Manipolare prima di calcolare

Manipolare prima di calcolare

Prima delle operazioni viene l’esperienza

 di Bruno Lorenzo Castrovinci

Quando un bambino entra nella scuola primaria incontra quasi subito numeri, quantità, confronti e prime operazioni, ma il rischio è quello di anticipare troppo rapidamente il linguaggio simbolico, chiedendogli di utilizzare segni e procedure prima che abbia costruito un significato sufficientemente solido di ciò che quei segni rappresentano.

Scrivere 5 + 3 = 8 può sembrare un compito elementare per un adulto, mentre per un bambino di sei anni implica una serie di passaggi cognitivi complessi, perché deve comprendere che i numeri rappresentano quantità, che il segno più indica una trasformazione e che il risultato esprime una nuova quantità ottenuta attraverso quella trasformazione.

Il materiale concreto permette di rendere visibile questo processo, offrendo al bambino la possibilità di agire sulle quantità prima di rappresentarle attraverso simboli astratti. Mettere insieme cinque oggetti e poi aggiungerne altri tre consente di vedere, toccare e controllare ciò che successivamente verrà espresso con una scrittura matematica.

La manipolazione non rappresenta, quindi, una fase accessoria o semplicemente ludica, ma costituisce uno dei possibili ponti attraverso i quali il pensiero passa dall’esperienza alla rappresentazione.

Il materiale non insegna da solo

L’utilizzo di oggetti in classe non garantisce automaticamente un apprendimento significativo, perché un materiale, per quanto ben progettato, rimane soltanto uno strumento e acquista valore didattico attraverso le domande, le consegne e le situazioni che il docente costruisce intorno ad esso.

Gettoni, cannucce, tappi, regoli, blocchi, cubetti o oggetti della quotidianità possono aiutare a comprendere quantità, raggruppamenti e trasformazioni, ma ciò che conta non è semplicemente manipolarli, bensì riflettere sulle relazioni che attraverso di essi diventano osservabili.

Quando un bambino costruisce una quantità con alcuni oggetti e viene invitato a rappresentarla in un altro modo, oppure quando deve trovare diverse combinazioni che producono lo stesso numero, il materiale diventa un mediatore tra azione e pensiero.

Il compito del docente consiste allora nel non fermarsi alla semplice attività manuale, ma nel guidare progressivamente la verbalizzazione e la rappresentazione, affinché ciò che il bambino ha fatto con le mani possa essere riconosciuto come struttura matematica.

Costruire il numero prima di scriverlo

Uno degli errori più frequenti nella prima alfabetizzazione matematica consiste nel considerare la cifra come se coincidesse con il numero, mentre il simbolo rappresenta soltanto una delle modalità attraverso le quali il numero può essere espresso.

Un bambino può riconoscere graficamente il numero sei senza possedere ancora una comprensione stabile della quantità corrispondente, così come può recitare correttamente la sequenza numerica senza riuscire a stabilire quanti oggetti siano presenti in un insieme.

Per questo la costruzione del numero richiede esperienze diverse, nelle quali il bambino possa contare, confrontare, ordinare, raggruppare, comporre e scomporre quantità.

La manipolazione permette di scoprire che sei può essere costruito attraverso cinque e uno, quattro e due, tre e tre, oppure attraverso altre combinazioni che rendono progressivamente visibile la struttura interna del numero.

Questa flessibilità diventerà fondamentale quando il bambino incontrerà il calcolo, perché comprendere le relazioni tra quantità offre strategie molto più solide rispetto alla semplice memorizzazione di risultati isolati.

Dalle mani agli occhi, dagli occhi alla mente

Il percorso verso l’astrazione non avviene attraverso un passaggio improvviso, ma attraverso una progressiva riduzione della dipendenza dal materiale.

In una prima fase il bambino può avere bisogno di spostare fisicamente gli oggetti, successivamente può utilizzare immagini o rappresentazioni grafiche e, con il tempo, può arrivare a compiere mentalmente operazioni che inizialmente richiedevano un supporto concreto.

Questo passaggio è importante perché il materiale non deve diventare una stampella permanente, ma uno strumento dal quale progressivamente prendere distanza.

Il docente può accompagnare questa evoluzione chiedendo al bambino prima di costruire una situazione, poi di disegnarla, successivamente di descriverla e infine di rappresentarla attraverso numeri e segni.

In questo modo il simbolo matematico non viene presentato come un codice da imparare meccanicamente, ma come la forma più sintetica di un’esperienza che il bambino ha già compreso.

Il calcolo nasce dalla comprensione delle quantità

Quando il calcolo viene introdotto troppo presto come procedura, il rischio è che il bambino impari a eseguire senza comprendere, affidandosi a regole che funzionano soltanto finché il compito rimane identico a quello esercitato.

Il materiale concreto consente invece di esplorare le trasformazioni che stanno dietro alle operazioni, rendendo evidente che aggiungere modifica una quantità, togliere produce una diminuzione e confrontare permette di individuare differenze.

Questa comprensione iniziale diventa particolarmente importante quando le situazioni si fanno meno prevedibili, perché il bambino che ha costruito un significato dell’operazione dispone di maggiori possibilità di scegliere una strategia adeguata.

La rapidità del calcolo può essere sviluppata successivamente attraverso esercizio e automatizzazione, ma la velocità ha valore soltanto quando poggia su una comprensione sufficientemente stabile.

L’errore diventa osservabile

Il materiale concreto offre anche un vantaggio importante al docente, perché rende spesso visibile il ragionamento che ha prodotto una risposta.

Quando un bambino sbaglia un calcolo scritto, non sempre è facile comprendere quale passaggio mentale abbia determinato l’errore, mentre osservare il modo in cui dispone, raggruppa o conta gli oggetti può fornire indicazioni molto più precise.

L’errore può derivare da una difficoltà nella corrispondenza uno a uno, dalla perdita della sequenza numerica, dalla confusione tra quantità e posizione oppure dall’utilizzo di una strategia ancora fragile.

In questo senso il materiale concreto non serve soltanto al bambino per imparare, ma anche all’insegnante per osservare il processo di apprendimento e intervenire con maggiore precisione.

La correzione smette così di limitarsi al risultato finale e diventa occasione per comprendere il modo in cui il bambino sta costruendo il proprio pensiero matematico.

Manipolare insieme significa anche parlare di matematica

Le attività con materiali concreti assumono un valore ancora maggiore quando diventano occasioni di confronto tra gli alunni.

Chiedere a due bambini di costruire lo stesso numero in modi differenti, confrontare strategie o spiegare come sia stato ottenuto un determinato risultato permette di introdurre fin dall’inizio una dimensione argomentativa della matematica.

Il bambino impara progressivamente che non basta trovare una risposta, ma è possibile raccontare il percorso utilizzato, ascoltare una strategia diversa e verificare se esistono più modi per raggiungere lo stesso risultato.

Questa verbalizzazione favorisce il passaggio dall’azione alla consapevolezza, perché spiegare ciò che si è fatto costringe a organizzare il pensiero e a riconoscere relazioni che durante la manipolazione potevano rimanere implicite.

La matematica comincia così a essere percepita non soltanto come una disciplina delle risposte corrette, ma come un linguaggio attraverso il quale descrivere e discutere relazioni.

Non tutti i bambini hanno bisogno dello stesso tempo

Una classe prima è inevitabilmente caratterizzata da ritmi di sviluppo e livelli di esperienza differenti, perché alcuni bambini arrivano alla scuola primaria con una buona familiarità con quantità e numeri, mentre altri stanno ancora consolidando abilità che per i compagni sono già abbastanza stabili.

Il materiale concreto consente una forma naturale di differenziazione, perché lo stesso problema può essere affrontato con livelli diversi di supporto.

Alcuni alunni potranno utilizzare oggetti per tutto il procedimento, altri ricorreranno soltanto a una rappresentazione grafica, mentre qualcuno sarà già in grado di operare mentalmente.

Questa pluralità non dovrebbe essere interpretata immediatamente come una gerarchia di capacità, ma come la manifestazione di tempi differenti nella progressiva costruzione dell’astrazione.

La didattica efficace non costringe tutti ad abbandonare contemporaneamente il supporto concreto, ma osserva quando ciascun bambino è pronto a farne progressivamente a meno.

La concretezza serve per arrivare all’astrazione

Talvolta l’uso di materiali viene considerato una pratica adatta soprattutto ai bambini più piccoli o a chi incontra difficoltà, quasi che il pensiero matematico autentico cominci soltanto quando scompaiono gli oggetti dal banco.

In realtà l’astrazione non nasce dalla negazione dell’esperienza concreta, ma dalla capacità di riconoscere in esperienze diverse una struttura comune e di rappresentarla indipendentemente dagli oggetti utilizzati.

Il bambino che comprende che tre matite, tre cubetti e tre persone condividono la stessa numerosità sta già compiendo un’operazione astratta molto sofisticata.

Il materiale concreto, quindi, non abbassa il livello della matematica, ma può rappresentare il terreno sul quale l’astrazione viene costruita in modo più consapevole.

Una matematica che comincia dalle mani ma non si ferma alle mani

In classe prima, manipolare prima di calcolare significa rispettare il modo in cui molti bambini costruiscono inizialmente il significato delle quantità, senza rinunciare all’obiettivo di condurli progressivamente verso il linguaggio simbolico e il calcolo mentale.

Il valore del materiale concreto non risiede nella sua presenza, ma nel percorso che rende possibile, perché dall’oggetto si passa all’immagine, dall’immagine alla parola, dalla parola al simbolo e dal simbolo a una rappresentazione mentale sempre più autonoma.

Quando questo percorso viene costruito con attenzione, il bambino non impara soltanto a eseguire un’operazione, ma comincia a comprendere che cosa sta facendo e perché quella procedura produce un determinato risultato.

La matematica della scuola primaria può allora nascere dalle mani senza rimanervi confinata, trasformando l’esperienza concreta nel primo passo verso una forma di pensiero capace di operare anche quando gli oggetti non sono più davanti agli occhi.

M. Seganti – F. Dellabartola, La ri-evoluzione pacifica

Marina Seganti, Fabio Dellabartola, La ri-evoluzione pacifica, Raffaelli Editore, Rimini, 2026

di Gabriele Boselli

 Ogni evoluzione è un ritornare e ogni ritornare è un evolvere, assumere altra forma nel continuum della discontinuità. Questa appare  a chi scrive una delle tesi essenziali (generative) di questo bel libro. Libro che rappresenta il caso raro di un testo scritto a quattro mani da una dirigente scolastica di cultura umanistica e da un ingegnere  ambientale di formazione tecnica. Solitamente questi due differenti tipi di formazione  generano scritture separate nel loro orticello, qui invece procedono di conserva al punto che è difficile indovinare l’opera dei differenti co-autori.

Si tratta pertanto di un lavoro transdiscipliare che insiste sul concetto di ri-evoluzione, traccia un “progetto culturale umano” a struttura aperta e che si presta generosamente alla libera interpretazione del lettore. Questi è “gettato” (evidente l’influenza di Heidegger) su piani di lettura molteplici unificati da uno sguardo che supera la superficie degli eventi con tratto che è profondo e sicuro insieme. Lo sguardo  è anche quello dei bambini (vi si leggono quarant’anni di professione magistrale e dirigenziale della Seganti, di tanti pensierini esaminati e riorientati) ma anche degli adulti integrali, coloro che sono anche quel che sono stati (il ri- che precede evoluzione), hanno conservato una capacità di uno sguardo adulto ma “innocente”, condizione del pre-comprendere interiore del reale. Il testo è  a tratti una baluginante rappresentazione  di evoluzioni,  ri-evoluzioni concettuali risolventesi in scritture offerte al campo degli eventi.

 Sono  pagine di autenticità,  intendendo per “autentico” quanto di personale e collettivo insieme si offre senza sintagmatici avvisi di lettura all’intelligenza del lettore. Pagine che possono esser lette anche poeticamente come nostalgia del reale. Leggere questo bel libro rinvia alle occasioni perdute e rivissute nel rimpianto per ciò che non è stato, oppure è stato ma non ce ne siamo accorti. Sono anche pagine di una gioia che viene dal considerare il mondo una pagina non conclusa ma aperta a infinite, pacifiche ri-evoluzioni.

DSA ad alta voce

AID lancia “DSA ad alta voce”, il primo grande racconto collettivo di chi vive  con un Disturbo Specifico dell’Apprendimento. Andrea Delogu testimonial 2026

In oltre 50 sezioni iniziative in tutta Italia: dalla maratona audio alle Biblioteche Viventi, fino ai monumenti che si illumineranno di turchese per la dislessia

Bologna, 30 settembre 2026 – Per una settimana saranno le persone con Disturbo Specifico dell’Apprendimento a prendere la parola. In occasione della Settimana Nazionale della Dislessia 2026, in programma dal 5 all’11 ottobre, l’Associazione Italiana Dislessia promuove “DSA ad alta voce”, un’iniziativa nazionale che raccoglierà le testimonianze di chi vive quotidianamente con un DSA, trasformandole nel primo grande racconto collettivo di chi vive con DSA diffuso in tutta Italia.

A fare da cornice alla settimana sarà anche il turchese, colore simbolo della campagna internazionale di sensibilizzazione sulla dislessia: in occasione della Giornata Mondiale della Dislessia dell’8 ottobre, diversi monumenti e luoghi simbolo italiani si illumineranno per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sui Disturbi Specifici dell’Apprendimento. Tra le adesioni sono già confermate il Palazzo della Gran Guardia di Verona che sarà illuminato il 7 ottobre e il Campidoglio di Roma, la Cupola di San Gaudenzio a Novara, il Teatro Alighieri di Ravenna, la Fontana Luminosa dell’Aquila e il Palazzo della Regione di Trieste che si illumineranno l’8 ottobre. L’iniziativa coinvolgerà inoltre Jesolo, Casalecchio di Reno, Granarolo, Sant’Agata Bolognese e Sabaudia e altre città che stanno aderendo con entusiasmo alla campagna internazionale “Uniti per la dislessia”, lanciata dalle associazioni internazionali Disfam e OIDEA e patrocinata dalla European Dyslexia Association (EDA) e rilanciata da AID.

Tra le voci che prenderanno parte al progetto “DSA ad alta voce” ci sarà anche quella della conduttrice televisiva e radiofonica Andrea Delogu, che condividerà la propria esperienza insieme a studenti, adulti, famiglie e insegnanti. Il progetto nasce da un’idea semplice: restituire spazio alle esperienze dirette. Non spiegare il DSA attraverso definizioni o statistiche, ma attraverso le voci di bambini, ragazzi, adulti, genitori, insegnanti e professionisti che ne fanno esperienza ogni giorno. Il cuore dell’iniziativa sarà l’8 ottobre, Giornata Mondiale della Dislessia, quando AID trasmetterà in diretta sui propri canali social una maratona audio di 24 ore: una sequenza ininterrotta di racconti provenienti da tutta Italia, registrati dalle persone con DSA e dalle loro famiglie.

Quando hai capito che il DSA faceva parte della tua storia? Cosa è cambiato dopo la diagnosi? Quale pregiudizio vorresti vedere scomparire? C’è un talento, un modo diverso di imparare o di osservare il mondo che senti come parte della tua neurodivergenza? E quale messaggio vorresti lasciare a chi ha appena ricevuto una diagnosi? Domande come queste guideranno le testimonianze, senza trasformarsi in un copione: ogni partecipante sarà libero di raccontare il proprio percorso con le parole e i tempi che preferisce. Accanto alla maratona digitale, durante tutta la settimana le sezioni provinciali di AID organizzeranno sul territorio le Biblioteche Viventi, incontri aperti al pubblico ispirati al format internazionale della Human Library. Qui i “libri” saranno persone in carne e ossa: studenti, lavoratori, genitori, insegnanti, adulti che hanno ricevuto una diagnosi in età adulta o che hanno costruito il proprio percorso personale e professionale convivendo con un DSA.

I partecipanti potranno “prendere in prestito” una storia e dialogare direttamente con chi la racconta. L’obiettivo è offrire un’occasione di incontro capace di andare oltre le semplificazioni. Ogni esperienza è diversa dall’altra e proprio questa pluralità restituisce un’immagine più autentica dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento: non un’unica storia, ma tante traiettorie personali, fatte di difficoltà, strategie, cambiamenti, relazioni, scoperte e competenze.

«Per troppo tempo i DSA sono stati raccontati soprattutto da chi li osservava dall’esterno: specialisti, insegnanti, istituzioni. Voci fondamentali che, però, non possono sostituirsi a quelle delle persone che questa esperienza la vivono ogni giorno» dichiara Lucia Iacopini, presidente dell’Associazione Italiana Dislessia. «Con “DSA ad alta voce” vogliamo costruire uno spazio di ascolto in cui ogni storia possa contribuire ad arricchire la conoscenza collettiva dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento. Non esiste una storia che rappresenta tutte le altre: esistono percorsi diversi, difficoltà diverse, risorse diverse. Metterli in dialogo significa superare stereotipi e luoghi comuni e restituire tutta la complessità, ma anche la ricchezza, delle esperienze di chi vive con un DSA. È da queste voci che può nascere una cultura dell’inclusione più consapevole e più vicina alla realtà.»

Con “DSA ad alta voce”, AID intende costruire nel tempo un patrimonio di testimonianze che continui a parlare anche oltre la Settimana della Dislessia, contribuendo a diffondere una conoscenza più consapevole dei DSA e a promuovere un confronto fondato sull’ascolto delle persone.