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Il Decreto-Legge 30 settembre 2026, n. 170

Il Decreto-Legge 30 settembre 2026, n. 170: integrazione, inclusione, identità scolastica, PNRR e profili di criticità

Avv. Gianfranco Nunziata (Foro di Salerno)

1. Premessa

Il Decreto-Legge 30 settembre 2026, n. 170, entrato in vigore il 1° ottobre 2026 e destinato alla conversione parlamentare entro sessanta giorni, si presenta come un intervento eterogeneo ma politicamente molto riconoscibile: regolare avvio dell’anno scolastico 2026/2027, accompagnamento delle misure PNRR di competenza del Ministero dell’istruzione e del merito, ridefinizione di alcuni strumenti di inclusione, rimodulazione di risorse e, soprattutto, forte marcatura simbolica su integrazione degli studenti stranieri e assetto culturale della scuola.

Dal punto di vista giuridico, il decreto incide su almeno quattro piani distinti:

  1. diritti degli alunni e delle famiglie;
  2. organizzazione del servizio scolastico;
  3. rapporto tra fonte legislativa e autonomia scolastica;
  4. rapporto tra legge e disciplina contrattuale del personale .

L’analisi che segue risponde ai sei quesiti proposti.

2. Integrazione degli alunni stranieri e sanzioni: cosa prevede il decreto?

Le disposizioni più controverse sono contenute, negli artt. 12 e 13 del decreto .

2.1. Segnalazione ai servizi sociali e corsi obbligati per i genitori

Il decreto prevede che le istituzioni scolastiche segnalino ai servizi sociali i casi in cui persistenti barriere linguistiche dei genitori stranieri ostacolino l’integrazione scolastica o il percorso educativo del minore. A seguito della segnalazione, i servizi sociali possono predisporre un progetto personalizzato di sostegno alla genitorialità, comprendente un percorso gratuito di alfabetizzazione e apprendimento della lingua italiana presso i CPIA, finalizzato al conseguimento di un livello almeno A2 del QCER.

La mancata partecipazione al percorso, dopo diffida e in assenza di giustificazioni, comporta una sanzione amministrativa pecuniaria da 200 a 1.000 euro, con applicazione della legge n. 689/1981 in quanto compatibile; l’accertamento risulterebbe rimesso ai CPIA e l’irrogazione al prefetto. Sono inoltre previste esenzioni per ipotesi di disabilità, gravi patologie o impedimenti lavorativi documentati .

2.2. Divieto di partecipazione con volto coperto

Sempre l’art. 12, introduce il divieto di partecipare alle attività scolastiche curriculari ed extracurriculari con il volto coperto o comunque in modo da impedire il riconoscimento, salvo ragioni sanitarie o specifiche esigenze didattiche o formative. Anche qui la sanzione è amministrativa, da 200 a 1.000 euro, con accertamento da parte del dirigente scolastico e irrogazione da parte del prefetto .

2.3. Tetto del 30% nelle classi prime

L’art. 13 introduce poi una disciplina sulla composizione delle classi prime, con un tetto massimo del 30% di studenti stranieri individuati secondo criteri che variano per ordine di scuola.

Più precisamente:

  • scuola primaria: il limite riguarda gli alunni senza cittadinanza italiana non nati in Italia o che non abbiano frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia;
  • scuola secondaria di primo e secondo grado: il limite riguarda gli studenti stranieri che non abbiano frequentato con esito positivo almeno tre anni scolastici nel sistema nazionale di istruzione.

Se il limite non è rispettabile, gli Uffici scolastici territoriali devono adottare misure organizzative di redistribuzione presso istituti viciniori, tenendo conto del principio di prossimità e delle esigenze familiari, inclusa l’assistenza a disabili gravi. Se neppure tale soluzione è praticabile, il decreto istituisce un fondo ministeriale per attività extracurricolari di potenziamento linguistico, con una dotazione di 3.400.000 euro per il 2027 e di 14.139.760 euro annui dal 2028 .

2.4. Valutazione d’insieme

Sul piano sostanziale, il decreto costruisce l’integrazione secondo una logica duale:

  • da un lato, misure di supporto linguistico;
  • dall’altro, strumenti conformativi e sanzionatori verso famiglie e distribuzione degli iscritti .

È questa la scelta di fondo che spiega gran parte del dibattito giuridico sul provvedimento.

3. Sostegno e inclusione: cosa prevede il decreto?

Il secondo asse del decreto, assai rilevante per famiglie, docenti e istituzioni scolastiche, riguarda PEI, ore di sostegno e funzionamento degli organismi dell’inclusione, con interventi che incidono direttamente sul d.lgs. n. 66/2017 e sulla legge n. 104/1992 .

3.1. PEI: nuove scadenze 

Quindi, per gli alunni di nuova iscrizione o con nuova certificazione, il PEI provvisorio va redatto entro giugno e il PEI definitivo entro il 15 ottobre. Per gli alunni già inseriti nella stessa scuola, il PEI definitivo deve invece essere adottato entro giugno, con possibilità di aggiornamento nelle prime due settimane di ottobre, salva la possibilità di ulteriori modifiche in presenza di nuove condizioni documentate .

La ratio dichiarata sembra essere quella di dare maggiore stabilità alla programmazione inclusiva, riducendo il continuo riavvio procedurale ad ogni anno scolastico .

3.2. Ore di sostegno: motivazione e continuità

Il decreto modifica anche il regime delle ore di sostegno. Secondo la sintesi più completa disponibile, il PEI deve definire, con adeguata motivazione, il numero delle ore di sostegno da attribuire alla classe . Inoltre, nel passaggio da un anno scolastico al successivo, va valutato prioritariamente il mantenimento del numero di ore dell’anno precedente, salvo aggiornamenti motivati da nuove condizioni; nei passaggi tra gradi di istruzione, il PEI può essere aggiornato ai fini della nuova definizione delle ore .

Questa disposizione rafforza il principio di continuità, ma al tempo stesso potrebbe irrigidire la dinamica di adattamento del sostegno ove le scuole o le amministrazioni la interpretassero in chiave meramente conservativa .

3.3. Approvazione del PEI anche in assenza di una componente

Un ulteriore profilo riguarda la possibilità che il GLO/GLI approvi il PEI anche in assenza di una delle componenti previste, purché questa sia stata regolarmente convocata e la mancata partecipazione impedisca il rispetto dei termini. La misura risponde a un’esigenza pratica evidente: evitare paralisi amministrative. Tuttavia, essa tocca il delicato equilibrio tra tempestività dell’adozione e pienezza della partecipazione delle famiglie e delle figure tecnico-sanitarie.

3.4. Altre misure collegate: orientamento, dispersione e inclusione

Il decreto rifinanzia anche strumenti di orientamento, tutoraggio e contrasto alla dispersione, con stanziamenti pari a 30 milioni di euro per il 2026 e 40 milioni di euro per il 2027. Pur non essendo misure di sostegno in senso stretto, esse si collocano entro una nozione più ampia di inclusione scolastica, intesa come permanenza effettiva nel percorso formativo.

3.5. Valutazione d’insieme

La linea del decreto in tema di sostegno appare quindi duplice:

  • maggiore standardizzazione procedurale;
  • rafforzamento della continuità amministrativa e didattica .

Il punto critico sarà verificare se tale standardizzazione riuscirà a convivere con la natura necessariamente individualizzata del diritto all’inclusione dell’alunno con disabilità.

4. Trasformazione dell’identità scolastica: tradizione vs modernità

Uno dei nuclei più simbolici del decreto riguarda la ridefinizione dell’identità del secondo ciclo e, più in generale, del profilo culturale della scuola italiana .

4.1. Tecnici e professionali “diventano” licei

L’art. 9 interviene sulla nomenclatura e sulla struttura dell’istruzione tecnico-professionale, prevedendo la ridenominazione degli istituti tecnici in licei tecnologici e degli istituti professionali in licei professionali .

La riforma non pare limitarsi a un mutamento lessicale. Tuttavia, viene anche precisato che resterebbe fermo l’assetto ordinamentale di fondo previsto dalla normativa previgente, il che lascia intuire una soluzione di compromesso: forte impatto identitario, ma continuità di impianto sul piano tecnico-ordinamentale .

4.2. Il ritorno del latino nella scuola secondaria di primo grado

L’art. 3, comma 2, introduce un’ora settimanale facoltativa di latino nella scuola secondaria di primo grado, a decorrere dall’anno scolastico 2027/2028, affidata a docenti della classe A-12 in possesso dei requisiti previsti .

Si tratta di una disposizione fortemente evocativa: da un lato si richiama la tradizione umanistica, dall’altro la si presenta come opzionale e integrata in un percorso di educazione linguistica .

4.3. Significato politico-culturale della riforma

Queste norme suggeriscono che il decreto non si limita a misure tecniche di gestione del sistema scolastico. Esso esprime piuttosto una precisa idea di scuola:

  • più ordinata e riconoscibile sul piano simbolico;
  • più orientata alla lingua nazionale come fattore di integrazione;
  • più incline a recuperare segni della tradizione liceale e umanistica .

Sotto questo profilo, il decreto è anche un intervento di politica culturale.

5. Gestione delle risorse e PNRR: in cosa consiste?

Il quarto blocco normativo riguarda le risorse e l’apparato amministrativo necessario al completamento delle misure PNRR e alla tenuta ordinaria del sistema .

5.1. Rifinanziamenti e fondi dedicati

Tra le misure indicate emergono:

  • incremento delle risorse per orientamento, tutoraggio e contrasto alla dispersione: 30 milioni per il 2026 e 40 milioni per il 2027 ;
  • incremento del Fondo per il miglioramento dell’offerta formativa, con 5 milioni di euro per il 2026, destinati a remunerare prestazioni straordinarie connesse agli adempimenti PNRR ;
  • risorse una tantum per revisori dei conti e per personale coinvolto nella rendicontazione dei progetti ;
  • stanziamenti per la retribuzione accessoria di personale comandato presso strutture ministeriali e per lavoro straordinario del personale delle amministrazioni centrali .

5.2. PNRR ed edilizia scolastica

Si segnalano inoltre la prosecuzione delle disposizioni speciali per il completamento degli interventi di edilizia scolastica PNRR già avviati ma non ultimati. Il decreto consentirebbe l’uso di procedure semplificate, l’impiego di quote fino al 2% delle risorse per assistenza tecnica e il ricorso a strumenti di cooperazione o affidamento in house per il supporto tecnico-operativo .

5.3. Il modello amministrativo sotteso

L’obiettivo sembra chiaro: rafforzare la capacità esecutiva dell’amministrazione scolastica e ministeriale nella fase finale del PNRR, evitando colli di bottiglia amministrativi e ritardi di spesa. Il decreto, sotto questo profilo, è costruito come una normativa di accelerazione: più fondi mirati, più flessibilità gestionale, più coperture per straordinari, controllo e rendicontazione.

5.4. Il rovescio della medaglia

Resta però un elemento problematico: molte coperture sembrano derivare da riallocazioni interne, riduzioni di altri fondi o accantonamenti preesistenti. Ne deriva il dubbio che l’efficienza venga perseguita più attraverso redistribuzione emergenziale di risorse che mediante una pianificazione strutturale.

6. C’è conflittualità del decreto con il CCNL scuola?

Il tema non può essere affrontato in termini assoluti. Non ogni intervento legislativo che incide sull’organizzazione del servizio scolastico viola il CCNL; tuttavia, il decreto apre alcune aree di potenziale tensione con la disciplina contrattuale .

6.1. Il quadro contrattuale di riferimento

Il CCNL 2022-2024 riserva alla contrattazione collettiva integrativa e alle relazioni sindacali un ruolo preciso in materie quali criteri di ripartizione del fondo d’istituto, compensi accessori, organizzazione di alcuni profili del lavoro, utilizzo delle risorse per progetti e formazione. Lo stesso CCNL afferma che la contrattazione integrativa si svolge nel rispetto delle procedure di legge e del contratto e che l’informazione del dirigente scolastico deve essere resa in tempi congrui rispetto alle operazioni di avvio dell’anno scolastico .

6.2. Primo punto di tensione: trattamento economico e incentivi

L’art. 3, comma 3 del decreto stabilisce: “nelle more della definizione in sede di contrattazione collettiva nazionale”, fisserebbe un elemento retributivo una tantum di carattere accessorio pari al 10% del trattamento stipendiale in godimento. Qui la tensione con il CCNL non è automatica, perché il legislatore può intervenire su profili economici del pubblico impiego. Tuttavia, la scelta legislativa di quantificare unilateralmente un emolumento tipicamente collegato a dinamiche negoziali può comprimere lo spazio della contrattazione, soprattutto se la disciplina transitoria tende a stabilizzarsi o a orientare in modo vincolante il futuro assetto contrattuale .

6.3. Secondo punto di tensione: destinazione vincolata di fondi e compensi

L’incremento del MOF/FMOF per finalità specifiche legate al PNRR e ad attività straordinarie del personale, così come la previsione di stanziamenti per determinate voci accessorie, può generare attriti con le regole contrattuali che disciplinano criteri di utilizzo, ripartizione e contrattazione delle risorse accessorie .

Il punto, tecnicamente, non è se la legge possa stanziare fondi: certamente può. Il punto è quanto dettagliatamente possa conformarne l’utilizzo senza svuotare le sedi negoziali previste dal contratto.

6.4. Terzo punto di tensione: organizzazione del lavoro e nuovi adempimenti

Le nuove scansioni procedurali sul PEI, le attività di segnalazione ai servizi sociali, gli adempimenti connessi alle misure di integrazione, le attività ulteriori per orientamento e PNRR possono riflettersi su carichi di lavoro, funzioni e attività aggiuntive di docenti e personale ATA.

Anche in questo caso, non vi è necessariamente un contrasto frontale; vi è però un’area di frizione se gli oneri organizzativi dovessero tradursi in prestazioni ulteriori non correttamente governate mediante informazione, confronto e contrattazione integrativa, laddove richiesta.

6.5. Conclusione sul punto

Si può dunque affermare che il decreto non è in conflitto automatico e totale con il CCNL scuola, ma contiene disposizioni che possono generare tensioni applicative in almeno tre ambiti:

  1. trattamento economico accessorio;
  2. destinazione di risorse contrattualmente rilevanti;
  3. organizzazione del lavoro e relazioni sindacali .

La verifica decisiva dipenderà dal testo definitivo di conversione e, soprattutto, dagli atti applicativi.

7. Ci sono profili di illegittimità?

Sì, il decreto presenta diversi possibili profili di criticità, che tuttavia vanno distinti tra questioni di costituzionalità, questioni di legittimità amministrativa e questioni di coordinamento con fonti superiori o parallele.

7.1. Profili di costituzionalità sulle misure riguardanti studenti stranieri e famiglie

Le disposizioni sugli artt. 12 e 13 espongono il decreto a censure in relazione ai principi di uguaglianza, ragionevolezza, non discriminazione e diritto all’istruzione.

I punti più delicati sono almeno tre:

  • la selezione dei destinatari sulla base della combinazione tra cittadinanza, nascita in Italia e pregressa scolarizzazione nel sistema italiano;
  • la previsione di segnalazioni ai servizi sociali fondate su “persistenti barriere linguistiche” dei genitori, formula che può porre problemi di determinatezza del presupposto;
  • la sanzione economica nei confronti di nuclei familiari spesso già vulnerabili, con possibile dubbio di proporzionalità .

7.2. Libertà religiosa e divieto di volto coperto

Il divieto di partecipare alle attività scolastiche con volto coperto, sebbene giustificato dal valore dell’identificabilità e della sicurezza, può interferire con la libertà religiosa e con la libertà di manifestazione della propria identità personale. La sua tenuta costituzionale dipenderà essenzialmente dalla proporzionalità della misura, dalla chiarezza delle eccezioni, dalla neutralità applicativa e dal fatto che essa non si traduca in una discriminazione indiretta verso determinate confessioni o culture.

7.3. Tutela degli alunni con disabilità

Le norme sul PEI e sulle ore di sostegno sollevano questioni diverse. Il principio di continuità è in sé coerente con la tutela dell’alunno, ma la regola del mantenimento prioritario delle ore precedenti e la possibilità di approvazione del PEI in assenza di una componente dell’organismo competente potrebbero essere censurate ove, in concreto, riducano la personalizzazione del progetto o comprimano il diritto di partecipazione della famiglia.

In altri termini, il rischio di illegittimità non è tanto nella struttura astratta della norma, quanto nella sua possibile applicazione amministrativa standardizzata in danno di diritti soggettivi particolarmente protetti.

7.4. Uso del decreto-legge e requisito di necessità e urgenza

Poiché il decreto-legge è fonte straordinaria, resta sempre aperto il tema della coerenza delle singole misure con i requisiti di straordinaria necessità e urgenza. Mentre alcune disposizioni organizzative sull’avvio dell’anno scolastico o sul PNRR appaiono facilmente riconducibili a tale presupposto, altre — come la ridenominazione identitaria degli istituti o l’introduzione del latino facoltativo dal 2027/2028 — potrebbero risultare meno immediatamente collegate alla logica emergenziale tipica del decreto-legge.

7.5. Legittimità amministrativa delle misure attuative

Anche qualora la norma primaria superasse il vaglio costituzionale, restano possibili vizi degli atti applicativi, per esempio:

  • redistribuzione degli alunni senza adeguata motivazione o in violazione del principio di prossimità;
  • segnalazioni ai servizi sociali fondate su criteri indeterminati o prassi stereotipate;
  • gestione del PEI senza effettiva considerazione del caso concreto;
  • utilizzo delle risorse accessorie in modo non coerente con i vincoli contrattuali e procedurali.

8. Considerazioni conclusive

Il Decreto-Legge n. 170/2026 è, probabilmente più di altri recenti interventi in materia scolastica, un decreto “di indirizzo politico” oltre che di gestione amministrativa. Esso combina infatti:

  • misure di controllo e regolazione dell’integrazione degli alunni stranieri;
  • interventi di razionalizzazione dell’inclusione scolasticadegli alunni con disabilità;
  • una marcata operazione di ridefinizione simbolica dell’identità della scuola;
  • strumenti di accelerazione amministrativa e finanziariaper il PNRR .

Sul piano giuridico, il decreto non è destinato a suscitare solo problemi interpretativi, ma anche contenzioso. I principali fronti riguarderanno verosimilmente:

  1. la compatibilità delle norme su famiglie straniere e composizione delle classi con i principi costituzionali di uguaglianza e non discriminazione;
  2. la tutela effettiva del diritto all’inclusione degli alunni con disabilità;
  3. il rapporto tra disciplina legislativa d’urgenza e spazi riservati alla contrattazione collettiva nel comparto scuola.

In definitiva, il decreto si muove lungo la linea di confine tra esigenza di efficienza del sistema e compressione di garanzie individuali e collettive. Sarà la fase di conversione, e poi soprattutto l’attuazione amministrativa, a dire se tale equilibrio reggerà.

Dal tetto allo straniero al Patto Formativo

Dal tetto allo straniero al Patto Formativo

di Giovanni Fioravanti

Nel 2023 ho pubblicato con Armando editore La cultura della scuola. Facciamo un patto.

Nel libro propongo di superare l’organizzazione scolasticaper classi anagrafiche per passare, sulla base di patti formativi tra scuola famiglia e studente, a percorsi formativi individualizzati e a un’organizzazione per laboratori disciplinari.

In un sistema del genere il problema del tetto agli alunni non di lingua italiana per classe muterebbe completamente natura proprio perché verrebbe meno l’unità organizzativa sulla quale calcolare la percentuale, ovvero la classe anagrafica stabile.

Se la scuola fosse organizzata attraverso percorsi formativi singolarizzati, con laboratori disciplinari frequentati in funzione del percorso prescelto, la questione non sarebbe più quanti alunni non italofoni ci sono nella classe, ma quali competenze possiede ciascun alunno e di quali esperienze formative ha bisogno per portare a compimento il proprio percorso di apprendimento.

Il cambiamento, quindi, sarebbe profondo: dalla classe anagrafica al profilo di competenze.

Oggi, all’atto dell’iscrizione a scuola, si è assegnati ad una classe sulla base dell’età anagrafica. All’interno della stessa classe possono però trovarsi alunni e alunne con livelli estremamente differenti.

In una scuola per percorsi di apprendimento, invece, uno studente potrebbe frequentare contemporaneamente:

-matematica al livello corrispondente alle sue competenze;

-italiano scritto a un livello diverso;

-italiano L2 in un laboratorio specifico;

-inglese a un livello più avanzato;

-scienze insieme a studenti di età diverse;

-un laboratorio artistico o tecnologico corrispondente ai propri interessi e capacità.

La variabile decisiva non è più la cittadinanza ma il patto formativo concordato con la scuola.

Consideriamo un ragazzo di 13 anni arrivato dall’Ucraina o dall’India che possieda ottime competenze matematiche ma conosca poco l’italiano.

Oggi la scuola lo definirebbe genericamente come “alunno straniero con difficoltà”.

Nel modello laboratoriale il suo profilo sarebbe invece:

-matematica: avanzato

-scienze: intermedio-avanzato

-italiano comunicativo: A2

-italiano per lo studio: A1/A2

-inglese: B1

Non avrebbe quindi alcun senso collocarlo globalmente in un livello inferiore. Frequenterebbe un laboratorio intensivo di italiano, ma potrebbe contemporaneamente partecipare a matematica e scienze con compagni molto competenti.

Questo eviterebbe uno dei rischi più seri dell’attuale organizzazione: confondere una difficoltà linguistica con una difficoltà cognitiva.

Il tetto del 30%, dunque, perde gran parte del suo significato.

Supponiamo che in una scuola di 600 studenti vi siano 200 studenti con cittadinanza non italiana. Nel sistema attuale nasce immediatamente il problema della loro distribuzione sulla base del numero delle classi. Nel sistema laboratoriale sarebbe un problema secondario.

Alle 9.00 potrebbero esserci:

  • 18 studenti nel laboratorio di matematica avanzata;
  • 14 nel laboratorio di alfabetizzazione italiana;
  • 22 nel laboratorio di scienze;
  • 16 nel laboratorio di scrittura;
  • 20 nel laboratorio di inglese.

Alle 10.00 le combinazioni cambierebbero completamente, in quanto non esiste più una popolazione fissa della “classe”.

Potrebbe accadere che un laboratorio abbia il 60% di studenti di origine non italiana senza che ciò rappresenti alcun problema.

Per esempio, un laboratorio di italiano L2 livello A1 avrebbe comprensibilmente una percentuale altissima di studenti recentemente immigrati.

Viceversa un laboratorio di tecnologia potrebbe avere il 10%, il 30% o il 70% di studenti non di lingua italiana e la percentuale sarebbe pedagogicamente quasi irrilevante.

La domanda diventerebbe: il gruppo è funzionale all’apprendimento che deve realizzare?

Questa è la domanda pedagogicamente molto più significativa.

È questa la vera “singolarizzazione”. Una conseguenza particolarmente importante per gli studenti immigrati. Il problema dell’apprendimento dell’italiano potrebbe essere affrontato molto meglio.

Oggi succede spesso qualcosa di pedagogicamente paradossale. Un ragazzo appena arrivato viene inserito per quasi tutto il tempo in una classe dove comprende molto poco ciò che viene detto. Formalmente è “incluso”, ma dal punto di vista dell’apprendimento può essere largamente escluso.

Nel sistema laboratoriale potrebbe invece avere per alcuni mesi: 8 -10 ore settimanali di italiano intensivo L2, unite alla frequenza di matematica, educazione motoria, arte, musica, tecnologia e progressivamente delle altre discipline.

Quando raggiunge A2 o B1 le ore di italiano intensivo diminuiscono e aumentano quelle disciplinari. La transizione sarebbe graduale.

Integrare non significa fare stare tutti nello stesso luogo per tutto il tempo. Significa permettere a ciascuno di acquisire gli strumenti che gli consentono di partecipare realmente.

Si costituirebbe così una sorta di “mappa dinamica dell’apprendimento”. Il percorso formativo diventerebbe realmente individuale, per questo io lo definisco “singolarizzato”.

E qui il problema degli studenti “stranieri” cambierebbe radicalmente.

Non avremmo più studenti italiani e studenti che italiani non sono, ma studenti con differenti profili di competenza.

Il compito della scuola è quello di interrogarsi su come ciascuno può apprendere meglio, e questa dal punto di vista pedagogico è la trasformazione concettuale più importante: dalla gestione delle categorie di studenti alla progettazione delle condizioni dell’apprendimento.

Il problema vero a cui oggi ci troviamo di fronte non è il numero dei figli di famiglie immigrate che frequentano le nostre scuole ma la complessità educativa che riguarda tutti immigrati e non. Complessità educativa che questa nostra scuola così com’è non è in grado di affrontare e che non si può pensare di risolvere scaricandola sulle spalle degli insegnanti inventandosi circolari e decreti legge, meno che mai dando i numeri.

Compito dello Stato non è tradurre i problemi in percentuali, ma fornire alle scuole risorse, strumenti, spazi e docenti qualificati, se non è in grado di farlo significa che la politica ha fallito. 

La scuola non si misura con le percentuali

La scuola non si misura con le percentuali: servono insegnanti, strumenti e sostegno

La quota del 30 per cento può essere uno strumento di programmazione, ma non può diventare la risposta politica ai problemi della scuola. Prima dei numeri vengono le persone, le risorse, la sicurezza degli edifici e il riconoscimento del lavoro di chi ogni giorno tiene aperte le aule.

di Mario Borrata

Il 24 settembre il governo Meloni ha approvato un decreto che fissa al 30 per cento il limite per alcune categorie di alunni con cittadinanza non italiana nelle classi prime, a partire dall’anno scolastico 2027/28. Evitare che le difficoltà linguistiche si concentrino tutte nella stessa aula è un obiettivo serio. Fare di una percentuale il centro della risposta all’integrazione, però, è una priorità sbagliata e una scelta politica comoda. Si annuncia in pochi secondi; molto più difficile è garantire ciò che serve il giorno dopo, davanti a una classe.

Occorre essere precisi: il limite non riguarda indistintamente tutti gli studenti privi di cittadinanza italiana. Nella primaria il decreto considera la nascita in Italia e la frequenza della scuola dell’infanzia; nella secondaria, il percorso già compiuto con esito positivo nel sistema scolastico nazionale. Il governo prevede inoltre una distribuzione tra scuole vicine quando le iscrizioni non consentono di rispettare la soglia. Proprio per questo va discusso il merito della misura.

La cifra del 30 per cento, comunque, compariva già, di norma e con possibili deroghe, nella circolare ministeriale n. 2 del 2010. Il decreto introduce criteri diversi e una disciplina nuova, ma non risponde alla domanda decisiva: quante persone e quante ore in più saranno presenti nelle scuole quando un ragazzo avrà bisogno di imparare l’italiano?

Immaginiamo una studentessa arrivata da poco. Il primo giorno entra in un’aula dove non conosce nessuno, capisce solo alcune parole e rinuncia a fare una domanda per paura di sbagliare. Non le basta sapere che nella sua classe la soglia è rispettata. Ha bisogno di qualcuno che le insegni la lingua, di un insegnante che abbia il tempo di ascoltarla e di compagni con cui costruire fiducia. Dietro quel numero c’è anche il momento in cui decide se alzare la mano o restare in silenzio.

Il decreto prevede risorse per attività extracurricolari di potenziamento dell’italiano. È un intervento da valutare concretamente, ma i bisogni linguistici non aspettano la fine delle lezioni. Si manifestano mentre si legge un problema di matematica, si comprende una consegna o si prova a raccontare cosa è successo a casa. Servono percorsi di italiano L2 durante la giornata scolastica, mediatori quando necessari e un’organizzazione che non lasci il docente solo a improvvisare.

La sfida non è trovare un numero facile da ripetere in televisione. È mettere un insegnante nelle condizioni di seguire chi è appena arrivato senza sottrarre attenzione agli altri venti o venticinque ragazzi. Per farlo bisogna ridurre le classi troppo numerose nei contesti più difficili, assicurare organici stabili e rafforzare il personale ATA. Chi parla di integrazione dovrebbe dire anche quante ore di lavoro qualificato intende finanziarla.

La continuità educativa dipende da chi insegna. Ogni anno docenti precari cambiano scuola e studenti fragili devono ricominciare a fidarsi di un adulto nuovo. Retribuzioni adeguate, reclutamento meno tortuoso e percorsi di abilitazione economicamente accessibili non sono rivendicazioni lontane dai bambini: incidono sulla possibilità di avere professionisti preparati e presenti nel tempo.

Edifici da mettere in sicurezza, spazi insufficienti, servizi territoriali che faticano a dialogare con le scuole. Se un ufficio distribuisce gli iscritti tra istituti limitrofi, bisogna sapere se lì esistono posti, collegamenti e condizioni per accoglierli. Il principio di prossimità scritto nel provvedimento è importante; alle famiglie occorre garantire che sia praticabile.

Anche il criterio scelto va verificato sul campo. Cittadinanza e padronanza dell’italiano non coincidono; gli anni di frequenza aiutano a distinguere situazioni diverse, ma non sostituiscono una valutazione dei bisogni individuali. Un ragazzo può conoscere la lingua e avere bisogno di sostegno per altre ragioni; un altro può faticare nello studio pur non rientrando nel conteggio. Una politica pubblica deve vedere entrambi.

Quante ore di italiano L2 saranno garantite durante l’orario scolastico, quanti docenti e mediatori saranno disponibili nelle scuole che ne hanno più bisogno e quali risorse permetteranno di ridurre le classi sovraffollate? È su questi impegni, e sui loro risultati, che il governo dovrebbe accettare di essere giudicato.

La scuola è spesso l’ultimo luogo in cui un ragazzo può incontrare un adulto che non lo consideri un problema da spostare altrove. Difenderla significa dare a quell’adulto tempo, colleghi e strumenti, e a quel ragazzo la possibilità di sentirsi parte della classe. Una soglia può distribuire gli iscritti. Da sola non insegna una parola, non costruisce una relazione e non salva chi sta smettendo di credere di avere un posto tra i banchi.

Io, da docente, questi ragazzi non li ho mai guardati attraverso il passaporto o il cognome. Ho visto ragazze e ragazzi con una storia, delle difficoltà, ma soprattutto con sogni, idee e ambizioni enormi. Ho visto studenti che chiedevano soltanto una possibilità: imparare, crescere, sentirsi parte di una comunità.

La scuola è questo: è il luogo dove un ragazzo può trasformare il proprio futuro, dove una fragilità può diventare una forza, dove si costruiscono cittadini prima ancora che studenti. È una delle più importanti alternative alla solitudine, all’emarginazione e a quei percorsi di disagio che una società dovrebbe prevenire prima ancora di doverli affrontare.

Per questo il dibattito sulla scuola non può fermarsi a una percentuale. Dietro ogni numero c’è una persona. E ogni persona merita una scuola che abbia gli strumenti per accompagnarla.

Alla politica spetta una scelta: continuare a inseguire soluzioni che entrano nei titoli dei giornali oppure affrontare ciò che gli insegnanti vedono ogni giorno nelle aule. La scuola non ha bisogno soltanto di nuove regole: ha bisogno di essere messa nelle condizioni di funzionare. 

Registro elettronico a scuola

Registro elettronico a scuola: responsabilità penali, privacy, orario di lavoro e valore degli atti

Avv. Gianfranco Nunziata (Foro di Salerno)

Il registro elettronico non è soltanto uno strumento organizzativo: nelle sue parti essenziali è un atto pubblico, perché documenta fatti e attività attestati dal docente nell’esercizio di una funzione pubblica e rilevanti anche per valutazioni, scrutini e titolo di studio.

Da questa qualificazione discendono conseguenze importanti: responsabilità penale, responsabilità disciplinare, obblighi di correttezza dei dati, tutela privacy degli studenti e anche questioni di orario di lavoro.

Di seguito, dodici domande fondamentali per i docenti.

1) Modificare un voto o un’assenza sul registro elettronico dopo qualche giorno: è falso materiale o ideologico?

In linea generale, la distinzione è questa:

  • falso materiale (art. 476 c.p.): quando il pubblico ufficiale forma, in tutto o in parte, un atto falso o altera un atto vero ;
  • falso ideologico (art. 479 c.p.): quando il pubblico ufficiale attesta falsamente fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità .

Poiché il docente, nella compilazione del registro, opera quale pubblico ufficiale rispetto alle attestazioni rilevanti ai fini scolastici, la modifica di un dato può avere rilievo penale non per il semplice fatto di essere successiva, ma per il contenuto della modifica.

Il ruolo dell’art. 491-bis c.p.

Poiché il registro elettronico è un documento informatico pubblico avente efficacia probatoria, trova applicazione l’art. 491-bis c.p., il quale estende espressamente alla falsificazione di documenti informatici le stesse disposizioni previste per gli atti pubblici . La Corte di Cassazione, Sez. V, n. 34479/2021 ha chiarito definitivamente che il registro elettronico rientra in questa categoria e che la sua falsificazione integra i reati in questione indipendentemente dalla presenza di firma digitale qualificata, rilevando piuttosto la funzione probatoria del documento.

Un caso giudiziario recente: Tribunale di Torino, n. 25/2025

Il Tribunale di Torino, Sez. Lavoro, con sentenza del 18 febbraio 2025 ha confermato la sanzione disciplinare irrogata a una docente che aveva:

  • inserito nel registro i risultati di prove orali qualificandoli come prove scritte;
  • inserito voti in una data in cui la classe era in uscita didattica;
  • effettuato modifiche sul registro in un arco di circa un mese tra giugno e luglio.

Il Tribunale, nel rigettare il ricorso, ha ritenuto che le condotte contestate integrassero, nella loro materialità, fattispecie qualificabili come delitti ex artt. 476, 479 e 480 c.p. e ha disposto la trasmissione degli atti alla Procura della Repubblica .

In concreto

  • Se il docente corregge un mero errore materiale, lasciando traccia della rettifica o potendola giustificare documentalmente, non si è automaticamente davanti a un reato.
  • Se invece modifica deliberatamente una presenza, un voto o un’attività didattica per rappresentare come vero un fatto non vero, il rischio principale è falsità ideologica ex art. 479 c.p. .
  • Se la condotta consiste nell’alterazione del documento informatico come tale, può rilevare anche falsità materiale ex art. 476 c.p. .

Regola prudenziale: non conta solo quando si modifica il dato, ma soprattutto perché e che cosa si cambia.

2) Cosa rischia penalmente il docente che compila il registro a fine giornata anziché in tempo reale durante la lezione?

Il rischio penale non deriva dal mero ritardo in sé, ma dal fatto che il registro serve ad attestare fatti avvenuti in presenza del docente e ha funzione probatoria.

Se il docente compila il registro a fine giornata:

  • non commette automaticamente un reato;
  • ma si espone a contestazioni se la registrazione tardiva determina o agevola attestazioni non corrispondenti al vero.

Il problema giuridico è duplice:

  1. accuratezza dell’attestazione: un’annotazione tardiva aumenta il rischio di errore o ricostruzione postuma di assenze, attività o voti;
  2. coerenza con la natura di atto pubblico: la sentenza del Tribunale di Catania n. 4478/2020 sottolinea che il registro, proprio perché atto pubblico, dovrebbe essere compilato al verificarsi o al concludersi degli eventi da registrare .

Se però la scuola non mette il docente in condizione tecnica di registrare in tempo reale, la responsabilità cambia. La giurisprudenza di merito esclude la colpa disciplinare del docente in mancanza di strumentazione o rete adeguata.

Conclusione pratica: la compilazione a fine giornata è giuridicamente rischiosa quando incide sulla veridicità dell’atto; è invece difendibile se dipende da impossibilità tecnica non imputabile al docente, da segnalare formalmente.

3) Il dirigente scolastico può modificare i dati inseriti dal docente sul registro elettronico? Chi risponde della paternità dell’atto?

Sul piano organizzativo, il dirigente può avere poteri di accesso, supervisione o rettifica del sistema; sul piano giuridico, però, la questione decisiva è la paternità della singola annotazione.

Il registro è atto pubblico in quanto formato dal pubblico ufficiale che attesta fatti avvenuti alla sua presenza o da lui percepiti. Perciò:

  • il docente risponde delle annotazioni da lui inserite;
  • il dirigente risponde delle modifiche da lui eventualmente disposte o operate;
  • l’istituzione scolastica, come titolare del trattamento dei dati, risponde sul piano privacy dell’organizzazione del sistema e delle autorizzazioni agli accessi .

Il caso della modifica unilaterale del software: Tribunale di Catania n. 2405/2025

Il Tribunale di Catania, Sez. Lavoro, con sentenza n. 2405 del 7 giugno 2025 ha affermato un principio importante: la scelta del software del registro elettronico rientra nelle prerogative del Consiglio di Istituto e del Collegio dei Docenti, non nella discrezionalità unilaterale del dirigente scolastico. La modifica unilaterale del software da parte del dirigente, in mancanza di delega degli organi collegiali, è stata dichiarata illegittima .

Ciò significa che non solo la modifica dei dati inseriti dal docente, ma anche la modifica del sistema informatico che li gestisce, deve rispettare i confini delle competenze istituzionali.

In pratica

Servono:

  • log di accesso;
  • tracciabilità delle modifiche;
  • chiara distinzione dei profili autorizzativi;
  • regole interne sulle rettifiche.

Senza questi elementi, cresce il contenzioso sulla paternità dell’atto e sulla sua attendibilità.

4) Note disciplinari visibili a tutti o visibilità dei voti: quando il registro elettronico viola il GDPR e rischia di esporre la scuola a risarcimenti?

Il GDPR impone che i dati siano trattati in modo lecito, corretto, trasparente e limitato a quanto necessario . In particolare:

  • i dati devono essere minimizzati ;
  • il trattamento deve avere una base giuridica ;
  • i dati particolari, inclusi quelli sanitari, richiedono presupposti ulteriormente stringenti .

Il Garante ha già sanzionato scuole per note o comunicazioni pubblicate nel registro elettronico in aree visibili a tutta la classe o a tutte le famiglie, qualificando tali condotte come comunicazione illecita di dati personali.

Un provvedimento recente: Garante, 11 giugno 2026

Con ordinanza-ingiunzione dell’11 giugno 2026, il Garante ha irrogato una sanzione di € 1.000 a un istituto scolastico per la pubblicazione nell’“Agenda” del registro elettronico (Classeviva) di una nota contenente giudizi comportamentali su uno studente, rimasta visibile ai compagni di classe e ai loro genitori per alcuni giorni. Il provvedimento:

  • ha qualificato la condotta come comunicazione illecita a terzi ex artt. 5(1)(a) e 6 GDPR e art. 2-ter del Codice privacy ;
  • ha richiamato la protezione rafforzata per i minori(considerando 38 GDPR) ;
  • ha confermato che la responsabilità ricade sul titolare del trattamento (l’istituto) anche quando la violazione è causata da errore materiale di un singolo docente, richiamando la sentenza CGUE C-741/21.

Il Vademecum “La scuola a prova di privacy” 2025

Il Garante ha chiarito nel Vademecum 2025 che:

  • la pubblicazione dei voti online — anche tramite registro elettronico accessibile a soggetti non direttamente interessati — costituisce una forma di diffusione particolarmente invasiva e non conforme al quadro normativo;
  • le prove differenziate per studenti con disabilità o DSA non devono essere indicate in aree visibili a terzi;
  • nelle comunicazioni scolastiche non rivolte a destinatari specifici, non vanno inseriti dati che rendano identificabili studenti coinvolti in vicende disciplinari o particolarmente delicate .

Quando c’è violazione

La violazione è tipica quando:

  • una nota individuale è resa visibile a compagni e genitori non interessati;
  • vengono diffusi dati idonei a rivelare salute, disabilità, PEI, visite mediche o situazioni delicate dello studente;
  • il sistema consente una visibilità più ampia del necessario, in contrasto con i principi di minimizzazione e limitazione della finalità .

Chi rischia

  • la scuola, come titolare del trattamento, rischia sanzioni e richieste risarcitorie ;
  • il personale può rispondere disciplinarmente e, nei casi più gravi, anche civilmente.

Regola pratica: informazioni individuali devono essere visibili solo ai destinatari strettamente legittimati. La base giuridica per ogni comunicazione deve essere individuata con precisione: non basta la generica appartenenza alla comunità scolastica.

5) Chat dei genitori e screenshot del registro elettronico: come può tutelarsi legalmente il docente di fronte alla diffusione illecita dei propri commenti?

Lo screenshot del registro e la sua circolazione in chat possono integrare un ulteriore trattamento di dati personali non autorizzato, soprattutto se diffonde dati di studenti, famiglie o valutazioni individuali.

Se vengono diffusi commenti del docente:

  • può esserci una violazione privacy relativa ai dati dello studente o del docente;
  • in casi concreti può emergere anche un profilo di diffamazione, se il contenuto viene estrapolato o usato in modo lesivo;
  • sul piano interno, la scuola dovrebbe attivare misure organizzative e richiami sull’uso corretto delle informazioni estratte dal registro .

Il rischio per la scuola: responsabilità del titolare anche per atti dei dipendenti

Il Garante ha ribadito che il titolare del trattamento non può escludere la propria responsabilità invocando negligenza o inadempimento di un soggetto che agisce sotto la propria autorità. L’istituto è quindi responsabile per il sistema complessivo, incluse le impostazioni di visibilità che rendono possibile la diffusione tramite screenshot.

Come tutelarsi

Il docente, in termini pratici, dovrebbe:

  1. conservare prova della diffusione (screenshot, chat, data, ora);
  2. segnalare formalmente il fatto al dirigente e al DPO;
  3. chiedere l’immediata cessazione della diffusione e la rimozione dei contenuti;
  4. domandare che l’istituto valuti l’accaduto come violazione dei dati personali ex art. 33 GDPR;
  5. nei casi più gravi, valutare gli strumenti civilistici o penalistici correlati alla diffusione illecita.

Un cenno all’accesso abusivo al registro

Un aspetto correlato, emerso di recente, è quello dell’accesso non autorizzato al registro da parte di terzi — inclusi studenti che usano credenziali altrui. In tali casi può configurarsi il reato di accesso abusivo a sistema informatico ex art. 615-ter c.p., che prescinde dall’evento di danno e dalla finalità perseguita dall’agente e si focalizza sull’introduzione non autorizzata nel sistema. Il registro elettronico è infatti qualificabile come sistema informatico protetto, contenente dati personali di minori e informazioni con valore giuridico.

6) L’accesso al registro con semplici username e password, senza SPID o CIE, garantisce davvero il valore legale della firma digitale?

Occorre distinguere nettamente tra:

  • autenticazione informatica;
  • firma digitale o firma elettronica qualificata.

Quindi il semplice accesso con username e password pone problemi di certezza della paternità dell’atto.

La risposta definitiva della Cassazione: sentenza n. 34479/2021

La Corte di Cassazione, Sez. V, n. 34479/2021 ha affrontato esplicitamente il tema, rigettando la tesi difensiva secondo cui solo i documenti informatici sottoscritti con firma digitale qualificata sarebbero dotati di efficacia probatoria. Il ragionamento della Corte è il seguente:

  • le disposizioni del Codice dell’Amministrazione Digitale (artt. 20, 21, 22 e 23) attribuiscono efficacia probatoria privilegiata ai documenti con firma digitale, ma non escludono l’efficacia probatoria dei documenti informatici privi di tale sottoscrizione ;
  • il registro elettronico, anche accessibile con semplici credenziali, è un documento informatico pubblico avente efficacia probatoria ai sensi dell’art. 491-bis c.p., e la sua falsificazione è penalmente rilevante ;
  • la sua efficacia probatoria può formare oggetto di libera valutazione da parte del giudice ex art. 20, co. 1-bis, d.lgs. n. 82/2005 .

Username e password consentono l’accesso al sistema, ma non equivalgono automaticamente a una firma digitale qualificata. Tuttavia, il registro non perde per questo il suo valore giuridico: quest’ultimo dipende dalla sua natura pubblica e dal sistema di tracciabilità complessivo.

Conclusione: l’autenticazione con credenziali semplici non equivale a firma digitale qualificata; può però contribuire all’attribuzione dell’atto se il sistema garantisce credenziali individuali non cedibili, log immodificabili e misure di sicurezza adeguate .

7) Se manca il Wi‑Fi in aula, il docente è tenuto a usare il proprio smartphone e i propri giga?

La risposta, in linea generale, è no.

La Giurisprudenza ha affermato che la scuola non può pretendere che il docente supplisca con strumenti personali alla carenza organizzativa dell’amministrazione. Il Tribunale di Trani (2018) ha annullato la sanzione disciplinare irrogata a una docente, affermando che «la mancanza di adeguata strumentazione a scuola all’epoca del fatto addebitato non può certamente attribuirsi alla volontà della docente» .

Il Tribunale di Catania n. 4478/2020 ha ribadito che «la redazione telematica dello stesso può essere considerata esigibile ed obbligatoria in quanto l’istituto scolastico sia dotato di rete e collegamenti adeguati oltre che di hardware che pongano il docente in condizione di operare in tempo reale» .

Il nuovo problema: il blocco automatico della firma dopo 10 minuti

Un caso pratico ha portato questo tema alla ribalta: la Circolare n. 24 del 17/09/2026 dell’IIS “Medardo Rosso” di Lecco ha disposto che «a far data da domani 18/09/2026 la funzione di firma sul registro elettronico verrà disattivata dopo 10 minuti dall’inizio di ogni lezione».

Questa misura presenta molteplici profili di criticità, come evidenziato dalla Bozza di diffida SNALS Confsal del 24/09/2026:

  1. Responsabilità di vigilanza (art. 2048 c.c.): il blocco della firma impedisce la registrazione in tempo reale di ingressi in ritardo, uscite anticipate per salute, variazioni in emergenza/infortunio/evacuazione, con potenziali conseguenze sulla prova documentale in caso di incidente;
  2. Limitazione arbitraria delle funzioni del pubblico ufficiale: non esiste base normativa (ministeriale, contrattuale o regolamentare) che preveda un blocco temporale della funzione di firma del registro;
  3. Sanzione tecnica collettiva preventiva: la misura è stata qualificata dal sindacato come misura sanzionatoria collettiva preventiva, non prevista dal CCNL né dalla normativa disciplinare, e pertanto contraria al principio di tipicità delle sanzioni e al divieto di sanzioni collettive;
  4. Omissione del confronto sindacale: la circolare è stata adottata senza preventiva informazione e confronto con RSU/RSA e organizzazioni sindacali territoriali, come richiesto dal CCNL;
  5. Illegittimità della scelta unilaterale del dirigente: come chiarito dal Tribunale di Catania n. 2405/2025 , la scelta del software e delle sue modalità operative rientra nelle prerogative degli organi collegiali, non nella discrezionalità unilaterale del dirigente.

Quindi

  • il docente non è tenuto a utilizzare device personali, traffico dati personale o a supplire a disfunzioni organizzative;
  • è essenziale segnalare formalmente l’assenza di rete o strumenti;
  • misure come il blocco temporale della firma sono giuridicamente contestabili tramite RSU, diffida formale e, ove necessario, ricorso al giudice del lavoro.

8) La compilazione del registro fuori dall’orario di servizio, ad esempio da casa la sera, costituisce lavoro straordinario non retribuito?

Il tema va tenuto distinto tra dovere di documentazione e tempo di lavoro.

Il CCNL riconosce:

  • il diritto alla disconnessione;
  • la necessità che l’uso di strumentazioni tecnologiche fuori orario sia regolato anche a livello di istituzione scolastica, con materie di confronto sindacale che includono esplicitamente i «criteri per lavoro agile» e il «diritto alla disconnessione».

Se il docente è costretto sistematicamente a compilare il registro da casa perché la scuola non rende possibile l’adempimento in servizio, si apre un serio problema organizzativo e contrattuale. Non ogni attività serale si traduce automaticamente in “straordinario” in senso tecnico, ma:

  • la prestazione fuori orario non può essere banalizzatacome conseguenza normale dell’informatizzazione;
  • se deriva da carenze strutturali della scuola, il costo organizzativo non dovrebbe ricadere sul singolo docente;
  • la materia richiede regole chiare d’istituto e confronto sindacale obbligatorio.

Conclusione pratica: la compilazione occasionale fuori orario non basta, da sola, a fondare automaticamente una pretesa economica; ma la pretesa sistematica di lavoro serale per supplire a disfunzioni organizzative è difficilmente compatibile con il quadro contrattuale.

9) Esiste un legittimo diritto alla disconnessione del docente rispetto alle notifiche inviate a famiglie e studenti tramite il registro?

Sì, il diritto alla disconnessione esiste sul piano contrattuale. Il CCNL lo afferma espressamente: «Il lavoratore ha diritto alla disconnessione».

L’art. 14 del CCNL disciplina:

  • una fascia di contattabilità (al massimo pari all’orario medio giornaliero);
  • una fascia di inoperabilità che comprende il riposo di 11 ore;
  • il divieto di contatti fuori fascia.

Il CCNL 2022-2024 prevede inoltre che le materie di contrattazione integrativa a livello di istituzione scolastica includano esplicitamente il diritto alla disconnessione e i criteri per l’utilizzo di strumentazioni tecnologiche fuori orario di servizio.

Cosa significa in concreto

  • il docente non è tenuto a una reperibilità continua;
  • notifiche, messaggi e piattaforme non possono trasformarsi in una disponibilità permanente;
  • le regole sull’uso del registro fuori orario devono essere definite tramite contrattazione di istituto, nel rispetto dei tempi di riposo.

Il problema non è il registro in sé, ma l’uso improprio del registro come canale di contatto senza limiti.

10) Mancata annotazione dei compiti o delle lezioni svolte: un vizio di forma sul registro elettronico può far annullare una bocciatura al TAR?

Di regola, no, non automaticamente.

La giurisprudenza afferma che i registri degli insegnanti sono atti pubblici aventi fede privilegiata, ma che eventuali vizi o irregolarità nella loro tenuta non possono riflettersi automaticamente sulla legittimità del giudizio finale, che si concretizza in modo conclusivo nella decisione che il Consiglio di classe assume al termine di ciascun anno scolastico.

In pratica

Per ottenere l’annullamento di una bocciatura non basta mostrare una carenza formale del registro. Occorre dimostrare che il vizio:

  • ha inciso concretamente sul procedimento valutativo;
  • ha leso il diritto di partecipazione o difesa dell’alunno/famiglia;
  • ha compromesso la correttezza della decisione finale.

Quindi, la mancata annotazione dei compiti o di una lezione può essere un indice di disordine documentale o un elemento istruttorio rilevante, ma non basta di per sé a travolgere l’esito dello scrutinio.

11) Il “voto in itinere” inserito sul registro ha valore di provvedimento amministrativo impugnabile o è una mera annotazione interna?

In linea generale, il voto in itinere ha natura di annotazione valutativa interna al percorso didattico, non di provvedimento amministrativo finale immediatamente lesivo.

La giurisprudenza converge sul punto: il registro verbalizza l’andamento e il rendimento dell’alunno nel corso dell’anno, mentre la decisione giuridicamente conclusiva è quella assunta dal consiglio di classe in sede di scrutinio.

Conseguenza

  • il voto in itinere, da solo, normalmente non è l’atto finale impugnabile;
  • può però avere rilievo probatorio o istruttorio nel contestare la coerenza della valutazione finale;
  • se falsificato o alterato, resta comunque giuridicamente rilevante sul piano penale e disciplinare, proprio perché inserito in un atto pubblico.

La Cassazione n. 34479/2021 ha inoltre precisato che le valutazioni periodiche non sono espressione di discrezionalità assoluta del docente, ma devono rispettare obiettivi e standard formativi predeterminati, con esigenze di trasparenza e tempestività .

12) Il dirigente può disattivare automaticamente la firma dopo 10 minuti dall’inizio della lezione? 

 

Una circolare di un Istituto ha imposto la disattivazione automatica della funzione di firma sul registro elettronico dopo 10 minuti dall’inizio di ogni lezione, dichiaratamente «per contrastare ritardi nella firma del registro».

Perché la circolare è giuridicamente problematica

Sul piano del diritto del lavoro:

  • La misura non trova fondamento in norme di legge, regolamentari o contrattuali: il CCNL non prevede limitazioni temporali della funzione di firma del registro;
  • come chiarito dal Tribunale di Catania n. 2405/2025 , la modifica delle modalità operative del registro (inclusa la scelta del software e delle sue funzionalità) spetta al Consiglio di Istituto e al Collegio dei Docenti, non al dirigente scolastico in via unilaterale;
  • la circolare è stata adottata senza preventivo confronto sindacale, in violazione degli obblighi del CCNL.

Sul piano della responsabilità civile e penale:

  • Il blocco della firma impedisce la registrazione in tempo reale di ingressi in ritardo, uscite anticipate, emergenze e infortuni;
  • ciò pone problemi rispetto all’obbligo di vigilanza del docente ex art. 2048 c.c., che richiede la documentazione puntuale della presenza degli alunni;
  • in caso di incidente avvenuto dopo il blocco della firma, la mancata annotazione potrebbe essere usata come elemento a carico del docente in un giudizio civile.

Sul piano disciplinare:

  • la circolare configura di fatto una sanzione tecnica collettiva preventiva — il docente che non firma entro 10 minuti è automaticamente inadempiente — in assenza di previsione contrattuale e in violazione del principio di tipicità delle sanzioni disciplinari.

Come deve comportarsi il docente

  1. Non subire passivamente: la circolare è contestabile ed è già oggetto di diffida sindacale;
  2. Inviare comunicazione scritta al dirigente ogni volta che l’impossibilità di firmare entro 10 minuti dipenda da cause non imputabili al docente (ritardi nello spogliatoio, problemi tecnici, situazioni di emergenza);
  3. Coinvolgere la RSU di istituto per richiedere la revoca o la modifica della circolare tramite contrattazione;
  4. Conservare traccia documentale di ogni episodio di impossibilità, a tutela in eventuali procedimenti disciplinari.

Conclusioni operative per i docenti

Sul registro elettronico circolano molti equivoci. Le regole essenziali, invece, sono abbastanza chiare.

Da ricordare

  1. Il registro è un atto pubblico nelle sue componenti attestative essenziali.
  2. Modificare non è sempre illecito, ma alterare scientemente il vero può integrare falso ideologico o materiale ex artt. 476, 479 c.p. e documento informatico ex art. 491-bis c.p. .
  3. La scuola è titolare del trattamento dei dati e risponde per l’organizzazione del sistema e per le violazioni privacy, anche quando causate da errore del singolo docente.
  4. Note e dati dei minori non possono essere visibili indiscriminatamente: la pubblicazione dei voti online e la visibilità di informazioni riservate a soggetti non legittimati è illecita e sanzionata.
  5. Username e password non equivalgono a firma digitale qualificata, ma il registro ha efficacia probatoria anche senza firma qualificata, purché il sistema garantisca tracciabilità e sicurezza .
  6. Il docente non deve supplire con mezzi personali a carenze di rete o strumentazione .
  7. Misure tecniche unilaterali del dirigente (come il blocco temporale della firma) sono giuridicamente contestabili se non previste da norme o contratti e adottate senza confronto sindacale.
  8. Esiste il diritto alla disconnessione, riconosciuto dal CCNL, e l’uso del registro fuori orario non può diventare una reperibilità continua.
  9. I vizi formali del registro non annullano automaticamente una bocciatura, perché conta l’esito finale del procedimento valutativo.
  10. L’accesso non autorizzato al registro da parte di terzi— inclusi studenti — può integrare il reato di accesso abusivo ex art. 615-ter c.p., la cui configurabilità prescinde dall’evento di danno.

Il vero nodo, dunque, non è essere “pro” o “contro” il registro elettronico. Il punto è diverso: usarlo in modo giuridicamente corretto, tecnicamente sicuro e organizzativamente sostenibile — e pretendere che le istituzioni scolastiche ne garantiscano le condizioni.

Un’ora di STEM a settimana

Un’ora di STEM a settimana

Progettare un laboratorio scientifico stabile nella scuola primaria

di Bruno Lorenzo Castrovinci

Nella scuola primaria le attività scientifiche vengono spesso concentrate in giornate speciali, settimane tematiche o progetti finanziati. Si preparano materiali, si realizzano esperimenti, si scattano fotografie e, conclusa l’iniziativa, la didattica torna alla propria organizzazione abituale. I bambini conservano il ricordo di un’esperienza coinvolgente, ma raramente hanno il tempo di riprendere le domande, correggere le ipotesi e collegare quanto osservato a nuove situazioni.

Prevedere un’ora di STEM ogni settimana significa scegliere una logica diversa. Il laboratorio non viene aggiunto come attività straordinaria, ma entra stabilmente nel curricolo, offrendo continuità all’osservazione, alla progettazione e alla discussione. La regolarità permette ai bambini di comprendere che la scienza non coincide con l’effetto sorprendente prodotto dall’adulto, ma con un modo paziente di interrogare la realtà.

Un’ora può sembrare poco, ma diventa significativa quando non ricomincia ogni volta da zero e quando ciascun incontro conserva una relazione riconoscibile con quelli precedenti.

Non una nuova disciplina

L’ora STEM non dovrebbe trasformarsi in un’ulteriore materia separata, affidata esclusivamente al docente considerato più competente in ambito scientifico. Scienze, tecnologia, ingegneria e matematica entrano nel laboratorio perché un problema reale richiede osservazioni, misure, rappresentazioni, strumenti e soluzioni differenti.

Costruire un ponte di carta significa interrogarsi sulle proprietà dei materiali, utilizzare forme geometriche, misurare una distanza e verificare la resistenza del prototipo. Osservare la crescita di una pianta richiede di raccogliere dati, rappresentarli e collegarli alle condizioni ambientali. Progettare un sistema per trasportare acqua introduce volume, pressione, pendenza e scelta dei materiali.

L’interdisciplinarità non nasce dall’obbligo di inserire tutte le lettere dell’acronimo STEM in ogni attività, ma dalla natura del problema affrontato. Alcuni percorsi saranno maggiormente scientifici, altri matematici o progettuali, purché mantengano una connessione tra conoscenza e azione.

Un tempo protetto

Perché il laboratorio diventi stabile, deve avere uno spazio riconoscibile nell’orario. Se viene collocato soltanto quando avanzano minuti o quando il programma procede senza difficoltà, sarà inevitabilmente sacrificato alle urgenze.

Proteggere un’ora settimanale significa attribuire valore all’indagine, ma richiede anche una gestione realistica. Non tutte le fasi devono svolgersi nello stesso incontro. Una settimana può essere dedicata all’osservazione del problema, quella successiva alla progettazione, mentre il test e la revisione possono avvenire in momenti ulteriori.

Questa dilatazione contrasta l’idea che ogni lezione debba produrre un risultato concluso. Nella ricerca autentica alcune domande rimangono aperte, i dati devono essere raccolti nel tempo e un prototipo richiede più tentativi.

La continuità settimanale permette di sospendere l’attività senza cancellarla, purché disegni, materiali e osservazioni vengano conservati in modo ordinato.

Una struttura ricorrente

Il laboratorio può mantenere una struttura riconoscibile senza diventare rigido. Ogni percorso comincia da una domanda, prosegue con la formulazione di ipotesi o progetti, attraversa una fase di prova e si conclude provvisoriamente con la condivisione dei risultati.

La domanda iniziale deve essere comprensibile e verificabile. Come possiamo rallentare la caduta di un oggetto? Quale terreno trattiene più acqua? Come costruire una torre utilizzando soltanto dieci fogli? Che cosa modifica la lunghezza di un’ombra?

I bambini annotano o rappresentano ciò che pensano, decidono come procedere e incontrano il fenomeno. Dopo la prova confrontano quanto accaduto con le aspettative e individuano ciò che richiede una nuova verifica.

La ricorrenza di questa struttura costruisce abitudini cognitive. Gli alunni imparano progressivamente che una risposta deve essere sostenuta da osservazioni, che le condizioni della prova contano e che modificare un’idea non significa avere fallito.

Il problema prima dei materiali

Distribuire immediatamente oggetti, strumenti e contenitori produce entusiasmo, ma può spingere i bambini a manipolare senza comprendere che cosa stiano cercando. Il materiale deve entrare dopo che il problema è stato chiarito, oppure essere inizialmente presentato proprio per suscitare una domanda.

Prima di costruire un’imbarcazione, per esempio, la classe deve sapere quale peso dovrà trasportare, per quanto tempo dovrà galleggiare e quali materiali siano disponibili. I criteri trasformano il gioco di costruzione in una sfida progettuale.

Anche negli esperimenti scientifici occorre stabilire che cosa osservare. Immergere oggetti nell’acqua senza una domanda può risultare piacevole, ma confrontare forma, materiale e comportamento permette di costruire spiegazioni più articolate.

Il laboratorio STEM non si distingue dalla ricreazione per la serietà del volto dei bambini, ma per l’intenzionalità con cui azioni e risultati vengono messi in relazione.

Gruppi piccoli e responsabilità reali

Un laboratorio condotto sempre con l’intera classe rischia di lasciare molti bambini nella posizione di spettatori. I piccoli gruppi permettono una partecipazione più attiva, ma la collaborazione deve essere organizzata affinché non siano sempre gli stessi alunni a prendere decisioni e utilizzare i materiali.

Si possono prevedere responsabilità temporanee legate alla progettazione, alla costruzione, alla misurazione e alla documentazione, evitando però che i ruoli diventino etichette permanenti. Chi oggi registra i dati deve poter costruire nel laboratorio successivo, mentre chi mostra maggiore abilità manuale deve imparare anche ad ascoltare e spiegare.

Il prodotto appartiene al gruppo, ma il docente deve osservare i contributi individuali. La collaborazione non consiste nella semplice divisione dei compiti, perché richiede di discutere le scelte, giustificare una proposta e accettare che il progetto comune possa essere diverso da quello immaginato inizialmente.

Materiali poveri e organizzazione ricca

Carta, cartone, elastici, cannucce, tappi, mollette, spago, contenitori, specchi, calamite e oggetti naturali sono sufficienti per numerose attività. La qualità del laboratorio non dipende dal costo delle attrezzature, ma dalla selezione dei materiali e dalla ricchezza delle domande.

Gli oggetti devono essere ordinati in contenitori leggibili, accessibili e facilmente riordinabili. Una scatola delle costruzioni, una dedicata alla luce, una alle misure e una agli elementi naturali possono costituire una dotazione stabile, integrata di volta in volta con ciò che serve al percorso.

Il materiale povero non deve apparire come scarto abbandonato. Pulizia, sicurezza e cura estetica comunicano ai bambini che anche un pezzo di cartone può diventare uno strumento di conoscenza quando viene scelto per una funzione precisa.

Documentare senza compilare

Ogni gruppo può utilizzare un quaderno di laboratorio nel quale conservare domande, disegni, misure, fotografie e modifiche. La documentazione non deve occupare l’intera ora né trasformarsi in una scheda standardizzata da completare dopo ogni attività.

È sufficiente registrare i passaggi che rendono leggibile il processo. Che cosa pensavamo? Che cosa abbiamo fatto? Che cosa è accaduto? Che cosa cambieremo?

Nelle prime classi prevalgono disegni, simboli e frasi dettate, mentre dalla terza in poi possono comparire tabelle, grafici, descrizioni e semplici argomentazioni. Il quaderno non viene corretto soltanto per individuare errori linguistici, perché la sua funzione principale consiste nel mostrare come il pensiero si sia trasformato.

Rileggere una previsione iniziale permette di comprendere che la conoscenza non è sempre presente fin dall’inizio, ma nasce dal confronto tra ciò che immaginavamo e ciò che il fenomeno ha mostrato.

Il diritto di sbagliare due volte

Un laboratorio scientifico stabile deve prevedere la possibilità di ripetere. Se ogni settimana viene proposta una nuova attività, i bambini accumulano esperienze ma non imparano a revisionare.

Una torre che cade, un circuito che non si chiude o un seme che non germina non dovrebbero essere rapidamente sostituiti da una nuova proposta. Occorre osservare il problema, formulare una spiegazione e costruire un secondo tentativo.

La revisione rappresenta il cuore del pensiero ingegneristico e scientifico. Il primo errore può essere casuale, mentre la modifica successiva mostra se il gruppo abbia compreso ciò che non funzionava. Anche il secondo tentativo può fallire, ma deve produrre informazioni più precise.

Concedere il diritto di sbagliare due volte significa sottrarre il laboratorio alla cultura del prodotto perfetto e restituire valore alla trasformazione.

Il docente come regista della ricerca

L’insegnante non deve conoscere anticipatamente ogni esito, ma deve sapere quale concetto possa emergere dall’esperienza e quali equivoci richiedano attenzione. La libertà dei bambini non elimina la responsabilità della progettazione adulta.

Durante il lavoro il docente osserva, pone domande e offre indizi senza anticipare la soluzione. Può chiedere quale variabile sia stata modificata, come rendere comparabili due prove o che cosa dimostri realmente un risultato.

Al termine, però, l’esplorazione deve incontrare una fase di sistematizzazione. Le parole scientifiche, i modelli e le spiegazioni dell’adulto aiutano a organizzare quanto osservato. Lasciare che ogni teoria infantile rimanga equivalente alle altre non significa valorizzare la ricerca, ma rinunciare alla costruzione della conoscenza.

Una progressione dalla prima alla quinta

In prima e seconda il laboratorio parte dal corpo, dai sensi e dalle azioni concrete. I bambini ordinano sequenze, confrontano materiali, costruiscono semplici strutture e descrivono trasformazioni.

In terza aumenta l’attenzione alle condizioni della prova, alla misura e alla registrazione. Gli alunni cominciano a chiedersi che cosa debba rimanere uguale e quale elemento possa essere modificato.

In quarta e quinta entrano problemi più articolati, grafici, progettazione di prototipi, confronto tra soluzioni e uso più consapevole di strumenti digitali. La tecnologia non sostituisce il fenomeno, ma aiuta a raccogliere, organizzare o comunicare dati.

La progressione non consiste nell’aumentare il numero degli esperimenti, ma nel rendere più autonome e rigorose le domande che i bambini sono capaci di affrontare.

Valutare ciò che non si vede subito

Nel laboratorio STEM il risultato finale non basta. Una costruzione efficace può essere nata casualmente, mentre un prototipo imperfetto può contenere un ragionamento accurato e revisioni intelligenti.

La valutazione deve considerare la comprensione del problema, la formulazione delle ipotesi, l’uso dei dati, la collaborazione, la capacità di spiegare e la disponibilità a modificare una strategia. Osservazioni sistematiche, quaderni e brevi restituzioni orali permettono di raccogliere informazioni senza trasformare ogni incontro in una prova.

Anche l’insegnante valuta il laboratorio stesso. Se i bambini eseguono senza decidere, se i materiali occupano più attenzione del fenomeno o se non rimane tempo per discutere, la struttura deve essere modificata.

Un’ora che cambia il resto della settimana

Il valore dell’ora STEM non si misura soltanto in ciò che avviene durante il laboratorio. Le abitudini costruite possono trasferirsi alla matematica, alla scrittura e alla vita della classe.

Un problema complesso può essere scomposto, un testo può essere rivisto come un prototipo, un errore di calcolo può essere analizzato cercando il punto in cui la procedura ha cambiato direzione. Il laboratorio insegna che pensare significa anche provare, osservare gli effetti e correggere.

Un’ora alla settimana non è sufficiente se rimane isolata, ma può diventare potente quando introduce nel curricolo una cultura della domanda, della verifica e della revisione.

La stabilità non dipende dalla presenza di un’aula perfettamente attrezzata. Dipende dalla scelta di offrire ogni settimana ai bambini un tempo nel quale il mondo non venga soltanto spiegato, ma possa essere interrogato.

Quando questo tempo è protetto, anche una scatola di cartone, una bacinella d’acqua o un’ombra sul pavimento possono diventare l’inizio di una ricerca.

Oltre la “comunità educante”

Oltre la “comunità educante”. Genealogia critica di un lessico pedagogico conformante

di Giovanni Fioravanti

Introduzione

Nel linguaggio pedagogico contemporaneo poche formule godono della stessa capacità di produrre consenso dell’espressione comunità educante. Essa compare nel discorso scolastico, nelle politiche territoriali, nella progettazione educativa, nei rapporti tra scuola e famiglia e nelle retoriche della corresponsabilità.

La sua forza deriva anche dalla sua apparente evidenza.

Se l’educazione non avviene soltanto nella scuola, ma anche nella famiglia, nelle associazioni, nelle istituzioni e nei contesti sociali, sembrerebbe ragionevole concludere che l’intera comunità possieda una funzione educativa.

Ma proprio questa evidenza dovrebbe essere sottoposta a interrogazione critica.

Definire una collettività come educante non equivale semplicemente a riconoscere che in essa si producono apprendimenti. Significa attribuirle una intenzionalità pedagogica.

Una comunità educante non è soltanto un ambiente nel quale le persone imparano: è una comunità che assume il compito di orientare intenzionalmente la formazione dei propri membri.

La distinzione è decisiva. Essa apre infatti almeno quattro interrogativi: chi possiede il diritto di definire le finalità educative? Quale immagine dell’essere umano guida l’azione formativa? Quale rapporto si instaura tra educazione e adattamento? E quale spazio rimane per il dissenso rispetto al progetto educativo della comunità?

Il concetto di comunità educante conserva elementi di un paradigma pedagogico fondato sulla conformità intenzionale: un modello nel quale la buona educazione consiste almeno in parte nell’interiorizzazione di disposizioni, valori e comportamenti preventivamente identificati come desiderabili.

L’espressione può pertanto apparire teoricamente invecchiata proprio nel momento in cui continua a essere istituzionalmente fortunata.

La matrice personalista

Uno dei principali contesti teorici entro i quali può essere compresa la fortuna della comunità educante è costituito dal personalismo pedagogico novecentesco.

Il personalismo ha rappresentato un tentativo importante di superare sia l’individualismo atomistico sia le forme di collettivismo che subordinavano la persona alla totalità sociale.

In Emmanuel Mounier, per esempio, la persona non può essere pensata indipendentemente dalla relazione, dall’impegno e dalla comunità.

Tale impostazione ha esercitato una notevole influenza sul pensiero pedagogico europeo e, in particolare, sulla pedagogia di matrice cattolica.

L’educazione viene così concepita non soltanto come trasmissione di sapere, ma come formazione integrale della persona. Questo passaggio è fondamentale.

Se l’istruzione può almeno teoricamente limitarsi alla trasmissione di conoscenze e competenze, la formazione della persona implica inevitabilmente un riferimento a una determinata antropologia normativa.

Per formare qualcuno occorre possedere almeno un’idea di ciò che dovrebbe diventare.

La pedagogia personalista possiede dunque una propria teleologia. La persona viene orientata verso la responsabilità, la relazione, l’apertura all’altro, la partecipazione e una certa idea di maturità umana.

All’interno di questo paradigma, la comunità assume una funzione pedagogica privilegiata: essa costituisce il luogo nel quale il soggetto viene introdotto in un universo di valori che lo precede.

La comunità educante appare pertanto come espressione coerente di una pedagogia nella quale l’educazione è inseparabile dalla trasmissione di un ordine simbolico.

Il limite di questo modello emerge quando si trasforma la relazione educativa in un processo prevalentemente orientato all’interiorizzazione di tale ordine. Il rischio è che l’educazione venga valutata sulla base della riuscita adesione del soggetto ai valori della comunità.

In questo senso, il personalismo pedagogico può essere interpretato come una delle genealogie di quella che qui viene definita conformità intenzionale.

Conformità intenzionale e normatività pedagogica

Ogni pratica educativa possiede una dimensione normativa. Educare significa distinguere implicitamente o esplicitamente ciò che si ritiene desiderabile da ciò che non lo è.

L’educatore premia, scoraggia, propone, interpreta, valuta. Il problema non consiste quindi nel pretendere un’educazione interamente priva di norme, progetto chiaramente impossibile. La questione è diversa: come viene resa visibile la normatività?

La nozione di comunità educante tende a collocare la normatività dentro un vocabolario fortemente consensuale. La comunità viene associata alla cura, alla collaborazione, alla partecipazione, all’appartenenza e alla corresponsabilità.

Ciò produce un importante effetto discorsivo: la funzione normativa dell’educazione diventa meno percepibile.

Se un’istituzione afferma di voler “conformare il comportamento” degli studenti, l’enunciato appare immediatamente problematico.

Se afferma invece di voler costruire una “comunità educante fondata su valori condivisi”, la stessa intenzionalità normativa acquista una tonalità positiva.

Eppure la questione rimane invariata: quali valori devono essere condivisi e chi li stabilisce?

Per conformità intenzionale non si intende qui una forma necessariamente autoritaria di educazione. Essa può essere dolce, dialogica, partecipativa e persino affettivamente gratificante. La conformità più efficace non è necessariamente quella prodotta mediante l’obbedienza forzata. Può essere quella ottenuta attraverso l’interiorizzazione spontanea della norma.

La comunità educante rischia precisamente di rendere desiderabile l’adesione a un modello senza tematizzare sufficientemente la possibilità del non aderire.

 Foucault: educazione e governo delle condotte

L’opera di Michel Foucault fornisce strumenti decisivi per problematizzare questa concezione.

In Sorvegliare e punire, Foucault mostra come le istituzioni moderne non esercitino il potere soltanto attraverso la proibizione o il comando, ma mediante una molteplicità di pratiche disciplinari: distribuzione degli spazi, organizzazione del tempo, osservazione, classificazione, esame e comparazione.

La scuola costituisce uno dei luoghi privilegiati di tali pratiche. Essa non trasmette semplicemente conoscenze. Produce comportamenti. Definisce criteri di normalità. Costruisce soggetti osservabili e valutabili.

L’analisi foucaultiana consente così di sottrarre l’educazione alla rappresentazione ingenua secondo cui essa coinciderebbe semplicemente con una relazione benefica fra chi possiede maggiore esperienza e chi deve essere accompagnato.

Educare significa anche esercitare un potere. Non necessariamente un potere illegittimo. Ma certamente un potere che deve essere reso visibile e interrogabile. La nozione di comunità educante appare particolarmente interessante se interpretata alla luce del successivo concetto foucaultiano di governo delle condotte.

Il potere moderno agisce infatti orientando la possibilità di azione dei soggetti. Non ordina soltanto. Predispone campi di comportamento.

Una comunità interamente “educante” può allora essere letta come un ambiente nel quale numerose istituzioni convergono nel governo delle condotte: scuola, famiglia, servizi sociali, associazioni, organizzazioni sportive e territorio.

L’educazione non rimane confinata in una determinata istituzione. Diviene una proprietà generale dell’ambiente sociale.

Ed è proprio questa estensione dell’intenzionalità educativa a rendere necessaria una critica della pedagogizzazione.

Illich e la società integralmente pedagogizzata

Ivan Illich ha formulato una delle critiche più radicali all’istituzionalizzazione dell’educazione. In Descolarizzare la società, mette in discussione l’identificazione fra apprendimento e scolarizzazione.

La scuola, secondo Illich, produce l’idea che l’apprendimento autentico debba essere necessariamente organizzato, certificato e somministrato da un’istituzione specializzata.

Il problema supera tuttavia la scuola. La critica illichiana riguarda più in generale la trasformazione di attività umane fondamentali in bisogni amministrati da sistemi professionali.

Trasferita alla nozione di comunità educante, questa critica consente di osservare un fenomeno ulteriore: l’espansione del codice pedagogico a un numero crescente di dimensioni dell’esistenza.

Non soltanto la scuola deve educare. Deve educare la famiglia. Deve educare lo sport. Deve educare il quartiere. Deve educare la cultura. Deve educare il tempo libero. La città stessa viene descritta come “educativa”.

Questo processo potrebbe essere chiamato pedagogizzazione integrale dell’esperienza.

Ogni relazione viene valutata sulla base del proprio potenziale formativo. Ogni attività deve sviluppare competenze. Ogni esperienza viene inserita in un progetto. Persino il gioco tende a essere giustificato attraverso ciò che permette di apprendere. Il paradosso è evidente.

Più la società intende educare, più rischia di ridurre gli spazi nei quali l’apprendimento può verificarsi senza essere programmato.

Da una prospettiva illichiana, la domanda critica diventa dunque: l’esperienza deve sempre essere educativa?

O esiste un valore pedagogico proprio nella possibilità che alcune esperienze non siano organizzate pedagogicamente?

 Dewey: dalla trasmissione alla partecipazione

La critica della comunità educante non implica necessariamente una critica dell’idea di comunità. John Dewey rappresenta da questo punto di vista un interlocutore essenziale.

In Democrazia e Educazione, l’educazione viene interpretata come processo sociale e la democrazia come forma di esperienza associata.

Ma la concezione deweyana della comunità differisce radicalmente da quella di un organismo che possiede in anticipo valori da trasmettere.

La comunità democratica esiste nella comunicazione e nella partecipazione. Essa non costituisce semplicemente il presupposto dell’educazione: viene continuamente ricostruita attraverso l’esperienza educativa. La differenza può essere formulata schematicamente.

Nel modello conformativo: comunità → valori → educazione → integrazione del soggetto

Nel modello democratico: soggetti → esperienza condivisa → deliberazione → trasformazione della comunità.

Nel primo caso, la comunità precede normativamente il soggetto. Nel secondo, la comunità è continuamente prodotta dalla partecipazione dei soggetti.

Questa distinzione consente anche di ridefinire l’idea di appartenenza. L’obiettivo dell’educazione democratica non dovrebbe essere quello di rendere il giovane conforme alla comunità esistente, ma quello di fornirgli le condizioni per partecipare alla sua trasformazione.

Freire e la critica dell’adattamento

La pedagogia di Paulo Freire radicalizza ulteriormente questa prospettiva. Nella Pedagogia degli oppressi, Freire oppone alla concezione “depositaria” dell’educazione un modello dialogico e problematizzante.

La critica non riguarda soltanto la trasmissione unidirezionale dei contenuti. Riguarda più profondamente il rapporto fra educazione e mondo sociale.

Un’educazione è problematica quando assume il mondo esistente come orizzonte al quale il soggetto deve adattarsi.

La pedagogia emancipativa dovrebbe invece mettere il soggetto nelle condizioni di leggere criticamente la realtà e di trasformarla.

Il concetto di comunità educante può entrare in tensione con questa impostazione quando l’obiettivo educativo viene identificato con l’integrazione nella comunità.

Integrare significa infatti sempre integrare “in qualcosa”. Ma ciò in cui il soggetto viene integrato può contenere rapporti di potere, diseguaglianze e norme che meritano di essere contestate.

L’adattamento riuscito non è necessariamente emancipazione. Anzi, una pedagogia realmente critica dovrebbe lasciare aperta la possibilità che il risultato positivo dell’educazione sia anche il rifiuto di alcuni valori della comunità che ha educato il soggetto.

L’autonomia comincia precisamente nella possibilità del dissenso.

 Il pluralismo contro il mito dell’unità educativa

La nozione di comunità educante appare inoltre problematica nelle società caratterizzate da pluralismo culturale e morale. La formula tende a presupporre un livello relativamente alto di condivisione dei fini educativi. Ma le società contemporanee sono attraversate da differenti concezioni della vita.

Famiglie, insegnanti, istituzioni, comunità religiose, gruppi culturali e singoli individui possono divergere profondamente rispetto a questioni fondamentali. Non è affatto evidente che tali divergenze debbano essere superate. Possono invece costituire una dimensione normale della convivenza democratica.

In una società pluralistica la pedagogia non dovrebbe necessariamente ricercare la massima coerenza fra tutte le agenzie educative.

L’incoerenza stessa può diventare esperienza formativa.

Un giovane che incontra differenti modelli di vita deve imparare a comparare, interpretare e scegliere. La contraddizione degli adulti non costituisce sempre un fallimento pedagogico. Può creare precisamente lo spazio nel quale nasce il giudizio autonomo.

Il mito della comunità educante tende invece a leggere la convergenza educativa come bene intrinseco.

Da qui discendono formule come “patto educativo”, “alleanza educativa” e “corresponsabilità educativa”.

Sono espressioni che possono indicare pratiche positive di cooperazione, ma diventano problematiche quando la cooperazione viene elevata a principio assoluto.

Una società libera non richiede che tutte le istituzioni parlino al giovane con la stessa voce. Può richiedere precisamente il contrario.

L’alleanza educativa come problema

La formula “alleanza educativa” merita pertanto un’analisi specifica. L’alleanza fra scuola e famiglia viene spesso rappresentata come condizione necessaria di un’efficace educazione. Ma l’efficacia non è l’unico criterio pedagogico.

Se famiglia e scuola condividessero integralmente valori, aspettative e strategie, quale spazio rimarrebbe per il soggetto?

Il giovane potrebbe trovarsi davanti a un fronte educativo compatto. Il fatto che questo fronte sia benevolo non elimina il problema. Una pedagogia dell’autonomia necessita infatti di interstizi.

Sono necessari spazi nei quali l’individuo possa sperimentare identità non completamente note agli adulti, formulare giudizi non immediatamente sottoposti a valutazione e costruire relazioni non interamente pedagogizzate.

L’autonomia richiede anche una certa discontinuità fra gli ambienti. Non tutto deve essere coordinato. Non tutto deve essere condiviso. Non tutto deve diventare progetto educativo.

Dal diritto all’educazione al diritto a non essere continuamente educati

Le società moderne hanno giustamente affermato il diritto all’istruzione e all’educazione. Ma l’espansione illimitata dell’intenzionalità pedagogica suggerisce l’esigenza complementare di formulare un principio meno evidente: un diritto a non essere continuamente educati.

Non si tratta ovviamente di negare ai bambini e agli adolescenti protezione, istruzione o responsabilità adulta.

Si tratta di riconoscere che un soggetto non può essere ridotto alla condizione permanente di destinatario di progetti formativi.

Una parte della sua esperienza deve poter sfuggire allo sguardo pedagogico. Una parte dei suoi comportamenti non deve essere necessariamente tradotta in obiettivi educativi. Una parte delle sue relazioni deve poter esistere indipendentemente dalla loro utilità formativa. L’educazione non riguarda soltanto l’acquisizione di competenze e l’inserimento negli ordini esistenti, riguarda anche l’emergere del soggetto come qualcuno che può assumere una posizione propria rispetto a tali ordini.

La soggettivazione non coincide dunque con la socializzazione ed è precisamente questo scarto che il paradigma della comunità educante rischia di ridurre.

Una possibile alternativa: dall’intenzione educativa alle condizioni dell’apprendimento

Se si abbandona il concetto forte di comunità educante, non ne segue che l’educazione debba diventare individualistica. È possibile pensare la dimensione sociale dell’apprendimento senza attribuire alla società nel suo insieme una funzione pedagogica intenzionale.

Una prima alternativa è costituita dalla nozione di ecosistema educativo.

Essa descrive la molteplicità degli ambienti nei quali avvengono processi di apprendimento senza implicare necessariamente una finalità morale condivisa.

Un ecosistema contiene cooperazioni, conflitti, discontinuità ed equilibri instabili.

Un’altra possibilità è parlare di contesti di apprendimento.

In questo caso l’attenzione si sposta dall’identità del soggetto che educa alle condizioni che rendono possibile apprendere. Una terza possibilità consiste nell’utilizzare il concetto di spazio pubblico educativo.

Quest’ultimo permette di mantenere una dimensione collettiva, ma sostituisce all’idea organica di comunità quella politica di spazio pubblico.

La differenza è significativa. La comunità richiama appartenenza. Lo spazio pubblico richiama compresenza fra differenti. La comunità tende all’identificazione. Lo spazio pubblico può contenere dissenso. La comunità educante presuppone facilmente un “noi”.

Uno spazio pubblico democratico deve invece rendere possibile la convivenza anche quando quel “noi” non può essere completamente definito.

Per una pedagogia dell’indeterminazione

Una conseguenza ulteriore riguarda il rapporto fra educazione e futuro. La pedagogia moderna è stata frequentemente costruita su una logica progettuale. Educare significa condurre il soggetto verso uno stato ritenuto migliore. Ma il futuro contemporaneo è caratterizzato da un grado crescente di indeterminazione. Non sappiamo con precisione quali professioni, istituzioni, tecnologie e configurazioni sociali caratterizzeranno l’età adulta delle generazioni oggi in formazione. Questa condizione richiede un mutamento di paradigma.

L’incapacità di stabilire in anticipo ciò che l’educando dovrà diventare non deve essere considerata un limite della pedagogia. Può diventare la sua risorsa. Una pedagogia dell’indeterminazione dovrebbe accettare che l’esito educativo non sia interamente programmabile. L’educazione riuscita produce sempre qualcosa che eccede l’intenzione dell’educatore. Hannah Arendt, pur muovendosi in un quadro teorico diverso, ricordava che ogni nuova generazione introduce nel mondo la possibilità di un nuovo inizio.

Se si prende sul serio questa idea, educare non può significare semplicemente riprodurre il mondo degli adulti. Significa anche consentire a coloro che arrivano di introdurvi qualcosa che gli adulti non avevano previsto. La comunità educante appare problematica proprio nella misura in cui tende a concepire l’educazione come continuità.

Una pedagogia dell’autonomia dovrebbe invece proteggere anche la discontinuità.

Educare meno?

La provocazione finale può essere formulata in termini volutamente paradossali. Forse una buona società dovrebbe educare meno.

Non investire meno nell’istruzione. Non abbandonare i giovani. Non rinunciare alla responsabilità adulta. Ma ridurre la tendenza a trasformare ogni problema sociale in un problema educativo e ogni esperienza in un’occasione pedagogica.

Di fronte a un problema collettivo, la domanda contemporanea è spesso: “come possiamo educare le persone affinché si comportino diversamente?”

Ma non sempre il comportamento individuale costituisce la causa primaria.

Trasformare problemi economici, politici o istituzionali in problemi educativi permette talvolta di trasferire la responsabilità dalle strutture ai soggetti: l’individuo deve diventare più responsabile, competente, resiliente, consapevole.

La pedagogia corre così il rischio di diventare una tecnologia permanente dell’adattamento. Educare meno potrebbe allora significare governare pedagogicamente meno la vita delle persone.

Significherebbe restituire spazio all’esperienza non programmata, alla pluralità, al conflitto, alla scelta e perfino all’errore.

Conclusione

L’espressione “comunità educante” continua a essere efficace sul piano retorico perché combina due termini quasi automaticamente positivi.

La comunità evoca appartenenza. L’educazione evoca crescita. Ma l’unione dei due concetti nasconde una serie di problemi teorici.

Chi costituisce la comunità? Quali valori essa dovrebbe trasmettere? Chi viene autorizzato a definire i risultati desiderabili dell’educazione? Quale spazio rimane per il dissenso? E soprattutto: è desiderabile che l’intero ambiente sociale venga interpretato come soggetto educante?

La genealogia personalista della formula permette di comprendere l’idea di una comunità orientata verso la formazione integrale della persona.

La prospettiva foucaultiana rende visibile la dimensione di governo delle condotte implicita nell’intenzionalità pedagogica.

Illich consente di cogliere il rischio di una pedagogizzazione generalizzata dell’esistenza.

Dewey permette di distinguere la comunità democratica dalla comunità conformativa.

Freire mostra come l’educazione perda il proprio carattere emancipativo quando coincide prevalentemente con l’adattamento.

Il problema non è dunque scegliere fra individualismo e comunità. Il problema è rinunciare all’idea che il collettivo possieda necessariamente il diritto di definire in anticipo la forma che il soggetto dovrà assumere.

Una pedagogia adeguata alla contemporaneità dovrebbe forse essere valutata non soltanto in base a ciò che riesce a trasmettere, ma anche in base a ciò che è capace di non determinare.

Dovrebbe rendere possibile l’ingresso nel mondo senza trasformarlo in adattamento al mondo. Dovrebbe trasmettere eredità culturali senza pretendere che esse diventino identità obbligatorie. Dovrebbe costruire condizioni per la relazione senza trasformare ogni relazione in intervento educativo.

E dovrebbe riconoscere che uno degli esiti più alti dell’educazione consiste precisamente nella possibilità che l’educando diventi capace di giudicare, contestare e perfino rifiutare alcune delle intenzioni di coloro che lo hanno educato.

In questo senso, il superamento della “comunità educante” non comporta una riduzione della responsabilità educativa. Comporta una sua ridefinizione. La responsabilità dell’educatore non consiste nel garantire la conformità del soggetto al progetto della comunità. Consiste nel contribuire alla costruzione delle condizioni nelle quali quel soggetto possa diventare abbastanza autonomo da non aver più bisogno che altri stabiliscano continuamente ciò che dovrebbe diventare.

Perché serve l’educazione sessuo-affettiva

Se la scuola tace, educano i social: perché serve l’educazione sessuo-affettiva

Dal 7 luglio è in vigore la legge n. 104 del 2026 e ora una raccolta firme chiede un referendum abrogativo. La riflessione di un docente veronese: coinvolgere le famiglie è indispensabile, ma rendere opzionali conoscenze su rispetto, consenso e prevenzione rischia di lasciare soli proprio gli studenti più fragili.

di Mario Borrata

C’è davvero bisogno di un’autorizzazione scritta per parlare a scuola di corpo, relazioni, consenso e sessualità? La domanda non è più teorica. Dal 7 luglio è in vigore la legge 9 giugno 2026, n. 104, sul consenso informato in ambito scolastico; mentre scrivo, è appena partita la raccolta di almeno 500.000 firme per un referendum che ne chiede l’abrogazione integrale. È un confronto che merita serietà, perché riguarda il confine tra il ruolo delle famiglie, l’autonomia della scuola e il diritto dei ragazzi a ricevere informazioni corrette.

La legge prevede che, nelle scuole secondarie, la partecipazione alle attività extracurricolari e a quelle di ampliamento dell’offerta formativa su temi attinenti alla sessualità richieda il consenso preventivo scritto dei genitori, o dello studente se maggiorenne, dopo la visione dei materiali, degli obiettivi e degli eventuali esperti coinvolti. Se l’adesione manca, lo studente non partecipa oppure riceve un’attività alternativa. Per la scuola dell’infanzia e la primaria sono escluse le ulteriori attività didattiche e progettuali su questi temi, ferme restando le Indicazioni nazionali.

Informare le famiglie è giusto. Rendere trasparenti materiali, finalità e competenze degli esperti è doveroso. La scuola non deve agire alle spalle dei genitori e nessuno può pensare di sostituirsi al loro compito educativo. Ma informare non è la stessa cosa che attribuire un potere di esclusione su conoscenze che riguardano salute, sicurezza e dignità. Il punto critico, a mio avviso, è proprio qui: quando la collaborazione diventa autorizzazione, un diritto formativo comune rischia di trasformarsi in un’opportunità facoltativa, diversa da famiglia a famiglia.

L’espressione “temi attinenti all’ambito della sessualità” è ampia, mentre nella vita reale della scuola il confine tra lezione curricolare, laboratorio interdisciplinare e ampliamento dell’offerta formativa non è sempre netto. Il rischio non è soltanto il contenzioso: è che, per prudenza, qualche scuola rinunci in partenza ad affrontare questioni complesse ma necessarie.

Del resto, l’educazione sessuo-affettiva è già dentro i libri che usiamo. È in Freud, nella libido, nelle pulsioni e nel complesso di Edipo; è nella Lisistrata di Aristofane, in Saffo, Catullo e Ovidio. Attraversa Paolo e Francesca, il Decameron, Angelica e Medoro, La Lupa, Il piacere, La coscienza di Zeno, Gli indifferenti, Ragazzi di vita e L’isola di Arturo. Sono opere che parlano di desiderio, gelosia, potere, tradimento, identità, libertà e responsabilità. Non leggerle in questa profondità significherebbe svuotarle della loro umanità.

Lo stesso vale per l’arte: la Nascita di Venere, il David e il Giudizio Universale, Apollo e Dafne, Amore e Psiche, Paolina Borghese o Il bacio di Klimt non sono immagini da coprire, ma occasioni per comprendere il corpo, il mito, il desiderio e perfino la sopraffazione. Vale per la storia, quando si studiano la condizione femminile, il patriarcato, gli stupri di guerra, le persecuzioni e le discriminazioni. Vale per le scienze, quando si parla di pubertà, apparato riproduttivo, gravidanza, prevenzione e infezioni sessualmente trasmissibili. La cultura non è asessuata e la scuola non può trattarla come un campo minato.

Nel dibattito pubblico sono state evocate anche drag queen e attori pornografici nelle aule. Ma non risultano progetti nazionali, linee ministeriali o una pratica diffusa che affidino l’educazione sessuo-affettiva alle drag queen. È legittimo pretendere che ogni soggetto esterno abbia competenze adeguate, obiettivi chiari e materiali trasparenti; peraltro la legge prevede già la deliberazione del collegio dei docenti e l’approvazione del consiglio d’istituto. Ma una politica educativa non dovrebbe essere costruita attorno a immagini estreme usate come se descrivessero la normalità.

Che cosa dovrebbe essere, allora, l’educazione sessuo-affettiva? Non una lezione su come vivere la propria intimità e non un invito ad anticipare esperienze. L’Organizzazione mondiale della sanità la definisce un percorso graduale, adeguato all’età e fondato su informazioni scientifiche. Significa imparare a riconoscere i confini del proprio corpo, comprendere che un “no” va rispettato, distinguere l’affetto dal possesso, gestire un rifiuto senza trasformarlo in rabbia, chiedere aiuto davanti a un abuso e sapere che condividere l’immagine intima di un’altra persona senza consenso è una forma di violenza, non uno scherzo da chat.

Serve a riconoscere il controllo travestito da gelosia, la pressione del gruppo, il ricatto emotivo, lo stalking e la violenza digitale. Serve a chi vive conflitti o silenzi in famiglia e non sa a quale adulto affidarsi; a chi subisce bullismo per il proprio corpo o per il modo in cui viene percepito; a chi cerca risposte sulla pubertà e finisce per riceverle dalla pornografia, dagli algoritmi o da coetanei altrettanto disorientati. Serve anche a prevenire comportamenti sessuali a rischio, gravidanze indesiderate e infezioni, senza confondere la prevenzione con l’incoraggiamento. Le evidenze richiamate da OMS e UNESCO mostrano infatti che programmi di qualità non anticipano l’attività sessuale e possono ridurre i comportamenti a rischio.

Non sarebbe serio sostenere che qualche ora a scuola possa, da sola, fermare la violenza contro le donne o guarire ogni ferita affettiva. La prevenzione non è una formula magica: è un lavoro lungo che coinvolge famiglie, scuola, servizi, cultura e responsabilità individuale. Ma imparare presto che l’amore non giustifica il controllo, che la paura non è una prova d’affetto e che il consenso può essere ritirato è una parte concreta di quel lavoro. Togliere questi strumenti non rende i ragazzi più innocenti; li rende soltanto più soli davanti a problemi che esistono già.

C’è poi una questione di uguaglianza. Non tutti i genitori hanno le stesse conoscenze, lo stesso tempo o la stessa serenità per affrontare questi temi. Non ogni mancato consenso nasconde un disagio, naturalmente; ma un sistema basato sull’esclusione non può sapere se sta lasciando fuori proprio il ragazzo che avrebbe più bisogno di incontrare un adulto competente. La scuola non deve prendere il posto della famiglia: deve garantire che il silenzio di una famiglia non diventi il destino educativo di un figlio.

Avrei preferito una scelta diversa: linee guida nazionali chiare, contenuti differenziati per età, docenti formati, collaborazione con psicologi, consultori e professionisti qualificati, materiali accessibili alle famiglie, monitoraggio e risorse dedicate. La legge, invece, introduce nuovi passaggi, attività alternative e verifiche, ma si chiude con una clausola di invarianza finanziaria. Chiede quindi alle scuole più organizzazione senza attribuire nuovi fondi. Anche questo rischia di trasformare un tema educativo in un adempimento burocratico.

Per queste ragioni considero la raccolta firme per il referendum una legittima occasione democratica per riaprire il confronto. Il quesito chiede di abrogare interamente la legge n. 104 del 2026. Sostenerlo non significa essere contro le famiglie: significa chiedere un equilibrio diverso, fondato su informazione preventiva, competenza e trasparenza, ma senza trasformare la formazione su salute, rispetto e sicurezza in un percorso a cui ciascuno accede solo se arriva una firma.

Da docente penso che la scuola non debba dire ai ragazzi chi amare o come vivere la propria identità. Deve però insegnare che nessuno può possedere il corpo, la voce o la libertà di un’altra persona. Educare non è indottrinare e tacere non è neutralità. Se la scuola arretra, il vuoto viene riempito dai social, dalla pornografia, dagli stereotipi e dalla violenza del gruppo. E questi cattivi maestri, a differenza della scuola, non mostrano prima i loro materiali e non chiedono il consenso a nessuno.

Decreto PA 2026 e scuola

Decreto PA 2026 e scuola: quattro novità tra riforme strutturali e possibili profili di illegittimità

Avv. Gianfranco Nunziata (Foro di Salerno)

Il Consiglio dei Ministri ha approvato il 4 agosto 2026 un nuovo decreto-legge sulla pubblica amministrazione — già ribattezzato “decreto PA 2026” — che introduce misure urgenti destinate a incidere, in modo significativo, su quattro distinti ambiti del sistema scolastico nazionale: il reclutamento dei docenti e la gestione delle graduatorie, il regime delle scuole paritarie, la continuità dei servizi educativi comunali per l’infanzia e, infine, la videosorveglianza negli asili nido. Il provvedimento, pubblicato in Gazzetta Ufficiale, è soggetto a conversione parlamentare entro sessanta giorni, con possibilità di emendamenti.

Di seguito, una lettura ragionata delle singole misure, dei loro effetti pratici e dei profili di possibile frizione con i principi costituzionali e con il diritto dell’Unione europea.

1. Reclutamento docenti: la fine della cancellazione automatica dalle graduatorie dei concorsi ordinari

La modifica più dibattuta sul piano giuridico riguarda l’art. 13, comma 5, del d.lgs. 13 aprile 2017, n. 59. Il testo del decreto PA 2026 sostituisce il primo periodo di tale disposizione nei seguenti termini:

«In caso di superamento del test finale e di valutazione finale positiva, il docente è cancellato dalle graduatorie concorsuali, ad esaurimento e di istituto, nelle quali sia iscritto ed è confermato in ruolo presso la stessa istituzione scolastica ove ha svolto il periodo di prova. La cancellazione di cui al primo periodo non si applica alle graduatorie dei concorsi ordinari.»

In sostanza, la disciplina previgente prevedeva che il superamento dell’anno di formazione e prova e la conseguente conferma in ruolo comportassero la cancellazione automatica del docente da tutte le graduatorie in cui risultava iscritto — comprese le graduatorie di merito relative ad altri concorsi ordinari già superati. Come riportato dalla fonte di sintesi, questa previsione era considerata penalizzante in quanto poteva determinare la perdita di un diritto acquisito in una procedura concorsuale anche laddove la graduatoria non fosse ancora arrivata alla posizione del candidato.

La nuova norma elimina questo automatismo esclusivamente per le graduatorie dei concorsi ordinari: il docente immesso in ruolo potrà quindi continuare a figurare in tali graduatorie e valutare la successiva nomina quando verrà chiamato. Rimane invece immutata la cancellazione dalle graduatorie ad esaurimento e di istituto.

La decorrenza della norma è fissata dalla data di entrata in vigore della legge di conversione, senza effetto retroattivo.

Profili di legittimità costituzionale e conformità al diritto UE

La misura, pur presentata come correzione di un’incoerenza sistematica, solleva questioni non banali sul piano dei principi costituzionali e del diritto amministrativo.

In primo luogo, occorre interrogarsi sulla compatibilità con gli artt. 3 e 97 della Costituzione — che tutelano, rispettivamente, il principio di uguaglianza e quello di buon andamento e imparzialità della pubblica amministrazione — nella misura in cui la coesistenza di docenti di ruolo all’interno di graduatorie concorsuali aperte potrebbe alterare gli equilibri delle procedure selettive. Il pubblico concorso, come affermato dalla costante giurisprudenza costituzionale, costituisce «lo strumento di selezione del personale, in linea di principio, più idoneo a garantire l’imparzialità e l’efficienza della P.A.» . La permanenza di docenti già stabilizzati nelle graduatorie di merito potrebbe complicare la valutazione comparativa tra candidati in situazioni professionali non omogenee.

In secondo luogo, la Corte Costituzionale ha già chiarito che restrizioni alla platea dei partecipanti alle procedure concorsuali possono risultare irragionevoli se non sorrette da una finalità proporzionata e coerente . Il ragionamento è simmetrico: un ampliamento artificioso della platea degli “idonei” — in questo caso, mantenendovi docenti già titolari di un posto di ruolo — deve parimenti superare il vaglio di non manifesta irragionevolezza.

Sul versante del diritto dell’Unione, la direttiva 1999/70/CE e il connesso Accordo Quadro sul lavoro a tempo determinato tutelano il principio di non discriminazione tra lavoratori a termine e a tempo indeterminato, ma non impongono allo Stato di mantenere i secondi nelle graduatorie aperte a entrambe le categorie. Non sembra dunque emergere, su questo specifico punto, una diretta violazione del diritto UE; tuttavia, la compatibilità con i principi di trasparenza e parità di trattamento nelle procedure di selezione del personale pubblico, quali declinati dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia, merita un approfondimento in sede parlamentare.

2. Scuole paritarie: proroga fino all’anno scolastico 2027/2028

Il decreto interviene sull’art. 1, comma 4-ter, della legge 10 marzo 2000, n. 62, sostituendo il riferimento temporale attuale — «per gli anni scolastici 2023/2024, 2024/2025 e 2025/2026» — con la formula «fino all’anno scolastico 2027/2028».

«All’articolo 1, comma 4-ter, primo periodo, della legge 10 marzo 2000, n. 62, le parole: «per gli anni scolastici 2023/2024, 2024/2025 e 2025/2026» sono sostituite dalle seguenti: «fino all’anno scolastico 2027/2028».» 

La proroga estende dunque di un ulteriore anno scolastico la vigenza di una disciplina già in essere, senza introdurre modifiche sostanziali ai requisiti o ai meccanismi di accesso ai contributi. Degno di nota è il fatto che nella bozza approvata dal CdM non risultano presenti — contrariamente ad alcune ipotesi preliminari circolate — disposizioni sulla regolarizzazione del personale non abilitato nelle scuole paritarie.

Profili di legittimità

L’utilizzo reiterato di proroghe legislative a tutela di istituti concepiti come transitori può essere valutato, in linea di principio, come una progressiva “stabilizzazione indiretta” di regimi derogatori, con possibile tensione rispetto al principio di legalità della spesa pubblica e alla riserva di legge in materia di finanziamento del sistema scolastico. La Corte Costituzionale ha già dichiarato l’illegittimità costituzionale di disposizioni statali che destinavano risorse alle scuole paritarie senza il necessario raccordo con la Conferenza Stato-Regioni e senza rispettare le competenze regionali in materia di istruzione . Ogni proroga dovrebbe pertanto essere valutata alla luce di tale perimetro.

3. Nidi e servizi educativi comunali: proroga organici e aggiornamento contrattuale

L’art. 5 del decreto PA 2026 modifica l’art. 15-bis del d.l. 2 marzo 2024, n. 19, su tre distinti aspetti:

  • Estensione temporale: le misure per garantire la continuità dei servizi educativi e scolastici comunali dell’infanzia vengono prorogate fino all’anno scolastico 2027/2028 (in luogo del precedente termine fissato all’anno 2026/2027);
  • Aggiornamento contrattuale: il riferimento al CCNL del comparto Funzioni locali viene aggiornato dal triennio 2019-2021 al triennio 2022-2024;
  • Differimento del termine di spesa: il limite del 31 dicembre 2027 viene prorogato al 31 dicembre 2028.

Vale ricordare che la disciplina originaria dell’art. 15-bis prevedeva già la possibilità, in deroga al possesso del titolo di studio previsto dal CCNL, di utilizzare le graduatorie comunali vigenti per l’immissione in servizio del personale scolastico, educativo e ausiliario a tempo determinato e indeterminato . Con la nuova modifica, tale regime derogatorio viene ulteriormente prorogato.

Profili di legittimità

Il ricorso alla deroga ai requisiti di titolo di studio previsti dalla contrattazione collettiva, se originariamente giustificato dall’urgenza, rischia di perdere il proprio carattere eccezionale con il ripetersi delle proroghe. Occorre verificare la compatibilità di tale meccanismo con il principio di uguaglianza sostanziale (art. 3 Cost.) rispetto ai soggetti che, non essendo già iscritti alle graduatorie comunali, non possono beneficiare della deroga — come espressamente chiarito dalla stessa norma originaria, che la limita «esclusivamente ai soggetti già iscritti nelle suddette graduatorie» . Sul piano europeo, le risorse afferenti ai servizi educativi per l’infanzia sono strettamente collegate al raggiungimento del livello essenziale della prestazione (LEP) fissato al 33% della popolazione nella fascia 3-36 mesi entro il 2027 : una proroga delle deroghe agli organici deve raccordarsi con gli obiettivi di servizio annuali stabiliti dal legislatore e vigilati dalla Corte Costituzionale stessa .

4. Videosorveglianza negli asili nido: ampliamento della destinazione delle risorse già assegnate

L’ultima misura scolastica riguarda la modifica dell’art. 5-septies del d.l. 18 aprile 2019, n. 32, con l’inserimento della possibilità di utilizzare le risorse già assegnate alle strutture anche per l’installazione di sistemi di videosorveglianza a tutela del patrimonio: «Le risorse assegnate possono essere utilizzate anche per l’installazione, secondo la disciplina statale vigente in materia, di sistemi di videosorveglianza a tutela del patrimonio delle medesime strutture.» 

Nessun nuovo stanziamento è previsto: si amplia la finalità d’uso di fondi già disponibili, con un richiamo alla «disciplina statale vigente in materia» come vincolo di legittimità dell’utilizzo.

Profili di legittimità e conformità al GDPR

Questo è, forse, il profilo più delicato sul piano del diritto europeo. La videosorveglianza in strutture frequentate da minori — si tratta di asili nido — richiede una valutazione particolarmente rigorosa alla luce del Regolamento UE 2016/679 (GDPR). I principi di minimizzazione dei dati, limitazione delle finalità, proporzionalità del trattamento e tutela rafforzata dei dati di soggetti vulnerabili — in primo luogo i minori — impongono standard elevati che un semplice rinvio alla «disciplina statale vigente» potrebbe non essere sufficiente a garantire.

In particolare, si pone la questione della base giuridica del trattamento, dell’obbligo di informativa nei confronti delle famiglie, della durata della conservazione delle immagini e delle misure di sicurezza tecnico-organizzative. L’assenza di nuovi stanziamenti dedicati solleva inoltre un dubbio interpretativo: l’impiego di risorse già vincolate a finalità diverse (tipicamente, manutenzione e potenziamento delle strutture) per l’installazione di sistemi di sorveglianza potrebbe configurare un utilizzo difforme rispetto al vincolo di destinazione originario dei fondi, con possibile rilievo della Corte dei Conti sul piano del controllo di regolarità della spesa. È altresì necessario che, prima dell’installazione, le singole strutture procedano a una Valutazione di Impatto sulla Protezione dei Dati (DPIA), ai sensi dell’art. 35 GDPR, trattandosi di trattamento sistematico che riguarda categorie di soggetti vulnerabili.

In sintesi: un decreto che riforma, ma con cautele giuridiche aperte

Il decreto PA 2026 interviene su snodi nevralgici del sistema scolastico con misure che rispondono a esigenze concrete e — in alcuni casi — a lunghe attese del personale e dei sindacati. La modifica sulle graduatorie dei docenti vincitori di più concorsi è accolta positivamente dalle organizzazioni di categoria; le proroghe sui nidi comunali e sulle paritarie garantiscono continuità a servizi essenziali; la videosorveglianza risponde a esigenze di sicurezza del patrimonio pubblico.

Tuttavia, quattro aree di attenzione giuridica emergono con nitidezza e meritano esame approfondito in sede parlamentare di conversione:

  1. Imparzialità e trasparenza dei concorsi pubblici (artt. 3 e 97 Cost.) rispetto al mantenimento dei docenti di ruolo nelle graduatorie di merito;
  2. Proporzionalità e legalità delle deroghe ai requisiti del personale nei servizi comunali per l’infanzia, a rischio di trasformare il “temporaneo” in “strutturale”;
  3. Compatibilità delle proroghe alle scuole paritarie con le competenze regionali e con i principi della Corte Costituzionale sul finanziamento del sistema paritario;
  4. Conformità al GDPR dell’uso delle risorse per la videosorveglianza negli asili nido, con necessità di procedura di DPIA e di adeguate garanzie per i minori.

L’iter parlamentare costituirà la sede naturale per colmare queste lacune e rafforzare, ove necessario, le garanzie di legittimità del provvedimento.

Denuncia per condotte ostili

Denuncia per condotte ostili: come renderla valida e legittima

Avv. Gianfranco Nunziata (Foro di Salerno)

Quando un docente segnala offese, umiliazioni o comportamenti ostili sul luogo di lavoro, non si è più davanti a un semplice “conflitto personale”. Se quei fatti incidono sulla salute psicofisica e sul clima professionale, entrano nel campo della tutela della sicurezza sul lavoro, dell’obbligo di protezione datoriale e della prevenzione dello stress lavoro-correlato.

Nel settore scolastico questo tema è particolarmente delicato: la scuola è insieme ambiente di lavoro, comunità professionale e luogo educativo. Per questo, quando emergono condotte denigratorie, tensioni sistematiche o situazioni relazionali tossiche, il dirigente scolastico non può trattarle come questioni private da lasciare all’autoregolazione dei rapporti interni.

Quando la segnalazione del docente è giuridicamente rilevante

Una segnalazione formale del docente diventa rilevante quando descrive fatti che possono incidere su salute, dignità professionale e serenità lavorativa. È il caso, ad esempio, di episodi ripetuti di offese pubbliche, aggressività verbale, diffusione di voci calunniose, isolamento relazionale o comportamenti invasivi nei luoghi di lavoro, specie se accompagnati da documentazione medica o da un esplicito collegamento con uno stato di ansia e malessere.

In questo quadro, il riferimento normativo principale è l’art. 2087 c.c., che impone al datore di lavoro di adottare tutte le misure necessarie, secondo esperienza e tecnica, per tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei lavoratori. La Cassazione ha ribadito che tale norma non configura una responsabilità oggettiva, ma impone al datore l’onere di dimostrare di avere adottato tutte le misure necessarie di protezione.

Stress lavoro-correlato: perché riguarda anche la scuola

Sul piano prevenzionistico, la fonte centrale è la disciplina sullo stress lavoro-correlato, richiamata nella metodologia applicativa contenuta nella Lettera circolare 18 novembre 2010. La circolare chiarisce che la valutazione non riguarda casi isolati in astratto, ma gruppi omogenei di lavoratori, e si sviluppa in una fase preliminare obbligatoria e in una eventuale fase successiva, se emergono elementi di rischio.

Particolarmente importante è il passaggio in cui la circolare include, tra i fattori da esaminare, i fattori di contesto del lavoro, come:

  • ruolo nell’organizzazione,
  • autonomia decisionale,
  • conflitti interpersonali al lavoro,
  • evoluzione di carriera,
  • comunicazione organizzativa.

Questo significa che, in una scuola, una conflittualità ripetuta tra colleghi può assumere rilievo non solo disciplinare, ma anche come indice di rischio organizzativo da valutare ai fini della salute e sicurezza.

Cosa deve fare il dirigente scolastico dopo la denuncia

Ricevuta una segnalazione seria e circostanziata, il dirigente scolastico, quale datore di lavoro ai fini della sicurezza, non può limitarsi a registrare il problema. La procedura delineata dalla circolare del 2010 richiede una valutazione preliminare basata su indicatori oggettivi e verificabili, che comprendono eventi sentinella, fattori di contenuto del lavoro e fattori di contesto.

La stessa circolare precisa inoltre: “In relazione alla valutazione dei fattori di contesto e di contenuto di cui sopra (punti II e III dell’elenco) occorre sentire i lavoratori e/o il RLS/RLST.”.

Da ciò discende che, in presenza di una segnalazione di questo tipo, il dirigente deve attivare i soggetti della prevenzione aziendale, in particolare:

  • RSPP,
  • RLS/RLST,
  • medico competente, ove nominato.

Non solo. Se la situazione segnala un rischio concreto per la salute del lavoratore, il datore di lavoro è tenuto anche a valutare misure correttive e organizzative idonee a ridurre l’esposizione al fattore stressogeno.

Mobbing, straining o semplice conflitto? Perché la distinzione conta

Nel linguaggio comune molte vicende vengono subito definite “mobbing”, ma sul piano giuridico la qualificazione è più rigorosa. La giurisprudenza richiede, per il mobbing, una pluralità di comportamenti sistematici e un intento persecutorio unificante.

La Cassazione, però, ha chiarito un punto decisivo: anche se il mobbing non è provato, il giudice deve comunque verificare se vi sia stata violazione dell’art. 2087 c.c. per mancata adozione delle misure necessarie a tutela del lavoratore.

Il principio è espresso in modo netto: “in caso di accertata insussistenza dell’ipotesi di mobbing in ambito lavorativo, il giudice del merito deve comunque accertare se, sulla base dei fatti allegati a sostegno della domanda, sussista un’ipotesi di responsabilità del datore di lavoro per non avere adottato tutte le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, erano necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale del lavoratore” [Sez. Lavoro Civile, Ordinanza n. 3791 del 12/02/2024].

La stessa ordinanza aggiunge che il datore deve evitare anche situazioni “stressogene”, pure in mancanza della prova di un preciso intento persecutorio. In quest’ottica, assumono rilievo anche le categorie di straining e di ambiente lavorativo stressogeno, ormai largamente utilizzate dalla giurisprudenza.

Ambiente scolastico tossico: il datore di lavoro deve intervenire?

Sì, se il contesto relazionale è lesivo della salute o idoneo a diventarlo. La Cassazione ha affermato che tra le misure dovute rientra anche la prevenzione e, ove possibile, la rimozione di un “contesto di conflittualità all’interno dell’istituto”.

Si tratta di un passaggio molto importante per il mondo scolastico, perché porta il problema sul terreno dell’organizzazione del lavoro. Non basta dire che “tra colleghi capita” o che si tratta di incompatibilità caratteriali. Se il conflitto si stabilizza, si manifesta in modo pubblico, incide sul benessere lavorativo e genera un danno o un rischio per la salute, il datore di lavoro deve attivarsi.

Naturalmente, non ogni disagio integra automaticamente una responsabilità datoriale. La giurisprudenza ha escluso la tutela quando manchino prova del danno, nesso causale o concrete condotte imputabili al datore, oppure quando il quadro si riduca a meri attriti interpersonali senza adeguata prova di una situazione lesiva.

Quali misure organizzative possono essere richieste

Sul piano pratico, una segnalazione ben costruita può chiedere l’adozione di misure organizzative coerenti con l’obbligo di protezione, come:

  • limitazione o regolazione dei contatti tra le persone coinvolte,
  • monitoraggio del clima lavorativo,
  • attivazione del RLS e del RSPP,
  • esame dei fattori di contesto del lavoro,
  • misure correttive per ridurre l’esposizione al conflitto,
  • interventi sul benessere organizzativo.

Una simile richiesta non è, di per sé, eccedente o impropria. Al contrario, si colloca nel solco della prevenzione dello stress lavoro-correlato e dell’obbligo datoriale di tutela.

Il ruolo della documentazione medica

Dal punto di vista probatorio, è molto rilevante che il docente colleghi i fatti denunciati a conseguenze concrete sulla salute, documentandole con certificazioni o percorsi di cura.

La Cassazione ha precisato infatti che il lavoratore deve provare:

  1. il danno,
  2. il nesso causale tra danno e ambiente di lavoro,

mentre sul datore grava la prova di avere adottato tutte le misure necessarie.

La giurisprudenza di merito mostra bene questa linea: le domande risarcitorie vengono rigettate quando le certificazioni siano generiche o fondate solo sul racconto della parte senza adeguati riscontri causali. Al contrario, quando vi siano fatti accertati e un pregiudizio dimostrato, può essere riconosciuta una responsabilità risarcitoria anche in assenza di piena prova del mobbing.

CCNL scuola e benessere organizzativo: c’è un supporto contrattuale?

Le fonti contrattuali del comparto Istruzione e Ricerca confermano la rilevanza del tema sul piano organizzativo. Il CCNL Comparto Istruzione e Ricerca 2022-2024 richiama, tra i profili generali, anche sicurezza nei luoghi di lavoro, lavoro agile, welfare e relazioni sindacali. Il CCNL 2019-2021costituisce il quadro di riferimento sulle relazioni sindacali e sull’organizzazione del personale del comparto.

Anche se le fonti contrattuali non sostituiscono l’art. 2087 c.c. né la disciplina prevenzionistica, rafforzano l’idea che il benessere organizzativo e la corretta gestione delle relazioni interne non siano questioni marginali nel sistema scolastico.

Quando la denuncia è legittima

Alla luce delle fonti esaminate, la denuncia del docente è legittima quando:

  • è circostanziata nei fatti,
  • riguarda condotte potenzialmente lesive della salute o della dignità,
  • richiama la necessità di misure di prevenzione e tutela,
  • si inserisce nel quadro dello stress lavoro-correlato e dell’obbligo di sicurezza.

Non è necessario, in questa fase, provare già in modo pieno il mobbing. È sufficiente che la segnalazione faccia emergere una situazione che il datore di lavoro non può ignorare senza verifiche.

SEO Focus: cosa insegna questa vicenda al mondo della scuola

Per chi opera nel diritto scolastico, il punto centrale è questo: la segnalazione di vessazioni tra colleghi può attivare obblighi giuridici immediati in capo al dirigente scolastico. Non siamo soltanto sul terreno del procedimento disciplinare o della mediazione interna, ma anche su quello della:

  • sicurezza sul lavoro,
  • valutazione dei rischi psicosociali,
  • tutela della salute,
  • responsabilità datoriale ex art. 2087 c.c..

In altre parole, il docente che denuncia condotte vessatorie non sta semplicemente esprimendo un disagio personale: può attivare un meccanismo di tutela previsto dall’ordinamento, soprattutto quando il problema investe il clima organizzativo e il rischio da stress lavoro-correlato.

Conclusione

Nel diritto scolastico contemporaneo, la gestione delle relazioni interne non è più un tema “minore”. La scuola, come qualunque altro luogo di lavoro, è tenuta a prevenire e governare i rischi che incidono sulla salute psicofisica dei lavoratori, compresi quelli derivanti da conflitti relazionali, umiliazioni e condizioni stressogene.

Per questo, una denuncia formale del docente, se seria e documentata, è uno strumento pienamente legittimo. E il dirigente scolastico, ricevuta quella segnalazione, non può restare fermo: deve valutare, coinvolgere i soggetti della prevenzione e adottare le misure organizzative necessarie, perché l’inerzia, in certi casi, può trasformarsi essa stessa in fonte di responsabilità.

Classe prima: l’accoglienza e il primo giorno di scuola

Classe prima: l’accoglienza e il primo giorno di scuola

di Benedetta Orsetti

L’insegnamento in classe prima inizia con la consapevolezza di un passaggio, non solo tra ordini di scuola ma anche nel processo di crescita degli alunni, che va accompagnato: accogliere significa in primo luogo conoscersi reciprocamente. Aprire le porte della scuola alle famiglie, in un periodo in cui si sente spesso parlare di invadenza, di pressioni, di presenza inopportuna di madri e padri nella vita scolastica dei figli, può sembrare inappropriato, ma in realtà può essere un rimedio alla frattura tra la dimensione educativa familiare e scolastica. La scuola fa rete con le famiglie, con il territorio, ma nello stesso tempo le diverse realtà educative e scolastiche fanno sistema e creano sinergie.

Accogliere le famiglie

La conoscenza tra scuola e famiglia inizia prima delle lezioni, con l’assemblea durante la quale i docenti della classe accolgono i genitori dei futuri alunni e spiegano in breve il percorso costituito da pratiche per facilitare gli apprendimenti, condivise sia a scuola che a casa. L’accoglienza è un gesto importante perché è necessario che si stabilisca un patto educativo tra scuola e famiglia che nasce dalla fiducia accordata, senza la quale non ci può essere un adeguato apprendimento In questa circostanza una buona pratica può essere iniziare la conversazione con una lettura condivisa; la lettura di un album illustrato, così come lo sarà con i bambini, è una modalità per stabilire una relazione con il contesto familiare dell’alunno[1].

Successivamente si entra nel dettaglio della metodologia didattica spiegando ai genitori che durante l’anno scolastico loro stessi verranno coinvolti nella condivisione del percorso degli alunni e nelle azioni di monitoraggio che non implicano esclusivamente momenti di valutazione. Rendere partecipi le famiglie delle azioni didattiche che verranno messe in atto non avrà come conseguenza necessariamente una sovrapposizione tra le funzioni genitoriali e quelle docenti, anzi un atteggiamento di apertura e di disponibilità da parte degli insegnanti può prevenire malintesi e trasforma potenziali polemiche in una collaborazione costruttiva. A tal proposito, spiegare nel dettaglio l’elenco dei materiali richiesti non è la stessa cosa di pubblicarlo nel sito della scuola. Una scelta vincente, che va spiegata, è quella di far utilizzare a tutti i bambini materiali facilitatori: in questo modo viene data a tutti la possibilità di avere una buona partenza. Avere, per esempio, una matita con impugnatura facilitata può aiutare il bambino che ancora non ha consolidato una prensione corretta della matita, ma non danneggerà sicuramente chi impugna correttamente. Tale approccio può servire a sostenere alcune fatiche, a non mettere in difficoltà alunni con buone potenzialità, ma con modalità di apprendimento che non sempre seguono la strada maestra, superando l’idea che esista un solo modo per imparare.  Inoltre si richiedono pochi materiali che poi, a seconda delle esigenze, verranno rimodulati durante l’anno scolastico.

Molti materiali possono essere condivisi tra gli alunni, se la scuola ha un minimo di fornitura scolastica disponibile. Il setting dell’aula con i banchi disposti a isola (raggruppati insieme) facilita la socializzazione e permette di mettere al centro gli oggetti comuni. Ogni isola con il tempo impara anche ad autogestirsi: i bambini potranno in seguito dare un nome al proprio gruppo e creare un logo, si daranno dei ruoli e si aiuteranno a vicenda. Ci sono comunque delle criticità rispetto a tale disposizione: è necessario considerare la visione della lavagna in un momento in cui la copiatura e la postura sono importanti. Le pareti dell’aula si costruiranno con le attività che nel corso dell’anno si faranno con i bambini: all’inizio sono vuote e dal primo giorno in poi cominceranno a riempirsi, per esempio con l’illustrazione del personaggio guida o con le attività per la presentazione degli alunni.

Il primo giorno di scuola

Aprire l’aula o il giardino della scuola ai piccoli alunni accompagnati dalle loro famiglie il primo giorno di scuola, è un’azione che contribuisce a dare un messaggio di accoglienza da parte degli insegnanti e della comunità scolastica.

Se i genitori sono disponibili, la prima parte delle attività della mattinata, può essere svolta in loro presenza: per esempio, la lettura della storia che introduce il nostro personaggio guida, al quale verranno collegate alcune routine all’interno delle attività didattiche successive. Non è un vero e proprio sfondo integratore, ma un pretesto per motivare gli alunni all’ascolto e creare con loro una relazione che passa attraverso un racconto il cui protagonista viene a far parte della quotidianità della classe.  A volte i libri di testo scelti offrono tale opportunità, ma spesso svincolarsi da storie costruite solo per scopi didattici permette di creare situazioni e giochi che possono servire per tanti aspetti del percorso, come identificarsi con il personaggio che prova le stesse emozioni dei bambini il primo giorno di scuola.  Tra i diversi libri che affrontano l’ingresso nell’ ambiente scolastico, un esempio è l’album “Anselmo va a scuola” di Giovanna Zoboli e Simona Mulazzani[2]. Anselmo è un coniglio, il migliore amico di un bambino che inizierà a breve la prima elementare.  Anselmo ha paura di affrontare la nuova esperienza, in un luogo che non conosce. Il fulcro della storia si basa su un meccanismo psicologico di proiezione: il bambino prova una forte ansia per l’inizio della scuola, ma non riesce a verbalizzarla o ad accettarla direttamente. Di conseguenza, attribuisce tutta la paura al suo pupazzo. Anselmo può essere presente veramente nella classe, diventa il pupazzo che ogni giorno i bambini salutano e che comunica loro come si sente, indossa dei vestiti e dorme in un letto. Con il tempo si può costruire in modo laboratoriale ciò di cui ha bisogno per la sua quotidianità.

Se con i genitori eravamo seduti a terra o nel giardino per ascoltare la storia, successivamente gli alunni salutano i loro accompagnatori e l’insegnante li porta in classe dove possono sedersi nella loro isola.

Gli alunni si presentano

Per questa attività si propone l’utilizzo di un alfabeto fonetico che è uno strumento che fa parte di una serie di pratiche che si tramandano di scuola in scuola, è un’attività che nel tempo è stata utilizzata anche dalla scuola dell’infanzia ed è diventata una azione di continuità molto importante tra i due ordini di scuola.

I bambini riproducono i fonemi con la voce e con il corpo facendo attenzione al punto di articolazione e facendo corrispondere dei gesti simbolici alla caratteristica fonetica del suono che successivamente corrisponderà al grafema. Viene sollecitata fin dall’inizio negli alunni questa attenzione a come il suono viene prodotto dal punto di vista corporeo, non solo acustico[3].

La maestra si presenta e mostra il suo nome scritto e lo appoggia sul tavolo. Anselmo si presenta e nello stesso modo posizioniamo il suo nome nell’aula. Stiamo iniziando ad esporre i bambini a parole scritte che rimangono sulle pareti della stanza che nel corso dei giorni si riempiranno. Quindi, i bambini si presentano dicendo a voce alta il loro nome e se riescono riproducono con l’alfabeto fonetico l’iniziale. Poi pescano da un cesto, che l’insegnante ha preparato in precedenza, il cartellino con il proprio nome e lo appoggiano sul loro banco. Iniziano subito le attività di osservazione che il docente mette in atto per raccogliere più dati possibili sui prerequisiti.

Il patto delle regole condivise

Viene spiegato agli alunni fin dai primi giorni che sono necessarie delle regole per stare bene in classe: se si parla tutti insieme, nessuno capirà nulla. Se ci si alza quando si vuole, nell’aula non ci sarà quell’ordine che ci aiuta a giocare e imparare. Quindi si stabilisce un patto fatto di poche regole che gli alunni si impegnano a rispettare: due le più importanti. 1 – Quando qualcuno parla è necessario ascoltare e aspettare il proprio turno per intervenire; 2 – Quando ci si alza bisogna chiedere il permesso all’insegnante che è il vigile degli spostamenti. Proprio perché c’è un vigile in classe è presente un semaforo (si trovano diversi semafori giocattolo che si accendono su verde e rosso) che stabilisce i turni della conversazione.

Si aiutano i bambini a percepire, che cosa significa il silenzio: si ascolta il silenzio [4]. Sono molto utili dei giochi che l’insegnante può fare con il tono della sua voce: se lo abbasserà i bambini faranno più silenzio per capire cosa sta dicendo. Di solito piace il gioco del mimo: invece di parlare si mimano le azioni che i bambini devono fare, come prendere il quaderno o la matita.

In questo modo si è costruita una premessa al percorso di apprendimento degli alunni, ma soprattutto alla relazione tra alunni, famiglie, docenti e scuola, intesa come ambiente e come insieme di persone, una relazione che potremo chiamare alleanza.


[1] Tra le letture consigliate:

  • Beatrice Alemagna, Che cos’è un bambino? Topipittori, Milano 2008. Questo album è una partenza necessaria, non solo tra famiglia e scuola, ma anche tra docenti: chi inizia questo mestiere deve avere la giusta ottica di fronte all’alunno che va mantenuta anche in situazioni di stanchezza e di difficoltà rispetto a un gruppo classe sfidante e faticoso.
  • Cristina Bellemo, Alicia Baladan, Storia Piccola, Topipittori, Milano 2015. La storia descrive con parole poetiche la crescita di un bambino e il momento del distacco dai genitori che viene raccontato come una festa. L’atteggiamento positivo dei genitori nel momento in cui salutano il proprio figlio che va a scuola, infonde in lui la sicurezza che sarà un’esperienza bellissima.
  • Cristina Valentini, Philip Giordano, Chissadove, Zoolibri, Milano 2015. vd. Antonella Capetti, A scuola con gli albi. Insegnare con la bellezza delle parole e delle immagini, Topipittori, Milano 2018, p.17.

[2] Giovanna Zoboli G., Simona Mulazzani, Anselmo va a scuola, Topipittori, Milano 2006

[3] Raffaela Maggi, Paola Martinelli, Giorni di scuola, Gruppo Editoriale Raffaello, Monte San Vito, Ancona 2020.

[4] Cfr. sull’argomento, Andy Goodman, C’era un gran silenzio, Corraini Edizioni, Mantova 2008.

Istruzione parentale

Istruzione parentale: natura giuridica, limiti, adempimenti e profili costituzionali

Avv. Gianfranco Nunziata (Foro di Salerno)

L’istruzione parentale è una modalità di assolvimento dell’obbligo di istruzione alternativa alla frequenza scolastica, nella quale i genitori — o chi esercita la responsabilità genitoriale — provvedono direttamente, oppure tramite persona delegata, all’istruzione del minore. Il suo fondamento si colloca nel rapporto tra il diritto-dovere dei genitori di istruire ed educare i figli di cui all’art. 30 Cost. e il diritto-dovere all’istruzione garantito dall’ordinamento, nel quadro dell’obbligo di istruzione.

La Cassazione ha qualificato l’istituto in termini netti: l’istruzione parentale è una scelta pienamente legittima, consentita dalla legge, e costituisce espressione di un diritto costituzionalmente garantito, purché esercitata sotto il controllo delle autorità competenti e nel rispetto delle regole previste.

1. Che cosa significa “istruzione parentale”

Sul piano normativo, il dato centrale è che l’ordinamento italiano impone l’istruzione, non necessariamente la frequenza di un istituto scolastico, purché siano rispettati i presupposti e i controlli previsti dalla legge. 

In questa logica:

  • l’art. 30 Cost. attribuisce ai genitori il dovere e diritto di mantenere, istruire ed educare i figli ;
  • l’art. 34 Cost. sancisce l’apertura della scuola a tutti e l’obbligatorietà dell’istruzione inferiore ;
  • l’art. 1, comma 4, d.lgs. n. 76/2005 prevede espressamente che i genitori che intendano provvedere “privatamente o direttamente” all’istruzione dei figli devono dimostrare la capacità tecnica o economica e darne comunicazione annuale all’autorità competente;
  • l’art. 23 d.lgs. n. 62/2017 impone la comunicazione preventiva annuale al dirigente scolastico del territorio di residenza e l’esame annuale di idoneità fino all’assolvimento dell’obbligo di istruzione.

La definizione operativa contenuta nelle linee guida ministeriali è coerente: si tratta di attività di istruzione svolta direttamente dai genitori o da persona da loro delegata.

2. Chi la può chiedere

Possono avvalersi dell’istruzione parentale i genitori o coloro che esercitano la responsabilità genitoriale. Quindi, l’attività può essere svolta direttamente dagli stessi oppure tramite soggetto delegato.

Il presupposto soggettivo è dunque la titolarità della responsabilità genitoriale; sul piano costituzionale, ciò si ricollega direttamente all’art. 30 Cost. . La Cassazione, nella pronuncia del 2023, conferma che la scelta spetta ai genitori nell’esercizio della responsabilità sui figli minori .

3. Quando la famiglia può chiederla

La famiglia deve presentare una comunicazione preventiva annuale al dirigente scolastico della scuola del territorio di residenza, entro il termine annuale fissato per le iscrizioni.

Inoltre, se il minore è già iscritto e la famiglia intende ritirarlo durante l’anno, la comunicazione di ritiro può essere accompagnata dall’avvio contestuale dell’istruzione parentale.

Ne consegue che la scelta può essere esercitata:

  1. all’inizio del percorso di istruzione obbligatoria;
  2. al momento delle iscrizioni per l’anno successivo;
  3. eccezionalmente in corso d’anno, in caso di ritiro dalla scuola.

4. Gli adempimenti della famiglia

Dunque emerge un insieme piuttosto definito di oneri a carico dei genitori:

a) Comunicazione preventiva annuale

La comunicazione va presentata in forma cartacea al dirigente scolastico territorialmente competente.

b) Dichiarazione sulla capacità tecnica o economica

La famiglia deve allegare una dichiarazione formale relativa al possesso della capacità tecnica o economica per provvedere autonomamente all’istruzione.

c) Progetto didattico-educativo

Va allegato un progetto didattico-educativo di massima, coerente con le Indicazioni nazionali o con le linee guida del ciclo di riferimento.

d) Domanda di iscrizione agli esami di idoneità

Per il primo ciclo, la domanda va presentata entro il 30 aprile; per il secondo ciclo, entro i termini fissati dalla scuola.

e) Esami annuali

Gli alunni in istruzione parentale sostengono annualmente l’esame di idoneità per il passaggio alla classe successiva presso una scuola statale o paritaria, fino all’assolvimento dell’obbligo di istruzione.

5. Quali adempimenti deve compiere la scuola

Le Indicazioni per le scuole del Ministero delineano il ruolo della cosiddetta scuola vigilante.

a) Prendere atto della scelta

Il dirigente scolastico prende atto della scelta dei genitori, senza entrare nel merito della richiesta e senza necessità di un provvedimento autorizzativo formale.

“Il dirigente scolastico della scuola vigilante prende atto della scelta espressa dai genitori di avvalersi dell’istruzione parentale, senza entrare nel merito della richiesta (salvo verificare che la comunicazione sia formalmente corretta) e senza la necessità di rilasciare alcun atto formale di autorizzazione.”.

b) Verificare la correttezza formale della comunicazione

Il controllo scolastico è innanzitutto formale: completezza della comunicazione, presenza della dichiarazione e del progetto.

c) Non richiedere documentazione aggiuntiva sulla capacità tecnica o economica

Le linee guida escludono espressamente che la scuola possa pretendere allegati ulteriori come titoli di studio, curriculum, ISEE o dati reddituali.

“Non deve essere richiesta alcuna documentazione aggiuntiva a supporto della dichiarazione formale relativa al possesso della capacità tecnica o economica per provvedere autonomamente all’istruzione dei minori…”.

d) Vigilare sull’adempimento dell’obbligo di istruzione

La scuola che riceve la comunicazione è tenuta a vigilaresull’adempimento dell’obbligo di istruzione.

e) Informare la famiglia sugli ulteriori adempimenti

Il dirigente deve informare i genitori, per iscritto, circa:

  • rinnovo annuale della comunicazione;
  • obbligo di presentare domanda agli esami di idoneità;
  • relative scadenze.

f) Registrazione amministrativa

La scuola vigilante registra la posizione nel SIDI; la scuola sede d’esame aggiorna il sistema con l’esito della prova e lo comunica alla scuola vigilante.

g) Sollecito e segnalazione dell’inadempimento

Se la famiglia non presenta domanda di esame nei termini, la scuola deve sollecitarla; in caso di inerzia, il dirigente segnala l’inadempimento al Sindaco, indicato come autorità preposta alla vigilanza sull’obbligo di istruzione.

h) Eventuale interlocuzione sul progetto didattico

La scuola può proporre, in chiave collaborativa, regolazioni al progetto se risulti significativamente incoerente con le Indicazioni nazionali .

6. La scuola può rifiutarla?

In conclusione precisa: non esiste un generale potere autorizzativo della scuola, e quindi non emerge un ordinario potere di “rigetto” della scelta familiare.

La scuola:

  • non autorizza;
  • prende atto;
  • verifica la regolarità formale;
  • vigila sull’adempimento dell’obbligo.

I possibili profili problematici non attengono a un rifiuto discrezionale della scelta, ma a situazioni di irregolarità o inadempimento, quali:

  1. comunicazione non formalmente corretta o incompleta;
  2. mancata presentazione della domanda di esame;
  3. mancato assolvimento dell’obbligo di istruzione accertato attraverso i controlli e gli esami;
  4. presenza di un rischio di pregiudizio per il minore, che può giustificare misure limitative della responsabilità genitoriale, ma non per il solo fatto della scelta parentale .

La Cassazione afferma infatti che il monitoraggio dei servizi sociali e la prescrizione di collaborazione con essi sono misure limitative della responsabilità genitoriale e possono essere adottate solo dopo l’accertamento del rischio di pregiudizio, non sulla sola base dell’istruzione parentale .

7. Gli esami di idoneità come snodo centrale del sistema

L’architettura dell’istituto ruota sugli esami annuali di idoneità, che rappresentano lo strumento di verifica dell’assolvimento dell’obbligo di istruzione .

Per il primo ciclo:

  • domanda entro il 30 aprile;
  • sessione unica prima dell’inizio delle lezioni o entro i termini fissati;
  • prove predisposte in coerenza con il progetto didattico e le Indicazioni nazionali.

Per il secondo ciclo:

  • la programmazione presentata deve risultare conforme ai curricoli ordinamentali;
  • l’ammissione all’esame dipende da tale conformità.

Qui si coglie già un primo terreno di possibile tensione giuridica: l’istruzione parentale è riconosciuta come percorso autonomo, ma l’accertamento finale resta fortemente parametrato ai curricoli del sistema scolastico.

8. I profili di conflitto con la Costituzione

 I principali nodi costituzionali si collocano nel bilanciamento fra libertà educativa familiare e garanzia pubblica del diritto del minore all’istruzione.

a) Art. 30 Cost. versus art. 34 Cost.

L’art. 30 Cost. tutela il diritto-dovere dei genitori di istruire ed educare i figli ; l’art. 34 Cost. impone l’obbligatorietà dell’istruzione . L’istruzione parentale vive precisamente in questo punto di equilibrio: la famiglia può scegliere il percorso, ma lo Stato deve garantire che il minore riceva effettivamente un’istruzione adeguata.

b) Libertà familiare e limiti ai controlli pubblici

La Cassazione ha chiarito che la scelta parentale non può di per sé far presumere un pregiudizio. Perciò, controlli o misure invasive — come il monitoraggio dei servizi sociali — diventano legittimi solo in presenza di un accertato rischio per il minore . Il conflitto costituzionale potenziale sta dunque nella proporzionalità del controllo pubblico.

c) Uniformità statale dell’istruzione

La Corte costituzionale ha affermato che il sistema generale dell’istruzione ha carattere nazionale e rientra nelle “norme generali sull’istruzione” di competenza statale, funzionali a garantire uniformità del servizio sull’intero territorio . Anche questo incide sull’istruzione parentale: la libertà educativa familiare non può tradursi in una sottrazione totale agli standard generali del sistema nazionale.

9. I profili di conflitto con la normativa europea e sovranazionale

Non c’è una disciplina europea che vieti in astratto l’istruzione parentale; al contrario, segnalano riferimenti sovranazionali al diritto all’istruzione e al ruolo dei genitori. In particolare:

  • la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europeatutela i diritti fondamentali senza consentirne restrizioni abusive ;
  • le linee guida ministeriali richiamano l’art. 14, comma 3, della Carta UE e l’art. 26 della Dichiarazione universale dei diritti umani.

I possibili attriti, non riguardano dunque la liceità dell’istituto in sé, ma il suo bilanciamento applicativo:

a) diritto del minore a un’istruzione effettiva e non meramente dichiarata

Il controllo pubblico, gli esami annuali e la vigilanza amministrativa sono giustificati dall’esigenza di assicurare un livello effettivo di istruzione.

b) proporzionalità delle restrizioni

Se le verifiche scolastiche o gli interventi esterni diventano eccessivamente invasivi, può porsi un problema di compressione sproporzionata del diritto dei genitori di scegliere il modello educativo.

c) coerenza tra progetto parentale e standard nazionali

L’obbligo di conformità del progetto o della programmazione ai curricoli e alle Indicazioni nazionali, soprattutto nel secondo ciclo, può generare tensioni con modelli pedagogici familiari meno standardizzati.

10. Conclusione

Emerge un quadro ormai piuttosto definito. L’istruzione parentale:

  • è legittima e parte dell’ordinamento ;
  • può essere scelta da genitori o esercenti la responsabilità genitoriale;
  • richiede comunicazione annuale, dichiarazione di capacità tecnica o economica, progetto didattico-educativo ed esami annuali di idoneità;
  • non è soggetta a un ordinario potere autorizzativo o discrezionale di rifiuto da parte della scuola;
  • può dar luogo a interventi limitativi solo in presenza di irregolarità, inadempimento dell’obbligo di istruzioneo rischio di pregiudizio per il minore.

Il punto giuridicamente più delicato resta il bilanciamento: da un lato, la libertà educativa della famiglia, radicata nell’art. 30 Cost.; dall’altro, l’interesse pubblico e costituzionale a garantire il diritto del minore a un’istruzione adeguata, uniforme e verificabile, secondo gli artt. 34 e 117 Cost. . Proprio in questo equilibrio si gioca, oggi, la tenuta costituzionale e sistematica dell’istruzione parentale nell’ordinamento italiano.

 

Intelligenza artificiale e “Magnifica humanitas”

Intelligenza artificiale e “Magnifica humanitas”

di Gabriele Boselli

Abstract – Generalmente presentata come una  “enciclica sull‘ intelligenza artificiale” la Magnifica Humanitas investe un campo assai più largo, a partire dall’ economia (la principale disciplina delle intelligenze dell’Intero dopo teologia e filosofia) e illumina od oscura a seconda dei punti di vista le disposizione fondazionali della cultura contemporanea verso le trasformazioni della post-modernità.  Firmata da un papa che proviene da studi matematici,  rappresenta un felice episodio d’incontro tra le millenarie radici linguistiche del magistero della Chiesa e il ceppo anglosassone all’origine dei linguaggi dell’intelligenza artificiale. Gli sviluppi dell’ AIG  in campo finanziario e militare suscitano legittime diffidenze; vanno però coniugate con l’attenzione  alle immense possibilità che il potenziale linguistico di questo nuovo “soggetto trascendentale”, moralmente non neutro ( MH & 105),  apre in molteplici settori del conoscere e della vita quotidiana,

La struttura fondazionale

In attesa dell’integrazione con le lingue dell’India e della Cina, nonché di una maggior compenetrazione con quelle dell’Europa continentale, sinora l’ AI nei suoi LLM e nelle sue procedure pensa e scrive angloamericano e questo veicola o almeno non contrasta etiche di radice calvinistica, idolatrie dell’ individuo e del successo, della supremazia del bene privato contro quello pubblico. Lingue e linguaggi sempre si portano dietro la loro storia e il loro potenziale etico di pre-concetti e concetti infuturanti.  Tra questi, nelle culture di lingua angloamericana: la solidarietà  è un valore se contribuisce utilmente all’immagine pubblica; la natura è  dominio esclusivo della specie vincente e può essere tranquillamente depredata. Non è certi solo questione di linguaggi ma dal profondo le eredità semantiche delle parole e delle strutture sintattiche agiscono, “legittimano” comportamenti. E con l’AI migrano dai linguaggi dell’informatica al pensiero ordinario.  Leone XIV, per lingua madre angloamericano, ha però attraversato tutte le lingue della Chiesa, specialmente il latino. Conosce i linguaggi della matematica (pensata nei millenni in indoeuropeo) e ne maneggia gli algoritmi. E’ perciò capace di critica, ovvero, fenomenologicamente: analisi, decostruzione del testo e ricomposizione del tema secondo altri principi differenti e diversi. Le chiese cristiane storiche (non quelle “evangeliche” delle invasate sacerdotesse trumpiane) sostengono il primato del bene comune, della solidarietà,  della sussidiarietà, della giustizia uguale per tutti.

Linguaggi di pace e di guerre

Da millenni nella chiesa cattolica, ordinata secondo strutture linguistiche latine, si è insegnato come in ogni campo si debba agire sempre secondo principi e non privilegiando gli interessi e i risultati utili a una parte. Nella confidenza con quel Dio che (Agostino docet) habitat in interiore homine. Questa almeno la predicazione, più intensa dopo la privazione del potere temporale.                                                           Di segno analogo l’insegnamento prevalente nella scuola italiana ed europea: amare il prossimo e il lontano e trattare gli altri e se stessi sempre come fine e mai come mezzo dovrebbero costituire la principale linea ispiratrice dell’attività scientifica, economica e politica.                                                         

C’è una guerra che alcuni poteri occidentali hanno intrapreso contro la civiltà d’Occidente, la sua cultura e le sue istituzioni, una guerra interna di cui Trump è l’esponente  più visibile. Di sono poi le sciagurate guerre esterne in corso, quella contro i palestinesi, quella contro l’antica civiltà persiana, quella contro la Russia (terra troppo vasta, ricca di materie prime e poco popolata, dunque appetibile) e altre come quella in gestazione contro la Cina. Sono impostate dai decisori politici e dalle alte sfere militari utilizzando ampiamente l’AI: si opera secondo programmi di distruzione e/o sterminio elaborati e messi in atto da intelligenze artificiali attraverso reti di comunicazione satellitare o prossimale che generano la terminazione di soldati nemici, civili, ricchezze artistiche, naturali, industriali. Le macchine non hanno almeno sinora crisi di coscienza, gli stermini  possono essere automatici, Criterio loro decisori è considerare l’umanità (altrui) sempre come mezzo e mai come fine. Qualcosa di molto simile accade nella finanza.

La cultura della potenza/prepotenza e una possibile versione “disarmata e disarmante” dell’ AI

Il potenziale maggiormente distruttivo dell’AIG è nelle applicazioni militari, in tempi di obnubilamento del diritto internazionale e in cui le guerre sono prevalentemente combattute dai droni e dirette principalmente contro i civili e le strutture economiche.

Certo -pur non infondato- aleggia nell’enciclica un pessimismo; si sottolineano più i rischi che le possibilità; sono pure presenti alcune risonanze di letture antimoderne. Io penso però che i vantaggi possano prevalere. Un’AI “disarmata” (MH, &111), estesa nella gamma epistemica ed etica e sottratta al dominio esclusivo delle grandi corporation   ( MH, &95) può essere agenzia per estendere e approfondire la coscienza, la conoscenza e la gestibilità di tutti i campi di fenomeni con cui si entra in relazione diretta, mediata o semplicemente altra. Ci si potrebbe con l’AIG riconoscere meglio come soggetti realmente attivi, passivi e interattivi attraverso la relazione con il mondo così come attraverso capacità autoriflessive. L’io -individuale e collettivo-  potrebbe farsi pienamente soggetto, ovvero appropriarsi di una potenzialità trascendentale, divenire autore di una propria meno faticosa e forse più produttiva e ricca impresa di visione e trans-formazione  del mondo nel rispetto della natura e dell’umanità.

Nel servire l’ umanità, quella che molto ma molto generosamente Leone XIV chiama magnifica, la persona può abbracciare, con l’amplificazione della conoscenza, l’interezza dell’essere e degli enti senza perder di vista le singolarità.

Perdere (e ritrovare, o inventare) un orizzonte di senso 

A volte riduttivamente presentata solo come un’enciclica sull’intelligenza artificiale, la lettera papale ha lo spazio teoretico e il respiro dell’ intera tradizione della Chiesa. Invita certo ad andare oltre le apparizioni elettroniche, verso il mondo della natura come della cultura nel loro intero e nella successione degli orizzonti. Ora è purtroppo il tempo della creazione dei deserti (Laudato sì, 2018) ma nulla è irreversibile; torneranno le foreste.  Di grande interesse teologico la presenza in una enciclica papale del concetto (MH & 146 p 146), fondazionale in fenomenologia, di orizzonte di senso. Con questa espressione si può intendere, almeno in una lettura in chiave metafisica, la tensione trascendentale dal passato al futuro del mondo e delle generazioni, dal tempo all’ eterno, dal finito all’ infinito pur mantenendo il senso del limite e rimanendo nella consapevolezza della contingenza.

La nuova gravità dei saperi potrebbe favorire un rafforzamento delle interiori capacità del soggetto trascendentale, ovvero personale e collettivo insieme. E’ possibile anche nel tempo dell’AI curvare la sua inerenza e appartenenza al mondo-cosa secondo vettrici intenzionali autentiche, secondo positivi assetti categoriali, nuove visioni e ragioni di vita. Anche nella scuola ciò può significare aiuto al superamento dell‘ egoismo, avvertire come ragione di vita il bene comune, comunicare la proiezione del soggetto nelle regioni introduttive alla trascendenza. Per questo occorre “non inseguire la velocità del mondo digitale  offrendo tempo condiviso  per apprendere e relazioni affidabili”; ma anche  mantenere una forte connessione.


Leone XIV , Magnifica humanitas, Libreria editrice vaticana, Città del Vaticano, 2026

L. Floridi, La differenza fondamentale, Mondadori 2025

AAVV, Indagine sul capitalismo digitale in Aut Aut, 407/2025

G. Boselli, AIG, per una gamma di paradigmi: un esercizio di fenomenologia   In Encyclopaideia – Journal of Phenomenology and Education. Vol.29 n.73 (2025), pp 63–79 

Lezioni private e funzione docente

Lezioni private e funzione docente nella scuola pubblica: limiti di liceità, conflitto di interessi e responsabilità disciplinare

Avv. Gianfranco Nunziata (Foro di Salerno)

1. Premessa

Il tema delle lezioni private impartite dai docenti della scuola pubblica si colloca all’incrocio tra diritto scolastico, pubblico impiego e responsabilità disciplinare. La questione non può essere risolta nei termini semplificati di una alternativa secca tra liceità e divieto: l’ordinamento, infatti, ammette in via generale spazi di attività privata del docente, ma li sottopone a una disciplina restrittiva, volta a impedire che l’interesse economico individuale interferisca con l’esercizio imparziale della funzione educativa e valutativa.

La regola più netta è quella posta dall’art. 508 del Testo unico della scuola, come richiamata anche nella prassi amministrativa scolastica: al personale docente non è consentito impartire lezioni private ad alunni del proprio istituto. Attorno a tale divieto si sviluppa un regime di controlli, autorizzazioni e possibili sanzioni che rende il fenomeno delle lezioni private giuridicamente rilevante non solo sul piano deontologico, ma anche su quello disciplinare e patrimoniale.

2. Il fondamento normativo: l’art. 508 d.lgs. n. 297/1994

La fonte speciale di riferimento è l’art. 508 del d.lgs. n. 297/1994, dedicato alle incompatibilità del personale scolastico. 

La giurisprudenza di legittimità ha ribadito lo stesso impianto, precisando che per il personale docente l’insegnamento privato è “circondato da limiti e in qualche caso anche da divieti”, tra cui il divieto di lezioni agli alunni del proprio istituto, l’obbligo di informazione al dirigente e il potere di quest’ultimo di vietare o interrompere l’attività.

Ne deriva che il sistema delineato dall’art. 508 non contiene un divieto assoluto di lezioni private, ma una disciplina selettiva: divieto diretto per gli alunni del proprio istituto; ammissibilità condizionata per gli altri casi.

3. La liceità condizionata delle lezioni private

La prima conclusione, sul piano sistematico, è che il docente può svolgere lezioni private, ma solo entro limiti rigorosi. La Corte d’appello di Salerno ha chiarito che l’art. 508, comma 15, d.lgs. n. 297/1994 esprime il principio per cui non esiste una incompatibilità assoluta tra funzione docente e attività libero-professionale; al tempo stesso, la compatibilità va verificata in concreto dal dirigente scolastico, tenendo conto dell’assenza di pregiudizio per l’attività didattica e della compatibilità con l’orario di insegnamento e di servizio.

Nello stesso senso, la Cassazione ha affermato che ai docenti scolastici è consentito, previa autorizzazione, l’esercizio di libere professioni compatibili con la funzione docente; tuttavia, l’autorizzazione non elimina il limite generale del conflitto di interessi, anche solo potenziale.

Questo assetto consente di distinguere tre ipotesi:

  1. lezioni private agli alunni del proprio istituto: vietate in via diretta;
  2. lezioni private ad alunni esterni o provenienti da altri istituti: astrattamente consentite, ma soggette a informazione, comunicazione dei nominativi e controllo del dirigente;
  3. attività professionali o incarichi retribuiti più ampi: leciti solo se previamente autorizzati e non incompatibili con i doveri d’ufficio né con l’imparzialità della funzione pubblica.

4. Il coordinamento tra art. 508 d.lgs. n. 297/1994 e art. 53 d.lgs. n. 165/2001

Il problema interpretativo centrale riguarda il rapporto tra la disciplina speciale della scuola e quella generale del pubblico impiego.

La Corte d’appello di Salerno ha escluso che l’art. 508, comma 15, costituisca una lex specialis integralmente derogatoria dell’art. 53, commi 7 e 8, d.lgs. n. 165/2001. Le due disposizioni, piuttosto, devono essere coordinate. Secondo tale ricostruzione:

  • l’art. 508 regola la compatibilità generale tra docenza e libera professione;
  • l’art. 53 disciplina i singoli incarichi retribuiti, imponendo la previa autorizzazione dell’amministrazione di appartenenza.

L’art. 53 prevede infatti che:

“I dipendenti pubblici non possono svolgere incarichi retribuiti che non siano stati conferiti o previamente autorizzati dall’amministrazione di appartenenza. Ai fini dell’autorizzazione, l’amministrazione verifica l’insussistenza di situazioni, anche potenziali, di conflitto di interessi.” 

La conseguenza è duplice. Da un lato, il docente non è sottratto al regime generale di controllo degli incarichi retribuiti; dall’altro, l’autorizzazione non ha natura meramente formale, ma richiede una verifica preventiva di compatibilità e di assenza di conflitto di interessi.

5. La ratio del divieto: imparzialità, terzietà della valutazione e buon andamento

Il divieto di lezioni private agli alunni del proprio istituto non è una scelta casuale o paternalistica: esso risponde a una precisa logica di garanzia dell’interesse pubblico.

Le fonti normative e giurisprudenziali convergono nel valorizzare il principio per cui il pubblico dipendente deve essere preservato da condizionamenti esterni suscettibili di alterare l’imparzialità dell’azione amministrativa. La Cassazione del 2025 collega espressamente il divieto di attività in conflitto di interessi alla “necessità di coerenza tra servizio pubblico e doveri primari di fedeltà”, richiamando l’art. 98 Cost.

Nel settore scolastico, tale ratio assume una valenza ancora più intensa. Il docente non è soltanto un prestatore d’opera intellettuale, ma il titolare di un potere valutativo incidente sul percorso formativo dello studente. Consentire un rapporto economico privato con l’alunno del proprio istituto significherebbe esporre la funzione valutativa al sospetto di parzialità, favoritismo o indebita pressione economica sulle famiglie. 

In altri termini, il divieto è stabilito per evitare che l’attività privata:

  • comprometta la neutralità del docente;
  • condizioni la libertà di scelta delle famiglie;
  • alteri la fiducia nella correttezza di verifiche, scrutini ed esami;
  • trasformi la posizione pubblica in leva per un’utilità privata.

6. Il conflitto di interessi come limite generale

Anche quando le lezioni private o le altre attività professionali non riguardino studenti del proprio istituto, resta fermo il limite del conflitto di interessi.

La Cassazione ha chiarito che dall’intero impianto normativo “si colga un generale divieto di svolgere attività che siano in conflitto di interessi anche potenziale rispetto all’impiego pubblico e – per quanto qui rileva – alla docenza”, precisando che la violazione di tale limite integra “inadempimento e possibile illecito disciplinare”.

Il principio ha portata generale: l’autorizzazione eventualmente rilasciata dal dirigente scolastico contiene sempre, anche implicitamente, il limite del divieto di svolgere attività in conflitto, concreto o potenziale, con l’amministrazione di appartenenza. Ne segue che il docente non può invocare l’autorizzazione per neutralizzare ex post profili di incompatibilità che l’ordinamento considera strutturalmente rilevanti.

7. L’obbligo di previa autorizzazione e il controllo del dirigente scolastico

Le norme attribuiscono al dirigente scolastico un ruolo centrale.

Sul piano della disciplina speciale, il docente che assume lezioni private deve informare il dirigente e comunicare i nominativi degli allievi e la loro provenienza; il dirigente può vietare l’attività o interdirne la prosecuzione, sentito il consiglio di istituto.

Sul piano del pubblico impiego generale, l’autorizzazione agli incarichi retribuiti è condizione di liceità, e l’amministrazione è tenuta a verificare in via preventiva l’insussistenza di situazioni, anche potenziali, di conflitto di interessi.

La giurisprudenza di merito ha inoltre affermato che, per il personale docente, l’autorizzazione deve essere preventiva e che non sono ammissibili rinnovi taciti; la verifica di compatibilità deve poter essere rinnovata in relazione alle concrete condizioni didattiche e organizzative di ciascun anno scolastico. La mancanza di autorizzazione preventiva impedisce dunque all’amministrazione di compiere il giudizio ex ante richiesto dalla legge.

8. L’illecito: quando le lezioni private diventano disciplinarmente rilevanti

La violazione del divieto di impartire lezioni agli alunni del proprio istituto integra un fatto disciplinarmente rilevante.

Particolarmente significativa è la vicenda ricostruita nel documento giornalistico basato sulla giurisprudenza di legittimità: una docente, sanzionata per aver impartito lezioni private ai propri alunni, ha visto confermata la legittimità della censura, mentre è stata annullata la sospensione di un giornonon per insussistenza del fatto, ma per incompetenza dell’organo che l’aveva irrogata.

Il dato è importante: la condotta è stata ritenuta disciplinarmente illecita, ma il procedimento sanzionatorio deve rispettare le regole di competenza previste dall’art. 55-bis d.lgs. n. 165/2001 e dalla disciplina speciale scolastica.

9. Le sanzioni disciplinari applicabili

Il sistema disciplinare del personale scolastico resta fondato, nelle more della disciplina negoziale specifica, sulle sanzioni previste dal d.lgs. n. 297/1994, richiamate anche dalla giurisprudenza di legittimità. A ciò si aggiunge il quadro generale del CCNL comparto Istruzione e Ricerca 2019-2021, che ribadisce criteri di gradualità e proporzionalità nella scelta della sanzione, tenendo conto dell’intenzionalità, del danno, del ruolo rivestito, della recidiva e del possibile coinvolgimento di minori. 

Le sanzioni possono comprendere:

  • rimprovero verbale;
  • rimprovero scritto o censura;
  • multa;
  • sospensione dal servizio con privazione della retribuzione. 

La concreta misura dipende dalla gravità del fatto. Nel caso di lezioni private impartite a studenti del proprio istituto almeno la censura è stata giudicata proporzionata e legittima.

10. La competenza disciplinare: dirigente scolastico o Ufficio procedimenti disciplinari

Un profilo tecnico di particolare rilievo è la competenza all’irrogazione delle sanzioni.

La Cassazione ha affermato che, nel pubblico impiego privatizzato e con specifico riferimento anche al personale docente, la competenza va determinata in base alla sanzione edittale astrattamente prevista per la fattispecie, non in base alla misura che l’amministrazione ritiene in concreto di applicare. Da ciò discende che, quando la fattispecie è astrattamente punibile con sanzioni superiori al limite di competenza del dirigente, il procedimento deve essere gestito dall’Ufficio per i procedimenti disciplinari.

In questa prospettiva si spiega la giurisprudenza che ha annullato una sospensione di un giorno irrogata dal dirigente scolastico pur in presenza di un fatto disciplinarmente sussistente: la sanzione era stata adottata da organo incompetente, con violazione delle garanzie procedimentali di terzietà. 

11. Le conseguenze patrimoniali: riversamento del compenso e responsabilità erariale

Oltre al piano disciplinare, la violazione degli obblighi autorizzatori può produrre effetti patrimoniali.

L’art. 53 d.lgs. n. 165/2001 dispone che, in caso di incarichi retribuiti svolti senza previa autorizzazione, “il compenso dovuto per le prestazioni eventualmente svolte deve essere versato” all’amministrazione di appartenenza. Il successivo comma 7-bis stabilisce che l’omissione del versamento da parte del dipendente costituisce ipotesi di responsabilità erariale.

La Corte d’appello di Salerno ha qualificato la disciplina dell’art. 53 come imperativa e inderogabile, sottolineando che la sua funzione è quella di garantire l’obbligo di esclusività del pubblico dipendente, fondato sugli artt. 97 e 98 Cost.

Pertanto, il docente che svolga attività retribuite senza autorizzazione rischia non solo la sanzione disciplinare, ma anche:

  • il riversamento del compenso percepito;
  • la possibile responsabilità erariale in caso di omesso versamento.

12. Il significato del divieto nel sistema scolastico

Il divieto di lezioni private agli alunni del proprio istituto va letto come presidio di sistema. Esso non tutela soltanto l’amministrazione in senso astratto, ma anche la correttezza della relazione educativa.

Il rapporto tra studente e docente, quando si trasferisce su un piano privatistico retribuito all’interno del medesimo contesto scolastico, rischia di produrre una torsione del ruolo istituzionale: il docente può apparire, anche solo esternamente, portatore di un duplice interesse, pubblico e privato, in rapporto al medesimo alunno. È precisamente questo rischio che l’ordinamento mira a prevenire con il divieto, con l’obbligo di comunicazione e con il potere di interdizione del dirigente.

La disciplina, dunque, non reprime in sé l’attività didattica privata, ma impedisce che essa si sviluppi in un’area in cui la commistione tra funzione pubblica e interesse economico individuale diventerebbe incompatibile con la terzietà dell’istituzione scolastica.

13. Conclusioni

Il quadro normativo e giurisprudenziale consente di formulare alcune conclusioni nette.

In primo luogo, il docente non è destinatario di un divieto assoluto di lezioni private. L’ordinamento ne ammette lo svolgimento, ma entro una logica di liceità condizionata.

In secondo luogo, esiste un divieto espresso e non derogabile di impartire lezioni private agli alunni del proprio istituto, accompagnato dall’obbligo di informare il dirigente scolastico, di comunicare i nominativi degli allievi e dalla possibilità, per il dirigente, di vietare o interrompere l’attività. 

In terzo luogo, anche al di fuori di tale divieto specifico, resta operante il limite generale del conflitto di interessi, concreto o potenziale, che costituisce parametro decisivo per la legittimità dell’attività privata del docente.

Infine, la violazione delle regole poste dall’art. 508 e dall’art. 53 espone il docente a un sistema articolato di conseguenze: interdizione dell’attività, responsabilità disciplinare, eventuale invalidità degli incarichi non autorizzati, obbligo di riversamento dei compensi e possibile responsabilità erariale.

La ratio del divieto, in definitiva, è preservare l’essenza pubblica della funzione docente: imparzialità, affidabilità della valutazione, buon andamento dell’istituzione scolastica e fiducia delle famiglie nel carattere non mercificabile del rapporto educativo.

Il Bonus Paritarie

Il “Bonus Paritarie”: Analisi Giuridica di una Misura Controversa

Avv. Gianfranco Nunziata (Foro di Salerno)

Il quadro normativo di riferimento

Con la legge 30 dicembre 2025, n. 199 (Legge di Bilancio 2026), il legislatore ha introdotto per la prima volta su scala nazionale un contributo economico diretto a sostegno delle famiglie che scelgono di iscrivere i propri figli a istituti scolastici paritari. La base normativa primaria è rinvenibile nell’art. 1 della citata legge, che ha delegato al Ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM), di concerto con il Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), la definizione delle modalità attuative . Il decreto interministeriale attuativo è stato firmato dal Ministro Valditara il 2 luglio 2026 e inviato per la controfirma al Ministro Giorgetti.

La misura si inserisce in un più ampio contesto di incremento delle risorse pubbliche destinate alle scuole paritarie: la legge di bilancio 2026 prevede anche un aumento del fondo ordinario da meno di 800 milioni a 886 milioni di euro annui, nonché un’esenzione IMU per gli istituti che mantengano rette medie inferiori al costo medio per studente.

In cosa consiste il bonus

Il contributo, comunemente denominato “bonus paritarie” o “voucher scuola”, consiste in un’erogazione economica diretta alle famiglie — non agli istituti scolastici — parametrata al valore dell’ISEE del nucleo familiare. L’importo massimo è fissato in euro 1.500 per ciascuno studente avente diritto, ed è articolato secondo tre scaglioni reddituali inversamente proporzionali all’indicatore della situazione economica equivalente:

  • ISEE fino a 10.000 euro: contributo compreso tra 600 e 1.500 euro;
  • ISEE tra 10.000 e 20.000 euro: contributo tra 400 e 1.300 euro;
  • ISEE tra 20.000 e 30.000 euro: contributo tra 200 e 1.000 euro.

L’entità definitiva del contributo erogabile a ciascun beneficiario non è predeterminata in modo assoluto, bensì dipende dal numero complessivo di domande ammissibili, essendo vincolata a un limite massimo di spesa di 20 milioni di euro autorizzato dalla legge. Qualora le risorse residue di uno scaglione non vengano interamente assorbite, esse potranno essere redistribuite proporzionalmente tra i beneficiari degli altri scaglioni, fino al tetto assoluto di 1.500 euro per studente.

Il decreto prevede inoltre la possibilità di cumulare il bonus statale con eventuali contributi regionali già esistenti per la medesima finalità, entro un massimale complessivo di 5.000 euro. Nel calcolo del contributo, il sistema terrà conto delle somme già riconosciute dalle Regioni, in linea con quanto già previsto dalla norma primaria .

Chi può ottenere il contributo: i requisiti di accesso

I destinatari del beneficio sono le famiglie con ISEE non superiore a 30.000 euro i cui figli risultino iscritti e frequentanti, nell’anno scolastico 2025/2026:

  • una scuola paritaria secondaria di primo grado(equivalente alla scuola media);
  • ovvero il primo biennio di una scuola paritaria secondaria di secondo grado (scuola superiore).

Gli studenti devono essere regolarmente censiti nel sistema SIDI(Sistema Informativo Dell’Istruzione), ovvero nell’Anagrafe Nazionale degli Studenti.

Sotto il profilo soggettivo, possono presentare domanda:

  • i genitori o gli esercenti la responsabilità genitoriale degli studenti interessati, purché appartenenti al medesimo nucleo familiare ISEE dello studente;
  • gli studenti maggiorenni, qualora siano indipendenti ai fini ISEE, i quali possono procedere in autonomia.

Chi non sia in possesso di un ISEE valido è considerato ex lege al di sopra della soglia massima richiesta, e pertanto escluso dal beneficio.

Le modalità di erogazione e la procedura

La domanda deve essere presentata esclusivamente attraverso la Piattaforma Unica del MIM, tramite l’apposito servizio digitale denominato “richiesta bonus paritarie”. È necessario presentare una domanda distinta per ciascun figlio avente i requisiti.

Il procedimento si articola come segue:

  1. Il richiedente presenta la domanda sulla Piattaforma Unica, indicando il conto corrente su cui ricevere l’accredito e dichiarando se percepisce già contributi regionali per la medesima finalità;
  2. L’INPS, per ciascun codice fiscale dello studente ricevuto, comunica alla Piattaforma l’esito della verifica, indicando i codici fiscali dei membri del nucleo familiare e la fascia ISEE individuata dal MIM. La procedura prosegue solo in caso di esito positivo;
  3. Una verifica è effettuata anche tramite ANPR (Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente) per accertare lo status di genitore o esercente la responsabilità genitoriale;
  4. Il MIM può effettuare controlli anche a campione;
  5. L’Ufficio Scolastico Regionale (USR) competente — individuato in base all’ubicazione della scuola frequentata dallo studente — provvede all’erogazione mediantebonifico diretto sul conto corrente indicato in fase di domanda.

Il Garante per la Protezione dei Dati Personali ha espresso parere favorevole sullo schema di decreto attuativo il 18 giugno 2026, evidenziando la corretta individuazione dei soggetti richiedenti, la minimizzazione dei dati trattati e la cancellazione immediata dei codici fiscali dei componenti del nucleo ISEE dopo la verifica presso l’INPS.

La durata della misura

Il contributo è previsto, nella sua attuale configurazione normativa, per il solo anno 2026, riferito all’anno scolastico 2025/2026 . Si tratta dunque di una misura a carattere temporalmente limitato, non strutturale. Questa caratteristica ha già suscitato le preoccupazioni delle principali federazioni di scuole paritarie (FIDAE, FISM), le quali hanno auspicato che il sostegno diventi “strutturale, stabile e progressivamente più ampio”.

Profili di legittimità costituzionale: il nodo dell’art. 33 Cost.

La misura in esame solleva alcune questioni di non marginale rilievo costituzionale. Il dibattito ruota attorno a due versanti contrapposti.

Il versante pro-legittimità trova fondamento nella giurisprudenza costituzionale e amministrativa consolidata. La Corte Costituzionale (sentenza n. 33 del 2005) ha chiarito che la legge n. 62/2000 «nel prevedere l’istituzione delle scuole paritarie, quali componenti del sistema nazionale di istruzione, ha altresì dettato un principio, valido per tutte le scuole inserite in detto sistema di istruzione, volto a rendere effettivo il diritto allo studio anche per gli alunni iscritti alle scuole paritarie» . La stessa Corte aveva già affermato (sentenza n. 298 del 2012) che le scuole paritarie, unitamente alle scuole statali, «costituiscono il servizio nazionale di istruzione, qualificato come oggettivamente pubblico», con finanziamento caratterizzato da una struttura “plurima” cui concorrono Stato, Regioni ed enti locali .

Sotto tale angolo visuale, il bonus è strutturato come un contributo alla famiglia (non all’istituto scolastico), finalizzato a rimuovere gli ostacoli economici che limitano la libertà di scelta educativa garantita dagli artt. 33 e 34 Cost. Il Consiglio di Stato (sentenza n. 5739/2019) ha confermato che «la scelta di destinare il buono scuola soltanto a studenti di scuole statali o paritarie sottoposti al pagamento di una retta non è in contrasto con i principî costituzionali», in quanto le scuole paritarie «fanno parte a pieno titolo del sistema nazionale di istruzione e svolgono un servizio pubblico» .

Il versante critico muove dal tenore testuale dell’art. 33, terzo comma, Cost., ai sensi del quale «Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato». Come sottolineato dalla giurisprudenza amministrativa (Cons. Stato, sez. V, n. 5739/2019) e confermata dalla giurisprudenza di legittimità, tale norma fa sì che il finanziamento pubblico alle scuole paritarie «non forma oggetto di un diritto soggettivo», e il riconoscimento della parità scolastica «non può costituire di per sé fondamento sufficiente al fine di estendere alle scuole private paritarie i finanziamenti statali» . L’erogazione è dunque rimessa alla «lata discrezionalità pianificatoria degli enti competenti».

Nel caso del bonus in esame, tuttavia, la struttura del beneficio — erogato alle famiglie e non direttamente agli istituti — sembra attenuare significativamente la tensione con il divieto costituzionale di oneri per lo Stato. La stessa Corte Costituzionale ha riconosciuto in più occasioni che le provvidenze ai sensi degli artt. 33 e 34 Cost. possono legittimamente assumere la forma di borse di studio, assegni alle famiglie e altre provvidenze .

Rischio di discriminazione rispetto agli studenti delle scuole statali

La critica più rilevante mossa alla misura in sede politica e che merita approfondimento giuridico riguarda la disparità di trattamento tra famiglie con il medesimo ISEE, a seconda che i figli frequentino una scuola statale o paritaria. Chi sceglie la scuola pubblica non riceve alcun contributo statale analogo, pur sostenendo spese per libri, trasporti e materiali didattici.

Questo profilo critico è tutt’altro che nuovo. Il TAR Lombardia (sentenza n. 859/2014) e il Consiglio di Stato (sentenza n. 2517/2015) avevano già affrontato una analoga questione in relazione al sistema lombardo della “Dote Scuola”, rilevando che le misure aventi la stessa funzione (acquisto di libri e strumenti scolastici) non possono essere quantificate in modo radicalmente diverso a seconda del tipo di scuola frequentata, poiché ciò «incide in modo oggettivamente pregiudizievole su coloro che frequentano la scuola pubblica, i quali, a parità di bisogno economico, possono contare su un’erogazione di danaro inferiore» .

Tuttavia, il “bonus paritarie” si differenzia strutturalmente da quelle fattispecie: la misura non pretende di finanziare l’acquisto di materiale scolastico — già assistito da altri strumenti nazionali e regionali destinati a tutti gli studenti — bensì mira specificamente a ridurre il costo aggiuntivo della retta di frequenza, esigenza che per definizione è propria e esclusiva di chi frequenta una scuola a pagamento. In quest’ottica, la differenziazione del beneficio non appare irragionevole, poiché si aggancia a situazioni oggettivamente diverse: come il Consiglio di Stato ha chiarito (n. 2517/2015), il “buono scuola” destinato agli studenti di scuole paritarie «non va confuso» con il sostegno al reddito per l’acquisto di materiali scolastici, avendo scopo diverso, ossia «rimuovere gli ostacoli di ordine economico che impedirebbero l’accesso e la libera scelta dei percorsi educativi» .

Profili di compatibilità con il diritto dell’Unione Europea: aiuti di Stato

Una distinta questione attiene alla compatibilità della misura con la disciplina europea degli aiuti di Stato (art. 107 TFUE). La giurisprudenza del Consiglio di Stato (sentenza n. 292/2016, richiamata nel decreto attuativo e della Corte di Cassazione (Sez. V Civile, sentenze nn. 32364 e 32366 del 2025; ordinanza n. 5965/2025) hanno affrontato con dovizia di argomenti il tema del confine tra esenzioni fiscali e aiuti di Stato nel comparto delle scuole paritarie.

I principi consolidati impongono che la qualificazione dell’assenza dello scopo di lucro «prescinde del tutto dallo status giuridico conferito a detta entità dalla legge nazionale» e che la sola condizione che legittimamente esclude il carattere commerciale dell’attività è «la gratuità o quasi gratuità del servizio offerto» . La Corte di Cassazione ha di recente ribadito (ordinanza n. 5965/2025) che il parametro rilevante ai fini della qualificazione non commerciale dell’attività è la percezione di un «corrispettivo simbolico e, ad ogni modo, idoneo a coprire solamente una frazione del costo effettivo del servizio», valutazione che impone un «accertamento in concreto» e non può risolversi nel mero confronto astratto tra corrispettivo medio (CM) e costo medio per studente (CMS) .

Rispetto al bonus in esame, va rilevato che il beneficio in questione è erogato alle famiglie, non alle scuole, e a titolo di contributo alla capacità reddituale, non di sussidio all’impresa. Ciò rende tendenzialmente inapplicabile la disciplina degli aiuti di Stato, la quale — come chiarito dalla CGUE — presuppone un vantaggio selettivo conferito a un’impresa. La sentenza Congregación de Escuelas Pías (CGUE, C-74/16, 27 giugno 2017) ha precisato che la qualificazione come impresa dipende dall’effettivo esercizio di un’attività economica, con la conseguenza che un contributo diretto alla domanda (famiglia) non si traduce automaticamente in un aiuto all’offerta (scuola) .

Conclusioni

Il “bonus paritarie” introdotto dalla Legge di Bilancio 2026 rappresenta un intervento di politica scolastica di indubbio rilievo giuridico, il primo a livello nazionale a prevedere una erogazione diretta e sistematica alle famiglie che scelgono la scuola paritaria. La sua strutturazione come contributo alla famiglia — e non all’istituto — consente di superare almeno parzialmente le obiezioni di incostituzionalità derivanti dall’art. 33, terzo comma, Cost. e di limitare i rischi di qualificazione come aiuto di Stato.

 

I profili di potenziale criticità residua riguardano principalmente: (i) la limitazione del beneficio al solo comparto della scuola secondaria di primo grado e al primo biennio delle superiori, con esclusione delle scuole dell’infanzia e del triennio superiore; (ii) la natura temporanea e non strutturale della misura; (iii) il rischio che, con un plafond di soli 20 milioni di euro a fronte di circa 800.000 studenti nelle scuole paritarie, il contributo effettivo risulti sensibilmente inferiore agli importi massimi comunicati, con possibili profili di aspettativa legittima non soddisfatta.

La giurisprudenza futura — amministrativa e ordinaria — sarà chiamata a verificare se il bonus sia in grado di superare il vaglio di ragionevolezza rispetto al principio di uguaglianza, tenuto conto che la libertà di scelta educativa, pur costituzionalmente garantita, non può tradursi in una disparità di trattamento economico strutturale in favore degli utenti delle scuole paritarie rispetto a coloro che frequentano le istituzioni scolastiche statali.

La valutazione degli apprendimenti

La valutazione degli apprendimenti
Annotazioni tecniche, giuridiche e docimologiche

di Davide Fricano

1. Il contesto

Negli ultimi anni si moltiplicano le notizie sulla diffusione in diverse istituzioni scolastiche di iniziative innovative concernenti l’assetto docimologico e dunque i cambiamenti adottati in merito alla valutazione degli apprendimenti. Si tratta di variazioni che intersecano per lo più tre dimensioni del processo valutativo: a) l’introduzione della valutazione descrittivo-formativa o cosiddetta “senza voto”, b) la predisposizione di un periodo scolastico unico annuale, c) la centratura su competenze-chiave o trasversali (cosa valutare? E dunque: cosa insegnare e apprendere?). Sia negli organi di informazione non specialistici e generalisti, sia nella sitografia di settore (riviste telematiche scolastiche)[1] è stato dato ampio risalto a queste novità, a volte messe a punto attraverso semplici interventi operati in virtù dell’autonomia scolastica ex DPR 275/1999 (art.6), a volte incardinate in processi sperimentali più strutturati con la collaborazione di dipartimenti universitari[2] e la partecipazione a reti di scuole e coordinamenti interscolastici (anche organizzati in dipartimenti) e di genitori[3], o inserite in progetti più estesi e complementari promossi dal movimento Avanguardie educative (INDIRE)[4]. Non sono mancati riconoscimenti istituzionali, quali quelli offerti da Uffici scolastici regionali che hanno catalogato queste misure come esempi di “didattica innovativa” utile per la formazione degli insegnanti neo-assunti[5].

Andando ai fattori “storici” che possono spiegare l’incremento e la pubblicizzazione di queste iniziative concentratesi soprattutto in recentissimi anni scolastici, possiamo evidenziarne – tra gli altri – due: in primis il processo trova impulso nel quadro di criticità generale in ambito didattico maturato a seguito dell’emergenza pandemica del 2020 per effetto della diffusione del Covid-19 e di tutte le ricadute sugli assetti organizzativi e formativi che hanno coinvolto, per non dire travolto, le istituzioni scolastiche. Mutuando terminologia cara anche alle sigle ministeriali, si è voluto cogliere nella pervasiva condizione di disagio piscologico ed emotivo indotta negli studenti dal contesto operativo in cui ci si è trovati ad agire nelle scuole, e non solo in esse, un’occasione di “resilienza”, ovvero l’opportunità per rivedere profondamente modalità di insegnamento, apprendimento, nonché di valutazione, fino a quel momento invalse, spingendo in direzioni eterogenee e dibattute comunque già da tempo. Il che è confermato anche dalla denominazione attribuita ad alcune di queste sperimentazioni (anche pre Covid), non ultima ad es. quella di “Scuola delle Relazioni e della Responsabilità”, con cui si è ancorato questo processo all’esigenza di ripristinare uno status di benessere significativamente compromesso nei ragazzi a causa della didattica a distanza e di quella digitale integrata adottate come contromisura operativa rispetto ai rischi del contagio. A questo scenario storico si associa, ed è questo il secondo fattore, la produzione recentissima di alcuni documenti e di specifiche norme ministeriali di riforma dei curricoli sia nel I, sia nel II ciclo. Se si pensa al DM 221/2025 di riforma delle indicazioni nazionali sul curricolo della Scuola d’Infanzia e del I ciclo o alle leggi e decretazioni di revisione delle Linee Guida concernenti istituti e istruzione tecnica (il DL 144/2022 art.26, il DL 45/2025 convertito in Legge 79/2025, con allegati il PECUP, il curricolo con l’articolazione dei percorsi, la definizione della certificazione delle competenze, il DM 269/2024 – artt. 1 e 2, il DM 29/2026 art.3), si può individuare in molteplici passaggi un insieme di riferimenti a “filosofie” didattiche riguardanti l’ambito delle metodologie e degli oggetti di insegnamento/apprendimento, della valutazione, allineabili al medesimo spirito che ha animato gli interventi sopra accennati costituendone pertanto una sorta di autorevole riscontro o ratifica sul piano istituzionale. In tali fonti normative, se guardiamo all’area del I ciclo, oltre ad espliciti riferimenti al quadro delle competenze chiave europee (raccomandate nel 2018)[6] come orizzonte direzionale del sistema scolastico italiano, si indica chiaramente che le Discipline vanno certamente approfondite dal docente, ma in quanto funzionali ad un lavoro didattico da impostare in prospettiva puerocentrica in virtù della promozione di un’equilibrata formazione integrale pluridimensionale[7]: cognitiva sì, ma anche affettiva, relazionale, spirituale. Si auspicano altresì sia un’“educazione del cuore” incentrata su esperienze sentimentali di valorizzazione dell’empatia e della gentilezza veicolate grazie ad opportuni momenti didattici, sia una figura di docente formato per organizzare il curricolo in modo da esaltare i talenti e la creatività di ogni singolo studente. Nella parte peculiarmente riservata alla valutazione si declinano i vari distinguo terminologici sotto cui, nella prassi della riflessione pedagogica, sono state rubricate tipologie differenti: la valutazione formativa, intesa come continuo monitoraggio in itinere degli apprendimenti con precipua finalità di orientamento; la differenza di essa rispetto alla valutazione sommativa, qui intesa come fase terminale di periodi didattici a consuntivo delle competenze attivate; la valutazione diagnostica (caratterizzata come articolazione a parte rispetto a quella iniziale, senza però esplicitazioni che rendano conto in modo perspicuo di questa differenziazione), quella autovalutativa e quella finale (non necessariamente corrispondente a quella sommativa; ovvero pare di capire che tutte le valutazioni finali siano sommative ma non tutte le sommative siano finali) completano il quadro con la netta indicazione di evitare l’errore di usare la misurazione formativa come fosse un bilancio micro sommativo e con la categorica certezza, corroborata con l’accenno a evidenze raccolte dalla ricerca, che il miglioramento degli apprendimenti transiti dal sistematico e costante ricorso al feedback tipizzato dalla valutazione formativa. Le nuove Linee Guida degli Istituti tecnici e dell’istruzione tecnica scolastica secondaria accentuano questa conversione alla sistematizzazione didattica sul perno delle competenze (tecniche, professionali e, naturalmente e soprattutto, trasversali). Esse si pongono come la summa di tutto l’armamentario di innovazioni didattiche introdotte a livello di sistema, seppure in modo prevalentemente rapsodico e poco organico, nell’arco dell’ultimo decennio o poco più: il curricolo, al pari di quello degli istituti e dell’istruzione professionale già regolati in tal senso dal Dlgs 61/2017, deve essere infatti votato all’innovazione. Attivismo, didattica laboratoriale, superiorità dell’apprendimento rispetto all’insegnamento, personalizzazione, STEAM, insegnamento trasversale di Educazione Civica, ex PCTO ora Formazione Scuola/Lavoro, orientamento, CLIL e internazionalizzazione, progettazione per UDA[8] con cura dell’interdisciplinarietà e compiti autentici di realtà tesi a garantire una partecipazione più autonoma e attiva da parte degli studenti, sollecitazione ad adottare specifici strumenti di valutazione e osservazione[9] trovano spazio e occupano un peso specifico nella declinazione didattica dell’indirizzo di studi in modo marcato. Doveroso, infine, ricordare l’avvio della sperimentazione ministeriale nazionale finalizzata allo sviluppo delle competenze non cognitive e trasversali (empatia, pensiero critico, collaborazione) predisposta dalla Legge 22/2025[10] e dal relativo decreto attuativo (DM 6/2026) che regolamenta la procedura di proposte progettuali da parte delle istituzioni scolastiche, al fine di emanare – successivamente – le ennesime linee guida nazionali, in questo caso finalizzate all’integrazione effettiva di tali competenze nei curricoli scolastici.

2. Obiettivi del presente contributo  

Per inquadrare correttamente l’obiettivo di questo articolo va innanzitutto specificato cosa questo saggio non vuol dimostrare, quale non è il suo oggetto di studio. Le esperienze di cui sopra, per quanto non esigue, riguardano per lo più singole classi o sezioni (eccezion fatta per la periodizzazione scolastica). Com’è giusto che sia, probabilmente le istituzioni scolastiche protagoniste intendono procedere gradualmente, estendendo poi progressivamente alle altre classi le articolazioni delle nuove strategie e modalità di valutazione, dopo averne testato i risultati sui gruppi classi presi a campione; è però un’ipotesi, non potendosi escludere invece che, nell’ottica di contemperare concezioni docimologiche eterogenee all’interno della comunità professionale di quelle scuole, si sia voluto invece proprio circoscrivere definitivamente ad un orizzonte più ristretto il perimetro dell’area interessata da tali cambiamenti. Al momento si dispone di report sintetici pubblicati in apposite aree (organizzazione, curricolo, offerta formativa, PTOF e documenti della scuola) dei siti web di tali scuole. Si tratta di una documentazione dettagliata di taglio prevalentemente descrittivo che restituisce lo storico della realizzazione di tali progetti (le motivazioni di fondo, le logiche auspicate, le dinamiche poste in essere, gli step effettuati e programmati, i soggetti coinvolti), non potendosi ovviamente escludere che in sede di autovalutazione sia attuata un’auspicabile ricognizione di evidenze computabili di carattere strutturato e parametrico, quali ad esempio esiti in termini di rendimento delle classi-campione rispetto alle altre (sia negli scrutini, sia nelle prove standardizzate nazionali) e confronto con benchmark (provinciale, regionale o nazionale) con pari ESCS, peso specifico del campione rispetto al contesto generale di istituto e criteri di selezione del campione stesso, profilatura dello storico degli esiti scolastici nei vari anni scolastici sia delle classi interessate, sia dell’istituto stesso. Non mancano, naturalmente, comunicati e notizie veicolate da organi di stampa con resoconti confortanti sulle risultanze via via emergenti, come – del resto – segnali di fragilità non trascurabili: scuole che, invero con apprezzabile onestà intellettuale, dopo accesi dibattiti sui dati didattici in consuntivo hanno deciso di recedere dal percorso avviato, certo non senza un travagliato “ravvedimento” professionale; link di associazioni coinvolte non più attivi, segno – se non di cessazione delle attività delle stesse – quanto meno del fatto che i relativi gruppi operativi non hanno più nulla di significativo da comunicare o produrre; infine, la lettura dei documenti fondamentali ordinamentali (PTOF, RAV, Rendicontazione Sociale) sembrerebbe evidenziare, nei relativi Piani di Miglioramento, nella sezione esiti (soprattutto delle prove standardizzate nazionali), nei bilanci di fine ciclo triennale, linee tendenziali omologhe a quelle di istituzioni scolastiche “tradizionali”. Non sempre rispetto alle priorità e ai traguardi individuati dal PdM viene dato risalto ad obiettivi specificamente collegati alla sperimentazione in atto e, in sede di RS, le evidenze allegate a supporto dei suddetti obiettivi presentano sporadicamente profili di criticità in termini di coerenza[11]. Beninteso, è risaputo che nelle istituzioni scolastiche – tutte, o quasi – è ormai invalso, come effetto perverso dell’autonomia scolastica, uno stile comunicativo di apertura e socializzazione ‒ al territorio e ai designati stakeholders ‒all’insegna di logiche autopromozionali in cui ricade anche un certo uso di documenti nati in verità con altri intenti, ma strutturati poi in corso d’opera con format che in qualche modo autorizzano o quanto meno spingono nella direzione di queste logiche. Da qui l’abitudine di selezionare e sottolineare, tra gli indicatori, dati e aspetti positivi, ridimensionando – quando non sottacendo – profilature più negative. Per esempio, si focalizza l’attenzione sugli esiti positivi rispetto ai parametri di riferimento nel RAV, ma si minimizza (o non si fa cenno) all’involuzione dello storico interno dei medesimi esiti (che, invece, nell’ottica del bilancio di un’innovazione sperimentale è fattore dirimente); si prende atto del mancato conseguimento di priorità nette (es. le riduzioni dei trasferimenti in uscita), ma se ne attutiscono gli aspetti negativi attraverso considerazioni argomentative non sempre perspicue; si stima conseguito l’obiettivo di un miglioramento nelle prove standardizzate nazionali, ma si calibra il risultato con riferimento ad uno solo dei tre benchmark di riferimento riportati nel RAV o con la puntualizzazione che la meta è raggiunta solo da alcune classi (laddove il focus non era però specificato né nelle priorità, né nei traguardi, e non è dato sapere se tra le classi in incremento di risultati rientrino quelle coinvolte dalle misure docimologiche intraprese); oppure si tende a marcare l’accento molto sulla parte del RAV concernente il benessere degli studenti come elemento di corroborazione della validità del percorso tracciato. Fermo restando che, in merito a quest’ultimo fattore, il punteggio auto attribuito invero è sporadicamente anche semplicemente medio o poco più (4/7), anche quando in fase di autovalutazione è elevato (6/7) occorre fare alcune puntualizzazioni rispetto a quanto osservato. La sez. 2.5 del RAV, concernente gli esiti in termini di benessere a scuola, è ancorata al Questionario Docenti (novità introdotte e pubblicizzate in vari webinar da INVALSI e USR in fase di formazione annuale propedeutica alla stesura dei documenti), il che significa che le relative risultanze sono deducibili dalla percezione o impressione che il corpo docente ha dello status di benessere (o di disagio) caratterizzante la popolazione studentesca sulla base di una serie di criteri catalogati in apposite voci nella tabella di riferimento. È, certo, pur sempre possibile che NIV lodevolmente scrupolosi abbiano proceduto con la somministrazione di questionari tra gli studenti allo scopo di sondare direttamente lo status da rilevare e incrociando i relativi dati sia con quelli trasmessi dai docenti (quando avvenuto, può essersi registrato anche uno scarto non trascurabile), sia con altre evidenze quali abbandoni, trasferimenti in uscita o tutto ciò che afferisce alla dimensione della dispersione esplicita[12]. Ma ciò che conta è che di per sé questo non veniva richiesto dalla piattaforma ministeriale e dunque non può escludersi che molte scuole abbiano operato limitandosi a illustrare il quadro di percezione della condizione dei propri alunni unicamente dal punto di vista del corpo docente (se non di una parte di esso) e con strumenti di rilevazione da questo adoperati risolventisi spesso in osservazioni rapsodiche. Tra l’altro, è bene evidenziarlo, scuole che rappresentano una condizione di generale benessere della popolazione studentesca (agganciata alle iniziative organizzative e docimologiche “reclamizzate”), facendo leva sulla significativa riduzione della dispersione esplicita, non di rado restituiscono un quadro di dispersione implicita (competenze di base rilevate tramite prove standardizzate nazionali, rispetto ai parametri di riferimento) notevolmente critico, riproponendo con ciò quell’inevitabile cortocircuito tra riduzione della dispersione esplicita e incremento inversamente proporzionale di quella implicita, che può essere annullato solo con una seria e onesta politica di ripensamento del riorientamento scolastico e della formazione professionale. Alla luce di quanto illustrato, è chiaro che compito di questo spunto di riflessione non è l’analisi di quanto fatto e ottenuto dalle scuole impegnate in tali delicate riforme interne, proprio perché questo richiederebbe l’accesso alla documentazione integrale a sostegno di questi processi, al fine di soppesare adeguatamente quanto si possa prendere in carico rispetto ai toni a volte trionfalistici con cui queste iniziative vengono socializzate pur di riconfermarle e diffonderle e – parimenti – allo scopo di evitare l’errore opposto, ossia di indulgere in giudizi censori negativi infondati. Semmai, accanto alle ovvie azioni di monitoraggio interno, sarebbe auspicabile affiancare in modo organico e continuativo un processo di valutazione esterna con soggetto istituzionale terzo non coinvolto operativamente e organizzativamente che in virtù di questa imparzialità possa individuare in modo sistematico e non frammentario punti di forza e di criticità di tali manovre, cominciando con l’esigenza di rendere disponibili dati più completi, attendibili e con un’attenzione peculiare al grado di incidenza che questi .cambiamenti avrebbero giocato sull’assetto didattico complessivo e generale dell’istituzione scolastica che li ha indotti, magari salvaguardando un loro collegamento più diretto e visibile con i documenti fondamentali ordinamentali (PTOF, RAV, RS). Se questo non è l’oggetto dell’esame qui condotto, allora qual è? Più che esprimere posizioni pro o contro i molteplici versi di queste istanze di cambiamento, dando vita all’ennesima voce di un inflazionato dibattito pedagogico e professionale ormai sedimentato attraverso plurime stratificazioni consolidatesi nel tempo, si vorrebbe cercare di capire se – rispetto all’assetto ordinamentale vigente (normativa e documenti didattici ministeriali)  – tali modifiche siano auspicabili in termini di compatibilità e di semplici logiche di rapporto costi/benefici, vagliando quali pratiche e processi tradizionali esse sovvertirebbero, quali sarebbero le ragioni per le quali queste pratiche che si desidererebbe superare, in quanto viste come “obsolete”, si siano rinsaldate e stabilizzate fino a diventare principi attivati secondo automatismi professionali e, infine, se è tuttora sostenibile la plausibilità delle ragioni per le quali quelle pratiche e indirizzi di valutazione (valutazione con voto, periodizzazione didattica consueta per trimestri, pentamestri o quadrimestri, nucleo di OSA prevalente su quelle trasversali nell’economia complessiva della valutazione delle competenze) dovrebbero o potrebbero essere se non mantenuti, quanto meno non necessariamente obliterati.

3. Cosa valutare? Le competenze, tra Discipline e Soft skills

Da decenni ormai una ponderosa mole di documenti ministeriali indica nelle competenze l’oggetto primo della valutazione, considerando che l’apprendimento può considerarsi conseguito quando concretizzatosi nell’acquisizione delle medesime. Le competenze non vanno soltanto, semplicemente, valutate, ma sono destinatarie di un approccio docimologico che declina e specifica tale valutazione nelle forme, più analitiche e dettagliate, della certificazione, con la taratura di modelli per i vari gradi, ordini e cicli scolastici, ricondotti a unica decretazione (DM 14/2024). Tale profilatura all’insegna dell’attenzione da riservare alla cura con cui articolare la certificazione stessa, rivelatrice di una significativa centralità riservata alle competenze nell’ambito del processo valutativo, è peraltro espressamente raccomandata dal Dlgs 13/2013 (che ne statuisce norme generali e LEP) il quale, tra l’altro, la indica con particolare sollecitudine allorquando va comprovata la validazione dei percorsi e delle modalità di apprendimento formale, non formale e informale.

Ma cosa significa in termini concreti valutare competenze? La copiosa e inflazionata letteratura in merito ci dice che farlo si traduce in valutare: a) i risultati di un compito, b) come il singolo studente sia pervenuto a produrre tali risultati (osservandone sistematicamente il comportamento tenuto in fase di svolgimento), c) come lo stesso si autovaluti (mettendo a punto strumenti e risorse che aiutino gli alunni a elaborare una sorta di narrazione di sé, del perché e di come ritengano di avere lavorato e di quali esiti pensino di avere conseguito, descrivendo i passaggi principali del lavoro svolto e giustificandone gli stessi)[13]. Come si può notare, almeno due dei tre assetti operativi investono la dimensione di processo più che quella delle risultanze. Il tutto richiede la preventiva definizione di criteri di qualità che definiscano gli aspetti peculiari di una prestazione attraverso molteplici manifestazioni performative e non in virtù di un’isolata occorrenza. Inoltre, va precisato che il compito di cui si parla, lungi dall’identificarsi esclusivamente in semplici esercizi, si connota meglio con attività che mettano l’alunno di fronte a situazioni contestuali nuove, inedite, al di fuori di orizzonti di familiare e magari meccanica ripetitività; esempi  di tali compiti sono la realizzazione di cortometraggi, gli allestimenti di mostre, la messinscena teatrale, l’organizzazione di attività civiche e umanitarie tipiche del terzo settore all’insegna del service learning.

Fin qui, è tutto chiaro. I problemi sorgono quando si deve procedere ad una determinazione semantica delle competenze stesse e ad una loro correlativa tassonomia. Perché la letteratura – sia quella pedagogica, sia quella didattica, sia quella ministeriale (soprattutto per quanto in accompagnamento introduttivo o esplicativo delle misure normative di riferimento, quali Linee Guida e Indicazioni Nazionali) – quando delinea il perimetro di significato di questo concetto più o meno semplice (o più o meno complesso, dipende dai punti di vista) si affida a formule e tipizzazioni che alimentano divergenze.

Solitamente la rilevanza delle competenze nel contesto valutativo viene infatti sottolineata ricorrendo ad un formulario proposizionale, quasi sloganistico, del tipo “la valutazione non serve ad accertare ciò che uno studente sa, ma ciò che sa fare consapevolmente con ciò che sa”, tanto che nel decreto 766/2019 (Linee guida dei nuovi percorsi di istruzione professionale) le competenze vengono presentate come lo scopo cui la maturazione di conoscenze si pone in funzione strumentale. Viene, in definitiva, introdotta quella differenziazione semantica tra conoscenze (sapere) e competenze (saper fare), per la quale l’alunno competente è quello che coniuga conoscenze e abilità; sa, cioè, che le cinque giornate più famose del 1848 per il Risorgimento italiano si sono avute a Milano (nozione, conoscenza) e poi è abile a collocare Milano in Lombardia, e non nel Lazio come pure un’improvvida alunna di un quarto anno di Liceo è stata capace di fare. Ora, se in linea di principio la diversificazione semantica e terminologica è ragionevole, in termini pratici sembra espressione di un atteggiamento che, oltre che complicare inutilmente le cose in barba a tutti i principi genetici della filosofia e delle scienze (dal rasoio di Ockham alle regole metodologiche newtoniane) complicandole le rende più vulnerabili e suscettibili di critiche. Ossia: se per  valutare uno studente di una scuola secondaria superiore cominciamo già da qui a dettagliare schede in cui decliniamo conoscenze, abilità e competenze – pratica ormai consacrata da documenti persino internazionali, raccomandazioni europee in testa – non facciamo altro che dare il la a sofisticazioni docimologiche che hanno contribuito a rendere la valutazione un’operazione che, nel tentativo di rifuggire da banalizzazioni e semplificazioni, è diventata sempre più un atto di ingravescente, inutile, spropositata complessità e dunque, in modo inversamente proporzionale, di attenuata attendibilità. Detto in altri termini, se un alunno sostiene che le cinque giornate del Quarantotto si sono svolte a Milano e poi colloca la città nella regione Lazio, lungi dal perdersi in distinguo su ciò che sa o che sa/non sa fare, molto più semplicemente non sa dove effettivamente si sia verificato quel moto risorgimentale, posto che ricordare il nome di una città non equivale – con tutta evidenza – a conoscere la localizzazione (geo-contestualizzazione) di quel fatto storico. E tanto basta, per una semplice valutazione scolastica. Quelle articolazioni nominalistiche che lasciano perplessi coloro che lavorano sul campo vivo dell’insegnamento, di cui peraltro la triade conoscenze/abilità/competenze rappresenta la versione più semplice e immediatamente posta all’attenzione del docente, conoscono invece sovrapposizioni, giustapposizioni e integrazioni sempre più estese e intense, che – lo vedremo e in parte lo abbiamo già visto – interessano trasversalmente i variegati campi semantici dell’alfabeto docimologico: capacità, atteggiamenti, valutazione diagnostica, valutazione formativa, valutazione periodica, valutazione intermedia, valutazione finale, valutazione sommativa, valutazione selettiva e altre amenità spesso profuse con abbondanti dosi di convenzionalità e arbitrio, con cui sembra si voglia accreditare il peso specifico della scientificità di questa prospettiva della didattica con una esasperata tassonomia lessicale indicativa di chissà quali capitali sfumature sostanziali. Da lì si è aperto il famoso dibattito che vede contrapposti lo schieramento dei sostenitori della didattica delle competenze (che rubricano i “cognitivisti” come fautori della stantia riproposizione di modelli didattici nozionistici e mnemonici, ma inadeguati a formare studenti, letteralmente, capaci) e quello dei sostenitori della didattica delle conoscenze che stigmatizzano questa curiosa metafisica pragmatica delle competenze, le cui attivazioni spesso transitano per un’ipertrofia delle abilità e un sacrificio consistente delle nozioni/informazioni, invece basilari.

Ma questo è solo uno degli aspetti del problema. Perché quella specificazione glossariale di cui abbiamo parlato investe il campo delle competenze stesse, essendo le medesime suscettibili di declinazioni fraseologiche espressive di tipologie differenti. In altri termini, anche ammettendo che le competenze siano centrali e dunque sia ciò che prioritariamente va valutato, di quali competenze stiamo parlando? Il quesito, e la risposta al medesimo, si intrecciano col primo problema (conoscenze vs competenze), sopra esposto. Il repertorio chiave delle competenze che la valutazione scolastica deve avere ad oggetto è costituto dall’elenco esplicativo fattone nella Raccomandazione europea del 2018; norme centrali del diritto scolastico ne indicano infatti l’importanza[14]. Orbene, le tipologie di competenze chiave e trasversali si possono focalizzare su quattro aree: 1) dei saperi (alfabetico-funzionali, multilinguistiche, STEM), 2) metodologiche (sociali, personali, metacognitive, imprenditoriali), 3) sociali in senso stretto (cittadinanza), 4) identitarie (consapevolezza ed espressione culturale).

È proprio in questa tipizzazione che si innesta l’incipit di quella differenziazione tra competenze di ordine tecnico-disciplinare e competenze più strutturalmente trasversali, al netto dell’estensione della nomenclatura a tutte le otto competenze. Tale divaricazione apre lo scenario ad altri dibattiti e problemi, primi tra tutti quelli del peso che ciascuna delle due tipologie di competenze deve avere nell’intero processo valutativo e, derivatamente, con quali strumenti e logiche, nonché risorse e modalità operative, si può procedere alla valutazione di competenze trasversali stricto sensu.

Queste varianti della competenza che prendono corpo in un’area tecnica e una trasversale si possono ricondurre alle due dimensioni che afferiscono al processo complesso della formazione. Che quest’ultima sia categoria lessicale fondativa delle logiche dell’insegnamento/apprendimento e della didattica ce lo dice la normativa, e proprio quei riferimenti in essa che hanno a che fare in modo più specifico con la valutazione che, per l’appunto, deve essere sempre formativa[15], avendo come scopo il successo formativo[16] e come oggetto, quindi, non solo i risultati di apprendimento, ma anche l’intero processo formativo. Quasi superfluo poi ricordare che il documento identitario e organizzativo basilare di un’istituzione scolastica è proprio il piano triennale dell’offerta formativa. Ebbene, quest’ultima – la formazione ‒ è l’esito della strutturazione di due percorsi o dimensioni complementari e integrativi: educazione e istruzione. L’una ascrivibile all’ambito della trasversalità ortodossa delle competenze-chiave, l’altra invece associabile alle competenze di profilo tecnico, e cioè attuabili per effetto della maturazione di abilità specificamente collegate a Discipline (inquadrabili pertanto nelle Linee generali e competenze annesse, nonché negli obiettivi specifici di apprendimento per i licei e nei risultati di apprendimento per i tecnici e i professionali). Tutta l’impronta pedagogica tracciata in profondità dai vari atti di indirizzo ministeriale succedutisi nell’arco degli ultimi decenni è segnata dalla cifra di una sorta di politica del doppio binario didattico che si sforzi di tenere assieme le due anime dell’impresa formativa, auspicandone un equilibrato e simultaneo sviluppo, postulando come premessa che la valutazione costituisce un’azione complessa multidimensionale che attiva e include contenuti disciplinari, capacità metodologiche in termini di autonomia, ma anche spinta motivazionale e controllo e canalizzazione positiva dell’emotività. Tale auspicio però si è rivelato puramente idealistico, avendo poi invero conosciuto modalità di implementazione nella realtà concreta del tutto differenti, in quanto tradottesi nella prevalenza ora dell’una, ora dell’altra di queste anime, e non raramente a reciproco discapito.

Intanto, questa coabitazione tra le due aree di competenze (e/o le due dimensioni della formazione), ossia questo “doppio binario” aggregabile al binomio educazione-istruzione è restituito da insistenti e molteplici richiami normativi. Iniziando dalla fine, ossia dal momento terminale dei cicli scolastici, e cioè gli esami di Stato, sappiamo che il novellato Dlgs 62/2017 con l’introduzione della dicitura esame di maturità, punta – nel colloquio (volto ad accertare la rispondenza rispetto alle attese indicate nel PECUP) – a verificare da un lato l’acquisizione di contenuti e metodi delle Discipline interessate, ma – nello stesso tempo – dall’altro a saggiare la responsabilità e l’autonomia dello studente in termini di sviluppo integrale della persona[17], ragion per cui nella prova viene riservata, ad es., una fase alla riflessione critica condotta dagli alunni sul proprio percorso scolastico e formativo e, in parallelo, si fa espresso obbligo di tener conto delle informazioni contenute nel curriculum (riportanti le azioni sperimentate nella dimensione scolastica ed extrascolastica utili a qualificare il profilo formativo delineato nel corso degli anni dalle scelte dello studente stesso)[18]. La base di riferimento è costituita dalla Legge 53/2003 che vede come scopo dell’attività di insegnamento e apprendimento scolastico per un verso la crescita e la valorizzazione della persona (curandone la formazione morale e, testualmente, “spirituale”)[19] e per l’altro l’incremento delle capacità degli alunni attraverso il potenziamento di conoscenze e abilità. Da questa indicazione, la bivalenza educativo-istruttiva verrà poi esplicitata in molti documenti di accompagnamento delle riforme curricolari dei vari indirizzi di studio[20]. Ma, ed è questo il punto, con uno strutturale problema di bilanciamento.

Quel che sta accadendo da qualche decennio, infatti, è pressappoco questo: con l’intenzione di controbilanciare un’attenzione spropositata che sarebbe stata in genere riservata in sede docimologica alle competenze afferenti alla dimensione dell’istruzione, si tende sempre più a spingere verso l’indirizzamento dell’offerta formativa nell’ambito delle competenze educative. Tale spinta, dunque, viene presentata di per sé come una misura compensativa di tendenze opposte, rappresentate come tradizionali, peraltro rivelatesi fallimentari, constatata l’emergenza educativa crescente attestata da quanto gli organi di informazione ci rendono noto, ormai pressoché a cadenza giornaliera, sul problematico universo giovanile. La grammatica valutativa evocata come prassi abituale di queste impostazioni passatiste è agganciata ad una prospettiva di ortodosso funzionalismo, incentrata com’è sui risultati e del tutto disancorata dalla presa in carico dei processi educativi che dovrebbero testimoniare quali siano i reali bisogni degli studenti, rispetto ai quali tale stile docimologico resta sordo. L’idea, in sintesi, è questa: evitare una sorta di sindrome da Shirō Ishii. Che ce ne facciamo di un medico microbiologo estremamente preparato e tecnicamente competente se poi non è animato da empatia, solidarietà, affettività e principi di educazione ad una sana relazionalità secondo tutti i tratti di una mappatura etica che restituisca la configurazione di essere umano ottimale?[21] Tutto l’impianto progettuale del percorso scolastico degli studenti, nel dipanarsi dei vari cicli, dovrebbe pertanto essere letto e curvato nella direzione del conseguimento prioritario delle competenze trasversali funzionali alla profilatura educativa auspicata. Cominciando dalla certificazione che il DM 14/2024 ricorda essere prodotta a fini orientativi, per attestare i livelli di apprendimento delle competenze chiave per l’apprendimento permanente che costituiscono lo scopo dell’intero processo di apprendimento/insegnamento[22]. Nel conseguimento di tali competenze, un ruolo importante svolge l’ex PCTO (Legge 145/2018), ora Formazione Scuola-lavoro, integrato nella personalizzazione della formazione degli alunni, la cui valutazione concerne anche il modo in cui gli esiti dello stesso incidono sugli apprendimenti disciplinari, evidenziando un nesso di condizionamento che a partire dall’implementazione delle competenze trasversali, cui viene riservato pertanto un “posto” prioritario, agisce sul rendimento disciplinare. Tanto che nel PECUP del II ciclo, nella sezione di sintesi, è prevista come capacità che deve maturare ad esito del percorso scolastico anche quella di “risolvere con responsabilità, indipendenza e costruttività i normali problemi della vita quotidiana personale”[23]. A titolo esemplificativo, la Direttiva 57/2010 riportante le linee guida di progettazione e attuazione del curricolo dell’istruzione tecnica, ad oggi in via di dismissione, nel sottolineare la necessità di superare l’idea che i saperi teorici debbano essere considerati superiori rispetto a quelli pratici – il che, nell’ambito di un corso formativo tecnico, pare essere il minimo sindacale da pretendere – finisce per ancorare poi questi ultimi alle competenze trasversali strategiche ricondotte alla produzione e messa a punto in sede europea. La valutazione deve infatti sempre orientare allo sviluppo di sé, coerentemente con quanto asserito nel Dlgs 76/2005 (sul diritto allo studio) a proposito di quanto la crescita personale incida sull’obiettivo generale dello studio scolastico, senza omettere nell’area delle competenze le componenti di natura affettiva e relazionale. Oppure, e in modo ancora più deciso, il PECUP dell’istruzione professionale riformata col Dlgs 61/2017, e il DI 92/2018 da esso derivante, auspica il superamento della logica della “qualifica” dal profilo di uscita degli studenti (che ne schiaccia la configurazione in un ambito di tipo specialistico, tecnico), indirizzando verso un identikit di lavoratore creativo, responsabile, cooperativo, amante delle sfide, imprenditivo, per determinare il quale (e accertarsi dell’avvenuta determinazione) va assicurato nell’offerta formativa uno spazio significativamente esteso al potenziamento della cittadinanza attiva (ispirata ai valori della pace, dell’intercultura, della solidarietà, della responsabilità) su cui incardinare una società aperta. Lo studente che ne verrebbe fuori, almeno stando a quanto espresso dal decreto 766/2019, manifesta domande di senso in ordine alle esperienze significative per la vita e – affinché questo esito auspicato possa concretizzarsi in un dato effettivo – le competenze chiave devono appunto orientare la progettazione didattica non limitandosi a giustapporsi a quelle disciplinari ma sovraordinandosi ad esse costituendone il fine, se non il senso più autentico.

Ma questo sovradimensionarsi della componente educativa incanalata nelle competenze trasversali meno collocabili in aree disciplinari specifiche non tiene conto di alcuni aspetti, all’opposto fondamentali. Innanzitutto, un’attenta lettura delle disposizioni normative evidenzia che l’intersezione tra competenze disciplinari e trasversali, in quella che abbiamo definito una logica del doppio “binario”, conosce un incastro condotto secondo un criterio di progressività che finisce per invertire gradualmente il peso specifico delle due tipologie di competenze nell’economia complessiva della finalizzazione e valutazione dell’attività didattica. E questo vale sia per l’avanzamento dei cicli, sia per il succedersi degli anni scolastici all’interno del medesimo ciclo (soprattutto il II) e del medesimo indirizzo scolastico. A che pro? Probabilmente per il senso inverso rispetto a quello veicolato dalla domanda provocatoria sopra formulata che sintetizza retoricamente il senso con cui il fronte “trasversalista” ha inteso operare: se un medico poco empatico e anaffettivo espone al rischio di utilizzare l’approfondito expertise professionale per scopi che di umanitario hanno poco, d’altro canto non è che sia di gran conforto essere sanitariamente danneggiato da un medico ignorante e incompetente professionalmente, ma empatico e solidale. Dovremmo partire dalla constatazione che tra Formazione Scuola/lavoro, voto di comportamento, Educazione Civica, le competenze trasversali (soprattutto quelle operative nell’area della cittadinanza attiva) nella scuola secondaria di II grado sono già significativamente cristallizzate nella valutazione. Dunque, per quale ragione – oltre i percorsi e le osservazioni connesse a quelle attività didattico-educative – si dovrebbero ulteriormente ritagliare per esse spazi appositamente dedicati all’interno delle programmazioni disciplinari e alle loro metodologie didattiche di implementazione? Più si erode il campo della trasmissione/attivazione di conoscenze e abilità disciplinari, curvando l’insegnamento delle Materie alla trattazione di argomenti o allo svolgimento di attività che esulano da un diretto collegamento epistemologico con i nuclei cognitivi di base di esse, più si contravviene a quanto in realtà le norme stesse raccomandano e prevedono. Infatti, più elevato è il grado scolastico più le formulazioni delle competenze europee conoscono una configurazione che transita da osservazioni di comportamenti (es. “assume responsabilmente scelte”) a definizioni di conoscenze e abilità tecniche, sostanzialmente specialistiche, descritte in modo tale che l’ancoraggio ai principi fondativi delle varie Discipline sia manifesto e irrinunciabile (es. “usa procedure di calcolo avvalendosi anche di rappresentazioni grafiche”). Se norme quali il Dlgs 59/2004 (da Legge 53/2003) e il successivo Dlgs 65/2017 insistono sulla finalizzazione dell’attività di insegnamento/apprendimento vertente sullo sviluppo affettivo e morale, prima ancora che cognitivo, incrementando la crescita della personalità dell’alunno, la sua creatività e autonomia (tutte insomma le sue potenzialità relazionali che qualificano una convivenza civile), man mano che dall’infanzia e I ciclo ci si sposta verso il II ciclo l’accento si trasferisce decisamente sull’importanza e la necessità di moltiplicare le conoscenze e le abilità di base attraverso la cura della dimensione sistematica delle Discipline, acquisendo familiarità con i loro metodi e con il loro linguaggio. Requisiti imprescindibili, questi, per maturare le competenze di interazione sociale prima destinatarie di un processo di insegnamento mirato, particolare e pressocché esclusivo (com’è logico che sia nelle fasi inziali della scolarizzazione). Le conoscenze, nel paradigma implicito dell’istruzione superiore, diventano dunque sempre più centrali, al punto che vanno pienamente (re)integrate nel quadro di riferimento della progettazione curricolare, in quanto basilari per il PECUP. La rielaborazione e la compiuta interiorizzazione delle conoscenze disciplinari e dei collegamenti interdisciplinari, il padroneggiamento di specifiche abilità, in una sola parola: l’istruzione, costituiscono passaggi propedeutici all’educazione personale e alla promozione dei comportamenti socio-relazionali auspicati. E infatti gli obiettivi e i risultati delle Indicazioni Nazionali e delle Linee guida (che poi trovano declinazione disciplinare nel PECUP) sono messi a punto partendo dagli esiti di indagini e rilevazioni nazionali e internazionali (prove standardizzate INVALSI, OCSE-PISA, IEA/TIMMS ADVANCED) , i cui test – è risaputo – tendono a classificare i livelli di apprendimento, rivelandosi essenziali sia per uno degli scopi istituzionali della valutazione (migliorare l’apprendimento), sia per potenziare l’efficacia dell’azione didattica, sia – infine – per garantire una completa e onesta autovalutazione di Istituto. Riscontro di tale crescente importanza è il fatto che i relativi esiti – nel secondo ciclo – vanno inseriti sia nel diploma, sia nel curriculum. Il loro svolgimento è requisito necessario di ammissione agli esami e questi ultimi portano a compimento quella progressiva “disciplinarizzazione” delle competenze (conoscenze e abilità) da valutare a conclusione del percorso scolastico. INVALSI, esami di Stato o maturità che dir si voglia, rappresentano infatti quelle strozzature di sistema in cui tutto il portato delle innovazioni (logiche, strategiche e operative) della didattica “trasversalista” si incaglia, naufragando e depotenziandosi. Perché, in fondo, a dispetto di vaghe indicazioni sulla valorizzazione del curriculum come perno del colloquio, la valutazione dell’esame (e il relativo punteggio, che incide per il 60% sul voto definitivo) si incentra poi sulla rilevazione di conoscenze e abilità delle Discipline oggetto di esame. Già in fase di formazione pre esame, nelle varie iniziative e piattaforme che hanno orientato docenti e dirigenti a familiarizzare con l’ennesimo nuovo modello, è stato raccomandato di riservare – nell’ambito del colloquio – una taratura temporale minima, quanto meno ridotta, all’esposizione di quanto scolasticamente spendibile per il candidato del proprio curriculum, concentrando poi la parte prevalente sull’acclarare conoscenze disciplinari e raccordi tra le quattro materie di esame. Superfluo appare menzionare la seconda prova scritta – tecnica e disciplinare (peraltro di indirizzo) – per eccellenza, concepita com’è per accertare le competenze specifiche (i contenuti e le abilità) dell’ultimo anno rispetto ai risultati di apprendimento attesi in connessione col PECUP di indirizzo; del resto, i quadri di riferimento di tutte e due le prove scritte sono definiti in modo da privilegiare, recitano i decreti relativi[24], nuclei tematici fondamentali delle Discipline. Tutto l’esame è pertanto volto a verificare conoscenze, abilità, ossia competenze, apprese nelle Discipline, con particolare riferimento all’indirizzo e ai documenti che ne impostano e ispirano il curricolo (Indicazioni Nazionali e Linee guida)[25], perché l’ultimo anno del ciclo superiore di istruzione scolastica è a sua volta curvato all’approfondimento delle Discipline, da effettuarsi – all’occorrenza – anche con il supporto del livello accademico o di istruzione terziaria non universitaria (collaborazioni con Università, AFAM, ITS). E ciò vale per tutti gli indirizzi del II ciclo. A cominciare dall’istruzione tecnica, per la quale nel DPR 88/2010, nell’allegato A connesso all’art.2, si sottolinea il contributo fondamentale delle Discipline per l’implementazione di competenze tecno-professionali, oltre che civiche. Ai Dipartimenti, nelle linee guida collegate,  viene affidato il compito di consolidare le competenze di base attraverso una chiara articolazione dei programmi e dei contributi delle Discipline. Consequenzialmente nella Direttiva 57/2010 lo scopo della progettazione e dell’applicazione delle misure didattiche è indicato nell’attivazione di competenze in virtù dell’acquisizione di conoscenze e abilità, con una implicita inversione della logica di valore delle due sfere di riferimento (soft skills e risultati specifici di apprendimento) del processo formativo, rispetto a quanto proposto dai fautori del potenziamento prevalente delle competenze maggiormente trasversali, tra quelle chiave. Sulla stessa lunghezza d’onda si muove l’istruzione professionale. La gradualità di applicazione delle competenze disciplinari che abbiamo visto scandire il passaggio tra i cicli e le annualità in sequenza nel corso del II ciclo stesso, trova un’esemplificazione perspicua proprio in questo indirizzo scolastico: dopo la sollecitazione ad adottare una metodologia didattica innovativa comprendente attività (quali cooperative learning, peer to peer, problem solving, project working, partecipazione a concorsi e premi, organizzazione di eventi pubblici, compiti di realtà) stimate particolarmente efficaci nel votarsi a suscitare intelligenza emotiva, relazionale e pratica, si esorta ad allestire laboratori interdisciplinari di cultura del lavoro per indurre e affinare negli anni approfondimenti di contenuti di taglio professionale[26]. Inoltre, i risultati di apprendimento intermedi delle competenze collegate all’area generale presuppongono modalità e obiettivi tecnici e disciplinari: se la competenza rimane generica e trasversale (“selezionare e valutare fatti, orientare i propri comportamenti personali, sociali per costruire un progetto di vita orientato allo sviluppo culturale, sociale, economico, di sé e della comunità”)[27], l’istanza attuativa prevede invece di “comprendere e interpretare tipi e generi testuali contestualizzandoli nei diversi periodi culturali”.  Ma è proprio nel percorso liceale che la valorizzazione di conoscenze e competenze disciplinari, e quindi la canalizzazione verso l’istruzione, si realizza nella sua forma più palese e compiuta. Il DPR 89/2010 riserva il quinto anno espressamente al completamentodel percorso disciplinare: il curricolo, così, realizza pienamente gli OSA (obiettivi specifici di apprendimento). La creatività e l’iniziativa sono atteggiamenti che lo studente può assumere previo studio organico, diacronico e critico, delle Discipline e la pratica dei relativi metodi. Il DI 211/2010, nella nota introduttiva all’Allegato A, individua proprio nelle Discipline lo snodo di connessione tra istruzione liceale, tecnica e professionale. Selezionate alcune Discipline-cardine (es. Lettere, Storia, Matematica, Scienze), è a partire da esse e dai nuclei comuni che si possono costruire quei ponti di comunicazione tra indirizzi diversi funzionali al riorientamento e ai reciproci transiti per limitare la dispersione e spingere verso il successo formativo. Per cui “l’articolazione delle Indicazioni per materie di studio mira ad evidenziare come ciascuna disciplina ‒ con i propri contenuti, le proprie procedure euristiche, il proprio linguaggio ‒ concorra ad integrare un percorso di acquisizione di conoscenze e di competenze molteplici, la cui consistenza e coerenza è garantita proprio dalla salvaguardia degli statuti epistemici dei singoli domini disciplinari, di contro alla tesi che l’individuazione, peraltro sempre nomenclatoria, di astratte competenze trasversali possa rendere irrilevanti i contenuti di apprendimento”, talché – aggiungendo in modo ancora più netto – “le competenze di natura metacognitiva (imparare ad apprendere), relazionale (sapere lavorare in gruppo) o attitudinale (autonomia e creatività) non sono certo escluse dal processo, ma ne costituiscono un esito indiretto (corsivo nostro NDR), il cui conseguimento dipende dalla qualità del processo stesso attuato nelle istituzioni scolastiche”[28]. La relazione tra conoscenze e competenze (e tra quelle trasversali e quelle specifiche delle Discipline) assume pertanto nel contesto liceale un assetto ancor più peculiare, tale che stravolgerne lo schema di pianificazione delineato dalle indicazioni ministeriali frammentando l’erogazione delle lezioni disciplinari con progetti o metodologie didattiche il cui accento verte su competenze più trasversali o educative equivale a snaturare sia la proposta formativa del Liceo in sé, professionalizzandolo o tecnicizzandolo, sia compromettere la continuità logica del processo formativo fissandolo in una sorta di regressione al livello e all’impronta del I ciclo. Tra l’altro, le bozze delle nuove Indicazioni non solo confermano, ma sembrano accentuare tale orientamento “disciplinarista”, stando almeno a quanto scritto laddove si dice che gli obiettivi formativi possono essere raggiunti solo se preceduti da una rigorosa ed esigente applicazione alle Materie[29].

Le linee di tendenza che tratteggiano un’evoluzione didattica e pedagogica nella direzione sopra tracciata fanno del resto il paio con una svolta in letteratura[30] non recentissima, in quanto collocabile già nei primi anni di inizio secolo, che però non ha avuto la medesima fortuna in termini di diffusione e relativo recepimento nella comunità professionale dei docenti e nei dettati normativi. Il ridimensionamento della didattica e della pedagogia costruttiviste e attivistiche è al centro di riflessioni e proposte accademiche che convergono sostanzialmente su alcuni punti di fondo, seppure da prospettive differenti (e da realtà geoculturali ben distinte). Sia in ambito europeo, sia nel contesto anglo-americano si è rimesso in discussione il postulato secondo il quale si impara meglio e di più in misura direttamente proporzionale al grado di coinvolgimento attivo dell’alunno in attività che dovrebbero garantirgli e produrre una condizione innanzitutto di benessere psicofisico (autostima e appagamento emotivo). A tale partecipazione corrisponde l’assoluta priorità da riservare all’allestimento degli ambienti di apprendimento e il restringimento degli asfittici perimetri disciplinari, nonché il ripiegamento del docente a figura di mero supporto o semplice facilitatore/motivatore dei processi di apprendimento autonomo dell’alunno stesso. Ebbene, tralasciamo pure il fatto che nell’organizzazione delle lezioni si finisce poi in genere per sacrificare la quantità e qualità di ciò che andrebbe appreso, per spostare il baricentro su ciò che dovrebbe favorire l’apprendimento (trasformato e promosso in oggetto e fine dell’attività didattica predisposta), dando luogo ad un effetto “distrazione”[31] che si traduce in un’assimilazione superficiale e mnemonica di ciò che delle Discipline interessate sarebbe necessario imparare. Quello che i dati processati dalla produzione scientifica restituiscono è un significativo calo di rendimento del livello medio attestato da rilevazioni nazionali e internazionali; calo peraltro che investe soprattutto gli alunni con range socio-economico più basso, contrariamente a quanto accade con l’impego di risorse didattiche considerate più tradizionali. Il che ha portato alcuni Stati, tra cui il Portogallo[32], a ridare maggiore spazio a programmi scolastici calibrati su contenuti e conoscenze, indispensabili per l’attivazione anche di competenze cognitive quale ad es. l’originalità critica, con risultati migliori sia in termini di evoluzione con lo storico interno, sia nel confronto con benchmarck internazionali paradigmatici del modello accantonato (v. Finlandia) rispetto ai quali la forbice si è drasticamente ridotta intorno ai primi anni della seconda decade di questo secolo. Questo per varie ragioni: in primis perché la fisiologica corrispondenza tra incremento delle conoscenze e modalità didattiche extra tradizionali con cui veicolarle è più un dogma controverso che non un elemento empirico, giacché la dimensione cognitiva risponde a logiche incrementali e di attivazione diverse da quelle emotive privilegiate da quelle modalità; poi perché la strutturale difficoltà di transcodificare composite competenze trasversali in elementi rilevabili con attendibili scale di misurazione solitamente determina lo scantonamento in una valutazione “generalista” approssimativa e sommaria o, all’opposto, eccessivamente dettagliata e difficilmente traducibile in proposte operative valide; infine, quelle stesse modalità didattiche innovative, contrariamente a quanto asserito nelle intenzioni di chi le sponsorizza, finiscono per riproporre di fatto una figura di docente centrale e prevalente in quanto gli si riserva il compito di esplicitare e spiegare contenuti, esemplificare e illustrare metodologie operative, guidando sistematicamente gli alunni anche nelle attività più semplici e fattibili in autonomia, con ciò di fatto confermando a contrario quanto tipizzato nella didattica che si vorrebbe superare. 

4. Come valutare? Tra voti e giudizi

Connesso alla prima questione appare l’interrogativo sulle modalità docimologiche di sintesi della valutazione. Processo sinottico che presuppone, a sua volta, un corposo assetto analitico: la valutazione è procedura di sintesi che richiede analisi, ma lo stesso concetto, la nozione di “valutazione” è stata oggetto di serrato dibattito risoltosi nella manifestazione di articolazioni e prospettive eterogenee che hanno declinato la loro diversificazione in un panorama variegato caratterizzato da ricchezza ma anche dalla compresenza di indirizzi non sempre compatibili tra loro. Incrociando letteratura di settore e normativa ciò che innanzitutto emerge è la tendenza piuttosto decisa, se non radicale, ad una spinta tassonomizzazione che – va sottolineato – pur mossa dal ragionevole intendimento di rispondere alla complessità di un processo in tempi andati spesso sottostimata, si è poi risolta in un fattore di ulteriore complicazione che, anziché contribuire a semplificare in termini operativi, ha finito per aumentarne i livelli di problematicità. Posto che la valutazione debba in qualche modo interpretare, misurare e qualificare le evidenze “certificabili” (i dati “oggettivi”) emergenti da una verifica conferendo loro un valore, i criteri, i mezzi e le modalità metodologiche con cui realizzarla rimandano a quadri di riferimento diversi, tutti peraltro etichettati con denominazioni ad hoc. Tra documenti allegati alla normativa e contributi di settore, citiamo a titolo esemplificativo alcun di queste categorie, riprendendo quanto già anticipato nei paragrafi introduttivi al presente lavoro: valutazione educativa[33], valutazione formativa (in realtà, il Dlgs 62/2017 stabilisce che educazione e formazione sono le due finalità principali della valutazione), ossia concretizzata in continui feedback di processo concentrati sulle strategie adottate e da adottare al fine di incentivare l’apprendimento e dunque a scopo prevalentemente motivazionale, valutazione diagnostica (mirata ad evidenziare i bisogni formativi, attraverso il chiarimento di fragilità e potenzialità anche inespresse degli studenti), a sua volta articolata in iniziale e in itinere, valutazione sommativa (di tipo consuntivo, ossia corrispondente alla redazione di un bilancio di rendimento che si traduca in risultati misurabili attraverso prove) a sua volta declinabile in periodica (ulteriormente suddivisibile in intermedia e finale) o modulare (gli obiettivi, conseguiti o meno, di un’unità didattica o un’unità di apprendimento o un modulo) che richiedono certamente un arco temporale o periodo di svolgimento che, però, non deve necessariamente corrispondere ai periodi didattici individuati dal collegio dei docenti, potendosi del pari ricavare all’interno di essi. Queste diramazioni vengono peraltro sostenute dall’intersezione di considerazioni e spunti tratti da posizioni epistemologicamente multiprospettiche, beneficiari come sono di vari apporti filosofici, scientifici, pedagogici, psico-sociologici, antropologici e culturali in genere: da Hegel a Kuhn, passando per Dewey, si può trovare un po’ di tutto. Ora, non v’è dubbio che rinvenire la quadra nel processo valutativo tra coordinate impegnative quali la specifica situazione dell’alunno, il livello complessivo del gruppo classe, il grado di prossimità o scarto tra obiettivi attesi ed esiti concreti, restituisca l’idea di un atto piuttosto elaborato, sfaccettato e dunque multiforme, di per sé affatto semplice. Ma proprio per questo la definizione che ne possa assicurare una praticabilità accettabile, dovrebbe – al contrario – permetterne una sorta di semplificazione. Sicuramente, generazioni di studenti più “datate” hanno vissuto esperienze di valutazione che hanno sofferto dell’estremo opposto, difettando in termini di precisione e dettaglio e prediligendo modalità e forme di approssimazione che le rendevano più sentenze che risorse e ausili, e comunque non particolarmente brillanti per perspicuità. D’altronde, sembra che oggi si ecceda in sovracompensazione. Scorrendo tutte le tipologie di valutazione parcellizzate, in modo peraltro – val la pena ricordarlo – meramente convenzionale (per quanto scientificamente sostenuto, stando a come rappresentato nelle istanze avanzate da chi le promuove), si ha infatti l’impressione di una specie di sublimazione sul piano terminologico-lessicale di una tendenza a complicare ciò che potrebbe invece essere inquadrato in termini più chiari e meno complessi, quasi vigesse nelle scienze dell’educazione quel residuo di pregiudizio con cui Diritto e soprattutto Filosofia hanno da qualche tempo ormai cominciato a fare i conti, emancipandosene. Al netto di tutte le professioni di fede appassionata e viscerale dedizione ai paradigmi della teoria della complessità, la Filosofia ha cominciato a ritrovare le sue origini riduzioniste e semplificatrici: come già ricordato, dalla teoria dell’arché  alle proposte metodologiche di Newton, passando per il rasoio di Ockham, proprio Filosofia e Scienze insegnano che la comoda abitudine di soffermarsi su ciò che appare evidente vada senz’altro corretta, ma non certamente per scoprire che il sommerso ontologico sotto le apparenze debba per forza essere più difficile, composito e complesso di quanto effettivamente sia (come se essere semplice equivalesse ad essere banale). Mutatis mutandis, viene da chiedersi se davvero per stabilire se uno studente abbia una decorosa preparazione su contenuti e metodi delle Discipline scolastiche e le sappia rielaborare per crescere in un modo che possa ritenersi educativamente apprezzabile per un adolescente in ambito scolastico, si debba dare per forza vita a una scansione analitica della sua personalità e della sua base di conoscenze e competenze tecniche-disciplinari ancorata a fasi e profili di valutazione così numerosi e distinti, neanche si dovesse redigere una perizia o consulenza psichiatrica forense o testare l’idoneità a ricevere un premio Nobel. La risposta, retorica quanto la domanda, è no: la prassi quotidiana dell’insegnamento ed un certo grado di buon senso dicono, ovviamente, no. Non è dando più nomi alle cose, di quanto le cose stesse abbiano bisogno, che creiamo biblicamente cose nuove.

E questo snodo problematico, al momento assolutamente irrisolto (anzi, tuttora sempre più ingravescente), finisce poi ovviamente per investire la capitale questione della sintesi e della formulazione della valutazione: numeri/voti o giudizi/descrizioni? Sappiamo che l’opzione prescelta viene solitamente ascritta ad una delle categorie e dei modelli di valutazione sopra elencati. Di norma, la valutazione espressa con giudizio e senza alcun voto (o aggettivo categorizzante) è inquadrata nelle forme della valutazione formativa, mentre quella con voto (in specie se non esplicitato/accompagnato da alcun commento esplicativo) è classificata come sommativa (quando non “sanzionatoria”, come pure è capitato curiosamente di leggere in comunicati di associazioni di categoria). Ed è dunque a questo interrogativo, nel dilemma di alternative stimate, chissà poi perché, come incompatibili, che si cercherà di dare un’impostazione accessibile in termini di operatività e di senso globale del processo docimologico, normativa vigente alla mano: voto o giudizio? E tale “o” è da intendersi come vel o come aut?

La tesi della necessità di sostituire alla logica e alla prassi docimologica del voto quella di giudizi descrittivi il più possibile personalizzati è avanzata portando a corredo argomentativo non solo ricerche pedagogiche accademiche, ma anche riferimenti documentali alla normativa vigente. Soprattutto nel primo ciclo (v. Dlgs 62/2017 e DM 221/2025), raccomandando di integrare la valutazione con la descrizione del processo di sviluppo complessivo degli apprendimenti (e del relativo livello conseguito), si finisce sostanzialmente per sollecitare l’adozione di modalità idonee a rappresentare in modo globale la natura articolata e l’intensività del processo formativo stesso. Se la valutazione ha come obiettivo una reale costruzione del processo di insegnamento/apprendimento, essa non può che avere natura formativa, ossia volta a fare emergere la multiforme essenza dei processi in gioco (metacognitivi, emotivi, sociali) rispondendo ai bisogni educativi e agli stili di apprendimento personali, incentivando la motivazione a imparare e promuovendo così il successo scolastico e formativo. La centralità della dinamica processuale pone come corollario la cadenza continua del feedback formativo che esula dalla semplice logica quantitativa della misurazione/rilevazione, restituendo il ruolo strumentale della valutazione: essa rimane un mezzo, e non il fine, dell’impianto educativo, dell’agire pedagogico, la cui cultura di fondo va riposizionata sul versante del sostegno, dell’indirizzamento dell’alunno alla conoscenza e al superamento dei propri limiti, sottolineando ‒ all’opposto ‒ i miglioramenti registrati e le facoltà sottese e ancora non del tutto concretizzatesi operativamente. Lo stesso DM 334/2021 (“Linee pedagogiche 0-6”)[34] aveva anticipato l’emergere dirompente del modello formativo di valutazione, dedicandovi uno spazio di riflessione specifica a supporto della sua adottabilità nella dimensione scolastica dell’infanzia. Cassando schemi docimologici di natura classificatoria (con attestazione secondo standard predefiniti), si auspica il ricorso a formulari di tipo narrativo, con declinazioni positive (e la raccomandazione di evitare termini negativi: evidenziare ciò che alunno sa fare e non ciò che non è in grado di svolgere) e un approccio strutturalmente aperto all’incoraggiamento, al rispetto di ritmi di apprendimento differenziati, nonché ricettivo di punti di vista molteplici (genitori, compagni, contestuali) e vocato alla possibilità come segno distintivo di crescita dell’alunno. Impostazioni poi avallate nei livelli scolastici superiori dall’OM 172/2020 (Primaria), come già accennato. Nell’istruzione del II ciclo è la Direttiva 57/2010[35] quella che in maniera più esplicita sembra ispirare i criteri docimologici da impiegare nel primo biennio dell’istruzione tecnica alle linee guida delineate per il ciclo inferiore. Si caldeggia l’affrancamento dal calcolo statistico di medie aritmetiche, spingendo verso una prospettiva evolutiva in cui l’elaborazione del giudizio concernente le competenze richiede a monte il darsi di una produzione didattica che manifesti una sequenza di prestazioni indicativa di informazioni, le principali delle quali da documentare. Ma con quali strumenti dovrebbe essere messa in atto questa valutazione formativo-descrittiva di competenze (soprattutto trasversali)? Il mezzo considerato tradizionalmente più opportuno cui ricorrere, secondo i fautori di questa soluzione docimologica, è l’osservazione in situazione. Sostenuta da una probante documentazione di riscontro, essa va strutturata su griglie che facilitino la raccolta, la cernita e la selezione di materiale; operazioni condotte secondo il criterio prioritario di utilità ai fini della comprensione del tragitto, del percorso fatto e ancora da fare da parte degli studenti, focalizzandosi anche, se necessario, su passaggi e transiti precisi, rivelandosi così centrale in una didattica orientativa, formativa ed estranea allo spirito trasmissivo di cui sarebbe impregnata la didattica tradizionale. In tali griglie vanno ovviamente prudenzialmente evitate formule non numeriche sostitutive del voto (quali “sufficiente” ecc.).

Chi, invece, privilegia il mantenimento di una scala docimologica delle verifiche incardinata sui voti, fa appello ad una serie di considerazioni volte da un lato a sottolineare la plausibilità di tale opzione nel processo valutativo, sia di per sé, sia come risposta alle critiche mosse da coloro che vorrebbero vederla abolita, e dall’altro a evidenziare i limiti della valutazione formativa. Il voto – per chi ne avalla l’utilità, se non l’indispensabilità, come risorsa operativa e strumentale – viene presentato come pratica diffusa, seppure con modalità differenziate, in molti contesti scolastici europei, solitamente presi a modello per la spendibilità fruttuosa di innovazioni didattiche ed educative (vedi Finlandia, Gran Bretagna, Giappone, USA); esso costituisce semplicemente una base quantitativa di misurazione dei livelli delle prove che risponde a criteri di mera economicità dell’azione amministrativa connessa ai processi di valutazione. Il suo pregio è quello di ridurre, certamente non eliminare, le distorsioni soggettive imputabili invece a giudizi che, per quanto descrittivi, nella loro estesa articolazione si espongono maggiormente a cedimenti in quel senso. Del resto, se a tale ritrovato vengono imputate responsabilità nell’instaurare una sorta di logica della competizione considerata anti educativa in quanto prodromica alla realizzazione di assetti gerarchici all’interno del gruppo classe, il giudizio di per sé non evita affatto tali dinamiche, né consente di esporsi di meno a contestazioni (al mezzo punto del voto, si sostituirà la censura e il rilievo polemico sull’uso di un aggettivo o di un avverbio) o di esporre di meno l’alunno a patologiche forme di ansia da prestazione o di senso di frustrazione per valutazioni non positive o comunque non corrispondenti a quelle attese e auspicate. Infine, la stessa osservazione come procedura di acquisizione di elementi di valutazione presenta non trascurabili profili di criticità. Intanto, per sopperire ad una possibile genericità e aleatorietà rimproverata spesso alla sintesi operata con tale schema operativo, si ricorre non di rado a griglie dettagliate che filtrino tutti i momenti – continui e diffusi – in cui il docente possa attuare la strategia osservativa. Girano e sono proposte griglie di osservazione che davvero oscillano tra indicazioni vaghe e approssimative e rubriche di catalogazione comportamentale maniacali e infarcite di aggettivi, avverbi, circonlocuzioni linguistiche (“poco meno che”, “non del tutto accettabilmente”) che dovrebbero declinare linee di condotta didattica dell’alunno utili a reperire riscontri, certificare processi e elaborare giudizi. E va da sé che tra le innumerevoli definizioni che ormai dovrebbero contribuire a costruire il senso della figura professionale dell’insegnante (facilitatore, orientatore, curriculum marker e altre amenità elencando), non si avvertiva certo la mancanza del docente voyeur freudianamente sublimato che serialmente e compulsivamente compila una check-list di aspetti da rilevare costantemente nell’interazione con l’alunno, non di rado più lunga e complicata di quella di un pilota di Boeing, peraltro in un contesto che trasformerebbe l’istituzione scolastica in una sorta di panopticon che dovrebbe curiosamente diminuire, anziché ‒ come logico attendersi ‒ aumentare, i carichi di ansia e malessere dello studente che si vede continuamente osservato (o che comunque sa che il suo stesso stare a lezione sarà campo privilegiato di azione valutativa) con maggiore o minore discrezione. Superata la ormai vetusta visione del docente percepito dall’immaginario collettivo studentesco come sadico sublimato che contendeva al chirurgo l’onore del primato di tale configurazione psichica, e in attesa che gli ambienti di apprendimento vengano rimodellati con attrezzature idonee a praticare questa sorta di nuova passione ricreativa e sportiva che è lo studentwatching (dal binocolo fino allo hide), numero di alunni alla mano resta il dato di un consistente assorbimento, sia dal punto di vista quantitativo che da quello qualitativo, del tempo di insegnamento riconducibile alla compilazione di questi documenti di valutazione rispetto alla variegata molteplicità di attività didattiche da curare nell’arco della lezione.

Ora, non è obiettivo di questa riflessione concentrarsi su un dibattito acceso, controverso, attuale e animato da una letteratura scientifica e professionale pressoché smisurata, affrontandone tutti i numerosi risvolti pedagogici. Si tratta qui, infatti, di soffermarsi unicamente sulla concreta praticabilità delle soluzioni proposte in termini di sobria, per quanto possibile, ragionevolezza. Per cui: posta la normativa vigente e acquisita anche la giurisprudenza in merito, quale potrebbe essere la risoluzione, l’alternativa più assennata, ossia pragmaticamente coerente con leggi e sentenze? Tanto per cominciare, come insegna Wittgenstein, nella normale attività di igiene mentale che andrebbe costantemente messa in opera nei processi cognitivi, il problema in questione è – di per sé – un falso problema. E quando un falso problema assume le fattezze di un problema autentico, al punto da imperversare nello scenario delle questioni pedagogiche considerate prioritarie, c’è sempre da chiedersi perché questo accada. La risposta, poi, non necessariamente ci consentirebbe di restare entro il perimetro di una disputa di carattere meramente tecnico, ma potrebbe essere cercata – e magari (perché no?) trovata – in aree estranee a dimensioni meramente professionali, sconfinando semmai nel terreno di tortuose e complicate forzature ideologiche. Il problema non è tale, perché – semplicemente – non sussiste di per sé una disgiunzione radicale delle due prassi valutative: giudizio e voto. Intendiamoci, a qualsiasi insegnante probabilmente suonerà irritante dover interloquire con alunni che non capiscono il perché della classificazione di una verifica polemizzando su mezzo punto o un quarto di punto (quando prevista tale parcellizzazione), non meno di quanto accade allorquando li si osserva calcolare medie aritmetiche più o meno complesse e attendibili con calcolatrici in frenetica attività durante i giorni immediatamente precedenti gli scrutini. E questo non può non rimandare all’indubbio effetto di distrazione che il numero esercita sullo spazio e il tempo che lo studente dovrebbe riservare ad un’attenta ricognizione degli errori commessi, dei margini di miglioramento ottenuti e di quelli da ottenere. Ma il rimedio non è gettare il bambino con l’acqua sporca, pratica che – all’opposto – trova sempre più riscontri nell’organizzazione didattica delle istituzioni scolastiche che tendono a trasformare perversamente un’azione educativa in un’azione elusiva[36]. Tolto il voto, tolto il problema. Ma non è affatto necessario, tanto meno opportuno, farlo. Quando la giurisprudenza[37] sottolinea che il voto risponde a criteri di mera economicità didattica, ribadisce con nettezza che il voto medesimo non compromette affatto la perspicuità del giudizio che, dunque, intende strettamente connesso a quella che ne costituisce una valida, sintetica integrazione. Aspetto peraltro ribadito in alcuni chiarimenti normativi forniti in note ministeriali, quale ad es. la CM 1865/2017 in cui si individua nel Collegio dei Docenti l’organo collegiale responsabile di determinare la corrispondenza tra voti in decimi e gradi di apprendimento declinati in descrittori e rubriche di valutazione[38]. Il voto pertanto non supera, né annulla il giudizio, semplicemente lo traduce in un valore numerico sintetico che permette un più rapido e chiaro posizionamento in una scala di rendimento scolastico. L’eliminazione dello stesso allora si rivelerebbe inutile e controproducente, perché se tale operazione fosse condotta per ragioni culturali, ossia emancipare l’alunno dalla ragionieristica ossessione di ricondurre il peso essenziale della valutazione di ciò che ha appreso (e non appreso) ad un numero, trascurando tutto ciò su cui invece dovrebbe concentrare la propria attenzione ai fini di un miglioramento del proprio apprendimento (il contenuto che sta a monte o dietro quel voto e che si sostanzia in ciò che lo studente sa e non sa, sa e non sa fare), ebbene questa crociata contro il voto finisce per perdere senso nel momento in cui ciò che si è cacciato dalla porta rientra con maggiore vigore dalla finestra. Possiamo in corso d’opera eliminare tutte le classificazioni con voto che vogliamo, avvicendandole con giudizi descrittivi di valutazioni formative in itinere, ma resta fermo il punto che agli scrutini finali il collegio giudicante dovrà discutere e deliberare voti, calcolare medie e decretare il meta-voto, il numero dei numeri, ossia il credito scolastico che collocherà lo studente entro una precisa fascia o banda d’oscillazione. Il peso culturale che la normativa riserva al voto come sintesi valutativa è quindi decisivo e netto. Che tale fattore entri in  gioco obbligatoriamente in fase di valutazione finale (o intermedia) operata in sede di scrutinio, mentre non conosce medesimo grado di prescrittività per le singole verifiche, è del tutto trascurabile, perché è all’importanza qualitativa della tipologia di valutazione che dobbiamo guardare: per quanto il voto debba essere espresso solo una volta (in sede di scrutinio), quella volta è comunque prioritaria nella determinazione della valutazione globale della preparazione dell’alunno, ponendosi come bilancio decisivo per la carriera scolastica dello studente di un intero anno (o di un periodo didattico) e dunque come momento teleologicamente attivo nella canalizzazione di tutti gli altri elementi di valutazione acquisiti, nelle più svariate modalità, durante l’anno scolastico. Del resto, gli studenti ‒ più realisti del re ‒ lo sanno, conoscono bene l’incisività di questo processo classificatorio nella determinazione degli esiti e delle traiettorie più o meno lineari del proprio percorso di istruzione e – dunque – legittimamente richiamano poi i docenti più refrattari (a servirsi di tale risorsa) a comunicazioni che li mettano in qualche modo nelle condizioni di avere un orientamento il più possibile attendibile sulla propria collocazione rispetto al valore numerico sommativo di riferimento, soprattutto quando gli scrutini si avvicinano; il tutto, ovviamente, a buon diritto. Che il voto sia culturalmente e operativamente centrale nelle operazioni docimologiche cruciali e risolutive, a normativa vigente, può contribuire a dimostrarlo una casistica di occorrenze paradigmatiche molto vasta. Ci limiteremo ad una rassegna di esempi: il DPR 122/2009 all’art.1-bis e 2 recita che la valutazione periodica e finale degli apprendimenti per ciascuna Disciplina, come per il comportamento, è espressa in decimi; il Dlgs 62/2017 (art.8) estende il ricorso alle valutazioni in decimi alle prove d’esame del I ciclo, con ulteriore valutazione sintetica finale calibrata sulla stessa scala numerica derivante dalla media arrotondata all’unità superiore per frazioni pari o superiori a 0,5 tra voto di ammissione e media dei voti delle prove, con esame che si intende superato per voti corrispondenti a > 6. Medesimi criteri per ammissione all’esame di maturità del secondo ciclo[39], e superamento del medesimo (una sola valutazione inferiore a 6 è permessa, con ammissione congruamente motivata), laddove la possibile abbreviazione del percorso funzionale all’ammissione all’esame è sempre vincolata al rispetto di vincoli numerici (il candidato deve avere voti pari o superiori a 8 nella penultima classe e 7 nei due anni scolastici precedenti il penultimo, salvo che per il comportamento che rimane ancorato a 8). Il voto di comportamento è decisivo, essendo requisito necessario seppur non sufficiente di per sé, ai fini dell’attribuzione del credito (valore più alto della banda tabellare di oscillazione); credito massimo, nonché prove equivalenti, sono poi imprescindibili per il conferimento della lode. I voti delle prove e il credito per una somma di 90 costituiscono la base per la fruizione dell’integrazione del punteggio finale. Un criterio di valutazione della genuinità del processo docimologico, che risponde all’esigenza deontologica di garantire all’alunno l’attendibilità del giudizio scolastico e all’amministrazione di riferimento lo spirito di leale collaborazione come da disciplinare del pubblico impiego, è la coerenza tra voto di diploma ed esiti certificati dalle prove standardizzate nazionali (ragion per cui si sta consumando una lenta, progressiva introiezione delle medesime nel circuito dell’esame stesso). La giurisprudenza peraltro si muove in sintonia con tali indirizzi normativi. Diverse sentenze[40] menzionano esplicitamente la media aritmetica dei voti tra i fattori da prendere in considerazione per la formulazione del voto finale, pur – ovviamente – escludendo l’idea di uso unico della medesima; e quando si verifica uno scostamento in negativo tra i voti deliberati e la media medesima (o tra i dati registrati dal docente e il voto proposto da quest’ultimo), se non adeguatamente motivato, si incorre nel vizio di eccesso di potere per la figura sintomatica di travisamento ed errata valutazione dei fatti e/o illogicità e irragionevolezza manifesta. E, sempre in tema di medie, è ormai prassi stabilizzata l’evocazione della media risultante dal lineare complessivo di ogni studente per sondare la plausibilità di una non ammissione (tendenzialmente esclusa quando la suddetta media si approssima al 6, indipendentemente dal novero e per giunta dall’entità delle insufficienze numeriche deliberate)[41]; uso che ha tratto origine – come molte pratiche scolastiche o  parecchi dettati normativi ‒ da giurisprudenza che, in tema di scuola, si sa essere “creativa”, a volte fino all’inverosimile. Sembra ce ne sia abbastanza per comprendere che il voto conta, e non perché sia esito di un mero conteggio; per cui educare i ragazzi ad un approccio svalutativo di esso significa solo offrire narrazioni e slogan, per quanto d’impatto, sicuramente assai poco realistici, se non controfattuali. Questo, almeno, fin quando rimarrà vigente l’attuale normativa, cercare di cambiare la quale con movimenti riformatori traducentisi in spinte o pressioni dal basso non comporta solo l’inversione di un procedimento che troverebbe una fattibilità rispondente a logiche di efficacia e semplicità maggiori se attivato con verso contrario (cambiamento di sistema o norme e, consequenzialmente, variazioni operative a livello periferico di singole istituzioni scolastiche), ma esporrebbe al rischio di compromettere anche la trasparenza e la chiarezza del processo valutativo.

C’è infatti un altro aspetto per cui il ridimensionamento del voto nelle verifiche in itinere denuncia una criticità che rende ragione della sopra asserita controindicazione, sic stantibus legibus, di tale impresa. La trasparenza della valutazione, è risaputo, non va intesa solo come accessibilità diretta alla classificazione di una verifica o agli esiti periodici e finali di un percorso scolastico. Esiste, infatti, anche un profilo di “trasparenza” riconducibile alla chiarezza, alla perspicuità che va assicurata alla valutazione stessa, tale da consentire una sensata ricostruzione della sua genesi, ossia un grado di agevole lettura in termini di coerenza e dunque di riscontrabilità della ragionevolezza che dovrebbe ispirarne l’iter logico di formulazione. L’esperienza professionale lo insegna: nei processi di valutazione un docente lavora bene quando mette lo studente nelle condizioni di pervenire autonomamente all’ipotesi di valutazione sintetica finale che sarà poi esitata a margine dello scrutinio. Per farlo, non basta comunicare preventivamente e in modo tempestivo criteri operativi docimologici adottati dal docente e relativi esempi applicativi ben illustrati, ma occorre salvaguardare una coerenza tra i registri classificatori impiegati nelle prove o nei momenti di verifica e quelli messi in gioco per la formulazione e la delibera del voto da parte, rispettivamente, del docente e del collegio giudicante. Anche chi si affida ai voti e alla loro combinazione computazionale secondo sistema-media sa bene che non mancano affatto situazioni di confine, ibridazioni tra livelli di valutazione che rendono a volte problematica la scelta di quale opzione numerica considerare più attendibile in ordine a quanto offerto didatticamente dallo studente. Incertezze e oscillazioni tra ipotesi di voto che non sono semplici dettagli notarili, ma variabili da gestire con attenzione considerando il peso che il singolo voto esercita sulla media complessiva e perciò stesso sul credito, a tacere di quando lo spettro comprende alternative trasversali a livelli di rendimento discriminanti tra ammissione e sospensione di giudizio. Nutrire dubbi, sequenza di voti alla mano, tra l’attribuzione di un 5 o di un 6 è esperienza che fenomenologicamente i docenti sperimentano frequentemente nelle operazioni di scrutinio. Ora, in questi casi, la media tra voti, integrata da elementi di valutazione declinati in programmazione (quali impegno, interesse, attenzione, partecipazione ecc.), offre di solito un armamentario compensativo e risolutorio mediamente più efficace (anche ex post, ossia in sede di successiva motivazione ed esplicitazione del processo posto in essere, qualora richiesto da apposita istanza in sede di reclamo/contenzioso)  di quelli reperibili nel contesto di giudizi descrittivi ed estesi in cui il campo ermeneutico è sicuramente più ampio ed esposto ad ambiguità e conclusioni controverse. Il che, si badi, non vale affatto solo per il caso limite sopra descritto, ma per tutte le fluttuazioni numeriche che possono emergere in fase di attribuzione del voto da parte del CdC[42], allorquando chi si richiama alla valutazione per giudizi finisce, per poter sopperire a tale evenienza (o prevenirla), per produrre una sistematica inserzione di formule nette che tradiscono una vocazione tassonomica (e sanzionatoria) che nulla ha da invidiare a quella del voto-numero complicando così inutilmente il processo di determinazione del voto conclusivo cui inevitabilmente si deve pervenire, ma con il disvalore aggiunto di un passaggio in più: “molto negativo”, “sufficiente”, “significativamente critico” ecc. Pertanto, a meno che non vengano allestiti precisi e dettagliati meccanismi di traduzione, o meglio di transcodifica, tra i due codici o linguaggi di valutazione differenti (verifica/giudizio → scrutinio/voto) che prevengano e tolgano campo a qualsiasi equivoco, l’elaborazione di formulari descrittivi che anticipino il momento finale (inteso sia come conclusivo, sia come teleologico) decisionale del voto richiederà un ripetuto e insistito richiamo da parte del docente ai principi che regolano la logica di questo travaso docimologico, affinché risultino massimamente chiari e opportunamente spiegati (e compresi) agli studenti, altrimenti il tutto si concretizzerà in un bizzarro innesto paragonabile a quello per cui ci si prepara ad un esame di inglese parlando esclusivamente l’arabo.

5. Quando valutare? Dai periodi al periodo

La valutazione è collegata anche ad un aspetto funzionale dell’organizzazione didattica dell’anno scolastico: è infatti ai fini della valutazione che si disciplina la suddivisione dell’anno scolastico in due o tre periodi (artt.7 c.2 lett. C e 74 c.4 TU della scuola). E dunque l’interrogativo di fondo, in merito, sarà: è necessario procedere all’articolazione dell’anno scolastico in periodi? Doverosamente si annota quanto segue: vale per questo problema quanto già scritto a proposito delle altre questioni affrontate in questo contributo, ossia il fatto che i piani investiti dalla trattazione di questo argomento sono due, e cioè quello formale di legittimità e quello sostanziale e operativo di opportunità, fattibilità. La domanda è quella consueta: anche ammettendo che sia legittimo operare una scelta divergente da quella consueta (che ha sempre data per scontata la sussistenza di queste periodizzazioni), vale poi veramente la pena farlo, ragionando anche nei termini di conseguenze e implicazioni effettive sottese alla soluzione alternativa?

Chi ha promosso l’istanza di abolizione dei periodi didattici, optando per il periodo unico, ha argomentato tale predilezione – sul piano formale – con un’interpretazione del combinato disposto dei due articoli della normativa sopra citata riassumibile in questi termini: l’art. 74 prescrive, testualmente, che “l’anno scolastico può essere suddiviso, ai fini della valutazione degli alunni, in due o tre periodi su deliberazione del collegio dei docenti da adottarsi per tutte le classi”. Pertanto, l’indicazione più cogente contenuta nel precedente articolo 7 (“il collegio dei docenti delibera, ai fini della valutazione degli alunni e unitamente per tutte le classi, la suddivisione dell’anno scolastico in due o tre periodi”) va inteso nel senso che, qualora si deliberasse la periodizzazione molteplice dell’anno scolastico ex art.74 allora sarà compito e prerogativa del medesimo organo collegiale dei docenti esercitare il potere di stabilire in quanti (due o tre) periodi segmentare il percorso annuale. Di conseguenza, tutte le norme includenti riferimenti espliciti a valutazione periodica e finale (a cominciare dal DPR 122/2009 e dal Dlgs 62/2017) andrebbero interpretate come regolative della più ampia casistica possibile; per cui la valutazione in decimi, ad es., si applica alla valutazione finale e – s’intende solo laddove deliberata – anche a quella esitata dagli scrutini intermedi a fine periodo didattico non conclusivo. La mera possibilità, non vincolante, di periodizzazioni dell’anno scolastico renderebbe quindi del tutto legittimo percorrere l’alternativa del periodo unico.

Su questo versante, quello della congruenza tecnica, formale di quanto proposto con le disposizioni normative è possibile però eccepire alcuni rilievi. E il fatto che finora non siano emerse controindicazioni giurisprudenziali in merito, per le istituzioni scolastiche che hanno deciso di intraprendere questa misura, può anche semplicemente significare che quest’ultima non sia stata oggetto di specifica contestazione o ricorso amministrativo e non, sic et simpliciter, che sia acclarata la fondatezza di legittimità della stessa. Al netto del versante giurisdizionale, esiste una nota dell’USR Emilia Romagna (51745 del 2025) che così recita:

Infine, si evidenzia che in tema di Valutazione degli apprendimenti, l’art 4 comma 1-bis del novellato DPR 122/2009 prevede espressamente che anche la valutazione periodica e finale degli apprendimenti per ciascuna delle discipline di studio previste dalle indicazioni nazionali per i licei e dalle Linee guida per gli Istituti tecnici e gli istituti professionali sia espressa in decimi. Al riguardo, si evidenzia che la predetta innovazione regolamentare consolida e ribadisce l’interpretazione delle previgenti disposizioni normative concernenti la valutazione periodica e finale degli apprendimenti: il novellato D.P.R. 22 giugno 2009, n. 122, infatti, riprende quanto già previsto dall’art.7, comma 2 lettera c) del d.lgs. 297/1994 ovvero che il collegio docenti possa deliberare, ai fini della valutazione degli alunni e unitamente per tutte le classi, la suddivisione dell’anno scolastico in due o tre periodi. Alla luce di quanto sopra richiamato, eventuali mancate suddivisioni dell’anno scolastico in periodi[43], ovvero valutazioni periodiche non espresse in voti decimali non sarebbero conformi, ad avviso di questo Ufficio, al quadro normativo e regolamentare vigente.

Tale indicazione fa leva sull’ancoraggio a norme essenziali. A nostro avviso, però, a corroborare tale parere tecnico possono essere evocati richiami legislativi più numerosi e parimenti incisivi. Tralasciando un portato normativo (sia primario, sia di circolari ministeriali interpretative)[44] più datato e forse secondario, un rimando prioritario è quello, dovuto, al Dlgs 226/2005 contenente le norme generali e i livelli essenziali di prestazione dell’istruzione secondaria superiore o di secondo grado, con tanto di PECUP del secondo ciclo, attuativo delle Legge 53/2003 (riforma Moratti). Tuttora in vigore, all’art.13, riguardante valutazione e scrutini ‒ espressamente citato anche dal DPR 89/2010, parte della riforma Gelmini concernente la revisione dell’assetto ordinamentale, organizzativo e didattico dei licei ‒ recita testualmente:

La valutazione, periodica e annuale, degli apprendimenti e del comportamento degli studenti e la certificazione delle competenze, abilità e capacità da essi acquisite sono affidate ai docenti responsabili degli insegnamenti e delle attività educative e didattiche previsti dai piani di studio personalizzati. Sulla base degli esiti della valutazione periodica, gli istituti predispongono gli interventi educativi e didattici ritenuti necessari al recupero e allo sviluppo degli apprendimenti[45].

Le due valutazioni, periodica e annuale, sono inserite nel medesimo comma con attenzione peculiare riservata a quella periodica. Appare palmare che in questa sede l’interpretazione per la quale la specifica sulla valutazione periodica andrebbe intesa come dedicata solo agli istituti scolastici che hanno deliberato più periodi e scrutini, con esclusione di quanti hanno configurato il periodo unico, non può sussistere. Perché è la particolare, delicatissima funzione assegnata a tale valutazione periodica che induce a considerare che il legislatore qui abbia dato per scontato che lo scrutinio intermedio debba essere pratica sistematicamente diffusa in tutte le istituzioni scolastiche. E non ha pregio neanche l’osservazione che, facendo la norma riferimento a valutazioni affidate a docenti (e non a consigli di classe in assetto scrutini), si potrebbe intendere tale valutazione periodica come quella corrispondente al giudizio (o voto) maturato alla fine di un periodo coincidente con un’unità didattica, di apprendimento o modulare, cioè una segmentazione di un pacchetto di lezioni del tutto autonoma effettuata dai singoli docenti (la valutazione condotta quindi a margine di un periodo didattico non formalizzato istituzionalmente, sul modello delle verifiche in itinere). Innanzitutto, l’articolo – come ricordato – riporta in intestazione “valutazione e scrutini”, dando così chiara esplicitazione del quadro operativo in cui inserire la declinazione della valutazione esposta, inoltre quando la normativa ricorre all’espressione valutazione “periodica” lo fa con un perimetro semantico netto e ben definito, esulante quindi dalle variegate e affollate calibrature dizionaristiche che si sono volute attribuire al termine in sede di letteratura pedagogica, sconfinanti non raramente dal terreno della convenzionalità a quello accidentato e fumoso dell’arbitrio. La valutazione periodica, normativamente parlando, è quella degli scrutini intermedi e questo è confermato proprio da quella schiera di innovatori che spesso investono con le loro ipotesi docimologiche sia le questioni concernenti il dilemma voto/giudizio, sia quelle riguardanti appunto la periodizzazione. Come ci ricordano i sostenitori della liceità dell’abolizione del voto nelle valutazioni non di scrutinio (quelle in fieri), la normativa prescrive tassativamente il voto in decimi soltanto per le valutazioni periodiche e finali, dunque quelle processate agli scrutini, perché qualora così non fosse – e per valutazioni periodiche dovessimo intendere quelle elaborate anche alla fine di verifiche di brevi e informali periodi contrassegnati da specifica attività didattica ‒ allora va da sé che anche per le verifiche in corso d’anno la legge imporrebbe il voto. Appare dunque plausibile e ragionevole che il decreto legislativo ritenga assodata una suddivisione in periodi distinti dell’anno scolastico, peraltro in questo recependo e anticipando altri dettati normativi di primaria importanza. Ad oggi, per esempio, le due uniche norme che regolano materialmente cosa debba essere fatto dal docente e dal consiglio di classe in fase di scrutinio nell’elaborazione delle proposte di voto e nelle conseguenti delibere collegiali sono il RD 2046/1929 e l’OM 92/2007. Ancorché datati, sono due riferimenti vigenti a validi, in modo particolare il secondo che, oltre a attualizzare il primo confermandone e perfezionandone l’impostazione di fondo, costituisce pietra angolare giuridico-amministrativa per quell’aspetto evocato dal Dlgs 226/2005 concernente le misure di recupero e supporto da attivarsi consequenzialmente alla valutazione periodica. Il RD ha novellato quello precedente (il 653/1925); mentre quest’ultimo è stato espressamente abrogato dalla legge 56/2025, il secondo no, in quanto nessuna nuova norma ha introdotto un regime di incompatibilità per la materia trattata dal decreto stesso che, dunque, non perde efficacia come disposizione autonoma. E cosa prevede tale decreto, cui il collegio giudicante deve attenersi durante gli scrutini? All’articolo 1, rivedendo il parimenti vigente RD 1054/1923, si prescrive che “alla fine dei primi due trimestri di scuola e al termine delle lezioni il Collegio dei professori delibera i voti di profitto e di condotta degli alunni”, e all’articolo 2

Agli articoli 77, 79 e 80 del regolamento 4 maggio 1925, n. 653, sono sostituiti gli articoli seguenti:

«Art. 77. – Alla fine dei due primi trimestri e al termine delle lezioni i Consigli di classe si adunano sotto la presidenza del preside o di un suo delegato per l’assegnazione dei voti che rappresentano il giudizio dei professori intorno alla diligenza e al grado di profitto raggiunto dall’alunno nei corrispondenti periodi delle lezioni».

«Art. 79. – Il voto di profitto nei primi due trimestri si assegna separatamente per ogni prova nelle materie a più prove e per ogni singolo insegnamento nelle materie comprendenti più insegnamenti».

«Nello scrutinio dell’ultimo periodo delle lezioni il voto è unico per ciascuna delle materie di cui alla tabella A».

«I voti si assegnano, su proposta dei singoli professori, in base ad un giudizio brevemente motivato desunto da un congruo numero di interrogazioni e di esercizi scritti, grafici o pratici, fatti in casa o a scuola, corretti e classificati durante il trimestre o durante l’ultimo periodo delle lezioni».

«Se non siavi dissenso, i voti in tal modo proposti si intendono approvati; altrimenti le deliberazioni sono adottate a maggioranza, e, in caso di parità, prevale il voto del presidente».

«Art. 80. – Lo scrutinio dell’ultimo periodo delle lezioni ha valore di scrutinio finale».

«Nell’assegnazione dei voti, si tien conto dei risultati degli scrutini precedenti, i quali, però, non possono avere valore decisivo».

Nessun margine di apertura al campo della possibilità: l’anno scolastico è periodizzato a monte. Semmai, il TU e poi l’OM hanno mitigato la prescrittività della periodizzazione in trimestri, introducendo indirettamente la facoltà di adottare quadrimestri o pentamestri (stante la bipartizione tra le opportunità contemplate). Sullo stesso solco si muove l’OM 92/2007; dopo aver dedicato un articolo, il 4, agli scrutini intermedi e relativi adempimenti, nell’art.6 si stabilisce che “il docente della disciplina propone il voto in base ad un giudizio motivato desunto dagli esiti di un congruo numero di prove effettuate durante l’ultimo trimestre o quadrimestre e sulla base di una valutazione complessiva dell’impegno, interesse e partecipazione dimostrati nell’intero percorso formativo. La proposta di voto tiene altresì conto delle valutazioni espresse in sede di scrutinio intermedio[46] nonché dell’esito delle verifiche relative ad eventuali iniziative di sostegno e ad interventi di recupero precedentemente effettuati”. Tale ordinanza, non revocata, sostituita o annullata e quindi permanente e strutturale, almeno fintantoché la normativa della materia di riferimento non verrà significativamente modificata (tanto che ancora oggi è diffusamente presente con continui richiami nella modulistica in adozione presso le varie istituzione scolastiche), ribadisce da un lato lo spirito e il modus operandi contemplato nel RD del 1929 e dall’altro, come prima accennato, si concentra sul tema dei recuperi e del sostegno didattico contro la dispersione implicita catalogabile con le insufficienze maturate in quello che una volta si chiamava “profitto”. È, questo delle iniziative di recupero, un nodo nevralgico alla base della sottolineatura della centralità dello scrutinio intermedio; in tal senso il Dlgs 226/2005 e l’OM 92/2007 vanno letti in regime di coerenza e continuità logica: tutti e due collocano l’organizzazione e predisposizione dei percorsi di supporto didattico per alunni con criticità al termine degli scrutini intermedi (o di altre verifiche periodiche previste nella pianificazione dell’offerta formativa)[47], assegnando pertanto agli stessi una scontata presenza all’interno dell’annualità scolastica e un ruolo qualitativamente primario, irrinunciabile nell’ottica del successo scolastico e formativo. Se è vero, infatti, che alcune decisioni in sede giudiziale[48] hanno segnalato che la mancata attivazione di progetti di recupero e sostegno non compromette la validità del giudizio negativo sull’effettiva preparazione dell’alunno risultante dalle evidenze “oggettive” dei dati di profitto e del grado di maturazione, le medesime hanno al contempo rilevato che tale omissione configura una disfunzione di carattere organizzativo che – aggiungiamo – non può non avere ricadute censurabili sull’autovalutazione e sulla valutazione esterna dell’istituzione scolastica e sulle capacità gestionali della dirigenza. E infatti, a rimarcarne la centralità, si prescrive che tali attività di recupero vengano espressamente inserite nel documento essenziale per la definizione dell’identità culturale e pedagogica di ogni istituzione scolastica, tanto da vincolarne anche molteplici versanti amministrativi: il PTOF. Pertanto, mettendo in un ordine di sequenza crono-logica i dettati normativi in questione (regi decreti 1054/1923 e 2049/1929, Dlgs 226/2005, OM 92/2007), pare in verità più fondata un’interpretazione dei due articoli del Dlgs 297/1994 esattamente inversa rispetto a quella promossa dai fautori del periodo unico, e dunque: dovendo il Collegio dei docenti suddividere ai fini della valutazione l’anno scolastico in periodi, stante quanto previsto dalle norme di regolamentazione della materia sopra citate, tale partizione può essere fatta in due o tre segmenti. La possibilità sembra quindi non riguardare la suddivisione in sé, bensì soltanto in quanti periodi si possa sostanziare. Ma, come anticipato, la questione esula dal semplice campo della dissertazione giuridica, sempre opinabile (e sempre esposta alle acrobazie creative della giurisdizione amministrativa) e investe un piano di riflessione più pratico, di buon senso. Davvero, pragmaticamente parlando, ci sono ragioni per mutare rotta? O meglio: al di là della sfera giuridica, e spostandoci dunque sul piano professionale della didattica, ci sono motivi validi per mantenere l’assetto tradizionale e consolidato? Tali motivi sono più validi di quelli addotti da coloro che invece vorrebbero cambiare? Oltre quella che la normativa ha ricordato essere la funzione degli scrutini intermedi, ci sono giustificazioni più solide a fondamento della sussistenza e del mantenimento degli stessi? Viene rilevato che essi non costituiscono un provvedimento amministrativo e questa sorta di dequalificazione giuridica finisce per tracimare in una svalutazione tecnica, al punto che l’inevitabile provvisorietà di queste valutazioni viene grossolanamente confusa con una specie di aleatorietà, se non inutilità. Premesso che, pur non essendo atti tecnicamente e direttamente amministrativi, i documenti di valutazione dei quadrimestri, pentamestri o trimestri incidono per espressa raccomandazione normativa – come abbiamo visto nel RD del 1929 e nell’OM del 2007 ‒ su quello che poi sarà il provvedimento amministrativo della valutazione finale condizionante la carriera scolastica dello studente ‒ indirettamente, certo, ma lo fanno ‒ va poi delineata la effettiva funzione docimologica di tale momento di confronto tra docenti e tra docenti e studenti. Cosa sono, infatti, gli scrutini intermedi? Prove tecniche generali con cui i docenti comunicano per tempo agli alunni quale sia l’orientamento docimologico del consiglio di classe nel momento in cui prende in carico i singoli elementi di valutazione che ogni docente sintetizza nella propria proposta di voto. Un modo, assolutamente trasparente, di guidare e incentivare l’autovalutazione e l’autocorrezione negli alunni per evitare equivoci futuri su classificazioni di voti e giudizi, a maggior ragione necessario, o quanto meno opportuno, quando, dovendo esitare voti, si è invece lavorato unicamente con i famosi giudizi della valutazione formativa. Con lo scrutinio dei periodi didattici precedenti a quello conclusivo si trasmette agli studenti una chiara prova di conversione collegiale in voto del percorso scolastico e delle relative verifiche effettuate fino a quel momento in ogni singola Disciplina e nel comportamento[49], affinché consolidino, potenzino e/o soprattutto correggano il tiro durante la restante parte dell’anno scolastico. E, si badi, questo non vale per i soli alunni: lo scrutinio intermedio consente di socializzare e condividere per ogni studente il lineare generale riportante le valutazioni, i voti proposti dai singoli docenti. Questo permette da un lato ad ogni insegnante di testare in modo diretto l’orientamento docimologico complessivo del consiglio, e quindi degli altri colleghi, e dall’altro di aprire un confronto e una riflessione che frequentemente portano ad una revisione o modifica di proposte di voto, restituendo alla seduta quel carattere di collegialità che segna in modo radicale, specifico e prevalente la natura del processo di elaborazione delle valutazioni che deve essere condotto dal corpo docente. La collegialità, ci ricorda il DM 221/2025[50], fonda in modo strutturale la professionalità del docente e va vissuta come autentica condivisione del significato dell’azione pedagogica, da rafforzare con apposita formazione votata all’innovazione didattica e pianificata a livello sistemico dall’organo rappresentativo dei docenti. All’interno della poliedrica dimensione dell’agire pedagogico è il settore della valutazione quello più marcatamente contrassegnato dall’applicazione del criterio o principio di collegialità. E ciò a più livelli. A monte, la fissazione di criteri e modalità di esercizio della medesima è operata dal collegio dei docenti e resa manifesta nel PTOF (artt.1 e 2 del Dlgs 62/2017) a tutela dell’equità e omogeneità dei processi decisionali a livello di istituto[51]; a valle, l’atto del valutare – pur effettuato nell’esercizio dell’autonomia professionale del docente ‒ non può ridursi ad un’operazione individuale, ma deve fare appello in modo inequivoco alla cultura della corresponsabilità, non trattandosi di una mera attestazione formale. Addirittura nel primo ciclo tale collegialità del processo valutativo conosce declinazioni estreme quando per la delibera della non ammissione si richiede l’unanimità del collegio giudicante. Più ampio e approfondito è il dibattito interno al consiglio di classe in sede di scrutinio, più numerosi sono i contributi, gli spunti di riflessione che animano la discussione sulle proposte di voto, più la forma collegiale della delibera è garantita, tanto che tra le voci indirettamente prese in considerazione per la formulazione della valutazione di ogni singolo studente rientrano anche quelle di esperti impiegati nelle attività di ampliamento e potenziamento dell’offerta formativa che forniscono preventivamente ai docenti del consiglio di classe elementi conoscitivi sull’interesse manifestato e il profitto raggiunto dagli studenti scrutinati (DPR 122/2009 art.4). Certo, si potrebbe obiettare che tale delicato e imprescindibile momento di dialettica docimologica potrebbe essere svolto in sede di ordinario consiglio di classe di metà anno scolastico e successivo ricevimento collegiale dei genitori cui socializzare le risultanze. Ma non è così, per la semplice ragione che nei consigli sull’andamento didattico-disciplinare della classe non esiste alcun obbligo per i docenti di presentarsi con un quadro di voti definiti alunno per alunno; anche le schede di valutazione ufficiose (dette “pagellini”) commentate nei ricevimenti o trasmesse alle famiglie non richiedono la doverosa estrinsecazione dei giudizi in voti, a tacere del fatto che – in mancanza della formalizzazione dello scrutinio – tutt’altro che rare sono le occorrenze di docenti che su alunni dichiarano di non aver ancora conseguito adeguati e sufficienti elementi di valutazione per la formulazione di un giudizio o voto. Dunque, per ovviare a tali deficit, si dovrebbe/potrebbe con circolare interna prescrivere ai docenti di presentarsi a tali consigli ordinari con voti, e con tutti i voti per tutti gli alunni (posto che la non classificazione rappresenta, si sa, evenienza da confinare negli scrutini ordinari a pochi e ben determinati casi). In soldoni, si dovrebbero organizzare a tutti gli effetti scrutini (riunioni in orario extracurricolare, compilazione documenti di valutazione e verbali, comunicazioni delle stesse valutazioni alle famiglie secondo dettato del CCNL[52]) senza denominarli scrutini. Il che ci riporta alla domanda iniziale: a che pro? Tanto vale farli, gli scrutini intermedi o periodici, evitando peraltro di incorrere in problemi di natura formale, giurisdizionale e sostanziale.

6. Conclusioni

Resta all’orizzonte e sullo sfondo di queste riflessioni l’impressione che si stia percorrendo al momento una strada equivoca, caotica e tortuosa, paragonabile ai sentieri interrotti di Heidegger: si sta verificando una convergenza, non si sa quanto intenzionale, tra movimenti che animano un fermento periferico e spingono dal basso, cioè dalle istituzioni scolastiche che sposano determinati paradigmi di innovazione pedagogica, reale o presunta, profusa da ricerche accademiche e alcuni stralci normativi che sembrano essere più sensibili nel recepire tali suggestioni. All’insegna del rinnovamento, dello svecchiamento di logiche didattiche considerate obsolete e inefficaci (sul presupposto trascendentale che gli indirizzi delle alternative proposte conoscano maggior fortuna, postulato che invero – semmai – trova sempre più riscontri di verso opposto in una letteratura progressivamente più consistente anche se negletta), si propongono “rivoluzioni” che ordini, gradi e indirizzi scolastici denominati “scuole dell’innovazione e della sperimentazione” tentano di attuare, in tal senso legittimate e invogliate dalle linee guida e dalle indicazioni nazionali ministeriali. Si dà l’impressione di voler estendere gradualmente a tutti i livelli e indirizzi scolastici, licei in testa, misure e accorgimenti partoriti e proposti nella scuola primaria, nell’istruzione professionale[53], nel condensato mondo di teorie che incornicia e sostiene la pedagogia speciale. In attesa di capire quale direzione voglia intraprendere questa obsolescenza ed evanescenza di confini tra indirizzi scolastici, questa contaminazione o ibridazione epistemologica di ambiti e assetti educativi e didattici distinti (orgogliosamente rivendicata come nota qualificante dell’indirizzo della politica ministeriale[54]), che pure hanno rappresentato tratti caratteristici della cultura nazionale dell’istruzione, sovvengono le parole di Talleyrand che ben si attagliano a delineare il campo di semplici regole e consigli di prudenza che ogni acceso innovatore potrebbe, o dovrebbe, ogni tanto avere l’umiltà di ascoltare: et surtout, pas trop de zèle!


[1] Particolarmente attive su questo versante Orizzonte scuola e La Tecnica della scuola con diversi contributi critici e informativi pubblicati in merito. Tra i quotidiani più impegnati Il resto del Carlino, La Nazione, Il Piccolo, come constatabile da una semplice rassegna web. 

[2] Ad es. Dipartimento di Scienze Psicologiche, Pedagogiche, dell’Esercizio fisico e della formazione dell’Università di Palermo, Dipartimento di Psicologia dell’Università La Sapienza di Roma.

[3] Si segnalano i Dipartimenti del Coordinamento del movimento della community delle scuole senza voto afferente al Polo europeo della conoscenza e il Coordinamento dei genitori di Modena.

[4] V., per es., “Oltre le Discipline” e relativo impianto di superamento della cosiddetta didattica trasmissiva e simultanea valorizzazione della didattica per competenze. Debate, flipped classroom sono metodologie didattiche cui INDIRE dedica particolare attenzione nell’ottica formativa dei docenti; nelle esperienze di riconfigurazione generale della valutazione degli apprendimenti ‒ sostenuta dalle istituzioni scolastiche che la propongono ‒ sono considerate parti integranti per l’implementazione dei progetti proposti. Questo lavoro di revisione didattica può essere anche indiretto, va infatti detto che le reti di scuole investono spesso in aree tematiche di più ampio respiro all’interno delle quali poi si ritaglia lo spazio per una sperimentazione docimologica vista dunque come risorsa utile, ma non unica, per il conseguimento dello scopo di rete (es. la rete “Prosocialità e benessere” istituita soprattutto per contrastare fenomeni di bullismo e cyberbullismo).

[5] Così l’USR Lazio nel 2018 a proposito del progetto sperimentale “Scuola delle relazioni e delle responsabilità”.

[6] RACCOMANDAZIONE DEL CONSIGLIO del 22 maggio 2018 relativa alle competenze chiave per l’apprendimento permanente (2018/C 189/01).

[7] L’unitarietà e la continuità del processo di apprendimento – è scritto – non può che risolversi nella concreta acquisizione di competenze trasversali, e non già nella semplice padronanza dei saperi disciplinari. Quest’ultima prospettiva, isolatamente presa, sembrerebbe essere presentata come espressione di una visione e di una strategia riduzionistiche, non rispettose della complessità della formazione e dunque esposte al rischio di tradursi in una logica docimologia sommariamente selettiva.

[8] Il ricorso a tale metodologia didattica è ripetutamente caldeggiato, pur forse non raggiungendo quel grado di obbligatorietà vincolante che conosce nelle prescrizioni normative riguardanti l’istruzione professionale e quella per gli adulti (nei CPIA). In questi contesti l’imposizione ordinamentale di una specifica opzione metodologica non può non generare perplessità rispetto ai margini di tutela della libertà individuale di insegnamento, al netto della sua maggiore spendibilità rispetto all’indirizzo e all’utenza scolastica di riferimento. Eppure, nonostante alcune posizioni polemiche espresse da associazioni professionali di categoria o movimenti di coordinamento docenti, nonché da alcune sigle sindacali, l’adozione di tali risorse metodologiche è transitata in modo complessivamente meno controverso di quanto ci si potesse attendere, ad ulteriore testimonianza del fatto che – probabilmente – tale orientamento gode di per sé di un riscontro essenzialmente favorevole e dunque di un seguito apprezzabile in una rilevante quota di insegnanti.

[9] Le rubriche di osservazione in situazione costituiscono una risorsa strumentale e operativa fondamentale nella valutazione delle competenze, con particolare ma non esclusivo riferimento a quelle trasversali o chiave e alle relative metodologie didattiche di implementazione utili a canalizzarle (UDA).

[10] All’art.1 vengono elencati gli scopi essenziali: promuovere lo sviluppo armonico e integrale della persona, delle sue potenzialità e dei suoi talenti, la cultura della competenza, l’integrazione di saperi disciplinari e delle relative abilità, il miglioramento del successo formativo, il contrasto della dispersione (manifesta e implicita) e della povertà educativa. Interessante, ai fini dell’argomento oggetto di esame nel presente contributo, è il riferimento alla valutazione. All’interno della cornice degli interventi da attuare nell’ambito delle buone pratiche che saranno mappate dal Comitato incaricato dal Ministero, viene infatti rappresentata come esigenza complementare l’individuazione di criteri e strumenti di rilevazione e valutazione in coerenza con la certificazione delle competenze-chiave UE.

[11] A volte, come dato di supporto funzionale ad avvalorare un riscontro positivo rispetto al target fissato nel PdM (incremento degli esiti delle prove INVALSI), viene indicato il complessivo livello di rendimento – per fasce di voto – degli studenti diplomati, anziché gli effettivi risultati ottenuti dalle varie classi del secondo e quinto anno nei suddetti test. In altre circostanze viene presentato come dato certificativo dell’efficacia delle azioni intraprese l’esito a distanza sintetizzabile nei risultati conseguiti all’università dai diplomati della scuola (criterio invalso anche nelle indagini effettuate nel progetto Eduscopio della Fondazione Giovanni Agnelli), laddove – almeno per chiunque abbia un minimo di esperienza di usuali prassi scolastiche e postscolastiche – si sa che spesso gli (ex) alunni, ormai studenti universitari, per conseguire quei risultati ricorrono abitualmente a rinforzi, recuperi e supporti esterni o interni, quali “lezioni private” o tutoraggi accademici, in quanto consapevoli di non avere – a dispetto dello stesso voto di diploma – la preparazione adeguata per sostenere con profitto certi esami (occorre ricordare a tal proposito quanto accaduto, nonostante il periodo di riallineamento, nei corsi di laurea in Medicina e gli esiti impietosi che nel novembre 2025 hanno caratterizzato quasi il 90% degli studenti impegnati, soprattutto in Fisica?).

[12] Va da sé che anche questa connessione conosce un automatismo eccepibile se non è oggetto di una indagine più meticolosa. In altri termini, il fatto che alunni tendano a cambiare istituto scolastico, o che tendano a non farlo, sic et simpliciter può costituire un puro indizio non dirimente ai fini della valutazione della loro condizione di benessere. Si permane in una scuola, spesso, perché non si hanno alternative logistiche valide e si cambia non perché ci si trovi a disagio, ma perché sono sopraggiunte situazioni familiari (es. occupazionali) tali da sollecitare questo trasferimento.

[13] Di tale letteratura è sintesi la Direttiva 57/2010.

[14] Possiamo citare a titolo esemplificativo quanto scritto nel DM 221/2025 (sostitutivo delle Indicazioni Nazionali sul curricolo della scuola dell’infanzia e del I ciclo del 2012), in cui è scritto che il sistema scolastico italiano assume come orizzonte di riferimento la Raccomandazione in questione. Le competenze riconducibili alla Raccomandazione del 2018 sono poi incardinate nella certificazione degli esiti del I ciclo (si veda quanto indicato nel Dlgs 62/2017 a proposito degli esami della scuola secondaria di primo grado) e dell’obbligo scolastico, nonché – nella forma precedente (2006) – nelle Linee Guida dell’istruzione tecnica (Dir. 57/2010) ormai in fase di esaurimento. Ma è soprattutto nelle Linee guida dell’istruzione professionale del 2019 che esse diventano il perno della pianificazione didattica: ad esse si intrecciano i famosi quattro assi culturali che, canalizzati nelle Discipline, dovrebbero dar vita al curricolo curvato in traguardi di sviluppo delle competenze (cosa saper fare, ad es. “analizzare un problema”) e obiettivi di apprendimento (abilità e atteggiamenti, quali ad es. conoscere i numeri applicandoli all’esercizio in consegna) che configurano i livelli dei traguardi stessi. Infine, lo schema delle nuove Indicazioni nazionali dei licei, attualmente in preparazione, delinea una dinamica di individuazione degli obiettivi generali del processo formativo da parte dei consigli di classe che prevede la scelta delle declinazioni operative delle otto competenze chiave europee tra quelle più idonee a misurarsi col profilo della classe.

[15] Art.1 c.1 Dlgs 62/2017 e art.1 c.3 DPR 122/2009.

[16] Art.2 c.1 DPR 275/1999.

[17] Va obiettivamente puntualizzato che allo stato dell’arte tale modalità di verifica non è ben chiara. Nelle varie iniziative ministeriali di formazione/informazione che strutturano le misure di accompagnamento all’applicazione delle novità normative introdotte, infatti, vengono suggerite versioni operative che invero destano non poche perplessità: come si possa in un colloquio della media durata di meno di un’ora delineare una netta profilatura del grado di maturità di uno studente resta poco chiaro. Ragion per cui, una delle poche azioni positive messe in campo dalla governance Berlinguer, insieme ad autentiche piccole sciagure quali l’autonomia scolastica, fu la condivisibile abolizione della dicitura dell’esame ora invece riproposta.  Certo, è pur sempre possibile sostenere che il credito scolastico erogato nel triennio pregresso sulla base di una serie di indicatori e valutazioni (non ultime quelle concernenti il comportamento con la nota misura del 9 vincolante, come requisito necessario ancorché non sufficiente, per l’accesso al punto più alto della banda di oscillazione), unitamente al contenuto delle prove scritte costituiscono già un viatico significativo nella direzione dell’attestazione della maturità di uno studente, poi avvalorata eventualmente dalle dinamiche di colloquio, ma al netto di questa generalizzazione, che in sé non farebbe altro che formalizzare in una declinazione terminologica differente (“maturità”) quanto già incidente sulla valutazione complessiva nelle precedenti versioni dell’esame, resta fermo il punto che quando si tratta di descrivere operativamente come i commissari debbano procedere a testare la maturità nel colloquio, ossia quali elementi debbano specificamente prendere in carico, si propongono soluzioni vaghe, generiche e approssimative che testimoniano la difficoltà di dare poi un indirizzo concreto a quanto rappresentato in astratto. Si propone ad esempio di ricorrere ad una serrata osservazione delle dinamiche espositive. Omettendo tutti i dubbi che possono sorgere dall’impiego, dalla validità in sé di questo strumento docimologico promosso con sempre maggiore insistenza nei documenti ministeriali e dalla relativa deriva riduzionistica del docente ad un assetto di tipo “psicologistico”, tale  pratica indubbiamente penalizza ragazzi responsabili e maturi che però possono essere caratterizzati semplicemente da una forma di timidezza, introversione caratteriale che può portarli a qualche esitazione nel corso dell’interlocuzione; possono per questo motivo essere individuati come meno maturi di chi, con maggiore disinvoltura, si “vende” bene nello scenario dell’esame, ma non per questo potendo rivendicare una patente di autonomia e responsabilità? Siamo sicuri che un certo savoir-faire “conversazionale” possa essere sempre e comunque segno di responsabilità, più che invece – a volte ‒di abilità a compensare e nascondere una certa irresponsabilità nell’impegno scolastico e i relativi vuoti di preparazione, colmati con teatrali arzigogoli espositivi per acclarare i quali la commissione dovrebbe poi assumere strategie e toni che tradirebbero le molteplici raccomandazioni sulla salvaguardia della tenuta dialogica e rassicurante del colloquio medesimo? A tacere, infine, del rischio che un colloquio così concepito (con la leva iniziale del curriculum) finisca per avvantaggiare quegli studenti che, ben supportati da famiglie che abbiano facoltà e sensibilità adeguate (e da un contesto territoriale pieno di opportunità), siano messi nelle condizioni di arricchire a piacimento il proprio curriculum, a dispetto di compagni, magari più preparati e con potenzialità più elevate, che invece vuoi per fattori sociali, vuoi per ragioni culturali e vuoi per motivi economici non possono sfruttare le stesse chances. Il che, contraddirebbe, lo spirito meritocratico che dovrebbe pur costituire la cifra proclamata dell’attuale indirizzo ministeriale.

[18] Peraltro qualcosa di analogo si può riscontrare nella certificazione per livelli che accompagna l’uscita dal I ciclo, con gli esami a conclusione della scuola secondaria di primo grado, in cui oltre a prendere i considerazione quanto conseguito in termini di competenze trasversali europee, e competenze di cittadinanza in particolare, si indicano anche i livelli raggiunti rispetto ai risultati ottenuti nelle prove standardizzate nazionali che, ovviamente, riportano alla dimensione più tecnica e disciplinare delle competenze maturate.

[19] Art.2 c.1 lett.B.

[20] A titolo meramente esemplificativo, si pensi a quelli tecnici. Nelle Linee Guida antecedenti a quelle che saranno operative a partire dall’anno scolastico prossimo (quelle cioè collegate al DPR 88/2010 e alla Direttiva 4/2012 per il triennio) si parla espressamente di curricoli funzionali alla formazione di cittadini consapevoli. L’impostazione curricolare, per svolgere tale compito, deve allora convogliare sia nella direzione delle competenze trasversali europee (in questo caso il riferimento è alla versione delle competenze-chiave del 2006), sia in una solida base culturale attraverso competenze di carattere tecnico-scientifico. Infatti, nel PECUP, sono date esemplificazioni della doppia natura di tale processo formativo: accanto a competenze attese di tipo più tecnico-disciplinare (ad es. riconoscere la storia delle idee orientandosi tra tesi e autori, riconducibile alla materie letterarie), se ne delineano altre, dal profilo – appunto – più trasversale o “personalistico” (se non personologico), quale porsi con atteggiamento critico e responsabile verso la realtà, comportante a monte la valutazione di un impegnativo atteggiamento di carattere etico-ontologico.

[21] Ovviamente la questione concernente questa strategia docimologica e di insegnamento si innesta nell’altrettanta vexata quaestio dell’innovatività della metodologia didattica da adottare: valutare competenze trasversali comporta non solo la necessità di ideare criteri, logiche, risorse e strumenti specificamente adeguati (vi ritorneremo nel paragrafo dedicato alle tipologie di valutazione), ma anche modalità e procedure di insegnamento/apprendimento delle stesse che esulino dai canoni della lezione tradizionale improntata a modelli trasmissivi (tema, questo, che meriterebbe ovviamente uno spazio a parte di riflessione non collocabile in questo contributo).

[22] Art.1 c.2.

[23] Come un CdC e una Commissione di esame, diplomando un alunno, possano documentare che abbia acquisito questo versante caratteriale, e dunque quale grado (invasivo?) di conoscenza sia richiesto ai docenti in merito alle vicende personali della vita privata dei propri studenti, non è dato saperlo. Quel che invece val la pena constatare è che, ancora una volta, tale caratterizzazione del processo formativo incentrata sul versante educativo, trasversale, parte da lontano, ossia dall’inizio del percorso stesso. È infatti nei documenti ministeriali concernenti la scuola d’Infanzia e il primo ciclo che tale marcatura è netta. Nell’OM 172/2020 si ribadisce che la valutazione è funzionale ad un apprendimento che per tre quarti del suo “peso” investe dimensioni non cognitive (bensì metacognitive, emotive, sociali). Nelle sue varie articolazioni (diagnostica, finale, metacognitiva, autovalutativa) essa non deve risolversi nella padronanza dei saperi disciplinari, ma includere le competenze trasversali e metacognitive, se – come deve – vuole costituire un bilancio attendibile ed evidente del processo intrapreso nella sia globalità. Nel DM 221/2025 (sostitutivo, come detto, delle Indicazioni Nazionali esitate nel 2012, che già nell’aggiornamento dovuto al profilarsi di nuovi scenari ‒ con la NM 3645/2018 – aveva sottolineato che la mission fondamentale della Scuola è rispondere alle domande di senso sullo “stare al mondo”) viene recepito e ulteriormente sviluppato tale assetto, quando si sostiene che le Discipline (le conoscenze e abilità ad esse riferibili, nonché i metodi di pertinenza) devono fornire l’occasione didattica, meramente strumentale, per la maturazione di esperienze “sentimentali” (empatia, incanto, educazione del cuore), posto che il fine ultimo (e prioritario, in termini assiologici) è lo sviluppo integrale della persona, vero soggetto centrale dell’impianto educativo, e dei suoi talenti declinati in versanti multidimensionali (affettivo, spirituale, etico, religioso). Così, la professionalità del docente, se vuol essere solidamente strutturata, deve andare ben oltre l’approfondimento delle Discipline. Sulla stessa lunghezza d’onda la decretazione generale concernente i finanziamenti progetti PON e PNRR su didattica e ambienti di apprendimento, sollecitando una mitigazione dell’intrusività didattica, ne auspica una versione “indiretta” che dovrebbe concretizzarsi nella promozione di ambienti e situazioni di apprendimento mirati a garantire la cura, il benessere e il giusto spirito relazionale negli alunni.

[24] DM 1095/2019, DM 769/2018, DM 164/2022.

[25] Basti pensare al fatto che i candidati esterni non in possesso dell’ammissione al quinto anno devono preventivamente superare un esame preliminare in cui dovranno dimostrare di essere preparati non su generiche competenze personali/civiche di tipo educativo, ma su contenuti e metodi delle Discipline di cui non possiedono l’idoneità (art. 14 Dlgs 62/2017). Giusto per puntualizzare: anche gli esami del I ciclo possono essere preclusi a coloro che non dimostrano di avere conseguito adeguati livelli di apprendimento nelle Discipline (DM 741/2017).

[26] È un versante la cui intensificazione conosce ritmi e proclami più lenti e timidi, forse per effetto di residue suggestioni gramsciane che giudicavano negativamente l’espansione delle scuole professionali, viste come espressione di un’impostazione classista della scuola. La specializzazione di tipo tecnico e applicativo, a scapito di quella teoretica (riservata invece alle classi sociali elevate, d’elites), è interpretata dal politico comunista come una forma di ghettizzazione socio-culturale.

[27] DI 92/2018, Allegato B.

[28] Allegato A del decreto.

[29] Pag.15 della Premessa. L’esempio offerto è indicativo: la comprensione critica della complessità inerente allo sviluppo dell’autonomia richiede un sapersi fare domande che comporta la conoscenza della struttura lessicale, sintattica e grammaticale della lingua italiana.

[30] Si segnalano, tra gli altri: Jean-Paul Brighelli, La Fabrique du crétin: La mort programmée de l’école (Gallimard, 2005), Adolfo Scotto di Luzio, L’inganno della scuola felice. Perché l’istruzione pubblica è un bene comune (Einaudi, 2024), Michael Young, Bringing Knowledge Back In: From social constructivism to social realism in the sociology of education (Routledge, 2007), Daisy Christodoulou, Seven Myths About Education (Routledge, 2014). Paul A. Kirschner – John Sweller – Richard E. Clark, Why Minimal Guidance During Instruction Does Not Work: An Analysis of the Failure of Constructivist, Discovery, Problem-Based, Experiential, and Inquiry-Based Teaching (Articolo accademico in Educational Psychologist, 2006), Frank Furedi, Che fine hanno fatto gli intellettuali? (Raffaello Cortina Editore, 2004), Frank Furedi, Fatica sprecata. Perché la scuola oggi non funziona, (Vita e Pensiero, 2011), Paola Mastrocola, Luca Ricolfi, Il danno scolastico. La scuola progressista come macchina della disuguaglianza (La nave di Teseo, 2021), Lucio Russo, Segmenti e bastoncini. Dove sta andando la scuola (Feltrinelli, 2016), Marco Santambrogio, Il complotto contro il merito (Laterza edizioni, 2021).

[31] Ciò che accade, pressappoco, quando gli studenti che girano alcuni video didattici, magari confezionati con tanto di colonna sonora e battute con mini trame da instant comedy, per spiegare argomenti del curricolo di una Disciplina, finiscono per concentrare tutta la loro attenzione ed impegno sulle attività-corollario coerenti con le loro passioni (che, in teoria avrebbero dovuto contribuire a far imparare qualcos’altro) limitandosi ad imparare, anche senza comprenderlo o approfondirlo più di tanto, lo stretto necessario di quanto le Materie richiederebbero.

[32] Si vedano la svolta impressa dalla politica ministeriale di Nuno Crato e il report pubblicato su Euridice (https://eurydice.eacea.ec.europa.eu/eurypedia/portugal/ongoing-reforms-and-policy-developments).

[33] Una sintesi dei molteplici approcci e/o paradigmi dei profili di valutazione educativa si può trovare nell’articolo della rivista della casa editrice Erickson “Pedagogia più didattica” vol.2 n.1, aprile 2017. Dopo aver collocato la valutazione nel contesto didattico di riferimento, rapportandola alle risorse complessive del sistema di insegnamento/apprendimento (ambiti interessati, oggetti quali processi e prodotti, forme e procedure, finalità e funzioni, esiti e conseguenze anche con riferimento all’efficacia dell’azione didattica intrapresa e all’efficienza del sistema organizzatosi per implementarla, natura non sanzionatoria), si propone una breve rassegna dello stato dell’arte della ricerca pedagogica incardinata su tre indirizzi: positivismo, pragmatismo e costruttivismo, evidenziandone punti di analogia e differenze (centratura su obiettivi attesi e risultati conseguiti, ai fini della rimodulazione dei primi nei successivi segmenti di insegnamento, oppure maggior peso conferito al contesto e alla variabilità indotta nel sistema valutativo dalla configurazione dei soggetti coinvolti nel processo docimologico che rende quest’ultimo, in ogni sua singola occorrenza, peculiare e irriproducibile in modo identico in panorami differenti), con la prefigurazione di una possibile sintesi in due sostanziali prospettive, quella soggettivista (maggiormente incentrata sulla valorizzazione del caso specifico, l’ermeneutica dello stesso e la sua conseguente qualificazione) e quella oggettivistica (più focalizzata sulla certezza e la misurabilità di obiettivi prefissati e conseguiti). Vengono dunque riassunti e commentati contributi al dibattito pedagogico sul posto che la valutazione occupa all’interno delle scienze didattiche, quali ad es. quelli di Galliano e Trinchero. In particolare, di quest’ultimo (di cui peraltro va ricordata l’ulteriore proposta classificatoria della valutazione in valutazione dell’apprendimento e valutazione per l’apprendimento) si ripropone un’articolazione dei processi valutativi in approcci quali goal-based (basato sul rapporto obiettivi attesi e conseguiti, ispirato ad una forma di realismo epistemologico), goal-free (orientato all’interpretativismo  e focalizzato sugli effetti a prescindere dalle attese), responsive (interpretativista, qui il focus è sulle istanze desumibili dal soggetto valutato), orientato al giudizio (di impostazione realistica, prevede l’intervento del giudizio autorevole di esperti esterni), antagonista (interpretativista, volto a evidenziare pro e contro dell’intervento didattico proposto), empowerment (anch’esso di matrice interpretativista e funzionale all’acquisizione di consapevolezza delle proprie potenzialità e dei propri limiti da parte del discente), decision-based (pragmatista e vincolato al nesso decisioni/valutazione) e casi di successo (selezione del campione, tipo “buone pratiche”).

[34] Parte V – Coordinate della professionalità, cap. Strumenti professionali.

[35] Ci si soffermi in particolar modo sull’introduzione al nuovo ordinamento e sulla sezione contenente il paragrafo sugli orientamenti in merito all’organizzazione del curricolo.

[36] Si pensi alla pratica sempre più diffusa di chiusura periodica dei registri elettronici all’accesso dei genitori e degli studenti. Per anni la trasparenza della valutazione rispetto alle necessità informative, prima dell’alunno e poi della famiglia, ha sofferto di margini operativi molto ridotti. E questo ha creato innumerevoli problemi dal punto di vista dei contenziosi, perché il tramite della comunicazione scuola-famiglia identificato nel solo alunno (cui la valutazione veniva verbalmente espressa) ha conosciuto diverse limitazioni deficitarie: non sempre quanto comunicato dal docente è stato fedelmente riportato a casa, o per effetto di reale incomprensione o per timorose omissioni o per distorsioni intellettualmente disoneste.  Per ovviare a tale criticità si è reso accessibile in tempo reale il registro alle famiglie e agli studenti, dando quindi corpo nella sua massima evidenza e potenzialità a quei principi di trasparenza e tempestività della valutazione raccomandati da diverse disposizioni normative a partire dallo Statuto delle studentesse e degli studenti e dal DPR 122/2009. Si è trattato di un notevole passo vanti rispetto a tempi in cui il registro del docente rappresentava una sorta di sancta sanctorum inviolabile dallo sguardo sacrilego e profanatore del destinatario della valutazione, immolato come offerta votiva alla divinità quasi fosse, è il caso di dire, una sorta di ex voto. Ebbene, con argomentazioni dalle movenze invero un po’ confuse (perché  collocabili in una zona di confine molto promiscua tra l’asserita necessità di preservare la tranquillità e il benessere di studenti altrimenti gravemente a disagio in quanto sotto pressione da parte dei genitori in occasione di valutazioni negative e il desiderio degli insegnanti di non essere tormentati da immediate richieste di ricevimento individuale pervenute trenta secondi dopo aver caricato i dati sul registro), si è scelto di percorrere la strada più comoda: quella dell’evitamento, dell’elusione, ammantandola di sostenute e altisonanti dissertazioni di empatia pedagogica e vanificando tutti i vantaggi e i progressi acquisiti con un’informazione realmente tempestiva, chiara e trasparente.

[37] Tra le altre sentenze si segnala: Consiglio di Stato sez. IV 294/2008.

[38] Il che presta comunque il fianco all’altro annoso problema docimologico corrispondente alla stesura delle cosiddette griglie di valutazione, la cui compilazione diventa occasione di confronti accesi nei vari dipartimenti scolastici e non di rado finisce per tradursi in un ulteriore apparato o corredo strumentale complicato e scarsamente maneggevole. Nate per dare riscontro proprio al principio di trasparente conformità tra voto e giudizio, tale da consentire una piena leggibilità didattica del primo (che, lasciato in solitaria classificazione, obiettivamente annulla la funzione correttiva della valutazione), si sono vieppiù articolate in tabulazioni progressivamente astruse e inutilmente complesse, oppure – e peggio – strutturalmente errate. Un esempio per tutte è quello rappresentato dalle griglie a linearità rigida, quelle paradigmatiche di una standardizzazione valutativa che non trova riscontri reali nella fenomenologia della verifica. Si tratta, per intenderci, di quelle griglie che associano ad un voto degli indicatori/descrittori “rigidi”, ad es. una verifica classificabile con “5” coinciderà con prestazioni che presentino i seguenti tratti: esposizione frammentaria, conoscenze parziali e lessico semplice, laddove l’esperienza del momento di accertamento della preparazione di un alunno insegna che il medesimo livello lo si potrebbe benissimo assegnare ad un’interrogazione con lessico significativamente inadeguato, ma conoscenze complete espresse in modo magari non organico, ma lineare. Non è possibile prevedere in 10 step progressivi tutte le variabili di svolgimento di una verifica, dovendosi quindi prediligere semmai un modello di griglia con punteggi a scalare per ogni voce o criterio e non con valore fisso per descrittori di prestazioni definite e chiuse.

[39] Artt. 13, 15, 18.

[40] Tra le tante: TAR Lombardia 101/2009. Anche l’omessa presa in carico dei voti del primo periodo didattico (Consiglio di Stato sez. VI n. 377/1979) o modalità di arrotondamento non coerenti con le delibere collegiali o il PTOF possono incidere sulla legittimità del giudizio.

[41] Da qui la discutibile abitudine di deliberare griglie di valutazione in decimi con scala numerica accorciata al rialzo, con relativa eliminazione dei voti più bassi. Anche in questo caso si tratta di un’abitudine sublimata con argomentazioni pedagogiche che giustificano tale scelta con l’opportunità di salvaguardare il benessere psicologico degli studenti, altrimenti compromesso da un voto troppo basso (3 piuttosto che 4) che genererebbe disagio per effetto di insondabili motivazioni che imputano ad una variazione minima conseguenze psichiche così nefaste. In realtà, non è peregrino ipotizzare che l’articolazione di tali griglie risponda  più prosaicamente all’intento di determinare un incremento generale della media (con esclusione di voti quali 1 o 2) prodotto da incidenze, in decimali, tali da sospingere verso la soglia della sufficienza, considerando che un’unità aggiuntiva pesa su un aumento di quasi un decimale e quindi già tre insufficienze declinabili come voto minimo con “tre” determinano che si eviti di ridurre la media generale di circa mezzo punto. In merito non esistono orientamenti giurisprudenziali univoci e non ostativi. A sentenze come quella del TAR Lombardia n.998/2010 che, invalidando l’attribuzione di un voto di comportamento deliberata dal CdC, sottolinea che l’indicazione normativa di valutare in decimi implica la volontà da parte del legislatore che le istituzioni scolastiche utilizzino tutti i valori numerici, senza arbitrarie riduzioni, si affiancano decisioni – quale ad es. quella del TAR Lombardia di Brescia n.4056 n. 2010 ‒ che invece tutelano e valorizzano la discrezionalità tecno-professionale dei docenti nell’elaborare le griglie di valutazione, esclusi ovviamente i casi di errore e irragionevolezza. In realtà, va detto che la prima sentenza andava nella direzione di tutelare l’utente, il cui diritto ad una valutazione ragionevole ed equa veniva significativamente compromesso dall’adozione da parte del “suo” CdC di un criterio di valutazione che precludeva l’assegnazione di voti elevati (9 e 10) per alcuni indicatori, con relativa ricaduta negativa quindi su media e credito. Ma, per estensione, la prudenza nell’introdurre a livello periferico limitazioni rispetto a quanto prescritto da normativa centrale o di sistema si può espandere anche alla censura dei voti inferiori. Vale anche qui, in soldoni, il principio secondo cui ci si dovrebbe sempre chiedere se valga veramente la pena (e perché) formalizzare alterazioni che nei processi applicativi possono essere comunque pragmaticamente percorse dai docenti che vi si riconoscono. 

[42] Dato tutt’altro che secondario. Se decidere tra 5 e 6 – sulla base del lineare generale ‒ può significare dover scegliere tra ammissione, non ammissione o sospensione del giudizio, configurando così il caso di massima evidenza di quanto l’alternativa tra numeri incida sulla carriera scolastica dello studente, è anche vero che scegliere tra 4 e 5, ossia tra livelli di insufficienza, può determinare in quello stesso ambito un condizionamento non inferiore. In virtù, per non dire “a causa”, dell’autonomia scolastica i collegi dei docenti possono infatti conferire significati differenti a classificazioni numeriche inferiori alla sufficienza. Ad es., si può stabilire che tre insufficienze piene (cifra limite assolutamente convenzionale e usata a mo’ di esempio soltanto sulla base del riscontro di una maggiore frequenza con cui viene adottata come valore soglia da molti collegi docenti) causino una non ammissione, mentre – per la sospensione di giudizio – sarà necessario che almeno una delle tre criticità sia contrassegnata da un grado di fragilità corrispondente alla mediocrità. Non apriamo neanche il sipario su tutto ciò che può comportare l’ulteriore e tutt’altro che rara differenziazione tra insufficienze piene e gravi (queste ultime, da 3 in giù).

[43] Corsivo e grassetto nostri.

[44] Si pensi alla Legge 517/1977, peraltro in atto vigente, che impone ai consigli di classe (e non a singoli docenti) delle scuole medie di redigere trimestralmente una scheda personale di valutazione degli studenti (oggi si direbbe “documento di valutazione”) contenente motivati giudizi analitici sulle Discipline e sul livello globale di maturazione, da socializzare alle famiglie. Oppure la CM 85/2004 (dal Dlgs 59/2004, vigente seppure ampiamente rivisto per effetto di successivi interventi legislativi concernenti la scuola dell’infanzia e il primo ciclo) in cui gli attestati allegati prevedono nella scheda tabellare interna esplicito spazio riservato alla valutazione intermedia (sezione declinata in quadrimestri, ma con la puntualizzazione specifica, a pag.5, che la valutazione periodica è espressa in base alla scansione temporale adottata dal collegio dei docenti, su cui poi tarare la gradualità e la tipizzazione delle abilità da conseguire).

[45] Corsivo e grassetto nostri.

[46] In tema l’orientamento giurisprudenziale configura un consolidato indirizzo che ritiene apprezzabile l’omessa o meno considerazione dei risultati del primo periodo didattico (Consiglio di Stato, Sez. VI, n. 5917/2019, TAR Lazio Roma, Sentenza n. 1532/2026, TAR Lazio, Sez. III-bis, Sentenza n. 13042/2023, TAR Lombardia Brescia, Sez. I, Sentenza n. 666/2024, TAR Lombardia Milano, Sez. V, Sentenza n. 76/2024) tanto da configurare figura sintomatica di non osservanza o violazione di normativa vigente in materia, nonché vizio di difetto di motivazione/istruttoria o travisamento dei fatti, non avendo dato il giusto peso, ad es., ai progressi registrati rispetto alle valutazioni intermedie o alla caratura positiva di queste a fronte di un calo di rendimento finale.

[47] In ogni momento dell’anno scolastico e a discrezione del corpo docente sono attivabili iniziative di recupero, ciò comportando non una discrezionalità assoluta di preferenziale collocazione delle stesse, ma un chiaro pronunciamento in termini di non limitazione di esse. Melium abundare quam deficere, certo, fermo restando però che l’art. 2 c.5 dell’OM riporta nuovamente all’ineludibilità o centralità degli scrutini intermedi in tale direzione: “le attività di recupero, realizzate per gli studenti che riportano voti di insufficienza negli scrutini intermedi e per coloro per i quali i consigli di classe deliberino di sospendere il giudizio di ammissione alla classe successiva negli scrutini finali, sono finalizzate al tempestivo recupero delle carenze rilevate per tali studenti negli scrutini suddetti”.

[48] Tra gli altri: Consiglio di Stato n.9144/2024. Motivazione addotta, tra le altre, per decretare l’annullamento di scrutini con esito negativo è la mancata attivazione di corsi di recupero per le citate sentenze: Consiglio di Stato, Sez. VI, n. 5917/2019, TAR Lazio (Roma), Sentenza n. 1532/2026. In realtà le tendenze giurisprudenziali sono ondivaghe: il TAR Liguria n.363 del 2017 aveva sottolineato l’insufficienza della motivazione della mancata attivazione dei corsi di recupero a supporto dell’istanza di ricorso avverso la non ammissione (parimenti, tra i tanti altri, TAR Sicilia, Palermo, Sez. II, Sentenza n. 2571/2016, TAR Umbria, Sentenza n. 577/2023).

[49] Un voto inferiore a 6 – a ulteriore riconferma della centralità della rubricazione numerica ‒ conseguito nella valutazione periodica impone l’attivazione di progetti di approfondimento in cittadinanza attiva e solidale funzionali anche a comprendere le ragioni per le quali la linea di condotta sia stata messa in atto e debba essere reputata censurabile.

[50] Art.1 c.2 e sezioni metodologiche.

[51] Ai dipartimenti viene più frequentemente assegnato il compito di elaborare criteri e metodi generali (si veda, non ultimo, il PECUP nell’Allegato A al DL 45/2025 di riforma delle linee guida degli istituti tecnici).

[52] Art.44 c.3 lett.A.

[53] Con riferimento all’ultimo argomento trattato, proprio il Dlgs 61/2017 rimette all’autonomia organizzativa e didattica delle istituzioni scolastiche che erogano percorsi di istruzione professionale la facoltà di organizzare le attività formative, educative e didattiche in periodi didattici collocabili in anni scolastici differenti. Una modulazione nuova, che supera le istanze tradizionali e richiede pertanto una progettualità condivisa in modo significativo a livello collegiale, giustificata dall’implementazione di flessibilità e personalizzazione didattica funzionale a valorizzare le eccellenze e contrastare la dispersione garantendo forme di riallineamento per i più fragili. Vero è che si tratta di misura adottabile per ora al solo biennio, ma tutto fa presagire che possa trattarsi di una sorta di introduzione in sordina di innovazione che si tenterà poi di estendere gradualmente alle annualità successive. Semmai, a fronte di tale “liberalizzazione” della periodizzazione didattica, a sedare l’entusiasmo degli innovatori resta la chiara precisazione che si mantiene e sussiste l’esigenza di una valutazione intermedia del progetto formativo individuale volta a mettere il consiglio di classe nelle condizioni di potere attivare recuperi, sostegno e riorientamento.

[54] https://www.corriere.it/scuola/26_aprile_23/la-svolta-di-valditara-non-ha-piu-senso-la-distinzione-tra-licei-e-istituti-tecnici-930b994c-840f-42ee-a0fd-525993a37xlk.shtml.