia, l’equivalente della contestazione degli addebiti, che da questo momento assume la qualifica di imputato.

Dalla predetta istruttoria non ci si potrà esimere neanche se si è di fronte a condotte aventi oggettiva e palese rilevanza disciplinare, non fosse altro per verificare l’insussistenza di cause di esclusione della responsabilità, quali la legittima difesa, l’esercizio del diritto, l’adempimento del dovere, lo stato di necessità, il caso fortuito.

Solo da questo momento – e siamo al primo aspetto – si configura il fatto disciplinarmente rilevante e si dovrà procedere senza indugio, o con formale contestazione degli addebiti (nel caso che, con una valutazione ex ante sia prefigurabile una sanzione massima di sospensione dal servizio e dallo stipendio per non più di dieci giorni) o con rimessione degli atti al competente Ufficio per i procedimenti disciplinari e dandone contestuale comunicazione all’incolpato.

4. Il principio di tipicità delle sanzioni

Qualora debba attivarsi l’azione disciplinare a fronte di condotte aventi oggettiva e palese rilevanza disciplinare, la procedura da seguire è quella rigorosamente prevista dalla legge, così come la stessa legge – e il contratto in funzione integrativa – individuano la corrispondente sanzione. In ciò consiste la loro tipicità o numerus clausus.

Pertanto, più che nulle, sono semplicemente inesistenti contestazioni verbali, così come le c.d. mere riservate o provvedimenti formali variamente denominati – di nuovo libero conio oppure rivenienti da prassi più o meno consolidate – quali dichiarazioni di biasimo, diffide, ammonizioni et alia.

Dovrà quindi procedersi con formale contestazione degli addebiti, acquisita al protocollo, nutrita da fatti, con documentazioni o evidenze a supporto, seri-precisi-concordanti, dandosi così modo all’incolpato di far valere con altrettanta puntualità le sue controdeduzioni, per poi di conseguenza e con adeguata motivazione determinarsi per l’archiviazione del procedimento oppure irrogandosi la sanzione.

Si rammenta che gli atti d’avvio e di conclusione del procedimento disciplinare, nonché l’eventuale provvedimento di sospensione cautelare del dipendente, vanno comunicati – in via telematica e con l’adozione di un codice identificativo a tutela della privacy – all’Ispettorato per la funzione pubblica presso la Presidenza del Consiglio dei ministri entro venti giorni dalla loro adozione, seguendo le procedure dalla stessa emanate e collegandosi al sito pdisciplinari@pec.governo.it

In aggiunta, deve ritenersi vigente, nell’ambito della scuola,la nota prot. n. 916 del 23.05.12, del Dipartimento dell’istruzione, nel punto in cui ha specificato che i dirigenti scolastici, per gli attivati procedimenti disciplinari di loro competenza, entro cinque giorni dalla contestazione degli addebiti – e sempre nello stesso termine per ciascuna delle fasi successive – devono comunicare all’UPD di riferimento:

  1. contestazione degli addebiti;
  2. eventuale provvedimento di sospensione del procedimento disciplinare in pendenza di procedimento penale;
  3. provvedimento di archiviazione ovvero di applicazione della sanzione;
  4. qualifica rivestita dal dipendente;
  5. indicazione della scuola in cui presta servizio;
  6. natura giuridica del rapporto (a tempo indeterminato o determinato).

In entrambi gli adempimenti (rispettivamente, entro venti giorni ed entro cinque giorni) il nominativo del soggetto deve essere sostituito con un codice identificativo (numerico o alfanumerico) del procedimento attivato, a tutela della riservatezza.

Inoltre, per finalità di coordinamento e monitoraggio nazionale, nonché di eventuale referto agli organi di controllo, con cadenza semestrale (entro il 30 giugno ed il 31 dicembre di ogni anno), i dirigenti scolastici dovranno inviare all’indirizzo di posta elettronica procedimentidisciplinari.scuola@istruzione.it, sempre e solo in formato elettronico, il riepilogo dei dati già comunicati all’Ispettorato per la funzione pubblica e all’USR.

5. Il diritto di difesa

Fatta salva la disciplina del wistle blower – di cui all’art. 54-bis del D. Lgs. 165/01 e nei limiti ivi indicati: ante – sin dall’atto di notifica della contestazione degli addebiti l’incolpato ha il pieno diritto di vedere le carte, ovvero di acquisire tutto ciò su cui si è fondato il procedimento disciplinare che lo incide.

Il che è a dire che non occorrono autorizzazioni o consensi di chicchessia, né sono conferenti i richiami alla tutela della privacy (sarà chi richiede e riceve la documentazione a doversi preoccupare di utilizzare i dati in misura non eccedente il suo pieno diritto alla difesa), né le ragioni di – generica – segretezza documentale sottratta al diritto di accesso.

6. Il criterio di proporzionalità

Poche parole per richiamare, e rimarcare, quanto già considerato nel punto 5.1. a proposito delle previe incombenze istruttorie, significandosi che non può affidarsi al mero intuito né alle cangianti disposizioni umorali sia l’obbligato inquadramento della fattispecie sanzionatoria – già nell’atto di contestazione degli addebiti – che la misura dell’eventuale sanzione.

Il riferimento è dunque il Codice disciplinare per il personale ATA  (i cui principi-criteri di proporzionalità possiedono una valenza generale) inserito nel CCNL, e per i docenti la disciplina contenuta negli articoli 492-508 del D. Lgs. 297/94.

E, nella circostanza, si rende avvertiti che l’uno e l’altra devono in via pregiudiziale essere pubblicati sul sito dell’istituzione scolastica, a valere come affissione nelle sedi o luoghi di lavoro, diversamente risultando radicalmente nulli sia il procedimento disciplinare avviato che l’eventuale sanzione inflitta.

7. L’eventuale procedura conciliativa

Svolgendo la previsione legale, il CCNL del comparto Istruzione e Ricerca regola all’articolo 17 la determinazione concordata della sanzione, altrimenti detta conciliazione.

La procedura, che non riveste natura obbligatoria, può applicarsi in tutti i casi in cui non è previsto il licenziamento disciplinare, ma la sanzione concordata non può essere di specie (o tipologia) diversa da quella prevista dalla legge o dal contratto collettivo, e non è soggetta all’impugnazione.

La proposta può essere avanzata da ciascuna delle parti entro il termine dei cinque giorni successivi all’audizione a difesa e contenere una sommaria prospettazione dei fatti, delle risultanze del contraddittorio, infine la misura della sanzione ritenuta applicabile.

La disponibilità della controparte ad accettarla va comunicata entro i cinque giorni successivi dal ricevimento della proposta. Diversamente riprende il decorso dei termini sospesi per l’ordinaria prosecuzione del procedimento disciplinare e non è più possibile attivare  la procedura conciliativa.

A proposta accettata, entro tre giorni il dirigente scolastico convoca il dipendente, con eventuale assistenza di un procuratore o suo rappresentante sindacale, e si formalizza l’accordo raggiunto in un apposito verbale.

In ogni caso la procedura conciliativa deve concludersi entro il termine di trenta giorni dalla contestazione e comunque prima che venga inflitta la sanzione.

8. Il rispetto dei termini e delle procedure

A differenza della rigida regolazione del primigenio D. Lgs. 150/09, la novella apportata dal D. Lgs. 75/17, che si legge nell’art. 55-bis del D. Lgs. 165/01-Testo unico del pubblico impiego, statuisce che la violazione dei termini e delle disposizioni sul procedimento disciplinare – fatta salva la responsabilità per dolo o colpa grave del soggetto attivo – non determina né l’invalidità degli atti né delle sanzioni irrogate, ad una duplice condizione:

– che vengano rispettati i soli termini perentori dei trenta giorni per la contestazione degli addebiti, decorrenti dalla conoscenza del fatto disciplinarmente rilevante e dei centoventi giorni per la conclusione del procedimento, decorrenti dalla data della predetta contestazione;

– che non risulti irrimediabilmente compromesso il diritto di difesa del dipendente e le modalità di esercizio dell’azione disciplinare risultino comunque compatibili con il principio di tempestività, il cui onere probatorio ricade ovviamente sull’Amministrazione.

Tal che, entro questi limiti, può ora sempre recuperarsi un procedimento disciplinare in ipotesi erroneamente avviato dal dirigente scolastico ed invece di competenza dell’UPD, o all’opposto da quest’ultimo pervenuto in seguito alla segnalazione di rito ma ravvisato come rientrante nella competenza del dirigente scolastico, quindi a questi restituito.

9. Fattispecie differenti

Così come le varie forme di responsabilità conosciute dall’ordinamento possono concorrere prendendo corpo in un unico fatto, le fattispecie di seguito sintetizzate registrano parimenti interferenze o sovrapposizioni con la responsabilità disciplinare, ma se ne differenziano concettualmente e – sotto l’aspetto sostanziale – per la distinta natura, per le peculiari procedure riguardo il loro accertamento, per i diversi esiti cui mettono capo.

9.1. Il trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale

La giurisprudenza, conformemente al dato normativo, ha chiarito che il trasferimento per incompatibilità ambientale non ha carattere disciplinare, perché prescinde da specifiche censure movibili al soggetto per un comportamento antidoveroso posto in essere con dolo o colpa.

Per la Corte di cassazione (sez. lavoro, n. 21031 del 18.10.16, n. 2143 del 27.01.17 e n. 11833 del 04.05.17) l’istituto è riconducibile alle ragioni tecniche, organizzative e produttive di cui all’art. 2103 del codice civile. Sicché la situazione di incompatibilità deve essere valutata e motivata secondo un criterio oggettivo, indipendentemente dalla colpevolezza o dalla violazione di doveri d’ufficio del lavoratore, la cui presenza nella struttura sia causa di disfunzione e disorganizzazione, perciò non compatibile con il normale svolgimento dell’attività lavorativa.

Che il trasferimento non abbia natura punitiva è confermato dal fatto che esso può anche essere disposto nell’interesse del dipendente al fine di garantire la sua salute fisica e psichica, anche contro la sua volontà.

Nel caso di specie il dirigente scolastico è competente per un lavoro istruttorio che si conclude con la richiesta all’Amministrazione di valutare l’opportunità di porre in essere l’inerente procedura. Nel contempo, ricorrendo una situazione di gravità, potrà emanare un provvedimento cautelare di allontanamento dal servizio in via d’urgenza, senza contraddittorio, e subito sottoponendolo alla convalida dell’Amministrazione (l’Ufficio scolastico regionale).

Una volta che sia stato adottato il provvedimento del trasferimento d’ufficio, il giudice del lavoro davanti al quale può essere impugnato non può entrare nel merito delle scelte datoriali, potendo solo verificare la sussistenza o meno delle esigenze di carattere oggettivo delle ragioni addotte, sì che risulti escluso ogni intento punitivo o discriminatorio.

9.2. L’insufficiente rendimento e l’incapacità didattica

Come accennato poc’anzi, il primo può astrattamente sovrapporsi alla fattispecie figurante nell’art. 54-quater del D. Lgs. 165/01 (ante), che commina la sanzione del licenziamento disciplinare, per reiterata violazione degli obblighi concernenti la prestazione lavorativa … rilevata dalla costante valutazione negativa della performance del dipendente per ciascun anno nell’ultimo triennio; mentrela seconda – prevista nell’articolo 512 del D. Lgs. 297/94, ma accanto al persistente insufficiente rendimento – prescinde dagli elementi soggettivi del dolo o della colpa, pertanto priva di connotazione disciplinare.

Difatti, secondo la giurisprudenza (vedasi da ultimo Corte d’appello di Bolzano, sez. lavoro, sentenza 01.06.19, che richiama una nutrita serie di conformi pronunce rese sia in sede amministrativa che civile), l’incapacità didattica è riconducibile a una inettitudine grave e permanente a svolgere le mansioni inerenti la funzione esercitata, manifestatasi nel corso del rapporto ed incidente sulla causa della relazione negoziale intercorrente tra l’insegnante e l’amministrazione statale.

Per contro, il persistente insufficiente rendimento è riconducibile a un comportamento volontario consistente in una consapevole violazione dei doveri d’ufficio e delle corrette modalità di svolgimento del rapporto, analogamente a quanto si verifica per i comportamenti che assumono rilievo per i profili disciplinari.

Ma al di là degli aspetti qualificatori – ovvero di sussunzione del persistente insufficiente rendimento nella fattispecie codificata nel sopracitato articolo 54-quater del D. Lgs. 165/01 – non può di certo sostenersi la sua non sanzionabilità, ciò che  significherebbe la quiescenza a tempo indeterminato di una norma imperativa, sino a quando – e se – non venga costruito il dispositivo della performance, a sua volta implicante una valutazione generalizzata, sistematica, ricorrente – potrebbe dirsi, ordinaria o fisiologica – di tutto il personale della scuola: previsione tuttora inattuata nonostante risalga al D. Lgs. 150/09, oltre dieci anni fa.

Quindi si può, e si deve, sanzionare il patologico(non permanente)insufficiente rendimento, anche episodico e riscontrabile in concreto caso per caso, pur non comportando esso il licenziamento disciplinare.

Trattandosi di valutazioni tecnico-professionali, sarà cura del dirigente scolastico, sempre dopo aver condotto un’indagine istruttoria, sollecitare l’Amministrazione per gli accertamenti ad opera di suoi appositi organi; che potranno fornire, al medesimo o all’UPD, gli elementi su cui fondare la sanzione disciplinare, preceduta o meno dal provvedimento di sospensione cautelare.

9.3. La permanente inidoneità psico-fisica

La rilevanza disciplinare dell’istituto in parola, che facoltizza l’Amministrazione a risolvere il rapporto di lavoro, è circoscritta, dal combinato disposto dell’articolo 55-octies del D. Lgs. 165/01 e dall’articolo 6 del regolamento di attuazione di cui al D.P.R. 171/11, al caso in cui il dipendente nei confronti del quale è stata disposta la visita medico-collegiale per l’accertamento della permanente inidoneità psico-fisica si rifiuti per due volte e senza giustificato motivo di sottoporvisi.

La visita, che può essere chiesta anche dall’interessato, deve essere direttamente attivata dal dirigente scolastico in qualsiasi momento successivo al superamento del periodo di prova del dipendente, nel rispetto della normativa sulla privacy nei termini previsti nel menzionato D.P.R. 171/11, quando sussista uno dei seguenti presupposti:

– assenza del dipendente per malattia quando è superato il periodo di comporto previsto dal contratto;

– disturbi del comportamento gravi, evidenti e ripetuti, che fanno fondatamente presumere l’esistenza dell’inidoneità psichica permanente assoluta o relativa al servizio;

– condizioni fisiche che facciano presumere l’inidoneità fisica permanente assoluta o relativa al servizio.

Nelle more, esclusa evidentemente la prima evenienza ma in aggiunta del caso in cui il dipendente non si presenti alla visita di idoneità senza giustificato motivo, il dirigente scolastico potrà adottare il provvedimento di sospensione cautelare dal servizio, inviandolo contestualmente all’USR per la convalida.

Se non ricorrono situazioni di urgenza da motivare esplicitamente, occorre una previa comunicazione all’interessato; che, entro i successivi cinque giorni, può presentare memorie e documenti che si ha l’obbligo di valutare.

In ogni caso la sospensione è sempre disposta con atto motivato e comunicata al dipendente.


(*) Il capitolo, l’ultimo dei cinque, è tratto dal più ampio lavoro in pubblicazione sulla rivista “Scienza dell’Amministrazione Scolastica”, Euroedizioni, Torino.

Lo si rende disponibile come una sorta di miniguida “ragionata” per i dirigenti scolastici nel momento in cui dovessero gestire una tematica di non facile dominio, ovviamente integrando quel che qui si è potuto dire con la consultazione delle fonti normative: essenzialmente gli articoli dal 54 al 55-novies del D. Lgs. 165/01, testo vigente, e il CCNL del comparto Istruzione e Ricerca stipulato il 18 aprile 2018.