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La Giornata della Memoria tra liturgie e rituali

La Giornata della Memoria tra liturgie e rituali

di Domenico Ciccone

Tra poco, nelle prime ore del 27 gennaio del 2020, in tutte le scuole della Repubblica sarà celebrata, in un modo o nell’altro la Giornata della Memoria. Per chi svolge il lavoro di docente oppure di dirigente, questa ricorrenza è diventata giustamente memorabile, una giornata alla quale destinare attività , spesso frenetiche, con le quali si rinnova, o dovrebbe rinnovarsi nelle giovani generazioni, la memoria della immane tragedia che tutti conosciamo come “Shoah”.

I pochi testimoni che restano delle terribili violenze e degli assassini perpetrati nei campi di sterminio devono, troppe volte,quasi giustificare la lucidità dei loro ricordi ai quali si contrappone una società sempre più smemorata ed indifferente, spesso con dei rigurgiti negazionisti e con delle assurde rivendicazioni da parte di avverse schegge politiche. 

Molti contrappongono allo sterminio nazista quello perpetrato dai regimi comunisti, quasi a voler spalmare l’orrore ed a voler assurdamente redistribuire, tra gli eredi di forze politiche storicamente opposte, le responsabilità o gli oneri di dover ricordare gli orrori umani selezionando le vittime ed i carnefici. Essi dimenticano che l’orrore e la morte non hanno un valore ideologico né presente ai fatti nè postumo. Chi uccide in nome di un’idea è comunque un assassino e mai le sue azioni potranno essere giustificate da violenze incrociate e da faide ideologiche che, purtroppo, continuano a fare milioni di morti .

Liliana Segre, ha appena finito di parlare alla tv. Una delle non molte senatrici che dà lustro alla camera a cui appartiene, una donna novantenne che dichiara di avere un compito, quello di essere testimone della immane tragedia nella quale si è trovata, nell’età della sua vita che di solito si ricorda come la più bella e spensierata. Ascoltarla apre l’anima e proietta ogni pensiero verso una categoria che si racchiude in una parola di quattro lettere: “Pace”. La senatrice la declama dieci, mille volte. Non parla di altro, non è animata dall’odio, non ritiene che ci sia da sottolineare altro. Gira per le scuole, sostenuta da un’energia che sorprende,vista la sua età, parla con i ragazzi che, però, trova sempre più distanti ed indifferenti.

“-Non studiano la Storia-”, afferma, aggiunge che : -“Nemmeno i loro genitori l’hanno studiata-”  quindi è quasi scontato che quasi nessuno più si interessi ai fatti, agli eventi, alle catastrofi ed agli eccidi del passato, semplicemente giustificandosi  che ormai bisogna andare avanti e guardare al futuro.

Eppure mai nessuno ha pensato di abolire la Storia dalle discipline scolastiche oppure ha pensato di doversi liberare da pesanti fardelli del passato per evitare le angustie che essi ingenerano nelle coscienze; è solo più comodo evitare di imbattersi in astiose questioni e risolvere il dovere della memoria con una manifestazione ben fatta e dalla più ampia partecipazione. 

Infatti, nessuna scuola ha mai dimenticato di celebrare la Giornata della Memoria fin dalla sua ufficiale istituzione. La celebrazione non è mai inutile per rinnovare la memoria dell’Olocausto; è un’azione opportuna e doverosa. Quante scuole evitano però che anche questa occasione sfugga alle ormai conclamate “liturgie scolastiche” ? Quanti docenti evitano accuratamente ai propri studenti o alunni di essere sottoposti quasi ad un “lavaggio dell’ anima”, semplicemente per sentirsi (loro) a posto con la coscienza professionale e (loro) convinti falsamente di aver adempiuto ad un compito sociale, ad un dovere imprescindibile dettato dal sentire comune ?

I giovani, nonostante siano stati cresciuti nella memoria costante dell’Olocausto, non lo interpretano  sempre nella giusta maniera; provando a parlarne con qualcuno, fuori dagli stanchi e consunti rituali di celebrazione, poco o nulla gli resta, sul piano educativo, di quanto si a stato immane, inaccettabile e disumano quell’orrendo periodo dell’umanità.

E allora non posso fare a meno di ritornare, come talora molti altri fanno,  sulla vera essenza della disciplina “Storia” che dovrebbe essere insegnata da e per sempre, sfruttando la sua riconosciuta funzione di  “cerniera “ nell’assetto del curricolo di qualunque classe, grado ed indirizzo scolastico. 

La Storia insegnata nell’accezione cara a Bruner che, nel contempo, mira a coltivare la struttura della disciplina e propone contenuti ” a spirale” – gradualmente più accurati e tesi ad essere approfonditi con cadenza ciclica-  sfugge da ogni esposizione che si affida a ricorrenze, rituali, celebrazioni non supportate dalla volontà di costruire una coscienza. Spesso una metodologia non efficace produce piuttosto una memoria labile, simile all’acqua che, come affermava Carlo Levi,  bagna i sassi del greto e, quando si asciuga, li lascia uguali a com’erano. 

Liliana Segre ha salutato il pubblico assicurando che, fino a quando potrà, continuerà a svolgere il suo compito di testimone; da oggi ha ricevuto assicurazione di impegno dal ministro Azzolina che desidera di aiutarla, in tale compito, anche in ragione del suo passato di docente di Storia. 

Bruner ribatterebbe dicendo di non dimenticare che la struttura della Storia richiede l’analisi delle fonti che, quando sono dirette e viventi, come la senatrice Segre testimonia, andrebbero contrapposte a rituali e liturgie senza senso. Queste ultime, prima o poi, finiranno per offuscare la memoria dell’Olocausto piuttosto che ravvivarla e tramandarla.  

Ragazzi, che Storia è?

da la Repubblica

Viola Ardone

La scrittrice, insegnante di un liceo napoletano, spiega agli studenti l’importanza del passato. E perché le risposte di Alexa non bastano

In che anno è crollato l’Impero romano di Occidente? Quando è avvenuta la battaglia di Lepanto? Tra chi sono stati stipulati i trattati di Utrecht e Rastatt e per quale motivo? I miei alunni di un liceo dell’hinterland di Napoli sospirano con condiscendenza, poi fanno uno sforzo di memoria per venire incontro alle mie esigenze di insegnante cresciuta nel secolo scorso. L’altro giorno una delle più brave mi ha fatto notare che Alexa, l’assistente vocale di Amazon, non avrebbe alcuna difficoltà a rispondere a queste domande. Basta chiedere al telefonino, ha sintetizzato un altro, con maggiore pragmatismo.

È vero. Il modo di studiare è cambiato: potremmo dividere l’umanità in a.I. e d.I., avanti e dopo Internet. Immagazzinare date, nomi e informazioni era il nostro modo di tracciare coordinate in cui collocare idee, relazioni tra i fatti, di edificare architetture in cui far abitare eventi e protagonisti storici. Ma oggi? Ho sentito qualche mese fa alcuni miei alunni canticchiare Bella ciao durante l’intervallo; pensavo che l’avessero imparata dai nonni, invece ho scoperto che per loro era solo la colonna sonora di una nota serie su Netflix.

Come convincere, allora, i ragazzi che ricordare è una forma di sapere? Che gli avvenimenti di oggi sono connessi con quelli di ieri e di ieri l’altro e degli anni addietro, in una lunga catena di cause ed effetti che ha le sue fondamenta dentro un passato sempre più remoto?

Secondo un’indagine condotta dall’Università Ca’ Foscari di Venezia e dall’Università di Padova negli anni tra il 2013 il 2016 sugli studenti delle scuole superiori del Veneto, i giovani sono interessati alla Storia ma faticano a mettere in rapporto gli avvenimenti del passato con il presente, non ne percepiscono, in definitiva, l’utilità. «A che cosa serve studiare la Storia?» mi ha chiesto, con timidezza, la mia alunna brava, temendo di mettermi in imbarazzo e di minare il senso stesso del mio lavoro.

A che cosa serve studiare il greco antico, il latino, la letteratura delle origini? La scuola ha il dovere di immaginare una risposta a questa domanda ed è necessario che sia convincente in termini epistemologici e metodologici. Il pericolo, altrimenti, è la «crisi della presenza» di cui parlava Ernesto De Martino, anticamera della perdita di identità.

I più giovani rischiano di vivere in un presente destoricizzato, un tempo senza radici e, di conseguenza, senza prospettiva; di essere fragili e indifesi di fronte ai tentativi di manipolazione della Storia e al revisionismo. Le fake news, le battute razziste, xenofobe o antisemite diffuse sui social possono essere disinnescate solo da chi ha assimilato i meccanismi e le dinamiche di fondo del passato: la Grecia arcaica dominata dalla «cultura della vergogna» illumina la contemporaneità laddove al giudizio della comunità si sostituisce la ricerca compulsiva del like sui social; le lotte di potere tra i triumviri nella Roma repubblicana sono un’attualissima lezione sulle insidie della politica; le orazioni di Cicerone contro Verre, amministratore in Sicilia accusato di concussione e peculato, sono una chiave di lettura per comprendere la Tangentopoli degli anni Novanta; i resoconti delle invasioni barbariche ci ricordano quanto antico sia il pregiudizio sulle popolazioni straniere; i regimi totalitari del Novecento sono (dovrebbero essere) un allarme contro il populismo e l’uso aggressivo e cinico della propaganda.

Questo ho detto alla mia alunna brava: che studiare la Storia è emozionante perché produce nuove idee, perché genera turbamento, perché ci fornisce la consapevolezza che l’oggi diventerà parte di un flusso che sarà il domani. Non siamo condannati a un ripetersi eterno degli eventi, ma conoscere il passato ci è indispensabile per costruire la nostra identità.

La mia alunna brava ha annuito. L’avevo convinta, anche se non del tutto. «La Storia», ha replicato, «dovrebbe essere studiata più “da vicino”. Come nei romanzi, nei film, nelle serie tv. Una Storia a colori e non in bianco e nero, la storia delle persone. Dove sono, nelle pagine del manuale, le donne, i bambini, i ragazzi? Mio cugino, che è all’università, mi ha fatto leggere le lettere che Gramsci scriveva dal carcere ai suoi familiari. Lì si capiscono tante cose: si vedono le sue paure, i suoi sentimenti. Un paio di mesi fa abbiamo partecipato a una manifestazione per l’ambiente: milioni di studenti in tutto il mondo. Lei pensa che questo ci sarà, un giorno, nei libri di Storia? Ci sarà la foto di Greta Thunberg o dei giovani che hanno organizzato il movimento delle “sardine” e convinto tante persone a scendere di nuovo in piazza?» La mia alunna brava ha smesso di parlare, ha spiato la mia reazione. Il suono della campanella mi ha salvata, stavolta risposte non ne avevo. Sono rimasta sola nella classe ormai vuota e ho pensato che sarebbe bello se un giorno, sul manuale di Storia, ci fosse anche il suo, di nome.


Insegnare latino

Insegnare latino…

di Maurizio Tiriticco

…o meglio, come si deve adoperare un insegnante perché i suoi alunni apprendano un po’ di latino anche piacevolmente! Non dico in modo divertente, ma… in effetti, tutto dipende dall’insegnante e dal metodo di lavoro che sceglierà. Una volta si diceva che il latino è importante perché insegna a ragionare! Io non ci ho mai creduto! Perché non c’è disciplina di studio che non imponga di fatto a ragionare. Qualsiasi materia di studio richiede attenzione, applicazione, sacrificio anche! Comunque, repetita iuvant! E allora, avanti con il latino! Ma… ecco che emerge la questione del metodo: o meglio, che diavolo deve fare l’insegnante per rendere interessante, accettabile, piacevole anche, una materia di studio? In realtà ci sono materie il cui studio è direttamente legato alla vita quotidiana. Se non so parlare, non posso dichiarare il mio amore a una bella fanciulla e neppure litigare con la suocera! Se non so leggere né fare qualche conto, non posso fare neanche fare un minimo di spesa al supermercato!

Però c’è una materia di studio che ancora resiste disperatamente in qualche nostro grado di scuola, che affligge gli studenti costretti ad apprenderla ed i docenti costretti ad insegnarla: il latino! O meglio, “lingua e cultura latina”, come recitano le Indicazioni nazionali per i nostri quattro percorsi liceali: classico, scientifico, linguistico e delle scienze umane.

Ed allora, come fare indorare la pillola, per dirla volgarmente? O meglio, per rendere fruibile questo studio? Mi sovvengono i versi del Tasso, nell’incipit della Gerusalemme Liberata: “Così all’egro fanciul porgiamo aspersi di soavi licor gli orli del vaso: succhi amari, ingannato, intanto ei beve; e dall’inganno suo vita riceve”.

In altre parole, la questione è del metodo! Ci chiediamo cioè: come proporre lo studio di una lingua che “non serve”, come potrebbe essere, invece, l’inglese, a ragazzi, quelli di oggi soprattutto, che sono in tutt’altre faccende affaccendati? So che esiste un metodo cosiddetto naturale, il cosiddetto “metodo Ørberg”, dal nome del latinista danese Hans Henning Ørberg (1920-2010). Non lo conosco e non voglio andare oltre! Ma so che è adottato con successo in alcuni nostri licei.

A mio avviso, penso che, al di là di proporre ai nostri studenti lunghi e difficili insegnamenti linguistici, si potrebbe tentare di coinvolgerli in qualche misura proponendo loro testi latini accessibili e che che possano suscitare curiosità interesse, e a volte anche ilarità! Il mondo dei nostri antenati non era poi del tutto così austero. In effetti pensiamo sempre ai nostri classici, o almeno a quelli che ci hanno proposto ed imposto a scuola! Penso a Virgilio, a Orazio, a Cicerone! Forse con Cesare e Cornelio Nepote le “cose” andavano un po’ meglio! Si trattava di testi che per noi poveri studentelli erano più accessibili che altri. E poi si trattava di guerre, per cui… Ma è opportuno che i nostri studenti sappiano che i nostri grandi non erano sempre così seriosi! Spesso gettavano il pallium o la toga e sapevano ridere e come! Magari annaffiando il tutto con un buon bicchiere di vino! Il falerno sembra che fosse quello preferito. O forse nella “Cena di Trimalcione” il nostro Petronio ne avrà indicati altri! Non ricordo! E questi nostri antenati scrivevano anche “cose” altre”, non perfettamente classiche, anzi volutamente volgari! Si tratta di testi che – come si suol dire – vanno molto al di là di quello che a livello esplicito dicono e che contengono elementi di cultura e di civiltà a volte non immediatamente evidenti, ma che un attento lavoro di analisi guidato dagli insegnanti potrà mettere alla luce.

Mi piace cominciare con l’Apokolokýntosis (Ἀποκολοκύντωσις), ovvero Ludus de morte Claudii o ancora Divi Claudii apotheosis per saturam (Satira sulla morte di Claudio). Si tratta dell’unico testo di carattere satirico attribuito a Lucio Anneo Seneca, il grande scrittore e filosofo latino, morto suicida per ordine, appunto, dell’imperatore Nerone, insieme ad altri romani accusati di avere preparato una congiura (la cosiddetta congiura dei Pisoni, da Gaio Calpurnio Pisone, il capo dei congiurati) per “far fuori” Nerone, appunto. La parola Apokolokýntosis è un neologismo confezionato per l’occasione da Seneca e deriva dalla crasi, ovvero dall’unione, dei termini Κολόκυνθα, che significa zucca, e αποθέωση, che significa deificazione/glorificazione. Quindi “La zucchificazione di Claudio”. Com’ è noto, gli imperatori romani, una volta morti, salivano nel pantheon degli dei! Pertanto, zucchificare un imperatore deve essere stato, allora. qualcosa di tremendo! Ma altrettanto tremendo doveva essere stato Claudio! Si tratta di un testo totalmente godibile!

Ma procediamo con altri testi. E cominciamo da lontano.

Dindia Macolnia fileai dedit. Novios Plautius med Romai fecid, dalla cista Ficoroni ritrovata in Preneste. Una madre, una figlia un artigiano, un portaoggetti di bronzo in una città del Lazio: uno spaccato di vita cinquecento anni (?) prima di Cristo.

Si membrum rupsit, ni cum eo pacit, talio esto, dalle Leggi delle XII Tavole; uno stimolo per un discorso sul diritto antico, sul taglione, su una primitiva amministrazione della giustizia.

Virum mihi Camena insece versutum... L’incipit del poema di Livio Andronìco in versi saturni. L’Odysseus dell’Andra moi ennepe Mousa polutropon (l’incipit dell’Odissea omerica) diventa il nostro Ulixes. E, ad abundantiam, potremmo anche richiamare un altro incipit, quello del nostro neoclassicismo: Musa quell’uom dal multiforme ingegno

Quasi pila in coro ludens datatim dat se et communem facit… E’ il noto frammento della Tarentilla di Nevio: la donna che si offre a tutti, uno lo bacia, a un altro “fa il piedino”… ma il tutto senza alcuna palese volgarità.

Fato Metelli Romae consules fiunt, così si scaglia Nevio contro la famiglia dei Metelli; sullo sfondo le guerre puniche ed il primo teatro romano. Ma la risposta della grande famiglia non si fa attendere: Malum dabunt Metelli Naevio poetae.

E non possiamo non ricordare quello struggente frammento neviano, tratto dal Bellum Poenicum, ancora in versi saturni, in cui il poeta, rievocando le origini leggendarie di Roma, rappresenta la fuga da Troia delle mogli di Anchise e di Enea: Amborum uxores / noctu Troiad exibant capitibus opertis / flentes ambae, abeuntes lacrinis cum multis.

Musae, quae pedibus magnum pulsatis Olumpum, un altro incipit, questa voltain esametri: sono gli Annales di Ennio, l’alter Homerus della poesia latina. La lingua fa un passo in avanti, Ennio amplia il discorso di Nevio e vuole celebrare Roma al di là della vicenda punica.

Ed ora qualche esempio del tardo latino, quando la lingua dei classici comincia a cambiare, a corrompersi, diranno alcuni, ma… esiste una lingua migliore di un’altra? Questo già può costituire un interessante spunto di discussione.

Adriano è stato l’imperatore esteta e viaggiatore per eccellenza, e l’amico Floro così lo riprende: “Ego nolo Caesar esse, ambulare per Britannos, latitare per Germanos, Scythicas pati pruinas“. Ma Adriano prontamente gli risponde e lo riprende: “Ego nolo Florus esse, ambulare per tabernas, latitare per popinas, culices pati rotundos“.

E come non ricordare quella “Animula vagula blandula hospes comesque corporis, quae nunc abibis in loca pallidula, rigida, nudula, nec, ut soles, dabis iocos… è un frammento dolcissimo, che Adriano, colto, curioso, raffinato, avrebbe scritto, stando al suo biografo, poco prima di morire.

Di tutt’altra pasta sono i primi apologisti cristiani. Come non ricordare la veemenza di un Tertulliano (II-III secolo) contro l’impero e contro i persecutori! Evviva il martirio: Semen est sanguis Christianorum! E i pericoli che possono venire dalle donne! La donna è, secondo Tertulliano, un essere che Dio ha voluto inferiore; essa è diaboli ianua, porta del demonio: tu, donna, hai con tanta facilità infranto l’immagine di Dio che è l’uomo. A causa del tuo castigo, cioè la morte, anche il figlio di Dio è dovuto morire; e tu hai in mente di adornarti al di sopra delle tuniche che ti coprono la pelle? I suoi libelli famosi: De exhortatione castitatis, De virginibus velandis, De cultu feminarum: è bene che le donne portino il velo sempre, per non dare scandalo in pubblico. Del resto anche Ambrogio (IV secolo) si preoccupò di raccomandare alla sorella Marcellina (De virginibus) l’osservanza di casti costumi! E che dire di quel Giovanni di Antiochia (IV secolo) detto Crisostomo, χρυσόστομος, il Boccadoro, che così si esprimeva: “Che altro è una donna se non un nemico dell’amicizia, una punizione inevitabile, un male necessario, una tentazione naturale, una calamità desiderabile, un pericolo domestico, un danno dilettevole, un malanno di natura dipinto di buoni colori?”.Insomma, un buon materiale per un dibattito sulle pari opportunità!

Ma vi sono anche i poeti cristiani meno “arrabbiati”, se si può dir così. Ricordiamo quell’inno al mattino di Prudenzio (alcuni vi vedono l’Orazio dei cristiani), un linguaggio facile e pulito in dimetri giambici: Nox et tenebrae et nubila, / confusa mundi et turbida, / lux intrat, albescit polus, / Christus venit, discedite! Caligo terrae scinditu / percussa solis spiculo, / rebusque iam color redit / vultu nitentis sideris.

E alla fine del IV secolo incontriamo Eutropio con il suo Breviarium ab urbe condita, commissionatogli dall’imperatore Valente: un testo facile, senza pretese critiche, destinato ad un pubblico senza troppe esigenze. E’ utile per un approccio semplice e facile alla lingua latina.

Fecisti patriam diversis gentibus unam; / profuit iniustis te dominante capi; / dumque offers victis proprii consortia iuris. / Urbem fecisti, quod prius orbis erat. Siamo nel V secolo d. C. e Rutilio Namaziano, il gallo-romano, decisamente anticristiano si esalta alla missione dell’impero e non avverte che il 476 è alle porte!

E non può mancare Agostino, il numida. Siamo alla fine del IV secolo e Agostino in un giardino milanese, forse forte per la predicazione di Ambrogio, vive un momento intensissimo del suo itinerario spirituale: Et ecce audio vocem de vicina domo cum cantu dicentis et crebro repetentis quasi pueri an puellae nescio: “Tolle lege, tolle lege” (ed ecco all’improvviso dalla casa vicina il canto di una voce come di bambino, o di bambina forse, una cantilena: “Prendi e leggi, prendi e leggi”). E Agostino apre il Vangelo e legge a caso: “Non più bagordi e gozzoviglie, letti e lascivie, contese e invidie, ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo e non fate caso alla carne e ai suoi desideri”. E’ un passo dell’Epistola ai Romani.

Il cristianesimo, dunque, avanza. Ma quanta commozione possiamo nutrire per gli sconfitti! Giuliano, l’imperatore che è nipote di Costantino, vuole restaurare il paganesimo! E per questo porterà sempre con sé il marchio della apostasia. Ferito a morte in battaglia contro i Persiani (363), affida agli astanti il suo testamento. Ecco l’incipit del racconto che ne fa Ammiano Marcellino, un soldato di Antiochia, nel suo Rerum gestarum libri: Quae dum ita aguntur, Iulianus in tabernaculum iacens, circumstantes allocutus est demissos et tristes: “Advenit o soci nunc abeundi tempus e vita impendio tempestivum, quam reposcenti naturae, ut debitor bonae fidei redditurus, exulto…”. Qualche anno dopo (378) Teodosio proclamerà il cristianesimo religione di Stato!

Ma è sempre bene ricordare che con il passar del tempo (VI e VII secolo) la latinità si afferma anche in Europa. A Siviglia c’è Isidoro, in Gallia c’è Gregorio, in Bretagna c’è Beda il Venerabile, noto anche per aver profetizzato che, quando fosse caduto il Colosseo, sarebbe caduta Roma e con essa sarebbe caduto il mondo! “Quamdiu stabit Colyseus / Stabit et Roma; / Quando cadet Colyseus / Cadet et Roma; / Quando cadet Roma / Cadet et mundus”. Anche se sembra che il Colyseus di Beda fosse in realtà la colossale statua di Nerone, posta tra l’Anfiteatro flavio e il Tempio di Venere.

Si diffondono anche i Vangeli, che portano la buona novella della pace, della giustizia, dell’amore: Vade, vende omnia quae habes, da pauperibus et habebis thesaurum in caelis (Matteo, 19, 21). La loro lettura è assai agevole, semplice e lineare perché i destinatari sono tutte le popolazioni del mondo antico! Scritti in greco, poi in siriaco, in arabo, ed anche in latino, grazie alla Vulgata di san Gerolamo, forse come lingua franca per tutte le popolazioni dell’Impero!

E perché, poi, non andare a quei testi di un “primitivo” volgare, laddove è possibile cogliere quelle trasformazioni che pian piano hanno condotto da un latino certamente non classico e parlato da tutti a quella lingua che poi Dante ha nobilitato nel De vulgari eloquentia? La scritta murale Falite dereto co lo palo Cervoncelle / Albertel trai / Fili de le pute traite. Si tratta della iscrizione della basilica di San Clemente in Roma.

E poi c’è il cosiddetto indovinello veronese (da un codice della Biblioteca Capitolare): Se pareba boves / alba pratalia araba / et albo versorio teneba / et negro semen seminaba,

E poi c’è la più nota Carta capuana. E’ databile al 960 e costituirebbe il primo documento di un volgare che ormai si avvia a diventare il nostro italiano. Ecco il testo, ripetuto più volte quanti sono i testimoni che rendono tale dichiarazione. E’ il notissimo Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti.

Ciò che abbiamo rappresentato sono delle pure e semplici spigolature alla ricerca di testi né “aulici” né “paludati”, che poi sono quelli che hanno sempre terrorizzato i poveri studenti e che, in un certo senso, fanno tremare le vene e i polsi! L’origine della nostra lingua, della nostra civiltà! Sono spunti di testi che – lo ribadiamo – se opportunamente contestualizzati, possono costituire numerosi motivi di “imparare facendo” e, oseremmo dire, anche “divertendosi”!

Solo in seconda battuta, a nostro avviso, dovremmo giungere a proposte più impegnative. Con l’autonomia le scuole potranno adottare percorsi curricolari e soluzioni didattiche diverse, pur nel rispetto degli standard indicati dal sistema nazionale di istruzione. Per quello che riguarda il latino, il greco e la cultura classica, potrebbero effettuarsi due scelte. La prima potrebbe essere una scelta di base, comune a tutti gli alunni – crediamo ad un latino per tutti! – senza però ricadere nell’errore di quella indicazione dell’articolo 2, commi 3 e 4, della Legge 1859/62 con la quale, per contentare sia i conservatori del latino che gli abolizionisti, si misero in seria crisi insegnanti e alunni. Il testo recita testualmente: “Nella seconda classe l’insegnamento dell’italiano viene integrato da elementari conoscenze di latino, che consentano di dare all’alunno una prima idea delle affinità e differenze tra le due lingue. Come materia autonoma, l’insegnamento del latino ha inizio in terza classe: tale materia è facoltativa”. Le conseguenze furono che gli alunni non impararono più né il latino né l’italiano! Negli anni successivi si corse ai ripari e i due commi vennero abrogati.

Bonus 500 euro per formazione nello stipendio. Conviene?

da Orizzontescuola

di redazione

Carta docente istituita dalla riforma Renzi con l’obiettivo di fornire ai docenti la possibilità di formarsi e acquistare strumenti utili per la formazione è stata rimessa in discussione dalle statistiche del suo utilizzo.

Come viene utilizzata?

Ricordiamo che, secondo le statistiche divulgate dal Ministero, appena 400 mila docenti hanno utilizzato la somma per la formazione ai fini di acquisto di corsi erogati da enti di formazione. La maggior parte della somma, il 77% dei docenti, ha acquistato tablet e pc. Mentre il 7% ha acquistato corsi di formazione.

Modifiche in vista

Secondo quanto ci risulta, potrebbero essere in vista delle modifiche all’utilizzo della carta docente. La prima vorrebbe l’esclusione di hardware dalla lista possibile di acquisti. Addio, quindi, a tablet e PC. L’altra vorrebbe, invece, la confluenza della cifra nello stipendio per contribuire agli aumenti stipendiali.

Conviene eliminare il bonus e farlo confluire nello stipendio?

Ricordiamo che il bonus non è soggetto a tassazione. Il docente può utilizzare, per gli articoli previsti, spendere la cifra annualmente e per intero per il suo valore. Cosa accaderebbe se confluisse nello stipendio? Semplice, sarebbe tassato. La tassazione potrebbe arrivare fino al 43% decurtando la somma a 285 euro annui che mensilmente significherebbe 23,75 euro al mese. Se, infine, la cifra venisse divisa in due facendo confluire solo la metà dei 500 euro nel contratto, gli aumenti non andrebbero oltre i 12 euro mensili.

Stipendio, dal 1° luglio bonus 80 euro diventa 100 per chi guadagna fino a 26.600 euro lordi

da Orizzontescuola

di redazione

Il Consiglio dei Ministri ha approvato venerdì  Misure urgenti per la riduzione della pressione fiscale sul lavoro dipendente (decreto-legge). Il testo.

Il comunicato del Governo

Il Consiglio dei Ministri, su proposta del Presidente Giuseppe Conte e del Ministro dell’economia e delle finanze Roberto Gualtieri, ha approvato un decreto-legge che introduce misure urgenti per la riduzione della pressione fiscale sul lavoro dipendente.

Il decreto, in attuazione della legge di bilancio per il 2020 (legge 27 dicembre 2019, n. 160) che ha stanziato 3 miliardi di euro per il 2020 per la riduzione del cuneo fiscale sugli stipendi dei lavoratori dipendenti, interviene per rideterminare l’importo ed estendere la platea dei percettori dell’attuale “bonus Irpef”.

Dal 1° luglio 2020

  • il bonus di 80 euro aumenta quindi a 100 euro mensili per chi ha un reddito annuo fino a 26.600 euro lordi.
  • Coloro che percepiscono un reddito da 26.600 euro a 28.000 euro, beneficeranno per la prima volta di un incremento di 100 euro al mese in busta paga.
  • Per i redditi a partire da 28.000 euro, si introduce invece una detrazione fiscale equivalente che decresce fino ad arrivare al valore di 80 euro in corrispondenza di un reddito di 35.000 euro lordi.
  • Oltre questa soglia, l’importo del beneficio continua a decrescere fino ad azzerarsi al raggiungimento dei 40.000 euro di reddito.

In questo modo, la platea dei beneficiari passa da 11,7 a 16 milioni di lavoratori.

Carta del docente: novità in arrivo

da La Tecnica della Scuola

La Carta del docente potrebbe avere vita breve o, perlomeno, in futuro potrebbe funzionare con un meccanismo diverso rispetto a  quello attuale.
Intanto va detto che per l’anno scolastico in corso non ci saranno cambiamenti, perchè per il momento i soldi accreditati sul “borsellino” di ciascun docente restano.
Quindi fino al 31 agosto prossimo tutto resterà come ora.
Da alcune settimane, e in particolare da quando c’è stato il cambio al vertice del Ministero con l’arrivo di Lucia Azzolina, si parla però con sempre maggiore insistenza di una revisione della Carta.

Rivista la tabella dei beni acquistabili con la Carta

Una delle ipotesi più probabili è che dal prossimo anno scolastico venga rivista la “tabella” dei beni acquistabili con la Carta, tabella che – ad oggi – è abbastanza ampia, in quanto si va dai prodotti informatici (tablet e PC fissi o portatili) fino ai libri, ai corsi di formazione e agli spettacoli cinematografici o teatrali.
Secondo voci provenienti dagli uffici del Ministero è possibile che i prodotti informatici vengano eliminati e così pure film e spettacoli, in modo da limitare l’uso della Carta alla sola formazione.

Fondi della Carta usati per il contratto

In tal caso l’importo della Carta potrebbe essere ridotto in modo da recuperare un po’ di risorse da stanziare per il rinnovo contrattuale.
Nel concreto questa soluzione consentirebbe di limitare il valore della carta 200-250 euro e di avere 150-200 milioni da destinare al contratto; una somma del genere permetterebbe di riconoscere a tutto il personale (1.200.000 dipendenti fra docenti e Ata) un aumento mensile lordo di non più di 8-10 euro.
Se invece l’intero importo della Carta fosse destinato al rinnovo contrattuale, come chiedono anche alcuni sindacati, l’aumento potrebbe arrivare a 18-20 euro (sempre lordi).
Bisogna però considerare che, per il momento, la legge di bilancio per il 2020 prevede ancora la disponibilità di 380 milioni di euro per la Carta del docente e quindi, per poter modificare la destinazione di tale somma, sarebbe necessario un provvedimento con valore di legge e non basterebbe un semplice decreto ministeriale.
Vedremo se, nel presentare al Parlamento il proprio programma di lavoro, la Ministra Azzolina fornirà qualche anticipazione in merito.

Pensioni, “quota 99” ma a 64 anni. I sindacati ribadiscono: 62 anni di età

da La Tecnica della Scuola

Lunedì 27 gennaio ci sarà il primo appuntamento per i tavoli di confronto tra governo e sindacati sul tema delle pensioni. Speriamo come si diceva un tempo che si tratti di “tavoli di concertazione”: perché da diversi anni i governi invocano il confronto e poi fanno regolarmente quello che avevano già deciso, o “qualcuno” aveva già deciso per loro!

Dopo la proposta Brambilla ed altri di innalzare da 62 a 64 anni la soglia minima d’accesso come flessibilità per il pensionamento (alla conclusione di “quota 100”) mantenendo i 38 anni di versamenti previdenziali, e per giunta ricalcolando l’assegno di quiescenza esclusivamente con il sistema contributivo (insomma una “quota 102” gravemente penalizzante), vista l’indignata reazione dei lavoratori e la ferma contrarietà dei sindacati che prospettano ben altre soluzioni (a partire dal fatto che ritengono 62 anni l’età equa per l’uscita anticipata, confrontandosi invece sugli anni di contribuzione da associare, ovviamente non con il sistema interamente contributivo, oltre a garantire il pensionamento con 41 anni di contributi a prescindere dall’età) ora viene fuori la proposta di Francesca Puglisi, sottosegretario al Ministero del lavoro: sempre 64 anni di età ma con 35 anni di contribuzione.

Sembra anche strana la tempistica fra le due proposte governative: prima il “bastone” di una proposta che in altro articolo (in cui vengono analizzate e commentate le posizioni di “favorevoli” e “contrari”) ho già definito da “barzelletta” (quella di “quota 102” con tutto contributivo, una sorta di Opzione donna ma a 64 anni anziché a 58 anni‼), poi quella che potrebbe sembrare una “carota”: la “quota 99” (della serie: “vedete siamo più buoni”, abbassiamo “quota 100”), che in realtà è un’altra “polpetta avvelenata”, meno della precedente appunto, per far tirare un sospiro di sollievo ai lavoratori… impauriti dalla “quota 102” con tutto contributivo: una vecchia tecnica per far accettare lo “scampato pericolo”!

Ai sindacati la proposta “quota 99” ma a 64 anni non convince e ribadiscono: flessibilità a partire da 62 anni. Libertà di scelta anche fra più opzioni

Ma ai sindacati l’ipotesi non convince perché hanno dichiarato che anche questa proposta non corrisponde alla piattaforma su cui almeno i Confederali concordano.

Il segretario confederale della Cgil Roberto Ghiselli ribadisce la necessità di avviare la flessibilità previdenziale a partire dai 62 anni, perché a partire da questa età i lavoratori “devono essere liberi di scegliere, sapendo che se si va in pensione più tardi aumenta l’accumulo del montante e il coefficiente di trasformazione”. Liberi di scegliere, nessuno è obbligato a fare la domanda di quiescenza a 62 anni, ma è proprio il concetto di Libertà (sì, con la lettera maiuscola) che deve trovare “diritto di cittadinanza” in un Paese civile!

Con la proposta Puglisi un altro notevole salto in avanti per l’età pensionabile delle donne, che almeno oggi possono affidarsi a Opzione donna anche se molto penalizzante

Tra l’altro la Puglisi ha detto chiaramente che con questa ipotesi verrebbe cancellata definitivamente per il futuro anche Opzione donna, certamente assai penalizzante, ma comunque pur sempre una possibilità per chi non ce la fa più: quindi le lavoratrici che adesso a 58 anni nel settore pubblico e a 59 nel privato (sempre con 35 anni di contributi) possono valutare tale possibilità, con “quota 99” faranno un bel salto avanti di 6 (leggasi sei!) anni per il settore pubblico e 5 per il privato, certo con il sistema “misto” ma allora si lasci la decisione alla libera scelta delle donne (visto che ipocritamente si parla tanto di quanto le lavoratrici siano state penalizzate da un sistema pensionistico che ha vertiginosamente innalzato in questi anni la loro età pensionabile) se optare per una uscita  a 58/59 anni con forte penalizzazione oppure a 64 senza “decurtazione” (perché altrimenti ancora una volta, rispetto alle possibilità attuali, saranno proprio le donne a subire il “maggior salto in avanti” dal punto di vista anagrafico), almeno sin quando non si arriverà al “tutti con il contributivo” (cioè con i contributi previdenziali totalmente versati dal 1996 in poi) e allora allo Stato legittimamente non converrà più proporre Opzione donna (perché sia chiaro: non è che le “uscite anticipate” le fanno per una cortesia nei confronti dei cittadini, ma per mere ragioni di convenienza, o di impopolarità delle “ricette rigoriste”!).

Nella “quota 99” alle donne, spiega Puglisi, “verrebbe assegnato un anno extra di contributi (quindi non una diminuzione del parametro dell’età, n.d.R.) per ogni figlio, senza limiti di figli”Senza limiti di figli?! Quindi chi ha ad esempio 10 figli “conquista” dieci anni di contributi?! Si è opportunamente parlato in questi mesi per le donne di benefici contributivi collegati ai figli (e/o al “lavoro di cura”), ma certo non “senza limiti di figli” (ad esempio uno sconto contributivo di un anno per ogni figlio è già previsto con l’Ape sociale, ma con massimo di 2 anni complessivamente). Perché se un bonus complessivo di un paio di anni, congiunto al riconoscimento del “lavoro di cura”, può anche considerarsi accettabile, il “senza limiti di figli” è, peraltro, una proposta che determina assurde, se non anche “dolorose”, discriminazioni fra donne‼

Il lavoro degli insegnanti non viene considerato gravoso, e quello di artigiani e commercianti sì?

Però magari qualche insegnante spera che la professione docente possa essere inserita fra i nuovi “lavori gravosi” (peraltro è già riconosciuto come tale l’insegnamento nella scuola dell’infanzia e per gli educatori degli asili nido, e francamente non appare chiaro perché debba essere considerato meno “gravoso” insegnare negli altri ordini di scuola, dove le problematiche che determinano stress, burnot, crescenti malattie professionali non mancano di certo, come evidenziato nel mio suddetto precedente articolo).  No, non credo. Infatti la Puglisi ha detto: “per i lavori gravosi e usuranti e i lavoratori precoci interverrebbe l’Ape sociale, potenziata e resa strutturale. Immagino di includere nell’elenco dei mestieri pesanti anche artigiani e commercianti”.

Cioè inserire le categorie, insieme a quelle dei liberi professionisti, dove statisticamente – come si legge dalle cronache –  è più alto il fenomeno dell’evasione fiscale (senza peraltro “criminalizzare” indistintamente tali categorie, fermo restando ovviamente che la maggior parte dei liberi professionisti, artigiani e commercianti sono persone irreprensibili ed oneste che pagano regolarmente le tasse)?

Invece la professione docente per la Puglisi non è un lavoro gravoso. E pensare che Francesca Puglisi è stata responsabile nazionale Scuola del Partito democratico. Ma immagino che di queste sue “attenzioni” si ricorderanno gli elettori che fanno parte del mondo della scuola quando si tornerà a votare. Peraltro, eletta nel 2013 al Senato, Puglisi è stata poi ricandidata senatrice nel 2018, ma non venne rieletta, poi candidata nel Nord-Est alle elezioni europee del 2019  ma neanche quella volta riuscì a farsi eleggere, però nonostante questi “successoni” elettorali è stata chiamata a far parte del secondo governo Conte in qualità di sottosegretario al Ministero del lavoro.

A proposito, siccome ho l’impressione che diversi docenti vedano con favore questa nuova proposta (e qualcuno… non disdegnava forse neanche l’ipotesi “102 tutto contributivo”!), li inviterei a riflettere bene e non vorrei che per poter fruire di un trattamento di quiescenza a 62 anni di età, con la vituperata (perché, a confronto di altre proposte peggiorative?) “quota 100”, le stesse persone debbano poi sperare in un ritorno al governo di Salvini (magari come premier!); in quel caso: contenti voi…

Per fortuna non la pensa come l’ex responsabile Scuola del Pd l’illustre medico Vittorio Lodolo D’Oria, che sottolinea come “restare in cattedra oltre i 60 anni, alle condizioni odierne, appare davvero poco compatibile con l’attuale condizione di salute dei docenti, con gli insegnanti più anziani d’Europa e con un corpo docente femminile all’83%, prorogare un simile sistema di ‘maestre-nonne’ equivale a calpestare l’art.28 del negletto D.L. 81/08 che esige la tutela della salute del lavoratore considerando anche le due fondamentali variabili quali il genere e l’età”.

Ma i sindacati non sono affatto “entusiasti” della proposta di Francesca Puglisi. Della presa di posizione del segretario confederale della Cgil Roberto Ghiselli, che non ha condiviso le recenti dichiarazioni rilasciate dalla sottosegretaria al Lavoro rispetto all’avvio “anagrafico” della flessibilità previdenziale, abbiamo già detto.

A sua volta il segretario confederale della Uil Proietti ha fatto invece un riferimento esplicito alla Fornero: riferendosi a chi si oppone del tutto all’idea dei sindacati confederali (ma non solo loro) di uscita anticipata a partire dai 62 anni definendola una scelta “insostenibile ed irresponsabile”, Domenico Proietti ha detto: “noi rispettiamo tutte le opinioni e siamo aperti al confronto, ma chi definisce questa proposta irresponsabile dovrebbe avere almeno il pudore di ricordarsi quale trauma è stata la gigantesca operazione di cassa fatta sul finire del 2011 sulle spalle di lavoratori e pensionati”.

E aggiungo: non dimentichiamoci del grande problema degli esodati, che nonostante siano passati tanti anni e siano state fatte diverse “salvaguardie” ancora non è stato risolto per tutti.

In Italia il requisito per l’accesso alla pensione di vecchiaia è il più alto d’Europa, praticamente allineato a quello della Grecia, dove il requisito anagrafico richiesto è pari a 67 anni (tuttavia, il requisito greco è suscettibile di numerose deroghe attualmente in vigore che possono abbattere di molti anni l’età di accesso alla quiescenza).

Per la sostenibilità dell’Inps separare previdenza e assistenza. E per l’ingresso nel mondo del lavoro dei giovani necessario il turn over

Per il segretario confederale Uil Domenico Proietti bisogna separare “l’assistenza dalla previdenza” (in effetti, il problema dell’Inps è scorporare la spesa previdenziale da quella assistenziale, perché come ho scritto anche in passato con le riforme Amato e Dini i conti pensionistici sono stati messi in equilibrio e il sistema è ritenuto solido), in modo che “sarà chiaro che in Italia ci sono tutte le condizioni di sostenibilità economica per continuare a cambiare la Legge Fornero nella direzione dell’equità e della giustizia”.

E con i pensionamenti, via al turn over con l’ingresso finalmente (in modo meno precario) nel mondo del lavoro dei giovani, per smantellare l’idea che in modo strumentale molti diffondono: contrapporre il lavoro dei giovani al pensionamento flessibile degli anziani; mettere contro le generazioni lo ritengo un atto molto grave, laddove invece il problema è che non si fa il giusto (e dovuto) ricambio lavorativo. Anzi a chi assume giovani (nel privato ma anche nel settore pubblico) si possono dare maggiori sgravi fiscali. Il problema è che non si vogliono pagare insieme le pensioni agli anziani sotto una certa età e gli stipendi (magari inizialmente “calmierati”) per i giovani; risultato: o si licenziano gli anziani (che non troveranno più un altro lavoro!) o non si assumono i giovani (ipotesi assai più diffusa). Complimenti‼

Perché, come mediazione, non riproporre l’ipotesi Damiano con qualche lieve correzione, ma partendo comunque dai 62 anni di età?

Dunque “quota 99” e grazie? Ma neanche per idea, anche questa è una proposta irricevibile. Allora eventualmente meglio tornare alla proposta di Cesare Damiano, riveduta e corretta un po’, con uscita libera dai 62 anni in su e penalizzazione lieve, cioè del 2% per ogni anno che si anticipa l’uscita per vecchiaia fissata a 67 anni, intervento che dovrebbe però essere strutturale e appunto partire necessariamente da 61 o 62 anni, (oppure differenziando fra donne e uomini, ad esempio 60 per le donne e 62 per gli uomini) e non oltre come requisito anagrafico.

Una proposta simile in quanto a “contrappesi” ma legata alla quota dei contributi previdenziali, e non all’età fissata per la pensione di vecchiaia, viene dal Sisa (Sindacato indipendente scuola e ambiente), il cui segretario generale Davide Rossi ha spiegato che la quiescenza dovrebbe essere fissata con 40 anni di contributi versati prevedendo lievi decurtazioni per chi volesse andare prima in pensione ma anche incentivi (lievi maggiorazioni) per chi intende rimanere più a lungo al lavoro.

A meno che “quota 99” non vincoli né età né contributi, cioè la quota sia raggiungibile mischiando in qualsiasi modo requisito anagrafico e contributivo (o comunque far scegliere in una fascia di oscillazione compresa fra 61+38 e 64+35; magari anche in questo caso l’oscillazione potrebbe in qualche modo essere legata al “genere”, differenziando tra uomini e donne).

Boom alunni con sostegno, Dsa, Bes: almeno tre per classe, molti docenti non ce la fanno e tanti lasciano

da La Tecnica della Scuola

In ogni classe italiana sono iscritti in media tre alunni con problemi nell’apprendere: con disabilità, disturbi specifici di apprendimento e bisogni educativi speciali. Perché nelle nostre scuole risultano frequentanti almeno un milione di ragazzi con disabilità, portatori di sostegno (quasi 300 mila), Dsa e Bes. Il dato è stato ricordato durante il Convegno nazionale dell’associazione Laribinto-Progetti Dislessia onlus, svolto il 25 gennaio all’Università Bicocca di Milano.

I numeri

I numeri forniti dall’associazione sono quelli di una scuola dove, poiché gli interventi non sono sempre adeguati e diversi docenti non comprendono il loro malessere, molti di questi giovani si perdono per strada e abbandonano la scuola: soprattutto i portatori di bisogni educativi speciali.

L’associazione ha ricordato che dal 1995 al 2018, ben 3 milioni e mezzo di studenti hanno lasciato i banchi.

Si tratta di ragazzi (soprattutto del biennio della seconda superiore), che hanno generato un costo economico stimato in 55 miliardi di euro.

Serve una didattica inclusiva

“Tra Dsa, disabilità e altri problemi, si parla di oltre un milione di ragazzi in Italia, secondo i numeri di Tuttoscuola ricavati dai dati del Miur”, ha detto Maria Dimita, presidente dell’associazione Laribinto.

“Riflettendo in particolare su quanto avvenuto con l’introduzione delle norme sui Bes – ha continuato – riteniamo che non sia sufficiente un generico rinnovamento della didattica, ma che sia necessario puntare sull’attuazione di una didattica inclusiva per la classe, capace di salvaguardare i diritti di tutti gli alunni mettendo ciascuno in grado di raggiungere il successo formativo in relazione alla propria diversità”.

“Una didattica così progettata – ha detto ancora Dimita – non avrebbe bisogno di certificazioni ma soltanto di un approfondimento sul profilo degli studenti, per conoscerli meglio nelle loro potenzialità o difficoltà, e programmare un piano didattica più efficace”.

Ma per conoscere bene uno studente con difficoltà, occorre anche sapere quali sono le “chiavi” e gli strumenti da adottare.

Tante difficoltà da affrontare da soli

Soprattutto quando i casi non sono isolati: un docente delle superiori che, ad esempio, ha due ore settimanali per classe, potrebbe essere chiamato ad affrontare almeno 15-20 casi (tra sostegno, Dsa e Bes). Alunni che necessitano di percorsi personalizzati, strumenti compensativi e dispensativi, compiti e spiegazioni semplificate, oltre che tanta disponibilità all’ascolto.

E, soprattutto, la necessità di essere preparati diventa fondamentale dal momento che il docente è solo raramente affiancato da una rete di esperti (psicologi, assistenti sociali, logopedisti, ecc.), il cui apporto sarebbe utilissimo nel percorso formativo di ogni alunno con bisogni speciali.

Aprea (Fi): basta con le modalità di studio del Novecento

Secondo Valentina Aprea (Fi), componente della Commissione Cultura Scienza e Istruzione alla Camera dei Deputati e autrice del libro ‘La scuola dei centennials’, “i giovani nati dopo il Duemila non hanno conosciuto il mondo senza internet: non è possibile pensare di formarli con le modalità di studio del Novecento”.

“Libri ma anche tablet e pc, linguaggi tradizionali ma anche coding – ha continuato l’ex sottosegretaria all’Istruzione – un nuovo modo di apprendere che si affianca a un nuovo modo di insegnare. Eppure, la scuola sembra sottovalutare, in molte sue espressioni, la portata di questi cambiamenti”.

Il coding da imparare in fretta

Su questo argomento, va ricordato la volontà della ministra dell’Innovazione, Paola Pisano, Indipendente vicina al M5S, di introdurre entro il 2022 già dal primo anno della scuola primaria il ‘coding’ e il corretto uso di Internet rendendo la disciplina autonoma. Un programma che, se portato in porto, comporterebbe anche la formazione del corpo docente, che proprio nel primo ciclo d’istruzione è meno avvezzo all’uso delle tecnologie informatiche e interattive.

Sempre la forzista Valentina Aprea, poche settimane fa, sulle competenze da trasmettere sul coding ha detto che “non c’è più molto tempo, soprattutto se bisognerà formare tutti i docenti della scuola italiana a queste nuove competenze. Attualmente, al contrario, il digital divide dei docenti italiani rappresenta una tra le criticità più vistose della scuola italiana”.

In effetti, sono molti i docenti che hanno un accesso proficuo con le nuove tecnologie e chi ne fa un utilizzo basico, non compatibile con chi deve trasmettere competenze.

Insegnanti non formati

Il problema è che l’uso corretto del coding non può di certo bastare ad affrontare i problemi che pone una classe con disabili, Dsa e Bes: i docenti, tutti, dovrebbero essere formati per fronteggiare le singole necessità che emergono dei profili di ognuno di questi alunni.

Invece, la realtà è fatta di una buona fetta di docenti che non hanno mai svolto un’ora di formazione sulla didattica speciale, né frequentato un corso sulla disabilità o anche per sapere come comportarsi quando un allievo mostra ritrosia nei confronti della scuola.

L’ultima riforma, la legge 107 del 2005, aveva previsto che tutti gli insegnanti, anche il personale Ata, avrebbe dovuto frequentare un corso di base per trattare al meglio i ragazzi con disabilità o con limiti di apprendimento scolastico: il progetto, però, non si è mai realizzato. E intanto il numero di disabili, Dsa e Bes cresce.

FAQ Handicap e Scuola – 64

Domande e risposte su Handicap e Scuola
a cura dell’avv. Salvatore Nocera e di Evelina Chiocca


Archivio FAQ


Sono la mamma di un  ragazzo di 15 anni affetto da autismo altamente funzionale.
Mio figlio ha sempre frequentato dall’età di due anni lo stesso Istituto scolastico paritario e parificato in tutti gli ordini scolastici.
Ora è in terza media ed eravamo intenzionati ad iscriverlo sempre nello stesso istituto per il liceo.
Tenga presente che i rapporti con la scuola sono ottimi, c’è sempre stato in tutti questi anni un’ottima e fattiva collaborazione tra tutti gli operatori e professionisti che aiutano nostro figlio nella sua crescita.
Premesso ciò, ieri ci siamo visti rifiutare l’iscrizione di nostro figlio.
Potete immaginare la “doccia fredda” che abbiamo subito. A questo punto, vi chiedo un vostro parere professionale.

La legge n. 62/2000, sulla parità scolastica, all’art 1 stabilisce che la scuola paritaria che rifiuta l’iscrizione di un alunno con disabilità rischia di perdere la parità se la famiglia denuncia il rifiuto al Ministero. Pertanto fate presente tale norma e chiedete i motivi del rifiuto. Comunque per il sostegno lo Stato non dà alla scuola lo stipendio per il docente; la Cassazione ha stabilito che tale spesa è a carico della scuola; spesso, però, le scuole paritarie pretendono le somme per tale compenso; la cassazione ha stabilito che la famiglia può fare ricorso e pretendere sia che la scuola paghi il docente incaricato su posto di sostegno, sia che restituisca le somme richieste.


L’assistenza al genitore disabile grave nella giornata di permesso 104, deve intendersi 24 ore compresa la notte come indicato dal ds in una circolare? Non trovo riferimenti normativi in tal senso, piuttosto tutti in senso opposto. 

L’assistenza deve riguardare, ai fini dei permessi, solo le ore in cui il lavoratore è occupato a lavorare. Non si conoscono norme che prevedano quanto stabilito dal Dirigente Scolasico.


Sono  docente di sostegno in una scuola primaria. È stata rilevata l’esigenza per un alunno disabile di essere seguito in vasca durante l’attività natatoria. Nell’ora in questione l’alunno è coperto da un’educatrice del comune che si reca un piscina con l insegnante curriculare ma che non entra in vasca con l alunno. Mi è stato  riferito dall’assistente  alla comunicazione che la scuola deve fare richiesta al comune per avere una risorsa che entri in vasca con l’alunno ma, di fatto, essendoci già una educatrice comunale non potrebbe essere essa stessa a farlo?

Nel momento in cui si programmano specifiche attività, è opportuno valutarne la fattibilità per garantire a tutti la possibilità di fruirne. Immaginiamo che dell’attività in piscina ne abbiate parlato anche in sede di GLO, valutando la partecipazione dell’alunno, come pure degli accompagnatori. Non conosciamo, da quanto scrive, quali siano i compiti richiesti all’assistente (educatrice), se non che la norma garantisce la presenza di questa risorsa per l’autonomia personale dell’alunno. Dovreste informarvi sui compiti che questa figura, in base al suo contratto, è stata chiamata ad assolvere.


Sono il docente di sostegno dell’alunna in questione. Sia io, il collegio docenti, la famiglia ed anche il medico che la segue siamo concordi nel trattenerla ancora un anno alla scuola “media” (terzo anno) non per demeriti scolastici ma perché così facendo rimarrebbe in un ambiente a lei familiare ed amico che l’ha fatta migliorare sotto tanti punti di vista e le si evita il cambio scuola (per lei molto traumatico) in un nuovo istituto nel quale starebbe soltanto per un anno. L’alunna, se trattenuta, espleterebbe l’obbligo scolastico alle “medie” in quanto già bocciata una volta alle elementari e quindi compirebbe sedici anni durante il prossimo anno scolastico.

Perché chiedere la bocciatura, se l’alunna apprende e il suo percorso scolastico è positivo?
La scuola non è un parcheggio, e non è corretto ciò che viene da voi richiesto, ossia di “trattenere” l’alunna, in virtù di motivazioni che variano dal “trauma” all’assolvimento “dell’obbligo scolastico”. 
In merito al suo quesito, inoltre, facciamo presente quanto segue: 1) non vi è una norma che preveda la bocciatura dei un alunno ai fini dell’assolvimento dell’obbligo scolastico; 2) non è compito suo, in quanto docente, o del collegio docenti, né della famiglia e neppure del medico assumere decisioni che competono, secondo la normativa vigente, al Consiglio di classe. 


Sono una docente  della scuola primaria, tra noi docenti è  sorto un dubbio. Gli alunni bes con certificazione della legge 170, possono avere una programmazione per obiettivi minimi o devono seguire la programmazione di classe con soltanto misure compensative e dispensative?

Premesso che la programmazione per “obiettivi minimi” non è contemplata per nessun ordine e grado di scuola (è un’espressione impropria ed errata), per gli alunni con diagnosi di DSA la programmazione corrisponde integralmente a quella della classe cui sono iscritti. In sintesi, la legge 170 del 2010 e la normativa successiva prevedono per gli alunni con diagnosi di DSA esclusivamente il ricorso a strumenti compensativi, a misure dispensative, a metodologie didattiche personalizzate e a criteri di valutazione individualizzati, da riportarsi nel Piano Didattico Personalizzato (Linee Guida DSA), documento predisposto con la collaborazione della famiglia.


Sono un insegnante di sostegno,che segue una bimba di 4 anni affetta dalla sindrome di Turner, io ho con lei 12 ore alla settimana. Devo fare un piano di attività da farle seguire, vorrei un vostro consiglio su cosa farle fare, ad esempio lei è un po restia ad usare i punteruoli, non vuole sempre disegnare, le facciamo usare anche i pennelli,ma non sempre è disponibile a farlo.
Potete consigliarmi degli esercizi da fare in palestra?

La progettazione deve essere concordata fra tutti i docenti della sezione e condivisa con la famiglia in sede di elaborazione del Piano Educativo Individualizzato. Nella sua richiesta ha purtroppo omesso quali sono le capacità e le potenzialità della bambina, riferimenti indispensabili per poterle suggerire possibili attività. L’indicazione del disturbo (o la diagnosi) non è, infatti, sufficiente, in quanto offre un dato generale, ma non dice nulla della bambina. E come lei sa (e come viene sottolineato dall’OMS, in particolare nel suo classificatore più noto, l’ICF) a diagnosi uguale corrispondono persone con capacità differenti e con bisogni diversi. Tanto premesso, in attesa che lei ci invii una descrizione sulle capacità, sulle potenzialità e sugli interessi della bambina, le possiamo suggerire di adottare attività in apprendimento cooperativo, molto efficace per tutti gli alunni della sezione, supportato da un approccio metacognitivo. Contestualmente può proporre a tutti gli alunni della sezione, quindi anche alla bambina, attività “metafonologiche”, con giochi e proposte da attuarsi anche in palestra; si tratta di indicazioni di massima, in attesa di una sua successiva comunicazione.


La Dirigente vuole scrivere un regolamento d’Istituto in cui si afferma che l’insegnante di sostegno deve sostituire il curricolare quando questi è assente, sostenendo che non c’è nessuna legge che lo vieta. LA PERPLESSITÀ che le ho espresso è che il docente di sostegno è contitolare della classe e, se è  assente il curricolare, il docente di sostegno non può  sostituirlo, perché non svolgerebbe più il lavoro d’integrazione per l’alunno a cui è stato assegnato (legge 104). Allora la norma esiste, ma si interpreta a proprio piacimento

Il dirigente scolastico deve nominare i supplenti dei docenti assenti dopo il primo giorno di assenza. Pertanto nel regolamento potrebbe scrivere che il docente per il sostegno, unicamente nel caso in cui non vi fossero docenti della scuola a disposizione o in compresenza o incaricati su organico di potenziamento, può supplire, in via del tutto eccezionale, un collega curricolare della propria classe limitatamente alle prime ore del giorno di assenza, comunque, sempre in via eccezionale, non oltre il primo giorno di assenza dello stesso.


Mio figlio ad oggi frequenta la seconda elementare, è diagnosticato con disturbo dello spettro autistico livello severità 1, con necessità di sostegno e di assistenza educativa specialistica. Gli è stato riconosciuto l’art. 3 comma 3 L. 104. La scuola offre un insegnante di sostegno e, in virtù di una convenzione fatta col Comune (che non si sa quanto durerà, o meglio che durerà finchè ci saranno i fondi per la relativa copertura), al bambino è stato assegnato un educatore generico per 7 ore la settimana. Noi genitori a settembre 2018, inizio anno scolastico della prima elementare, nonchè nuovamente nel mese di novembre 2019, chiediamo per iscritto al Preside che permetta l’ingresso a scuola per almeno un paio d’ore la settimana della pedagogista comportamentale ABA,  che già lo segue in privato da ormai due anni, per un’eventuale osservazione, anche a tempo determinato, nel contesto scolastico per l’eventuale presenza dii anomalie del comporatmento offrendoci naturalmente di pagarne le spese, di stipulare eventuale polizza assicurativa per la responsabilità civile e di raccogliere – come abbiamo fatto – il consenso unanime dei docenti e dei genitori della classe.Facciamo presente che il precedente dirigente scolastico, consentiva l’accesso della pedagogista in orario curricolare, durante gli ultimi due anni della scuola materna. Da parte del Preside nessuna risposta, e nemmeno un appuntamento per parlarne. Dopo diversi solleciti ereiterata la domanda a novembre con espressa richiesta di risposta scritta ai sensi della L. 241/90, il Preside ci ha finalmente convocato per comunicarci oralmente che non è obbligato a concederci l’ingresso, che infatti nega. Alla richiesta di mettere nero su bianco le motivazioni del diniego, risponde che basta la risposta verbale.Tutto questo nonostante il coinvolgimento di rappresentanti di istituto, che a loro volta hanno sollecitato la sottoscrizione di un protocollo e/o di un regolamento ad hoc, secondo un apprezzabile prassi ormai adottata in tantissimi istituti italiani, di cui è stata fornita evidenza documentale al Dirigente. Da parte della scuola, o meglio del suo Dirigente, continua ad esserci un muro. Noi non intendiamo rinunciare a tutelare fino in fondo il nostro bambino, o quantomeno ad accertare che le risposte fornite siano effettivamente e definitivamente corrette; e pertanto metteremo in pratica tutto ciò che è necessario per garantire a nostro figlio, sempre naturalmente nei termini di legge, tutta l’assistenza che non una, ma ben tre neuropsichiatri hanno stabilito che sia necessaria.

L’ingresso in classe di personale esterno all’istituzione scolastica, per motivi di privacy e per le questioni inerenti alla sicurezza, compete al Dirigente scolastico e non ad altri. Contestualmente va precisato che la scuola non è un luogo in cui si effettuano terapie o interventi di riabilitazione. Da quanto ci scrive, lei chiede l’accesso a scuola, ovvero “in classe”, di personale specialista per effettuare un’osservazione contestuale, per un tempo limitato ed ha acquisito il consenso (autorizzazione) da parte di tutti i genitori degli alunni della classe in cui è iscritto suo figlio. Ora, forse è il caso di puntualizzare che nella vostra richiesta voi chiedete che la specialista “possa implementare l’intervento cognitivo-comportamentale in ambito scolastico”, nello specifico in aula, durante le ore di lezione, e che deciderete voi l’orario, comunicando solo successivamente le variazioni: il che non è possibile. Essendo così formulata la richiesta, la risposta del Dirigente Scolastico è, correttamente, negativa. Nel caso in cui la richiesta fosse limitata all’osservazione in classe, secondo “orari concordati” con il Dirigente Scolastico, ciò si renderebbe possibile; e a tal proposito vi è anche una sentenza del tribunale di Bologna.


Sono una docente di sostegno vi pongo una  serie di domande: l’insegnante di sostegno può  sostituire il docente  curriculare quando questo è  assente ma è  presente l’alunno disabile in classe?
Il docente di sostegno può sostituire curriculari assenti quando è  assente l’alunno  ma se deve svolgere un’attività  nella sua classe deve rimanere lì?
La dirigente vuole mettere per iscritto in un regolamento d’istituto che il docente di sostegno va a supplire il docente curricolare quando questo è assente ma è  presente l’alunno disabile?
La dirigente sostiene che le Linee guida sull’Integrazione scolastica e le varie note del MIUR non sono una norma imperativa, come lo sono i DPR o I decreti legislativi e che quindi lei può  mettere per iscritto quanto sopra.

Le Linee guida e le altre norme, come le ordinanze e le circolari, sono vincolanti per quanto esse siano gerarchicamente subordinate a chi le ha emanate. Pertanto chi (come un Dirigente Scolastico) formula provvedimenti di sua competenza, contrari alle norme amministrative ad essi sovraordinati, viola le norme medesime e può quindi incorrere anche in provvedimenti amministrativi. Contro tali atti può essere proposto ricorso al TAR per violazione di tali norme. Pertanto quanto lei dice che è stato deciso dalla sua DS non è legittimo. Le consigliamo di parlare subito con l’USR, affinché intervenga immediatamente.


Sono un’insegnante di sostegno che lavora nell’ambito della Formazione Professionale. Capita sempre più spesso che uno studente abbia riconosciuto dal Collegio per l’individuazione della disabilità, soprattutto nel passaggio alle superiori, l’assistenza educativa e non l’insegnante di sostegno. In questo caso il CDC deve predisporre un PEI o un PDP? E gli esami possono essere affrontati dallo/a studente con prove equipollenti o con le regole previste per uno studente con Bes? 

La fattispecie non è molto chiara, poiché non si comprende se trattasi di passaggio dalla scuola secondaria di primo grado alla formazione professionale o dalla scuola secondaria di secondo grado alla formazione professionale o viceversa. Comunque senza la certificazione di disabilità e della legge 104 del 92 non si può essere considerati alunni con disabilità: solo a favore di coloro che presentano i documenti previsti è consentita la formulazione del PEI con assegnazione del docente di sostegno e prove equipollenti. Negli altri casi, dipende: è il Consiglio di classe che, riconoscendo efficaci eventuali strumenti compensativi e/o misure dispensative, predispone un PDP la cui validità non può superare l’anno scolastico di riferimento (Nota 2563/13) e, in ogni caso, trattasi di condizione transitoria (la condizione di BES non è né può essere permanente, non può cioè durare per un quinquennio). Se, invece, alla scuola sono stati consegnati copia del verbale di accertamento e della diagnosi funzionale da parte della famiglia ed è stato riconosciuta, come risorsa, la figura dell’assistente (e non del docente per il sostegno), allora deve essere predisposto il PEI (Piano educativo Individualizzato) da parte del competente gruppo di lavoro (GLO), che è costituito da tuti i docenti della classe in cui è iscritto l’alunno con disabilità, dagli specialisti ASL e dai genitori dell’alunno con disabilità.


Sono un docente di una scuola  primaria, quest’anno nella mia scuola è  capitato che in una classe vi siano 2 alunni disabili, ognuno con 11 ore di sostegno. Nella classe vi sono 2 insegnanti  di sostegno. Alla scuola sono state date ore in più  per cui ad un alunno è  stata aggiunta un’ora perché più in difficoltà (12 ore) l’altro invece ha avuto 10 ore. A quest’ ultimo però  è  stata tolta un’ora con la motivazione che essendo nella stessa classe l’insegnante che lavora sul bambino di 12 ore può  lavorare anche sull’altro in quell’ora mancante.  Però la richiesta fatta all’ ufficio scolastico per le ore di sostegno  prevedeva 11 ore per uno e 11 ore per l’ altro. Inoltre la docente sostiene che siccome le disabilità dei due alunni sono diverse, non riesce a lavorare con entrambi. Le chiedo è  legittimo togliere un’ora ad un alunno con le motivazioni sopra riportate, o dobbiamo restituire all’alunno quell’ora mancante come previsto

Se per un verso è vero che la legge 111 del 2011 all’articolo 9, comma 1, stabilisce che l’USR assegna globalmente le ore alla scuola e che questa, poi, le distribuisce tra i diversi alunni, è altrettanto vero che, in tale ripartizione, la scuola deve assolutamente rispettare la richiesta del numero di ore contenuta nei singoli PEI, richiesta che è ormai obbligatoria sia in base alla legge 122 del 2010 articolo 10, comma 5 sia in forza dell’articolo 7 del dlgs 66/17 come modificato dal dlgs 96/19. Pertanto se nel PEI di ciascun alunno sono indicate 11 ore dovete restituire l’ora tolta all’alunno; se avete disponibilità di altre ore potete dare una dodicesima ora all’altro (senza sottrarla ad altri alunni con disabilità).


Sono una docente di sostegno di un Istituto superiore e quest’anno lavoro con una ragazza con grave disabilità inserita in una classe V. Nei giorni scorsi la famiglia ha avuto un colloquio con la Psicologa dell’UMEA per decidere il futuro della figlia. La proposta emersa dal colloquio è stata l’inserimento in un centro diurno. La famiglia turbata dalla prospettiva, chiede adesso alla scuola di bocciare la figlia e rimandare tutto di un anno. Noi scuola cosa possiamo fare, considerando che l’alunna in questione segue una programmazione differenziata? Legalmente è possibile fermare l’alunna su richiesta della famiglia?

È bene premettere che la responsabilità della valutazione è di competenza dei soli insegnanti della classe, non della famiglia. Inoltre, per gli alunni con PEI differenziato, siamo in molti a sostenere che la ripetenza non trova giustificazione, considerato che gli obiettivi fissati nel PEI sono calibrati sulle effettive capacità dei singoli studenti e possono essere adattati ad esse in ogni momento; pertanto essendo gli obiettivi raggiungibili, la ripetenza sarebbe irragionevole. Piuttosto, invece di prospettare alla famiglia un Centro diurno, si tratta di pretendere dal Comune di raccogliere attorno a un tavolo tutti i soggetti impegnati per legge e il volontariato per la formulazione del Progetto individuale, ai fini della realizzazione del progetto di vita, successivo alla scuola, ai sensi dell’articolo 14 della legge 328 del 2000. A tal fine le alleghiamo un commento a due recenti sentenze che precisa l’obbligo del Comune di residenza a formulare un progetto di vita non generico, ma puntuale. 


Sono un’insegnante di liceo (scientifico) e mi trovo a dover affrontare una situazione piuttosto complessa (soprattutto perché il consiglio di classe non ha avuto la possibilità di accedere alla documentazione medica) . In una delle mie classi prime è iscritta una ragazza con handicap (legge 104). 
La disabilità è dovuta ad una caduta dalle scale e ad una frattura non rilevata al momento del ricovero. La ragazza, comunque, dopo un lungo periodo in ospedale, è tornata a camminare e ballare pur con dei forti dolori che spesso le facevano perdere l’equilibrio. I genitori, pertanto hanno deciso di adottare la sedia a rotelle come strumento di protezione e non come unico mezzo di deambulazione. 
A tutto questo si aggiunge il fatto che spesso la ragazza si addormenta improvvisamente e/o sviene anche per delle ore (il motivo di ciò, però, non sembra essere noto). 
Per quanto concerne l’ambito scolastico:
– Per i problemi sopra riportati la ragazza ha frequentato la scuola le prime due o tre settimane e soltanto le prime 3 ore (su richiesta dei genitori)durante le quali spesso era fuori dall’aula in stato di incoscienza; 
-dai primi di ottobre l’alunna risulta continuamente assente, pertanto non è stato possibile svolgere alcuna forma di osservazione o mettere in atto strategie per l’inclusione;
-I genitori hanno espressamente rifiutato l’istruzione domiciliare, pertanto sono state nominate un’insegnante di sostegno e un’assistente specialistica che seguono le nostre lezioni in classe e prendono appunti per la ragazza;
-la diagnosi funzionale presentata i primi di dicembre fa riferimento ad una patologia di carattere psicosomatico;
-Gli specialisti ci hanno imposto un pei per obiettivi minimi, anche se ovviamente questi ultimi sono aleatori e fondati sul nulla, dato che non conosciamo affatto l’alunna;
-Inoltre la famiglia pretende che l’alunna faccia le verifiche a casa in presenza dell’insegnante di sostegno (verifiche che il consiglio di classe ritiene assolutamente inutili dato che nessuno dei docenti curricolari ha avuto modo di seguire la ragazza nel suo percorso didattico);
-per assecondare questa richiesta, la preside vorrebbe proporre al Consiglio d’istituto di lunedì un progetto per pagare tramite Fis chi di noi si dichiarasse disponibile ad andare a casa dell’alunna  a somministrare i compiti in classe. 
Arrivo finalmente alle domande: 
La studentessa può non venire a scuola? Può fare i compiti in classe a casa senza la presenza degli insegnati curricolari?  Posso essere obbligata ad andare a casa o ad accettare che un’altra persona faccia le prove per me? È normale che io mi debba limitare a trascrivere un voto su RE? Si può attivare l’istruzione domiciliare dopo la nomina degli insegnanti di sostegno?  Si può chiamare istruzione domiciliare un’istruzione rivolta alle sole prove di valutazione?
Cosa ci consigliate di fare in questa situazione per tutelarci legalmente, ma soprattutto per aiutare veramente la ragazza? 

È assai grave che voi docenti non abbiate potuto sino ad ora prendere conoscenza della documentazione sanitaria, in particolare della Diagnosi Funzionale, documento utile, insieme ad altre informazioni, ai fini della redazione del Profilo Dinamico Funzionale. Quanto alle valutazioni, non sembra legittimo che vengano somministrate presso il domicilio, in assenza del servizio di istruzione domiciliare non attivato dalla famiglia nonostante il vostro suggerimento. Stante così la situazione, per essere valutata la studentessa deve presentarsi a scuola per le per le prove scritte e orali.Se, invece, la famiglia attiva il servizio di istruzione domiciliare, ai sensi dell’art. 16 del decreto legislativo n. 66/17, gli insegnanti possono recarsi presso il domicilio della studentessa, collegarsi via Skype o in video e/o audio-conferenza con la sua classe e le prove di verifica (scritte e orali) avrebbero valore a tutti gli effetti, anche svolte con questi mezzi. Il collegamento tramite audio e/o videoconferenza potrà garantire alla studentessa di seguire le lezioni (cfr. la Nota 7736/2010 e legge 104/92, nonché decreto valutazione). Nell’immediato, pertanto, è indispensabile che il DS convochi un GLO d’urgenza e, alla presenza di tutti i docenti del Consiglio di classe, della famiglia e degli operatori socio-sanitari che seguono il caso, proceda con la formulazione del PEI, valido per il corrente anno scolastico, dopo aver preso visione della Diagnosi Funzionale e del Profilo Dinamico Funzionale (documento elaborato e aggiornato sempre dal GLO e propedeutico per la elaborazione del PEI). Per quanto concerne la validità dell’anno scolastico, in considerazione dello stato di salute dell’alunna e considerate le certificazioni attuali, che motivano la non presenza, potete giustificare le assenze ai fini della validità dell’anno scolastico (al riguardo si vedano il D.lgs. 62/2017, il DPR 122/2009, la C.M. 20/2011); il Consiglio di classe, sulla base di questo dato e se dispone di “sufficienti elementi di valutazione” procede con la valutazione ai fini dell’ammissione al successivo anno scolastico. Se, invece, non riuscirete a valutare l’alunna, non disponendo di sufficienti elementi, l’anno scolastico per la studentessa sarà perduto.


Sono semplicemente un’amica della madre di una bambina di 12 anni che ha un handicap psicomotorio, con legge 104 comma 3, con difficoltà a camminare sola. La madre della bambina spesso mi chiede di accompagnarla a scuola, all’entrata, perché lei deve scappare a lavoro. Io le prime volte ho accettato con inconsapevolezza delle difficoltà a cui andavo incontro (visto che cammina inciampando spesso e cadendo) e delle responsabilità che mi addossavo. Tutt’ora continua la madre a chiedermi favori nell’accompagnare sua figlia a scuola, entrata, uscita e persino alle uscite didattiche all’interno della città, in passato, con il benestare del maestro di sostegno e degli altri docenti. Come posso tutelarmi io, oltre a rifiutarmi alle prossime richieste, perché la madre spesso lascia scendere sua figlia davanti scuola di fretta e furia lì dove sono io e va via dicendo “per favore guardala tu devo andare a lavoro” e poi finisce sempre che il collaboratore scolastico, giustamente, cerca il genitore della bambina per farla entrare e lì devo intervenire io dicendo che l’ha lasciata a me! È stata ripresa la madre dai docenti in occasione dei colloqui, perché ho notato che per qualche giorno entrava a scuola accompagnando la figlia, ma è durato pochi giorni.

Tenga presente che lei non è assolutamente garantita, poiché in caso di danno che si procurasse la ragazza o che procurasse a terzi, lei ne risponde economicamente; nel primo caso ai sensi dell’art. 1218 del Codice civile, nel secondo ai sensi dell’art. 2043 dello stesso Codice. Sarebbe bene che almeno lei si facesse scrivere una lettera dalla madre con la quale le chiede “la cortesia” di portare o prendere la bimba a scuola, aggiungendo che la esonera da ogni responsabilità per eventuali danni subiti dall’alunna o da lei procurati a terzi. Ciò, in caso di richiesta di risarcimenti nei suoi confronti, non la libera nei confronti di terzi, ma le consente di chiedere e ottenere il rimborso da parte della famiglia; invece, nel caso di danni subiti dalla ragazzina, le consente di opporre alla famiglia la lettera scrittale. Si aggiunga, infine, che, per quanto riguarda le uscite, la scuola non avrebbe dovuto chiederle di partecipare come “accompagnatore”; è la scuola che, organizzando le uscite, deve accertarsi di disporre degli accompagnatori necessari fra il personale stesso della scuola. 


Può un genitore imporre al consiglio di classe l’adozione di un pei con programmazione uguale alla classe pur essendo in presenza di alunno autistico con tutte le implicazioni del caso? 

La diagnosi non è la persona, e la persona non è un disturbo o una sindrome. Ci sono persone “con autismo” che lavorano in università come docenti. Come vede un disturbo non offre informazioni sulla persona, al massimo fa affiorare lo stigma. 


Sono un insegnante di sostegno della scuola primaria e  funzione strumentale che si occupa dell’area del sostegno in un Istituto Comprensivo.
Mi permetto di chiederle gentilmemte informazioni di tipo normativo:
1. Quando l alunno Comma3 con 18 ore di sostegno, è in classe senza docente di sos. Chi ha il compito di preparare i metriali, le lezioni e le verifiche? L’insegnante di sostegno o l’insegnante di classe? Qual è la normativa che regola i compiti di ognuno?
Mi trovo spesso in difficoltà nel dover coordinare gli insegnanti di sostegno della secondaria di primo grado. Suggerisco con buon senso, di collaborare con docenti di classe nella produzione di materiale didattico/operativo per l’alunno con 104 ma mi sento chiedere sulla base di quale norma sono tenuti a farlo.Oppure mi sento rispondere dal docente di sostegno che lui prepara per le ore in cui è presente, mentre per le rimanenti ore ci devono pensare gli insegnanti di classe.
2. Firma sul PEI di un ragazzino comma 3. Genitori separati da molti anni, padre disinteressato e assente da sempre nella vita scolastica del ragazzo. La scuola, normativamente parlando, è obbligata a rintracciarlo per la firma del PEI ? Anche qui chiedo la normativa di riferimento.

Il docente incaricato su posto di sostegno è assegnato alla classe in cui è iscritto un alunno con disabilità per un certo numero di ore; se, come lei scrive, questo docente deve occuparsi di predisporre tutte le attività per tutti i docenti per tutto il tempo-scuola dell’alunno, allora ciò deporrebbe a favore della tesi che vede il docente di sostegno assegnato per tutto il tempo-scuola, divenendo unico referente del processo di inclusione. E ciò è in netta contraddizione con i principi di una scuola inclusiva. Va aggiunto che il docente di sostegno non è un tuttologo, e questo già potrebbe essere sufficiente per offrire una risposta esaustiva. Tanto premesso, è chiaro che il docente specializzato è chiamato a offrire le sue competenze a supporto dell’azione didattica dei colleghi, proponendo suggerimenti e assicurando supporto, quando richiesto, in merito a come impostare le attività e a quali strategie ricorrere, per effettuare efficaci interventi formativi; pertanto egli garantirà il suo intervento nell’orario di servizio, mentre per le attività, di cui sono responsabili i colleghi incaricati su posto disciplinare, offrirà la sua consulenza nelle sedi e nei tempi opportuni.
Per quanto concerne la “firma del PEI”, suggeriamo quanto segue: la scuola convochi entrambi i genitori alla riunione del GLO per la formulazione del PEI, precisando che sarà sufficiente la firma di chi si presenta alla riunione. Se l’altro genitore è veramente disinteressato, non parteciperà o non avrà nulla da obiettare. Se, invece, fosse interessato, allora interverrà oppure scriverà qualcosa. 


Sono un insegnante di sostegno e beneficio della l. 104 di mia madre. Sono impiegata su un bambino cieco al quarto anno di scuola primaria. L’anno prossimo il mio alunno frequenterà la quinta, per cui poi andrà alla secondaria di primo grado. Essendo impiegata specificamente in detta graduatoria, quando finirò il ciclo di scuola primaria con lui, sarò trasferita o sarò inclusa nella graduatoria di circolo nel ruolo psicofisico? 

I docenti incaricati su posto di sostegno devono possedere titolo polivalente, pertanto, concluso il ciclo, lei sarà assegnato ad altra classe in cui è iscritto un alunno con disabilità. Nel caso non ci fossero più alunni con disabilità nella scuola o nel plesso dove lavora, risulterà perdente posto e, di conseguenza, potrà essere spostato in un istituto vicino o in un altro plesso. Tuttavia, qualora la scuola ritenesse erroneamente che lei è ormai nell’elenco per gli alunni ciechi, ha comunque diritto a restare in quella scuola con precedenza su alunni con altre disabilità, essendo in possesso della specializzazione polivalente.


Sono la referente per i BES nel mio liceo da oltre 10 anni. Ho affrontato con entusiasmo la formazione continua, la creazione e la condivisione di un sistema scolastico inclusivo, ho combattuto nei primi anni perchè tutti i colleghi vincessero le proprie resistenze e perplessità ma alla fine pensavo di poter dire che sul fronte BES ogni ostacolo nella mia scuola fosse stato quasi completamente rimosso.Invece no… adesso il processo si è invertito. Il “nemico” a volte è costituito proprio dalle famiglie, nemico che negli ultimi anni ha distrutto tutto quanto costruito con passione e pazienza. A fronte di tantissimi ragazzi con DSA o altri BES che vivono la loro esperienza scolastica con soddisfazione e in sintonia con il proprio modo di essere (alcuni tra i primi della classe) ogni anno ci capita sempre più spesso di doverci arrendere a continue minacce, pretese, pressioni, da parte di genitori, imboccati da avvocati e psicologi del tutto privi di etica e professionalità che, invece di dare il proprio contributo alla società, provvedono a smontarne i valori. Ed ecco fiorire i ricorsi che ovviamente puntano alla forma, alla piccola omissione, al buco normativo …Per non parlare della quantità di certificazioni che cresce in modo troppo esponenziale per poter essere credibile. Famiglie di ragazzi con disabilità gravissime che non hanno mai parlato, comunicato, che hanno affrontato 12 anni e mezzo di scuola con un PEI differenziato, improvvisamente si armano di carte e codici per farli ammettere agli esami di stato rifiutando il PEI e vincendo ricorsi grazie a procedure macchinose promosse da avvocati senza alcuna dignità. E questa non è che la punta dell’iceberg. Anni di costruzione dell’inclusione che vanno in fumo, perchè la scuola non ne può più. Non siamo avvocati, siamo formatori, e veniamo continuamente lasciati soli a combattere battaglie che non possiamo vincere.Risultato? la resa. Cosa vuoi, un sei? un diploma? un babisitteraggio mattutino gratis? ok, basta, fai come ti pare.Sconfitta.Scusate lo sfogo, ma credo di non essere l’unica.
Se mi permettete vi disturberei per una  consulenza. Cosa si deve fare se la famiglia rifiuta di firmare un PDP? Il motivo del rifiuto non è la rinuncia al Piano, ma alla volontà di volerne dirigere i contenuti in modo troppo invasivo, nel senso ” o scrivete questo o non firmiamo”. Naturalmente se vi disturbo è perchè queste pretese sono davvero assurde e non il linea con quelli che sono gli obiettivi di un liceo o di qualsiasi altra scuola.
Se la famiglia non firma la scuola cosa deve fare? quali sono le procedure per non incappare nell’ennesimo ricorso? quali sono eventualmente i riferimenti normativi?Premetto che i signori in questione hanno già vinto lo scorso anno un ricorso al TAR contro un esame di riparazione a settembre trovando una imperfezione procedurale nell’attribuzione dell’insufficienza da parte del collega. Hanno la denuncia facile e con fare ricattatorio anche quest’anno vogliono dirigere l’andamento scolastico del figlio, demolendo il clima dell’intera comunità educante, dai docenti ai compagni di classe.

Le criticità interessano sicuramente la scuola, in cui operano docenti preparati e competenti… e non solo; ma le difficoltà riguardano anche i genitori, che in più occasioni vivono situazioni complesse, immersi in inutili e improduttivi conflitti. Nessuno può dirsi fuori. Tanto premesso, è opportuno aggiungere, per chiarezza di informazione, che non è possibile che un alunno con disabilità effettui un percorso di “12 anni con PEI differenziato”, in quanto tale evenienza, in base alla normativa vigente, e che i docenti ben conoscono, è limitata al periodo della scuola secondaria di secondo grado, la cui durata è quinquennale.
Che cosa fare se la famiglia rifiuta di firmare un PDP? Lei non ha specificato il destinatario del PDP, per cui supponiamo, dall’oggetto, che si tratti di alunno con diagnosi di DSA. Le “Linee guida per il diritto allo studio degli studenti con diagnosi di DSA”, del 2011, stabiliscono che il Piano Didattico Personalizzato venga elaborato con la collaborazione della famiglia (“Nella predisposizione della documentazione in questione è fondamentale il raccordo con la famiglia, che può comunicare alla scuola eventuali osservazioni su esperienze sviluppate dallo studente anche autonomamente o attraverso percorsi extrascolastici”). È altrettanto importante coinvolgere, in questa predisposizione, anche lo studente direttamente interessato. Il PDP è uno strumento “utile” non solo per la continuità didattica, ma anche per “la condivisione con la famiglia” di ciò che viene intrapreso con il suo contributo. Sappiamo quanto sia difficile mediare e quanto il dialogo a volte si areni per una reciproca difficoltà di comprensione (le parole, spesso, assumono significati differenti e una persona, quando vi ricorre, non sempre riesce a veicolare il messaggio che intende far presente. Gli esperti della didattica, su questo, dovrebbero essere molto attenti; questa attenzione nella comunicazione può facilitare e aiutare la costruzione del dialogo e sostenere una reciproca fiducia). La diagnosi, peraltro, testimonia la presenza di un disturbo che la scuola non può ignorare. Il programma, per gli alunni con diagnosi di DSA, coincide con quello della classe alla quale lo studente è iscritto; non può essere difficile concordare “l’uso degli strumenti compensativi”, la “adozione di adeguate e coerenti misure dispensative”, l’indicazione delle modalità di verifica e dei criteri di valutazione per ciascuna disciplina (compito che spetta a ogni docente della classe). Il genitore e lo studente possono offrire un valido aiuto e facilitare, in tal senso, la redazione del PDP. Nell’oggetto in questione, al fine di stemperare il clima creatosi, è bene che la scuola, per prima, dimostri attenzione. Che cosa fare in sintesi? A fronte della presentazione di una diagnosi di DSA, il PDP va obbligatoriamente elaborato (mentre per gli alunni con BES della terza sottocategoria, per citare la triste espressione usata dalla Direttiva del 2012, anche a fronte di una relazione o altra documentazione sanitaria, il Consiglio di classe è autonomo nel riconoscere o meno l’alunno come alunno con BES e quindi di redigere o meno un PDP). Per quanto riguarda la firma essa è importante, in quanto, come indicato dalle Linee guida del 2011, allegate al DM 5669, la famiglia “condivide le linee elaborate nella documentazione dei percorsi didattici individualizzati e personalizzati ed è chiamata a formalizzare con la scuola un patto educativo/formativo che preveda l’autorizzazione a tutti i docenti del Consiglio di Classe – nel rispetto della privacy e della riservatezza del caso – ad applicare ogni strumento compensativo e le strategie dispensative ritenute idonee, previste dalla normativa vigente”, quindi è chiamata a condividere il PDP firmandolo. Il nostro suggerimento è di invitare la scuola al dialogo, anche se comprendiamo le difficoltà descritte, e ad agire con professionalità, accogliendo i suggerimenti della famiglia, quei suggerimenti che favoriscono il percorso scolastico dello studente, avendo cura di condividerli direttamente anche con lo stesso studente (siamo in una secondaria di secondo grado) ciò che nel PDP sarà formalizzato. Qualora la famiglia insistesse nel rifiuto di firmare il PDP, la scuola deve attenersi a tale volontà, e dovrà mettere a verbale che, a fronte della mancata firma, la famiglia espone l’alunno a grosse difficoltà, specie nella valutazione degli apprendimenti e che non si applicano gli strumenti compensativi e le misure dispensative, aggiungendo, sempre nel verbale, le motivazioni per le quali la famiglia esprime il suo rifiuto.


La famiglia di un bambino con disturbo dello spettro autistico vorrebbe che il figlio fosse seguito anche in orario scolastico e all’interno della classe dalla comportamentista che lo segue a casa e ne fa richiesta al Dirigente scolastico. Tale richiesta viene supportata dalle firme di tutte le insegnanti del consiglio di classe e da quelle dei genitori dei compagni. Il Dirigente in questo caso è obbligato a concedere l’intervento in classe o può comunque negarlo considerando che è un esperto pagato dalla famiglia? 

Le attività di riabilitazione devono essere effettuate in orario extrascolastico al di fuori dell’ambiente scolastico; a scuola, durante l’orario delle lezioni, non è consentita la riabilitazione. Anche sulla base di recenti sentenze, a scuola può entrare unicamente un esperto, con compiti di supervisione, a condizione che sia in possesso della certificazione BCBA, come precisa la Sentenza del Tribunale di Bologna che, con ordinanza 20/12/2013, ha autorizzato l’operatore per un intervento di supervisione tre volte al mese. Disponendo delle autorizzazioni di tutti i genitori, la supervisione potrebbe essere effettuata in classe, in merito agli interventi “educativo-didattici”, non certamente per attività di riabilitazione. Si rammenta, per completezza, che la responsabilità degli alunni, sia che la supervisione venga effettuata in aula o al di fuori dell’aula, è esclusivamente dei docenti in servizio.


Sono una docente utilizzata in altra mansione e usufruisco della L. 104 dal 2017 chiedendo i permessi dei tre giorni mensili per l’assistenza di mia madre con cui abbiamo la stessa residenza anagrafica e presentai una autorcetificazione dichiarando, sotto la mia responsabilità, che sono l’unica persona che beneficia della L.104, considerando mio fratello con cui non c’è alcun rapporto e di cui non conosco nemmeno se è ancora in vita.
Adesso il punto è questo: ho bisogno, di tanto in tanto, di utilizzare alcuni giorni detraendoli dal congedo biennale ma non mi viene concesso perchè la direzione pretende la firma di mio fratello dichiarante che non è coinvolto a beneficiare del congedo.
Ribadisco che non ho alcuna informazione, ormai da anni, di mio fratello per cui sono impossibilitata a produrre quanto richiedono.
Come posso agire per uscire da questa situazione così controversa?

Stante la sua situazione familiare dell’assenza di rapporti con suo fratello, a nostro avviso, comunichi alla scuola e all’INPS che Lei, da tempo, non ha rapporti con suo fratello, di cui non ha più neppure l’indirizzo di residenza o di domicilio;   ribadisca che è soltanto lei ad assistere la mamma; inviti l’INPS a trovare suo fratello e chiedergli conferma della sua dichiarazione che, come tutte le dichiarazioni, in tali casi è soggetta, se infedele, alle sanzioni di legge, tra cui anche la restituzione delle somme corrispondenti ai permessi fruiti, nel caso in cui l’INPS accertasse che le ue dichiarazioni sono mendaci. Pertanto, un suo diritto non può essere escluso da circostanze estranee alla sfera del suo controllo.


Avrei bisogno di capire quale sia l’iter per l’insegnante scolastico di sostegno e se necessariamente  si debba attivare la l. 104. 
Mio figlio ha avuto diagnosi  di autismo di grado lieve certificato da università  pubblica. A seguito di tale certificazione, in accordo  anche con gli esperti  dell’università  è  stato redatto un pdp (come legge 170 che ha supportato mio figlio al quinto anno della primaria). 
Premetto  che non ho mai presentato alla scuola la diagnosi sul funzionamento  di mio figlio perché  appunto , data la realtà  in cui vivo, non volevo farlo ” bollare”. 
Ora le insegnanti di prima media (che molto probabilmente  hanno riconosciuto  la patologia) nel redigere il pdp parlano di autonomia limitata, di manierismo  e di scarsa relazione e in incontro di persona mi chiedono il sostegno. 
Non perché  non abbia le competenze (i voti iniziali sono tutti sufficienti ) ma perché  per sostenere  l’attenzione  mio figlio ha bisogno di un rapporto 1:1 che loro non possono sostenere. Sarebbe possibile trovare un percorso per attivare un sostegno  che non leda mio figlio per il futuro precludendogli sbocchi lavorati/ concorsi  o altro?

L’iter per il sostegno, attualmente, è il seguente: dopo l’accertamento “dell’handicap”, come dispone la legge 104/92, i genitori, rivolgendosi all’ASL, chiedono la valutazione per il riconoscimento del figlio come “alunno con disabilità”, ai sensi del DPCM 185/2006. L’equipe multidisciplinare dell’ASL rilascia il Verbale di Accertamento e la Diagnosi Funzionale, che la famiglia consegna in copia cartacea alla scuola. A questo punto il Dirigente scolastico, facendo riferimento alla Diagnosi Funzionale, richiede il docente per il sostegno e ogni altra risorsa riportata nel documento. La certificazione di disabilità non comporta, in automatico, il mancato conseguimento del titolo di studio, come il diploma. Di fatto, essa costituisce una tutela, in quanto permette di predisporre un percorso individualizzato a favore dell’alunno, che può avvalersi di ausili e/o sussidi didattici eventualmente necessari. Contestualmente, con la predisposizione del PEI (percorso annuale individualizzato), per ciascuna disciplina vengono specificati sia le modalità di verifica che i criteri di valutazione. Il PEI è il documento che viene elaborato congiuntamente da tutti i docenti della classe con i genitori e con gli specialisti dell’ASL.


Avrei necessità di conoscere la normativa che regolamenta la validità del diploma di scuola media inferiore in presenza di certificazione ai sensi Legge 104/92. Vorrei sapere  se con lo stato di gravità l’alunno può conseguire  un diploma  o se ottiene solo un titolo di frequenza e quindi non accede a un diploma di scuola media superiore.

Per l’esame di Stato, conclusivo del primo ciclo di istruzione, la sottocommissione d’esame, sulla base del PEI e prevedendo l’uso di “attrezzature tecniche e sussidi didattici” indicati nel PEI, predispone “prove differenziate idonee a valutare il progresso dell’alunno in rapporto alle sue potenzialità e ai livelli di apprendimento iniziali”; queste prove, dette differenziate, hanno “valore equivalente ai fini del superamento dell’esame e del conseguimento del diploma finale” (d.lgs. 62/17; legge 104/92).


Sono un’insegnante della scuola primaria. Il mio dirigente scrive una circolare dicendo che noi docenti siamo tenuti a consegnare copia del documento PEI o PDP ai genitori. In merito a questo mi sono fatta delle domande soprattutto dopo aver frequentato un corso di formazione sulla privacy. Chiedo gentilmente se potete chiarire i miei dubbi. Il PEI documento con all’interno dei dati sensibili dell alunno viene depositato nel fascicolo personale dello stesso e se il genitore ne fa richiesta è l’ufficio amministrativo che lo dovrebbe consegnare e non il docente vedi legge n 241/90. Il docente si può rifiutare?

I genitori hanno diritto ad avere copia cartacea di tutta la documentazione del figlio che, a scuola, è custodita nel suo fascicolo personale. I genitori potrebbero presentare una richiesta scritta in segreteria, ma nulla vieta che tale documento venga consegnato alla famiglia, nelle modalità indicate dal dirigente scolastico. Deve infine tener presente che per l’utilizzo dei dati sensibili riguardanti il figlio è la famiglia che autorizza la scuola, e non viceversa (proprio perché essi detengono la responsabilità genitoriale).


Sono la mamma di un ragazzo che frequenta la scuola e mi trovo ad avere dei dubbi sulla gestione dell’educatore di sostegno per mio figlio perché fino all’anno scorso aveva 21 ore tra insegnante di sostegno e educatore, mentre quest’anno l’insegnante di sostegno ha solo 4 ore delle 9 previste dal pei e l’educatore che ne aveva 10 ora ne ha 4 divise tra due educatori di cui una ha 3 ore e l’altra 1. E’ possibile che succeda questo?

Per quanto riguarda le ore di sostegno ed anche per le ore dell’assistente (educatore), la scuola deve assegnare quelle che sono state indicate nel PEI. Se così non avviene, come nel suo caso, la famiglia può inoltrare ricorso. L’orario degli insegnanti, normalmente, è curato dal Dirigente o da personale da lui delegato; se ritenete che quello attualmente indicato non è adeguato per garantire il diritto allo studio dell’alunno con disabilità, parlatene dapprima con i docenti della classe di vostro figlio e, se necessario, chiedete la convocazione urgente del GLO; in tale sede, potrete discutere la distribuzione delle risorse in modo proficuo per l’alunno stesso. Se l’orario risulterà differente da quello in uso, dovrà essere presentato al dirigente scolastico per una modifica formale.


Sono insegnante nella scuola superiore e seguo un’alunna autistica art.3 comma 3; vorrei chiarimenti normativi che riguardano l’organizzazione oraria dell’alunna, in particolar modo vorrei sapere se è necessario che l’alunna segua l’orario della classe sia in ingresso che in uscita oppure se è possibile che l’alunna  possa trattenersi a scuola al di fuori dell’orario di classe, per proseguire l’attività didattica con l’insegnante di sostegno !

L’orario di frequenza deve essere per quanto possibile identico a quello dei compagni. In caso di spostamenti dalla norma è bene che le modifiche all’orario della classe siano concordate e approvate nel PEI in sede di GLO. Tuttavia, per le attività svolte a scuola, l’orario non può eccedere quello della classe; diverso è l’intervento presso il domicilio (servizio di istruzione domiciliare).


Mia figlia  precaria, docente di lettere abilitata ,ha ricevuto  da poco , incarico annuale su posto di sostegno (non ha titolo)  in una scuola secondaria di primo grado. Da premettere che tutte le cattedre sono state assegnate a settembre  tra gli alunni  da supportare gliene e’ stato assegnato uno  per 8 ore (con gia’ 18 ore di sostegno più 12 di potenziamento con docente avente specializzazione H ) , gravissimo, aggressivo, violento, schizofrenico, scappa anche dalla scuola non solo dall’aula. Avendo, mia figlia, subito intervento alla cervicale con rimozione vertebra e sostituzione con una in titanio,  a detta del chirurgo deve evitare  scossoni, spinte e traumi alla schiena ecc. , ed una invalidità’ del 47% per altre patologie (da rivedere per aggravamento),  ha chiesto alla reggente che le venga sostituito  tale alunno  che va  bloccato con forza quando prende a pugni e a calci compagni e docenti, con uno non violento  e pericoloso per la sua incolumita’. La reggente , che ha il compito di tutelare i lavoratori, ha risposto che può’ “rinunciare all’incarico””!!! Come può’ agire mia figlia , se la Reggente non accogliesse la sua richiesta? 

Nel momento in cui è stato conferito l’incarico, sua figlia avrebbe dovuto far presente al Dirigente scolastico la sua situazione. Non si capisce perché non lo abbia tempestivamente informato, presentando, a supporto, la documentazione necessaria. Suggerisca a sua figlia di prendere contatti subito con il Dirigente scolastico, che è responsabile di tutto il personale della scuola. Tenga presente, che l’eventuale spostamento su altro caso è alquanto improbabile, essendo l’anno scolastico avviato; non è possibile, infatti, interrompere la continuità didattica già in atto.


Siamo due docenti di scuola primaria, in classe abbiamo un alunno che è seguito dalla docente di sostegno per 22 ore. Al momento segue la programmazione della classe, senza particolari difficoltà se non avere la docente di sostegno che per alcune attività fornisce una spiegazione ulteriore ma non differente dalla classe. Ci siamo poste una domanda, nel pei vanno messi gli obiettivi specifici per ciascuna disciplina estrapolandoli dalla programmazione della classe? La docente di sostegno ritiene che non serva in quanto specifica in altre aree del pei che per l’alunno è sufficiente una spiegazione aggiuntiva. Per non fare errori vorremmo capire cosa fare se mettere gli obiettivi seppure estrapolati dalla programmazione di classe, oppure se mettere che segue la programmazione della classe con semplici spiegazioni aggiuntive. Sentiamo la profonda responsabilità verso tale alunno e la sua famiglia e non vorremmo fare un errore in un documento così importante come il pei.

Se l’alunno sostanzialmente segue gli obiettivi fissati per la classe frequentata, è sufficiente indicare, nella parte riguardante ciascuna disciplina, che si fa riferimento agli obiettivi programmati per la classe e, nella parte generale, che la programmazione coincide con quella della classe alla quale l’alunno è iscritto. Nella sezione riguardante ogni singola disciplina, in cui devono essere specificati le modalità di verifica, i criteri di valutazione e gli eventuali ausili e/o sussidi didattici utilizzati, sarà opportuno indicare, nella parte relative alle strategie, che alcune tematiche sono approfondite individualmente o nel piccolo gruppo cooperativo.


Vorrei avere dei chiarimenti sul tipo di intervento che la scuola può mettere in atto nei confronti di alunno con certificazione L104 art. 3 comma 3, che ha compiuto 17 anni e frequenta la quarta di un liceo artistico. Il problema è che questo alunno di fatto si assenta spessissimo, frequenta la scuola 4/5 volte al mese, rendendo vano ogni tipo di intervento educativo, pedagogico e di inclusione. La mamma si rende quasi sempre irreperibile e quando si ha la fortuna di interpellarla adduce una serie di scuse per giustificare le numerose assenze: il ragazzo non si vuole alzare la mattina, ha delle visite mediche o non sta bene. Giungo alla domanda: come deve agire la scuola? In questo caso vengono disperse risorse umane importanti: docente di sostegno e assistente specialistica che non possono essere assegnati ad altri alunni, in attesa che arrivi l’ alunno di cui sopra.

L’articolo 5, comma 2, del d.lgs 62/17 stabilisce che, superato un quarto di assenze, l’anno scolastico per l’alunno è invalidato; solo eccezionalmente, sulla base dei criteri stabiliti dal Collegio Docenti, il Consiglio di classe, sulla base di opportuna documentazione, può ritenere valido l’anno scolastico malgrado le assenze, purché sia in grado di valutare positivamente l’alunno, ovvero possieda sufficienti elementi di valutazione; in mancanza, l’alunno non viene ammesso alla classe successiva. Se non riuscite comunque a valutarlo non potete bocciarlo prima dello scrutinio finale. Vi suggeriamo, appena l’alunno supera un quarto d’assenze, di chiedere alla famiglia una certificazione medica relativa all’impossibilità di frequenza continuativa, se ciò è possibile. Le assenze, infatti, vanno giustificate. Considerate anche che se le assenze sono determinate da particolari condizioni di salute, che ne impediscono di fatto la frequenza, in quanto l’alunno necessita di cure o altro da effettuarsi presso il domicilio, la scuola può organizzare, previa richiesta formale della famiglia (corredata da certificazione medica), il servizio di istruzione domiciliare, in modo da garantire il diritto allo studio e, contestualmente, tutelare la salute dello studente. Vi suggeriamo di convocare formalmente la famiglia e di valutare insieme questa ipotesi di intervento. In mancanza potete destinare le risorse ad altri alunni, tenendo presente che lo studente, regolarmente iscritto alla classe quarta, ha diritto a frequentare fino alle fine dell’anno scolastico. Infine è bene che considerate anche il fatto che quando lo studente viene a scuola, anche se ciò accade occasionalmente, devono essergli garantite le risorse a lui assegnate. Concludiamo rammentando che il diritto allo studio dello studente comprende il completamento del percorso, ossia anche l’esame di Stato conclusivo del secondo ciclo di istruzione.


Sono docente di sostegno in una scuola sec. di primo grado. Seguo da due anni un bambino affetto da autismo e sin da subito sono emerse divergenze con la famiglia sul piano metodologico e didattico . L’intero consiglio di classe e il Preside sostengono una tesi, la famiglia un’altra. Recentemente la famiglia ha chiesto l’intervento ad una psicologa che lavora in struttura privata. L’incontro tra la sottoscritta e la psicologa avverrà a breve. La domanda è: fin dove si può spingere uno psicologo esterno in merito alla didattica e metodologia? può imporre una sua visione della cosa oppure può solo dare suggerimenti e il Consiglio di classe è sovrano?

L’intervento di uno psicologo o di un esperto in ABA, applied behavior analysis, può aiutare i docenti a comprendere come debbano comportarsi e in che modo interagire con l’alunno, coerentemente con le scelte educative della famiglia. Un confronto in tal senso è sicuramente positivo, da apprezzare e condividere, purchè coinvolga tutti i docenti della classe e non uno soltanto. La didattica, invece, rimane di competenza della scuola e quindi le proposte di questi esperti relative al PEI debbono essere valutate dai docenti come suggerimenti e non vincolanti.


Sono la mamma di un ragazzo di 11 anni frequentante la 2 media con diagnosi di “disregolazione dell’umore dirompente e disgrafia”. Sulla certificazione 104 c’è scritto quanto segue: “Portatore di handicap ai sensi dell’art. 3, comma 1, L.5.2.1992, n.104”. Gli è stato assegnato un insegnante di sostegno per 13 ore settimanali e un assistente educativo (AEC) per 3 ore settimanali. La scuola, durante l’ultimo glho ha proposto una riduzione di orario da 30 a 20 ore settimanali in modo da avere la quasi totalità delle ore coperte da sostegno e AEC. Di fatto, invece, ha deciso unilateralmente di applicarla questa riduzione senza informarci su cosa andrebbe a perdere e senza chiederci autorizzazione a procedere. (non ci hanno neanche dato una copia del verbale GLHO, nè ce l’hanno fatta firmare) La mia domanda è: può la scuola fare tutto ciò senza far firmare nulla a noi genitori? Oltretutto la riduzione di 10 ore settimanali a noi sembra un pò eccessiva

Tutte le decisioni relative alla didattica con alunni con disabilità, ivi compreso l’orario di frequenza, devono essere adottate dal GLO e indicate puntualmente nel PEI; lei, come membro di diritto del GLO doveva essere a conoscenza di una tale proposta della scuola e, soprattutto, aveva diritto di dire la sua.  Comunque la riduzione dell’orario di frequenza motivata dall’insufficiente numero di ore di sostegno e di assistenza è del tutto illegittima, stante la norma tassativa dell’articolo 12 comma 4 della legge 104 del 1992 secondo la quale nessuna disabilità può essere causa di esclusione o di riduzione dalla frequenza scolastica. Pertanto invii una mail o una raccomandata al Dirigente Scolastico e, per conoscenza, all’Ufficio Scolastico Regionale e al MIUR (alla direzione generale per lo studente, email: dgsip.segreteria@istruzione.it), facendo presente che lei pretende che suo figlio frequenti, come tutti i compagni, l’orario delle lezioni, aggiungendo che, in caso contrario, sarà costretta a rivolgersi al tribunale civile per discriminazione ai sensi della legge 67 del 2006, chiedendo anche i danni non patrimoniali per il periodo di ridotto orario di frequenza scolastica.  Se la scuola ritiene che sia indispensabile per suo figlio la presenza di una persona in tutte le ore dell’orario scolastico, è la scuola, come servizio pubblico, che deve adoperarsi o presso l’ufficio scolastico regionale o presso l’ente locale per avere un maggior numero di ore di sostegno e/o di assistenza per l’autonomia. Ci tenga informati sugli sviluppi della situazione. 


Sono diplomata con un Pei differenziato quindi con un attestato di diploma e oltre ad essere una limitazione dal punto di vista psicologico perchè non mi vengono riconosciuti 5 anni di liceo tranne al CPI dove viene riconosciuto come  diploma di scuola superiore che non permette l’accesso all’università.
Il problema sorge in quanto sono iscritta alla legge 68 e vorrei provare un concorso statale e chiedevo se questo titolo di studio viene riconosciuto per la classe di concorso del diploma o se essendo iscritta a questa legge ci possono essere agevolazioni.

Per partecipare a un concorso statale è necessario possedere un diploma di scuola secondaria di secondo grado. Che cosa può fare? Può iscriversi come privatista, prendendo contatti con la scuola in cui intende sostenere le prove d’esame, al fine di concordare i contenuti di un PEI semplificato. Per le prove d’esame, infatti, i candidati privatisti con disabilità possono fare riferimento al Decreto Ministeriale del 13 dicembre 1984, concernente gli esami di scuola media. Tale norma, a nostro avviso, è applicabile, per analogia, anche agli esami conclusivi del secondo ciclo d’istruzione. Potrà, pertanto, svolgere l’esame di Stato anche con prove equipollenti, secondo la definizione che ne dà l’art. 6 comma 1 del DPR n. 323/1998 e avrà diritto all’assegnazione di un docente, che la assista durante le prove.


Sono un’insegnante curricolare di un bambino certificato a
fine agosto 2019 con diritto a 12 ore di sostegno e  10 di assistente
all’autonomia. Ad oggi il bambino riesce a frequentare solo al mattino e con le ore dell’assistente, diminuite rispetto a quelle di inizio anno. Chiedo in continuazione alla direzione notizie rispetto all’arrivo dell’insegnante di sostegno, e mi rispondono dicendo che aspettano decreto da UST. Noi siamo una scuola d’infanzia. Mi sembra assurdo non ci sia ancora insegnante e di non poter tutelare i diritti alla frequenza del bambino. Cosa posso fare?

Occorre verificare le ragioni di questo enorme ritardo. Se fosse dovuta al fatto che mancano docenti specializzati, sarà necessario accettare anche docenti non specializzati, pretendendo però che svolgano immediatamente, insieme ai colleghi di sezione, un breve corso di aggiornamento, che ormai è divenuto obbligatorio. Se, invece, la causa è il fatto che non si riesce a trovare docenti, anche non specializzati, allora occorre provare a cercarli anche in graduatorie di scuole vicine, richiedendo i recapiti alle scuole. Se, infine, la causa riguardasse il fatto che le graduatorie non sono ancora definitive, magari a causa di ricorsi, occorre attendere che divengano definitive, pretendendo che il prossimo anno ne sia anticipata la pubblicazione. Il bambino, nel frattempo, deve frequentare per il tempo-scuola previsto (la sua frequenza non può essere limitata al mattino per assenza o per mancata nomina del docente di sostegno, perché ciò costituirebbe una discriminazione nei confronti del piccolo, perseguibile per legge).


Sono un’insegnante  con specializzazione polivalente e lavoro in una scuola primaria statale, frequentata solo da alunni diversamente abili. Vorrei sapere se  è possibile sostituire i libri di testo con altri testi più funzionali ai bisogni degli alunni (testi sensoriali, facilitati, ecc.) in quanto i testi che ogni anno vengono adottati relativi la classe di frequenza non vengono utilizzati (gli alunni presentano tipologie diverse di handicap anche gravissimo).

Quanto lei scrive ci lascia alquanto perplessi. Gli alunni con disabilità, in base alle nostre norme frequentano le “classi comuni” della scuola italiana, e non, certamente, una scuola “separata” dagli altri.


Sono un docente di un Istituto di Istruzione Secondaria superiore. Da qualche anno è prassi nella mia scuola dividere le 18H di uno stesso alunno H a due/tre docenti di sostegno. In particolare quest’anno nel mio cdc ci sono due docenti di sostegno che seguono un alunno H per 8 ore (4+4) . Ritengo che questo frazionamento sia deleterio per il ragazzo (che non ha una sola figura di riferimento) e per lo stesso consiglio di classe in quanto non viene garantita l’unicità dell’insegnamento. Chiedo cortesemente di sapere se la prassi che utilizza la mia scuola sia corretta (io ritengo invece che debba essere una eccezione e per casi isolati) e in caso come posso fare ‘’ragionare’’ DS e referenti del Sostegno.

La questione da lei sollevata è particolarmente importante, fermo restando il fatto che la responsabilità dell’alunno con disabilità è in capo ad ogni insegnante della classe, in quanto l’alunno con disabilità è alunno di ogni docente, non di uno soltanto. La prassi adottata, non solo nella sua scuola ma in moltissime altre, è contraria proprio ai principi che sottendono il progetto inclusivo. Sembra, infatti, che prevalga la questione “copertura” a discapito della qualità dell’insegnamento e, nello specifico, dell’intervento, che il legislatore attribuisce al docente incaricato su posto di sostegno, proprio per favorire le “attività di sostegno” alla classe, consentendo, con la sua presenza, l’attuazione del diritto allo studio. Parlatene in sede di Collegio Docenti e fatene motivo di riflessione. 


Sono un’insegnante di sostegno ed opero nella scuola dell’infanzia. Seguo un bambino autistico per 25 ore settimanali, al mattino all’interno della sezione vengo affiancata da una specialista del metodo Aba la quale mi istruisce sugli interventi specialistici comportamentali che devo adottare nei confronti dell’alunno, ritenendoli gli unici idonei per poter raggiungere l’obiettivo dell’autonomia personale e mettendo in discussione il mio operato didattico… Tale situazione diventa ancora più complessa, quando alla specialista, si aggiunge la figura della super visore, che due volte al mese viene a controllare il comportamento del bambino, ma indirettamente anche il  mio operato e se mi attengo ad eseguire completamente le loro tecniche metodologiche… Ciò per me è molto frustrante perché essendo una docente specializzata in attività di sostegno, avendo  le competenze  ed utilizzando le strategie didattiche opportune,  sentirmi osservata e contestata da loro se sforo le loro richieste metodologiche, mi  infastidisce terribilmente. Come devo comportarmi?  Devo annullare le mie competenze e acquisire le loro metodologie?

È fuori discussione che scuola e famiglia collaborino e operino congiuntamente per favorire il percorso formativo dell’alunno con disabilità e che vengano poste in essere tutte le strategie necessarie e indispensabili. L’ABA, Analisi applicata del comportamento, i cui principi affondano nel comportamentismo, è basato sulla tecnica del rinforzo e su una serie di procedure le quali, soprattutto in fase di implementazione, richiedono applicazione costante e frequente e rispetto preciso di esse. Mediante il rinforzo e il ricorso a tecniche comportamentali si possono incrementare o ridurre specifici comportamenti. La ripetitività e la generalizzazione sono irrinunciabili per una corretta applicazione e per rilevare oggettivi e visibili apprendimenti. Naturalmente questa modalità (o “pratica”, come la definisce la dott.ssa Morena Mari) non corrisponde ad una “metodologia didattica”, né può sostituirsi ad essa. Come fare, allora, affinché l’intervento non si perda e non venga meno il percorso attivato dalla famiglia? È necessario che fra scuola e famiglia vi sia un aperto e costante confronto e che gli operatori coinvolti dialoghino nel rispetto delle reciproche competenze e del ruolo ricoperto. In altre parole gli insegnanti non possono sostituirsi agli operatori ABA (che sono specialisti appositamente formati per una corretta applicazione dell’analisi applicata comportamentale), né gli operatori ABA possono improvvisarsi insegnanti o imporre ad altri professionisti vincoli e comportamenti propri del “terapista comportamentale”. Il rispetto – reciproco – dei ruoli (dei compiti e delle competenze) è’ alla base della collaborazione. Non si capisce, peraltro, come un operatore ABA possa “entrare in classe” per istruire un docente impegnato, contrattualmente, nei suoi compiti. Si aggiunga pure che la presenza di una figura esterna deve essere preventivamente autorizzata dal Dirigente scolastico, dopo che questi ha raccolto il consenso “firmato” dei genitori di tutti gli alunni della classe o della sezione per garantire il rispetto della privacy. In ogni caso l’esperto, che deve possedere comprovate e specifiche competenze, potrà entrare in classe per un numero limitato di ore (il Tribunale di Bologna ha consentito tale presenza per tre ore mensili) e non certamente tutti i giorni. Il lavoro di supervisione e ogni altro intervento potranno effettuarsi unicamente “fuori dall’aula” e in determinati momenti (che non possono corrispondere con l’orario di servizio dei docenti della classe, bensì in orari non di lezione (come potrebbe essere la programmazione settimanale). In sintesi gli insegnanti della classe non possono improvvisarsi terapisti o operatori ABA, ma devono assolvere ai compiti proprio della loro professionalità, come declinato dal CCNL di categoria. Con gli operatori, invece, potranno essere concordate linee di intervento e di azione che dovranno essere attuate da “tutti i docenti della classe”, dato che l’alunno con disabilità ha più insegnanti (e non uno solo). A ciò si aggiunga che gli operatori non possono criticare l’agire professionale degli insegnanti: non rientra nei loro compiti e non spetta loro giudicare il lavoro di un altro o di altri professionisti. Vi consigliamo di chiedere un immediato incontro con il GLHO o GLO e, in quella sede, puntualizzare, con serenità, questi principi, chiedendo, invece, di definire insieme le modalità operative che possano supportare efficacemente l’azione intrapresa dagli specialisti presso il domicilio, al fine di garantire il principio di continuità dell’intervento dal punto di vista educativo (che non incide come azione con l’agire proprio e specifico della didattica, rispetto alla quale i docenti opereranno le loro scelte, nel rispetto delle scelte educative della famiglia). 


Chi deve accompagnare i bambini della materna in bagno prima della mensa per lavarsi le mani?

Il CCNL del 2003, ribadito dal CCNL del 2006 agli art 47,48 e tab. A, stabilisce che tale compito è dei collaboratori e delle collaboratrici scolastiche.


Sono genitore di un ragazzo che frequenta la scuola media, con legge 104 per funzionamento cognitivo limite e disabilità scolastiche miste. Per questo anno scolastico abbiamo chiesto la revoca dell’insegnante di sostegno, senza ritirare la certificazione e senza il parere del glho. Il ragazzo ha ancora diritto ad avere il pei? Questo può essere redatto senza la neuropsichiatra Asl, ma con la partecipazione degli operatori privati che seguono il ragazzo?

Suo figlio ha diritto alla formulazione del PEI, anche se ha rinunciato al docente per il sostegno. Quanto a chi debba formularlo, ciò è stabilito dal DPR 24/2/1994 e dall’art. 12 comma 5 della legge 104/92, nonché dalla Linee guida del 4 agosto 2009, Prot. n. 4274 (e riconfermato dall’art. 9, comma 10, del decreto legislativo n. 66/17 come modificato in questo punto dal decreto legislativo n. 96/19). Pertanto è necessario convocare tutti i soggetti indicati: se poi qualcuno non viene, la riunione è valida a tutti gli effetti: i presenti possono confermare il PEI apponendo le firme per la condivisione. Infine, in quanto genitore, lei può chiedere al Dirigente scolastico se accetta la presenza di suoi esperti.


La famiglia di uno studente disabile, preso atto del non superamento dell’esame di stato a seguito di ricorso prodotto ed accolto per una precedente non ammissione allo stesso (percorso scolastico per obiettivi minimi e non differenziato), chiedono ora se procedendo con le prove di ammissione e l’effettuazione delle prove d’esame da privatista, lo studente potrà fruire di misure compensative e dispensative e procedere con prove equipollenti. Considerato che non si è rinvenuto nella normativa di riferimento  una precisa indicazione rispetto alla questione posta in esame  se non la richiesta di un’attenzione alle indicazioni contenute nella certificazione di disabilità, si chiede cortesemente di fornire indicazioni al riguardo.

Per le prove d’esame di candidati privatisti con disabilità esiste solo il decreto ministeriale del 13 Dicembre 1984, concernente gli esami di scuola media. Tale norma è, a nostro avviso, applicabile – per analogia – anche agli esami conclusivi del secondo ciclo d’istruzione. Se l’alunno intende presentarsi con un PEI semplificato deve prendere contatto con la scuola al fine di concordare i contenuti di tale PEI; potrà, così, svolgere l’esame anche con prove equipollenti, secondo la definizione che ne dà l’art. 6 comma 1 del DPR n. 323/1998 e ha diritto all’assegnazione di un docente, che lo assista durante le prove. Concludiamo facendo presente che per gli alunni con disabilità la norma prevede “percorsi personalizzati”, coerenti con le loro capacità e potenzialità, mentre gli strumenti compensativi e le misure dispensative sono indicati espressamente anche dalla norma per gli alunni con diagnosi di DSA (proprio per le loro caratteristiche “compensative” e per le opportunità “dispensative”, non necessarie per un alunno per il quale il percorso è costruito “su misura”. Per approfondimenti “sugli strumenti e sulle misure” si rimanda al DM 5669/11, e, in particolare, al decreto ministeriale del 13 Dicembre 1984)


Sono la mamma di un bambino disabile in situazione di gravità. 
Ha la sindrome di Down e, a seguito di una ischemia cerebrale, non cammina da solo ed è non verbale. Frequenta la 1^media della scuola secondaria di 1^ grado. Sono un genitore unico. Ho un appuntamento con l’assistente sociale del mio Comune, con la quale mi sto scontrando in merito al trasporto scolastico di mio figlio, in quanto vuole impormi di effettuare alcuni dei trasporti durante la settimana. Vorrei sapere se il Comune ha l’obbligo di effettuare il trasporto scolastico gratuito dell’alunno disabile e, in caso affermativo, qual è la legge alla quale posso appellarmi. 

Il trasporto da casa a scuola è gratuito in forza dell’art. 28 comma 1 della legge n. 118/1971.


Nel mese di giugno ho inviato una pec alla segreteria della scuola di mio figlio agli uffici scolastici territoriale e regionale per revocare l’insegnante di sostegno per mio figlio, affinché non partecipasse più ai laboratori per l’handicap. Nella richiesta ho specificato che non era mia intenzione ritirare la certificazione. A settembre, ho contattato la npi della Asl, la quale mi ha informata che non ci sarebbe stato l’incontro del glho e la stesura del pei per mio figlio, perché non aveva più l’insegnante di sostegno. Mi sembrava di ricordare che non fosse così.

Alcuni ritengono che a qualificare un alunno come persona con disabilità sia la presenza del docente per il sostegno. Noi siamo di diverso avviso, in quanto tutta la normativa ininterrottamente, a partire già prima della legge n. 104/92, stabilisce che l’alunno si considera persona con disabilità dal momento in cui ha la certificazione di disabilità ai sensi dell’art. 3 della legge n. 104/92, normativa confermata sino ai recenti decreti legislativi n. 66/17, art. 5, e successivo decreto legislativo n. 96/19. Pertanto, se, come lei dice, voi genitori non avete tolto la certificazione dalla scuola, vostro figlio deve essere considerato a tutti gli effetti alunno con disabilità e quindi tutti i docenti della classe in cui è iscritto l’alunno con disabilità insieme agli specialisti dell’ASL e ai genitori hanno l’obbligo di formulare il Piano Educativo Individualizzato (PEI) per l’anno scolastico in corso. Le prestazioni del docente per il sostegno non sono un obbligo per l’alunno con disabilità, ma un suo diritto e ai diritti, che non siano costituzionalmente essenziali, si può legittimamente rinunciare, rimanendo l’alunno “persona con disabilità” e quindi destinatario di ciò che prevede la normativa vigente in materia di inclusione scolastica.


Sono la mamma di una ragazza disabile 104 che frequenta il 5 anno di scuola superiore di secondo grado. Quest’anno in previsione dell’esame di stato con programmazione semplificata (su espresso volere della ragazza) abbiamo fatto richiesta al D.S. della presenza in classe dell’educatore che la segue a casa, (sottolineando che le spese sarebbero a nostro carico) con cui ha un rapporto di piena fiducia e con cui trova aiuto valido in casa anche da un punto di vista didattico, (tra l’altro questo educatore è già stato in quella stessa scuola e classe con mia figlia per anni). La risposta del D.S. e’ stata negativa. Cosa posso fare per aiutare mia figlia? Posso avere qualche speranza che finisca il suo percorso didattico serenamente affiancata da chi lei ritiene un aiuto indispensabile? Si potrebbe agire da un punto di vista legale?

Per legge la scuola statale non può accogliere in classe docenti o assistenti che non siano stati nominati secondo le procedure previste. Purtroppo la sua richiesta non corrisponde alla normativa. Il Dirigente scolastico può accettare che un esperto di sua fiducia possa partecipare, senza esprimersi in merito ai contenuti, alle riunioni del GLO; ma normalmente non è consentito accettare in classe persone diverse da quelle istituzionali. Può tuttavia chiedere che questa sua persona di fiducia partecipi a una riunione del GLO, in modo da confrontarsi coi docenti, per fornire loro le proprie osservazioni e suggerimenti.


Su disposizione del DS all’incontro di GLHO erano presenti la famiglia dell’alunno, la terapeuta, la coordinatrice della classe e il docente di sostegno. L’incontro ha portato alla definizione di alcune scelte educative per la progettazione PEI del corrente a. s. Successivamente, alcuni docenti del C. d. C non presenti, ma informati dell’incontro, hanno contestato l’attuazione di tali scelte progettuali formulate nell’incontro. Chiedo, a chi spetta la sovranità delle scelte progettuali in questo caso: al gruppo di GLHO o al parere finale del Cdc? Un docente può esimersi dall’attuazione o è obbligato ad adeguarsi? 

l Dirigente Scolastico, così come prevede la norma, deve convocare tutti i docenti della classe in cui è iscritto l’alunno con disabilità, e non uno soltanto oppure due. I colleghi del Consiglio di classe hanno ragione. Suggeriamo di riconvocare il GLHO o GLO (ossia tutti i docenti della classe, i genitori e gli specialisti ASL) e, in quella sede, concordare insieme i contenuti del PEI, sottoscrivendo contestualmente il documento.


Può un docente di sostegno attuare un progetto durante le ore curricolari lasciando scoperti  gli alunni affidati?

L’insegnante incaricato su posto di sostegno è assegnato alla classe; pertanto può partecipare alle attività progettuali previste per gli alunni della classe. Ora non è chiaro se il progetto di cui lei parla riguarda, per l’appunto, gli alunni della classe o se, invece, riguarda alunni di altra classe. Nel caso riguardasse gli alunni della classe e la stesa venisse divisa in due gruppi, l’attività è fattibile e coerente con il progetto inclusivo. Se, invece, l’insegnante di sostegno “si allontana dalla classe nel suo orario di servizio”, allora no, questo non è possibile (ma questo, sia ben inteso, riguarda tutti gli insegnanti della classe in egual misura).


Sono un’assistente alla comunicazione con metodo Aba, ogni anno da noi il comune fa un progetto per la scuola e abbiamo sempre collaborato con l’insegnante di sostegno, quest anno ci è stato detto dalla preside che da normativa del ministero non è possibile collaborare e quindi ci è stato fatto un orario per coprire le ore buca dell’insegnante. Come è possibile io questa normativa non la trovo. Potete darmi chiarimenti?

I compiti e le competenze dell’assistente sono differenti da quelli del docente specializzato sul sostegno, come definito dai rispetti Contratti di lavoro e dalla stessa legge 104/92 all’art. 13 comma 3. Docente e assistente sono figure che non possono essere scambiate fra loro, pertanto potrebbero effettuare il servizio anche nello stesso orario. Se per l’alunno, infatti, è necessaria l’assistenza per la comunicazione (CAA o altro, ovvero modalità con cui comunica l’alunno), l’assistente dovrebbe essere presente per tutte le ore di lezione, come avviene, ad esempio, per gli alunni sordi segnanti, per i quali viene garantita la risorsa per la comunicazione (interprete gestuale).


Ho un bimbo con disturbo dello spettro autistico attivo di 5 anni che frequenta il secondo anno di asilo. Fino all’anno scorso aveva l’indennità di frequenza che, andando a revisione INPS, è divenuta purtroppo indennità di accompagnamento, sempre con lo stesso art. 3 comma 3. Il punto è che lui, fino a una settimana fa, a scuola aveva 25 ore di sostegno e proprio la scorsa settimana l’insegnante mi ha informato che l’istituto ha convocato tutte le insegnanti di sostegno per dire loro che sono state tolte 3 ore di sostegno sia a mio figlio che a un altro bimbo con la sindrome Down, essendo gli unici ad avere 25 ore alla settimana. Le ore sottratte sono state distribuite a un altro bimbo per fare in modo che tutti avessero le stesse ore; hanno detto che ciò è stato disposto dal Provveditorato. Io ho telefonato al Provveditorato, ma loro mi dicono di non sapere nulla e che se un bimbo ha 25 ore, mentre un altro ne ha di meno, un motivo ci sarà… Io cosa posso fare in merito? ho paura che mio figlio possa avere una regressione, in quanto vedendo la sua insegnante andare da un altro bimbo che non sia lui possa pensare che non lo voglia più e, di conseguenza, avere una reazione in merito, perché le 3 ore tolte a lui, la sua stessa insegnante dovrà farle con un altro bimbo. 

In corso d’anno scolastico, le ore di sostegno non possono essere arbitrariamente sottratte a un alunno e assegnate ad altri alunni (seppur con disabilità). Ciò non è possibile e non è corretto. Sono state emanate molte sentenze che vietano di ridurre le ore di sostegno per darle ad altri. Il Provveditorato (ora Ufficio scolastico provinciale), come giustamente le ha fatto presente, non è responsabile di questa decisione, che è stata operata dalla scuola. Possiamo dirle che tre ore settimanali non possono costituire motivo di regressione (peraltro l’alunno ha più di un insegnante a scuola, in quanto tutti i docenti della sezione sono suoi insegnanti; e l’insegnante di sostegno è docente di tutti gli alunni della sezione, non soltanto di suo figlio), ma la loro sottrazione costituisce una violazione del diritto, garantito dalla normativa vigente, e un’azione discriminante nei confronti di suo figlio, azione perseguibile ai sensi della legge 67/2006. Le suggeriamo, in sintesi, di inviare una diffida al dirigente scolastico e, per conoscenza, all’Ufficio Scolastico Regionale, chiedendo il ripristino delle ore di sostegno (25 ore settimanali) e facendo presente che, in caso contrario, sarà costretta a ricorrere per discriminazione ai sensi della legge 67/2006. Prima di agire giudizialmente, tuttavia, le suggeriamo di contattare il Referente regionale presso l’Ufficio scolastico Regionale, affinché possa intervenire sulla scuola, facendo ripristinare le ore sottratte illegalmente.


Desidero capire come genitore, come può la scuola decidere di adottare per quest’anno un modello di PEI IN ICF, facendo compilare ai docenti la parte che compete ad una unità di valutazione multidisciplinare, coi vari codici, senza che siano stati emanati i decreti attuativi e linee guida come il decreto legislativo 96/2019 afferma? Le funzioni strumentali affermano che tutte le scuole stanno facendo ciò perché richiesto dagli uffici provinciali scolastici. A chi posso rivolgere la mia istanza per chiedere informazioni certe sulla normativa applicabile da portare al dirigente scolastico. Noi genitori siamo perplessi e intendiamo opporci ad un pei in icf non supportato e sopportabile dal profilo di funzionamento su base icf, quale documento propedeutico al pei in icf, in assenza dei decreti attuativi. Sono in attesa di essere ricevuta dal dirigente scolastico al quale vorrei chiedere una “richiesta al miur sulle procedura da seguire”.

Affinché il decreto legislativo 96/19, entrato in vigore il 12 settembre 2019, diventi attuativo nella maggior (se non quasi totale) parte dei suoi articoli, è necessario che vengano emanati i relativi decreti attuativi. A nostro avviso la nuova normativa sarà applicabile solo dopo la pubblicazione delle Linee Guida e del modello di PEI previsti dall’articolo 5 del decreto stesso. La questione non è tanto quella di adottare un PEI con impostazione culturale ICF, già presente dal 2006, bensì un modello basato sul Profilo di Funzionamento che, ad oggi, non è ancora stato adottato nella prassi sanitaria, appunto per l’assenza dei decreti attuativi. Peraltro il PEI in ICF non è “una raccolta di codici alfanumerici”, compito demandato alle ASL per una puntuale e corretta declinazione e adozione, per cui non si capisce da dove la scuola possa trarre riferimenti su cui poggiare scelte in decisa controtendenza con i compiti che le sono affidati (ossia educare e istruire ogni cittadino che ad essa accede). Sembra persino paradossale che una richiesta di questo tipo provenga addirittura dagli Uffici Scolastici Provinciali.  Condividiamo la vostra perplessità e riteniamo che la scelta da voi adottata di parlarne con il Dirigente Scolastico, che è garante del processo di integrazione (come recitano le Linee Guida del 2009), sia corretta. Presentate al D.S. il testo del decreto che è molto chiaro e non lascia adito a libere interpretazioni. 


I docenti del consiglio della classe frequentata dall’alunno con disabilità al fine di predisporre il PEI da condividere con la famiglia e i servizi sociali, possono conoscere, anche  tramite il docente di sostegno, i dati sensibili del medesimo? Io sto sostenendo la tesi affermativa in quanto, a parte il vincolo del segreto professionale cui sono soggetti i docenti, la tesi opposta mal si concilierebbe col dovere di predisporre da parte di ciascun insegnante una programmazione delle materie scolastiche che tengano conto dell’effettiva condizione dell’allievo. Che cosa ne pensate?

Concordiamo con quanto da lei affermato. Dovrebbe essere noto che i docenti sono tenuti al segreto professionale e lo sono nei confronti di ogni alunno, non di uno soltanto (ovvero di tutti gli alunni delle classi alle quali i docenti sono stati assegnati). Si aggiunga che i docenti del Consiglio di classe non solo hanno il diritto, ma hanno il dovere di accedere alle informazioni riguardanti l’alunno con disabilità, proprio perché è un loro alunno e, per lui, insieme alla famiglia e agli specialisti ASL, devono predisporre il PEI, contenente la programmazione per l’anno scolastico in corso. Si rammenta che il PEI viene elaborato, come stabilito dalla legge 104/92, sulla base del Profilo Dinamico Funzionale (art. 12, comma 5). Pertanto il Dirigente deve acconsentire l’accesso alla documentazione. Ma il DS potrebbe anche fornire la documentazione (ossia la Diagnosi Funzionale) con un codice identificativo, sostitutivo del nome e del cognome, senza che venga meno il dovere del segreto d’ufficio per tutti i docenti che consulteranno il documento ai fini della elaborazione o dell’aggiornamento del PDF e, di seguito, del PEI.


La maestra di sostegno può assistere ad una terapia  fatta dal centro dove va mio figlio, bambino autistico di 3 livello e sordo con impianto cocleare?

Forse la maestra è molto coinvolta e ritiene di imparare come meglio comunicare con suo figlio. Le spieghi che la riabilitazione è cosa differente dalla scuola. È sufficiente che la maestra si faccia spiegare da voi come parlare e come comunicare col bimbo. Non mortificatela, ma fatele capire che a lei le tecniche riabilitative non servono.


Sono una docente curricolare e nella mia classe prima, secondaria di II grado, ci sono 26 alunni, di cui un alunno disabile grave affiancato per 18 ore dall’insegnante di sostegno e per 9 dall’educatore. Il tempo scuola è di 35 ore, per cui l’alunno per 8 ore è scoperto, la famiglia ha rifiutato la proposta dell’orario ridotto, lesiva del diritto allo studio. Lui tende a scappare dalla classe, assume atteggiamenti oppositivi. Come gestirlo? Se scappasse fuori dalla scuola di chi sarebbe la responsabilità? 

Poiché nella classe da lei descritta vi è un alunno con disabilità, il numero degli alunni non può essere superiore a 22 (limite massimo consentito dal DPR 81/2009, art. 5 e art. 4), proprio per garantire a ciascun alunno un percorso formativo idoneo e una didattica di qualità. È necessario che venga da subito ridotto il numero degli alunni della classe. Si ricorda, quindi, che la responsabilità di “ogni alunno della classe” (quindi tutti e nessuno escluso) è del docente o dei docenti in servizio. In secondo luogo suggeriamo di convocare urgentemente il GLO (ossia tutti i docenti della classe, i genitori dell’alunno e gli specialisti ASL), invitando anche i collaboratori scolastici e il Dirigente scolastico, al fine di concordare le modalità di intervento, in particolare nel caso in cui l’alunno dovesse lasciare improvvisamente l’aula. Potranno essere, infatti, i collaboratori scolastici a sorvegliare le uscite improvvise e impreviste dell’alunno. Se la scuola è convinta che l’alunno non possa rimanere da solo per 8 ore, in sede di GLO valutate anche l’eventualità di esigere da parte del comune un aumento di otto ore di assistenza. Al tempo stesso suggeriamo di adottare – e di non trascurare –  tutte quelle strategie didattiche che consentano la partecipazione dell’alunno alla vita della classe, in modo che, interessato e coinvolto, possa sentirsi parte attiva e non fuggire. Concludiamo facendo presente che non si può chiedere ai genitori di ridurre l’orario di frequenza del figlio: la scuola deve garantire a ogni cittadino il diritto allo studio e di questo devono essere consapevoli, in quanto responsabili, tutti i docenti della classe in cui è iscritto l’alunno con disabilità.  


Sono un’insegnante di sostegno della scuola media. Vorrei sapere qual è la procedura per ridurre l’orario di frequenza scolastica di un alunno h grave che ha 18 ore di sostegno e 15 di oepa (copertura totale e 3 ore di compresenza previste per un progetto). Chi decide quali e quante ore di riduzione? Ci deve essere una motivazione adeguata da parte della famiglia? 
È possibile che la riduzione oraria ricada sulle ore di sostegno? O si può rimodulare l’orario dell’insegnante di sostegno in modo da mantenere tutte e 18 le ore di sostegno? Così facendo tuttavia si creerebbero molte ore di compresenza tra sostegno e oepa. È possibile?

Non andrebbero proprio ridotte le ore di frequenza scolastica, perché viene meno il diritto allo studio dell’alunno che, come i suoi compagni e le sue compagne, ha diritto a partecipare a tutte le attività scolastiche programmate per la classe alla quale è iscritto, sulla base del PEI per lui predisposto. La condizione di “gravità” non è una motivazione sufficiente per dire ad un alunno “non puoi venire a scuola”. Non avendo lei specificato le motivazioni, potremmo supporre che il ragazzo, per motivi di salute, fatichi a restare in classe per l’intero orario scolastico. In questo caso si possono programmare ore di attività didattica presso il domicilio, avviando il “servizio di istruzione domiciliare” per il tempo necessario (ovviamene ciò deve essere supportato dalla richiesta formale della famiglia che deve presentare, in allegato, una certificazione sanitaria che attesti l’effettiva necessità). Al domicilio dovranno recarsi, anche alternandosi, i docenti della classe (anche in orario extrascolastico). Secondo una recente sentenza del TAR Lazio il docente incaricato su posto di sostegno dovrebbe effettuare le sue ore di servizio anche presso il domicilio dell’alunno. Concludiamo facendo presente che la figura dell’assistente non coincide con quella del docente, in quanto l’OEPA assolve a compiti differenti da quelli degli insegnanti. In una parola, non sono figure interscambiabili.


Sono la docente di un bambino che frequenta la prima media affetto da tetra-paresi spastica. Il bambino ha bisogno di essere cambiato e poi alimentato con un integratore semiliquido e un succo di frutta. Per far bere il bambino si deve attuare una procedura non sempre semplice. La famiglia non chiede l’assistenza specialistica perché sostiene tale procedura sia assistenza di base. La collaboratrice scolastica non vuole sottostare a questo e ha cominciato una lotta sindacale. Il comune sostiene che questo sia di competenza della scuola. Voi cosa ne dite, a chi spetta il compito di dargli da bere?

Il compito di somministrare i pasti è dei collaboratori scolastici, che devono essere individuati dal Dirigente scolastico e, da questi, nominati. I collaboratori non possono opporsi, salvo documentate motivazioni; in questo caso il Dirigente dovrà individuare altro personale, anche spostandolo da un plesso a un altro plesso, ovvero da altre Istituzioni scolastiche (la priorità è il diritto del bambino). Se il numero dei collaboratori scolastici è scarso, il Dirigente può chiedere all’Ufficio Scolastico Regionale che si faccia autorizzare dal MIUR ad assegnare qualche unità in più di collaboratori scolastici sia per l’assistenza igienica e la cura dell’igiene personale, che per l’assistenza e la cura durante i pasti agli alunni con disabilità. Ciò è previsto dalle Ordinanze sull’organico di fatto, contenenti un paragrafetto concernente proprio i collaboratori e le collaboratrici scolastiche. Se la procedura di somministrazione, invece, richiedesse personale specifico (ma questo può dirlo solamente la componente sanitaria), allora deve essere l’ASL a provvedere con tale personale, previa formale richiesta da parte del Dirigente scolastico.  Non è compito dei docenti somministrare i pasti agli alunni. Suggeriamo comunque di convocare urgentemente un GLO o GLHO e, in quella sede, definire questi aspetti, per consentire, se si rivelasse necessario, al Dirigente di inoltrare eventuale richiesta di personale specifico presso l’ASL o altro Ente competente. 


Sono funzione strumentale handicap in un istituto, dove alla scuola primaria e di infanzia abbiamo alunni diabetici per quali non vi sono diagnosi che attestino la necessità  del docente di sostegno di cui invece entrambi usufruiscono da 2 anni a cattedra piena. Informo che entrambi gli alunni non hanno problemi di apprendimento, di attenzione ecc… Nell’ultima riunione sull’inclusione a livello di ambito territoriale  è  venuto fuori che gli alunni diabetici senza diagnosi non possono avere il docente di sostegno. Ora dopo tanta  insistenza a parte mia la dirigente convocherà  le famiglie per farsi fare la diagnosi. Sottolineo che 2 anni fa la neuropsichiatra  mi aveva già  detto che per alunni diabetici senza problemi didattici lei non avrebbe rilasciato  nessuna certificazione.  Ho chiesto alla dirigente di convocare le famiglie  alla presenza anche delle docente curricolari e della funzione  strumentale. Lei invece vuole avere un colloquio privato con le famiglie. Posso in quanto funzione  strumentale appellarmi a qualcosa per potervi partecipare? La mia sensazione è  che si voglia convicere i genitori a fare passi che non hanno niente a che fare con l’ inclusione e che siccome ci sono già  due cattedre assegnate non sappia come giustificare all’ufficio scolastico  regionale. Chiedo come devo comportarmi. 

Concordiamo con lei circa l’inesistenza del diritto di alunni con diabete o altri problemi esclusivamente fisici che non interferiscono con le funzioni intellettive, relazionali o sensoriali, a ottenere ore di sostegno didattico. Ciò è correttamente dichiarato dalla rappresentante dell’ASL che, normalmente, deve rilasciare la documentazione prevista (Verbale di Accertamento e Diagnosi Funzionale e, in alcune Regioni, anche il CIS, certificato di inclusione scolastica), ma che in questo caso correttamente si rifiuta di rilasciarla. Nel caso in cui la famiglia ottenesse in qualche modo da altri i documenti sopra elencati, pretenda di partecipare, insieme alla rappresentante dell’ASL, al GLO per la definizione del PEI e per l’indicazione delle ore di sostegno; in tale sede fate mettere a verbale che dissentite dalla richiesta di ore di sostegno e, qualora la Dirigente scolastica riuscisse a imporre la richiesta, lei (o, meglio, la rappresentante dell’ASL che non ha rapporto gerarchico con la Dirigente scolastica) invii all’USR una nota di dissenso da tale richiesta, motivandola.


Come si attiva la specialistica scolastica? Qual è la procedura?

La richiesta di ore per l’assistenza per l’autonomia e per la comunicazione, ai sensi dell’art 13 comma 3 della legge n. 104/92, spetta al Dirigente scolastico sulla base delle risultanze della Diagnosi funzionale e del PEI. Per la scuola dell’Infanzia, per la scuola Primaria e per la scuola Secondaria di Primo grado la richiesta va indirizzata al Comune di residenza dell’alunno; mentre per la scuola Secondaria di Secondo grado e per gli alunni con disabilità sensoriale la richiesta, che prima era indirizzata alla Provincia, oggi va inviata alla Regione (o all’ente che essa ha delegato a seguito della legge n. 56/2014).


Per una diagnosi di “disturbo psicotico” relativa ad un alunno sedicenne, la scuola può rifiutare l’iscrizione o anche la frequenza, in considerazione della estrema complessità e gravità del caso?

La Costituzione garantisce a tutti il diritto allo studio, diritto che non può essere negato. Negare un’iscrizione equivale a porre in atto palese discriminazione. La scuola, pertanto, come luogo educativo e formativo, ha il dovere di accogliere tutti, adottando le risorse necessarie per garantire a ciascuno non solo il diritto allo studio, ma anche il successo formativo. 


Sono un’insegnante di seconda. Nella classe è  inscritta un’alunna disabile che in due anni ha frequentato solo una settimana giustificata dalla sua gravità.  Noi come scuola ci accingiamo a stilare il PEI,  ma cosa possiamo fare di concreto?

Se le assenze sono determinate dalle condizioni di salute, si potrebbe attivare il servizio di istruzione domiciliare. Valutatelo con la famiglia, che deve inoltrare formale richiesta alla scuola, insieme ad un certificato medico, in cui sia indicato il periodo di non frequenza di minimo 30 giorni di lezione, anche non continuativi. Questo consentirà all’alunna di esercitare il suo diritto allo studio, tutelando contestualmente la sua salute, e di acquisire elementi utili per la valutazione degli apprendimenti.


Sono il papà di un bambino autistico (asperger) che sta frequentando l’ultimo anno della scuola dell’infanzia. Contrariamente ai buoni miglioramenti avuti nel primo anno per quanto riguarda l’interazione sociale con i compagni e l’apprendimento didattico, da metà dello scorso anno mio figlio ha iniziato a manifestare delle regressioni mostrandosi inoltre riluttante all’idea di andare a scuola. La situazione è stata analizzata con la NPI che lo ha in carico; considerando che in questa prima fase dell’anno scolastico la problematica si è accentuata, la NPI ci ha consigliato di chiedere un cambio di classe.
Abbiamo così inoltrato la richiesta alla dirigente scolastica, la quale ha negato la possibilità di trasferimento.
Può la DS rifiutare la richiesta di trasferimento considerando che è avvallata dalla NPI e che si tratta di un caso particolare che vede coinvolto un bambino disabile certificato?

Se la richiesta, da voi avanzata, è supportata da una motivazione documentata dalla NPI, il Dirigente scolastico dovrebbe, dopo aver ponderato la situazione, ossia incontrando le insegnanti della sezione, assumere una decisione equa, rispettosa dei vissuti del bambino. Bisogna capire se nelle sezioni che ospita la scuola dell’infanzia vi siano altri elementi che, oggettivamente, impediscano alla dirigente di vagliare lo spostamento del bambino. Se l’impossibilità non derivasse dalla situazione delle altre sezioni, vi suggeriamo di rivolgervi al Referente regionale per la disabilità, chiedendo un suo intervento. Se invece la vostra richiesta è di cambiare scuola, allora dovrete chiedere al D.S. il nulla osta, documento che non potrà esservi rifiutato, come ha deciso anche la Magistratura. Piuttosto occorre chiedere al Dirigente Scolastico della nuova scuola se può accogliere in condizione di qualità l’alunno in una classe con non più di 22 alunni e ottenere subito il docente per il sostegno.


Sono la FS Bes di una scuola secondaria di primo grado. In seguito alle osservazioni relative ai bisogni degli alunni con disabilità iscritti nell’IC dove lavoro, viste le esigenze della scuola primaria e della scuola dell’infanzia (dove le ore di servizio OEPA assegnate non sono sufficienti) avrei bisogno di rimodulare l’orario  degli OEPA stabilito in sede di GLI  in base alle reali esigenze degli alunni ed evitare le compresenze. In tal modo potrei  ridistribuire 8 ore sulla scuola dell’infanzia e sulla primaria. Avrei bisogno di sapere se è possibile effettuare questa  modifica all’assegnazione delle ore di servizio OEPA  nel rispetto della normativa vigente . 

Le ore di OEPA debbono essere quelle concordate nel PEI di ciascun alunno, sulla base delle effettive esigenze risultanti dalla diagnosi funzionale e dal profilo dinamico funzionale. Se il numero delle ore assegnate dall’Ente locale è inferiore a quello richiesto nei singoli PEI, il DS deve far presente all’Ente locale che la Corte costituzionale con sentenza n. 275/16 ha stabilito che non si possono tagliare ore con la motivazione che bisogna risparmiare, perché, afferma la Corte, non è il diritto degli alunni che deve cedere di fronte ai problemi di bilancio, ma è il bilancio che deve adeguarsi al diritto allo studio degli alunni. Se, malgrado tale lettera del DS, l’ente locale non aumenta le ore, le famiglie facciano ricorso.


Crisi d ansia nelle ore di frequenza con una particolare docente che arriva a relazionarsi in modo tale da suscitare addirittura il rifiuto di andare a scuola nei giorni in cui la stessa è presente. Più genitori isolati (ovviamente di questi ragazzini più fragili emotivamente e con più difficoltà di studio) hanno a intermittenza annuale riportato i loro problemi (i risultati sono stati negativi comunque sul piano scolastico: cambio sezione, bocciatura, cambio scuola) al dirigente… Nulla è cambiato. Ora cosa dovrei fare io come genitore per soppiantare definitivamente queste modalità per nulla inclusive?

Le suggeriamo di chiedere l’intervento di un ispettore ministeriale, al quale dovrete sottoporre tutta la documentazione in vostro possesso.


Mio figlio con disabilità motoria e visiva, non intellettiva  perche parla e capisce tutto,  dall’anno scorso frequenta la prima media. Da metà dell’anno scolastico sono iniziati i problemi per la mancanza tempestiva delle bidelle nei momenti di bisogno. Ho chiesto un incontro con la dirigente scolastica. Ha risposto che il problema è la mancanza di personale ed ha proposto di mettere il pannolino a mio figlio, cosa che io indignata ho rifiutato categoricamente. Dopo l’incontro abbiamo invitato la dirigente all’incontro di rete ma non si è presentata. La neuropsichiatra ha segnalato la criticità scolastica ed ha chiesto la presenza constante dell’operatore scolastico dedicato all’attività di assistenza di base al piano della classe per facilitare la tempestività nell’accudimento del minore in relazione alle necessità igieniche, cosa che non è mai avvenuta. La dirigente scolastica non ha l’obbligo di mettere a disposizione personale per poter garantire a mio figlio una adeguata assistenza nell’igiene personale? Tutta questa situazione compromette anche la partecipazione didattica e relazionale all’esperienza scolastica.

Indubbiamente al capo d’Istituto compete l’obbligo di assicurarsi che, per gli alunni con disabilità, sia assicurata l’assistenza igienica. Il DS, infatti, deve incaricare un collaboratore scolastico per l’assistenza igienica e, contemporaneamente, di fargli frequentare un corso di 40 ore a spese dell’Ufficio Scolastico Regionale, al termine del quale il collaboratore, passando alla qualifica superiore, potrà percepire un aumento di stipendio pari a mille Euro annui lordi, che entrano nella base pensionabile. Tutto ciò è espressamente previsto nel CCNL del 2003, agli artt. 47, 48 e tabella A, e successive modifiche del CCNL. Se il collaboratore incaricatosi rifiuta, il Dirigente può avviare la sanzione disciplinare ed incaricare un altro. Al tempo stesso, andrebbe valutato “quando” il ragazzo chiede di dover andare in bagno, se cioè sia possibile insegnargli ad anticipare la richiesta di aiuto, in modo da avere il tempo di raggiungere il bagno con tutta tranquillità. Se, invece, nonostante l’anticipo della richiesta, si determina la situazione da voi descritta, si potrebbe, in via precauzionale, far utilizzare all’alunno un pannolone (ciò non sarebbe assolutamente di svilimento della sua dignità e non lo porrebbe nell’imbarazzo descritto).


I genitori di un alunno della scuola primaria non vogliono avviare la procedura di accertamento della disabilità del proprio figlio con la conseguenza che la scuola non può  richiedere l’insegnante di sostegno. Qual è la normativa di riferimento e quali procedure deve attivare il dirigente scolastico per tutelare il diritto del minore ad avere un insegnante di sostegno se i genitori continuano a rifiutare l’accertamento della disabilità?

La C.M. n. 363/1994 sulle iscrizioni, mai abrogata, stabilisce che in casi come quelli descritti il DS invia una raccomandata alla famiglia invitandola, nell’interesse del minore, a presentare una certificazione dell’ASL positiva o negativa entro 10 giorni, avvertendo che, in mancanza, provvederà la scuola. Se la famiglia provvede o non replica, le cose vanno bene; se invece la famiglia si oppone, allora il DS interpella i servizi sociali che, nell’interesse del minore, possono contattare il Tribunale per i minori; il Tribunale, nell’interesse del minore, può emettere una sentenza che impone alla famiglia di sottoporre a visita medica il minore e, in caso di esito positivo, scatta la normativa di tutela delle persone con disabilità.


Sono il coordinatore delle attività didattiche  di una scuola paritaria.
Per la prima volta, quest’anno, il Comune, alla mia richiesta di personale AEC per alunni disabili della scuola secondaria di primo grado, ha dichiarato per iscritto la non competenza specificando che questa è in capo alla Regione dal 1° gennaio 2016. Contestualmente ha assunto l’impegno di spesa  con determinazione del Responsabile del Settore Servizi sociali, solo per la scuola statale materna, elementare e media. Vorrei sapere se il Comune è legittimato ad escluderci esercitando tale discriminazioni.

A noi risulta che la Regione si sia assunta l’onere di spesa solo per le scuole secondarie di secondo grado, lasciando ai Comuni l’onere per le scuole del Primo ciclo di Istruzione, statali e paritarie. Comunque è bene che lei contatti il Direttore generale dell’Assessorato alla scuola i cui recapiti dovrebbero essere reperibili sul sito della Regione.


Sono un insegnante dell’infanzia  in un circolo didattico. Sono previsti 2 plessi, 1 plesso 5 sezioni con un unica collega con l.104 , il secondo 4 sezioni con 5 colleghe con 104. Ora a parte il disagio delle possibili e lecite assenze, la preside ha disposto per tutte le colleghe un orario che prevede un giorno di 7 h per garantire la compresenza e il supporto alla collega di sostegno.  Mi chiedo e lecito? Non si dovrebbe stabilire in sede di collegio?

Trattasi di materia di contrattazione fra RSU e Istituzione scolastica. In questo caso dovete sentire i vostri rappresentanti, chiedendo eventuale convocazione di assemblea per discutere e concordare insieme organizzazione e orari. 


Insegno in una prima primaria, in classe ho due alunni autistici, uno ad alto funzionamento, l’altro molto più grave, la famiglia di quest’ultimo ha scelto di non avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica, l’insegnante di sostegno ha l’intera cattedra sui due alunni, può portare fuori quello più grave? Che comunque andrebbe in un’altra classe, senza svolgere nulla perché non autonomo. Esiste una normativa che lo impedisce? L’insegnante di religione insiste che per normativa l’alunno DVA non può fare attività di rinforzo, anche se non fa religione. 

I genitori scelgono se avvalersi o meno dell’Insegnamento della Religione Cattolica esprimendo, in caso di non adesione, attività alternative. Se la famiglia per il proprio figlio ha scelto di avvalersi di attività alternative, la scuola è tenuta a predisporre tali attività avvalendosi di un docente della scuola (se nella classe altri alunni hanno aderito alle attività alternative, sicuramente saranno seguiti da un docente e sarà questo docente a occuparsi dell’alunno con disabilità). In quanto alle affermazioni che l’alunno “non può fare attività”, essa è particolarmente fuori luogo e anche grave: si dimentica, infatti, che non solo tutti apprendono, ma che la stessa Costituzione garantisce l’esercizio del diritto allo studio di ciascun cittadino; a ciò si aggiunga quanto prescrive la legge 104/92 che, all’art. 12 comma 4, sottolinea che nessuna tipologia di disabilità può essere addotta come motivazione per non garantire gli apprendimenti. 


Sono mamma di un bimbo epilettico a cui è stato riconosciuto anche un disturbo di coordinazione motoria e adhd. Quest’anno il bambino ha iniziato la scuola primaria ma purtroppo la certificazione per la 104 non è  arrivata in tempo (ad ottobre da maggio che era richiesta). Pertanto, pur necessitando di sostegno e aec, ped le tempistiche non abbiamo ottenuto  nulla per quest’anno. Il bimbo è  un comma 3. Possibile questa cosa?

Anche se la certificazione arriva in ritardo, in questo caso nel mese di ottobre, il Dirigente deve inoltrare richiesta sia del sostegno che di ogni altra figura prevista (così come di eventuali ausili o sussidi didattici necessari). In attesa della nomina del sostegno, la scuola potrebbe avvalersi, temporaneamente, del docente incaricato su potenziamento impostando, in questa fase, un Piano Educativo Individualizzato (PEI), contenente gli obiettivi per l’anno scolastico in corso (all’incontro del PEI partecipano i docenti della classe, i genitori e gli specialisti ASL). Nel caso in cui la scuola non avesse provveduto a inoltrare richiesta di posto in deroga (per il sostegno), come famiglia potreste diffidare sia il dirigente scolastico, che l’Ufficio Scolastico Regionale e il Ministero; nella lettera fate presente che se non provvederanno alla nomina, potreste rivolgervi al tribunale civile per discriminazione, chiedendo eventuali danni. 


Sono un docente di sostegno, seguo un alunno affetto da sindrome di down di  diciannove anni che frequenta il quinto anno di un liceo, segue una programmazione differenziata. La mamma dell’alunno ha chiesto che il figlio venga trattenuto per un ulteriore anno presso l’Istituto; è possibile  una cosa del genere se si con quali motivazioni ? Motivazioni che  andranno prese nel corso del GLHO? Nel caso di risposta affermativa l’alunno dovrà essere coperto, come avviene adesso, per 18 ore dall’insegnate di sostegno e per il resto dall’assistente specialistico? Ultima domanda fino a che età massima l’alunno potrà frequentare L’Istituto d’Istruzione secondaria di secondo grado?

L’ammissione o la non ammissione alla classe successiva viene effettuata sulla base dei criteri stabiliti nel PEI ed è di competenza esclusiva dei docenti che compongono il Consiglio di classe cui è iscritto l’alunno. Non possono esserci imposizioni da parte della famiglia per una non ammissione; il Consiglio di classe in questa decisione è totalmente autonomo e opera facendo riferimento al percorso indicato nel PEI.  Se l’alunno segue un pei differenziato, egli deve essere ammesso agli esami di Stato; nel caso non si presentasse, allora gli sarà rilasciato riceverà un attestato, con il quale chiude il percorso con la Scuola Secondaria di Secondo grado, come stabilito dall’art 20 del D.lgs. n. 62/17. L’alunno potrà chiedere di iscriversi ad altro istituto, però potrà frequentare solo i corsi per adulti e senza sostegno visto che ne ha già usufruito. È bene ricordare che la scuola non è un parcheggio, ma un luogo di crescita, insieme ai coetanei, negli apprendimenti, nella socializzazione, nella relazione e nella comunicazione (legge 104/92), luogo in cui si attua il diritto allo studio costituzionalmente garantito. Potete suggerire alla famiglia di iscrivere il figlio ad un corso di formazione professionale regionale e, comunque, di concordare con il Comune il progetto di vita individuale di cui all’art 14 della l.n. 328/2000.


Ho un bambino di 8 anni portatore di handicap legge 104 comma 1 art 3 che frequeta la classe 3° Ultimamente la maestra di ruolo fa un piccolo gruppo con altri bambini che non hanno il sostegno e li manda fuori in un’auletta per concentrarsi o per fare delle schede. Premetto che mio figlio non presenta nessun ritardo cognitivo. Ha un disturbo della coordinazione motoria, immaturità affettiva in soggetto pretermine. L’altra mattina ad esempio questo “piccolo gruppo” ha perso la gara di tabelline… Loro continuano a dire che lo fanno per il bene dei bambini ma io inizio a non tollerare più, anche perchè si continua a parlare di inclusione ma questa per me è esclusione. Se non erro per legge non potrebbero farlo giusto?

I gruppi costituiti da “soli alunni con disabilità” o da “alunni con disabilità e altri alunni che presentano difficoltà scolastiche” sono assimilabili alle “classi differenziali di fatto” abolite dalla legge 517 del 1977. Anche le Linee guida per l’integrazione scolastica degli alunni con disabilità del 4 agosto 2009 ribadiscono che “è contraria alle disposizioni della Legge 104/92, la costituzione di laboratori che accolgano più alunni con disabilità per quote orarie anche minime e per prolungati e reiterati periodi dell’anno scolastico”. A ciò si aggiunga un’altra questione, molto importante: gli alunni (tutti gli alunni) sono affidati alla responsabilità degli insegnanti della classe, i quali non possono mandarli da soli fuori dall’aula, cioè fuori dalla loro stretta sorveglianza. Ora, da quanto lei scrive, i bambini verrebbero mandati fuori dalla classe da soli, trovandosi così non sotto la sorveglianza del docente in servizio. Le suggeriamo di incontrare il Dirigente scolastico per far presente quanto accade nella classe, affinché egli intervenga al più presto; lo informi anche del fatto che i bambini vengono lasciati “da soli fuori dalla classe”. 


Nella nostra scuola c’è una ragazza in terzo superiore con diagnosi della ASL di ritardo cognitivo lieve (da approfondire) e DSA. Nella diagnosi c’è scritto che si suggerisce di affiancarla con un docente di sostegno ma la famiglia non vuole. Abbiamo spiegato che questo è sulla classe e non sulla figlia ma i genitori non vogliono saperne. Abbiamo allora adottato come consiglio di classe un PDP ma purtroppo con grande fatica la ragazza non riesce a raggiungere i risultati e voti congrui alla sufficienza. Vorremmo adottare allora un pei per obiettivi minimi per rendere la didattica più modulare alle sue esigenze. Ci domandavamo come consiglio di classe possiamo noi predisporre un PEI senza il collega di sostegno o comunque la stesura del PEI è legata alla presenza del docente di sostegno?

La presenza di DSA è diagnosticabile unicamente escludendo la condizione di disabilità intellettiva; per cui appare in contrasto quanto afferma la diagnosi (fermo restando che, da quanto scrivete, la disabilità intellettiva è in fase di accertamento, quindi non ancora conclamata). Si dedurrebbe, pertanto, la presenza di disturbi specifici di apprendimento e, in tal senso, la scuola è tenuta a formulare un Piano Didattico Personalizzato ai sensi della legge 170/2010 e decreto applicativo del 2011; documento obbligatorio, che richiede la partecipazione della famiglia nella sua predisposizione e la firma. La diagnosi di DSA non prevede l’assegnazione alla classe di un docente per il sostegno. È quindi necessario che il PDP predisposto consenta all’alunna di poter affrontare il percorso con serenità, grazie ad una didattica personalizzata nelle strategie e metodologie, grazie a prove di verifica e a criteri di valutazione personalizzati. Non potete certamente predisporre un PEI, previsto unicamente per alunni con certificazione di disabilità ai sensi della legge 104/92, che sarà, invece, possibile nel caso in cui arrivasse la certificazione di disabilità, anche se fosse ad anno scolastico iniziato. Infine non è possibile nel modo più assoluto utilizzare per nessuno ore di sostegno già assegnate ad un qualunque alunno con disabilità.


Sono una docente di sostegno della scuola primaria e nella classe in cui lavoro è stato certificato il terzo alunno con Legge 104. La richiesta per l’insegnante di sostegno è stata presentata alla scuola il ad agosto. A tutt’oggi la scuola non ha provveduto ad informare le docenti (lo hanno fatto i genitori)  per cui ci chiediamo se questo alunno quest’anno debba avere un PEI o per il ritardo della ASL bisogna aspettare il prossimo anno scolastico? 

L’integrazione scolastica è un diritto e quindi non è condizionata da limiti di tempo o organizzativi. Avendo la scuola ha ricevuto la documentazione riguardante l’alunno iscritto alla vostra classe, e per il quale dovrebbe aver inoltrato richiesta per il sostegno, avreste dovuto essere informati già da tempo (ovvero prima dell’avvio del nuovo anno scolastico). Se la scuola non ha provveduto a inoltrare la richiesta del numero di ore di sostegno in organico di fatto o in sede di deroghe, la famiglia ha diritto a diffidare sia il dirigente scolastico, che l’Ufficio Scolastico Regionale e il Ministero, facendo presente che, dato il ritardo imperdonabile, si vedrà costretta a rivolgersi al tribunale civile per discriminazione, chiedendo i danni anche non patrimoniali, normalmente fissati dalla magistratura in mille euro al mese di ritardo rispetto all’inizio delle lezioni.Per quanto riguarda il PEI: poiché voi, come docenti della classe, avete ricevuto la comunicazione da parte dei genitori della consegna della documentazione alla scuola, informate di questo il Dirigente scolastico, chiedendo anche notizie sul docente di sostegno e, contestualmente, chiedete la convocazione del gruppo di lavoro (ovvero tutti i docenti della classe, i genitori e gli specialisti ASL) per la predisposizione del Profilo Dinamico Funzionale e del Piano Educativo Individualizzato per l’anno in corso. 


Sono un’insegnante di sostegno e lavoro in una scuola Primaria. Seguo un bimbo da cinque anni, l’alunno in questione per motivi inerenti alla patologia ogni giorno va via alle 12:30, uscita supportata da un certificato medico. Fino allo scorso anno avevamo un registro online strutturato in mezz’ore, da quest’anno la Dirigente ha cambiato il registro di sua iniziativa, e sostiene che dobbiamo firmare ad ore piene perchè il registro è strutturato così. Le chiedo può un Dirigente non tener conto dell’esigenza un bimbo diversamente abile e sostenere che l’orario deve essere fatto in virtù della strutturazione di un registro? 

La soluzione proposta dal Dirigente Scolastico comporta la perdita di un’ora settimanale di sostegno, e ciò è illegittimo; in questo caso il suggerimento è di parlare con il referente scolastico regionale operante presso il vostro ufficio scolastico regionale, affinché faccia comprendere al dirigente che, a fronte della sottrazione di un’ora di sostegno, sottrazione non giustificata altrimenti, la famiglia potrebbe far causa. Se invece l’obbligo di firmare diversamente, in modo alterno, non impedisce a lei di mantenere il rapporto nella sua classe per le due mezz’ore, anche quando firma sino alle ore 12.00, sarà problema della Dirigente assumersi la responsabilità che nella mezz’ora in cui lei non firma è egualmente presente in classe per la responsabilità di eventuali incidenti all’alunno o agli alunni della classe o incidenti procurati dall’alunno o dagli alunni della classe. Piuttosto è contrario alla legge che l’alunno debba rinunciare alle lezioni della scuola dell’obbligo per recarsi alla riabilitazione durante l’orario scolastico. È il caso che il Dirigente Scolastico faccia presente al direttore amministrativo, come pure a quello sanitario dell’Asl o al direttore del centro riabilitativo, che la riabilitazione non può sottrarre ore alla scuola dell’obbligo; li inviti quindi a garantire la riabilitazione pomeridiana, in orario extra-scolastico, altrimenti il D.S. si vedrà costretto a denunciare il caso per interruzione di un pubblico sevizio.


Dove posso fare una certificazione per la diagnosi funzionale? Io ho già ho fatto una visita dal neurologo ed anche un test neuropsicologico, dal quale risulta che ho un disturbo dell’apprendimento.

Per una diagnosi di disturbo specifico di apprendimento deve rivolgersi all’ASL e deve chiedere una “valutazione per DSA, ovvero disturbi specifici di apprendimento” in base alla legge 170 del 2010 e del decreto 5669 del 12 luglio 2011.


Sono la mamma di un bambino disabile di 10 anni che frequenta la 5 elementare. 
Lui ha sempre avuto insegnante di sostegno ed educatore. Quest’anno alla revisione della 104 ci hanno tolto la gravità e il comune ha eliminato la figura dell’educatore che per mio figlio è fondamentale in quanto lui non scrive e ha difficoltà di autonomia. 
Adesso stiamo aspettando la nuova visita che abbiamo subito richiesto  nella speranza che ci venga di nuovo riconosciuta la gravità visto che niente è cambiato dalle altre revisioni fatte. 
La mia domanda è la figura dell’assistente educatore è legata al riconoscimento della gravità? 

No, la figura dell’assistente all’autonomia e alla comunicazione non è associata al riconoscimento della gravità, bensì al bisogno effettivo dell’alunno rispetto all’autonomia personale e/o alla comunicazione, come stabilito dalla legge 104/92 all’art. 13.


Mio figlio rientra nello spettro dell’autismo. Gli hanno riconosciuto l’art 3 comma 3 della L.104/92.
Quest’anno frequenta la terza elementare in una scuola che prevede 27 ore settimanali.
A mio figlio sono state riconosciute 12 ore di assistente educativo e 22h di insegnante di sostegno.
Lo scorso anno hanno avuto delle ore in compresenza ma quest’anno la scuola ha ridotto le ore di sostegno (senza avvisare noi genitori) a 17 in quanto l’ente territoriale ha imposto la non compresenza delle due figure.
Cosa possiamo fare noi genitori per scongiurare questa riduzione? A chi possiamo rivolgerci per far valere i nostri diritti

Essendo suo figlio certificato con autismo e con l’art. 3 comma 3 della legge n. 104/92, è ovvio che deve essergli riconosciuto il rapporto 1:1, pari a 18 ore settimanali. Se il numero delle ore è stato ridotto senza la motivazione provata che suo figlio è migliorato rispetto allo scorso anno o senza che questo sia stato deciso in sede di redazione del PEI da parte del Gruppo di lavoro, potete inviare una lettera avente quali destinatari la scuola, l’Ufficio Scolastico Regionale e il MIUR (al Dirigente Generale per lo Studente), minacciando, se non ridanno il numero di ore dello scorso anno, che sarete costretti a fare ricorso al Tribunale civile per discriminazione ai sensi della legge n.67/2006. Ricevuta la lettera il Dirigente Scolastico della vostra scuola dovrebbe mandare una lettera all’Ufficio Scolastico Regionale, facendo presente la necessità dell’aumento del numero di ore di sostegno pari a quello dello scorso anno; deve inoltre far presente che lei (o lui) non si sente responsabile del danno erariale che certamente verrà a subire l’Amministrazione a causa della sicura vittoria della famiglia, pari a numerosissime sentenze già pronunciate in tutta Italia. La lettera va inviata anche alla Direzione Regionale della Corte dei conti; così è stabilito dalla sentenza del Consiglio di Stato n. 2023 del 2017. Quanto alla contemporaneità del docente per il sostegno e dell’assistente per la comunicazione, essa è indispensabile, trattandosi di alunno con autismo, il quale senza l’esperto in comunicazione, utile per lui, potrebbe non comunicare adeguatamente, rendendo vana la spesa del sostegno per le ore eccedenti il numero di quello di assistenza. Scrivete pure all’Ente che eroga questo servizio la stessa lettera. Nelle due lettere deve essere precisato che la motivazione dello scarso numero di ore dovuto ai tagli alla spesa pubblica, è incostituzionale come risposta; così è stato infatti deciso in due sentenze della Corte costituzionale: la s. n. 80/2019 per le ore di sostegno e la s. n. 275/2016 per le ore di assistenza.


Sono un docente laureato in filosofia e facente parte dunque delle classi di concorso A018 (filosofia e scienze umane) e A019 (filosofia e storia). Quest’anno sono stato chiamato a fare una supplenza nella classe di concorso attinente “filosofia e scienze umane”. Mi è stato detto dal referente per il sostegno che dovrò essere assegnato in due prime (in una ci sono già stato e so che ci sono due alunne da seguire) a fare inglese e matematica. Tenendo conto che non sono specializzato per il sostegno ed è la prima volta che lo faccio alle Superiori; tenuto anche conto che matematica e inglese non fanno parte delle mie classi di concorso: cosa devo fare?

La normativa vigente non prevede più la suddivisione in aree, come accadeva nel passato: la legge 128 del 2013 all’art 15 comma 3-bis, infatti, ha abolito le aree disciplinari nella scuola secondaria di secondo grado. Il docente di sostegno, come recita l’art. 13 al comma 3, è assegnato ad una classe in quanto in essa vi è iscritto un alunno con disabilità al fine di “promuovere attività di sostegno alla stessa” (citiamo testualmente: “3. Nelle scuole di ogni ordine e grado, (…), sono garantite attività di sostegno mediante l’assegnazione di docenti specializzati”. In assenza di docenti specializzati è possibile utilizzare, previa acquisita disponibilità, docenti non specializzati. Lei deve possedere competenze psico-pedagogico-didattiche, tecnologiche e linguistiche, come da CCNL, ma non certo specifiche competenze disciplinari, di cui sono responsabili, ciascuno per la propria, i docenti incaricati su posto disciplinare. Il suo compito non è quello di fare “l’insegnante privato dell’alunno o che dà ripetizioni”, bensì di coordinarsi con i colleghi di classe, affinché sia garantito e tutelato il diritto allo studio dell’alunno stesso (e quindi anche gli apprendimenti). Le suggeriamo di rivolgersi ai colleghi incaricati sulla disciplina e di raccordare con loro la/le modalità di intervento, tenendo presente che i contenuti formali sono loro compito. Tenga conto che lei, seguendo i consigli dei colleghi, potrà sostenere gli alunni, anche avvalendosi dei compagni della classe, mediante attività di apprendimento cooperativo.


Sono un’insegnante straniera di lingua straniera in un istituto superiore. Come tutti gli anni organizziamo uno scambio scolastico in famiglia all’estero per i ragazzi delle seconde. Quest’anno ho un bimbo tetraplegico e anche se il viaggio in sé non sarebbe un problema (aereo e treno che prenderemo con piattaforma per la sua carrozzina o il pullman della scuola ospitante che ci ha assicurato che lo includeranno in tutto e per tutto), la difficoltà (per lui come per tutti gli altri) è di trovare una famiglia idonea che possa accoglierlo. Ci siamo messi d’accordo con il padre che ci accompagnerebbe nel caso trovassimo una famiglia pronta ad ospitare sia lui che il figlio. La famiglia del bimbo però ci ha anche detto che se non troviamo una famiglia di accoglienza per loro due allora la gita sarebbe un’esclusione del loro figlio e che tutto lo scambio dovrà essere rimandato per le 3 classi che ci partecipano. Non conosco bene le leggi italiane a tal proposito e il mio dirigente scolastico si è trovato in difficoltà dicendomi di trovare una famiglia o di cancellare tutto. Mi può aiutare a capire se questa è l’unica strada percorribile? Io vorrei ovviamente che tutti potessero partecipare… 

Il Dirigente correttamente vi ha informato che l’attività promossa dalla scuola è possibile unicamente se per lo studente sussisteranno le stesse condizioni garantite ai compagni, con la piena partecipazione. Quando si programma un’uscita didattica o un viaggio di istruzione o, come nel vostro caso, uno scambio con famiglie all’estero, il Consiglio di classe deve necessariamente accertarsi che ogni attività promossa possa essere effettuata da ciascuno studente e da ciascuna studentessa e che nessuno, di conseguenza, possa essere escluso o possa veder per lui o per lei preclusa la possibilità di partecipazione. Ciò infatti si configurerebbe come discriminazione nei suoi confronti, perseguibile ai sensi della legge 67/2006. D’altra parte, che senso avrebbe un’attività programmata senza tener conto degli alunni della classe per i quali le attività stesse sono progettate? Nella situazione da voi descritta risulta non programmata in anticipo un’adeguata sistemazione per lo studente, e ciò, di per sé, rende la proposta non fattibile. 


Nella mia scuola che è un liceo artistico c’è un ragazzo con Pei differenziato molto grave tanto che lo stesso ha frequentato tutti i cinque anni in un’aula a parte perché impossibile integrarlo nella classe.
Arrivato in quinta il Consiglio di classe ha ritenuto giusto bocciarlo.
Mi chiedo se è legittimo dal momento che non esiste nessun obiettivo da raggiungere e se non è una strategia per prolungare semplicemente la permanenza dell’alunno a scuola o garantire il posto ai docenti.

Non sappiamo se lei svolga, nella sua scuola, funzione di docente o altro. Quello che, molto probabilmente, le sfugge, è che in Italia è stato volutamente scelto che tutti i cittadini e tutte le cittadine possano accedere alla scuola di tutti e che a tutti, come prevede la Costituzione, siano riconosciuti i diritti fondamentali, fra cui quello allo studio. Oggi, ai principi, sanciti dalla Costituzione e da numerose norme emanate dallo Stato italiano, fra cui la legge 104/92, che all’art. 12 comma 4 ribadisce chiaramente che nessuna disabilità può essere causa di impedimento al diritto all’educazione e all’istruzione, si aggiungono le ricerche in ambito pedagogico e neuro-scientifico, secondo le quali tutti apprendono; perché ciò avvenga deve esserci un’azione educativa intenzionale, gli studenti devono essere mesi nella condizione di poter “imparare”, partendo dalle loro capacità e potenzialità, presenti sempre; e non è la “quantità” degli apprendimenti o lo “standard” di quanto appreso che rende “utile o inutile” una persona, ma la qualità e la possibilità offertagli dal percorso formativo. Certamente questo richiede che nella scuola operino docenti professionalmente competenti.


Due alunne gravemente disabili di un IC usufruiscono da 6/7 anni dell’insegnante di sostegno con rapporto 1:1 più due ore di un educatore mandato dal Comune. Quest’anno il Comune ha fatto richiesta, a ridosso dell’inizio della scuola, di verbale accertamento invalidità dell’Inps revisionato. Documento che le alunne non hanno poiché mai richiesto in passato. In attesa non ha attivato le ore. Il dirigente, sostenendo che un docente di sostegno per legge non può sostituire un educatore, anche se in via temporanea, ha deciso di ridurre a 18 l’orario scolastico delle ragazze “richiedendo” alle famiglie di venirle a prendere prima da scuola. L’alternativa sarebbe aumentare le ore di sostegno ripartendo gli insegnanti sulle classi degli alunni H. Gradirei capire se tutto questo è normativamente corretto. Un alunno può avere più di 18 ore di sostegno? Un dirigente puo’ chiedere alle famiglie di ridurre l’orario dei propri figli perche’ non può garantirne la copertura?

Premesso che quando una certificazione INPS è scaduta, essa continua ad avere efficacia sino al rilascio della nuova certificazione, ciò in forza della legge n. 114/2014 art 25, comma 6-bis, e considerato che nella scuola secondaria di primo grado non si possono avere più di 18 ore di sostegno settimanali, poiché la certificazione continua ad aver valore, il Comune deve continuare ad assicurare le ore di assistenza già calendarizzate e previste (così come da richiesta del Dirigente Scolastico). Per altro, il Dirigente scolastico non può rifiutare la frequenza scolastica, adducendo alla “mancanza di ore di assistenza e/o di sostegno” tali da “coprire” tutte le ore di lezione (la norma non copre le ore, ma garantisce l’esercizio del diritto allo studio con l’erogazione delle risorse necessarie); ciò, infatti, è espressamente vietato dall’art 12 comma 4 della legge n. 104/92, secondo il quale nessuna disabilità può essere causa di esclusione (e neppure di riduzione) dalla frequenza scolastica.Il Dirigente scolastico che lo imponesse si esporrebbe al rischio di denuncia per abuso di potere, di interruzione di un pubblico servizio con conseguente ricorso al Tribunale civile per discriminazione con diritto al risarcimento dei danni, anche non patrimoniali, ai sensi della legge n. 67/06 sulla non discriminazione delle persone con disabilità.


Sono una docente di sostegno specializzata con titolo per l’insegnamento dell’inglese nella scuola primaria. Mi è stato chiesto dalle colleghe di classe di insegnare inglese nella classe dove è presente l’alunno disabile grave, poiché contitolare della classe. E’ possibile? 

Non solo è possibile attuare l’incarico misto in tutti gli ordini e gradi di scuola, ma è anche auspicabile al fine di potenziare il processo inclusivo e favorire la corresponsabilità educativa (D.lgs. 96/19, riferimento all’art. 14 comma 2 del decreto legislativo n. 66/17). Lei, pertanto, potrà insegnare l’inglese nella sua classe, mentre uno dei docenti del Team, sempre della stessa classe, sarà impegnato sul sostegno per le ore di insegnamento corrispondenti a quelle di insegnamento di inglese. Parlatene anche con il D.S. per formalizzare l’assegnazione di incarico.


Sono un’insegnante funzione strumentale inclusione. Nel caso non si trovasse mezzo idoneo al trasporto disabili in carrozzina la restante parte della classe può secondo la legge partecipare ugualmente al viaggio?

Nel caso vi fosse impossibilità di reperire un mezzo idoneo, impedendo la partecipazione di uno solo degli alunni della classe, l’uscita didattica non può aver luogo; attuare l’uscita didattica motivando la non partecipazione dell’alunno con disabilità per “assenza del mezzo di trasporto” si configura come azione discriminante nei confronti dell’alunno, perseguibile ai sensi della legge 67/2006. Vi suggeriamo di trovare un’altra soluzione per il mezzo di trasporto, contattando altri gestori, o, in alternativa, di modificare la destinazione, in modo che l’alunno con disabilità possa partecipare con i suoi compagni e con le sue compagne.

M. e C. Giovannetti, Dall’acqua alla luce

Dall’acqua alla luce

di Maurizio Tiriticco

Maurizio e Cristiana Giovannetti hanno voluto raccontare in un volume dal titolo “Dall’acqua alla luce, Ante Supuk moderno visionario”, edito nel 2019 dalla Rotostampa di Roma, “le origini, la vita, la famiglia, lo spirito imprenditoriale e il pensiero del loro trisnonno Ante Supuk, dando così la possibilità di conoscerlo ai propri figli e nipoti e, in ogni caso, a chi fosse interessato alla storia di Sebenico nella seconda metà dell’Ottocento e alle ‘imprese’ del suo Podestà” (p. 85).

Il volume è l’esito di una ricerca lunga e minuziosa, condotta su molteplici fonti (nella bibliografia ne figurano ben trentuno), e le più diverse: articoli, saggi, volumi, informazioni tratte da anagrafi, archivi di Stato (Sebenico, Spalato, Zara). Per ben due volte ricorre anche Niccolò Tommaseo. Ne consegue che le informazioni sono tante, e su un “pezzo di storia” poco noto! Gli storici in genere si interessano di “cose di grandi dimensioni”, spesso dimenticando che anche le vicende cosiddette piccole fanno la storia. Dobbiamo sempre ricordare quanto ci dice BertoltBrecht ne “Le domande di un lettore operaio”: “Il giovane Alessandro conquistò l’India. Lui solo? Cesare sconfisse i Galli. Non aveva con sé nemmeno un cuoco? … Ogni pagina una vittoria. Chi cucinò la cena della vittoria? Ogni dieci anni un grande uomo.Chi ne pagò le spese? Tante vicende. Tante domande”.

In effetti, oltre alla grande storia, quella dei grandi generali e dei grandi politici, c’è anche la piccola storia, quella che tocca la gente comune, i servi, i sudditi, i cittadini, i poveri soldati! Nella battaglia di Waterloo, tra amici e nemici, morirono circa 50.000 uomini! Molti di più, tra amici e nemici, persero la vita nella “campagna di Russia”! Ma i generali non muoiono mai! O quasi! A mia memoria solo un comandante, l’ammiraglio Horatio Nelson, trovò la morte nella battaglia navale di Trafalgar nel 1805! Per non dire poi che i nostri italici generali salvarono tutti la pelle quando, dopo la proclamazione dell’armistizio, l’8 settembre del ’43, scapparono da Roma per raggiungere Pescara, da dove si sarebbero imbarcati sulla corvetta Baionetta per raggiungere Brindisi! Già liberata dagli Angloamericani!

Ma c’è anche la piccola storia, che non si trova né sulle ricerche mirate né sui libri per le scuole! Quella che, purtroppo, riguarda solo le madri, le spose e le figlie dei caduti; e dei tanti civili caduti forse senza sapere bene il perché. E c’è anche la piccola storia quotidiana sulla quale nessuno storico si cimenta! Ma sulla quale c’è la testimonianza orale dei civili, delle persone comuni, le quali sono più spesso vittime della storia che protagonisti. Ma vi sono anche protagonisti attivi, che non fanno Storia, quella con la iniziale maiuscola, ma fanno tanto di quella bella storia minuscola, che è quella che conta di più! Vissuta! Goduta e sofferta!

Ed è il caso di Ante Supuk, né Giulio Cesare né Napoleone, ma un uomo come tanti, nato il 21 agosto del 1838 a Borgo di Terra (Varos), in quel di Sebenico nel Regno di Dalmazia, allora parte dell’Impero Austriaco. Ed ivi deceduto nel 1904. Nel volume molte pagine sono dedicate a Sebenico e alla sua storia, le cui origini risalgono all’Alto Medioevo e si intrecciano con la storia di Venezia, il cui dominio durò fino al 1797. Sono secoli nel corso dei quali a Sebenico vengono costruiti monumenti di grande importanza, la Cattedrale di San Giacomo, il Palazzo Divnic, il Palazzo Foscolo, il Palazzo Rossini. E sulle sue alture si erge maestosa la Fortezza di San Michele. Di fatto Sebenico costituiva una sorta di fortezza difensiva sul mare: un baluardo europeo – se vogliamo usare questa espressione – contro le minacce e gli attacchi continui dei Turchi. Dopo alterne vicende – va ricordato che per alcuni anni Sebenico fu anche sotto il dominio napoleonico – Sebenico e l’intera Dalmazia passano sotto la dominazione austriaca, che durerà fino al 1918. Ovviamente non mancarono i movimenti rivoluzionari ed irredentisti. Infine, “nella Dieta del 1870 i Nazionalisti ottengono la maggioranza con 25 seggi contro16, e la manterranno per sempre fino all’ultima votazione avvenuta nel 1908. Tra gli eletti si distingue Ante Supuk” (p. 43).

Da giovane Ante aveva magistralmente amministrato i possedimenti della famiglia sia nella Regione del Konjevrate, dove aveva una fattoria, che lungo le cascate del Krka, a Stradinski Buk, dove aveva dei mulini impiegati per macinare il piretro, un insetticida naturale. Ma Supuk ha una grande attenzione anche per la sua città. E’ infatti grazie all’impiego civico di Supuk che Sebenico conosce un grande sviluppo. Vengono asfaltate le strade, nascono la rete idrica e quella fognaria. Vengono rafforzate le strutture portuali e nasce la prima linea ferroviaria, la Siveric-Spalato. Attende alla costruzione di edifici pubblici: il Tribunal Circolare e l’Ufficio Postale; crea i primi impianti industriali moderni e fa erigere la statua di Niccolò Tommaseo. Vede anche la luce il primo parco cittadino. Ante attende anche alla costruzione del Teatro Mazzoleni, in onore dell’omonimo cantante lirico sebenicense.

Al fine di illustrare meglio quanto Supuk ha fatto per il suo Paese, è doveroso ricordare la testimonianza di Giuseppe Modrich, riportata su “La Dalmazia romano-veneta-moderna: note e ricordi di viaggio”, del 1892: “Idolo, nume, profeta dei subenzani è il loro podestà, Antonio Supuk, deputato del Parlamento di Vienna. Ad un suo cenno, sarebbero capaci di sacrificare la vita e le sostanze, di incendiare la città… La sua casa da anni è aperta in permanenza a chiunque, povero o ricco, cittadino o paesano. Alla mancanza di istruzione supplisce con una straordinaria prontezza di intuizione, con una bontà di cuore infinito, con un senso squisito per le miserie del popolino…” 

Occorre ricordare che nell’aprile del 1875 Sebenico riceve la visita dell’Imperatore Francesco Giuseppe, giuntovi a bordo del Miramar. E in tale occasione a Skrandinski Buk, la più grande cascata del Krka, viene costruito un ampio e panoramico belvedere che si affaccia sulla città. Insomma, è l’intera regione che acquista rinomanza e prestigio, ma…

…le cose non sono affatto finite! Verso la fine del secolo, ed esattamente nel maggio del 1888, il croato Nikola Tesla, fisico e ingegnere elettrico, tiene una conferenza nel municipio di Zagabria, cercando di convincere i cittadini a costruire una centrale elettrica. La cosa non era sfuggita ad Ante che, con il figlio Marco, si reca a Francoforte per visitarne l’esposizione, le innovazioni presentate e conoscere il valore delle proposte di Tesla. Di ritorno a Sebenico, Ante si adopera perché anche nella sua regione venga costruita una simile centrale! La sua proposta e la sua tenacia hanno successo. Dopo sedici mesi di lavori, nel 1895, con la costruzione della Centrale idroelettrica sul Skradinski Buk, grazie all’aiuto dell’ingegnare Vjekoslav Meichsner, ebbe inizio la distribuzione dell’energia elettrica in tutta la regione. E Sebenico, ovviamente, ne usufruì in modo particolare. In seguito lungo il fiume Krka vennero costruite altre centrali elettriche!

Nel 1895 Ante – con l’aiuto del figlio Marko e dell’ingegnere Vjekoslav Meichsner – procedette alla costruzione della centrale idroelettrica “Jaruga” alle cascate della Cherca. La centrale fu in grado di distribuire energia elettrica per l’intera città di Sebenico: vennero così alimentati il centro industriale e le strade cittadine. Si trattò del primo impianto idroelettrico dell’intera Dalmazia.

Nel 1904, l’11 maggio, Ante Supuk muore. La stampa dell’epoca riporta che “il funerale del 13 maggio è stato magnifico. Hanno partecipato i cittadini di Sebenico e i rappresentanti di molti Comuni della Croazia”. Il 4 giugno 1903 la posta croata ha voluto ricordarlo con l’emissione di un francobollo celebrativo del centenario della messa in funzione della Centrale elettrica di Jaruga. E nello scorso 2018 l’Archivio di Stato di Sibemik e il Museo della città di Sebenico hanno inaugurato una mostra dedicata ad Ante Supuk, “moderno visionario, politico e imprenditore di Sibenik, che ha usato le sue conoscenze e il suo potere per sostenere il progresso sotto ogni aspetto”.

Sciopero docenti e ATA per l’intera giornata del 14 febbraio

da Orizzontescuola

di redazione

Sciopero scuola per l’intera giornata del 14 febbraio 2020.

La Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento della Funzione Pubblica comunica che l’Associazione Sindacale ADL COBAS – Associazione Diritti Lavoratori COBAS, con nota del 13 gennaio 2020, ha proclamato lo sciopero di tutto il personale docente e a tempo indeterminato, determinato, ATA, atipico e precari della Scuola per l’intera giornata di venerdì 14 febbraio 2020.

Avviso

106mila prof a breve mancheranno

da La Tecnica della Scuola

Troppi pensionamenti, ma anche troppi supplenti e il Miur deve correre ai ripari, come pensa di fare la ministra che  ha annunciato di bandire quanto prima 4 concorsi, anche se, con l’avvio dell’anno scolastico 2020-2021, non si riuscirà a coprire tutte le cattedre.

Aumentano i supplenti

Si profila dunque un aumento importante di supplenti, considerato pure che secondo i primi dati sarebbero  circa 33mila i docenti che hanno fatto richiesta di quiescenza a partire dal 1 settembre 2020.

Intanto  la nostra scuola quest’anno ha in organico ben 170 mila supplenti, divisi tra quelli con contratti fino al 30 giugno e quelli fino al 31 agosto, la maggior parte dei quali non ha l’abilitazione per l’insegnamento e nonostante il ministero dell’economia abbia autorizzato oltre 53mila assunzioni per l’anno scolastico 2019-2020, solo la metà ha raggiunto l’obiettivo.

Infatti una assunzione su due è saltata e la cattedra è finita ad un supplente.

Intanto ai 170 mila  si aggiungono circa 60mila precari con contratti brevi, mentre quest’anno le “mad”, le messe a disposizioni hanno raggiunto livelli mai pensati.

4 concorsi attesi

Dunque l’attuale ministra Lucia Azzolina si ritrova a dover far partire quanto prima i 4 concorsi tanto attesi: il Miur è al lavoro per bandire 24.000 posti sul concorso straordinario per la scuola media e superiore e 25.000 sul concorso ordinario, c’è poi il concorso ordinario su infanzia e primaria e quello per i docenti di religione.

Forse al settembre il primo concorso

Complessivamente, fa notare Il Messaggero, si tratta di 70mila insegnanti da assumere. Anche se l’unico concorso che potrebbe partire subito e potrebbe concludersi, con le prime assunzioni per il 1° settembre prossimo, è quello straordinario per le scuole di II grado. Ma si tratta di compiere una corsa contro il tempo e comunque le 24mila eventuali assunzioni, riservate a medie e superiori, non andrebbero neanche a coprire il vuoto dei 33mila docenti che andranno in pensione.

Call veloce

Intano  la ministra Azzolina ha lanciato la cosiddetta call veloce con la quale sarà possibile assumere tutti quei precari che, accettando di spostarsi e garantendo il vincolo dei 5 anni, andranno ad insegnare fuori dalla loro provincia di origine o di graduatoria.

Concorsi scuola, si parte: il 29 gennaio incontro Miur-sindacati. Ecco i temi

da La Tecnica della Scuola

E’ arrivata la chiamata per i sindacati, che il 29 gennaio dovranno recarsi al Ministero dell’Istruzione per avviare il confronto sui concorsi docenti 2020.

Il tavolo a cui parteciperanno le organizzazioni sindacali e l’amministrazione guidata dal neo ministro Lucia Azzolina, servirà proprio ad iniziare il confronto sui temi dei concorsi, come già accennato nel precedente primo incontro.

Da parte loro i sindacati presenteranno una lista di interventi in merito: ad esempio, fa sapere la Flc Cgil, si punterà sulla pubblicazione della banca dati dei quiz, valutazione del servizio e requisiti di accesso.

Il sindacato di Francesco Sinopoli, vuole inserire anche la questione Tfa sostegno 2020, con il V ciclo in attesa di essere bandito.

Concorso straordinario secondaria

Centrale il tema del concorso scuola straordinario per la secondaria: la procedura riservata ai precari con 36 mesi di servizio svolti negli ultimi 10 anni mette in palio 24 mila posti

Potranno partecipare, ricordiamo, al concorso straordinario secondaria, i docenti in possesso dei seguenti requisiti:

  • almeno tre anni di servizio nella scuola secondaria statale (anche su sostegno) dal 2008/2009 al 2018/2019. Chi conclude la terza annualità nel 2019/2020 partecipa con riserva
  • uno dei predetti tre anni deve essere specifico, ossia svolto nella classe di concorso per cui si partecipa.
  • Potranno partecipare, anche se solo ai fini dell’abilitazione, i docenti che hanno maturato il servizio di tre anni nella scuola paritaria.

Per i posti di sostegno è necessario avere, oltre ai seguenti requisiti di servizio, la specializzazione sul sostegno.

Concorso ordinario scuola secondaria

Al concorso docenti scuola secondaria potranno partecipare tutti i candidati in possesso della laurea magistrale anche se privi di abilitazione. A questo requisito, tuttavia, deve essere aggiunto il possesso dei 24 CFU, ovvero crediti formativi universitari nelle “discipline antropo-psico-pedagogiche e metodologie e tecnologie didattiche”, che restano requisito d’accesso come previsto dal Decreto Legislativo n. 59/2017.

Ciò vuol dire che questo concorso docenti sarà aperto anche a chi non possiede abilitazione. Per questi candidati sarà possibile accedere con 24 CFU.

Per quanto riguarda i posti banditi per il sostegno, oltre ad i requisiti dei posti comuni, sarà necessario avere la specializzazione sul sostegno.

Infine dobbiamo specificare che al concorso scuola ordinario secondaria, potranno partecipare con il solo requisito del diploma “gli insegnanti tecnico-pratici sino al 2024/2025 potranno partecipare alle procedure concorsuali con il solo titolo di studio del diploma e senza l’obbligo del conseguimento dei 24 CFU”.

Concorso ordinario infanzia e primaria: cambia la tabella titoli

Il concorso ordinario infanzia e primaria invece è già pronto dallo scorso maggio, si attende solo il bando. Tuttavia, Azzolina, ha riferito di voler modificare la tabella titoli valutabili.

Il decreto ministeriale specifica che saranno ammessi a partecipare al concorso docenti i candidati in possesso di uno dei seguenti titoli:

  1. in scienze della formazione primaria o analogo titolo conseguito all’estero e riconosciuto in Italia ai sensi della normativa vigente;
  2. diploma magistrale con valore di abilitazione e diploma sperimentale a indirizzo linguistico, conseguiti presso gli istituti magistrali, o analogo titolo di abilitazione conseguito all’estero e riconosciuto in Italia ai sensi della normativa vigente, conseguiti, comunque, entro l’anno scolastico 2001/2002.

Per quanto riguarda invece le procedure per i posti di sostegno su infanzia e primaria è richiesto inoltre il possesso dello specifico titolo di specializzazione sul sostegno conseguito ai sensi della normativa vigente o di analogo titolo di specializzazione conseguito all’estero e riconosciuto in Italia ai sensi della normativa vigente.

Concorso religione cattolica

C’è anche il concorso docenti religione da predisporre. Lo ha ribadito il neo Ministro Lucia Azzolina.

Infatti, il decreto scuola, prevede l’indizione entro l’anno 2020, previa intesa con il Presidente della Conferenza episcopale italiana, di un concorso per la copertura dei posti per l’insegnamento della religione cattolica che si prevede siano vacanti e disponibili negli anni scolastici dal 2020/2021 al 2022/2023.

Concorso docenti religione, Cisl Scuola: “Si pensi alla stabilizzazione dei precari”

da La Tecnica della Scuola

La Cisl Scuola nazionale ha chiesto la convocazione di un tavolo tecnico per avviare un confronto concreto con il Miur, anche allo scopo di avvicinarlo ai problemi della categoria dei docenti di religione che, con quindicimila insegnanti e una anzianità di servizio media di 15 anni in tutto il territorio nazionale, aspetta anche in Sicilia da lungo tempo la stabilizzazione.

“Siamo dell’idea che l’imminente concorso annunciato dal Ministero, dovrebbe pensare più che alla selezione e al conseguente reclutamento di nuovi docenti, a una stabilizzazione del personale già in servizio”.  Cosi Francesca Bellia segretario generale Cisl Scuola Sicilia in una nota interviene sull’annunciato concorso per i docenti di religione con conseguente immissione in ruolo, dopo l’approvazione della legge n. 159/2019, all’art. 1-bis (Disposizioni urgenti in materia di reclutamento del personale docente di religione cattolica), pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 28 dicembre scorso.

In Sicilia i posti a bando saranno circa 400 a fronte di un numero maggiore di docenti precari. “Questa legge, non prevede però il doppio canale di reclutamento (concorso ordinario e concorso con riserva per i precari) disattendendo le legittime aspettative dei precari. Ci apprestiamo pertanto a intervenire anche nella stesura del bando per garantire maggiori tutele e per chiedere che non vengano perpetrate discriminazioni nei confronti dei colleghi”. Entro l’anno in corso si prevede la pubblicazione del bando per il reclutamento di docenti di religione di ogni ordine e grado di scuola, per il 70% della globalità dei posti funzionanti e che si renderanno vacanti e disponibili nel triennio 2020-21, 2021-22, 2022-23. Il 50% dei posti sarà riservato ai docenti aventi tre o più anni di servizio, anche non consecutivi (svolti per almeno 180 giorni o ininterrottamente dal 1 febbraio agli scrutini finali).

“Esaurita tale quota di riserva, coloro che si troveranno in posizione utile potranno comunque accedere in ordine di graduatoria alla trasformazione del rapporto a tempo indeterminato, anche entro il restante 50% dei posti. Nel periodo transitorio tra l’indizione e lo svolgimento del concorso, in quelle regioni dove si trovano docenti inclusi nelle graduatorie del concorso 2004, sarà possibile procedere all’immissione in ruolo attraverso lo scorrimento delle stesse. Anche se il provvedimento approvato presenta dei limiti, noi riteniamo necessario e urgente avviare l’iter concorsuale”.

La Cisl Scuola Sicilia, conclude: “Al momento attuale, nell’attesa di risposte dal nuovo Ministro, stiamo predisponendo eventuali azioni formative da proporre agli interessati al concorso anche al fine di contrastare eventuali formazioni a pagamento, che verranno proposte ai partecipanti, dissuadendo tutti dal partecipare a quelle non in linea con un bando che ancora non esiste, e che deve essere elaborato. Verranno indette assemblee territoriali per aggiornare i nostri iscritti e fornire indicazioni più precise”.

Assunzione docenti di sostegno, il Miur rischia il commissariamento

da La Tecnica della Scuola

Quella sulle assunzioni in ruolo dei docenti di sostegno è proprio una delle maggiori emergenze della scuola italiana. Per questo, a distanza di un anno, il Tar Lazio avvisa il Ministero dell’Istruzione: se l’amministrazione non dovesse ottemperare agli obblighi prescritti dalla sentenza n.196/2019 emessa dal Tribunale Amministrativo, scatterà il commissariamento.

Assunzioni sostegno, cosa dice la sentenza 196/2019 del Tar Lazio

Questa testata aveva già riportato la sentenza del Tribunale amministrativo del Lazio, evidenziandone i punti centrali.

Alla base del verdetto, c’è il sistema illogico del MIUR, che non tiene conto dei posti vacanti e procede invece con assurdi automatismi nella fase di assegnazione delle cattedre sul sostegno, con evidente pregiudizio per la didattica degli alunni.

Com’è noto, i docenti di sostegno sono di meno rispetto al fabbisogno da ricoprire. Il TAR del Lazio, aveva già stabilito che il MIUR, nell’assunzione del personale di sostegno, dovrà individuare la “[…] concreta esistenza delle condizioni legittimanti la necessità di insegnanti di sostegno, non potendosi lasciare esclusivamente all’esperimento degli strumenti di tutela la riconduzione a legittimità̀, attesa la particolare condizione della popolazione scolastica con disabilità […]”.

Quello che ancora una volta ha ribadito il Tar Lazio è che “non significa automaticamente che i posti di organico in deroga debbano confluire in quelli di diritto, ma semplicemente che la individuazione di tale ultima dotazione non possa essere ancorata sic et simpliciter a quanto esistente più di un decennio addietro, dovendosi invece puntualmente e attentamente monitorare la situazione per l’evidente aumento delle patologie individuate come rilevanti“.

In tale quadro, prosegue il Tar, l’obbligo dell’amministrazione si traduce nella necessità di una attenta istruttoria anche verificando la concreta esistenza delle condizioni legittimanti la necessità di insegnanti di sostegno, non potendosi lasciare esclusivamente all’esperimento degli strumenti di tutela la riconduzione a legittimità, attesa la particolare condizione della popolazione scolastica con disabilità. Il ricorso deve dunque essere accolto, con annullamento degli atti in epigrafe nella parte in cui non correlano il numero dei posti di organico e in deroga a una puntuale istruttoria alla luce delle risultanze emergenti anno per anno, limitandosi a un’applicazione per così dire automatica”.

Nella pratica, in fase di assegnazione delle cattedre di sostegno, deve essere necessario considerare il rapporto posto vacante-insegnante con titolo di specializzazione.

Ad oggi, fa notare il legale Sirio Solidoro che ha seguito dall’inizio la vicenda, il MIUR non ha fornito alcun tipo di riscontro circa l’esecuzione della sentenza precedente. Pertanto, è stato effettuato il ricorso per l’ottemperanza ed è stata decisa la nomina del Commissario ad acta, nel caso dovesse permanere l’inadempimento.

SENTENZA 923/2020 TAR LAZIO del 23/01/2020

Emergenza sostegno: aumentano gli alunni disabili e i supplenti

Come abbiamo scritto in moltissimi articoli, quella del sostegno è una vera e propria emergenza: infatti, continua ad aumentare il numero degli studenti con disabilità: in questo anno scolastico, secondo i dati del Miur, sono 259.757. Di questi 22.302 sono bambini che frequentano la scuola dell’infanzia, 95.383 vanno alla primaria, altri 69.021 alla secondaria di primo grado, infine 73.041 sono alle scuole superiori. Peccato che a tali numeri ci siano 150.609 docenti di sostegno, di cui ben 50.529 posti di sostegno sono in deroga.

Su questo fronte si attende con grande speranza il V ciclo del Tfa sostegno 2020, che dovrebbe portare almeno 21 mila nuovi docenti specializzati sul sostegno. Però, come la storia ci insegna, avere gli specializzati non risolve automaticamente il problema delle cattedre assegnate agli alunni con disabilità, dato l’altissimo numero di docenti già con il titolo che ogni anno sono costretti a contratti a tempo determinato, con moltissimi casi in cui la continuità didattica per gli alunni disabili puntualmente disattesa.