I lettori del PTOF

I LETTORI DEL PTOF. UNA CONVERSAZIONE A CENA, UN INGEGNERE CURIOSO E UNO STORYTELLING POSSIBILE

Piervincenzo Di Terlizzi

Come tutti i colleghi, in questo periodo una certa parte delle mie attenzioni va alla costruzione del Piano Triennale dell’Offerta Formativa 2019-2022; come avviene a molti colleghi, questa mia attenzione si divide tra una scuola di titolarità ed una di reggenza. Come un po’ fan tutti, accetto anch’io alcune condizioni predeterminate d’ingaggio di questa partita, che potrei ascrivere alla categoria “vincoli”: stendere il Piano, mentre è in corso la terza annualità di quello precedente e, soprattutto, non se ne è ancora fatta la rendicontazione(operazione che a sua volta richiede un suo percorso specifico); renderlo disponibile entro le iscrizioni (quindi entro i primi di gennaio 2019) e, quindi, prima di disporre di un nuovo Rapporto di Autovalutazione (e delle priorità e dei traguardi che vi sono connessi). Considero tutte queste condizioni d’ingaggio imperfette, perfettibili, discutibili quanto si voglia (e si vuole), ma non tali da dissolvere le (buone) ragioni (ci tornerò sopra più avanti) di un intrecciogenerale, all’interno del quale i Piani delle due scuole affidatemi si collocano. Per ragioni simili, acquisisco come parte del gioco la piattaforma ministeriale, da due settimane resa accessibile su SIDI: imperfetta e imprecisa quanto si voglia e si vuole, ha flessibilità bastevole da poter dare spazio a modi di scrittura e costruzione diversi, mira a rendere leggibili secondo qualche, generale, criterio comune i PTOF che lo terranno come riferimento, il che rappresenterebbe un vantaggio per i lettori.

Eh, appunto: i lettori. 

Qualche mese fa, durante una cena, un mio conoscente, di mestiere ingegnere responsabile della commercializzazione di prodotti multimediali d’alta fascia, nella vita genitore di un bimbo di scuola primaria, mi disse che le scuole non comunicano quello che fanno 8sottintendendo, naturalmente: io invece). Ma come, i siti (feci notare). Sì, i siti: cosa si capisce veramente della scuola dai siti? (fu la risposta). Ma c’è anche la Scuola in Chiaro, coi RAV, i PTOF (ribattei, sapendo che il mio interlocutore era, oltre che ingegnere e genitore,rappresentante di classe e quindi non frastornato da quegli acronimi). Ma dai: come si fa a leggere un RAV, un PTOF? Chi vuoi che li legga tutti? (questa fu la sintetica replica; la questione rimase per l’intervenuta apparizione in tavola di undolce che, montalbanianamente, non ammetteva conversazione).

Il dolce mise fine a quel dialogo, ma la questione comunicativa, sollevata dal mio interlocutore, rimase, erimane. In sé, è una delle tante e antiche questioni proprie della comunicazione della scuola -talmente evidenti, queste questioni, talmente calcificate in un eterno presente che non torna perché nemmeno va, che l’immaginario collettivo della stampa mainstream e della televisione generalista (certo, vettori comunicativi per gente di una certa età, che per un po’ ancora detiene posizioni di preminenza generazionale) rappresenta ancora la scuola come quella di quarant’anni fa-, però è una questione con un suo carattere peculiare, e questapeculiarità fornisce, credo, qualche elemento che ha a che fare con la costruzione del PTOF. 

Chi legge, dunque. 

Lo sappiamo: prima di tutto, auspicabilmente, noi-gente-di scuola.

La sequenza RAV- PDM-PTOF (tanto centrale nella narrazione che la scuola italiana fa di sé a se stessa, da costituire l’ossatura dei quesiti del recente concorso per la dirigenza scolastica), è nata (a partire da DPR 80/2013 e dalla Nota 11 settembre 2014) per rendere disponibile una rappresentazione per evidenze dell’attività di tutte le scuoleitaliane (come, in una famosa missiva, “ci chiese l’Europa” nel 2011). Una rappresentazione, pertanto, tecnica, che parla al sistema in generale, per le proprie diverse finalità (una delle quali, la valutazione della dirigenza scolastica: di qui il modo con il quale è nato il Portfolio). Sennonché, il passo conclusivo di questo percorso è costituito dalla rendicontazione sociale (come si ricordava sopra), che è un processo che mette in gioco genitori, studenti, associazioni, enti locali: insomma, chi sta fuori dal lessico e dalla sintassi scolastichesi. 

Insomma, i lettori del PTOF sono endogeni ed esogeni, dentro il sistema e le sue modalità comunicative, e fuori dello stesso. A questo punto la questione non è solo di lessico e sintassi -sui quali si potrebbe, in astratto, intervenire semplicemente (si fa per dire) per format editoriali, ma di senso complessivo del prodotto stesso. Cioè, la risposta alla grande domanda da un milione di euro: perché si scrive il PTOF? (La tipologia del destinatario ha a che fare con l’intenzione del testo, infatti.) Per concorrere al premio, provo a declinare meglio così: qual è il valore aggiunto del PTOF (per il quale, passatemi l’enormità, il mondo non sarebbe lo stesso senza)?

Partiamo da una veloce esegesi dei fondamentali riferimenti istitutivi, il D.P.R. 275/1999 sul Piano Dell’offerta Formativa, così come rivisto dalla legge 107. Riassumiamoli così: il PTOF è un documento attraverso il quale una comunità mette in evidenza a se stessa e a chi la incontra (oggi e nei prossimi tre anni) cosa fa, con chi lo fa, perché lo fa.  Si tratta di un documento fondamentale, in quanto fondativo: tolto quello, dunque, si toglie anche il senso di quella scuola autonoma(quella scuola lì, in quel posto lì), che con il PTOF istituisce le condizioni del proprio storytelling (che è una cosa seria).Diciamola tutta così: nel PTOF una scuola racconta e si racconta il suo senso. Non il suo significato, ma proprio, etimologicamente, il percorso particolare che la riguarda, l’orientamento nel tempo e nello spazio.

Il mio amico ingegnere aveva, quindi, le sue ragioni. Quello che voleva leggere (quello che vogliono leggere quanti si accostano ai documenti della scuola), il suo orizzonte d’attesa da interpretare, non erano le evidenze, che servono a noi-gente-di-scuola, né i criteri di valutazione, né i progetti dell’anno, tutte cose importanti beninteso: era ciò che rendesse quella scuola quella scuola, dove suo figlio andava, esattamente quella scuola lì, non un’altra. Voleva trovare un senso.

Il senso, è noto, non è dato una volta per tutte, ma si declina nel tempo, s’impasta di tempo (per questo non “fanno senso” tutte le nostalgie passatistiche sulla scuola dei bei tempi che furono -quali furono, mai nessuno che me lo spieghi). Quando diciamo in generale “scuola”, qualche significato comune lo abbiamo in mente (per quanto tempo ancora, con la veloce trasformazione dei modi, delle forme e dei tempi dell’apprendere, non si sa: più che in quelli degli ambienti di apprendimento, che tanto c’intrigano, noi siamo negli anni dell’apprendimento come ambiente, cosa che ridiscute antichissime gerarchie -come un po’ di pratica della Rete ci insegna ); quando diciamo “senso”, però, quello lo costruiamo nell’incontro: col tempo e con lo spazio; con le persone, soprattutto.

Insomma: l’ingegnere mio interlocutore chiedeva che la scuola dichiarasse a lui cos’avesse di peculiare e particolare da fare e vivere con lui. 

E allora: la costruzione del PTOF è già, essa stessa, il PTOF, perché è la costruzione del racconto di una comunità (ed in quanto costruzione ha margini incompiuti; in quanto costruzione può avvalersi di piattaforme narrative e di interazione diverse -i social sono parte costitutiva di ogni menu di costruzione di senso, oggi): la declinazione dei legami che tengono insieme, nel tempo e nello spazio, adulti, giovani, istituzioni ed enti. 

Ed il linguaggio, beh, quello è, per forza, per quanto si è detto sopra, quello della prossimità, quella che si cura, come scrive Josep Maria Esquirol nel suo recente La resistenza intima(Vita e Pensiero, 2018), delle “giunture dell’esistenza”. Sviluppare il PTOF è un processo di resilienza sociale.

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