Che scuola è se non addestra al pensiero?

Che scuola è se non addestra al pensiero?

di UMBERTO GALIMBERTI

da La Repubblica
del 13 febbraio 2016

Dietro lo slogan dell’alternanza studio-lavoro c’è l’idea sbagliata che le due attività siano alternative, come se non fosse proprio la cultura ciò che permette all’uomo di migliorare

Approdato in uno dei licei classici più rinomati di Roma, ho dovuto prendere atto che anche qui alla mentalità immediatamente applicativo-produttiva che pervade ormai la nostra società non si fa resistenza. Anche il liceo classico ha ammainato il suo vessillo e ha fatto suo il nuovo grido di battaglia pedagogico della cosiddetta “alternanza scuola-lavoro”. Scriveva Hegel: «Un popolo senza metafisica è come una chiesa senza il suo altare». Metafisica ovvero visione; momento teoretico che va al di là del momento applicativoproduttivo, fosse anche solo per guidarlo. Bene, credo che se c’è qualcosa che il mondo occidentale debba temere, questa sia la sua incapacità a stringersi intorno all’altare della visione, di quella visione che, da Socrate all’Illuminismo, l’Occidente aveva coltivato.
Giuseppe Cappello
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Penso come lei che tutte le scuole secondarie superiori debbano essere scuole di formazione, il cui obiettivo non è quello di addestrare al lavoro ma di formare l’uomo, con l’attenzione rivolta alla sua intelligenza per addestrarla al senso critico e al suo sentimento, per renderlo idoneo ad avvertire, anche senza mediazioni intellettuali, la differenza tra il bene e il male, tra ciò che è giusto e ciò che è ingiusto. Quando un giovane è formato, è anche idoneo ad apprendere qualsiasi attività lavorativa, a partire dalle sue scelte universitarie che lo addestrano a competenze specifiche. Capisco che oggi parlare di formazione significa parlare di qualcosa che non interessa ai genitori, che pensano unicamente all’attività futura che il figlio potrà intraprendere. Questo spiega per esempio perché assistiamo a un’iscrizione in massa al liceo scientifico, rispetto al liceo classico, nell’ingenua supposizione che quest’ordine di studi addestri meglio la mente al mondo della scienza e della tecnica, che è diventato per noi oggi l’unico mondo, a scapito del modo della vita. Chiamo mondo della vita quel mondo dove fanno la loro comparsa arte, letteratura, cinema, teatro: in una parola la cultura, che poi è l’unico tratto per cui l’uomo si distingue dalla bestia. «Con la cultura non si mangia», diceva un nostro ministro dell’economia. Non è vero, ma anche se lo fosse, crediamo sul serio che un popolo possa migliorare e crescere, anche economicamente, senza cultura? I paesi più avanzati non sono anche quelli in cui la cultura è più diffusa? Eppure queste considerazioni, tanto ovvie da vergognarsi persino a ricordarle, collassano di fronte all’atmosfera del nostro tempo, che conosce come unico generatore simbolico di tutti i valori il denaro. Il denaro non è di per sé il male, semplicemente è il mezzo per acquistare qualsiasi cosa. Ma cosa acquista il denaro che circola in una popolazione colta rispetto a una incolta? Negli anni Sessanta e Settanta, quando la società italiana era un po’ più colta di oggi, si pubblicavano libri che ora non venderebbero neppure una copia (penso a Heidegger, Horkheimer, Marcuse, Sartre, Foucault, giusto per fare qualche nome). Di conseguenza, in un paese di scarsa cultura le case editrici devono piegarsi ad accontentare
i gusti un po’ elementari, quando non grossolani, della popolazione, contribuendo a loro volta al decadimento del livello culturale del paese. Lo stesso può dirsi per il teatro, il cinema, l’arte che diventa tale solo quando entra nel mercato e si propone come “evento”. Se un lavoro teatrale o un ilm non raccoglie spettatori in gran numero già dalla prima settimana, sospende le repliche o viene ritirato, anche se è intelligente e ben recitato ma forse troppo intelligente per il livello degli spettatori. Così il degrado viene alimentato e il fiume dell’ignoranza collettiva s’ingrossa, perché a suo tempo la scuola non ha generato una curiosità e una fascinazione per la cultura, dato che la sua preoccupazione è addestrare al futuro mondo del lavoro. Il quale, detto per inciso, non sa che farsene della presenza periodica o il più delle volte saltuaria di studenti che, senza praticarlo, lo “visitano” come si visita una mostra. A questo punto diventano inutili il greco e il latino giudicate lingue morte, anche se senza quelle noi occidentali non avremmo avuto accesso all’etica, alla politica, alla democrazia, alla medicina, al teatro comico e tragico. Alle discipline da eliminare si aggiunge la filosofia, che si ritiene egregiamente sostituita dalla scienza, anche se questa non dà risposte alle problematiche più profonde che spesso si agitano tra i pensieri e i sentimenti dell’uomo. Parlando di “alternanza scuola-lavoro”, oggi si pensa che le due cose siano alternative e, dovendo scegliere, si preferisce sacrificare l’aspetto formativo a quello che addestra in vista della produttività e della spendibilità immediata del proprio sapere, posto che nel frattempo lo si sia acquisito.

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