Stranieri in fuga dai banchi

da Il Sole 24 Ore

Stranieri in fuga dai banchi

di Eugenio Bruno e Claudio Tucci

In Italia c’è un’emergenza educativa in atto. Da almeno dieci anni. Ma i governi che si sono succeduti nel frattempo non se ne sono accorti. Come dimostra l’incapacità del nostro sistema di istruzione di portare al diploma migliaia di alunni stranieri. Ancora oggi, infatti, un 18enne su tre abbandona gli studi prima del tempo e due su tre accumulano almeno un anno di ritardo tra i banchi. Con effetti a cascata facilmente immaginabili sulle competenze e la formazione di base con cui si presenteranno sul mercato del lavoro.

Una miopia doppiamente ingiustificata. Sia perché la nostra collocazione al centro del Mediterraneo ci rende naturalmente esposti ai fenomeni migratori – che piaccia o meno – sia perché i ragazzi di cittadinanza non italiana rappresentano ormai l’unico «fattore dinamico» del nostro sistema scolastico, complici i bassi tassi di natalità e quindi la continua riduzione della popolazione scolastica (anche il prossimo anno ci saranno circa 21mila studenti in meno tra i banchi, -90mila nell’ultimo triennio).

L’allarme – che le forze politiche impegnate in una lunghissima campagna elettorale, vista la delicatezza del tema, si sono guardate bene dal rilanciare – arriva dall’ultimo monitoraggio del Miur sulla presenza straniera in classe. Che continua ad aumentare (è arrivata a quota 826mila unità, pari al 9,4% del totale) a differenza degli studenti italiani che diminuiscono ancora. E non può essere la tendenza in atto alla stabilizzazione – sottolinea il paper – a farci pensare «che l’accoglienza e i processi di inclusione scolastica dei giovani di origine migratoria siano un fatto ormai compiuto». Tanto più che nel 61% dei casi stiamo parlando di bambini e bambine nate in Italia (dalla prima generazione siamo ormai passati alla seconda).

I contorni dell’emergenza si fanno nitidi quando si passa ad esaminare i tassi di scolarità di italiani e stranieri. Che sono analoghi solo nelle fasce d’età 6-13 (intorno al 100%) e 14-16 anni (più o meno al 90 per cento). Prima e dopo la forbice si allarga. Si pensi, ad esempio, alla scuola dell’infanzia. Dove i tassi di iscrizione sono del 77% per i bimbi tra 3 e i 5 anni con cittadinanza non italiana e del 96% dei loro coetanei italiani. Un gap decisivo considerando che sono gli anni in cui si acquista la dimestichezza con la lingua che sarà indispensabile alle elementari.

Con queste performance di partenza il punto di approdo è inevitabile: tra i 17 e 18enni la partecipazione scende al 64,8% rispetto all’80,9 dei giovani “autoctoni”. Statistiche del genere gonfiano a dismisura il plotone degli early school leavers. In un Paese che fa fatica a centrare il target del 10% di abbandoni scolastici entro il 2020 (attualmente la media nazionale è del 13,8%) non si può prendere sotto gamba quel 32,8% di dispersione fatta registrare dai ragazzi stranieri. Addirittura al 35,1% se ci si concentra sulla componente maschile contro il 30,5% delle ragazze.

Non è che chi resta sui banchi fino al diploma se la passi meglio. Come testimonia la scarsa regolarità del percorso scolastico dei minori arrivati dall’estero. Che si può riassumere in due numeri: gli studenti italiani in ritardo sono il 10%, quelli stranieri il 31,3. Una divaricazione che nasce all’inizio della scuola dell’obbligo e cresce andando avanti negli studi. Meno di un minore straniero su due viene inserito nella classe corrispondente alla sua età. A 10 anni il 13,6% degli alunni è indietro di un anno e l’1,8% di due. A 14 anni le percentuali salgono, rispettivamente, al 33,2% e all’8,5 per cento. Fino al “boom” che si verifica alle superiori quando appena il 67% dei 18enni non italiani è in regola con gli studi. Un dato che appare in miglioramento rispetto all’80,8 di dieci anni fa ma che rimane comunque troppo elevato.

Nonostante il silenzio della politica, probabilmente ”scottata” dalle polemiche di qualche mese fa sullo ius soli, il tema è in cima ai pensieri delle scuole. Come dimostrano i tassi di partecipazione ai bandi del Pon Istruzione – finanziati dai fondi strutturali europei – destinati alle iniziative anti-dispersione. A quello del settembre 2016 che, puntava a tenere aperti gli istituti di pomeriggio, hanno risposto in 4.633. Avanzando richieste per 10.035 moduli didattici pari a 31.117 ore di campo scuola. Per un importo complessivo di 187 milioni. All’avviso pubblico di aprile 2017, che mirava al recupero dell’istruzione di base e al conseguimento di un diploma o di una qualifica, si sono candidate invece 2.336 scuole. Per 33.653 moduli (durata media 30 ore) pari a 1.062.080 ore di attività didattica con il potenziale coinvolgimento di 600.000 allievi. Per un totale di 77 milioni. Senza dimenticare i due “slot” aperti per altri 280 milioni (130 per aprire gli edifici oltre l’orario normale e 150 per rafforzare le competenze innovative).

Dentro le scuole comunque non mancano le idee: è il caso, ad esempio, della sperimentazione del curricolo internazionale a indirizzo cinese lanciata dall’istituto Sassetti-Peruzzi di Firenze: «Sfruttando la quota di flessibilità abbiamo introdotto lo studio bilingue, italiano e cinese – racconta il preside Osvaldo Di Cuffa -. In autonomia sono stati presi contatti con le autorità cinesi e ora in Cina il nostro diploma è un titolo riconosciuto». Stessa intraprendenza e “voglia di integrazione” anche alla scuola primaria, Carlo Pisacane, di Roma, quartiere Tor Pignattara: «Qui curiamo l’inserimento degli alunni stranieri a 360 gradi – aggiunge la professoressa Maria Novellino -. Gli strumenti utilizzati sono laboratori e progetti personalizzati». Almeno in classe «Italia è una parola aperta, piena d’aria», parafrasando l’Erri De Luca di “Sola andata”.

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