L’inesperienza comunicativa delle scuole

L’inesperienza comunicativa delle scuole

di Stefano Stefanel

La comunicazione sia verso l’interno, sia verso l’esterno è un elemento essenziale di qualunque pratica aziendale. Tutte le organizzazioni gestiscono la comunicazione come un elemento strategico, legato non solo a potenziali aumenti di fatturato e di attenzione, ma anche alla costituzione di strutture solide che veicolino – nel limite del possibile – solo messaggi positivi. Così avviene che quando un’azienda viene messa sotto attacco mediatico di solito è immediatamente pronta a reagire. Troppo forti sono i media e i social per poter essere presi sottogamba. La scuola, invece, fa finta che tutto questo non esista: sia i progetti nati dai Fondi PON, sia i primi due anni di Piano Nazionale di Formazione docenti, sia tutta l’attività progettuale e formativa del Miur mostrano pochissimo interesse (uso un eufemismo per non dire “nessun interesse”) per la comunicazione e le sue pratiche scientifiche. Avviene così che la scuola è sempre presa in contropiede, sia nel bene sia nel male, quando diventa elemento di comunicazione mediatica diffusa. Cade sempre dalle nuvole e non ha mai risposte pronte, soprattutto laddove se ne parla male.

MESSAGGI SUPERFICIALI O DI PARTE

Chi parla di scuola al grande pubblico lo fa per scopi diversi da quelli relativi al sistema scolastico e alle sue esigenze. Di solito lo fa o per stigmatizzare qualche comportamento o qualche dato, oppure per evidenziare il proprio stupore per qualcosa di altamente positivo avvenuto a scuola, dando per scontato che a scuola oltre al piattume quotidiano poco altro possa avvenire. In campo locale poi si va da un eccesso all’altro: o la comunicazione è agiografica sui grandi successi, sui grandi progetti, sui grandi risultati delle scuole letti quasi da nessuno; o la comunicazione è scandalistica per avvenimenti traumatici avvenuti nel mondo scolastico. Prima di affrontare un’analisi dal punto di vista comunicativo relativamente a due fatti recenti accaduti a scuola sposterei l’attenzione su alcuni passaggi mediatici di questo ultimo periodo, che mostrano come la comunicazione non abbia alcun tipo di rapporto con la scuola reale.

Il 23 gennaio Angelo Panebianco sul Corriere della sera è intervenuto come è solito fare sulla scuola dal suo punto di vista di cattedratico, scambiando come sempre la platea degli studenti universitari con quelli della scuola dell’obbligo. C’è una frase molto interessante nel suo articolo titolato in modo significativo: “I danni da incuria della nostra scuola”: “Nella scuola italiana ci sono due categorie di insegnanti. La prima è composta da persone di qualità, che si dedicano con passione e sacrifici all’insegnamento (e fortunati gli studenti che li incontrano) . Sono insegnanti che remano contro, refrattari allo spirito del tempo, che cercano , fra mille difficoltà, di dare davvero istruzione ai ragazzi di cui sono responsabili. Ma ci sono purtroppo anche gli altri, ci sono presidi (non tutti , naturalmente) che non vogliono bocciature per timore dei ricorsi ai Tar, e insegnanti rassegnati (o anche semplicemente incapaci) che seguono la corrente: la tacita e generale richiesta è che si promuovano gli impreparati? Che problema c’è? Li promuoviamo e basta.” Da tempo Panebianco ha sposato la tesi per cui la scuola seria e di qualità è quella che boccia. Cosa facciamo dei bocciati non è un problema di nessuno, soprattutto non lo è per Panebianco. Il 20 aprile 2017 sempre sul Corriere della sera Ernesto Galli della Loggia era stato ancora più lapidario (“La scuola italiana e il tabù delle bocciature”): “Le cose in effetti stanno così: nelle scuole italiane la bocciatura è di fatto bandita, così come è bandito ogni autentico criterio di selezione e quindi di reale accertamento del merito.

Ognuno ha le sue idee, ma certamente è molto difficile avere una tribuna dello stesso tipo di Panebianco e Galli della Loggia (docenti universitari con nessuna competenza del sistema scolastico italiano) per esprimere le proprie e per contrastare le loro tesi. Incredibilmente però il contraddittorio lo fa lo stesso Corriere della sera con un articolo di Gian Antonio Stella che non lascia alcun equivoco, vista la rilevanza che il quotidiano milanese gli ha dato. Il 29 gennaio è comparso, infatti, un lungo servizio a firma di Stella dal titolo inequivocabile: “I costi dell’abbandono scolastico: buttati 27 miliardi in dieci anni – Hanno lasciato più di 1,7 milioni di studenti. Il record degli istituti professionali”. Scrive Stella: “Ventisette miliardi e mezzo di euro: ecco quanto ci è costato negli ultimi anni l’abbandono di studenti nella scuola pubblica. Sono tantissimi, 27,5 miliardi. Due volte e mezzo il costo del tunnel della Manica. Eppure il tema, che dovrebbe far tremar le vene a ogni uomo di governo, è quasi assente in campagna elettorale. Un milione e ottocentomila ragazzi hanno mollato? Vabbè…”. Il ragionamento di Stella è chiaro e documentato: bocciare e disperdere non ci fa del bene, non abbiamo alcun piano, stiamo distruggendo vite e risorse.

La questione potrebbe essere derubricata a “schizofrenia” del Corriere della sera, ma invece è molto più profonda perché tocca il problema della comunicazione sulla scuola. Se il maggior quotidiano nazionale si disinteressa di essere coerente nel suo messaggio (i tre articoli sono editoriali o servizi del giornale, non “opinioni”) e nessuno glielo fa notare vuol dire che può passare un messaggio di questo tipo: ”la scuola deve bocciare di più perché solo così fornisce un vero servizio ai cittadini e quindi deve bocciare di meno perché bocciando spreca risorse umane e finanziare dei cittadini”. Il messaggio contraddice il principio di non contraddizione, ma in fondo che problema c’è: questo principio (come dimostrano i politici in campagna elettorale) è soltanto una seccatura.

Non meno incredibile è la comunicazione, totalmente politica, di chi si oppone a qualsiasi modifica della scuola italiana e quindi vuole riportare indietro di almeno quindici anni le lancette della storia. La base di questa comunicazione è sostenuta da concetti e preconcetti affermati in forma apodittica e quindi trattati come delle verità incontrovertibili, su cui poi viene costruita l’informazione. Cito solo due articoli apparsi su il manifesto a firma di due interlocutori molto competenti, informati ed estremisti, che usano però competenza e informazione per sostenere tesi totalmente politiche e prive di ogni oggettività. Piero Bevilacqua (“La debole, timida battaglia contro la ‘buona scuola’”, 16 febbraio 2018) asserisce qualcosa che solo una parte molto minima di personale della scuola sostiene (quella che ruota attorno ai sindacati più estremi come sono i Cobas e Unicobas o ai Comitati che si dichiarano difensori unici della Costituzione): “Occorre dire con forza quello che è ignorato da gran parte degli italiani: la scuola così come l’abbiamo conosciuta, luogo di formazione culturale, civile, spirituale è quasi andata distrutta. Essa è stata trasformata e diventa sempre di più, una unica, indistinta scuola professionale”. Questa tesi – legittima come tante altre – è molto di parte e molto di nicchia, ma Bevilacqua la sostiene come un dato di fatto su cui poi innesta i commenti. Mentre il suo è solo un commento che attende dei fatti per essere suffragato.  Sulla stessa linea e con ancora maggiore dispregio per qualsiasi interlocuzione è Marina Boscaino (“L’alternativa alla ‘Buona scuola’ si chiama Lip”, 18 febbraio 2018) in cui si mettono sul piatto alcuni miliardi sulla scuola (fino a far salire a 6 punti di PIL l’investimento dello Stato) attraverso un ritorno al passato in cui l’azione di abrogazione produce una “riforma” che riporta tutto indietro agli Anni Sessanta e Settanta del Secolo scorso. Scrive la Boscaino: la Lip è formata da “37 articoli che abrogano gran parte della normativa degli ultimi 15 anni, dalla riforma Moratti, alla Gelmini, alla ‘Buona scuola’ (…). Non solo abrogare, dunque, ma anche ri-costruire e ri-portare la scuola all’altissimo rango di organo costituzionale, quale fu pensata – non a caso – nell’Italia che risorgeva sui principi dell’antifascismo”. In questo secondo caso la vena abrogazioni sta diventa essa stessa una metodologia riformista, intendendo per riformismo solo un ritorno al passato. Ovviamente ritengo che la parte della “Buona scuola” che ha permesso 300.000 assunzioni in tre anni con la creazione dell’organico dell’autonomia, non verrà abrogata, ma insomma tutto questo è un dettaglio. Come un dettaglio è che l’abrogazione della “Riforma Gelmini” metterebbe a soqquadro l’istruzione secondaria superiore ritornando alle sperimentazioni eterne. Dettagli che costerebbero un sacco di soldi e che soggetti politici di nicchia vogliono di fatto imporre a maggioranze che guardano altrove, dentro un sistema comunicativo che affastella tutto dentro una confusione comunicativa priva di coerenza, in una sorta di “abroghiamo la storia” quando questa non va dove pensiamo debba andare.

E POI IL DISASTRO

Con questo tipo di comunicazione pubblica e pubblicistica non ci si può dunque lamentare se tutti i media e i social non vanno tanto per il sottile quando si trovano a commentare questioni di scuola. Un Liceo di Roma e una Scuola dell’infanzia dell’Emilia sono “salite” alle cronache nazionali senza averlo voluto e soprattutto senza aver governato la comunicazione. Un passaggio nel RAV di un Liceo classico romano e la questione delle brandine da spostare in una Scuola dell’infanzia emiliana sono diventate lo strumento per dimostrare che nella scuola italiana succedono cose assurde.

La contro comunicazione delle due scuole è stata peggiore dell’informazione scandalistica dei giornali, perché non è riuscita ad entrare nel merito del problema. E questo perché nelle scuole la comunicazione avviene per strutture emergenziali, senza la predisposizione di strumenti di analisi preventiva, senza la competenza nella redazione di comunicati stampa, senza aver analizzato in precedenza i temi che possono diventare un problema mediatico. In entrambi i casi i dirigenti scolastici non avevano previsto che a semplici azioni quotidiane (un RAV di due anni che finora forse nessuno aveva letto, un conflitto di competenze su chi deve spostare delle brandine) sarebbe seguita una campagna mediatica nazionale.

Le scuole non sono in grado di isolare problemi comunicativi e non si occupano di prevedere dove è necessario prevedere la possibilità di attacchi mediatici. A scuola non ci forma sulla comunicazione, non si studia come comunicare, non si comprende che la comunicazione non può essere fatta “da dilettanti”. Nelle scuole si ritiene che una comunicazione agiografica e unilaterale sia sufficiente per raggiungere lo scopo di farsi rispettare. Avviene invece il contrario laddove la comunicazione mediatica sulla scuola è sempre e solo sbagliata. Contraddizioni (“bisogna bocciare di più perciò bisogna bocciare di meno”), pareri assunti a dati (“la scuola è distrutta”), proposte impossibili da realizzare (Lip): tutto questo mostra che il mondo della comunicazione va per la sua strada senza occuparsi necessariamente della realtà quotidiana. Invece la comunicazione va studiata con attenzione, soprattutto per conoscerne le sue patologie. Questo operò non interessa nessuno: i Piani di Formazione parlano di molte cose interessanti, che saranno travolte però dal primo topolino che fa capolino in una mensa o in una classe.

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