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TAR LAZIO reinserisce nelle GAE i docenti ingiustamente cancellati e annulla il DM n. 506/2018

IL TAR LAZIO reinserisce nelle GAE i docenti ingiustamente cancellati e annulla il DM n. 506/2018 : accolto il ricorso con sent. n.10867/2018 12 novembre 2018

contributo dell’Avv. Maurizio Danza

Di particolare interesse la sentenza n.10867/2018 pubblicata il 12 novembre 2018, con cui la sezione III Bis del TAR Lazio-Roma ha accolto il ricorso, con cui era stata richiesto il reinserimento di numerosi docenti precedentemente inseriti, ed ingiustamente cancellati dalle GaE per mancato aggiornamento ; nel caso di specie, era stato chiesto l’annullamento del decreto del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca n. 506 del 19.06.2018, nella parte in cui non prevede alcuna possibilità di reinserimento né alcuna modalità applicativa di presentazione della relativa domanda per chi, come i ricorrenti, ed il conseguente reinserimento nella rispettiva graduatoria e fascia di appartenenza. Alla camera di consiglio del 5 novembre 2018, il Collegio stigmatizzando la violazione da parte del MIUR posta in essere con il Decreto Ministeriale n. 506/2018 ha accolto il ricorso patrocinato dall’Avv. Maurizio Danza del Foro di Roma, annullando i provvedimenti impugnati e disponendo l’inserimento dei ricorrenti nelle graduatorie a esaurimento con la seguente motivazione : “ La giurisprudenza del Consiglio di Stato (da ultimo sentenza 4835/2018) ha ritenuto “il principio per cui dalla trasformazione delle antiche graduatorie permanenti in GA.E non discende alcuna preclusione del reinserimento nelle stesse dei soggetti che vi erano già iscritti pleno jure in passato ma, per l’omessa domanda di permanenza per il precedente aggiornamento, ne sono stati cancellati; – più in particolare, quantunque la mancata presentazione della domanda comporti la cancellazione dalla graduatoria per gli anni scolastici successivi, ma è sempre consentito al docente interessato, su sua domanda, il reinserimento nella graduatoria; – il mutamento delle graduatorie permanenti in GAE, in base all’art. 1, co. 605 della l. 27 dicembre 2006 n. 296, non ha cambiato tutto ciò, poiché le GAE non consentono nuovi inserimenti, ma non precludono, nella sede dei relativi aggiornamenti ed a seguito di nuova domanda tempestivamente presentata, il reinserimento nelle GAE successive, con la conservazione del punteggio già ottenuto (cfr. così Cons. St., VI, 15 novembre 2017 n. 5281; id., 13 dicembre 2017 n. 5868); – se quindi è giusto depurare le GAE dalla presenza di docenti che effettivamente non abbiano più interesse a permanervi, non è corretto determinarne l’esclusione, anch’essa permanente e, ad avviso dei decreti impugnati in prime cure, immodificabile sol perché desunta in via implicita a mezzo del silenzio o inerzia, anche incolpevole, tenuta dagli interessati, cosa, questa, che tuttavia confligge col citato art. 1, co. 1-bis, II per. del DL 97/2004; – la norma, infatti, sanziona l’omessa domanda con l’esclusione dalle graduatorie, ma solo rebus sic stantibus, onde questa non è comunque assoluta, potendo gli interessati, nel termine poi assegnato per i futuri aggiornamenti delle GAE, dichiarare di volervi nuovamente figurare”.

16 NOVEMBRE STUDENTI IN PIAZZA

RETE STUDENTI E UDU – 16NOV STUDENTI IN PIAZZA – GIU’ LA MASCHERA: NON E’ QUESTO IL CAMBIAMENTO

Giù la maschera.
Lo grideremo domani, 16 novembre, da Roma a Venezia, da Firenze a Cagliari, da Bologna a Messina, come Rete e Udu, nelle piazze di tutta Italia.

 

Giammarco Manfreda, Coordinatore Nazionale della Rete degli Studenti Medi, dichiara: “Chiediamo che questo Governo metta giù la maschera sui fondi in istruzione. Non è accettabile che si promettano investimenti per fare propaganda, ma che allo stesso tempo il Ministro dell’Istruzione dica che “bisogna scaldarsi con la legna che si ha”, e che pochi giorni dopo saltino fuori 29 milioni di euro di tagli: 14 sulla scuola, 15 sull’università.

Saremo in piazza anche perchè cambiare il nome e ridurre le ore di alternanza non risolverà il problema dello sfruttamento! E i 56 milioni “risparmiati” col taglio delle ore, dove finiranno? Diciamo basta alla propaganda sulla pelle degli studenti!”

 

Enrico Gulluni, Coordinatore Nazionale dell’Unione degli Universitari, continua: “Il Governo per mesi ha annunciato l’abolizione del numero chiuso alle Università. Mai un parere degli studenti, mai una proposta concreta, mai un confronto con il CNSU. Per superare l’attuale metodo di accesso servono investimenti, che partano dall’orientamento alle scuole superiori fino alle borse di specializzazione medica, e soprattutto serve un confronto vero con gli studenti!”

Come Rete e Udu chiediamo che si metta giù la maschera anche sul tema della sicurezza: la manovra “Scuole Sicure” spaccia per sicurezza l’installazione delle telecamere e i cani antidroga fuori dalle scuole: ma a “spacciare morte” gli edifici pericolanti in cui studiamo. Poi c’è il Decreto Sicurezza di Salvini, che fa leva sull’incertezza delle nostre vite per criminalizzare lo straniero e offende il concetto stesso di cittadinanza: no al razzismo mascherato da legge!

 

Concludono Gulluni e Manfreda: “Giù la maschera sul diritto allo studio. Nella giornata internazionale del diritto allo studio gli idonei non beneficiari sono ancora una triste realtà, così come un’altissima contribuzione universitaria e il calo delle iscrizioni alle università di Centro e Sud. Ogni anno inoltre, come studenti delle superiori, paghiamo migliaia di euro in libri, trasporti, materiale. Chi non li ha, lascia la scuola: sono 150mila gli studenti che ogni anno abbandonano. E in Italia si preferisce fare condoni agli evasori fiscali anzichè stanziare fondi per creare una Legge Nazionale sul diritto allo studio.”

Non siamo più disposti ad aspettare.

Non siamo più disposti a credervi.

Non è questo il cambiamento.

Giù la maschera!

CONCORSO: TUTELARE DIRITTI DOCENTI CON 36 MESI DI SERVIZIO

CONCORSO, DI MEGLIO: “TUTELARE DIRITTI DOCENTI CON 36 MESI DI SERVIZIO”  

“È necessario che il governo vari un provvedimento ad hoc per salvaguardare i legittimi interessi dei precari con 36 mesi di servizio”. Così Rino Di Meglio, coordinatore nazionale della Gilda degli Insegnanti, interviene in merito alla norma contenuta nella legge di Bilancio che prevede un unico concorso ordinario per le scuole secondarie aperto a tutti i laureati e con soltanto un 10% di posti riservato ai precari non abilitati con 3 anni di insegnamento.

“Rispetto al vecchio decreto attuativo della legge 107/2015 che aveva istituito un concorso riservato ai precari con 36 mesi di servizio, la nuova norma è nettamente peggiorativa per questa categoria di docenti. Non dimentichiamo che, in base a una sentenza della Corte europea, è interdetta la reiterazione dei contratti a tempo determinato oltre i 36 mesi: serve, dunque, una soluzione urgente che regolarizzi la condizione lavorativa di questi precari di terza fascia che, altrimenti, rischiano di vedere vanificati anni di servizio”.

“La riserva del 10% non è affatto sufficiente per assorbire la vasta sacca di precariato che lo Stato ha alimentato per anni stipulando contratti a tempo determinato invece di assumere in pianta stabile gli insegnanti di cui la scuola aveva bisogno – afferma Di Meglio  -. Riteniamo, inoltre, inadeguato rispetto al problema e irrispettoso nei confronti dei docenti in questione intervenire con una norma all’interno di quel calderone che è la legge di Bilancio. Chiediamo, dunque, al ministro Bussetti di aprire un confronto sul tema con i sindacati, così da individuare insieme la soluzione migliore ed evitare ulteriori lotte intestine tra precari e guerre tra poveri”.

Modelli e strategie di prevenzione e contrasto alla dispersione scolastica

Modelli e strategie di prevenzione e contrasto alla dispersione scolastica

QUANDO E DOVE
Il 16 novembre 2018 si terrà presso l’Auditorium del Liceo Classico “Carducci” il convegno nazionale di avvio del progetto “Oltre i confini. Un modello di scuola aperta al territorio” che promuove iniziative sulla prevenzione e contrasto alla dispersione scolastica, sull’orientamento e la lotta all’abbandono scolastico.

LAVORI
La mattinata tratterà i temi della Povertà Educativa e le Linee di intervento, prevenzione e contrasto alla dispersione scolastica e prevede il saluto di Alberto Fontana della Fondazione Cariplo. Prosegue poi con gli interventi di Walter Moro, Presidente del CIDI di Milano, Milena Santerini, Università Cattolica di Milano, Daniele Checchi, Università Statale di Milano, Umberto Margiotta, Università Cà Foscari di Venezia, Luigi Berlinguer, già Ministro dell’Istruzione

LABORATORI
Nel pomeriggio i protagonisti dei laboratori saranno i partner del progetto sulla tematica “Scuola – Territorio: un’alleanza strategica per contrastare la dispersione scolastica”

IL PROGETTO
Il progetto è stato selezionato dall’Impresa Sociale “Con i Bambini” nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Fondo che nasce da un’intesa tra le Fondazioni di origine bancaria rappresentate da Acri, il Forum Nazionale del Terzo Settore e il Governo e che sostiene interventi finalizzati a rimuovere gli ostacoli di natura economica, sociale e culturale che impediscono la piena fruizione dei processi educativi da parte dei minori.

I Partner
Esso vede il coinvolgimento di 70 partner di cui 45 Istituzioni scolastiche, 23 Enti del terzo settore per un totale di 9 regioni (Lombardia, Piemonte, Liguria, Veneto, Campania, Basilicata,
Puglia, Sicilia, Sardegna) e l’Università degli Studi di Milano con il Dipartimento di Economia per valutare l’impatto sociale a conclusione dei 4 anni del progetto.

Elementi innovativi
Il progetto prevede la costruzione di 45 Presidi Educativi, uno per ogni scuola, caratterizzati come spazio polifunzionale alta densità educativa, luogo di aggregazione fra scuola, attori del sociale e servizi, famiglie e studenti.

ORGANIZZAZIONE
C.I.D.I. di Milano – Via San Dionigi 36 – 20139 Milano
Tel. 0229536488/90 – fax 0287181408 – e-mail: cidimi@cidimi.it

LINKOGRAFIA
www.cidimi.it

Convegno Nazionale

PROGRAMMA

Legge di bilancio

Legge di bilancio: anche per il Governo giallo-verde la conoscenza è un costo da contenere

Le scelte di finanza pubblica che emergono dalla lettura della legge di bilancio 2019 delineano un quadro del tutto insufficiente per i settori della conoscenza. Come avevamo affermato nel commento al Def, nonostante la previsione di un significativo indebitamento nel triennio, il Governo non cambia la tendenza dei precedenti esecutivi reiterando una politica di definanziamento su scuola, università, ricerca e AFAM. Se la conoscenza non sembra comparire tra le scelte di investimento per la crescita e lo sviluppo del Paese, le politiche di “sostegno ai redditi” pur indicate come via per la ripresa degli investimenti privati, non determinano uno stanziamento adeguato al rinnovo dei contratti pubblici. Nonostante infatti i primi ottimistici annunci, le risorse previste sono sufficienti unicamente a coprire la stabilizzazione dell’elemento perequativo ereditato dal precedente contratto e a coprire l’indennità di vacanza contrattuale. Siamo cioè molto al di sotto delle già scarse risorse stanziate dal precedente governo.

Quale futuro per l’alternanza scuola-lavoro

Quale futuro per l’alternanza scuola-lavoro

L’ANP è in più occasioni intervenuta per sostenere la validità formativa dell’alternanza scuola-lavoro (ASL) che, resa obbligatoria dalla legge 107/2015, ha visto gli studenti coinvolti in iniziative esterne alle aule scolastiche ma incardinate nel curricolo di istituto e realizzate sia in orario di lezione mattutino che di pomeriggio. Come è noto, l’ASL punta a promuovere l’integrazione tra scuola e tessuto socioeconomico ma, soprattutto, a facilitare l’orientamento alle scelte future (di studio o di lavoro) degli studenti stessi. Si tratta di una esperienza necessaria per conseguire uno sviluppo personale completo perché il contatto con il mondo del lavoro consente di acquisire alcune competenze – le cosiddette soft skills – che la classica formazione scolastica sostanzialmente ignora, privilegiando un approccio didattico prevalentemente “frontale” e trasmissivo.

Di fronte al testo della manovra finanziaria per il 2019 che, già dal corrente anno scolastico, trasforma l’ASL in percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento, l’ANP ribadisce la propria contrarietà.

La riduzione del numero minimo di ore obbligatorie porterà ad un nuovo “taglio” dei finanziamenti finalizzati all’istruzione – e l’Italia non brilla certo per la percentuale di PIL ad essa dedicata – con conseguente pregiudizio nei confronti dei numerosissimi studenti che hanno partecipato ad ottimi percorsi di alternanza. È del tutto comprensibile che le scuole che hanno affrontato i percorsi di ASL senza avere pregresse esperienze significative sul campo possano sentirsi inizialmente sollevate ma rischiamo, sul periodo medio-lungo, di aumentare nel Paese il divario di successo formativo che già affligge i nostri studenti.

Per prevenire queste conseguenze negative, l’ANP ritiene necessario che si assicurino comunque le risorse per rendere realizzabili le scelte già effettuate dalle istituzioni scolastiche autonome, anche per evitare che esse siano costrette a rivedere le convenzioni eventualmente sottoscritte con le aziende e a rimodulare i progetti di alternanza, a discapito della coerenza didattica e della qualità dell’offerta formativa promessa agli studenti.

Sembra inoltre che le nuove linee guida, da emanarsi entro 60 giorni dall’entrata in vigore della legge di bilancio 2019, obbligheranno le scuole a gestire l’attività di ASL seguendo due differenti regimi giuridici: uno fino al 31 dicembre 2018 ed uno fino alla conclusione dell’anno scolastico. Si tratta, in tutta evidenza, di una ulteriore complicazione gestionale, a fronte di tutte le istanze di semplificazione che da anni presentiamo e che non ci stancheremo di sostenere.

Chiediamo pertanto che l’Amministrazione riconsideri la materia e che proponga, in sede di approvazione della legge di bilancio, il mantenimento del monte orario e del finanziamento attualmente previsto, introducendo semmai opportuni indicatori di qualità dei percorsi di ASL.

Ici-Chiesa, una sentenza storica

Ici-Chiesa, per l’Uaar è una sentenza storica:
“ora urgente recuperare le somme”

“Finalmente è stata sancita l’esistenza di un ingiusto quanto palese privilegio e soprattutto la necessità di porvi rimedio” – commenta così Adele Orioli, portavoce e responsabile iniziative giuridiche Uaar, la sentenza della Grande Chambre della Corte di giustizia dell’Ue in merito all’esenzione totale dall’Ici per gli immobili di proprietà della Chiesa come scuole, cliniche e alberghi, che ha annullato le precedenti decisioni della Commissione nel 2012 e della stessa Corte di Strasburgo in prima istanza. Sull’argomento, anche l’Uaar era intervenuta con proprie iniziative nei confronti delle istituzioni europee, nonché con una petizione online:
https://www.change.org/p/le-scuole-private-paritarie-paghino-l-ici-imu-tasi

L’Italia ha quindi ora l’obbligo di recuperare le somme dovute, non essendo più stata considerata valida la scusa, accettata inizialmente, delle “difficoltà organizzative” che ne avrebbero determinato l’assoluta impossibilità di determinare retroattivamente il tipo e la percentuale di attività (economica o on economica), e quindi la riscossione.

Parliamo di cifre più che considerevoli” – prosegue Orioli – “come da anni noi dell’Uaar evidenziamo sul sito www.icostidellachiesa.it”: 620 milioni l’anno, tra i 4 e i 5 miliardi di arretrato secondo le stime dell’Anci”. E altrettanto considerevoli potrebbero essere le somme che l’Italia si troverà costretta a pagare per le procedure di infrazione nel caso non adempiesse celermente.

Dispiace che la stessa decisione non sia stata presa anche per l’Imu; il discrimine per la Corte in questo caso è stata l’esenzione limitata ai soli locali dedicati al culto. Che però è distinzione che funziona solo sulla carta e facilmente eludibile”. In ogni caso, conclude Orioli, “considerati i possibili introiti anche della sola Ici da un governo che cerca fondi, ci sembra auspicabile un rapido e deciso intervento per attuare quella che è sicuramente una sentenza storica – che scrive la parola fine a privilegi e corrispondenti discriminazioni distorsive dell’intera vita economica del paese”.

Crescita, lavoro, sviluppo

Crescita, lavoro, sviluppo: le proposte di CGIL, CISL e UIL per aprire il confronto con il Governo

Gli esecutivi unitari di CGIL, CISL e UIL, riuniti a Roma lunedì 22 ottobre, hanno dato il via a una campagna di consultazione delle lavoratrici e dei lavoratori sulle proposte, contenute in un corposo documento, con le quali le Confederazioni chiedono l’apertura di un confronto col Governo sui contenuti della manovra economica.

La consultazione si svolgerà nelle prossime settimane su tutto il territorio nazionale, con assemblee sui luoghi di lavoro e iniziative territoriali. Per il comparto dell’Istruzione e della Ricerca sono fra l’altro previste tre grandi assemblee interregionali che si svolgeranno secondo il seguente calendario

Giovedì 8/11 Bari (Puglia, Basilicata, Campania, Calabria)
Giovedì 15/11 Roma (Toscana, Umbria, Marche, Lazio, Abruzzo/Molise, Sardegna, Sicilia)
Lunedì 26/11 Milano (Liguria, Lombardia, Piemonte, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Valle d’Aosta, Trentino, Emilia Romagna)

La piattaforma messa a punto dalle tre Confederazioni, evidenziando in apertura come il superamento delle politiche di austerity sia una delle richieste avanzate da tempo dai sindacati sia in ambito nazionale che europeo, rileva con preoccupazione come la manovra risulti “carente di una visione del Paese e di un disegno strategico che sia capace di ricomporre e rilanciare le politiche pubbliche finalizzate allo sviluppo sostenibile e al lavoro”.

30 novembre sciopero scuola: cambiare nei fatti, non a parole

USB Scuola: 30 novembre sciopero scuola: cambiare nei fatti, non a parole

L’USB P.I. Scuola accoglie la proposta di mobilitazione nazionale del 30 novembre lanciata dalla campagna BastAlternanza.
Alla base delle rivendicazioni della Campagna, troviamo dei punti per noi dirimenti per la costruzione di una scuola radicalmente diversa da quella costruita nell’arco di un ventennio dai governi italiani.
Ancora una volta, sentiamo la necessità di combattere contro una scuola sempre più subordinata alle logiche di mercato, all’aziendalizzazione, alla vuota retorica meritocratica e alla cosiddetta didattica per competenze. Insieme agli studenti, intendiamo lottare per una scuola realmente inclusiva, libera, centrata sulla crescita e sulla formazione degli studenti e delle studentesse.
Per questo abbiamo deciso di indire lo sciopero per l’intera giornata del 30 novembre. La scuola va posta al centro dell’agenda politica e sottratta ai vincoli di bilancio imposti dall’Unione Europea; essa deve ritornare ad avere la funzione di luogo di educazione collettiva e di formazione di individui consapevoli dei propri diritti e dei propri doveri.

In particolare, CHIEDIAMO:

1) l’abolizione totale dell’alternanza scuola-lavoro e la chiusura del carrozzone INVALSI, strumenti funzionali esclusivamente all’asservimento degli studenti e all’acquisizione di competenze utili al lavoro precario;
2) una vera quota 100 e l’immissione in ruolo su tutti i posti liberatisi in virtù del turnover;
3) la trasformazione di tutto l’organico di fatto in organico di diritto;
4) un piano mobilità che, sulla base dell’allargamento degli organici, permetta il rientro dei lavoratori esiliati della 107;
5) l’immissione in ruolo immediata, senza alcun concorso, per tutti i docenti con 36 mesi di servizio;
6) Piano straordinario di assunzioni  del personale ATA per la copertura del reale fabbisogno delle scuole;
7) internalizzazione dei servizi attualmente dati in appalto ai privati, stabilizzando tutto il personale ex-lsu Ata attraverso una procedura riservata ;
8) un vero rinnovo contrattuale e un reale adeguamento salariale che nulla abbia a che fare con la miseria del contratto 2016-2018;
9) il ritiro di ogni progetto di regionalizzazione del sistema di istruzione che lederebbe il principio solidaristico della redistribuzione della ricchezza sul territorio nazionale e  determinerebbe differenze sostanziali tra bambini e giovani del Nord e del Sud Italia;
10) eliminare la delega sul sostegno che riduce le ore di sostegno agli alunni disabili e incide negativamente sugli organici dei docenti;
11) un vero investimento sull’integrazione degli alunni non italofoni e l’inserimento dell’Italiano L2 all’interno di tutte le istituzione scolastiche di ogni ordine e grado.

Dati di adesione Sciopero generale 26 ottobre 2018

Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca
Ufficio di Gabinetto

COMPARTO ISTRUZIONE E RICERCA

26 OTTOBRE 2018

Sciopero generale per l’intera giornata indetto da CUB, SGB, SI COBAS, USI-AIT, SLAI COBAS e Associazione sindacale USI – fondata nel 1912 – a cui hanno aderito CUB SUR e SISA.

Dati di adesione

Sul sito del Dipartimento Funzione Pubblica sono stati pubblicati i dati di adesione allo sciopero che hanno riguardato tutte le istituzioni scolastiche/educative interessate (es. quelle all’estero, e/o di Trento, e/o di Bolzano, e/o comunali, etc..) oltre le scuole statali.

(http://www.funzionepubblica.gov.it/articolo/dipartimento/05-11-2018/dati-di-adesione-allo-sciopero-generale-del-26-ottobre-2018)

Per quanto concerne le sole istituzioni scolastiche statali, sulla base dei dati di adesione inseriti dalle istituzioni scolastiche mediante il programma di acquisizione presente sul portale SIDI, si evidenzia che:

  • le scuole che hanno comunicato i dati di adesione sono state 417 su un totale di 8.292 (89.45%);
  • 568 sono stati gli aderenti allo sciopero, cioè l’1.2 % delle 960.841 unità di personale tenute al servizio. Questo numero non comprende le 66.637 unità di personale assente per altri motivi (es: giorno libero, malattia, ferie, permesso, etc…).

I contratti bisogna anche leggerli, non basta firmarli

USB Scuola: Flc-Cgil, Cisl e Uil: i contratti bisogna anche leggerli, non basta firmarli

L’Usb-Scuola ha indetto a Catania per il 6 novembre un’assemblea in orario di lavoro. Prontamente è arrivata una nota alle scuole dalle segreterie provinciali di Flc-Cgil, Cisl e Uil con la quale si intima ai presidi di non concedere ai lavoratori le ore previste dal CCNL per la partecipazione alle assemblee sindacali. Le segreterie territoriali dei tre sindacati gialli, sostengono che “i soggetti che hanno diritto ad indire le assemblee sindacali in orario di servizio sono solo le OO.SS. rappresentative accreditate all’ARAN, cioè quelle firmatarie del CCNL”. Alcuni presidi, in realtà pochi, con una solerzia come minimo sospetta, hanno subito revocato le circolari dell’assemblea già diffuse tra i lavoratori. Sappiamo, d’altra parte, che l’iniziativa potrebbe essere nata da un gruppetto organizzato di presidi vicini alla Cgil. La domanda nasce spontanea: sono i presidi che cedono alle pressioni di Cgil, Cisl e Uil o sono questi ultimi che si fanno dettare la linea dai presidi della Cgil? Qualunque sia la risposta, la sostanza non cambia, perché sia gli uni che gli altri evidentemente ignorano la normativa. L’art. 39 c. 2 del CCNQ sulle prerogative sindacali del 4/12/2017, infatti, chiarisce senza ombra di dubbio che “le organizzazioni sindacali che, ai sensi dell’art. 10, comma 2, del CCNQ 13 luglio 2016, sono presenti alle trattative nazionali, in via eccezionale e limitatamente al triennio 2016-2018, hanno titolo ai diritti sindacali di cui agli artt. 4, 5 e 6 (4 – Diritto di assemblea – 5 – Diritto di affissione – 6 – Locali). Sarebbe sufficiente leggere i contratti con la dovuta attenzione per capire che l’assemblea indetta dall’Usb, presente alla trattativa nazionale per il CCNL come abbiamo dimostrato a tutti i presidi in una nostra nota di chiarimento, è pienamente legittima, come dichiarato anche dall’Aran. Nessuna interpretazione da azzeccagarbugli può ribaltare questa verità.

Da parte nostra non possiamo fare altro che confermare l’assemblea di giorno 6 e invitare tutti i lavoratori a partecipare numerosi.

I dirigenti sono già stati avvisati: chiunque dovesse ostacolare la partecipazione dei lavoratori all’assemblea, sarà denunciato per condotta antisindacale ai sensi dell’art. 28 dello Statuto dei lavoratori.

UN CONCORSO PER DIRIGENTI SCOLASTICI PIU’ EQUO E DISTESO

UN CONCORSO PER DIRIGENTI SCOLASTICI PIU’ EQUO E DISTESO

 

Concluso il primo tempo della prova scritta del concorso nazionale per dirigenti scolastici continuiamo a ricevere segnalazioni dai candidati circa difformi comportamenti tenuti ,dalle diverse commissioni di vigilanza, fra una sede e un’altra e fra una Regione e un’altra.

In alcune Regioni i corsisti hanno potuto usare tranquillamente i codici normativi che avevano portato con sé completi di DM, DI e DPCM. Altri invece, come i candidati piemontesi , umbri, siciliani, hanno dovuto pinzare o strappare pagine dei testi legislativi o consegnarli alla commissione senza più poterli consultare, facendo perdere tempo e concentrazione ai candidati: in alcuni casi la prova è iniziata con quasi due ore di ritardo. Una situazione che ha creato enorme confusione e agitazione nelle persone, proprio nei minuti precedenti la prova scritta che richiedeva capacità di gestione simultanea del tempo, della concentrazione mentale, della calma oltre ovviamente alle competenze culturali previste.

Si tratta di fatti gravi in un contesto di graduatoria nazionale che rischiano di portare nuovi ricorsi e rallentamenti con seri rischi per l’effettiva immissione in ruolo dei vincitori entro l’anno scolastico 2019/20.

Le numerose lamentele ci hanno segnalato anche che in molti casi i computer utilizzati, spesso obsoleti, non erano in condizioni perfette: tastiere parzialmente fuori uso, linee che funzionavano ad intermittenza.

A tutto ciò , quando la tecnologia ha funzionato, tutti i candidati hanno evidenziato una mancanza di tempo che non ha permesso loro la possibilità di riflettere, di rileggere , con l’immagine della clessidra che segnava lo scorrere inevitabile del tempo, creando ansia e panico.

La sinteticità è campo fertile dell’intelligenza pragmatica, ma è deserto per l’intelligenza empatica, che i maggiori studiosi pongono a base della leadership dei dirigenti scolastici. E quest’ultima nei quiz a risposta aperta non alberga.

 

Pertanto riteniamo indispensabile rivedere questo sistema di reclutamento con una prova scritta meno stressante, più equa, che affida la selezione dei candidati, più al fattore tempo che non alla necessaria riflessione di messa a frutto dell’impegno di studio profuso.

Per questa ragione chiediamo al Ministero di riesaminare tutta la procedura concorsuale che non può e non deve assomigliare ad una gimkana ad ostacoli che, certamente, non garantisce la selezione dei migliori futuri dirigenti scolastici. Inoltre, la nomina dei commissari sia di vigilanza che esaminatori, venga preceduta da una formazione adeguata, come avviene ormai in ogni grande organizzazione di reclutamento di personale da destinare ad incarichi apicali.

 

 

DIPARTIMENTO DIRIGENTI SCOLASTICI UIL SCUOLA RUA

No alla regionalizzazione dell’istruzione!

USB Scuola: No alla regionalizzazione dell’istruzione!

La regione Veneto ha proposto una legge delega per un’autonomia molto accentuata, in materie essenziali come la sanità e l’istruzione, ma anche rapporti con l’UE, coordinamento del sistema tributario, gestione dei beni culturali, ecc. Lo ha fatto alla luce del terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione che consente di attribuire alle regioni che ne facciano richiesta alcune materie di competenza statale, tra cui le “norme generali sull’istruzione”. La regione Veneto si è sentita giustificata in questa operazione dalla vittoria riportata dai “sì” nel referendum regionale consultivo il cui quesito era: “Vuoi che alla Regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?”. Questo disegno di legge che la Costituzione consente, grazie alla riforma del titolo V del 2001, ha carattere espressamente secessionista e preoccupa che altre regioni “ricche” del Nord stiano lavorando a disegni di legge simili, prima fra tutte la Lombardia, dove, peraltro il Referendum consultivo sull’autonomia è stato fallimentare.
Per quel che riguarda l’istruzione, la proposta è sostanzialmente la regionalizzazione completa di scuola e università: programmi, tassazione, ricerca, personale. Questo significa che la regione avrebbe totale arbitrio in tutte le decisioni che riguardano l’istruzione, indipendentemente da quello che accade nel resto del paese. Questa richiesta si associa a quella di attribuire alla regione Veneto risorse maggiori, da sottrarre alle altre regioni, nonché al loro sistema di istruzione, in base a parametri che tengano conto del maggior gettito fiscale prodotto dai veneti.
È chiaro che non possiamo che respingere questa proposta per molti motivi, tutti di enorme portata.
In primo luogo, siamo di fronte alla violazione più completa del principio solidaristico e di redistribuzione su base nazionale, per cui chi produce più ricchezza potrà tenerla per sé, impoverendo chi è già più debole. Una legge del genere permetterebbe di avere tanti sistemi di istruzione quante sono le regioni italiane, creando evidenti sperequazioni e differenze di opportunità tra i bambini e i giovani del paese. L’autonomia in fatto di programmi ci fa pensare a programmi piegati alle esigenze del sistema produttivo dei diversi territori; non è un caso che le proposte partano da quelle regioni dove il sistema produttivo ancora tiene e che evidentemente ritengono di potersi liberare della “zavorra” delle regioni del Sud o, in generale, più impoverite, restando agganciate alle nazioni centro e nord europee e al loro sistema economico.
Ci preoccupa moltissimo l’idea che il personale diventi regionale, per molte ragioni: in primo luogo perché, come nel DDL Pittoni per l’istituzione del domicilio professionale, ci leggiamo il vecchio progetto leghista delle gabbie salariali e la volontà di impedire alle persone di trasferirsi, ovvero impedire ai docenti del sud di tornare nelle terre d’origine. Ma la regionalizzazione del personale ci preoccupa anche perché si concretizzerebbe in una perdita di retribuzione, visto che tradizionalmente il settore regionale (quello della Formazione Professionale) ha stipendi più bassi di quello dei docenti statali. Inoltre, la regionalizzazione dei titoli e delle vie di accesso alla professione docente potrebbe comportare esiti paradossali e pericolosi.
Infine, non ci sembra affatto che i settori che già sono in carico in gran parte alle regioni, come la sanità, ne abbiano risentito positivamente: allungamento dei tempi d’attesa, proliferazione di centri privati, aumento dei ticket, gravi episodi di corruzione, come recentemente dimostrato dal caso Formigoni.
Non possiamo poi non sottolineare che questa legge è resa possibile dallo stravolgimento della Costituzione che è rappresentato da quel Titolo V, modificato a seguito di un referendum consultivo a scarsissima partecipazione (nemmeno il 35% degli italiani di cui solo il 64% circa si espresse favorevolmente alla modifica costituzionale) e che due anni fa, invece, gli italiani, con grandissima partecipazione, si sono espressi con chiarezza contro ulteriori stravolgimenti della costituzione.
USB Scuola respinge categoricamente questa proposta di legge ed è pronta alla mobilitazione su ogni fronte per difendere la scuola pubblica e statale, unica e uguale per tutti i bambini, i giovani e i lavoratori del paese.

ZERO INVESTIMENTI IN SCUOLA NELLA MANOVRA DI BILANCIO

RETE STUDENTI E UDU – VERGOGNA: ZERO INVESTIMENTI IN SCUOLA NELLA MANOVRA DI BILANCIO

 

Il Governo ha varato la manovra di bilancio 2019, confermando quelle che erano le anticipazioni uscite gli scorsi giorni, e cioè che su scuola e università non c’è la minima traccia di investimenti, al di là dei proclami di alcuni membri del governo, anzi, come messo nero su bianco il 23 ottobre in occasione dell’approvazione del decreto fiscale, ci sono solo tagli.

Dichiara Enrico Gulluni, coordinatore nazionale dell’Unione degli Universitari: “Il testo della legge di bilancio conferma quelle che erano le anticipazioni: non c’è alcun tipo di investimento su istruzione e formazione universitaria. Gli annunci su ampliamento della no-tax area, sulla volontà di superare il numero chiuso e sull’ampliamento dei fondi per il diritto allo studio si sono rivelati, come avevamo preannunciato, solo vuoti slogan elettorali senza alcun tipo di progetto alle spalle. Vengono invece abolite le cosiddette cattedre Natta, inserite nella legge di bilancio 2016, operazione contro la quale ci eravamo opposti fin dall’inizio, ma a quanto pare i fondi recuperati non sono stati reinvestiti per finanziare il fondo per il diritto allo studio o il fondo per il finanziamento ordinario delle università.
Inoltre, all’art. 78, si afferma che le risorse per le Università dovranno crescere di pari passo al PIL e si legano all’equilibrio della finanza pubblica, ma dal calcolo del fabbisogno si scorporano le voci degli investimenti e della ricerca. Di fatto si limitano gli ambiti di investimento e sarà praticamente impossibile mettere dei fondi aggiuntivi che vadano a finanziare in maniera strutturale l’Università, oltre a legare i fondi all’andamento della finanza pubblica, cosa a nostro avviso molto grave.
L’articolo 32 parla dell’assunzione di 1000 nuovi ricercatori, misura assolutamente insufficiente visto che non riesce a coprire nemmeno il turnover annuale della categoria. Il Governo dimostra ancora una volta di non avere assolutamente la percezione delle cose all’interno degli atenei”


Giammarco Manfreda, coordinatore nazionale della Rete degli Studenti Medi: “Ancora una volta non viene nominato il diritto allo studio, in un paese che non riesce a stare al passo dei maggiori partner europei sul rapporto Pil/spesa pro capite per studente. Questo governo si inserisce a pieno titolo all’interno di una tradizione politica che non guarda agli studenti e ai giovani come motore sociale del Paese, limitando per altro quei pochi investimenti fatti in campo di accesso alla cultura con il Bonus Cultura. Proprio su questo ci sarebbe piaciuto confrontarci con il governo non solo sui fondi da destinare al Bonus, ma sul modello di questo contributo, che non condividiamo, e sulla destinazione del disavanzo degli anni precedenti.”

Continua Manfreda: “L’assenza di un piano strutturale per l’edilizia scolastica evidenzia l’incuria di questo governo nei confronti della sicurezza degli studenti. Non basta destinare questi 250 milioni per le infrastrutture provinciali, dal momento in cui non solo non sono assolutamente sufficienti a fronte di una necessità complessiva di ma rischiano di non essere utilizzati a causa dello status di inagibilità politica che colpisce molte province in Italia. Inoltre vengono tagliate di quasi il 60% le ore di alternanza scuola lavoro a partire dall’anno scolastico in corso, con conseguente taglio proporzionato delle risorse: pensiamo che tagliare i fondi per i percorsi di alternanza sia una manovra cieca che non punta a incrementare la qualità degli stessi e che sia la perfetta applicazione della logica del cosiddetto “risparmio”. Saremo comunque in prima linea per discutere le proposte del governo sulle linee guida dell’alternanza.”


Concludono Gulluni e Manfreda: “Il taglio di 29 milioni alle spese del MIUR e il bonus di 50 milioni per le aziende che assumono pescando da un ristretto bacino di giovani qualificati sono provvedimenti che seguono la stessa linea di pensiero: una misura per nulla trasversale che rischia di di trasformarsi nell’ennesima mancia alle aziende in cambio di qualche assunzione. Questa manovra di bilancio è assolutamente insufficiente, e non possiamo accettare che questo governo continui incoerentemente, in alcune sue figure, a sbandierare aperture nei confronti degli studenti: i conti parlano da soli! Giù la maschera: saremo in piazza il 16 novembre.”