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Eurydice: in Italia educazione digitale strategica, ma si può fare di più

da Il Sole 24 Ore

di Al. Tr.

L’educazione digitale fa ormai parte a tutti gli effetti dei curricoli scolastici di tutti i Paesi europei, che promuovono la tecnologia per usi didattici e nella maggior parte dei casi prevedono risorse dedicate all’hi -tech in classe. Ma non basta. Secondo Eurydice, che ha appena pubblicato il nuovo rapporto sull’educazione digitale in Ue, ci si può spingere ancora oltre. Lo studio è riferito all’anno scolastico 2018/2019 e analizza lo stato della didattica gi-tech nelle scuole primarie e secondarie nei 38 paesi europei (43 sistemi educativi), che partecipano al programma dell’Unione europea Erasmus+: i 28 Stati membri dell’UE, oltre ad Albania, Bosnia ed Erzegovina, Svizzera, Islanda, Liechtenstein, Montenegro, Macedonia del Nord, Norvegia, Serbia e Turchia. L’Italia risulta tra i paesi più attenti agli investimenti nella didattica digitale e alla formazione dei docenti in chiave hi-tech.

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Lo studio
Il rapporto stilato dal network Eurydice analizza diversi aspetti dell’educazione digitale : i curricoli scolastici e risultati dell’apprendimento, lo sviluppo delle competenze digitali degli insegnanti, l’uso delle tecnologie nella valutazione delle competenze digitali degli studenti e, infine, le strategie e le politiche nazionali sull’educazione digitale a scuola.
In quasi tutti i sistemi educativi, spiega Eurydice, le autorità centrali sono coinvolte nell’offerta di formazione continua per insegnanti nel settore dell’educazione digitale. In alcuni paesi, tra cui l’Italia, lo sviluppo professionale continuo degli insegnanti rientra fra le iniziative che affrontano l’argomento della digitalizzazione della società.

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In Italia valutazione hi-tech dei prof
In particolare, in Italia, al termine della formazione professionale iniziale, i futuri insegnanti di scuola secondaria devono superare un esame per ottenere la qualifica di insegnante e accedere alla professione docente. Le competenze digitali specifiche degli insegnanti vengono valutate proprio nell’ambito di tale esame. I futuri docenti di scuola primaria, invece, valutati nel corso della loro formazione iniziale.
Secondo lo studio, infine, la gran parte dei paesi europei ha piani di investimento ben definiti nelle infrastrutture digitali a scuola. Ad esempio, in Italia, gli investimenti nelle infrastrutture digitali sono considerati fondamentali in rapporto all’educazione digitale e, pertanto, costituiscono un aspetto chiave della strategia nazionale.

Al Miur si completa la squadra: arrivano Ascani, Azzolina, De Cristofaro

da Il Sole 24 Ore

Anna Ascani, 32 anni, laurea in Filosofia, è la nuova viceministra dell’Istruzione. I due nuovi sottosegretari sono Lucia Azzolina, 37 anni, e Giuseppe De Cristofaro, 48 anni. Ecco chi sono.

Ascani
Anna Ascani alle primarie del Pd del 2012 ha raccolto 5.463 voti di preferenza, venendo candidata alla Camera alle politiche del 2013 nella circoscrizione Umbria, e riuscendo ad essere eletta. È membro della commissione Cultura e presidente dell’Intergruppo dei Giovani Parlamentari. Fa parte della delegazione italiana presso l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa e del Women in Parliaments Global Forum. È stata promotrice del primo Forum Europeo dei Giovani Deputati, tenutosi a Bruxelles nel dicembre 2013. Nel gennaio 2016 è stata indicata da Forbes tra i trenta personaggi under 30 più influenti della politica europea. Nel luglio 2017, è stata nominata Responsabile del Dipartimento Cultura del Pd. Alle elezioni del 2018 è stata eletta come capolista in Umbria per la Camera. Il 17 marzo scorso è stata nominata vicepresidente del partito.

Azzolina
Lucia Azzolina, 37 anni, siciliana di Siracusa e nuova sottosegretaria all’Istruzione, viene dal mondo della scuola: il primo agosto scorso ha vinto il concorso per dirigente scolastico. Eletta alla Camera nel 2018 tra i parlamentari del Movimento Cinque Stelle, dal marzo dello scorso anno è responsabile del tavolo di lavoro sulla Scuola per la Commissione Cultura e
Istruzione di Montecitorio. Laureata in Filosofia, Lucia Azzolina ha insegnato a lungo in alcuni licei. Per anni è stata attiva presso il sindacato Anief, prima in Piemonte, poi in Lombardia per oltre un anno e mezzo. Ha svolto, dopo la seconda laurea in Giurisprudenza, la pratica forense occupandosi di diritto scolastico. La parlamentare ha anche una specializzazione per insegnare Storia e filosofia e un’abilitazione all’insegnamento per gli
studenti diversamente abili.

De Cristofaro
Giuseppe De Cristofaro, 48 anni, laureato in Giurisprudenza, sposato, due figli, è da oggi, uno dei sottosegretari all’Istruzione. È stato Coordinatore Nazionale dei Giovani Comunisti, l’organizzazione giovanile del Partito della Rifondazione Comunista, dal 1996 al 2001 (anno in cui è stato tra i portavoce nazionali del Genoa Social Forum) ed in seguito segretario della Federazione di Napoli di Rifondazione. Alle Politiche del 2006 è stato eletto deputato nelle liste di Rifondazione Comunista, nella circoscrizione Campania 1, ricoprendo anche la carica di segretario regionale del partito. Alle elezioni del 2008 è stato ricandidato, sempre nella circoscrizione Campania 1, alla Camera tra le file de La Sinistra l’Arcobaleno, ma non è stato rieletto in Parlamento, a causa del mancato raggiungimento del quorum da parte della
lista. Alle elezioni politiche del 24 e 25 febbraio 2013 è stato eletto senatore con il partito di
Nichi Vendola. Con lo scioglimento di SEL, è confluito in Sinistra Italiana, di cui dopo il congresso del febbraio 2017 è divenuto coordinatore della segreteria nazionale. Alle elezioni
politiche del 2018 è stato candidato al Senato con Liberi e Uguali, senza essere eletto.

Telefono azzurro in campo accanto a famiglie e studenti per utilizzare bene il web

da Il Sole 24 Ore

di Redazione Scuola

Manca poco al suono della campanella, simbolo dell’inizio di un nuovo anno scolastico che per alcuni bambini comincia e, per i più grandi, riprende. Un periodo impegnativo anche per i genitori, che tornano a occuparsi delle problematiche legate alla sicurezza dei figli nell’utilizzo di strumenti come Pc, tablet e smartphone.

L’impegno
Oggi Telefono Azzurro è una realtà di riferimento digital, che interagisce con bambini e ragazzi sui social e affronta con loro le tante e nuove situazioni critiche che vengono dal mondo della rete: prevaricazioni, cyberbullismo, sexting e sextortion, adescamento, violazioni della privacy, gaming e gambling e furti di identità. Un’indagine di Telefono Azzurro e Doxakids 2019 mette in luce che quasi la metà dei ragazzi intervistati percepisce tra i principali rischi connessi alla navigazione in internet il bullismo (22%), la diffusione di pettegolezzi (16%), la visualizzazione di contenuti violenti (11%) e la discriminazione di chi è omosessuale/bisessuale (4%). Un terzo degli intervistati ritiene che i social influiscano negativamente sulla percezione di sé/altri.

Per un genitore essere al passo con le diverse piattaforme di social media utilizzate dai bambini può essere difficile e, talvolta, il ricorso ai filtri di parental controls per bloccare l’accesso a contenuti non adatti ai minori non è sufficiente. Affiancare i bambini nelle prime navigazioni, fornire loro delle linee guida affrontando il tema della sicurezza di rete e dell’importanza di tutelare la loro identità, pianificare il timing della loro presenza in rete, sono utili consigli per un utilizzo responsabile della tecnologia da parte dei bambini, nonché per una navigazione sicura su internet.

Alcuni consigli per i genitori
Di seguito alcuni consigli per gli adulti: dialogare in modo collaborativo e sincero con i propri figli; insegnare ai bambini ad usare la tecnologia responsabilmente; stabilire dei limiti di tempo all’utilizzo della rete; concordare con i ragazzi i momenti da trascorrere nell’online, anche organizzando delle attività da fare assieme. Rendersi disponibili alla condivisione e al confronto, cercando di ascoltare i loro bisogni e le loro esigenze, tenendo presente il loro grado di maturità. Sostituire il controllo con il dialogo; riconoscere i segnali del cyberbullismo.

Inaugurate a Torino due scuole del futuro

da Il Sole 24 Ore

di Redazione Scuola

Due scuole medie statali completamente rinnovate e restituite alla città, dopo interventi sostanziali realizzati a tempo di record. Insieme, un segnale forte che da Torino arriva a tutta la scuola italiana con la proposta di idee progettuali e un modello di processo replicabili e interessanti per quanti ritengono l’intervento in edilizia scolastica una condizione necessaria per migliorare la qualità dell’istruzione, andando al di là dell’emergenza sicurezza e costruendo gli ambienti di apprendimento più “giusti” per l’innovazione didattica.

È questo il significato del progetto Torino fa scuola, promosso e sostenuto da Fondazione Agnelli e Compagnia di San Paolo, in collaborazione con Città di Torino e Fondazione per la Scuola, giunto venerd’ scorso alla sua tappa più attesa: la nuova inaugurazione pubblica delle scuole Enrico Fermi (via Biglieri al Lingotto) e Giovanni Pascoli (Via Duchessa Jolanda a Cit Turin). Al termine di un anno di lavori il ritorno nei due edifici di allievi, insegnanti e personale della scuola in tempo per la campanella del nuovo anno.

Alla presenza di altre numerose autorità locali e dei cittadini, l’inaugurazione – che si è svolta con una duplice cerimonia nelle due scuole – ha visto gli interventi della sindaca di Torino, Chiara Appendino, del presidente di Fondazione Agnelli, John Elkann, del presidente della Compagnia di San Paolo, Francesco Profumo. Il direttore generale dell’Usr del Piemonte, Fabrizio Manca, ha portato il saluto del Miur.

Le due comunità scolastiche, già al lavoro da settimane, guidate dai due dirigenti scolastici, Laura Di Perna (Pascoli) e Giorgio Brandone (Fermi), hanno accolto gli ospiti con entusiasmo e la consapevolezza dell’importante e difficile sfida didattica che le attende.

La visita alle scuole è stata condotta dagli architetti dei due progetti vincitori del concorso: Alberto Bottero e Simona Della Rocca (BDRbureau) per la Scuola Fermi, Silvia Minutolo (Archisbang) e Domenico Racca (Area Progetti) per la Scuola Pascoli.

«Con la Compagnia di San Paolo e la collaborazione della Città di Torino – ha detto John Elkann, presidente di Fondazione Agnelli – abbiamo sperimentato un inedito metodo di lavoro fra pubblico e privato, con gli esiti ammirevoli che tutti possono vedere. Oggi abbiamo due scuole rinnovate, sicure, belle e sostenibili. Grazie all’impegno di tutti, a partire da quello di docenti e studenti, vorremmo che domani Fermi e Pascoli diventassero anche un modello di innovazione didattica. Perché questo era, fin dall’inizio, l’obiettivo».

«Promuovere la conoscenza di qualità e lo sviluppo delle competenze delle generazioni future rappresenta l’investimento più promettente per un Paese, perché pone solide basi a favore della crescita consapevole dei cittadini di domani. Per questo – ha affermato Francesco Profumo, presidente della Compagnia di San Paolo – abbiamo investito nel rinnovamento degli spazi e del pensiero pedagogico all’interno di due scuole di Torino, coinvolgendo persone del mondo della scuola e dell’architettura così come studenti, insegnanti, famiglie e molti altri professionisti. Si tratta di due scuole esemplari per la loro storia e le loro caratteristiche architettoniche. Auspichiamo che questo processo possa essere replicato, in tutto o in parte, anche su altri edifici scolastici a livello nazionale».

«Le due scuole che abbiamo visitato oggi – ha affermato Fabrizio Manca, direttore generale Usr Piemonte – sono concepite come spazio educativo dinamico, aperto e interconnesso, dove il lavoro individuale e di gruppo, la sperimentazione, l’approfondimento delle discipline diventano esperienze realizzabili in tutto l’edificio e non solo nella ‘classica aula’. L’aula tradizionale costituisce uno strumento didattico ormai troppo rigido e inadeguato alle esigenze formative attuali e non può essere più il luogo unico dell’apprendere ma un luogo in cui una molteplicità di spazi diversificati, complementari e sinergici contribuiscono a formare un ambiente integrato, in grado di supportare una didattica attiva e moderna, in base a standard di qualità, vivibilità e benessere».

«Con questo intervento di rinnovamento sostanziale di due spazi educativi della nostra città – ha concluso Chiara Appendino, sindaca della Città di Torino – si offre una proposta nuova e stimolante alla scuola italiana. Torino fa scuola anche per questo, per la sua capacità di accogliere nuove proposte e dar loro spazio, idee che poi si diffondono nel resto del Paese. La Città dedica lavoro, risorse ed energie all’istruzione offrendo servizi socio-educativi che ne amplificano l’efficienza, nella certezza che il benessere della scuola sia la chiave del benessere di tutti. Ringrazio la Fondazione Agnelli e la Compagnia di San Paolo per questo importante impegno e per la qualità dell’intervento, che sottolinea la capacità tutta torinese di dare ali alle idee» .

Torino fa scuola nasce nel 2015 da una riflessione culturale e architettonica sul ruolo decisivo che gli ambienti di apprendimento possono avere – e già hanno in molte esperienze internazionali – per la qualità della scuola. Edifici più accoglienti, sostenibili, meglio integrati nella vita del quartiere, con spazi modulari e flessibili, progettati ex novo o (come è più probabile in Italia) rinnovati a partire dell’esistente secondo i moderni orientamenti della pedagogia e pratiche didattiche innovative, personalizzate e inclusive, possono favorire gli apprendimenti e il benessere di chi nella scuola vive e lavora: questa è l’idea di fondo del progetto. Grazie a questa visione condivisa, le due fondazioni dall’inizio hanno scelto la strada della concretezza con un valore esemplare: passare dalle idee ai fatti, realizzare interventi di impatto a livello locale attraverso i quali “fare scuola” per offrire idee e un modello di processo per la riqualificazione del patrimonio edilizio scolastico replicabile in tutto il Paese e a diverse scale.

Il primo anno è stato dedicato a lavorare con le due comunità scolastiche (preside, docenti, famiglie, studenti, insieme a pedagogisti e architetti) per dare loro voce, mettendo a fuoco bisogni, aspettative e desideri di rinnovamento, facendoli diventare “concetto pedagogico” e driver di cambiamento. Da questo processo sono emerse le linee guida per le due nuove scuole, che nel 2016 hanno orientato il concorso di progettazione, al quale hanno partecipato quasi 300 studi di architettura, italiani e stranieri. Nel 2017 sono stati annunciati i due progetti vincitori; l’iter è proseguito per rendere esecutivi i progetti e ricevere le autorizzazioni, fino all’apertura dei lavori di cantiere nell’estate del 2018, conclusi senza ritardo nell’agosto 2019.

Torino fa scuola ha visto un investimento economico di 11 milioni, interamente a carico dei due soggetti privati. Gli interventi per le opere e gli arredi di scuola Fermi sono costati circa 7,7 milioni di euro, finanziati per 4,7 dalla Fondazione Agnelli (che è stato il committente unico dei lavori) e per 3 dalla Compagnia di San Paolo. Gli interventi per le opere e gli arredi scuola Pascoli sono stati finanziati da Fondazione per la Scuola e Compagnia di San Paolo per un costo totale di realizzazione di 3,5 milioni di euro.

Ritorno a scuola dopo tre mesi. “L’istruzione insiste su un modello che non esiste più”

da la Repubblica

“La verità è che l’organizzazione scolastica continua a contare su un modello di famiglia in cui le mamme sono a casa e le nonne sono infinitamente disponibili. Invece spesso queste ultime abitano in città diverse dai propri nipoti, hanno anche altro da fare nella propria vita e magari lavorano”.

La professoressa Chiara Saraceno tiene oggi una lezione magistrale in piazza, a Carpi, sul tema della disparità di genere, all’interno del Festival della Filosofia e parlerà anche di calendario scolastico. In qualità di sociologa, ma anche di nonna.

Professoressa, tre mesi di scuole chiuse sono tanti da riempire per famiglie dove entrambi i genitori lavorano. Lo ripetono tutti, eppure non cambia niente.
“Io lo dico da anni e infatti mi sono attirata le ostilità degli insegnanti, che sono prevalentemente donne. Il punto non è fare meno vacanze ma organizzarle in maniera diversa: bisognerebbe farle più spezzettate, come succede in altri Paesi, evitando un’interruzione così lunga. Anche i nonni sarebbero più disponibili a dare una mano per una settimana a febbraio o a novembre, piuttosto che tre mesi di fila in estate”.

La replica di solito è: ma la scuola non è un parcheggio.
“Io non dico che bisogna prolungare il tempo della scuola, dico che va organizzato in maniera diversa, con più flessibilità. È vero che non possiamo tenere i bambini a scuola tanti mesi, ma è altrettanto vero che le scuole stesse potrebbero organizzare altre attività. Non si può immaginare un tempo scolastico identico al tempo lavorativo, ma fratture così radicali non fanno bene né all’organizzazione familiare né ai bambini. È un vuoto che in Italia si cerca di compensare coi compiti delle vacanze, che diventano l’incubo dei nonni. È come se la scuola dicesse alla famiglia: io non ci sono, pensaci tu. Senza contare il fatto che si finisce per svantaggiare ancora di più chi è già svantaggiato e durante questa lunga interruzione non può permettersi di trovare altri stimoli. Chi non parla italiano come prima lingua, o chi ha già delle difficoltà, se non ha risorse familiari, a settembre rischia di trovarsi in difficoltà anche dal punto di vista dell’apprendimento. La verità è che non c’è nessun rispetto per le esigenze del bambino, oltre che per quelle del genitore”.

In quest’ultima settimana prima dell’inizio della scuola si vedono bambini un po’ dappertutto: dai bar, ai saloni di parrucchiere, fin dentro ai negozi. Chi lavora li porta con sé.
“Lo so benissimo. La mia nipotina fa la quarta elementare a Torino e di solito fa il tempo pieno, ma questa settimana il tempo pieno non c’è quindi i nonni sono di nuovo precettati al pomeriggio. E questo dopo aver fatto il campo estivo, aver passato una settimana con la zia e tre coi nonni. A parte il costo aggiuntivo, c’è il fatto che non sempre tutte queste esperienze sono di qualità”.

In che senso?
“In sé il campo estivo può essere anche molto formativo: i bambini non stanno solo coi propri compagni di classe e imparano cose nuove, ma è diffiicile trovarne di qualità per tutte queste settimane. E le attività più modeste rischiano di diventare parcheggi, più o meno noiosi. Poi c’è il tema della povertà educativa: anche tra i compagni delle mie nipoti ci sono bambini che per tutta l’estate non fanno niente e magari non vanno neanche in vacanza. A Carpi mi hanno chiesto di parlare di disuguaglianza di genere e lo farò, ma devo dire che ultimamente quella che davvero mi angoscia è la disuguaglianza tra bambini”. c. gius.

Supplenze, anche i precari già in classe grazie alle convocazioni unificate

da Orizzontescuola

di Ilenia Culurgioni

Conferimento degli incarichi di supplenza per l’a.s. 2019/2020 a docenti e Ata tramite convocazioni accentrate. Come avvengono?

Sono diverse le province che stanno sperimentando in questo anno scolastico la modalità di convocazione di personale docente e Ata accentrata, ovvero unificata, e molti sono i precari che sono già in classe grazie a questo metodo.

Il sistema accentrato digitalizzato per le nomine a livello provinciale viene gestito da scuole polo o capofila. Il Miur ha infatti individuato delle province in cui sperimentare suddetta modalità di conferimento degli incarichi a tempo determinato, annuali (31/08) o fino al termine delle attività didattiche (30/06). Le convocazioni accentrate non vengono effettuate nelle province con un alto numero di aspiranti supplenti in graduatoria, per ovvi motivi.

Come esempio riportiamo l’avviso del 13 settembre 2019 dell’Ufficio scolastico provinciale di Vicenza.

Convocazioni accentrate

La sperimentazione avviene nel progetto di semplificazione nelle operazioni a carico delle singole scuole, considerando che, creando una rete provinciale di istituti scolastici, il conferimento degli incarichi a tempo determinato avviene in contemporanea e da un’unica centrale operativa individuata dalla scuola capofila della rete stessa.

Nel caso specifico di Vicenza sono state individuate due scuole polo: una per il personale Ata e l’altra per i docenti. Allo stesso modo sono organizzate altre province.  La scuola polo si fa carico di produrre la sola proposta di assunzione a T.D. che, una volta accettata, viene consegnata dall’interessato al Dirigente dell’istituzione scolastica prescelta; lo stesso Dirigente provvede alla stipula del contratto.

Risulta utile per i candidati verificare le note pubblicate nei siti degli Uffici scolastici provinciali. Oltre all’avviso si dovrebbe ricevere un’email di conferma dalla scuola polo: può succedere che ciò non avvenga, ma il candidato interessato deve comunque presentarsi alla convocazione.

Le proposte di assunzione vengono effettuate mediante lo scorrimento della graduatoria ottenuta incrociando le graduatorie dei singoli istituti. Il quadro delle disponibilità di ogni scuola viene allegato alle email di convocazione
inviate dalle singole istituzioni scolastiche all’indirizzo indicato al momento dell’iscrizione anagrafica.

Gli aspiranti docenti e Ata convocati vengono distribuiti in giorni e orari differenti in base alla fascia, al profilo e al punteggio. Il numero dei convocati è superiore al numero dei posti effettivamente disponibili, questo per far sì che tutti i posti vengano coperti, quindi la convocazione non determina l’assunzione in sé. Se poi dopo le operazioni restano ulteriori posti o spezzoni, viene fatto un altro calendario di convocazioni.

Quali documenti portare e delega

Gli aspiranti supplenti devono portare con sé un documento di riconoscimento e il codice fiscale validi. Coloro che non si presentano alla convocazione vengono considerati rinunciatari.

È però possibile utilizzare la delega nel caso in cui l’aspirante dovesse essere impossibilitato a presentarsi.

Si può delegare una persona di fiducia, che deve presentarsi alla convocazione con delega, fotocopia del documento d’identità e codice fiscale del delegante e del delegato. Si può anche delegare il Dirigente scolastico della scuola polo, scegliendo l’apposito modulo di delega e inviandolo via mail entro 24 ore dalla convocazione.

Supplenze docenti e ATA, attenti agli errori nelle convocazioni

da Orizzontescuola

di redazione

Supplenze a.s. 2019/20: una nostra lettrice segnala alcune presunte anomalie nelle convocazioni da graduatorie di istituto di III fascia. Il riferimento specifico è Milano, ma segnaliamo in modo generale affinché siano chiari alcuni procedimenti.

1) Mancata esclusione da parte di candidati ITP dalla seconda fascia secondo quanto riportato nelle sentenze negative del Consiglio Di Stato n.4503 e 4507 del 2018 e riportato nell’annuale circolare sulle supplenze.
2) Convocazioni per la terza fascia con accorpamenti di spezzoni orari di sostegno agli spezzoni orari di materia per la quale è richiesta la supplenza. Esempio: supplenza per 12h di educazione musicale +6h  di sostegno. (la procedura non è corretta se è stato suddiviso l’insegnamento di sostegno)
3) Personale Ata non convocati dalle graduatorie d’istituto di terza fascia perché risultanti in servizio come ATA. Ricordiamo che lasciare una supplenza per una da docente si può, inoltre il personale può usufruire dell’art. 59 del CCNL.
4) In generale rallentamenti da parte delle segreterie delle convocazioni per sostegno, nonostante come ogni anno la circolare Miur inviti a “dare priorità alle supplenze relative ai posti di sostegno da assegnare agli aspiranti in possesso del titolo di specializzazione: ciò sia per le particolari modalità di individuazione degli aventi titolo e di conferimento delle supplenze stesse, che al fine di assicurare tempestivamente il sostegno agli alunni disabili”.
La nostra lettrice invita le scuole a rivedere le graduatorie evitando errori come riportato nei punti 1),2),3) e velocizzare le procedure di reclutamento allineandosi alle scuole che hanno effettuato le convocazioni nei tempi stabiliti. Gli studenti speciali hanno diritto ad avere il sostegno già il primo giorno di scuola.
Si invitano i colleghi docenti a segnalare ai propri sindacati di appartenenza eventuali anomalie nelle convocazioni ricevute, e controllare l’operato delle scuole in cui si è presenti nelle graduatorie d’istituto di terza fascia sia per materia che per il sostegno.

Fioramonti: La scuola deve essere divertente. Su ed.civica, bene il rinvio al 2020

da Orizzontescuola

di Elisabetta Tonni

Educazione civica e tempo pieno (sul modello Finlandese): sono questi gli altri due argomenti affrontati da ministro Lorenzo Fioramonti.

Dopo aver parlato dell’aumento dello stipendio per i docenti e della realtà in cui versa la scuola italiana, durante la trasmissione radiofonica “Si può fare” in onda su Radio 24 Il Sole 24 Ore, ha approfondito le altre due questioni all’ordine del giorno.

Il titolare del Miur ha spiegato che l’introduzione dell’educazione civica era prevista sin dall’inizio per il 2020. E’ stato poi il ministro Bussetti a voler anticipare di un anno il tutto grazie a una fase sperimentale, ma il Cspi ha ribadito quello che sostenevano le associazioni dei docenti. E più precisamente, il ministro Fioramonti ha sottolineato il fatto che non si possa chiedere di inserire un insegnamento che prevede un voto in pagella, ad anno appena iniziato, senza dire dove andranno collocate le 33 ore previste dalla materia e con quali finanziamenti.

Sul tempo pieno, invece, il Ministro ha richiamato ancora una volta il modello di scuola Finlandese dove esiste un sistema di insegnamento trasversale e una serie di laboratori in cui svolgere attività formazione nel pomeriggio.

Secondo Fioramonti si tratta di una soluzione a cui guardare con attenzione, perché rende lo studio un’attività divertente per gli studenti e nello stesso tempo le famiglie sanno che i loro figli non sono “parcheggiati” a scuola dopo pranzo, ma impegnati a realizzare cose che fanno bene alla loro formazione e alla loro creatività.

Sollecitato da una domanda precisa, ha risposto che vorrebbe sentire i bambini dire: “Il Ministro ha detto che… La scuola deve essere divertente; il modo migliore per imparare è divertendosi“.

Graduatorie ATA: il part-time si valuta per intero, i riferimenti normativi

da Orizzontescuola

di redazione

Il servizio svolto dal personale ATA in regime di part time, sia orizzontale che verticale, si valuta per intero. Il riferimento normativo.

Un nostro lettore chiede

Sono a conoscenza della circostanza che la valutazione del servizio ATA part time non dipende dalle ore settimanali bensì dai giorni di servizio. Innanzitutto chiedo conferma di quanto è di mia conoscenza ed inoltre chiedo se in proposito ci sono state delle modifiche legislative. Ed ancora vorrei sapere il numero di legge che disciplina la valutazione di punteggio in modo da poter scaricare il testo. Grazie

di Giovanni Calandrino – Il servizio prestato con rapporto di lavoro a tempo parziale è valutato per intero secondo i valori espressi nella corrispondente tabella di valutazione dei titoli a decorrere dall’anno scolastico 2004/05.

La fonte normativa è il bando stesso delle graduatorie permanenti ATA e il D.M. 640/2017 delle graduatorie di circolo e di istituto di III fascia (Il punteggio per il servizio prestato con rapporto di lavoro a tempo parziale con lo Stato o gli Enti Locali, per tutti i titoli di servizio valutabili ai sensi delle presenti Tabelle di Valutazione, è assegnato per intero, secondo i valori espressi nella corrispondente tabella di valutazione dei titoli), inoltre già la circolare ministeriale prot. n. AOODGPER 1293 del 22/02/2012 sottolinea che nel termine “part-time” si intendono tutti i servizi prestati con tale tipologia sia verticali che orizzontali, indipendentemente dal numero delle ore di servizio prestato.

Nuovi dirigenti scolastici: come sopravvivere alle MAD

da La Tecnica della Scuola

Sono più di 2mila i docenti vincitori del concorso per dirigenti che – dall’oggi al domani – hanno cambiato mestiere e si sono trovati catapultati in un mondo nuovo.
Ne abbiamo intervistati alcuni.
Iniziamo con Marco Bollettino, già insegnante di matematica e informatica nei licei e nei tecnici, con una esperienza di sindaco in un piccolo paese della provincia di Torino. Dal 1° settembre è dirigente del liceo “Gramsci” di Ivrea (TO), una scuola complessa e con diversi indirizzi.

Qual è la sensazione, dopo due settimane di lavoro? Quale aspetto le piace di più e quale di meno?

Sono state settimane molto intense ma sono ancora in quella fase in cui l’entusiasmo per il nuovo lavoro non ti fa sentire la fatica. Una cosa che mi piace molto è che ho ritrovato, pur in un contesto differente, tante affinità con il ruolo di sindaco che ricopro a Parella. E non solo perché una delle prime cose da fare è stato dover sistemare il “verde” intorno alla scuola!
Quel che mi piace di meno sono le procedure burocratiche e solo apparentemente oggettive che dobbiamo seguire per assegnare gli incarichi a tempo determinato (e non parlo solo dei docenti). In segreteria magari hai bisogno di un profilo particolare, perché un ufficio è in sofferenza, quel profilo esiste ed è disponibile, ma tu sei costretto ad assumerne un altro, che non ha mai fatto quel lavoro, perché “il sistema dei punti” lo premia. Lo trovo irrazionale. Fossero almeno differenziate…

In queste due settimane ha già dovuto affrontare più di una criticità. Ce n’è almeno una che proprio non prevedeva e che l’ha sorpreso?

Un pochino, in realtà, l’avevo previsto, ma non con questi numeri. Ogni giorno, nella mia scuola come credo in tante altre, arrivano centinaia di email con cui aspiranti docenti si “mettono a disposizione” per le supplenze. Le segreterie, in teoria, dovrebbero esaminarle tutte una per una, graduare i curricula secondo delle tabelle oggettive di valutazione titoli e pubblicare gli elenchi. Se lo facessero, sarebbero tutte bloccate a fare solo quello.  Così abbiam dovuto trovare una soluzione diversa e filtrare le domande con un form pubblicato sul sito della scuola.

Si dice che quello del dirigente è un lavoro in cui si è sempre piuttosto soli. E’ davvero così o l’uso dei nuovi strumenti di comunicazione consente una certa cooperazione con altri colleghi?

In questi anni ho imparato che, 9 volte su 10, quando hai un problema c’è già qualcuno che lo ha affrontato e risolto meglio di come potresti fare tu partendo da zero. La collaborazione è, quindi, fondamentale: ogni giorno, tra messaggi e telefonate, trascorro diverso tempo a confrontarmi con i colleghi per scambiarci idee, buone pratiche e possibili soluzioni.

E’ ancora presto per poterlo dire, ma le sembra che il nuovo lavoro le lascerà ancora il tempo per continuare a documentarsi e a studiare?

Da quando ho iniziato, o meglio dall’ultima settimana di agosto, in cui mi sono presentato a scuola per conoscere la ex Dirigente e il personale, ho passato molto tempo a leggere, riguardare gli appunti del concorso, studiare e approfondire quegli aspetti più pratici che nella preparazione del concorso venivano trattati solo marginalmente.
Direi che continuare a documentarsi e a studiare è una conditio sine qua non di questo lavoro, per cui il tempo lo dovrò trovare per forza, evitando di affogare nelle “piccole emergenze” che si propongono ogni giorno.

Istruzione. Il ritardo delle donne

da La Stampa
Linda Laura Sabbadini

Nel nostro Paese in tanti sono convinti che le donne siano molto istruite. Ma è veramente così? Purtroppo no e soprattutto se ci confrontiamo con l’Europa. Le donne residenti in Italia che hanno il diploma o la laurea sono solo il 63,8%, in Europa 15 punti di più. Voi penserete che sono le anziane che abbassano il livello, ma in realtà le anziane da questo conteggio sono escluse, stiamo parlando delle donne tra 25 e 64 anni. E’ vero lo scarto con l’Europa cresce con l’età delle donne, si passa da 12 punti tra le 35-44enni a 22 tra le 55-64enni. Ma continuiamo ad avere 8 punti di scarto anche tra le giovani. Il che vuol dire che questo problema viene da lontano, ma gli altri Paesi europei sono molto più avanti nella sua risoluzione. Peggio di noi solo Malta e Portogallo. Come noi solo la Spagna.
Quindi, anche se le donne sono più istruite degli uomini dobbiamo essere coscienti che abbiamo un problema serissimo, troppe donne con basso titolo di studio. Non si tratta semplicemente di raddrizzare la situazione in termini di scelta degli indirizzi di studio da parte delle donne, favorendo quelli di tipo scientifico, meno richiesti in ambito femminile. Il problema è più grave. Va estesa la partecipazione alla formazione.
E questo per tre motivi. Primo: in Italia i bassi tassi di occupazione femminili sono fortemente influenzati dal titolo di studio. Le donne laureate hanno tassi di occupazione più alti e si sono difese meglio durante la crisi. Secondo, avere un basso titolo di studio porta più facilmente a processi di analfabetismo di ritorno, come sottolineava egregiamente Tullio De Mauro. E l’analfabetismo di ritorno rende più vulnerabili le persone che ne sono coinvolte. Terzo, chi ha basso titolo di studio è anche maggiormente escluso dall’uso delle nuove tecnologie e avrà molte più difficoltà nel vincere le nuove sfide nel mercato del lavoro, indotte dalle innovazioni tecnologiche. Sarà quindi più esposto alla caduta in povertà.
Se consideriamo le laureate e le diplomate distintamente, l’Europa presenta più laureate che diplomate tra 25 e 34 anni (45% e 40%) e una quota pari tra 35 e 44 anni (41%), l’Italia no. Sono meno (e di molto) le laureate rispetto alle diplomate.
Su questi dati poco incoraggianti incide il peso delle donne straniere, è vero, ma anche gli altri Paesi avanzati ne hanno e in molti casi più di noi. Incide certamente anche una maggiore criticità per le donne del Sud.
Il problema è che molte donne, come molti uomini pensano che non sia importante investire sul titolo di studio, considerato spesso un “pezzo di carta”. Questa idea va combattuta, perché è falsa, soprattutto per le donne.
Sono in primis loro che devono prendere coscienza che più formazione significa più opportunità su tutti i fronti, più libertà femminile, più autonomia. La formazione è garanzia di democrazia, tutti devono avere la capacità di orientarsi nelle scelte di una società sempre più complessa che richiede a ognuno competenze che ai tempi delle nostre nonne erano impensabili. E la politica deve capire che un intervento serio non è più rimandabile. Bisogna finirla con i messaggi che svalorizzano le competenze e dire le cose come stanno: bisogna studiare di più, e più a lungo. Il riscatto delle classi sociali più basse, e anche quello delle donne parte dall’investimento in formazione e cultura. —i scelta degli

Liti, denunce e 6 scuole a testa la vita impossibile dei presidi

da Il Messaggero

Presidi tuttofare, che dirigono le scuole senza docenti di ruolo in cattedra e senza personale amministrativo in segreteria. Ma la scuola, nonostante le difficoltà, non può fermarsi: per ogni preside, infatti, ci sono 1200 studenti in classe a far lezione e altrettante famiglie a cui dare risposte. E infatti guai a chi sbaglia: ogni anno fioccano i ricorsi che trascinano in tribunale i dirigenti scolastici. Un quadro decisamente complicato, quello che emerge dal dossier La scuola che soffre/1, emergenza dirigenti scolastici di Tuttoscuola, testata da quarant’anni specializzata nell’informazione educativa e sui temi dell’istruzione. Lo studio (consultabile online) mette in luce le serie difficoltà in cui si trova la scuola, partendo proprio dal ruolo dei presidi sempre più a rischio burn out, stressati da mille responsabilità e altrettanti compiti quotidiani.

I CARICHI DI LAVORO

Il loro impegno, infatti, negli anni è cambiato notevolmente, soprattutto nei carichi di lavoro: dal 2000 ad oggi il numero degli alunni nella scuola statale è rimasto sostanzialmente invariato, così quello degli insegnanti e delle sedi scolastiche sul territorio. Ma, come emerge dal dossier, nello stesso periodo il numero di dirigenti scolastici è stato drasticamente ridotto, del 35%. La riduzione è stata parzialmente colmata dalla recenti immissioni in ruolo, dopo l’ultimo concorso. Ma ancora non è sufficiente: oggi infatti un dirigente scolastico deve occuparsi in media di 1.194 studenti, vale a dire il 55% in più rispetto ai 769 di 19 anni fa.
Ci sono poi i casi limite in cui al preside vengono chieste missioni impossibili. È il caso, ad esempio, del dirigente scolastico Vito Pecoraro, recordman italiano ma probabilmente anche europeo: da settembre 2018 è a capo dell’istituto con più studenti in Italia: l’alberghiero Pietro Piazza di Palermo con 2.840 studenti. È stato poi nominato reggente dell’istituto comprensivo Maredolce con 1.062 studenti per 55 classi. In totale, quindi, 175 classi e quasi quattromila studenti dai tre ai 18 anni. Numeri da capogiro soprattutto se paragonati alla scuola finlandese, spesso presa ad esempio come modello di istruzione efficiente: va sottolineato infatti che in Finlandia, per legge, un preside non può seguire più di 500 studenti. Non solo studenti, un preside in Italia coordina, in media, 160 dipendenti tra docenti e personale tecnico e amministrativo: si tratta di 56 persone in più rispetto a quanto avveniva 18 anni fa (oltre il 50% di aumento). Presiede 50 consigli di classe ogni anno ed è responsabile in media di più di sei sedi scolastiche dislocate anche a diversi chilometri di distanza tra loro, eppure deve essere presente fisicamente in ognuna di esse. Nel 2000 le scuole da presidiare erano 4, anche in questo caso l’aumento è stato del 50%.

LA SICUREZZA

Non deve essere solo presente nei vari plessi ma deve esserne anche responsabile della sicurezza degli edifici e, soprattutto, di tutte le persone che ogni giorno ci trascorrono molte ore come gli alunni, i docenti e il personale Ata. A proposito di responsabilità, il dirigente assume anche la rappresentanza legale dell’istituzione scolastica: che cosa significa? Che ogni anno subisce 5 o 6 azioni legali, per bocciature di studenti e vertenze sindacali. Una presenza in prima linea, a 360 gradi: Tuttoscuola ha contato infatti 129 competenze che interessano il dirigente scolastico dalla rappresentanza legale alle relazioni sindacali, dalla privacy alla responsabilità civile, contabile ed erariale, alla valutazione e al controllo.

LA RETRIBUZIONE

A fronte di tutti questi impegni, lo stipendio è adeguato? Sembra proprio di no: i dirigenti scolastici, con il nuovo contratto appena firmato, guadagnano 67 mila euro all’anno, i dirigenti amministrativi della pubblica amministrazione 100 mila, i dirigenti del settore privato in media 107 mila euro. E i quadri? Circa 54 mila euro, più o meno come i dirigenti scolastici.
Lorena Loiacono

Diplomati magistrale, arriva la sentenza di merito del Tar Lazio

da La Tecnica della Scuola

Arrivano da fonti accreditate notizie freschissime sul ricorso dei diplomati magistrali. Si apprende che dopo l’udienza del 16 luglio il Tar Lazio, in data 13 settembre ha emesso la sentenza di merito (sentenza N. 10969/2019 REG.PROV.COLL. – N. 10617/2016 REG.RIC.).

Con tale sentenza – si legge nella nota – il TAR Lazio, rigettando il ricorso, conferma l’orientamento assunto sino ad oggi.

In tali decisioni è stato infatti chiarito non soltanto che la pretesa dei diplomati magistrali con titolo conseguito entro il 2001/2002 di essere inseriti in GAE avrebbe dovuto essere fatta tempestivamente valere con presentazione di istanza di inserimento in GAE e comunque mediante impugnazione, al più tardi, del DM del 16 marzo 2007, ma che il diploma magistrale conseguito nel 2001/2002 non è da ritenersi idoneo all’insegnamento.

In conclusione, il ricorso e i successivi motivi aggiunti vanno respinti.”

Tocca adesso al Miur assumere i provvedimenti conseguenti e indicare le procedure da attuare.

Gli insegnanti: “Appassionati ma poco rispettati”

da la Repubblica

Ilaria Venturi

Appassionati della materia che insegnano e dei loro studenti che vedono crescere tra i banchi, raggiungere obiettivi, saltare ostacoli. Un po’ alla Robin Williams ne L’attimo fuggente , anche se più che capitani si sentono accompagnatori, compagni di strada. Insomma, dentro all’aula tutto bene (o quasi), al netto di chi è diventato prof per caso e non sono pochi, quasi un quinto. Fuori cominciano i guai. In sala insegnanti li attende un mare di carte e scartoffie da compilare, «la burocrazia ci soffoca». E una volta usciti da scuola è anche peggio. Si sentono rispettati? Non certo dal governo: solo il 5 per cento dice sì. E appena il 24 per cento afferma che gli italiani, ovvero la società, porta loro rispetto. Insomma, l’ambiente sociale e politico è percepito più che ostile. E lo è, in effetti, visto la “riformite” inconcludente che affligge la scuola italiana, genitori sempre più incattiviti e riconoscimento del valore dell’educazione sotto zero. Ecco cosa provano e pensano gli insegnanti italiani. Il quadro esce dall’indagine “Essere un docente” realizzata dalla Cambridge University Press su un campione di 1.330 maestri e professori in vista dell’avvio dell’anno scolastico. Il dossier racconta chi salirà in cattedra. «Mi aspettavo che gli insegnanti italiani fossero più insoddisfatti visto lo scarso riconoscimento sociale e i bassi stipendi», osserva Patrizia Zanon, general manager della casa editrice. La passione resiste nel 97 per cento dei casi, 77 si dichiarano soddisfatti. Tanto che il 65,8 per cento se tornasse indietro farebbe ancora l’insegnante. Letto al contrario è preoccupante: un terzo cambierebbe strada. Zanon vede il bicchiere mezzo pieno: «Siamo abituati a pensare all’insegnamento come a una professione di ripiego, rispetto alle aspettative il dato è abbastanza alto. Poi non si possono negare le difficoltà, il livello di stress, l’impiego del tempo vessatorio, ma il profilo che ne esce è positivo».

Ma la nostra è la classe docente più anziana rispetto ai paesi Ocse: l’Italia ha la quota maggiore di docenti ultra 50enni. Il lavoro è considerato duro da più di 40 su cento. Il motivo? «Mi ha fatto sentire stressato, non mi lascia tempo per la vita privata». Il cattivo rapporto coi colleghi ha un impatto maggiore sullo stress rispetto a quello coi genitori. I più giovani, under 35, soffrono invece di più nella relazione con gli studenti. Non è una categoria che vive di rendita, reclama formazione, risorse digitali, hardware in classe e per sé. L’impegno va oltre le lezioni in classe: dicono di lavorare per prepararle, correggere i compiti, poi c’è la gestione della scuola, i colloqui coi genitori. In media 5 ore al giorno, weekend compreso. «Dedichiamo troppo tempo alle attività amministrative e a riunioni interne », lamenta la maggioranza. «La ricerca conferma che gli insegnanti sono generalmente soddisfatti del loro lavoro, per quanto logorante nella gestione quotidiana delle dinamiche relazionali. Ciò non sorprende », osserva Gianluca Argentin, ricercatore all’università di Milano-Bicocca, autore del volume “Gli insegnanti nella scuola italiana”. «Ma attenzione: il loro modo di stare bene a scuola è un ripiegarsi nel contesto dell’aula, rischiano l’autoreferenzialità: non a caso, gli insegnanti stanno bene nella quotidianità scolastica, ma si sentono poco riconosciuti socialmente». E infatti quando chiedi loro di mettere in fila di che cosa hanno bisogno replicano: maggior rispetto, riconoscimen to, tempo, formazione, meno burocrazia. Al sesto posto, lo stipendio.

Lasciamo che i ragazzi scrivano tutti insieme

da la Repubblica

Franco Lorenzoni

Cara professoressa (e caro professore), nessuno sceglie dove nascere, in quale famiglia o continente atterrare. E tutta la vita, a partire dai primi anni, proviamo ad adattarci, a subire o ribellarci a quella condizione data. Chiunque si sia trovato a insegnare in classi che sempre più si presentano come specchio di un pianeta frammentato e di una società con crescenti divaricazioni sociali, credo abbia provato almeno un momento lo sconcerto di avere di fronte a sé vite ineguali verso le quali, come insegnanti, dovremmo sentire la spinta etica a fare ogni sforzo possibile per fornire conoscenze e strumenti capaci di attenuare almeno un po’ lo scandalo di diversità che precipitano nella discriminazione. Ci vuole grande coraggio e cultura e convinzione per essere all’altezza dei nostri compiti perché si tratta di offrire e costruire, spesso con grande fatica, la più ampia libertà di scelta possibile per tutti, in un mondo in cui l’esclusione cresce ogni giorno di più. Vivendo in un clima spesso ostile, fa bene tornare a Lettera a una professoressa perché quella denuncia rovente contiene una visione radicale dell’educazione, che credo abbia ancora molto da dire a chi pensa l’arte e la cultura come ribellione alla dittatura del presente.

Nel suo ultimo anno di vita don Milani sperimentò un modo particolare di dare voce pubblica agli esclusi. Per una volta, infatti, a denunciare il classismo violento della nostra scuola non furono studi o saggi sociologici, ma le vittime stesse di quella strage di intelligenze che, in pieno boom economico, portava ad espellere da ogni percorso formativo oltre la metà dei figli di contadini ed operai. La preoccupazione maggiore di don Lorenzo, nelle sei settimane che separarono l’uscita della Lettera dalla sua morte, fu che fosse riconosciuta come un’ opera collettiva .

Il mezzo della scrittura collettiva, infatti, incarnava il messaggio. O, meglio, il messaggio era nel modo con cui era stato forgiato il mezzo. In un tempo in cui ogni impresa comunitaria è guardata con sospetto vorrei consigliare di sperimentare in classe, almeno una volta, la scrittura collettiva dandoci tutto il tempo che occorre, non solo perché è uno strumento efficace di affinamento della lingua, ma perché necessita di un ascolto reciproco attento, in primo luogo da parte di noi insegnanti. Dà inoltre voce e aiuta ogni allievo a sostare attorno alle domande, approfondire i concetti, mediare tra il proprio punto di vista e quello degli altri e imparare ad argomentare dando respiro al proprio pensiero. La sofferenza infantile si annida in ogni segmento della società e per affrontare il disagio crescente credo dobbiamo cercare sostegno nella bellezza. È solo nel corpo a corpo con un testo, un teorema o una pittura che possiamo appassionare i più piccoli alla fatica dell’apprendere e al piacere del farlo insieme tra diversi, liberandoci da semplificazioni avvilenti. Ma per far questo dobbiamo andare controvento, ridurre gli argomenti e proporre pratiche di ricerca e di studio necessariamente lente, in cui si discute ogni cosa e si fa del dialogo l’architrave del processo educativo. Due anni fa, nel comporre un testo collettivo sulla figura di Gandhi, una bambina in quinta elementare a un tratto ha detto: «Gandhi non dava ragione a uno, ma a due». Una frase che ci ha fatto riflettere a lungo e che trovo ci avvicini al nocciolo del pensiero nonviolento. Sono intuizioni come queste che dimostrano quanta ricchezza si possa ricevere dai più piccoli quando diamo spazio all’affiorare dei loro pensieri più intimi e profondi.

C’è un nemico insidioso che non dobbiamo mai stancarci di contrastare: la crescente alienazione e allontanamento di troppi giovani dal desiderio e dalla fatica del conoscere, che aumenta con l’età e porta alla tragedia dei due milioni e mezzo di ragazzi che, pur non lavorando, hanno smesso di studiare.

Uno scandalo che dovrebbe tenerci svegli la notte perché, se in così tanti perdono il piacere e il senso dello studio, dobbiamo guardarci allo specchio e riconoscere le nostre responsabilità. Inoltre, in diverse città sta aumentando la tendenza di numerose famiglie ad abbandonare scuole frequentate da un numero crescente di figli di immigrati, dando luogo a quella che Vinicio Ongini chiama fuga bianca.

I dati delle prove Invalsi ogni anno testimoniano in modo inequivocabile la presenza nelle nostre scuole di classi ghetto, in cui vengono ammassati giovani immigrati di prima e seconda generazione insieme a ragazzi che hanno altre difficoltà e problemi. Nessun ministro ha avuto sinora il coraggio di affrontare la questione, ma noi non possiamo tollerare ed adeguarci a pratiche che alimentano forme di apartheid educativa, senza tradire l’articolo 3 della Costituzione, che è il nostro testo collettivo di riferimento. Se l’arte del convivere e la cura del pianeta sono lo sfondo di ogni educazione che guardi al futuro, la sfida sta nel dimostrare che nelle classi disomogenee si impara di più e meglio.

«Il problema degli altri è uguale al mio», ricordava con i suoi ragazzi il Priore. «Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia ».

L’autore è stato maestro elementare per 40 anni. Il suo ultimo libro è “I bambini ci guardano” (Sellerio).