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Fuga dalla scuola nel 2021: attesi almeno 50mila pensionamenti

da Il Sole 24 Ore

di Davide Colombo e Claudio Tucci

Il complicato avvio dell’anno scolastico e le prospettive incerte dei prossimi mesi, con il possibile ritorno a un utilizzo diffuso della didattica a distanza in caso di quarantene, o peggio ancora di una seconda ondata di contagi da coronavirus, potrebbe accentuare la propensione al pensionamento di insegnanti e personale tecnico-amministrativo (Ata). Il momento della verità è tra soli quattro mesi, quando il personale di questo comparto deve fare la domanda di pensionamento secondo le regole legate al calendario della scuola (domande a gennaio, febbraio per i dirigenti scolastici, uscite dal 1° settembre). A gennaio, quindi, si vedrà se l’effetto Covid-19 c’è stato o meno rispetto ai flussi di uscita degli ultimi due anni, caratterizzati tra l’altro dall’avvio della sperimentazione di Quota 100. Stime prudenziali di esperti del settore e sindacati indicano in almeno 50mila le domande in arrivo (40mila docenti o poco meno e 10mila Ata).

Quest’anno, sulle domande presentate lo scorso gennaio e quindi prima dell’emergenza sanitaria, l’Inps ha certificato con esito positivo il diritto a pensione per circa 41.400 lavoratori del comparto, di cui circa 16.000 con i requisiti dell’anticipo “Quota 100”. E i primi di settembre sono stati liquidati circa 39.200 pensionamenti pari a quasi il 95% degli aventi diritto, di cui circa 15.300 “Quota 100”. Il dato è pressoché in linea con quello dell’anno scorso, quando tra settembre e ottobre vennero liquidati quasi 42.400 trattamenti pensionistici al personale del comparto, di cui circa 16.100 relativi al pensionamento anticipato “Quota 100”. Insomma, a gennaio potrebbe esserci un aumento di circa 10mila domande.

L’uscita anticipata con 62 anni e 38 di contributi minimi è un’opzione valida fino alla fine del 2021, ma una volta maturato il diritto potrà essere esercitato anche negli anni successivi. In pratica insegnati e personale Ata, volendo, potrebbero fare domanda di ritiro con “Quota 100” anche nel gennaio del 2022 o del 2023, se volessero fare un altro anno scolastico, scenario tutto da verificare, come si diceva, visto il difficile contesto determinato dalla pandemia.

Il ministero dell’Istruzione è consapevole del problema, aggravato da un’età media piuttosto elevata del personale scolastico (solo l’1% del nostro corpo docente è under30, contro il 10% della media Ocse). Maggiori pensionamenti anticipati rispetto ai flussi degli ultimi due anni, quindi, determinerebbero nuovi squilibri sugli organici. In primis, su quello degli insegnanti. Del resto, un campanello d’allarme sull’effetto Covid-19 tra i prof è già suonato nei giorni scorsi quando è partita la nuova procedura della call veloce, targata Azzolina. Appena 2.500 precari hanno presentato domanda per spostarsi in un’altra regione (soprattutto da Sud a Nord) per conquistare un posto fisso. A frenare i docenti è stato proprio il virus.

Il tema è delicato. Quest’anno su circa 85mila autorizzazioni ad assumere professori, sono rimaste vuote ben 66.654 cattedre (quasi tutte al Nord), che sono andate ad altrettanti supplenti. Un numero elevato, più degli altri anni. Settembre si chiuderà pertanto con oltre 130mila incarichi a tempo determinato.

Per fronteggiare la situazione, considerati anche gli attuali limiti del sistema di reclutamento nella scuola (Gae vuote, ormai anche al Sud), Lucia Azzolina è pronta a far partire i nuovi concorsi a cattedra per 78mila posti (le prove dovrebbero partire nel mese di ottobre). L’auspicio al dicastero di Viale Trastevere è che non ci siano intoppi, e che, almeno la selezione straordinaria, riservata ai precari storici con più di 36 mesi di servizio alle spalle, che garantisce 32mila ingressi, possa concludersi in tempo utile per le immissioni in ruolo di settembre 2021. Sperando, nel frattempo, che l’emergenza sanitaria sia ormai un lontano ricordo.

Intercultura, riparte il concorso per il 2021-2022

da Il Sole 24 Ore

di Alessia Tripodi

Il Covid non ferma i programmi di studio all’estero per gli studenti delle superiori. Che torneranno a viaggiare, soprattutto in Europa e con il rispetto di tutte le norme anti contagio, anche nell’anno scolastico 2021-2022. È stato pubblicato infatti il nuovo bando Intercultura, l’associazione di volontari che, attraverso la rete Afs Intercultural Programs, offre ai ragazzi tra i 16 e 17 anni la possibilità di trascorrere fino a un anno scolastico all’estero. Il concorso è rivolto a studenti nati tra il 1 luglio 2003 e il 31 agosto 2006, che grazie alle borse di studio offerte dal fondo Intercultura, potranno frequentare una scuola locale e vivere in una famiglia selezionata. Il programma può durare un intero anno scolastico, oppure sei, tre, due mesi scolastici o quattro settimane durante l’estate.

Partiti i primi 160 studenti

Intanto, nel mese di agosto già 160 studenti vincitori del concorso 2020-2021 hanno iniziato il loro periodo di studio in diversi paesi europei (Danimarca, Finlandia, Germania) e un centinaio di altri ragazzi partiranno nei prossimi mesi. Tutte le partenze, spiega Intercultura, sono ovviamente subordinate alla verifica della situazione dei contagi e del rispetto delle condizioni di sicurezza nel paese che ospita i ragazzi.

Il nuovo concorso

Gli studenti che vogliono partecipare al concorso per l’anno scolastico 2021-2022 possono iscriversi fino al 10 novembre sul sito www.intercultura.it. I posti a disposizione sono in 60 Paesi di tutto il mondo. Tra le novità, Intercultura segnala l’apertura dei programmi in Grecia (frequenza dell’anno scolastico) e l’attivazione dell’anno scolastico e del trimestre nel Regno Unito. Anche per quest’anno, Intercultura offre centinaia di borse di studio attraverso il proprio fondo e grazie al contributo di diversi partner. Tra i primi a rinnovare la collaborazione Arca Fondi, Banco di Credito Azzoaglio, Fondazione Cariparma, Fondazione Cassa di Risparmio di Asti, Fondazione Cassa di Risparmio di Bolzano, Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, Fondazione Manodori, Ilso Srl, Unicredit Foundation. L’elenco in aggiornamento è consultabile sul sito www.intercultura.it

Partire in sicurezza

«Per i programmi dell’anno scolastico attuale, insieme alla nostra rete internazionale Afs abbiamo fissato dei criteri e un sistema di controllo e di verifica per garantire la sicurezza degli studenti in partenza», sottolinea Andrea Franzoi, segretario generale di Intercultura. Le verifiche riguardano «lo stato dell’epidemia nei paesi di destinazione – spiega Franzoi – la possibilità di richiedere il visto d’ingresso se necessario, l’effettiva disponibilità dei voli aerei, l’apertura delle scuole». «Con questo sistema abbiamo ridisegnato tutte le possibili partenze in base alla situazione presente nei diversi paesi – continua Franzoi – e il risultato è che i programmi stanno lentamente riprendendo solo in Europa, dove il sistema sanitario e di assistenza ci permette di essere tranquilli. A questo si aggiunge ovviamente il lavoro dei nostri volontari, che in tutti i paesi assistono costantemente i ragazzi».

Pochi studenti extra Ue

«Molto diverso, invece, è il discorso per le destinazioni extra europee», dice il segretario, che spiega come «tutti i programmi in America Latina e in Asia sono stati accorciati e spostati con partenza al gennaio 2021, se sarà possibile». Per quanto riguarda il Nord America «ci sono buone possibilità di partire per il Canada nelle prossime settimane – spiega Franzoi – mentre negli Stati Uniti non manderemo quasi nessuno, se non in quei pochi Stati dove la diffusione della pandemia è ai livelli europei. Parliamo di circa 15 studenti, a fronte dei centinaia partiti per gli Stati Uniti negli anni scorsi».

In ogni caso, se a causa della pandemia«cancelliamo il programma ovviamente nulla è dovuto e restituiamo alle famiglie le spese sostenute per il programma, a parte la quota di partecipazione iniziale di 50 euro».

L’alternanza prova a ripartire con nuovi progetti e ore «spalmate»

da Il Sole 24 Ore

di Claudio Tucci

Con un tasso di disoccupazione giovanile che è tornato a superare la soglia psicologica del 30% e un mismatch dilagante, specie nei profili tecnico-scientifici, l’ex alternanza scuola-lavoro, oggi si chiama percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento (Pcto), può (e deve) rappresentare il necessario cambio di passo del sistema scolastico italiano, puntando su maggiore qualità ed efficacia.

Invece, e purtroppo, a poche ore dalla ripresa in presenza delle lezioni, la scuola-lavoro rischia di essere una delle tante vittime “indirette” della pandemia, caduta già da tempo nell’oblio di politica e governo.

La recente riorganizzazione del ministero dell’Istruzione, di fatto, ha totalmente snobbato l’alternanza: non è stata prevista una direzione generale dedicata, dopo la soppressione da parte dell’ex ministra Maria Chiara Carrozza della Dg Istruzione tecnica, e il settore dovrà quindi essere accorpato con altri uffici. Anche nelle linee guida sanitarie l’alternanza viene pressocché liquidata, ricordando, in poche righe, che gli studenti che entrano in azienda – ma così accade già ora – sono soggetti ai protocolli sanitari previsti, e quindi sono tenuti a rispettarli (mascherina e misurazione della temperatura in ingresso, inclusi).

Le scuole, soprattutto quelle da sempre più attive nella didattica on the job, si stanno organizzando, non senza difficoltà: «Non c’è dubbio che, soprattutto quest’anno, occorre un ripensamento complessivo sulle modalità di espletamento dell’alternanza scuola-lavoro, sottolineano alcuni dirigenti scolastici da anni “sul pezzo”. Ad esempio, in diverse scuole si sta valutando la possibilità di diluire nel corso dell’anno scolastico le giornate di stage, magari stabilendo una cadenza settimanale, secondo una progettazione che si avvicina maggiormente al sistema duale. Questa soluzione potrebbe anche venire incontro alla necessità di ridurre il numero di studenti a scuola nelle singole giornate. Occorre però capire quanto le aziende apprezzino questo tipo di proposta e dibattere a fondo la questione con il collegio dei docenti. Di certo c’è che ai nostri studenti dobbiamo fornire le competenze professionali, così come il mercato del lavoro si aspetta e ha finora dimostrato di avere apprezzato».

Il tema è delicato; i due governi Conte hanno sostanzialmente smontato il sistema di formazione “sul campo”, oggi le ore obbligatorie sono scese a 90 negli ultimi tre anni dei licei, 150 nei tecnici, 210 nei professionali. Anche i fondi sono stati più che dimezzati; attualmente, senza le iniezioni di risorse Ue, sono circa 50 milioni di euro l’anno. Altre scuole, stanno puntando su progetti innovativi, grazie anche al digitale; per non far perdere questa importante offerta didattica ai ragazzi.

«Di scuola-lavoro, è vero, non se sta parlando più – ha evidenziato Federico Visentin, vice presidente di Federmeccanica, con delega all’Education -. In questi giorni il dibattito sulla scuola è tutto incentrato su banchi, gel, mascherine, distanziamento. Di Istruzione, con la I maiuscola, di aspetti educativi, di competenze mai un cenno. Eppure, abbiamo, tutti, compresi noi imprenditori, una grande responsabilità verso la formazione dei giovani. Il governo, l’intero Paese, debbono uscire dalla mera logica emergenziale, e mettere in piedi un progetto, una visione strategica, sulla scuola. È il messaggio che pochi giorni fa ha inviato anche l’ex presidente della Bce, Mario Draghi. Le imprese ci sono, e siamo pronti a dare il nostro contributo».

Già oggi, secondo gli ultimi numeri Unioncamere-Anpal, un’azienda su tre fa fatica a trovare i collaboratori di cui ha bisogno. O perché ce ne sono pochi, è il caso dei tecnici, periti e Its, e dei laureati Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics); o perché i candidati, spesso, hanno profili non in linea con le richieste di un mondo del lavoro che sta cambiando radicalmente, spinto dai mercati e dal 4.0.

Ecco, questi sono i motivi, ha aggiunto Visentin, «perché dobbiamo spingere sulla scuola-lavoro. Un’alternanza di qualità ci consente di avvicinare l’istruzione alle imprese e a migliorare le competenze dei nostri giovani. Sono entrambe, leve strategiche per rilanciare anche la nostra economia».

Elementari, la pagella si sdoppia voti a gennaio e giudizi a giugno

da la Repubblica

Ilaria Venturi

Era stata salutata come una piccola grande rivoluzione, dopo anni di battaglie, decisa tra l’altro in pieno lockdown della scuola, proprio quando emerse tutta la difficoltà nel valutare gli alunni: via i voti in decimi dalle pagelle dei bambini della primaria. Un provvedimento contenuto nel decreto Scuola convertito a giugno scorso, che doveva entrare in vigore da quest’anno. Invece no, i numeri rientrano dalla finestra. E la riforma parte zoppa: i giudizi saranno solo nella valutazione di fine anno, mentre la pagella del primo quadrimestre avrà ancora i voti. Ma un 7 a metà anno come si tradurrà alla fine in un giudizio sul percorso fatto dall’alunno? «Così è un pasticcio » denunciano genitori e insegnanti. «Inaccettabile» contesta Antonello Giannelli, voce dei presidi (Anp), reclamando un intervento urgente per correggere il tiro: «Occorre un atto legislativo: la valutazione è un processo unico, non può essere fatta prima in numeri poi coi giudizi ».

A creare sconcerto è una nota ministeriale a firma del capo dipartimento del ministero all’Istruzione, Marco Bruschi, dove si precisa che «la norma, attualmente, nulla dispone per quanto concerne la valutazione intermedia, che resta dunque disciplinata con votazione in decimi». Voilà. Ora è corsa contro il tempo, è già si sono mossi Pd, M5S e Leu con emendamenti, per rimediare. Intanto entro fine ottobre una commissione ministeriale dovrà dire alle scuole come applicare la nuova valutazione.

E il mondo della scuola si ribella. Stefania Bassi, 45 anni, insegnante alla primaria Dalla Chiesa a Roma, nell’equipe sull’innovazione del Lazio, ricorda ancora il giudizio della sua maestra: «Raccontava chi ero, invece noi abbiamo dovuto ridurre un bambino a un numero: un’impresa ». Alcuni anni fa con le colleghe s’era inventata l’autopagella: «Erano i bambini a prendersi l’impegno di migliorare».

L’irritazione per la svista nel decreto è tale che il Movimento di cooperazione educativa esorta gli insegnanti a un atto di disobbedienza: «Il nostro invito è a non usare i voti numerici — esorta la responsabile nazionale Anna D’Auria — in alternativa chiediamo che i collegi dei docenti decidano, con una forzatura, di compilare solo la pagella finale dove sono previsti i giudizi. Nella complessità della riapertura della scuola in emergenza non possiamo dimenticarci dell’aspetto pedagogico: la valutazione non è estranea alla progettazione didattica».

Il pedagogista Giuseppe Bertagna cita Kundera: «Niente e nessuno è esente dal ridicolo, sono esterrefatto per questi continui stop and go, tra l’altro in un contesto dove i voti non hanno più senso: posso correggere in tempo reale, con le verifiche digitali, dove sbaglio. La valutazione è educativa, non selettiva». Non da meno sono i Genitori democratici, che per primi hanno denunciato il guaio: «La nota ministeriale disorienta e sconcerta — dice Angela Nava Mambretti — Ma, soprattutto, introduce elementi di confusione di cui non si avvertiva la necessità in questo momento».

La qualità (negata) a scuola

da Corriere della sera

Ernesto Galli Della Loggia

Che significa «investire nell’istruzione»? Che significa in concreto questa formula che sentiamo ripetere come un mantra da settimane, specie da quando è all’ordine del giorno la famosa «ripartenza del Paese» sollecitata dal luccicante miraggio dei forzieri di Bruxelles? Investire nell’istruzione va bene, ma in che cosa in particolare? Nel diritto allo studio? Nell’edilizia? Nel Mezzogiorno? Nella riduzione dell’abbandono scolastico? Nelle retribuzioni degli insegnanti? Nel favorire corsi e sedi d’eccellenza? Nella digitalizzazione, nel promuovere all’università un settore disciplinare piuttosto che un altro? Nessuno si cura di specificarlo: il che come si capisce è la migliore premessa per la solita distribuzione di soldi a pioggia di cui noi italiani siamo specialisti. Riempirsi la bocca di chiacchiere e concepire progetti grandiosi per poi alla fine distribuire un mare di mance che lasciano le cose come prima.

Invece dovremmo preliminarmente chiederci: siamo davvero sicuri che in vista di una buona scuola (mi occupo solo di questa, non dell’università) il problema principale, quello da cui ogni altro dipende, sia quello finanziario? Non lo credo. Più soldi sono necessari, necessarissimi per mille ovvie ragioni, ma la questione decisiva è un’altra. Sono gli insegnanti. Sono infatti loro la scuola.

La scuola in definitiva è la loro capacità e dedizione, la loro qualità, non i programmi, i laboratori, le attrezzature, l’«inclusione» o quant’altro. E dunque la crisi dell’istruzione scolastica dipende in larga misura dalla crisi della loro figura e del loro ruolo. In una parola dalla fine della loro centralità.

Negli ultimi decenni la peculiarità della figura dell’insegnante, di chi ogni mattina entrando in classe e chiudendosi la porta alle spalle affronta la scommessa cruciale: riuscire ad avviare delle giovani menti alla conoscenza e alla vita, oppure ridursi al rango di un impiegatuccio qualsiasi, questa peculiarità è andata scomparendo. Cancellata dal dilagante burocratismo cartaceo, dall’affollarsi di compiti e mansioni le più varie collaterali all’insegnamento, ma soprattutto da una pervasiva ideologia che ha fatto della scuola una istituzione di tipo socio-assistenziale regolata da un democraticismo pseudobenevolo che si è fatto un punto d’onore nel considerare degli inutili ferrivecchi il merito e la disciplina. Cioè proprio le due dimensioni cruciali in cui s’incardina il ruolo dell’insegnante e per riflesso anche la sua autorevolezza sociale: la possibilità grazie all’accertamento non contrattabile del primo e all’amministrazione della seconda di influire in maniera significativa sul futuro dei giovani.

So bene che parole come queste suonano alle orecchie di molti come un condensato di pensiero reazionario, a un dipresso come il proposito di trasformare la scuola in un penitenziario. Ma a chi la pensa così vorrei ricordare l’esempio della Germania, uno dei Paesi più liberi e democratici d’Europa. Dove al termine dei quattro anni della scuola elementare (della scuola elementare!) un alunno non può affatto iscriversi al corso di studi che più gli piace. A raccomandare l’iscrizione a questo o a quel corso, infatti, è la scuola, e dipende dai voti che il bambino ha conseguito. Ad esempio, per potersi iscrivere al Gymnasium, l’equivalente più o meno del nostro liceo e via maestra per l’iscrizione all’Università, bisogna aver riportato nella materie basiche almeno una votazione corrispondente al nostro 8. Si noti che in molti Länder tale «raccomandazione» della scuola è in realtà vincolante e dove non lo è, se i genitori vogliono comunque iscrivere al liceo il bambino, questo deve allora sostenere un esame o una lezione di prova.

Lascio ai lettori stimare le conseguenze positive che un simile sistema produce (ne produrrà senz’altro anche di negative ma sfido chiunque a trovare un sistema perfetto che non lo faccia), a cominciare dall’ovvia diminuzione degli abbandoni scolastici a causa dell’errata valutazione da parte dei giovani della propria vocazione/capacità. Ma il punto che ora m’interessa è un altro, ed è questo: riesce qualcuno a immaginare il clima, l’insieme delle relazioni alunni-docenti, che vigono in una scuola come quella che ho appena delineato? Riesce qualcuno a raffigurarsi nei termini esatti il prestigio sociale che in un tale sistema finisce per avere l’istruzione, la figura del maestro e dell’insegnante in generale? È presumibile, certo, che anche l’entità delle retribuzioni di questi sia consistente, più consistente di quello a cui siamo abituati noi in Italia — e infatti lo è — ma da che cosa dipende ciò se non pur sempre dal prestigio di cui sopra?

Si tratta di un prestigio, come si capisce, direttamente proporzionale al ruolo in buona parte decisivo che il giudizio della scuola ha, e non esita ad avere, sulla vita dei giovani, sul loro futuro, un giudizio in pratica senza appello, per rimediare al quale non esistono le dubbie scappatoie a caro prezzo tipo Cepu, «Grandi Scuole» e Università telematiche che esistono da noi. Ed è un prestigio direttamente proporzionale al profondo senso di responsabilità e dunque alla serietà con cui la scuola e chi vi lavora sentono di dover assolvere al proprio compito: senza indulgenze pelose, senza farsi scudo dietro la retorica dell’«accoglienza», e naturalmente tenendo le famiglie rigorosamente fuori dalla porta.

Certamente l’Italia non è la Germania, ma dobbiamo convincerci che la qualità dell’istruzione dipende più che da ogni altra cosa dalla centralità/qualità degli insegnanti, e che a sua volta questa finisce per dipendere direttamente dal modello di scuola che si adotta. Negli ultimi decenni noi abbiamo introdotto una serie di riforme scervellate che hanno costruito una scuola in cui per fortuna i bravi insegnanti ancora esistono ma dove quella centralità è stata di fatto spregiata e messa al bando. Restaurarla, rafforzarla, stimolarla dovrebbe essere oggi il primo compito di un ministro dell’Istruzione che non volesse rassegnarsi ad essere, dietro la cortina di generiche vuotaggini, un virtuale curatore fallimentare.

Analisi SWOT di una scuola: cos’è, come eseguirla per individuare i punti di debolezza. Una guida da scaricare

da OrizzonteScuola

Di Antonio Fundarò

L’analisi SWOT è una linea guida per comprendere i punti di forza, i punti deboli, le opportunità e le minacce rilevanti per la tua scuola.
Ti aiuta a vedere:

  • Quali aree devono essere sviluppate?
  • Quali aree prosperano?
  • Quali aree sono stagnanti?
  • E quali zone potrebbero rovinare tutto?

Per comprendere il vantaggio competitivo della tua scuola e ridurre al minimo l’instabilità , ti insegneremo come eseguire un’analisi SWOT della tua scuola.
Nei prossimi articoli avremo modo di confrontarci con uno dei pochissimi dirigenti scolastici che ha fatto dell’analisi SWOT la scommessa per la sua scuola e per la sua professionalità. Scommettere e innovare sono il pane quotidiano per chi vuole fare della propria scuola un modello di qualità e non solo un contenitore di “documenti” e “scartoffie inutili”. Il riferimento va al prof. Mario Veca che affascina quando parla, lo fa di più quando mostra i documenti della sua scommessa organizzativa della scuola e quando disquisisce su opportunità e risultati. Il dottore Mario Veca è il DS dell’Istituto Comprensivo di Ficarazzi. In una sua missiva, ai genitori, agli alunni e ai docenti, di qualche anno fa scriveva “Ad occhi meno esperti, alcune decisioni gestionali dell’Istituto potranno risultare, soprattutto alle famiglie, rigide e talvolta scomode, ma, è bene che si sappia, che saranno sempre determinate nell’esclusivo interesse degli studenti”. È proprio vero: le scelte organizzative sono sempre complesse, spesso non comprese, ma nella maggior parte dei casi necessarie. Forza e debolezza, e poi… Vediamolo insieme.

Punti di forza: cosa sta andando bene per la scuola

Il primo passo è identificare i punti di forza ; cioè i vantaggi che migliorano la qualità della tua scuola.
È più facile annotare i punti di forza complessivi, quindi restringerli alle specifiche. Per prevenire il blocco del pensiero, valuta se questi punti di forza sono rilevanti per la tua scuola.
Hai:

  • Un’abbondanza di attività co-curriculari.
  • Insegnanti / professori altamente qualificati.
  • Forte finanziamento / sostegno finanziario.
  • Elevate percentuali di laurea.
  • Ottima posizione per famiglie.

Cosa conoscere?

È necessario conoscere i punti di forza esistenti per mantenerli come punti di forza.
È necessario, inoltre, a seguire, pianificare come migliorarli per avere più vantaggi.
Una volta che senti che è completo , passiamo alla “W” nell’analisi SWOT: ovvero i punti deboli.
Punti deboli: cosa trattiene la scuola
Cercare i punti deboli può essere complicato.
A volte proviamo a ridurre al minimo l’effetto delle debolezze perché sono piaghe che preferiremmo non vedere.
Ma non bisogna vergognarsi delle debolezze. E per costruire una scuola forte e ridurre l’impatto , è necessario riconoscere i punti deboli.

Il piano d’attacco

Quando riconosciamo la debolezza, siamo un passo avanti verso la creazione di un piano di attacco. Il piano eliminerà o ridurrà qualsiasi impatto che la debolezza potrebbe avere sulla scuola.
Ecco alcuni punti deboli da considerare per questa analisi SWOT:

  • • Non abbastanza attività co-curriculari e sportive.
  • Mancanza di fondi per sport / programmi specifici.
  • Rapporti migliorati di cyberbullismo.
  • Personale / docenti insufficienti.
  • Personale impossibilitato a incontrare i genitori.
  • Mancanza di formazione adeguata per i docenti.
  • Una sovrabbondanza di studenti.
  • Scarse comunicazioni interne.
  • Punteggi dei test scadenti.
  • Recensioni negative online.

Quanto sono gravi le tue debolezze?

Usiamo un esempio dall’elenco sopra evidenziato.
A cominciare dal “personale incapace di incontrare i genitori”.
Per i genitori, questo può avere un grande impatto sui voti dei loro figli.
Ma per la scuola ha un piccolo inconveniente. Soprattutto rispetto alla mancanza di personale sufficiente per ogni posizione lavorativa nella scuola.
Trovare personale appropriato è un problema che richiede attenzione immediata.
C’è un’altra cosa buona delle debolezze; aiuta a creare opportunità.
Opportunità: i cambiamenti positivi per la tua scuola
Le opportunità hanno la capacità di accadere e basta .

Ma perché lasciarlo al destino?

L’analisi SWOT ci aiuta a identificare le opportunità a beneficio della scuola. E abbiamo anche la capacità di creare opportunità, soprattutto ora che abbiamo identificato i punti deboli.

Dalla debolezza all’opportunità

Primo caso

Diamo un’occhiata a come possiamo trasformare una debolezza in un’opportunità.
Debolezza: punteggi dei test scadenti.
Opportunità: presentare un nuovo programma progettato per aiutare gli studenti, dopo la scuola o durante le attività curriculari per affrontare i problemi scaturiti dai test precedenti.
Questo nuovo programma valuterà la capacità degli studenti di comprendere il “Curriculo d’Istituto” (ma lo state pubblicizzando? Come? Lo avete consegnato, in link, ai vostri alunni, ai genitori e agli stessi insegnanti?).
Non solo gli studenti riceveranno l’aiuto che meritano, la scuola sarà lodata sia dagli studenti che dai genitori.

Secondo caso

Un’altra debolezza si è trasformata in un’opportunità …
Debolezza: recensioni online negative (ma le permettete o avete paura? Avete bloccato i vostri profili social? O per paura non li avete realizzati affatto?).
Opportunità: rispondere a queste recensioni in modo professionale, evidenziando come la scuola intenda correggere i problemi presentati nelle recensioni (negative).
Ciò mostra che la scuola sta valutando attivamente i problemi e cercando i metodi adeguati ed efficaci per correggere tali problemi. È il controllo dei danni. Senza di esso, le recensioni potrebbero sfuggire di mano e offuscare completamente la reputazione della scuola.

Limitare l’impatto

Stiamo creando opportunità dalle debolezze per limitare il loro impatto.

Altre opportunità per includere:

• Attiva un comitato di volontari per eventi legati alla scuola.
• Cerca nuovi investitori e fondi per i programmi.
• Taglia o unisci i programmi per spostare i finanziamenti altrove.
• Chiedi a studenti e genitori un feedback.
• Evidenzia i nuovi sviluppi del programma.

Vuoi anche notare quali opportunità stanno arrivando. Guardate in questo modo:

• Come puoi utilizzare queste opportunità per aumentare i punti di forza della scuola (dall’elenco che hai creato? Lo hai fatto davvero?)
• Come puoi utilizzare queste opportunità per ridurre i punti deboli?
• E da dove possiamo iniziare a creare opportunità?

Minacce: dove si sviluppano punti deboli per la tua scuola

Le minacce non sono punti deboli.
Le debolezze esistono già e devono essere affrontate.
Le minacce potrebbero portare a complicazioni … ma potrebbero non esserlo.
Riconosciamo le minacce per creare un piano.
Perché se non capiamo la minaccia, non può essere affrontata di conseguenza.

Le minacce possibili

Diamo un’occhiata ad alcune minacce possibili:

  • Scarsa pianificazione del curriculum / delle attività.
  • Troppe comunicazioni interne (infinità inutili di circolari).
  • Mancanza di comunicazioni interne.
  • Nuovo sviluppo della scuola superiore.
  • Complicazioni comunicative in verticale e in orizzontale.
  • Reclami dei genitori.
  • Dipendenti / scioperi sul lavoro.
  • Mancanza di fondi.
  • Finanziamenti ritirati.
  • Incapacità a cercare finanziamento.
  • Incapacità di gestire finanziamenti.
  • Sovrapposizione di figure di sistema che disincentivano l’osservanza delle regole (chi controllo chi… ma chi dei tanti fa cosa?).

Il tuo radar

Le minacce devono essere sempre sul tuo radar. Se riesci a creare un piano d’azione per affrontare queste minacce, saltaci sopra.
Ma se non puoi – come il rischio di scioperi o controversie di lavoro (non fare mai minacce di provvedimenti disciplinari… Mai… Se sei capace, falli) – essere consapevoli è un buon primo passo.
Perché puoi creare un piano di risposta se queste minacce si manifestano nella realtà.

Fai un’analisi SWOT della tua scuola perché …
Perchè:

  • Evidenzia e amplia i punti di forza.
  • Riduce o addirittura cancella i punti deboli.
  • Permette la creazione di opportunità.
  • Identifica le minacce per prevenire le esplosioni.

È un quadro per comprendere la situazione presente e futura della tua scuola.
E tutto ciò che serve per completare è, naturalmente, il tempo. Evita di inseguirlo. Non sei più bravo se rimani più tempo a scuola tra carte impilate e se gridi. Sei bravo se comprendi cosa bisogna fare. E se lo comprendi il prima possibile.

Scarica la guida

Premio delle Camere di Commercio “Storie di alternanza” 3^ edizione. Riapertura Piattaforma: scadenza 23 ottobre

da OrizzonteScuola

Di redazione

Nota 17088 del 24 settembre. Premio delle Camere di Commercio “Storie di alternanza” – 3^ edizione a.s. 2019/2020. Riapertura della Piattaforma

Con nota n. 5938 del 16 aprile 2020 il ministero comunicava il rinvio della 3^ edizione del Premio “Storie di alternanza”, sessione I semestre 2020, a causa dell’emergenza
epidemiologica legata alla diffusione del virus COVID-19.

Oggi il MI comunica la riapertura delle funzionalità delle piattaforma web che consente la raccolta delle nuove candidature progettuali e la modifica di quelle già inserite prima della sospensione, disponibile al link: www.storiedialternanza.it. Il nuovo termine per l’inserimento o la modifica delle candidature da parte delle istituzioni scolastiche scade il 23 ottobre 2020, alle ore 17,00, con la chiusura della piattaforma web.

NOTA

Concorso straordinario per il ruolo, martedì forse in Gazzetta Ufficiale data prova

da OrizzonteScuola

Di redazione

Martedì 29 settembre potrebbe essere pubblicata in Gazzetta Ufficiale la data della prova del concorso straordinario per il ruolo. L’anticipazione dall’HuffPost.

La ministra Lucia Azzolina ha più volte annunciato l’avvio dei concorsi per i docenti a ottobre: martedì potrebbe arrivare la data con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale dell’avviso per la prova scritta del concorso straordinario per il ruolo (DD n. 510 del 23 aprile e DD 8 luglio 2020).

Diciamo in generale data, ma è possibile che la prova scritta si svolga in più giornate.

In ogni caso la prova non potrà aver luogo nei giorni festivi ne’, ai sensi della legge 8 marzo 1989, n. 101, nei giorni di festivita’ religiose ebraiche, nonche’ nei giorni di festivita’ religiose valdesi.

L’elenco delle sedi d’esame, con la loro esatta ubicazione, con l’indicazione della destinazione dei candidati, e’ comunicato dagli USR responsabili della procedura almeno quindici giorni prima della data di svolgimento delle prove tramite avviso pubblicato nei rispettivi Albi e siti internet. L’avviso ha valore di notifica a tutti gli effetti.

Chi potrà partecipare

La domanda poteva essere presentata entro il 10 agosto. Sono 32mila i posti messi a bando, ma i partecipanti, secondo i dati comunicati dal Ministero dell’Istruzione, sono oltre 64mila.

I candidati che non ricevono comunicazione di esclusione dalla procedura (il controllo dei titoli potrebbe essere effettuato in una fase successiva) sono tenuti a presentarsi per sostenere la prova scritta secondo le indicazioni contenute nell’ avviso, muniti di un documento di riconoscimento in corso di validita’, del codice fiscale e della ricevuta di versamento del contributo di cui all’art. 3, comma 5.

La mancata presentazione nel giorno, luogo e ora stabiliti, ancorche’ dovuta a caso fortuito o a causa di forza maggiore, comporta l’esclusione dalla procedura.

Probabilmente verranno fornite indicazioni per la gestione di casi di aspiranti in quarantena.

La prova scritta

La prova scritta, da superare con il punteggio minimo di 56/80 sarà computer based, distinta per classe di concorso e tipologia di posto. La durata della prova è pari a centocinquanta minuti, fermi restando gli eventuali tempi aggiuntivi di cui all’art. 20 della legge 5 febbraio 1992, n. 104.

Prova scritta posti comuni: 5 quesiti + 1 di inglese

La prova scritta per i posti comuni, e’ finalizzata alla valutazione delle conoscenze e delle competenze disciplinari e didattico-metodologiche, nonche’ della capacita’ di comprensione del testo in lingua inglese ed e’ articolata come segue:
a. cinque quesiti a risposta aperta, volti all’accertamento delle conoscenze e competenze disciplinari e didattico-metodologiche in relazione alle discipline oggetto di insegnamento;
b. un quesito, composto da un testo in lingua inglese seguito da cinque domande di comprensione a risposta aperta volte a verificare la capacita’ di comprensione del testo al livello B2 del Quadro comune europeo di riferimento per le lingue.

Prova scritta posti di sostegno

La prova scritta per i posti di sostegno e’ finalizzata all’accertamento delle metodologie didattiche da applicare alle diverse tipologie di disabilita’, nonche’ finalizzata a valutare le conoscenze dei contenuti e delle procedure volte all’inclusione scolastica degli alunni con disabilita’, oltre che la capacita’ di comprensione del testo in lingua inglese ed e’ articolata come segue:
a. cinque quesiti a risposta aperta, volti all’accertamento delle metodologie didattiche da applicare alle diverse tipologie di disabilita’, nonche’ finalizzata a valutare le conoscenze dei contenuti e delle procedure volte all’inclusione scolastica degli alunni con disabilita’;
b. un quesito, composto da un testo in lingua inglese seguito da cinque domande di comprensione a risposta aperta volte a verificare la capacita’ di comprensione del testo al livello B2 del Quadro comune europeo di riferimento per le lingue.

Prova scritta classi di concorso di lingua inglese

La prova scritta per le classi di concorso di lingua inglese e’ svolta interamente in inglese ed e’ composta da 6 quesiti a risposta aperta rivolti alla valutazione delle relative conoscenze e competenze disciplinari e didattico-metodologiche.

I quesiti delle classi di concorso relative alle restanti lingue straniere, sono svolti nelle rispettive lingue, ferma restando la valutazione della capacita’ di
comprensione del testo in lingua inglese al livello B2 con il quesito di lingua inglese.

Le griglie di valutazione

Almeno sette giorni prima della relativa prova dovranno essere rese pubbliche le griglie di valutazione predisposte dal Comitato tecnico scientifico per la valutazione delle prove scritte.

Le Commissioni

La domanda per far parte della Commissione potrà essere presentata entro il 30 settembre.

Oggi invece dovrebbe essere terminato il collaudo delle postazioni informatiche, ma non conosciamo l’esito.

Lavoro agile e congedi genitori con figli in quarantena: dal 16 ottobre cambiano le regole. Il caso di docenti e Ata

da OrizzonteScuola

Di Ilenia Culurgioni

Lavoro agile e congedi per i genitori con figli sotto i 14 anni in quarantena. Dal 16 ottobre cambiano le regole per richiederlo. Restano i problemi per alcuni lavoratori che non possono svolgere il lavoro in modalità agile, tra i quali docenti e Ata.

Il decreto legge n. 111, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale dell’8 settembre 2020, prevede la possibilità di usufruire della modalità di lavoro agile e del congedo straordinario per i genitori che hanno figli in quarantena per contatti scolastici.

Fino al 31 dicembre 2020 uno dei due genitori può lavorare in modalità agile per parte o per tutto il periodo in cui il figlio è in quarantena. Se non è possibile svolgere il lavoro da remoto, si può richiedere il congedo parentale, sempre per uno dei genitori. Per tutta la durata del congedo è riconosciuta un’indennità pari al 50% della retribuzione. Per i giorni in cui un genitore fruisce di una delle due misure, l’altro non può chiedere di fruire delle stesse, né lavoro agile né congedo straordinario.

Cosa cambia dal 16 ottobre

La comunicazione “semplificata” per svolgere il lavoro in modalità agile può essere utilizzata sino alla data del 15 ottobre 2020. Lo chiarisce una Faq del ministero del Lavoro.

Il 15 ottobre termina infatti il periodo emergenziale, e dal 16 si procede con la comunicazione “standard”. Sia le nuove attivazioni che le prosecuzioni dello svolgimento della modalità agile oltre la data del 15 ottobre 2020 dovranno essere eseguite con le modalità e i termini previsti dagli articoli da 18 a 23 della Legge 22 maggio 2017, n. 81.

Il caso dei docenti e del personale Ata

E’ chiaro che restano esclusi da tali misure i lavoratori che non possono svolgere il lavoro in modalità agile o i dipendenti di aziende che non ricorrono allo smart working. Particolare il caso dei lavoratori della scuola, docenti e Ata, per i quali non sembrano esserci possibilità al di fuori di alcuni profili professionali. Risulta impossibile il lavoro da remoto per i collaboratori scolastici che, per le mansioni svolte, non rientrerebbero tra i beneficiari. Più praticabile per i Dsga o gli assistenti amministrativi e ancora difficile da applicare al personale docente. Lavoro agile e congedo fino al 31 dicembre per figli in quarantena: come ne usufruiscono docenti e Ata?

Quest’anno giorno libero e ore buca fanno i conti con ingressi scaglionati e Didattica Digitale integrata

da OrizzonteScuola

Di Linda Tramontano

L’anno scolastico 2020/2021 si è ormai avviato anche se non in maniera omogenea su tutto il territorio nazionale, infatti alcune scuole hanno già iniziato il 14 settembre, altre hanno invece prorogato l’inizio, perché erano sede elettorale o perché ancora non pronte per riprendere in totale sicurezza.

Abbiamo spesso detto che si tratta di un anno anomalo, fatto di inquietudini e incertezze, dove il distanziamento rischia di prendere il posto dell’inclusività e dove comunque tutto l’apparato scolastico appare totalmente sconvolto e volto all’adattamento delle nuove regole imposte dal Covid19.

Sappiamo che il decreto del Ministro dell’istruzione 26 giugno 2020, n. 39 attraverso le Linee Guida ha dato le indicazioni operative affinché ciascun Istituto scolastico ideasse un Piano scolastico per la didattica digitale integrata, servendosi dell’esperienza maturata durante la fase del lockdown.

Il Piano prevede l’utilizzo della didattica digitale in modalità complementare a quella in presenza nella scuola secondaria di secondo grado. Differentemente nella scuola dell’infanzia, primaria e secondaria di primo grado, il Piano verrà adottato solo nel caso si dovesse presentare la necessità di sospendere le attività didattiche nel caso di un aggravarsi della condizione epidemiologica.

E tuttavia, anche nelle scuole del primo ciclo l’organizzazione scolastica risente di modifiche rispetto agli anni precedenti, si pensi ad es. ad ingressi ed uscite scaglionate, a possibili orari differenziati tra sezioni dello stesso istituto. Sono solo esempi, le modalità con cui le scuole stanno organizzando la didattica sono molteplici e volte ad assicurare il tempo scuola in piena sicurezza.

Organizzare tutto l’apparato scolastico e il suo funzionamento è un’operazione che richiede una scrupolosa attenzione e indubbiamente tra le tante attività da programmare c’è l’orario settimanale dei docenti.

Orario di servizio settimanale

L’orario di servizio settimanale è regolato dall’art. 28 del CCNL  2007, confermato poi dal nuovo Contratto 2016-18.

Il suddetto articolo prevede quanto segue:

In coerenza con il calendario scolastico delle lezioni definito a livello regionale, l’attività di insegnamento si svolge in
· 25 ore settimanali nella scuola dell’infanzia
· 22 ore settimanali nella scuola elementare
· 18 ore settimanali nelle scuole e istituti d’istruzione secondaria ed artistica, distribuite in non meno di cinque giornate settimanali.
Alle 22 ore settimanali di insegnamento stabilite per gli insegnanti elementari, vanno aggiunte 2 ore da dedicare, anche in modo flessibile e su base plurisettimanale, alla programmazione didattica da attuarsi in incontri collegiali dei docenti interessati, in tempi non coincidenti con l’orario delle lezioni.

Chi si occupa dell’articolazione dell’orario settimanale

Il nuovo Contratto stabilisce che “l’articolazione dell’orario di lavoro del personale docente, educativo ed ATA, nonché i criteri per l’individuazione del medesimo personale da utilizzare nelle attività retribuite con il Fondo d’Istituto” derivi dal confronto tra l’Amministrazione e le organizzazioni sindacali.

Strutturazione dell’orario settimanale

La pianificazione dell’orario avviene di solito tenendo conto di alcuni elementi importanti, quali ad esempio

  • insegnanti su più scuole/ spezzoni
  • docenti in part time
  • necessità di utilizzo di alcuni spazi comuni del plesso (palestra, laboratori,)
  • IRC
  • equilibrata distribuzione delle discipline nell’arco della giornata e della settimana
  • alternanza di materie teoriche e di materie pratiche nel corso della mattinata
  • abbinamenti orari così come indicati dai gruppi disciplinari
  • utilizzo razionale di tutti gli spazi

Le “ore buca”

Le “ore di spacco”, definite anche come “ore buca”, sono demonizzate da alcuni docenti in quanto spesso non sempre appaiono equilibrate ed equamente distribuite.

Se una o due ore distribuite nel corso della settimana vengono solitamente tollerate, un numero maggiore rischia di diventare eccessivo, in quanto si sommano a quelle effettive di servizio.

A tal proposito ricordiamo che l’articolo 2107 del codice civile alla definizione di “orario di lavoro” recita quanto segue:
“La durata giornaliera e settimanale della prestazione di lavoro non può superare i limiti stabiliti dalle leggi speciali o dalle norme corporative”.

Da ciò si deduce che ogni ora di lavoro, prestata oltre quelle stabilite da contratto, se non rientra nelle 40 ore funzionali, dovrebbe essere considerata come ora straordinaria e quindi retribuita.

Ma l’ora buca non è ora di lavoro, e pertanto va tutelata come esigenza organizzativa, senza farla diventare un aggravio.

Numerosi docenti “ammortizzano” tale situazione dando la propria disponibilità ad essere utilizzati per supplenze in quelle ore.

Giorno libero per gli insegnanti

Il giorno libero non è previsto dal Contratto Collettivo Nazionale, sebbene sia una prassi che tutte le scuole attuano nei confronti del docente. Infatti la distribuzione dell’orario di servizio in non meno di cinque giornate settimanali assicura la fruizione del giorno libero, fatta eccezione per quei docenti nelle cui scuole si fa la settimana corta e quindi il giorno libero è stabilito a priori.

L’insegnante può esprimere una sua preferenza ma non sempre quest’ultima viene accontentata. E’ il dirigente scolastico a decidere in ultima analisi l’orario di servizio e di conseguenza il giorno libero del docente, a meno che non ci siano particolari esigenze, che vanno rappresentate in Presidenza.

Per “particolari esigenze” non può intendersi la gestione familiare, per quanto importante, o la particolare propensione per un orario o per un altro.

Potrebbe intendersi ad es. il contemperare le esigenze di servizio con quelle dello studio. A questo proposito il Ministero ha emanato uno specifico chiarimento per i laureandi in Scienze della formazione primaria, inseriti nella II fascia GPS per infanzia e/o primaria, che verranno chiamati ad effettuare supplenze.

Gli studenti in SFP – sottolinea la nota ministeriale – che abbiano un contratto a tempo determinato sono, a tutti gli effetti, sottoposti contemporaneamente agli obblighi formativi previsti dal percorso di studi e agli obblighi concernenti la professione docente. Quindi per chi ha un contratto di supplenza si tratta di ottemperare a un duplice dovere; alle istituzioni scolastiche, d’altronde, spetta di operare con quel buon senso organizzativo, in grado di contemperare le esigenze di buon andamento del servizio (a maggior ragione, trattandosi di attività di insegnamento) con il diritto allo studio.

Lo stesso potrebbe dirsi per i corsisti che frequenteranno il corso di specializzazione (TFA sostegno) V ciclo.

L’orario settimanale con la Didattica Digitale Integrata (DDI)

L’emergenza epidemiologica ha sovvertito gli ordini prestabiliti e questo in alcune scuole sta influenzando anche la programmazione dell’orario personale dei docenti, in quanto in molte scuole ai dirigenti scolastici risulta difficile poter coordinare secondo la preferenza espressa il giorno libero ai docenti, lì dove la didattica in presenza si alterna alla didattica digitale integrata.

Nelle Linee guida a proposito dell’orario di servizio settimanale si legge quanto segue:

“Fermo restando l’orario di servizio settimanale dei docenti stabilito dal CCNL, il Dirigente scolastico, sulla base dei criteri individuati dal Collegio docenti, predispone l’orario delle attività educative e didattiche con la quota oraria che ciascun docente dedica alla didattica digitale integrata, avendo cura di assicurare adeguato spazio settimanale a tutte le discipline sia che la DDI sia scelta come modalità complementare alla didattica in presenza, sia che essa costituisca lo strumento esclusivo derivante da nuove condizioni epidemiologiche rilevanti. Nella strutturazione dell’orario settimanale in DDI, è possibile fare ricorso alla riduzione dell’unità oraria di lezione, alla compattazione delle discipline, nonché adottare tutte le forme di flessibilità didattica e organizzativa previste dal Regolamento dell’Autonomia scolastica”

Prove Invalsi, entro il 30 settembre si conosceranno le date delle rilevazioni

da La Tecnica della Scuola

Le date di svolgimento delle prove INVALSI relative all’anno scolastico 2020 – 2021 saranno pubblicate entro il 30 settembre.

Lo fa sapere lo stesso Istituto con un breve avviso pubblicato sul proprio sito.

Ricordiamo che nell’a.s. 2019/2020 le prove sono state sospese a causa della chiusura delle scuole per il lockdown. Solo alcune istituzioni scolastiche di II grado erano riuscite a svolgere le prove i primi di marzo nelle classi quinte.

Con il protrarsi della chiusura degli istituti le prove Invalsi sono state cancellate.

Nel mese di maggio, la presidente di Invalsi Anna Maria Ajello, alla presentazione dei dati Ocse Pisa, aveva anticipato la possibilità di svolgere i test in avvio dell’anno scolastico 2020/21, nel mese di settembre, per certificare cosa è stato fatto nei mesi di scuola in cui si è attuata la didattica a distanza. L’idea era di mettere a disposizione dei docenti degli strumenti, su base volontaria e facoltativa, per capire cosa ha funzionato e non funzionato, ma soprattutto il punto di partenza degli allievi su alcune competenze.

Al momento, di questa possibilità, non si sa più nulla.

Commissioni concorso straordinario secondaria, proroga al 30 settembre per le candidature

da La Tecnica della Scuola

Arriva la proroga per la presentazione delle candidature per le commisisoni di valutazione del concorso straordinario per l’immissione in ruolo di personale docente della scuola secondaria di primo e secondo grado, che, secondo le anticipazioni della Ministra, dovrebbe partire ad ottobre.

LEGGI: Concorso straordinario scuola secondaria: si parte ad ottobre

La data di scadenza, inizialmente fissata al 23 settembre, slitta infatti al 30 settembre.

La domanda potrà essere inoltra telematicamente, attraverso la piattaforma Concorsi disponibile sul sito www.miur.gov.it, raggiungibile dall’Area Riservata MIUR / Servizi / Tutti i servizi / Piattaforma Concorsi e Procedure Selettive.

Entro lo stesso termine, potranno presentare istanza anche i professori universitari, attraverso la piattaforma del sito CINECA, raggiungibile all’indirizzo https://loginmiur.cineca.it/.

Inizio scuola senza banchi, il tempo stringe: ancora 2 milioni e 400 mila da consegnarne

da La Tecnica della Scuola

E’ una vera e propria corsa contro il tempo quella del commissario straordinario per l’emergenza che dovrà consegnare entro il 31 ottobre 2 milioni e 400 mila banchi alle scuole.

Entro ottobre si riuscirà?

Abbiamo già riportato i dubbi sollevati in precedenza dal responsabile di Assufficio, la sezione di Federlegnoarredo che raggruppa le ditte che partecipano alla commessa dei banchi e degli arredi scolastici: “poiché ogni tir contiene al massimo 500 banchi, vorrebbe dire essere capaci di far uscire dalle nostre fabbriche qualcosa come 90 autoarticolati al giorno. I quali poi devono raggiungere le città, entrare nei trafficati centri storici, scaricare i colli nelle scuole e, infine, montare i banchi“.

Anche Antonello Giannelli, presidente dell’associazione nazionale presidi condivide tali dubbi, ammettendo che la consegna dei banchi, sia monoposto che innovativi (a rotelle) “va a rilento. E’ necessario accelerare. Siamo fuori dai tempi indicati“.

Giannelli fa due conti per capire meglio la situazione: “Ad oggi ne sono stati consegnati circa 200mila, ne mancano 2milioni e 400mila. In base a quanto promesso per rispettare la scadenza del 31 ottobre ne andrebbero consegnati 800mila ogni venti giorni. Dunque siamo già fuori di 600mila unità“.

Sul tema banchi è stata anche presentata una interrogazione parlamentare dal deputato di Forza Italia Pierantonio Zanettin che chiede chiarezza proprio su questo tema.

Le scuole attendono

E i banchi, o meglio, la loro assenza, ha condizionato in molti casi la riapertura delle scuole: senza i banchi monoposto ordinati le scuole hanno difficoltà a svolgere serenamente l’attività didattica, che in diversi istituti si è tradotto in orari ridotti proprio perché senza i banchi richiesti non si riesce a garantire il distanziamento richiesto.

Un medico in ogni scuola: parte la petizione

da La Tecnica della Scuola

In effetti si tratta di uno dei temi più dibattuti negli ultimi mesi: il medico scolastico da inserire all’interno di ogni istituto scolastico. E non solo quest’anno a causa dell’emergenza covid, ma rendere strutturale la sua presenza. E’ partita una petizione a tal proposito.

Un medico in ogni scuola: la petizione

La petizione lanciata da dirigenti scolastici, docenti, studenti e genitori, diretta alla Ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina e al Ministro della Salute Roberto Speranza, evidenzia la necessità di “ogni scuola di essere dotata di un PRESIDIO SANITARIO al fine di garantire una presenza costante di un MEDICO IN OGNI ISTITUTO capace di intervenire con immediatezza e professionalità“.

Ci rendiamo conto che sarebbero indispensabili consistenti risorse“, scrivono i firmatari -. Ma oggi tutto ciò è possibile se attingiamo alle Risorse messe a disposizione dall’Unione Europea con Progetti ben definiti soprattutto per quanto riguarda Sanità e Istruzione“.

La petizione viene rilanciata anche dal sindacato Flc Cgil, che insieme ad altre sigle, aveva spinto per inserire la norma del medico scolastico all’interno del protocollo di sicurezza: “Tutto ciò sarebbe possibile se buona parte delle risorse messe a disposizione dal Recovery Fund venisse destinata alla scuola e alla Sanità, settori le cui fragilità precedenti la pandemia sono praticamente “esplose” nell’emergenza“, scrive il sindacato guidato da Francesco Sinopoli.

La temperatura si misura a scuola: perchè questa responsabilità alle famiglie?

I protagonisti chiedono inoltre “che sarebbe necessario mettere a disposizione – all’entrata delle scuole – strumenti che possano consentire una misurazione immediata e senza assembramenti pericolosi. Non capiamo perché questa rilevazione di massa sia utilizzata già negli aeroporti e nelle grandi aziende e non invece nelle scuole. Gli studenti e i docenti non sono figli di un dio minore!

Già alcune Regioni si sono mosse in questa direzione

Alcune Regioni si sono già mosse e hanno deciso di introdurre un medico in ogni istituto scolastico: prima è stata la Toscana  che vuole assicurare la più larga copertura possibile alle esigenze di sicurezza sanitaria delle 460 istituzioni scolastiche toscane con i loro 2600 plessi.

Anche la regione Lazio nella giornata del 1° settembre, ha firmato un’ordinanza con la quale si istituisce la figura: “Sarà compito della Direzione regionale Salute definire il fabbisogno e il numero dei professionisti sanitari da  impiegare presso ciascuna Asl. Si stima un fabbisogno di circa 500 unità“.

Il piano nazionale scuola digitale compie 5 anni: ecco perché bisogna aggiornarlo

da La Tecnica della Scuola

Il Piano Nazionale della Scuola Digitale compie 5 anni e mai come in questo nuovo contesto didattico è quanto mai al centro dell’attenzione non solo degli addetti ai lavori scolastici ma dell’opinione pubblica intera.

Il PNSD oggi

Un piano per certi versi anche coraggioso e nato tra lo scetticismo generale se pensate a quanto siano lontani anni luce 5 anni rispetto alle trasformazioni tecnologiche e alla rapidità con cui le stesse tecnologie digitali impermeano sempre di più ogni aspetto della società odierna.

La scuola di oggi è diversa da quella di 5 anni fa. È una scuola che sta provando a tornare alla normalità dopo il lockdown che ha accelerato nelle scuole la necessità di essere organizzati con la Didattica a Distanza e che ha fatto comprendere come ormai il passaggio alla scuola digitale sia un percorso ormai inevitabile ed estremamente necessario.

È anche chiaro che il PNSD va aggiornato, non tanto perché sia sbagliato nei contenuti e negli obiettivi, ma solo perché va attualizzato alla nuova realtà scolastica.

Cosa cambiare del PNDS

Molto interessante a tal proposito l’articolo su “Agenda Digitale” di Gabriele Benassi, che indica il nuovo percorso del Piano organizzato su tre binari diversi, quello “situazionale”, cioè il quotidiano, il day by day , quello “strutturale “ che pone lo sguardo alle evoluzioni future e quello “ispirazionale” in grado di proporre e sperimentare “la reale innovazione della didattica e della modalità di apprendimento”.

L’errore di fondo che spesso viene fatto da molte persone esterne alla scuola e talvolta anche dagli addetti ai lavori è quello di pensare al digitale come uno strumento sostitutivo della presenza in classe, mentre invece va pensato come soluzione completamente integrabile con l’analogico, utile per favorire e previlegiare una serie di aspetti quali l’inclusione e l’accessibilità.

Introdurre strumenti digitali nella didattica classica permette di “velocizzare i processi, semplificare visivamente i contenuti, moltiplicare e sfruttare i canali comunicativi attraverso la multimedialità”; pensare ad esempio a progetti utili a sviluppare nuove idee, possibilità di lavorare in piccoli gruppi e di portare all’interno della didattica nuove materie come la web radio, la stampa 3D, la sicurezza informatica, lo storytelling, il videomaking. Altro aspetto da non sottovalutare, riportato dall’autore è la possibile contaminazione tra scuole, con modelli di riferimento che possono fare da gancio di traino ai più scettici e rendere la diffusione dell’innovazione più veloce.

Tornando sul percorso del quotidiano, i due elementi fondamentali sono la connettività a banda larga che deve coprire tutte le scuole e i dispositivi sia in comodato d’uso che di proprietà applicando nei docenti la logica BYOD (Bring of Device), cioè tutti i criteri di sicurezza con cui far accedere alle applicazioni scolastiche ed aziendali con dispositivi personali.

Con la didattica a distanza adottata nel lockdown e ancor di più adesso con la DAD integrata, (azione 22# del PNSD) è emersa la necessità di fare ordine sulle piattaforme digitali da utilizzare. SI dovrebbe traguardare ad avere un’unica piattaforma integrata, flessibile, facile da usare e riempirla di contenuti. Andrebbe favorita, in aggiunta, una maggior integrazione con i libri di testo, oggi in alcuni casi scaricati in versione E-book su specifica iniziativa del docente o dello studente nei propri dispositivi ma senza nessuna integrazione sulle piattaforme di collaboration.

A completare l’importanza delle piattaforme digitali, è molto utile investire in una “educazione reale alla lettura (anche quelle ludica e non strettamente legato allo studio) in digitale” prendendo atto che il digitale è il supporto più quotidiano e diffuso già oggi e valorizzandone anche l’impatto ecologico.

Dal punto di vista del percorso strutturale il digitale non deve essere solo uno strumento al servizio delle discipline, ma le discipline possono essere al servizio del digitale, inserendo cosi come già fatto in molte scuole, materie come la robotica e il coding, arricchendo in questo modo l’offerta formativa.

Bisogna inserire in maniera strutturata queste materie, inserendola in pianta stabile nei progetti scolastici perché il “digitale “è un tema trasversale e multidisciplinare.

Gli “Animatori digitali”, pezzo forte del PNSD, hanno svolto un ruolo importante in questi anni e in particolare durante la didattica a distanza dell’emergenza sanitaria.

Questo ruolo deve diventare “massa critica che aiuti la diffusione delle nuove esperienze e metodologie”. Deve essere costituito sempre più da docenti che credono nell’innovazione come opportunità di sperimentazione.

Proprio il tema dello sviluppo delle risorse e la formazione sono i temi che maggiormente richiedono una forte revisione del piano perché serve sempre più “formazione, metodologia, sperimentazione”.

Conclusioni

In conclusione, possiamo sicuramente affermare che Il lavoro portato avanti in termini di digitalizzazione e di cambiamento metodologico nella scuola italiana negli ultimi cinque anni non deve essere disperso, va anzi rafforzato e diffuso ulteriormente. Per questo è fondamentale aggiornare il Piano nazionale Scuola digitale al contesto attuale, in un’ottica sia infrastrutturale e tecnologica da un lato che didattico e pedagogico.

Per avere, però, una vera svolta significativa, un cambio di passo importante occorre investire di più sulle persone, sui docenti e i tecnici, perchè un conto infatti è gestire una digitalizzazione di un istituto scolastico in fase iniziale, un conto è sostenere e garantire nel tempo il mantenimento e il rafforzamento della scuola digitale.

Da non dimenticare infine, che le competenze digitali devono essere trasversali, praticate e diffuse in tutte le discipline scolastiche.