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Nota 25 ottobre 2021, AOODGPER 33176

Ministero dell’Istruzione
Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e di formazione Direzione Generale per il personale scolastico
Ufficio VI – Formazione del personale scolastico, formazione dei dirigenti scolastici e accreditamento enti

Ai Direttori Generali degli Uffici Scolastici Regionali LORO SEDI
Ai Dirigenti scolastici di tutte le scuole di ogni ordine e grado LORO SEDI

Oggetto: Misure di accompagnamento per la Valutazione degli apprendimenti nella scuola primaria – Formazione Dirigenti Scolastici – anno scolastico 2021-2022.

Il dirigente scolastico nel sistema delle sanzioni disciplinari

Francesco G. Nuzzaci


1.    Introduzione

2. La responsabilità disciplinare

3.    Le fonti pubblicistiche

4. La regolazione contrattuale

4.1.        Il dirigente scolastico soggetto passivo

4.2 Il personale della scuola

4.2.1.    Personale ATA

4.2.2. Personale docente

5.    Il dirigente scolastico in azione

5.1. Distribuzione delle competenze

5.2.        La sospensione cautelare

5.3. L’obbligatorietà dell’azione disciplinare

5.4.        Il principio di tipicità delle sanzioni

5.5. Il diritto di difesa

5.6.        Il criterio di proporzionalità

5.7. L’eventuale procedura conciliativa

5.8.        Il rispetto dei termini e delle procedure

6. Fattispecie differenti

6.1.        Il trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale

6.2.        L’insufficiente rendimento e l’incapacità didattica

6.3.        La permanente inidoneità psico-fisica

Nota 13 ottobre 2021, AOODGPER 31852

Ministero dell’Istruzione
Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e di formazione
Direzione Generale per il personale scolastico
Ufficio VI – Formazione del personale scolastico, formazione dei dirigenti scolastici e accreditamento enti

Ai Direttori Generali degli Uffici Scolastici Regionali
Ai Dirigenti titolari degli Uffici Scolastici Regionali per l’Umbria, la Basilicata e il Molise e, per loro tramite,
Ai Dirigenti scolastici in anno di formazione e prova

OGGETTO: Linee operative per la formazione e la valutazione dei dirigenti scolastici neoassunti a.s. 2021-2022.

Avviso 9 agosto 2021, AOODGPER 25261

Ministero dell’Istruzione
Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione Direzione generale per il Personale scolastico
Ufficio II – Dirigenti scolastici

OGGETTO: Concorso nazionale, per titoli ed esami, finalizzato al reclutamento di dirigenti scolastici presso le Istituzioni scolastiche statali (D.D.G. n. 1259 del 23/11/2017). Assegnazione ai ruoli regionali.

DS: libera professione ed iscrizione Ordini professionali

Dirigenti scolastici: esercizio della libera professione ed iscrizione agli Ordini professionali

di Leon Zingales e Dario Tumminelli

Riferimenti normativi

Il punto di riferimento normativo per trattare la materia sulla possibilità dell’esercizio della libera professione, per qualsiasi dipendente della P.A., è il mai abrogato Decreto del Presidente della Repubblica 10 gennaio 1957, n. 3 “Testo unico delle disposizioni concernenti lo statuto degli impiegati civili dello Stato”.

Art. 60 del DPR 3/1957 <<L’impiegato non può esercitare il commercio, l’industria, ne alcuna professione o assumere impieghi alle dipendenze di privati o accettare cariche in società costituite a fine di lucro, tranne che si tratti di cariche in società o enti per le quali la nomina è riservata allo Stato e sia all’uopo intervenuta l’autorizzazione del Ministro competente.>>

Il D.Lgs.165/01, richiamando il DPR 3/1957, prevede dei regimi derogatori speciali.

Art. 53 D.lgs. 165/01 –  Incompatibilità, cumulo di impieghi e incarichi. c.1 <<Resta ferma per tutti i dipendenti pubblici la disciplina delle incompatibilità dettata dagli articoli 60 e seguenti del testo unico approvato con D.P.R. 10 gennaio 1957, n. 3, salva la deroga prevista dall’articolo 23-bis del presente decreto, nonché, per i rapporti di lavoro a tempo parziale, dall’articolo 6, comma 2, del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 17 marzo 1989, n. 117 e dall’articolo 1, commi 57 e seguenti della legge 23 dicembre 1996, n. 662. Restano ferme altresì le disposizioni di cui agli articoli 267, comma 1, 273, 274, 508 nonché 676 del decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297, all’articolo 9, commi 1 e 2, della legge 23 dicembre 1992, n. 498, all’articolo 4, comma 7, della legge 30 dicembre 1991, n. 412, ed ogni altra successiva modificazione ed integrazione della relativa disciplina.>>

Tra le deroghe specifiche, è opportuno sottolineare l’art. 508 del Decreto Legislativo 16 aprile 1994, n. 297 “Testo Unico delle disposizioni legislative vigenti in materia di istruzione, relative alle scuole di ogni ordine e grado” che concerne il personale docente

Art. 508 D.Lgs. 297/94 – Incompatibilità c.15 <<Al personale docente è consentito, previa autorizzazione del direttore didattico o del preside, l’esercizio di libere professioni che non siano di pregiudizio all’assolvimento di tutte le attività inerenti alla funzione docente e siano compatibili con l’orario di insegnamento e di servizio.>>

Nell’ambito dei regimi derogatori, non è previsto alcuna eccezione per quanto riguarda i Dirigenti scolastici. Ergo, il Dirigente scolastico non può esercitare la libera professione, senza alcuna possibilità di interpretazione della norma. Ovviamente al Dirigente scolastico si applica comunque la deroga prevista dall’art. 53 c.6 del D.Lgs.165/01 che esclude, dalle incompatibilità, talune attività con i relativi compensi.

Art. 53 c.6 D.Lgs.165/01 <<I commi da 7 a 13 del presente articolo si applicano ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche di cui all’articolo 1, comma 2, compresi quelli di cui all’articolo 3, con esclusione dei dipendenti con rapporto di lavoro a tempo parziale con prestazione lavorativa non superiore al cinquanta per cento di quella a tempo pieno, dei docenti universitari a tempo definito e delle altre categorie di dipendenti pubblici ai quali è consentito da disposizioni speciali lo svolgimento di attività libero-professionali. Gli incarichi retribuiti, di cui ai commi seguenti, sono tutti gli incarichi, anche occasionali, non compresi nei compiti e doveri di ufficio, per i quali è previsto, sotto qualsiasi forma, un compenso. Sono esclusi i compensi derivanti: a) dalla collaborazione a giornali, riviste, enciclopedie e simili; b) dalla utilizzazione economica da parte dell’autore o inventore di opere dell’ingegno e di invenzioni industriali; c) dalla partecipazione a convegni e seminari; d) da incarichi per i quali è corrisposto solo il rimborso delle spese documentate; e) da incarichi per lo svolgimento dei quali il dipendente è posto in posizione di aspettativa, di comando o fuori ruolo; f) da incarichi conferiti dalle organizzazioni sindacali a dipendenti presso le stesse distaccati o in aspettativa non retribuita; f-bis) da attività di formazione diretta ai dipendenti della pubblica amministrazione.>>

Cancellazione dall’albo

Fermo restando l’impossibilità dell’esercizio della libera professione, la Pubblica Amministrazione non può imporre l’obbligo di cancellazione dall’Albo relativo all’Ordine di appartenenza. Viceversa, tale cancellazione può essere necessaria in relazione alla normativa ovvero ai regolamenti vigenti per ogni singolo Ordine professionale.

Relativamente alla cancellazione dall’Albo, non vi è una regola generale, ma dipende dall’Ordine professionale considerato.

A titolo d’esempio, si approfondisce la materia riportando quanto previsto nei relativi Regolamenti di iscrizione e/o Ordinamento della professione: dall’Ordine degli Ingegneri (ove il Dirigente scolastico può continuare ad essere iscritto), dall’Ordine degli Psicologi ovvero Albo degli dottori agronomi ed i dottori forestali (ove il Dirigente può continuare ad essere iscritto, ma viene riportata menzione all’albo che l’esercizio è precluso), cosiddetta “annotazione a margine”, e dall’Ordine degli Avvocati (ove è necessaria la cancellazione, in quanto la permanenza nell’Albo è vincolata all’esercizio della professione in modo effettivo, continuativo, abituale e prevalente).

Approfondimento – Albo degli Ingegneri: non obbligo di cancellazione Tenuto conto del Regio Decreto n. 2537 del 23 ottobre 1925, della Legge n. 897 del 25 aprile 1938, e del D.P.R. n. 328 del 5 giugno 2001, con parere del Consiglio Nazionale degli Ingegneri (22/01/2021, n. 524), si è evidenziato che  dipendenti pubblici non hanno alcuna incompatibilità con l’iscrizione all’albo di categoria, a prescindere dall’esercizio effettivo dell’attività professionale. Si riporta infatti la sentenza della Corte di Cassazione a Sezioni Unite, 1/12/1987 n. 8897 che specifica come “l’iscrizione all’albo professionale costituisce, per il soggetto in possesso di tutti i requisiti previsti dalla legge, un diritto soggettivo perfetto e che il professionista, ove sia pubblico dipendente, non può esercitare la libera professione”. Di conseguenza, il Dirigente scolastico, pur non potendo svolgere alcuna attività professionale per incompatibilità, può tranquillamente continuare a rimanere iscritto all’Albo.
Approfondimento – Albo degli Psicologi: non obbligo di cancellazione, ma annotazione nell’Albo In base all’articolo 11 della “Legge Ossicini” – Legge n. 56 del 18 Febbraio 1989 “Ordinamento della professione di Psicologo” – la cancellazione dall’Albo può avvenire in 3 casi differenti: se vi è rinuncia da parte dello stesso iscritto;se la libera professione viene esercitata in situazioni di incompatibilità;se viene a mancare uno dei requisiti obbligatori per l’iscrizione (per esempio, si subisce una condanna penale per reati che comportano l’interdizione dalla professione). Sono rilevanti il c.2 ed il c.3 dell’art.8 della Legge n. 56/1989. 2.  I pubblici impiegati debbono, inoltre, provare se è loro consentito l’esercizio della libera professione. 3.  Ove tale esercizio sia precluso, ne viene riportata sull’albo annotazione con la relativa motivazione. Di conseguenza, non è automatica la cancellazione dall’Albo per il Dirigente scolastico. Infatti, ai sensi dell’art. 8 della suddetta legge, può continuare a mantenere iscrizione ma, poiché  l’esercizio è precluso, ne viene riportata sull’albo annotazione con la relativa motivazione.
Approfondimento – Albo degli dottori agronomi ed i dottori forestali: non obbligo di cancellazione, ma annotazione nell’Albo Regolamento di Esecuzione della Legge 7 Gennaio 1976, n. 3, sull’ordinamento della professione di Dottore Agronomo di Dottore Forestale <<Art. 1 Pubblici dipendenti iscritti nell’albo con annotazione a margine Art. 2 I dottori agronomi ed i dottori forestali impiegati dello Stato e di altre pubbliche amministrazioni ai quali, secondo gli ordinamenti loro applicabili, sia di norma vietato l’esercizio della libera professione e che pertanto – ai sensi dell’art. 3 della legge 7 gennaio 1976, n. 3 – possono iscriversi all’albo con annotazione a margine, debbono depositare presso la segreteria dell’ordine, per ogni singolo incarico, la relativa autorizzazione rilasciata dall’amministrazione di appartenenza. Per ogni incarico autorizzato, il consiglio dell’ordine consegna all’interessato il timbro professionale che deve essere restituito all’espletamento dell’incarico stesso.>>   Ordinamento della Professione di Dottore Agronomo e Di Dottore Forestale Legge 7 Gennaio 1976, n. 3 (Modificata con Legge 10 Febbraio 1992, n. 152)   <<Art. 1 Titoli di dottore agronomo e di dottore forestale. I titoli di dottore agronomo e di dottore forestale, al fine dell’esercizio delle attività di cui all’articolo 2, spettano a coloro che abbiano conseguito l’abilitazione all’esercizio della professione e siano iscritti in un albo a norma del successivo articolo 3. Art. 3 c. 2 Per l’esercizio delle attività professionali di cui all’articolo 2 è obbligatoria l’iscrizione all’albo, sia che l’esercizio stesso avvenga in forma autonoma che con rapporto di impiego o collaborazione a qualsiasi titolo. c. 3 I dottori agronomi ed i dottori forestali dipendenti dello Stato o di altra pubblica amministrazione quando esercitano la loro attività professionale nell’esclusivo interesse dello Stato o della pubblica amministrazione non necessitano di iscrizione all’albo. c. 4 I dottori agronomi ed i dottori forestali dipendenti dello Stato o di altra pubblica amministrazione possono, a loro richiesta, essere iscritti all’albo. Nei casi in cui, secondo gli ordinamenti loro applicabili, è vietato di norma l’esercizio della libera professione, l’iscrizione avviene con annotazione a margine attestante il loro stato giuridico-professionale. Questi iscritti non possono esercitare la libera professione, salvi i casi previsti dagli ordinamenti loro applicabili.>>  
Approfondimento – Albo degli Avvocati: Obbligo di cancellazione Con il Decreto del 16 agosto 2016 n. 178 viene pubblicato il regolamento recante le disposizioni per la tenuta e l’aggiornamento di albi, elenchi e registri da parte dei Consigli dell’ordine degli avvocati, nonché in materia di modalità di iscrizione e trasferimento, casi di cancellazione, impugnazioni dei provvedimenti adottati in tema dai medesimi Consigli dell’ordine, ai sensi dell’articolo 15, comma 2, della legge 31 dicembre 2012, n. 247. Ai sensi dell’art. 21 della Legge n. 247/212 “La permanenza dell’iscrizione all’albo è subordinata all’esercizio della professione in modo effettivo, continuativo, abituale e prevalente”. Di conseguenza il Dirigente scolastico, non potendo verificare il suddetto requisito per l’incompatibilità di esercizio della professione, ha l’obbligo di cancellazione dall’Albo.

Bibliografia

  • DPR 10 gennaio 1957, n. 3 “Testo unico delle disposizioni concernenti lo statuto degli impiegati civili dello Stato”;
  • D.Lgs. 30 marzo 201, n. 165 “Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche”;
  • D.Lgs. 16 aprile 1994, n. 297 “Testo Unico delle disposizioni legislative vigenti in materia di istruzione, relative alle scuole di ogni ordine e grado”;
  • Regio Decreto n. 2537 del 23 ottobre 1925;
  • Legge n. 897 del 25 aprile 1938;
  • D.P.R. n. 328 del 5 giugno 2001;
  • Parere del Consiglio Nazionale degli Ingegneri (22/01/2021, n. 524);
  • Sentenza della Corte di Cassazione a Sezioni Unite, 1/12/1987 n. 8897;
  • Legge n. 56 del 18 Febbraio 1989 “Ordinamento della professione di Psicologo“;
  • Decreto del 16 agosto 2016 n. 178;
  • Legge 31 dicembre 2012 n. 247, “Nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense”;
  • Legge 25 Aprile 1938, n. 897 “Obbligatorietà dell’iscrizione negli Albi Professionali”;
  • Legge 7 Gennaio 1976, n. 3, sull’ordinamento della professione di Dottore Agronomo di Dottore Forestale.

Nota 7 luglio 2021, AOODGRUF 15770

Ministero dell’istruzione
Dipartimento per le risorse umane, finanziarie e strumentali
Direzione generale per le risorse umane, finanziarie e strumentali

Agli Uffici Scolastici Regionali (indirizzi PEC)
e, p.c. All’ UCB c/o MIUR (rgs.miur.gedoc@pec.mef.gov.it )
Alle OO.SS della Dirigenza scolastica (indirizzi PEC e PEO)

OGGETTO: Dirigenza scolastica. Trasmissione integrazione Fondo Unico Nazionale per la retribuzione di posizione e risultato per l’anno scolastico 2017-2018 e quantificazione Fondo Unico Nazionale per la retribuzione di posizione e risultato per l’anno scolastico 2018-2019.

La significativa protesta della dirigenza scolastica

La significativa protesta della dirigenza scolastica

Francesco G. Nuzzaci

È in corso di pubblicazione una ricerca empirica sullo stress da lavoro dei dirigenti scolastici, commissionata da DIRIGENTISCUOLA alle dottoresse Rita Guadagni e Rossana Gabrieli, cui ha risposto oltre il 10% dell’intera platea, equamente distribuito su tutte le regioni.

Ne è venuto fuori un quadro allarmante, di una sofferenza disumana che ha evidenziato livelli rischiosissimi di burn out, accentuati da una generalizzata percezione di essere abbandonati e misconosciuti dalla propria Amministrazione.

Ciò ha indotto l’unica associazione sindacale rapppresentativa monocategoriale a romper gl’indugi, dopo aver preso atto che anche il nuovo ministro dell’Istruzione prof. Patrizio Bianchi, buon frequentatore dei media e della carta stampata non meno della sua predecessora, si sta rivelando prodigo di annunci altisonanti – l’ultimo è l’ipotizzata Conferenza nazionale sulla scuola a trentun anni esatti di distanza da quella indetta dall’allora suo collega e attuale Presidente della Repubblica, che si vorrebbe palingenetica di un radicale svecchiamento dell’intero sistema d’istruzione e di formazione – ma latitante nei fatti, o perché distratto o perché facente pieno affidamento su una tecnostruttura che di certo non si sta rivelando incline a sostenerlo nei suoi propositi rivoluzionari o, semplicemente, di ordinaria amministrazione.

Non si spiegherebbe altrimenti la colossale topica di aver firmato – a propria insaputa? – un decreto sugli organici dei dirigenti scolastici che ha sottratto loro 370 istituzioni normo-dimensionate dal comma 978 della legge 178/2020, abrogato in via interpretativa unitamente al comma 979 stanziante le correlate risorse finanziarie: cosa che, diversamente, avrebbe esaurito la graduatoria dell’ultimo concorso.

Né si spiegherebbe altrimenti il fallimento dei personalmente preannunciati tavoli tecnici poco dopo il suo insediamento, tra i quali quello sulla dirigenza scolastica: che lo si voleva da subito istituito e presieduto dal capo di Gabinetto e poi, dopo quattro mesi d’attesa, annacquato a generico tavolo (pseudo)politico, condotto da un dirigente di seconda fascia senza un canovaccio o una proposta dell’Amministrazione su cui avviare un proficuo confronto, perciò e inevitabilmente disquisendosi – nei due incontri sin qui tenuti – a  ruota libera, in una recita a soggetto, su tutto e di più. E con la partecipazione di un sindacato rappresentativo di docenti a metter bocca – non è dato di sapere a quale titolo – sulla dirigenza scolastica sua controparte datoriale!

Ciò ha imposto a DIRIGENTISCUOLA di dire basta! Che, dopo avere già proclamato lo stato di agitazione, ha deciso di manifestare davanti al Ministero l’8 luglio, dalle ore 11.00 alle ore 14.00, con la presenza dei suoi presidenti regionali e di coloro che liberamente vorranno affiancarvisi, qualora residui negli stessi un po’ di fiato dopo un massacrante anno di lavoro condotto in apnea e non ancora concluso.

Sarà una manifestazione preceduta e seguita da un fitto calendario di assemblee sindacali in remoto per le diverse regioni; e che avrà una più incisiva prosecuzione e partecipazione più larga rivolta all’intera categoria con la ripresa del nuovo anno scolastico: tre giorni di sciopero della fame e della sete sempre davanti al Ministero se l’Amministrazione non avrà dimostrato impegni fattivi e formalizzati, come quelli a suo tempo presi e onorati dall’allora ministra Fedeli, indotti con analoga iniziativa; che hanno portato la dirigenza scolastica all’equiparazione retributiva della posizione di parte fissa con l’ultimo CCNL 2016-2018, a vent’anni dalla sua nascita.

Nell’auspicio che finalmente la categoria guadagni la consapevolezza di dover prendere direttamente in mano il proprio destino, dismettendo ogni illusione di poter fare affidamento sulla benevolenza altrui, s’intende incalzare da subito l’Amministrazione su precisi punti, a cominciare da quelli che riteniamo di dover qui compendiare e dei quali, in larga parte, ci siamo già occupati in questa stessa rivista e altrove.

1. Una dirigenza vera

A dispetto delle fantasie di chi ancora insiste nel voler riscrivere il profilo della dirigenza scolastica quale forma differenziata dell’unicità della funzione docente, essa è già, sotto il profilo ordinamentale, una dirigenza pleno iure, inquadrata dalla legge nella dirigenza dello Stato, come d’altronde concordemente chiarito dalle giurisdizioni superiori.

2. Reclutamento e formazione

Se si ritiene – come deve ritenersi –  essere la dirigenza scolastica una dirigenza vera e in più connotata di tutti quei molteplici profili di complessità in quanto soggetto apicale di una pubblica amministrazione (art. 1, comma 2 del D. Lgs. 165/01), allora va ripristinato – e reso effettivo – un sistema di reclutamento e formazione a livello nazionale, affidando l’intera procedura alla Scuola nazionale dell’amministrazione, che realizzerà l’organizzazione del corso-concorso selettivo, dotata di consolidate expertise nelle materie di carattere manageriale e organizzativo, di sviluppo delle risorse umane, di innovazione e digitalizzazione, nonché finanziarie-economico-statistiche: che attingono proprio quelle competenze di regola non adeguatamente possedute da chi proviene dall’obbligata funzione docente e nella cui nuova veste – se pure se ne vuole assicurare la confidenza con i processi educativi, l’affinità di linguaggio con i professionisti della formazione, la familiarità con peculiari contesti organizzativi – non gli si richiede di essere, riduttivamente, un semplice coordinatore della didattica.

3. Una valutazione non più dilazionabile  

La legge – e la logica di sistema – impone la valutazione di tutta la dirigenza pubblica. Necessita pertanto superare tutti i sofismi fin qui addotti per eluderla, che della valutazione della dirigenza scolastica detta le coordinate, deducibili dal combinato disposto degli articoli 21 e 25 del D. Lgs. 165/2001, 3 del D.P.R. 80/2013 (Regolamento sul sistema nazionale di valutazione), comma 93 dell’articolo 1 della legge 107/2015. Sofismi che, in luogo di definire chiari e agevoli dispositivi (senza attingere a quelli iper-semplificati con cui a tutt’oggi si valuta la dirigenza amministrativa e la dirigenza tecnica dello stesso Ministero dell’istruzione: con  la conseguente retribuzione media di risultato pari a 25.000 euro annui), hanno partorito cervellotici caravanserragli, eternamente sperimentali, e tutti puntualmente naufragati, sino a destare il sospetto – testimoniato dalla muta eloquenza dei fatti – di essere stati scientemente costruiti per farli fallire. Per poi ritessere la tela di Penelope.

Appare a questo punto inconfutabile che a rompere gl’indugi dovrà essere un atto amministrativo unilaterale, dopo che nessun seguito, come prevedibile, ha avuto l’ultimo diversivo sotto forma di Dichiarazione congiunta n. 5 del CCNL dell’area Istruzione e Ricerca, stipulato l’8 luglio 2019; in cui le parti concordano che – per l’ennesima volta e da vent’anni! – la valutazione della dirigenza scolastica sarà “oggetto di uno specifico approfondimento”. Del quale, ovviamente, si resta ancora in attesa!

Al di là dell’amputazione della relativa consistente e qualificante retribuzione, una dirigenza non valutata è una dirigenza dimezzata. E soprattutto una dirigenza priva dell’autorevolezza per valutare il dipendente personale.

4. Un middle management per poter sopravvivere

La sempre più complessa dirigenza scolastica non può essere esercitata se non si prova finalmente a costruire – e a incardinare nel sistema, istituzionalizzandole – figure intermedie di comprovata specifica professionalità che coadiuvino il dirigente nella gestione, amministrazione e organizzazione, sostitutive delle labili figure di sistema o di funzioni-obiettivo o di funzioni strumentali, fin qui introdotte dalla fonte pattizia a mo’ di varie ed eventuali.

Un middle management va primariamente costruito – e reso stabile – sul versante della didattica, per l’esercizio di precise funzioni, con ampi poteri istruttori e correlate responsabilità, nel quadro dell’unità d’indirizzo del dirigente scolastico; che così può azionare i suoi poteri di impulso-coordinamento-controllo sulla prestazione fondamentale – l’insegnamento: recte, l’organizzazione dell’insegnamento – senza disperdersi in una congerie di dettagli operativi, di spicciola o minuta manutenzione – e non solo questi! –  per fronteggiare le quotidiane urgenze rappresentategli e sempre per la decisione di ultima istanza.

E va altresì assicurato per il servente apparato amministrativo, c.d. ufficio di segreteria, dovendosi prendere atto e qualora già non soccorra il semplice buon senso, che la gestione amministrativa e contabile – e i connessi adempimenti inerenti la contrattualistica, la gestione della sicurezza, l’attuazione della trasparenza e dell’accesso agli atti… – che assorbono il dirigente, solo coadiuvato dal DSGA, non è la soluzione più idonea per il corretto funzionamento gestionale delle scuole autonome. Trattandosi di ambiti involgenti non improvvisate competenze professionali, queste dovrebbero essere presidiate da una tecnostruttura servente sotto la diretta responsabilità del DSGA, vincolato agli indirizzi e alle direttive di massima del dirigente, e che si avvale di personale appositamente selezionato per concorso: dai prefigurati, e rimasti virtuali, coordinatore amministrativo e coordinatore tecnico, ai riqualificati assistenti amministrativi e assistenti tecnici, sino ai collaboratori scolastici il cui profilo dovrebbe parimenti essere rivisitato a fondo, scevro da massive logiche impiegatizie.

Liberato dalle tante incombenze improprie, ma pure necessarie della burocrazia, il dirigente potrà concentrarsi sull’organizzazione dell’attività educativa e didattica nei luoghi istituzionali predisposti dall’ordinamento: nel Consiglio d’istituto, nel Collegio dei docenti, nei consigli di classe e nei dipartimenti, ovvero nei gruppi di progetto o nei gruppi di studio, di ricerca-azione; e potrà seguire in maniera sistematica la suddetta attività didattico-educativa per apprezzarla sulla scorta di coordinate di natura tecnica-professionale deducibili dalle fonti normative, siccome contestualizzate e formalizzate nei documenti programmatici e progettuali dell’istituzione scolastica. E si darebbe, tra l’altro, un innegabile senso alla sua obbligata provenienza dalla funzione docente.

5. Interventi in via amministrativa, nell’immediato!

Dopo essere state censite – quattro ministri dell’Istruzione fa! – 53 molestie burocratiche, con altre aggiuntesi nel frattempo, occorre passare dalle chiacchiere ai fatti. 

5.1. Serve recuperare la filosofia dei risalenti e mai decollati Centri servizi per lo sviluppo delle istituzioni scolastiche autonome, sostituti degli Uffici scolastici provinciali (o Provveditorati agli studi) in contestualità con il nuovo assetto autonomistico delle scuole; anzitutto quali centri specializzati in compiti di supporto, consulenza e assistenza tecnica alle istituzioni scolastiche, di regola deficitarie, se non del tutto prive, delle indispensabili competenze esperte in materia di sicurezza, contrattualistica, finanziamenti comunitari, privacy… ; e poi direttamente allocandovi tutte le incombenze di nessuna diretta attinenza al fine istituzionale delle scuole, quali le pratiche di stipendi, pensioni, buonuscita, graduatorie et alia, e dotandoli sia di personale qualificato che di tecnologie informatiche che evitino duplicazioni, lungaggini o inceppamenti della macchina amministrativa.

5.2. Con non minore speditezza deve essere costituita una struttura di coordinamento delle direzioni generali del Ministero e rispettive articolazioni: la sola che s’interfacci con le istituzioni scolastiche affinché non siano sommerse da plurime, e non di rado contraddittorie, richieste di dati, documenti, monitoraggi et similia, spesso imposti all’ultimo momento e spesso già posseduti dall’Amministrazione. E al riguardo si pone la necessità di semplificare le piattaforme per un maggior dialogo delle amministrazioni tra di loro e sempre al fine di non costringere le istituzioni scolastiche a corrispondere più volte alle imposizioni dei richiedenti.

5.3. Occorre, ancora, un deciso intervento, sinora sempre promesso in un apposito decreto di natura regolamentare e sistematicamente disatteso, che chiarisca i limiti di applicabilità nelle istituzioni scolastiche del D. Lgs. 81/2008, riguardo chi – in che misura e con quali modalità – deve ottemperare ai relativi obblighi di sicurezza. Ciò al fine di circoscrivere e precisare, in termini tassativi, le responsabilità dei dirigentiscolastici, privi di poteri di spesa e di strutture tecniche di supporto; e non meno contenere a misura dell’indispensabile la produzione della miriade di certificazioni impropriamente loro richieste. Di modo che potrà meglio contrastarsi una consolidata giurisprudenza della Corte di cassazione che, tra le maglie di una vieppiù intricatissima e debordante produzione normativa dettata dall’emergenza pandemica, trova sempre qualche elemento di colpevolezza del datore di lavoro: per esempio nell’aver consentito al sovraffollamento di aule o di non aver rispettato i minuziosi e sempre vigenti parametri tecnici su spazi pro-capite, cubature, aerazione, vie di fuga, e altro elencando, in edifici strutturalmente deficitari.

E proprio con riguardo all’emergenza pandemica il combinato disposto dell’istituzione di un middle management e del ri-orientamento e rinforzo della missione dei centri per i servizi amministrativi potrà supportare il dirigente scolastico nella prevenzione degli infortuni da Covid e per la quale occorrono competenze sia specialistiche che diversificate, oltre – beninteso – un intervento legislativo che escluda la sua responsabilità penale,  oggi assorbita nella colpa d’autore o colpa per la condotta della vita, praticamente una responsabilità oggettiva, se avrà applicato i previsti protocolli di sicurezza.

5.4. È necessario metter fine all’abusata prassi di affidare, in automatico, ai dirigenti la conduzione del contenzioso per tutto quel che, in qualche misura, chiama in causa o appena lambisce la loro scuola, anche con ricorsi seriali ai vari giudici del lavoro e non solo per le sanzioni disciplinari che abbiano inflitto o per gli atti di gestione compiuti.

Esiste una norma speciale,significata nell’articolo 12 del D. Lgs. 165/2001, che prescrive alle amministrazioni pubbliche di organizzare la gestione del contenzioso del lavoro, anche creando appositi uffici, in modo da assicurare l’efficace svolgimento di tutte le attività giudiziali e stragiudiziali inerenti le controversie. E le amministrazioni pubbliche sono qui gli uffici scolastici regionali nelle loro articolazioni territoriali, quindi i destinatari della delega dell’Avvocatura dello Stato; ma da questi girata con disinvoltura ai dirigenti scolastici, con la motivazione – quando c’è – della diretta conoscenza dei fatti relativi a operazioni svolte nell’ambito della loro funzione istituzionale, o con equivalenti clausole di stile.

Sicché bisogna emanare una direttiva perché si chiarisca che il solo obbligo del dirigente scolastico è di rimettere ai predetti uffici per il contenzioso una relazione sui fatti di causa e afferente corredo documentale; nel mentre, all’opposto, risulta egli destinatario di una singolare sub-delega da parte dei medesimi, benché privi di qualsivoglia titolo per poterla conferire, con cui gli si impone di stilare la memoria difensiva e depositarla nella cancelleria del Tribunale, di costituirsi in giudizio, di comparire in udienza, di svolgervi la difesa dell’evocata Amministrazione: che è sempre il Ministero dell’istruzione per il tramite del direttore generale dell’USR.

5.5. E sempre in materia di contenzioso occorre che il Ministero prenda posizione, alla buonora, sulle sanzioni disciplinari irrogabili ai docenti: per una marmorea giurisprudenza della Corte di cassazione, sistematicamente seguita dai giudici del lavoro, non oltre la censura, atteso che per i docenti non esiste, né nella legge né nel contratto, la sanzione disciplinare tipica della sospensione dal servizio da uno a dieci giorni. Una presa di posizione non più rinviabile, dato che gli UU.SS.RR. procedono in maniera difforme. Per alcuni che si attengono alla circolare ministeriale interpretativa n. 88/2010, i dirigenti scolastici restano competenti nell’infliggere la sanzione disciplinare della sospensione dal servizio e dallo stipendio non oltre dieci giorni, ritagliandola dalla sanzione tipizzata nell’articolo 494 del Testo unico della scuola, della sospensione dall’insegnamento o dall’ufficio fino a un mese, nel caso che con una valutazione ex ante ritengano che potrà essere contenuta entro i dieci giorni di sospensione, diversamente rimettendo gli atti all’UPD. Per altri vale l’indirizzo giurisprudenziale testé sintetizzato.

6. Questioni contrattuali, e ancor prima

6.1. Fin qui latitante l’Amministrazione centrale, va subito risolta –  senza se e senza ma – l’incredibile e incivile situazione di molte regioni in cui i dirigenti scolastici immessi in ruolo dal 2017 ancora non percepiscono la parte variabile della retribuzione di posizione, così come la miserabile mancia denominata retribuzione di risultato. E mancano le parole per andare oltre!

Di non minore gravità, e peraltro estesa all’intera categoria, è la perdurante e non più sopportabile incertezza gravante sul FUN, ancora fermo alla validazione, da parte dell’Ufficio centrale di bilancio, dell’annualità 2017-2018; mentre – e per conseguenza – non sono state avviate le procedure per il 2018-2019 e 2019-2020: correndosi il rischio di dover restituire possibili indebiti dato che le attuali retribuzioni avvengono in regime di ultrattività dell’ultimo CIR validato.

E, anche qui, si tratta solo di difendere retribuzioni acquisite per prestazioni già rese!

È un’incertezza dovuta ai tagli del FUN, illegittimi, apportati dal MIUR (ora MI) e dal MEF, in contestualità dell’assunzione di nuovi dirigenti scolastici senza la copertura in ordine alla retribuzione variabile e alla retribuzione accessoria, ma non meno e soprattutto alla discutibile scelta, con il CCNL 2006-2009, di sottrarre la sua determinazione alla contrattazione nazionale per derubricarla a semplice confronto. Che quindi alla contrattazione nazionale dovrà essere restituita.

6.2. Assicurate le retribuzioni spettanti e risolte le attuali criticità del FUN, non può attendersi oltre l’avvio delle trattative per il rinnovo del CCNL 2019-2021 dell’area dirigenziale Istruzione e Ricerca, assicurando ai parenti poveri stazionanti nel suo retro-bottega, quale obiettivo minimo per elementari ragioni di giustizia, la perequazione retributiva di parte variabile e di risultato.

È dovere del ministro Bianchi – fin qui sempre distratto – concorrere con il collega Brunetta nella determinazione dello specifico atto d’indirizzo (ex art. 41, comma 3 del D. Lgs. 165/2001), e impegnarsi nel celere reperimento delle inerenti risorse finanziarie e/o da inserire nella legge di bilancio per il 2022, atteso che, per una deteriore abusata italica prassi, il nuovo contratto non potrà, ragionevolmente, stipularsi entro quest’anno solare.

Abbisognano all’incirca, e a regime, 400 milioni di euro lordo-Stato per mettere fine all’estenuante, sterile e avvilente rincorsa iniziata vent’anni or sono con il contratto d’ingresso dei già capi d’istituto nell’area della dirigenza scolastica. Che, per l’eternità, sembra dover pagare il fio di un privilegium odiosum, dovuto al suo vizio d’origine riassunto nella sua, supposta, sublime specificità: una virtù che si è tramutata nella sua perenne condanna a simildirigenza o mezza dirigenza.

È un impegno che ben si può chiedere al ministro Bianchi, che dichiara essere i dirigenti scolastici, già tra gli eroi della pandemia, una delle colonne portanti del prefigurato nuovo sistema scolastico con il proposito di ridisegnarlo ab imis.

6.3. Il celere avvio delle trattative per il nuovo contratto dovrà rivedere la mobilità territoriale, per la quale va preso atto che non sussistono i tempi per solo ipotizzare ragionevoli soluzioni alternative a valere in corso di anno scolastico e per l’imminente prossimo, dopo che in materia l’Amministrazione ha dato mostra di non conoscere neanche il CCNL, lasciando mano libera alle creative, se non arbitrarie, diciotto soluzioni dei diciotto uffici scolastici regionali.

6.4. E il nuovo (?) CCNL 2019-2021 dovrà altresì disciplinare, entro le coordinate del D. Lgs. 165/2001, la mobilità professionale per chi la desideri: non tra i pregressi e abrogati settori formativi, ma tra le pubbliche amministrazioni dello Stato, come avviene per i dirigenti non aggettivati e per gli stessi dirigenti tecnici, ancorché questi ultimi siano stricto iure solo attributari di posizioni dirigenziali. Ciò perché la dirigenza – inclusa quella delle istituzioni scolastiche – è strutturalmente e finalisticamente unica. Vale a dire che non è una figura eccessivamente specializzata, quanto e piuttosto – va ribadito –  una figura generalista o organizzatoria, essendo specifica per definizione ogni inerente unità o struttura organizzativa (D. Lgs. 150/09), nel senso che possiede naturaliter una propria e più o meno marcata peculiarità, alla quale necessariamente deve conformarsi lo svolgimento della funzione.

Né sono richiesti per la mobilità in discorso particolari titoli di studio, salva l’eccezione per le cc.dd. dirigenze professionali (come per la dirigenza medica o veterinaria). E difatti dirigenti generali, dirigenti amministrativi –  e anche dirigenti tecnici –  laureati in Lettere, in Filosofia, in Matematica, in Ingegneria e non solo in Giurisprudenza transitano tranquillamente da un’Amministrazione all’altra.

6.5. Non essendosi ancora provveduto a istituire il tavolo negoziale in sede di CCNQ 2019-2021 per la definizione e l’eventuale revisione delle aree dirigenziali, restiamo dell’avviso che andrebbe vagliata la proposta d’inserire la dirigenza scolastica nell’area delle Funzioni centrali, accanto ai dirigenti amministrativi e ai superspecifici dirigenti tecnici e tutti dipendenti dal medesimo datore di lavoro, spostandola dall’attuale collocazione nell’area Istruzione e Ricerca in cui sono compresenti dirigenti delle università che svolgono compiti squisitamente ed esclusivamente amministrativi, estranei alla didattica, e dirigenti di ricerca, quindi operanti in ambiti circoscritti che richiedono, e impegnano, competenze di tipo tecnico-professionale a far premio su quelle di tipo gestionale.

Nota 9 giugno 2021, AOODGPER 17877

Ministero dell’Istruzione
Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione Direzione generale per il Personale scolastico
Ufficio II -Dirigenti scolastici

Ai Direttori Generali degli Uffici Scolastici Regionali
Ai dirigenti titolari degli Uffici scolastici Regionali per l’Umbria, la Basilicata e il Molise
e, p.c., All’Ufficio di Gabinetto
Al Capo Dipartimento per Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e di formazione
Alle OO.SS.

OGGETTO: Operazioni di attribuzione degli incarichi dirigenziali: conferme, mutamenti, mobilità interregionale con decorrenza 01/09/2021 – INDICAZIONI

Quel che non è stato detto…

Quel che non è stato detto e che il ministro attende di sentirsi dire

di Fancesco G. Nuzzaci

1. Nell’incontro tenutosi con il ministro Bianchi il 7 maggio, trasmesso in diretta streaming e riascoltabile su https://www.youtube.com/watch?v=NYJqDeuPz5w, le sigle sindacali FLC CGIL, Cisl Scuola, Uil scuola RUA e SNALS Confsal, come corpo unico e a una sola voce, gli hanno esposto le problematiche della dirigenza scolastica.

Si è parlato di rinnovo del CCNL, che dovrebbe realizzare il completamento della perequazione retributiva rispetto alle dirigenze di pari seconda fascia presenti nella composita area Istruzione e Ricerca e nell’area delle Funzioni centrali (dove sono collocati i dirigenti amministrativi e tecnici del Ministero dell’istruzione); delle questioni legate alla definizione degli organici (dovendosi assicurare a ogni istituzione scolastica un proprio DS e un proprio DSGA) e alla mobilità sia regionale che interregionale, per un celere rientro degli esiliati; della rivisitazione della normativa sulla sicurezza a scuola per sollevare i dirigenti dalle pesanti responsabilità per carenze e inadempienze degli enti locali proprietari degli edifici e tenuti alla loro manutenzione; delle molestie burocratiche riversate sulle scuole, costrette a defatiganti adempimenti impropri; del mancato supporto delle strutture periferiche dell’Amministrazione; e di altro ancora.

Nella replica il ministro ha evidenziato alcune misure già attuate e richiesto la propositiva collaborazione degli interlocutori sugli altri necessari percorsi da intraprendere per la soluzione delle segnalate criticità, tutti integranti il Patto per la scuola al centro del Paese, in via di sottoscrizione con le diverse confederazioni sindacali.

E proprio riguardo alla propositiva collaborazione ha egli manifestato la propria sorpresa per non essere stata profferita neanche una parola su due argomenti di non poco momento: i collaboratori dei dirigenti scolastici, altrimenti detto Middle Management, e il reclutamento e formazione del personale, includenti i dirigenti scolastici. E dunque attendendosi che una parola ci sia, su un articolato testo scritto e in tempi brevi.

Le sollecitate sigle sindacali presumibilmente vi provvederanno entro i quattro giorni richiesti. Ma intanto proviamo a ri-dire la nostra sui due temi e invertendone l’ordine a mero scopo espositivo.

2. Confortati dalla lettura delle linee programmatiche del suo ministero, che il prof. Bianchi ha esposto nell’audizione tenutasi il 4 maggio u.s. davanti le commissioni VII di Camera e Senato congiunte, restiamo fermi su alcuni punti basilari.

2.1. Una pubblica amministrazione efficiente – e pubblica amministrazione è ogni singola istituzione scolastica, ex art. 1, comma 2, D. Lgs. 165/2001 – senza dubbio richiede di attivare e implementare organici sistemi di reclutamento, conformi a Costituzione e senza scorciatoie o sanatorie variamente camuffate e finanche in assenza dei titoli di studio prescritti dalla legge, ora richiamandosi a ragione giustificante l’emergenza; seguiti da mirati percorsi di formazione e ricorrente aggiornamento di tutto il personale: dai dirigenti ai collaboratori scolastici e ulteriori figure di affiancamento e supporto, perché possa compiutamente adempiersi ai sempre più eterogenei compiti significati dalla normativa.

In particolare, per chi deve dirigere le istituzioni scolastiche, vanno rivisti i requisiti di accesso, pur mantenendosi la provenienza dalla docenza, evidentemente finché piaccia al Legislatore assicurare la confidenza con i processi educativi, l’affinità di linguaggio con i professionisti della formazione che si devono coordinare, la familiarità con i peculiari contesti organizzativi (P. ROMEI).

Al riguardo va ripristinato il sistema di reclutamento nazionale con affidamento al Ministero dell’istruzione, inteso nella sua struttura centrale, di certo non fondato su quiz a risposta multipla o su quesiti la cui soluzione sia contenuta entro un tot righi e in tempi cronometrati.

Già  previsto dal decreto legge 104/2013 e legge di conversione 128/2013, sperimentato nell’ultimo concorso, lo si è poi  improvvidamente restituito al livello regionale dal decreto legge 126/2019  e legge di conversione 159/2019, col solo effetto d’irrigidirlo, senza alcuna esigenza di sistema,incardinandolo negli uffici scolastici regionali: e con il fondato rischio  di dover ri-registrare le abnormi difformità dei criteri di valutazione e di conseguenti graduatorie chilometriche (magari poi trasformate in permanenti) ovvero talmente esigue da non poter coprire i posti – localmente – messi a concorso, in disparte la reviviscenza di possibili spinte clientelari e/o di veri e propri fenomeni corruttivi.

2.2. Ancor più grave, seppure non immediatamente percepibile, è lo svilimento della dirigenza scolastica – la più gestionale tra le dirigenze pubbliche – per essere stata sottratta a ogni rapporto, quanto meno nella formazione, con la Scuola Nazionale dell’Amministrazione, dotatadi expertise nelle materie di carattere manageriale, di sviluppo delle risorse umane, di innovazione e digitalizzazione, nonché finanziarie-economico-statistiche, e in senso lato riferibili alle scienze dell’organizzazione: tutte attingenti quelle competenze di regola non adeguatamente possedute da chi proviene dalla funzione docente e nella cui nuova veste non gli si richiede di essere – riduttivamente – un semplice coordinatore della didattica.

Se si condivide l’assurdità di collaboratori scolastici che diventano, per contratto o per semplici intese, assistenti amministrativi e assistenti amministrativi che diventano DSGA, si stimerà che non è meno assurdo pensare, e pretendere, che ora un “semplice concorso per titoli ed esami” – com’è scritto nella relazione tecnica al menzionato decreto legge 126/2019 – basti a formare un dirigente “a tutto tondo e onnisciente, che deve cioè sapere di pedagogia, di organizzazione aziendale, di psicologia, di contabilità, di relazioni sindacali, di gestione del personale, di anticorruzione, di gestione dei sinistri scolastici, di polizze assicurative, di gare e appalti, di finanziamenti comunitari, di contratti pubblici, di relazioni con gli enti locali poco collaborativi (e sovente latitanti e arroganti), di accesso agli atti e trasparenza, di privacy, di gestione di dati sensibili, oltre a relazionarsi ogni giorno con docenti, alunni e genitori sempre più invasivi”(V. TENORE, Il  dirigente scolastico e le sue competenze giuridico-amministrative, Anicia, Roma, 2017, p. 27 ).

2.3. Accanto al reclutamento e alla formazione si pone l’irrisolto – e pare irresolubile –  problema della valutazione. Sul quale le quattro sigle sindacali hanno completamente glissato.

L’ultimo organico intervento legislativo in materia – D. Lgs. 150/2009, c.d. riforma Brunetta, sulla valutazione della performance sia individuale che della struttura organizzativa e sull’attribuzione di meriti e premi – esclude (art. 74, comma 4) “il personale docente della scuola”, nella a tutt’oggi vana attesa di un decreto della Presidenza del Consiglio, di concerto con i ministeri dell’Istruzione e delle Finanze, che detti i limiti e le modalità di applicazione dell’apposito dispositivo rispetto alla disciplina generale: presumibilmente con riferimento implicito all’articolo 7, comma 2 del D. Lgs. 165/2001, c.d. testo unico del pubblico impiego, a tenore del quale “Le amministrazioni pubbliche garantiscono la libertà di insegnamento e l’autonomia professionale nello svolgimento dell’attività didattica, scientifica e di ricerca”.

Ma il coriaceo, presunto impeditivo, mantra della libertà d’insegnamento non può significare la sottrazione delle prestazioni professionali dei docenti a ogni forma di apprezzamento, in positivo o in negativo. Anche, e soprattutto, perché essa non si configura affatto alla stregua di diritto soggettivo assoluto (ius excludendi alios), essendo all’opposto, per legge, qualificata in termini di funzione (art. 395, D. Lgs. 297/1994) e tale figurando nello stesso contratto collettivo nazionale di lavoro (art. 27 CCNL per il triennio 2016-2018), vale a dire come complesso di facoltà, che combinano diritti e doveri, obbligatoriamente – e correttamente –  esercitabili per la realizzazione di un diritto altrui.

Siamo sempre convinti che questa persistente omissione deve essere sanata, dopo che si è sostanzialmente dissolto il surrogato – sperimentale, ad tempus – costituito dal c.d. bonus premiale, messo a punto dalla legge 107/2015 con non poche dosi d’improvvisazione.

Per contro, non esiste e non è prevista una norma speciale per la valutazione del personale amministrativo-tecnico-ausiliario, che può agevolmente essere condotta assumendo a canovaccio il mansionario contrattuale; mentre per la dirigenza scolastica è imposta dalla legge, come per tutta la dirigenza pubblica, ma tuttora inattuata e sostituita da cervellotici iperconcettuosi caravanserragli eternamente sperimentali e scientemente costruiti per farli fallire, perché aventi il duplice fine di legittimare a tempo indeterminato esperti o presunti tali – anche ex colleghi annidatisi nelle comode stanze di viale Trastevere, comprensibilmente  restii al rientro nell’anonimato della ben più faticosa e meno remunerata trincea – e nel contempo di suggellare con l’indelebile marchio di una dirigenza dimidiata quella che, ipocritamente, si ammanta  di sublime specificità.

È perciòpienamente legittimo, e indilazionabile, pretendere che i dirigenti scolastici siano valutati in base alle generali coordinate prescritte dalla normativa primaria esistente, con gli aggiustamenti di stretta indispensabilità affinché non la snaturino; che dovranno figurare nel provvedimento d’incarico e annesso contratto individuale di lavoro. Per cui il Ministero poteva, e può, sempre e per tempo formalizzare la proposta di un modello di valutazione e su cui far seguire l’immediato – serio, secondo le modalità codificate nel CCNL – confronto. Di modo che la retribuzione della dirigenza scolastica, così come avviene per tutte le altre dirigenze pubbliche, oltre a dover essere perequata nella posizione di parte variabile, possa completarsi con la voce accessoria della remunerazione di risultato se in esito a una valutazione positiva: una voce a tutt’oggi amputata e sostituita da una mancia con criteri di mero automatismo, quantificata – si fa per dire! – con riferimento alla fascia di complessità dell’istituzione scolastica cui si è preposti (criterio invece legittimo, e sensato, per determinare l’importo della poc’anzi menzionata posizione di parte variabile) e di consistenza così infima da essere corrisposta in un’unica soluzione annuale.

3. Parimenti, non è più procrastinabile, nella riconfigurazione dell’intera governance delle istituzioni scolastiche, l’incardinamento nelle medesime – per legge, anche recuperando i contenuti di non poche proposte affacciatesi nell’ultimo ventennio – di un middle management fin qui accanitamente osteggiato in nome di una malintesa unicità della funzione docente, ovvero istituzionalizzare figure intermedie di comprovata specifica professionalità, in luogo di quei labili surrogati, varie ed eventuali, abusivamente introdotti nei contratti collettivi nazionali di lavoro del comparto scuola.

Un middle management va primariamente impiantato sul versante della didattica, per esercitare precise funzioni, con ampi poteri istruttori e correlate responsabilità, nel quadro dell’unità d’indirizzo del dirigente scolastico, che così potrà azionare i suoi poteri di impulso-coordinamento-controllo sulla prestazione fondamentale – l’insegnamento: recte, l’organizzazione dell’insegnamento – senza disperdersi in dettagli operativi, di spicciola o minuta manutenzione, nelle quotidiane urgenze rappresentategli e sempre per la decisione di ultima istanza. E senza potersi rifugiare – anche volendolo – in quel mostro della burocrazia difensiva.

Occorre, insomma, superare il modello a pettine: un vertice cui formalmente è intestato ogni potere decisorio, con relative responsabilità, a fronte di una massa indistinta e fungibile che non si assume nessuna specifica responsabilità e non ne risponde, potendo in qualunque momento tirarsi liberamente fuori.

Indubbiamente, un passo avanti, lungo un percorso da sempre accidentato, si è avuto con la citata legge 107/2015, il cui comma 83 consente al dirigente scolastico di costruirsi uno staff di supporto sia alla didattica che, estensivamente, all’organizzazione, impegnando sino al 10% dei docenti dell’organico dell’autonomia. Ma non c’ènessuna garanzia che ogni istituzione scolastica abbia le figure di cui necessita, né che le stesse posseggano adeguate competenze, anche per l’assenza di differenziati, e istituzionalizzati, percorsi formativi ad hoc.

Un’autentica inversione di tendenza occorre invece nei riguardi della stessa legge sulla Buona scuola, che, in concorso con la legge 190/2014, ha desertificato il personale ATA, nel mentre è imprescindibile rinforzarlo e qualificarlo, a cominciare dal DSGA. Devesi infatti considerare che la gestione amministrativa e contabile e i correlati adempimenti inerenti la contrattualistica, la gestione della sicurezza, l’attuazione della trasparenza e dell’accesso agli atti…, che assorbono il dirigente, solo coadiuvato dal DSGA, non è la soluzione più idonea per il corretto funzionamento gestionale delle scuole autonome. Trattandosi di ambiti involgenti non improvvisate competenze professionali, queste dovrebbero essere presidiate da una tecnostruttura servente sotto la diretta responsabilità del DSGA, vincolato agli indirizzi e alle direttive di massima del dirigente scolastico, e che si avvale di personale appositamente selezionato per concorso: dai prefigurati, e rimasti virtuali, coordinatore amministrativo e coordinatore tecnico, ai riqualificati assistenti amministrativi e assistenti tecnici, sino ai collaboratori scolastici il cui profilo dovrebbe parimenti essere rivisto.

Liberato dalle tante incombenze improprie, ma pure necessarie della burocrazia, il dirigente scolastico potrà concentrarsi sull’organizzazione dell’attività educativa e didattica nei luoghi istituzionali predisposti dall’ordinamento: nel Consiglio d’istituto, nel Collegio dei docenti, nei consigli di classe e nei dipartimenti, ovvero nei gruppi di progetto o nei gruppi di studio, di ricerca-azione; e potrà seguire in maniera sistematica la suddetta attività didattico-educativa per apprezzarla sulla scorta di coordinate di natura tecnica-professionale deducibili dalle fonti normative, siccome contestualizzate e formalizzate nei documenti programmatici e progettuali dell’istituzione scolastica. Così dandosi tra l’altro un innegabile senso alla sua obbligata provenienza dalla funzione docente.

Va inoltre considerato che l’introduzione, a livello di sistema, del middle management aprirebbe prospettive di carriera (non solo) ai docenti, atteso che non pare che abbiano poi tanto interesse per l’unico percorso oggi disponibile, se ai concorsi a dirigente scolastico – non ingannino i numeri, all’apparenza straripanti – fa domanda di partecipazione meno del 5% della potenziale platea, e tra i vincitori – ultimo e inusitato fenomeno – non pochi rinunciano appena hanno contezza della difficoltà e delle responsabilità nell’essere gli unici dirigenti universali nel panorama della restante dirigenza pubblica e peraltro a fronte di una retribuzione di neanche la metà di quanto percepito dai colleghi dirigenti amministrativi, felicemente generici e non specifici, e dai dirigenti tecnici di pari seconda fascia e dipendenti dal medesimo datore di lavoro (Ministero dell’istruzione), benché, in quanto soggetti non apicali di pubbliche amministrazioni, privi della congerie di responsabilità che invece incidono, e sommergono, i figli di un dio minore.

Nota 6 aprile 2021, AOODGPER 10643

Ministero dell’Istruzione
Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione Direzione generale per il Personale scolastico
Ufficio II -Dirigenti scolastici

Agli Uffici Scolastici Regionali LORO SEDI
Agli Ambiti Territoriali Provinciali LORO SEDI
Alla Sovrintendenza Scolastica per la Provincia di BOLZANO
Alla Sovrintendenza Scolastica per la Provincia di TRENTO
All’Intendenza Scolastica per la Scuola in lingua tedesca BOLZANO All’Intendenza Scolastica per le scuola di lingua italiana e delle località ladine BOLZANO
p.c. : All’Assessorato alla P.I. della Regione Autonoma della Valle d’Aosta AOSTA
Alla Sovrintendenza Studi della Regione Autonoma della Valle d’Aosta AOSTA
All’Assessorato alla P.I. della Regione Siciliana PALERMO
Al Presidente della Giunta Provinciale di BOLZANO
Al Presidente della Giunta Provinciale di TRENTO
All’Ufficio di Gabinetto On.le Ministro S E DE
Al Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione S E DE

Oggetto: Trasmissione Direttiva n. 112 del 30 Marzo 2021 – conferma degli incarichi di presidenza nelle scuole primarie e secondarie di primo grado, nelle scuole secondarie di secondo grado e nelle istituzioni educative per l’a.s. 2021/2022

Decreto Direttoriale 23 febbraio 2021, AOODGRUF 212

Ministero dell’Istruzione
Dipartimento per le risorse umane, finanziarie e strumentali Uff. IV exDirezione Generale per le risorse umane e finanziarie

AVVISO

OGGETTO: Costituzione di un elenco di figure di alta professionalità per la costituzione di Commissioni di valutazione degli incarichi dirigenziali di livello generale e non generale.

Nota 2 febbraio 2021, AOOGABMI 4930

Ministero dell’Istruzione
Ufficio di Gabinetto

Alla Corte dei conti Ufficio di controllo sugli atti del Ministero dell’istruzione, del Ministero dell’università e della ricerca, del Ministero per i beni e le attività culturali, del Ministero della salute e del Ministero del lavoro e delle politiche sociali
PEC: controllo.legittimita.min.serv.beni.cult@corteconticert.it
All’Ufficio Centrale di Bilancio presso il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca
c.a. Direttore Generale
dott. Giuseppe Spinelli
PEC: rgs.ucb.miur.gedoc@pec.mef.gov.it

OGGETTO: Chiarimenti interpretativi sulla Direttiva recante i criteri e le modalità per il conferimento degli incarichi dirigenziali del Ministero dell’Istruzione.

La colpevole inerzia sulle sanzioni irrogabili dal DS

Francesco G. Nuzzaci

1. Non può sorprendere l’ennesima pronuncia giudiziaria favorevole a un docente che aveva impugnato per difetto di competenza la sanzione disciplinare di sospensione dal servizio di giorni tre, infittagli dal dirigente scolastico seguendo le direttive dell’Amministrazione periferica. Perché il magistrato del lavoro si è semplicemente attenuto al consolidato principio di diritto della Corte di cassazione – da ultimo ribadito con tre ordinanze a stretto giro di tempo: n. 20845 del 2 agosto 2019, n. 28111 del 30 ottobre 2019, n. 30226 del 20 novembre 2019 –, secondo cui il dirigente scolastico può  ben comminare al personale ATA sanzioni disciplinari fino alla sospensione dal servizio edallo stipendio per non più di dieci giorni,siccome previste nel CCNL,ma non può andare oltre la censura per il personale docente.

Sulle ragioni addotte dalle toghe del Palazzaccio sul Lungotevere ci eravamo soffermati giusto un anno addietro (cfr. Le sanzioni disciplinari irrogabili dal dirigente scolastico, in Dirigere la scuola, Euroedizioni, 4/2020), compendiandole nei passaggi che seguono.

a) Attese la tipicità e la tassatività delle fattispecie disciplinari, sulla scorta dei principi penalistici estensibili al più ampio diritto punitivo, per i docenti non può darsi luogo alla sospensione dal servizio fino a dieci giorni, perché prevista solo per il personale ATA.

Sul punto l’articolo 29 del nuovo CCNL, comparto Istruzione e Ricerca, rinvia a una specifica sessione negoziale a livello nazionale la definizione della tipologia delle infrazioni disciplinari e delle relative sanzioni per il personale docente ed educativo; e per intanto, nell’articolo 91, dispone che “continuano ad applicarsi le norme di cui al Titolo I, Capo IV della parte terza del D. Lgs. 297/94”,contemplanti – dopo l’avvertimento scritto e la censura – la sanzione della “sospensione dell’insegnamento fino a un mese”: che non è ex litteris nella disponibilità del dirigente scolastico.

b) Il dirigente scolastico deve infatti, per la definizione della propria competenza, limitarsi a inquadrare la fattispecie in relazione alla sanzione edittale irrogabile sulla base della disciplina codificata nell’art. 492, comma 2, lettera b) del menzionato decreto legislativo. E se ritiene che debba essere superiore alla censura, rimetterà gli atti all’Ufficio per i procedimenti disciplinari.

c) Secondo il principio di legalità e del correlato principio del giusto procedimento, non può dunque egli – contrariamente alle indicazioni della fondamentale circolare esplicativa del MIUR n. 88/10 – scindere la fattispecie dell’articolo ultimo citato (Sospensione dall’insegnamento o dall’ufficio fino a un mese) qualora ravvisi, con una valutazione ex ante, che la sanzione da infliggere in concreto possa essere contenuta entro i dieci giorni di sospensione dal servizio: dato che lo farebbe sulla base di “deduzioni meramente ipotetiche e discrezionali … incerte e opinabili, che ben potrebbero essere smentite all’esito del procedimento (ordinanza 28111/2019, cit.).  

d) Conclusivamente, ha una mera valenza programmatica – per il personale docente e in parte per il personale ATA: infra – la statuizione, pure espressamente qualificata dal legislatore norma imperativa, contenuta nell’articolo 55-bis, comma 9-quater del D. Lgs. 165/01, introdotta dal D. Lgs. 75/17, al di cui tenore “per il personale docente, educativo e amministrativo, tecnico e ausiliario presso le istituzioni scolastiche ed educative statali, il procedimento disciplinare per le infrazioni per le quali è prevista l’irrogazione di sanzioni fino alla sospensione dal servizio con privazione della retribuzione per dieci giorni è di competenza del responsabile della struttura in possesso di qualifica dirigenziale”.

Dunque, è precluso al dirigente scolastico il potere di irrogare qualsivoglia delle sanzioni sospensive – anche di un solo giorno – direttamente prescritte dalla legge:

a) “fino a un massimo di quindici giorni” al dipendente che, essendo a conoscenza per ragioni d’ufficio o di servizio di informazioni rilevanti per un’azione disciplinare in corso, rifiuta senza giustificato motivo la collaborazione richiestagli dal soggetto procedente ovvero rende dichiarazioni false o reticenti (art. 55-bis, comma 7, D. Lgs. 165/01);

b) per “un minimo di tre giorni fino a un massimo di tre mesi” al dipendente che, in violazione degli obblighi concernenti la prestazione lavorativa, abbia determinato la condanna dell’Amministrazione al risarcimento del danno, salvo che ricorrano i presupposti per l’applicazione di una più grave sanzione disciplinare (art. 55-sexies, comma 1, D. Lgs. 165/01).

E sono altresì legittimate ex post per il personale ATA, sempre in via interpretativa, le incursioni contrattuali che – è vero – consentono la definizione pattizia della tipologia delle infrazioni e delle relative sanzioni, ma “salvo quanto previsto dalle disposizioni del presente Capo” (rectius: Titolo IV-Rapporto di lavoro, artt. 51-57, D. Lgs. 165/01). E queste disposizioni non attribuiscono al CCNL del comparto Istruzione e Ricerca – articolo 12, comma 2, lettere a) e c) – il potere d’incidere sugli aspetti procedurali né sulle competenze dei soggetti che emettono i provvedimenti disciplinari, arrogandosi  il diritto d’indicare che spetta, “in ogni caso”, all’Ufficio per i procedimenti disciplinari la comminazione delle due poc’anzi citate sanzioni di cui agli articoli 55-bis, comma 7 e 55-sexies, comma 1 del D. Lgs. 165/01, in aggiunta – sempre debordandosi dai propri argini – alla sanzione del successivo comma 3, di “sospensione dal servizio fino a un massimo di tre mesi” per il mancato esercizio o per la decadenza dell’azione disciplinare: che non può riguardare il personale amministrativo, tecnico e ausiliario, e neanche i docenti, in quanto soggetti solo passivi!

2. Ora, non può revocarsi in dubbio che occorre guadagnare la consapevolezza di doversi attenere al predetto principio di diritto. Ma, tanto premesso, ben si può – e di deve – sottoporre a vaglio critico una giurisprudenza quando non si dimostra persuasiva. E soprattutto, per conseguenza, si possono – e si devono – prospettare soluzioni per superarla, recuperandosi il principio della prevalenza della legge sulle sue interpretazioni abrogatrici.

Riprendendo le obiezioni avanzate nel nostro ultimo intervento sulla materia (ante):

a) confermiamo che il ragionamento della Cassazione appare fondato su una falsa premessa: di equiparare, nella struttura e nella funzione, al diritto penale il diritto punitivo in genere e in particolare il diritto disciplinare, ovvero al processo penale il procedimento disciplinare.

Si sa che il diritto penale è preordinato alla difesa dei beni fondamentali e dei valori supremi della collettività, perciò dispiegando effetti totalizzanti sull’intera sfera giuridica dei soggetti che li abbiano violati, o messi in pericolo, una volta che la loro colpevolezza risulti provata oltre ogni ragionevole dubbio. Ne derivano – oltre la tassatività delle fattispecie legali costituenti reato e il conseguente divieto di analogia –  le ineludibili garanzie del giusto processo, che si svolge in contraddittorio tra le parti, in condizione di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale precostituito per legge (articolo 111, Cost.).

Il procedimento disciplinare, per contro, è uno strumento di gestione del datore di lavoro: sia esso un soggetto privato o un’amministrazione pubblica, l’unica differenza essendo la facoltatività della sua attivazione nel primo caso e l’obbligatorietà nel secondo, qualora si sia in presenza di fatti ritenuti di rilevanza disciplinare e sempre nel rispetto delle procedure legali e pattizie per evitarsi abusi e per tutelare il lavoratore che si trova in una posizione di soggezione economica.

Esso pertiene dunque al potere direttivo nei confronti dei subordinati venuti meno ai loro doveri contrattuali ed è diretto a ristabilire, con immediatezza, il regolare svolgimento dell’attività lavorativa turbato dalle inadempienze e/o dalle trasgressioni del lavoratore, in tal modo ripristinandosi la posizione direttiva del datore di lavoro nell’organizzazione aziendale (Cassazione civile, sez. VI, 06.02.2015, n. 2330).

Certezza, immediatezza, effettività dello strumento disciplinare costituiscono il fondamento del D. Lgs. 150/09 e dei correttivi introdotti dal D. Lgs. 75/17, nel punto in cui, riscrivendo l’articolo 55-bis del D. Lgs. 165/01 (“Forme e termini del procedimento disciplinare”), statuisce che “il mancato rispetto dei termini e delle disposizioni sul procedimento disciplinare … non determina la decadenza dell’azione disciplinare né l’invalidità degli atti e della sanzione irrogata, purché non risulti irrimediabilmente compromesso il diritto di difesa del dipendente, e le modalità di esercizio dell’azione disciplinare, anche in ragione della natura degli accertamenti svolti nel caso concreto, risultino comunque compatibili con il principio di tempestività”,essendo perentori solo i termini per la contestazione dell’addebito (trenta gg. dalla piena conoscenza dei fatti) e per la conclusione del procedimento (centoventi gg. da detta contestazione). Ciò che è semplicemente, e giustamente, improponibile nel diritto penale, caratterizzato da un rigido formalismo e dal favor rei.

In altri termini, il legislatore ha inteso rinforzare le ragioni dell’azione disciplinare certa-immediata-effettiva; facente, per così dire ed entro certi limiti, premio sulle garanzie dei soggetti incisi: che ben troveranno – qualora la sanzione inflitta venga impugnata – la naturale loro difesa in sede giudiziaria (giudice ordinario in funzione di giudice del lavoro per i dipendenti pubblici contrattualizzati, TAR e Consiglio di Stato per quelli rimasti in regime di diritto pubblico), in cui sarà assicurata la piena applicazione delle regole del giusto processo.

Al riguardo appare invero incoerente quel passaggio dell’ordinanza 28111/2019 che opera una scomposizione tra sanzioni disciplinari non gravi (avvertimento scritto e censura per i docenti, sino alla sospensione dal servizio non superiore a dieci giorni per il personale ATA) e gravi (le successive, sino al licenziamento ovvero alla sua versione pubblicistica della destituzione).

Le prime – è scritto – sono legittimamente irrogabili dal dirigente datore di lavoro – che pure qui assomma gli stigmatizzati poteri istruttori, accusatori e decisori –, dovendosi privilegiare “il più veloce esercizio del potere disciplinare”; mentre per le seconde deve prevalere “l’esigenza di apprestare maggiori garanzie al lavoratore pubblico” mercé la specializzazione dell’Ufficio per i procedimenti disciplinari e “soprattutto la sua indifferenza rispetto al capo della struttura del dipendente incolpato, perché non coinvolto direttamente nella vicenda disciplinare”.

Appare incoerente, perché le esigenze di garanzia non possono essere discriminate ancorandole a meri parametri quantitativi, per sanzioni soggiacenti alla stessa procedura, che partecipano di un’unica natura, che importano i medesimi effetti (si veda art. 12, commi 1 e 3 del CCNL del comparto Istruzione e Ricerca del 19.04.18);

b)sempre lo stesso legislatore, con una sua libera valutazione politica, ha voluto rivedere il preesistente assetto normativo, stimando – a ragione o a torto – che certezza, immediatezza ed effettività delle sanzioni potessero meglio realizzarsi modificando il D. Lgs. 150/09 e affidando agli uffici per i procedimenti disciplinari il potere di comminare le sanzioni superiori al rimprovero verbale. Ma ha conservato, rinforzandola, e qui disattendendo il parere del Consiglio di Stato (Commissione speciale, parere dell’11.04.2007), l’eccezione per i dirigenti scolastici, in considerazione dell’alto numero delle scuole e dei dipendenti in ciascuna di esse, sì da ingolfare altrimenti i predetti uffici e derivandone sostanzialmente la non perseguibilità di gravi o reiterate negligenze in servizio, di violazione dei segreti d’ufficio e del pregiudizio al suo regolare funzionamento, dell’uso dell’impiego a fini d’interesse personale et alia: atteso che con la misura massima della censura – ex art. 493, D. Lgs. 297/94 – potrebbero essere sanzionate solo una generica inosservanza degli obblighi di servizio e le non meno generiche condotte non conformi ai doveri verso i superiori, verso i colleghi e verso l’utenza;

c)l’eccezione prescritta dal legislatore è dunque una scelta assistita da intrinseca ragionevolezza: requisito, quest’ultimo, che sembra invece difettare nel canone ermeneutico adottato dalla Cassazione, che abroga virtualmente una norma imperativa, la cui effettività è fatta dipendere dalla mera volizione delle organizzazioni sindacali del comparto scuola di dar seguito a quanto previsto dall’articolo 29 del CCNL 19 aprile 2018, che al comma 1 ripropone per i docenti la “specifica sessione negoziale” per la definizione della tipologia delle infrazioni disciplinari e delle relative sanzioni, nonché per l’individuazione di una procedura di conciliazione non obbligatoria, fermo restando che il soggetto responsabile del procedimento deve in ogni caso assicurare che l’esercizio del potere disciplinare sia effettivamente rivolto alla repressione di condotte antidoverose dell’insegnante “e non a sindacare, neppure indirettamente, la libertà d’insegnamento”.

Si sarebbe dovuta concludere entro il mese di luglio 2018 e invece, come del resto nel precedente CCNL, è anch’essa abortita, essendosi arrestata al primo e unico incontro del 18 dello stesso mese all’ARAN, al termine del quale le sigle sindacali di comparto firmatarie del CCNL hanno emesso un comunicato per ribadire in via pregiudiziale “la totale indisponibilità a definire la materia qualora dovesse permanere il vincolo della legge Madia (id est: art. 55-bis, comma 9-quater del D. Lgs. 165/01, come novellato dal D. Lgs. 75/17), previsto peraltro solo nel comparto scuola, che assegna al dirigente scolastico la competenza ad irrogare la sanzione disciplinare fino a 10 giorni di sospensione, mentre in tutti gli altri comparti pubblici l’irrogazione di tale sanzione è affidata a un apposito ufficio per i procedimenti disciplinari”. Ne deriva quindi “l’inopportunità di definire un codice disciplinare che, in assenza di un’auspicata e opportuna modifica del quadro normativo, non potrebbe tener conto debitamente delle particolarità e specificità del lavoro docente, a cui va garantita pienamente la libertà d’insegnamento”. Pertanto non se ne farà nulla.

3. Non se ne farà nulla, ma proprio per questo sia il Ministero dell’istruzione che il Dipartimento della funzione pubblica presso la Presidenza del consiglio dei ministri, per quanto di rispettiva competenza, non possono più persistere in una colpevole inerzia, determinandosi finalmente a fornire ai dirigenti delle istituzioni scolastiche indicazioni omogenee: nel continuare ad attenersi a quanto a suo tempo disposto dalla citata c.m. 88/10 oppure, assumendo e generalizzando il contenuto della nota n. 1298 del 04.02.2020 emanata dall’Ufficio scolastico regionale per la Toscana (e finora unica, a quanto ci risulta), per conformarsi intanto – come pensiamo debba essere – al diritto vivente, quello effettivo interpretato e dichiarato dal supremo giudice di legittimità, se non si vogliono emanare provvedimenti suicidi, destinati a sicura cassazione in sede contenziosa, con tutt’altro che ipotetica responsabilità erariale (e forse non solo erariale) per colui che li abbia posti in essere.

Allora, andando a stringere, come dovrebbero in concreto regolarsi i dirigenti scolastici – tuttora sospesi tra l’incudine della tralatizia circolare ministeriale 88/2010 e il martello dei tribunali della Repubblica?

Preliminarmente, devono rendersi avvertiti del significato di “fatti ritenuti di rilevanza disciplinare” (art. 55-bis, comma 4, D. Lgs. 165/01), in presenza dei quali – e solo in presenza dei quali! – scatta l’obbligo di attivarsi.

“Fatti” non sono le notizie vaghe, le voci generiche, le mere supposizioni, il sentito dire. Che lo diventano semmai a seguito di una preliminare e informale istruttoria, supportata da evidenze (documenti, testimonianze, riscontri in loco …).

Ciò sulla falsariga di quel che avviene in materia penale, allorquando il Pubblico ministero incarica la polizia giudiziaria di una prima e sommaria indagine allo scopo di verificarne la consistenza e quindi di essere in grado di reggere in giudizio. Solo se l’esito è positivo egli proseguirà con l’obbligato esercizio dell’azione penale, inviando all’indagato l’informazione di garanzia, l’equivalente della contestazione degli addebiti, che da questo momento assume la qualifica di imputato (incolpato, nel procedimento disciplinare).

Dopo di che, se riguardanti i docenti, i “fatti ritenuti di rilevanza disciplinare” vanno inquadrati nelle astratte fattispecie sanzionatorie figuranti negli articoli 492-498 del D. Lgs. 297/94 (c.d. Testo unico della scuola) e ora con l’aggiunta, al primo comma di quest’ultimo, delle lettere g e h ad opera del comma 3, art. 29, CCNL di comparto.

Trattasi, rispettivamente, di:

– atti e comportamenti o molestie a carattere sessuale che riguardino gli studenti affidati alla vigilanza del personale, anche ove non sussista la gravità o la reiterazione;

– dichiarazioni false e mendaci che abbiano l’effetto di far conseguire, al personale che le ha rese, un vantaggio nelle procedure di mobilità territoriale o professionale.

Se accertate e imputate al soggetto passivo, entrambe comportano la sanzione espulsiva della destituzione, versione pubblicistica del licenziamento disciplinare.

Se invece riguardano il personale ATA, vanno inquadrati nelle fattispecie elencate negli articoli 11 e 12 del predetto Contratto.

Compiuta questa operazione sussuntoria, occorrerà ancora verificare l’insussistenza di cause di esclusione della responsabilità, quali il legittimo (cioè non eccedente, adeguato o proporzionato, secondo le circostanze) esercizio del diritto, l’adempimento del dovere, lo stato di necessità, il caso fortuito, la forza maggiore.

Ed è sempre utile, in primo luogo, ricordare che l’obbligo di procedere “immediatamente” nella segnalazione all’Ufficio per i procedimenti disciplinari (art. 55-bis, comma 4, D. Lgs. 165/01) significa solo che non bisogna prendersela comoda. Tanto ciò vero che per il vaglio della rilevanza disciplinare dei fatti, alla stregua del criterio di ragionevolezza, si hanno a disposizione fino a dieci giorni ovvero quarant’otto ore se si versa nella fattispecie della falsa attestazione della presenza in servizio con qualunque modalità fraudolenta: termini peraltro non perentori, non incidendo ex se sul procedimento e sulla sanzione eventualmente inflitta, ferma l’eventuale responsabilità del soggetto ritardatario. Mentre, se si devono direttamente contestare gli addebiti, il principio di tempestività dell’azione disciplinare è parimenti soddisfatto se l’inerente formalizzazione avviene entro trenta giorni dalla conoscenza dei fatti (questo, sì, termine perentorio, unitamente a quello che impone di concludere il procedimento entro centoventi giorni dalla contestazione degli addebiti con l’atto di archiviazione o d’irrogazione della sanzione: ibidem).

In secondo luogo, non è meno utile correggere la radicata convinzione di dover contestare ad horas gli addebiti, magari in seguito a una lettera anonima appena ricevuta, per non incorrere a propria volta nella responsabilità disciplinare: perché è smentita dall’articolo 55-sexies, comma 3 del D. Lgs. 165/01, laddove – oltre al mancato esercizioo alla decadenzadell’azione disciplinare dovuti all’omissione o al ritardo, “senza giustificato motivo” degli atti del procedimento disciplinare e inclusa la segnalazione dovuta all’UPD – sanziona le sole “valutazioni manifestamente irragionevoli” d’insussistenza dell’illecito in relazione a condotte aventi “oggettiva e palese” rilevanza disciplinare.

4. Nello specifico e attenendosi alle coordinate di azione testé riassunte, i dirigenti scolastici contesteranno gli addebiti al personale docente qualora ritengano di non andare oltre la censura (art. 493, D. Lgs. 297/94), se non si determinino per l’archiviazione; e per il personale ATA oltre la sospensione dal servizio con privazione della retribuzione sino a dieci giorni (lettera d, art. 12, comma 1, CCNL 2016-2018), sempre fatta salva la decisione di archiviare.

Nessun problema pongono le sanzioni di pacifica competenza dell’UPD e importanti il solo obbligo finale della segnalazione (per i docenti elencate negli artt. 495-498 del D. Lgs. 297/94 e lettere g e h, art. 29, comma 3, CCNL 2016-2018; per il personale ATA elencate nelle lettere e, f, g dell’articolo 12, comma 1, CCNL 2016-2018).

In termini diversi si pone la questione per le sanzioni – non più – frazionabili: per i docenti articolo 494 del D. Lgs. 297/94, della sospensione dall’insegnamento o dall’ufficio “fino a un mese”; per il personale ATA articolo 12, comma 2, CCNL, lettere a e b, rispettivamente sospensione “fino a quindici giorni” e “da un minimo di tre giorni ad un massimo di tre mesi”.

Qui il dirigente scolastico, nel rispetto delle procedure e allegando le motivazioni di cui si è discorso, dovrà rimettere gli atti all’Ufficio per i procedimenti disciplinari. Che potrà restituirglieli se riterrà che l’eventuale sanzione possa essere contenuta entro il limite massimo dei dieci giorni di sospensione dal servizio e dallo stipendio.

In tal caso, qualora impugnata, la certa soccombenza in giudizio dell’Amministrazione lo terrà esente da responsabilità per factum principis, perciò escludente gli elementi psicologici del dolo o della colpa.

5. E’ evidente, per quanto argomentato, che l’impasse può essere superata solo con un intervento legislativo sollecitato dall’Amministrazione, che per i docenti introduca nell’ordinamento giuridico la sanzione disciplinare autonoma, o tipica, della sospensione fino a dieci giorni; e/o – per tutto il personale della scuola – l’esplicita previsione della frazionabilità al fine della distribuzione interna delle competenze del dirigente scolastico (fino a dieci giorni di sospensione dal servizio) e dell’Ufficio per i procedimenti disciplinari (oltre i dieci giorni).

Sentenza Consiglio di Stato 12 gennaio 2021, n. 395

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

N. 00395/2021REG.PROV.COLL. N. 05742/2019 REG.RIC. N. 05764/2019 REG.RIC. N. 05865/2019 REG.RIC. N. 06625/2019 REG.RIC. N. 06640/2019 REG.RIC. N. 06665/2019 REG.RIC. N. 08567/2019 REG.RIC. N. 01411/2020 REG.RIC.

Il Consiglio di Stato
in sede giurisdizionale (Sezione Sesta)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 5742 del 2019, proposto da XXXX, rappresentata e difesa dall’avvocato Sergio Galleano, con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia e domicilio eletto presso il suo studio in Roma, via Germanico, 172;

(OMISSIS)

nei confronti

Ministero dell’Istruzione, in persona del Ministro in carica, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, con domicilio legale in Roma, via dei Portoghesi, n. 12; Cineca – Consorzio Interuniversitario, Commissione esaminatrice del concorso per il reclutamento dei dirigenti scolastici negli istituti scolastici statali, Francesco Di Girolamo, non costituiti in giudizio;

per la riforma

della sentenza del Tribunale amministrativo regionale per il Lazio – Sede di Roma (sezione Terza), n. 8655/2019, concernente: corso-concorso nazionale per il reclutamento di dirigenti scolastici indetto con D.D.G. n. 1259 del 23 novembre 2017 (pubblicato sulla G.U.R.I., IV Serie speciale – Concorsi, n. 90 del 24 novembre 2017)