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M. Murgia e C. Tagliaferri, Morgana (Storie di ragazze che tua madre non approverebbe)

Due donne…tante donne

di Antonio Stanca

   Michela Murgia e Chiara Tagliaferri, una scrittrice impegnata anche nel teatro, nell’osservazione e valutazione di moderni problemi sociali, civili, culturali, morali, in programmi televisivi, ed una curatrice di trasmissioni radiofoniche nonché collaboratrice di progetti online, avevano pubblicato, nel 2019, presso Mondadori, Morgana (Storie di ragazze che tua madre non approverebbe). Nel 2020 l’opera è comparsa come allegato al quotidiano “la Repubblica”. Contiene dieci storie riferite alla vita e alle opere di dieci donne che sono state particolari, diverse dal modello femminile dei loro ambienti, dei loro tempi. Di qualunque tipo questi siano stati esse sono contravvenute ai costumi diffusi fossero privati o pubblici, della famiglia o della società. Hanno seguito tendenze, ambizioni, aspirazioni proprie, hanno sofferto, hanno lottato per poterle realizzare. Non le hanno mai abbandonate, non vi hanno rinunciato e riuscite sono ad ottenere quanto volevano.

   Sono state donne di spettacolo come Grace Jones o scrittrici come le sorelle Brontë, religiose come Caterina da Siena o pattinatrici come Tonya Harding, eclettiche come Moira Orfei o giovanissime attrici come Shirley Temple, architetti come Zaha Hadid o stiliste come Vivienne Westwood. Di queste e di altre donne si scrive nel libro con una forma espressiva disinvolta, scorrevole che attira il lettore. Lo incuriosisce pure perché tante sono le novità che di quelle donne si vengono a sapere. Alcune di loro sono ancora in vita, altre sono scomparse, alcune si sono mosse nei confini della propria nazione, altre in quelli del mondo: ognuna ha vissuto una sua condizione, una sua situazione, è nata in un suo posto, ha avuto una sua origine, una sua formazione ma tutte hanno voluto le stesse cose, tutte hanno pensato a come andare oltre il contesto, superare le regole, migliorare quanto avevano, ottenere risultati che le segnassero per sempre. E ce l’hanno fatta, a costo di rinunce, sacrifici, sofferenze di ogni genere i loro sono diventati dei “casi” eccezionali, unici, la loro fama è fissata per sempre. Personaggi della storia, della cultura, dell’arte, protagoniste dei tempi sono diventate: è una prova di quanto l’intelletto femminile possa ottenere, di come non sia inferiore, minore rispetto a quello maschile.

  Tranne per alcune i tempi di queste donne sono moderni e i problemi da esse incontrati nel loro cammino mettono in evidenza come ancora oggi si sia contrari a riconoscere capacità, qualità alle donne, come ancora oggi esista, valga una concezione maschilista, misogina della vita. Il loro esempio, le loro lotte per emergere dallo stato di esclusione, d’inferiorità al quale sembravano destinate, dimostrano come la donna non abbia ancora raggiunto quella parità alla quale aspira da tanto tempo. E’ una testimonianza la loro che la Murgia e la Tagliaferri hanno voluto proporre per far vedere quanto siano capaci le donne, per invitare a considerarle diversamente, per muovere verso una loro maggiore comprensione e stima.

  I risultati da quelle donne raggiunti sono stati eccellenti, altrettanto i riconoscimenti, ognuna ha superato quanto nel suo campo era stato fino ad allora ottenuto, tutte sono entrate a far parte dell’universo dei “grandi”: è tempo di accorgersi della donna!   

F. Dall’Ara, Storia di un Coronavirus

GIORNATA MONDIALE AUTISMO

Erickson e Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano presentano “Storia di un coronavirus” di Francesca Dall’Ara

Un e-book gratuito per spiegare il coronavirus ai bambini, anche con disturbi del neurosviluppo

Il 2 aprile è la Giornata mondiale per la consapevolezza sull’autismo. Quest’anno è un 2 aprile diverso per l’emergenza coronavirus. Un’occasione per comprendere l’impatto che questa situazione sta avendo su bambini, ragazzi e adulti con autismo e proporre idee per essere al loro fianco.

In questo tempo sospeso e complesso, in cui gli scienziati di tutto il mondo sono impegnanti per superare l’emergenza coronavirus, è molto importante non dimenticarsi che anche i bambini hanno il diritto di sapere. Soprattutto i bambini che vivono situazioni di fragilità o presentano un disturbo del neurosviluppo, che potrebbero avere meno strumenti per la comprensione di quanto sta accadendo e per la gestione di pensieri ed emozioni.

Per affrontare questa situazione, Erickson ha scelto di pubblicare e diffondere gratuitamente l’e-book “Storia di un coronavirus” scritto da Francesca Dall’Ara e illustrato da Giada Negri (scaricabile qui https://www.erickson.it/it/approfondimento/giornata-mondiale-autismo )

Una storia semplice che racconta una realtà molto complicata con l’intento di sostenere le mamme e i papà ad affrontare insieme ai più piccoli (e forse anche grazie a loro) questo difficilissimo momento.

Il racconto si rivolge a tutti i bambini a partire dai 2 anni, con un’attenzione specifica ai bambini con bisogni comunicativi complessi e disturbi del neurosviluppo, attraverso una versione adattata e tradotta in simboli con gli strumenti della comunicazione aumentativa, secondo il modello inbook. 

Un’idea nata, all’interno del gruppo di lavoro dell’Unità Operativa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, per trovare un modo concreto e immediatamente fruibile per facilitare genitori e bambini nell’affrontare nel miglior modo possibile l’emergenza generata dal coronavirus e le emozioni che questa scaturisce. 

Tra restrizioni e permanenza forzata in casa «è fondamentale trovare il giusto equilibrio tra una spiegazione degli eventi che renda maggiormente comprensibile l’origine e il senso del grande stravolgimento che caratterizza le giornate, l’accoglienza delle emozioni faticose che lo accompagnano e l’insegnamento delle norme base per proteggersi e prevenire il contagio. Ma, soprattutto, è indispensabile riuscire a trasmettere fiducia nel fatto che stiamo cercando di fare tutto il possibile, anche se molte incertezze e preoccupazioni restano.» afferma Maria Antonella Costantino, neuropsichiatra e Direttrice dell’Unità Operativa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (UONPIA) Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano.

Francesca Dall’Ara è psicologa e psicoterapeuta. Lavora da molti anni nell’ambito della disabilità complessa all’interno dell’Unità Operativa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano. Ha scritto questo libro grazie alle preziose suggestioni e suggerimenti di un gruppo di colleghi.

Pagine: 44 pagine illustrate

Formato: e-book e in-book

Età: +2 anni

Disponibile gratuitamente qui: https://www.erickson.it/it/approfondimento/giornata-mondiale-autismo

Francesco, Il nome di Dio è misericordia

Bergoglio parla della misericordia

di Antonio Stanca

    A Luglio di quest’anno è stato ristampato, per conto della Pickwick, un piccolo libro, Il nome di Dio è misericordia. Risale al 2016 e contiene un’intervista fatta da Andrea Tornielli a Papa Francesco.

   Tornielli è giornalista e scrittore oltre che vaticanista e Direttore editoriale del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede. L’idea dell’intervista al papa gli era venuta a Marzo del 2015 mentre ascoltava l’omelia della liturgia penitenziale durante la quale Francesco aveva dichiarato Anno Santo Straordinario quello che sarebbe andato dall’8 dicembre 2015 al 20 novembre 2016 e che avrebbe compreso il Giubileo della Misericordia. A muovere il Tornielli verso l’intervista erano state le parole del papa circa la Misericordia e l’idea di sapere di più al riguardo, di porgli domande che andassero più a fondo. E’ l’intervista di questo libro, è la spiegazione, l’interpretazione più ampia possibile del concetto di Misericordia. Si va dal Vecchio al Nuovo Testamento, dal Padre al Figlio, dai Dottori della Chiesa ad autori, scrittori dei tempi moderni e sempre risalta il significato, la funzione, il valore che nei secoli ha assunto questo concetto. Comprensive di passato e presente, teoria e pratica, realtà e idea, storia e religione, cultura e società, saranno le risposte che Bergoglio darà alle domande del Tornielli. Da esse risulterà come la Misericordia sia stata fondamentale per la religione cristiana, come alla Misericordia si sia essa sempre riferita, come l’idea stessa di Dio, il suo stesso “nome” vada identificato con quello della Misericordia, come Cristo le abbia dato corpo, l’abbia attuata.

   «Chi tra voi è senza peccati scagli per primo una pietra contro di lei» fa dire Giovanni, nel suo Vangelo, a Gesù rivolto agli scribi e ai farisei che stavano per lapidare la donna adultera. Essi lasceranno cadere le pietre che avevano in mano mentre lui dirà alla donna: «Neppure io ti condanno; va’ ma d’ora in poi non peccare più» (8,11).

  E’ uno degli esempi più importanti, dice il Papa a chi lo intervista, della Misericordia divina. Gesù l’ha fatta vedere, l’ha resa concreta, ha mostrato come essa significhi non solo perdono, assoluzione del peccatore ma anche sua redenzione, suo riscatto, suo recupero. Dopo aver preso coscienza della sua colpa, dopo essersi pentito e ripromesso di non peccare più il peccatore deve sentirsi accolto, ricevuto, integrato nella vita, nel mondo degli altri, di questo deve tornare a far parte, con questo deve ricominciare a stare, a vivere.

  Di tale disposizione ad accogliere, a ricevere si compone in particolar modo il concetto di Misericordia, è con la sua pratica che la Chiesa ha proceduto nel tempo, ha accresciuto il numero dei suoi fedeli, lo ha esteso al mondo intero. E’ una pratica che dall’ambito religioso è passata a quello civile, sociale, che è stata condivisa dai nuovi sistemi di educazione, formazione dei più giovani, di riabilitazione, reinserimento di quanti prima rimanevano esclusi, isolati. Si è proceduto non solo a far loro prendere atto della propria colpa, a perdonarli ma anche e soprattutto a farli tornare insieme agli altri, a farli sentire come gli altri, a far sì che riprendessero a vivere.

  Dalla religione alla società: tanto importante è stata l’attuazione del concetto di Misericordia divina da aver interessato anche la vita privata, pubblica, da essersi esteso ovunque.

  Di questo fenomeno vogliono essere espressione le parole del papa, della sua vastità vogliono dire, di come pur in tempi moderni come i nostri siano valse regole così tradizionali.

S. Tommasi, Sogniamo più forte della paura

Una difficile verità

di Antonio Stanca

   Del 2019 è la prima edizione Pickwick di Sogniamo più forte della paura, un romanzo dello scrittore fiorentino Saverio Tommasi, che lo aveva scritto nel 2018 e pubblicato allora presso Mondadori.

   Tommasi è nato a Firenze nel 1979 e qui vive. Si è diplomato all’Accademia d’Arte Drammatica di Bologna nel 1999, ha cominciato a lavorare come attore teatrale finché non ha fondato una sua compagnia. Oltre che scrittore è autore di reportage, inchieste, video. Collabora come reporter con Fanpage.it e molto seguita è la sua pagina Facebook. Di attualità, di problemi attuali generalmente discute, scrive e molto nota è la sua attività anche perché molto moderni sono i mezzi dei quali si serve per esprimerla.

   In quest’ultimo libro percorre la via della favola, concede molto spazio all’immaginazione, non accetta limiti, confini determinati, fa posto all’invenzione, ammette protagonisti di ogni genere compresi gli animali e le piante e tutto fa procedere tra realtà e fantasia.

   Centrale, nell’opera, è la figura di Filadelfia, una ragazza nata nel piccolo paese di Spintarella e poi venuta, con la famiglia, nella città di Spinazzola. Vive con la madre, il nonno e un gattino. Il padre se n’è andato.

   Dalla scuola primaria fino alla scuola superiore e all’Università Tommasi seguirà questa ragazza, la farà vedere durante gli anni della sua formazione, ne mostrerà ogni aspetto del carattere, ogni tipo di rapporto, di scambio. Di lei ma anche di quanto succede intorno a lei scriverà sicché un’ampia, estesa rappresentazione diventerà la sua opera. Per tutto ci sarà posto in essa, per la realtà e l’idea, la vita e il sogno, il giorno e la notte, la gioia e il dolore, la paura e il coraggio, i pensieri e le azioni, i ricordi e le speranze, il bene e il male, la fine e l’inizio, i grandi e i piccoli, per tutto quanto può rientrare nella vita di un’adolescente che cresce in una famiglia d’oggi, con i problemi d’oggi. Nessuno di questi sarà trascurato dallo scrittore, tutti li farà vedere tramite la sua ragazza, di tutti ne farà il simbolo. Lei maturerà tra molte difficoltà. Spesso saranno le parole del nonno a porre rimedio ai suoi problemi ma succederà che questi ritornino e con l’ossessione di sempre. Si porrà domande alle quali non saprà rispondere, soffrirà del suo aspetto fisico, dello scherno che le procura, dei risultati a scuola, delle ingiustizie che vedrà commesse in pubblico e in privato, non vorrà adeguarsi a quanto i nuovi tempi, i nuovi costumi richiedono, condurrà inutili rivolte, compirà molte rinunce e quasi isolata rimarrà o insieme al solo suo diario. Un caso complicato diventerà il suo, un caso per il quale difficile sarà la soluzione.

   Una prova vuol essere il libro del Tommasi che questi casi ancora esistono, che non sono un’eccezione, che non si possono eliminare perchè è difficile stabilire se la verità sia la loro o quella degli altri, se stia dalla parte dei diversi o degli uguali.

   Ha usato lo scrittore i modi della favola perché più libero, più sciolto, più ricco nell’esposizione ha voluto essere.    Non è la prima volta che Tommasi scrive della formazione dei giovani d’oggi. E’ un problema, un motivo che ricorre nella sua produzione e non poteva essere diversamente per un autore tanto impegnato nella modernità.

L. Mori, Sfide filosofiche

Luca Mori, Sfide filosofiche. Attività per ragazze e ragazzi della scuola secondaria di primo grado

Illustrazioni di AntonGionata Ferrari

Un grande filosofo del Novecento, Ludwig Wittgenstein, ha scritto che il lavoro filosofico è innanzitutto un lavoro su se stessi e sul proprio modo di vedere le cose. Poiché l’adolescenza è un tempo d’avventura, durante il quale ragazze e ragazzi devono lavorare molto su se stessi, questo libro nasce per mettere a loro disposizione idee e strumenti utili per affrontare le sfide che li coinvolgono «con filosofia».

Sfide filosofiche presenta dieci situazioni, dieci sfide ispirate dai classici del pensiero e della letteratura al limite della realtà, non facili da decifrare perché aperte a diverse interpretazioni e accompagnate da domande che non hanno una risposta unica.

I problemi esposti nel libro non sono invenzioni dell’autore, ma sono stati ripresi da libri di grandi pensatori e scrittori e proposti come enigmi per allenare l’abilità nel ragionare.

Grazie alle dieci sfide filosofiche, ragazzi e ragazze potranno allenarsi a rileggere le loro sfide quotidiane sul senso del limite, sul rapporto con se stessi, sul confine tra realtà e illusione, sui sentimenti sociali, sul buon uso delle tecnologie, sul mondo più desiderabile, sull’arte di navigare bene nella vita, sul mettersi nei panni degli altri, sulla forza e sulla debolezza di volontà, sulla condivisione e sul conformismo.

Come il corpo, anche la mente ha il suo passo, il suo fiato e le sue andature, e Sfide filosoficheaiuterà ad allenarli. Ricorrendo alle metafore, si potrebbe dire che il libro invita a fare stretching, flessioni e scalate del pensiero.

Luca Mori. Dottore di ricerca in Discipline Filosofiche, è professore a contratto di Storia della Filosofia per il corso di laurea in Scienze e Tecniche di Psicologia Clinica e della Salute dell’Università di Pisa. Progetta e conduce da anni laboratori di filosofia con bambini e adolescenti. Tra i suoi progetti, un viaggio di oltre 10.000 km in tutta Italia per proporre l’esperimento mentale dell’utopia a bambini tra i 5 e gli 11 anni. Collabora con la Fondazione Collegio San Carlo e il Comune di Modena, con TSM STEP (Scuola per il governo del territorio e del paesaggio della Provincia Autonoma di Trento) e con scuole di diverse Regioni italiane e vari Paesi europei. Tra le sue pubblicazioni Utopie di bambini. Il mondo rifatto dall’infanzia (2017, Edizioni ETS) e Giochi filosofici. Sfide all’ultimo pensiero per bambini coraggiosi (2018, Erickson). 

Quest’ultimo volume nel 2019 è stato insignito del Premio Speciale BELMA (Best European Learning Materials Awards).

D. Horvilleur, Riflessioni sulla questione antisemita

Gli ebrei e l’antisemitismo

di Antonio Stanca

 In allegato al quotidiano “la Repubblica” è recentemente uscito Riflessioni sulla questione antisemita, un breve volume del rabbino francese Delphine Horvilleur. La traduzione è di Elena Loewenthal. L’opera era comparsa la prima volta in Francia nel 2019. L’autrice è la terza donna rabbino della Francia. Qui, a Parigi, dirige una congregazione ed è condirettore del Movimento ebraico liberale.

   La Horvilleur è nata a Nancy nel 1974, a diciassette anni si è trasferita a Gerusalemme, dove ha studiato, presso l’Università, Scienze della vita. In seguito è tornata a Parigi, ha lavorato come giornalista ed è venuta a contatto con noti studiosi ebrei. Andata a New York, ha ripreso gli studi ed è stata ordinata rabbino. E’ rientrata, quindi, definitivamente in Francia ed è diventata caporedattore della rivista “Tenou’a” che ha trasformato in un riferimento importante per il pensiero ebraico liberale francese.

   Ha scritto opere importanti riguardo alla storia, alla religione, alla cultura, alla letteratura degli ebrei e quest’ultima vorrebbe essere un’ulteriore conferma dei profondi studi, delle ampie conoscenze, delle appropriate riflessioni che la Horvilleur ha compiuto circa gli ebrei. Un’esperta della storia, della cultura e della vita degli ebrei potrebbe essere considerata, una grande conoscitrice del loro pensiero, dei loro problemi e di tutto quanto, da studiosi di ogni parte del mondo, è stato scritto a tal proposito. Ricche di citazioni, di documenti, di riferimenti, che vanno dall’antichità più remota ai tempi più recenti, sono, infatti, le sue opere compresa questa che, però, è diversa da quanto detto e scritto finora riguardo all’antisemitismo. Non all’esterno bensì all’interno della storia degli ebrei essa si impegna a cercare le cause del fenomeno. Nuova è questa via rispetto alle tante altre finora percorse e rivolte ad indicare altra gente, altri popoli come responsabili dell’antisemitismo. Le sue cause, nota la studiosa, sono proprie di questo popolo, sono legate alla sua storia, alla sua vita ed espresse dalla sua scrittura, dalla sua letteratura, dalla sua tradizione orale. Nei testi sacri, nella tradizione rabbinica, nelle antiche leggende ebraiche è andata a cercare la studiosa le origini dell’antisemitismo e le ha scoperte. Ha scoperto che l’avversione, la rivalità, la condanna nei riguardi degli ebrei viene da lontano, dall’antichità, da quando era cominciato il loro destino di popolo errante. Sempre cacciati, sempre in fuga erano stati perché sempre ritenuti pericolosi, dannosi. Non c’era stata nazione presso la quale si erano stabiliti che non avesse visto minacciata da essi la propria integrità, la propria unità, la propria identità. Gli ebrei erano ritenuti un impedimento per quel sogno, per quell’ambizione di pienezza, di totalità che ogni stato coltiva. La loro presenza era vista come un ostacolo, un limite a questa realizzazione oltre che alla stabilità economica, all’atmosfera culturale, alla letteratura, all’arte, alla religione di quello stato. Essi non si combinavano, non s’integravano con la gente del posto, non facevano insieme a questa un unico popolo ma distinti rimanevano poiché diversi si ritenevano ed erano ritenuti. Sulle cause, sugli aspetti, sui modi, sulle valutazioni di questa distinzione, sulla storia di questa diversità molto si sofferma la Horvilleur nel libro. Farà di essa l’eterno motivo dell’antisemitismo, la attribuirà a problemi di ereditarietà di caratteri, di civiltà, di sesso, di elezione fin quando non giungerà a dirsi incapace di stabilire tra tanti elementi, vecchi e nuovi, cosa significa oggi essere ebreo e perché si è stati e si è antisemiti. Così conclude la sua opera dopo un percorso immenso, infinito tra la lunga storia di questo popolo, i suoi tempi, i suoi luoghi, i suoi personaggi, le sue opere, tra tutto quanto è stato suo. Succederà, però, che questa ampiezza, venuta agli ebrei dalle tante esperienze vissute attraverso le loro generazioni, sia dalla studiosa vista come il segno della loro grandezza. Basterebbe quella, secondo la Horvilleur, a farli considerare diversi dagli altri, da tutti, a farne “il popolo eletto”.

I. McEwan, Chesil Beach

McEwan o dell’amore incompiuto

di Antonio Stanca

   Ian McEwan è uno scrittore inglese, nato ad Aldershot, Rushmoor, nel 1948. Vive a Londra. Ha settantadue anni e da quando ne aveva ventisette ha cominciato a scrivere. Il suo esordio è avvenuto nel 1975 con la raccolta di racconti, Primo amore, ultimi riti, del 1978 è il primo romanzo Il giardino di cemento. Altri racconti, altri romanzi e pure saggi avrebbe scritto McEwan, si sarebbe esposto a polemiche, sarebbe stato accusato di plagio ma avrebbe anche avuto numerosi riconoscimenti, in film sarebbero state trasposte molte sue opere e lui spesso ne avrebbe curato la sceneggiatura.

   Scrittore difficile è McEwan non tanto riguardo alla lingua ché molto sicura, molto capace di riuscire chiara, appropriata si dimostra. Sono i contenuti a comportare difficoltà dal momento che consistono in complicati casi della vita, in oscuri problemi psicologici, in misteriose storie dell’anima, in strani rapporti d’amicizia o d’amore.

  In Chesil Beach, romanzo che di recente è stato ristampato dalla Einaudi nella serie “Super ET” con la traduzione di Susanna Basso, a venire analizzato da McEwan è il caso di due giovani, Edward e Florence, che per i tanti problemi, dubbi, sospetti, per le tante incertezze, paure, reticenze dell’uno e dell’altra, non riescono a consumare il loro matrimonio, ad unirsi durante la prima notte di nozze. Anzi lei è così disgustata del rapporto sessuale, della loro nudità da fuggire dalla stanza d’albergo dove si erano ritirati dopo la cerimonia nuziale e lasciare lui solo, meravigliato, agitato, confuso. La raggiungerà lungo l’ampia distesa di ciottoli che forma la spiaggia di Chesil Beach, a Dorset, dove si trovava l’albergo. Parleranno a lungo, riconosceranno, stabiliranno che il problema, la colpa della situazione che si è creata è di entrambi poiché completamente nuovi ai rapporti d’amore, del tutto inesperti a quanto richiede il sesso, a come lo si pratica. Di lei, tuttavia, è la colpa maggiore dal momento che l’inesperienza la porta ad aver paura, a temere il rapporto sessuale, a considerarlo un pericolo, un oltraggio, una violazione, una profanazione che l’uomo procura alla donna. Non potrà, quindi, esserci un seguito per il loro matrimonio, si lasceranno, lui si adatterà a compiere mestieri e lavori diversi, lei continuerà la sua carriera nella musica classica. Invecchieranno senza mai più vedersi.

   Si conclude così il romanzo del McEwan dopo che l’autore si è soffermato a dire degli infiniti, minimi risvolti di una vicenda così intricata, dell’immenso amore che aveva unito i due, delle tante dolcezze che si erano scambiati, di quanto affetto c’era stato tra loro, di quanti progetti avevano nutrito durante gli anni dei loro studi. Anche le famiglie avevano partecipato della loro relazione, l’avevano rafforzata, consolidata, resa sicura. Lontani erano, però, rimasti, Edward e Florence, dal contatto fisico, non rientrava nella loro educazione, nella loro formazione, specie in quella di lei e questa era stata la causa del loro fallimento. Non sapevano ancora, non avevano ancora capito che amore è anche contatto, aderenza tra i volti, le mani, le gambe, i corpi degli innamorati, non avevano mai pensato che anche quello del corpo è amore, che anche quello è un piacere dell’amore.   Sembra inverosimile ma così è successo in quell’Inghilterra degli anni ’60 che fa da sfondo alla vicenda dei due giovani. Un’epoca intera, quella seguita alla seconda guerra mondiale, sarà il tempo del romanzo. Tutto quanto era allora avvenuto sarà colto dallo scrittore tramite inserimenti così regolari, così ben collegati con i vari momenti e aspetti della storia d’amore rappresentata da non far distinguere tra l’una e gli altri, tra il privato e il pubblico, le persone e i tempi. Tutto vero, tutto naturale sembrerà quel che si dice compresa la sorprendente situazione finale. Come è suo solito McEwan la farà rientrare tra i casi della vita, un altro tra i tanti rappresentati dallo scrittore.

S. Lamanna, Il rimpianto perfetto

“Il rimpianto perfetto”, un romanzo di Stefania Lamanna, Gilmesh Edizioni, 2019

di Mario Coviello

Appuntamento culturale significativo quello di sabato primo febbraio alle 18,00 nella sala consiliare del Comune di Bella. Angela Carlucci, vicesindaca e assessora alla cultura, ha accolto l’invito della professoressa Silvana Criscuoli e con il sindaco Leonardo Sabato, la prof. Enza Cianciotta, l’assessora all’ambiente Giulia Cristiano ha curato la presentazione del libro di Stefania Lamanna, edito da Gilmesh “Il rimpianto perfetto”.

Lavinia, medico anestesista, moglie e madre,decide di andare in ospedale di domenica mattina “per qualche ora, anche se avrei potuto restare a casa, oggi, perché non sono di turno”.

E qui nella sua seconda casa, “ un luogo dove la mia presenza si incastona perfettamente con persone e cose, dove non mi sento mai fuori posto…” davanti alla “macchinetta del caffè” incontra per caso Marzia, una giovane ragazza disperata per le condizioni del padre Maurizio che le chiede aiuto. E Lavinia accorre, controlla il padre in corsia e la rassicura. E la sua vita che disperatamente ha cercato di tenere sotto controllo per tutti questi anni viene sconvolta.

La storia di Lavinia viene raccontata a Bella attraverso la lettura attenta e meditata della professoressa Cianciotta di pagine del romanzo, le domande all’autrice della professoressa Criscuoli, le riflessioni sulla condizione della donna oggi dell’autrice e del pubblico. I presenti , donne e uomini, ascoltano, partecipano, si interrogano e si confrontano con la storia Lavinia, il racconto di Stefania Lamanna,le riflessioni di Silvana, Enza, Angela.

E si appassionano alla storia di Lavinia, ragazza che diventa donna e ripercorre gli anni dell’infanzia a Genzano di Lucania con le “tate” e i loro scialli che raccontano storie. E si rivede “ragazzina che porta a spasso il suo cane, si somigliano, entrambi baldanzosi e audaci, entrambi sorridenti e con la stessa andatura..” Si ricorda al liceo , quando era “uno dei tasselli del mosaico, che si scomponeva al rassicurante rumore delle sedie, a ricreazione, e si ricomponeva nell’inquieto silenzio dei compiti in classe”.

Lavinia ritorna nella “grande casa in cui è cresciuta, a tre piani..con il terrazzo illuminato d’estate da un sole arrogante..”e alla “ piccola borghesia- a cui appartiene- che appiattiva le menti, incasellandoti in un quadratino di società compiaciuta e impettita..”. E poi velocemente l’università…” quando diventi quella che deve partire…e ti guardano in modo diverso…mentre pensi a cosa porterai con te..”

L’università è molto impegnativa per Lavinia la assorbe completamente anche perchè il padre severo comincia a star male e la figlia modello non può dargli dispiaceri.E il grande amore, bevuto fino all’ultima goccia, e la necessità di una scelta dolorosa. “E rincorri il tempo, o è lui che rincorre te, ti preoccupi sempre meno di te stessa..” Lavinia diventa una dottoressa affidabile, seria, dai modi spicci.” Imparai il mio mestiere e infagottai il mio corpo, perché non mi vedessero. Per incutere rispetto eliminai trucchi e profumi…Portai a spasso la mia solitudine…”

E poi..” altri attimi sfuggirono al mio eterno presente, ed ebbi ancora piccole dita incerte da guidare e tranquilli respiri da contare…” Lavinia e’ moglie e madre… “ accettai di vivere il loro futuro, e per quelle vite divenni madre mio malgrado, mi rifugiai nello splendore e mi sganciai dal rimpianto…”.

Dimenticando di essere stata “ Lalli, quella che “ ha vissuto il suo tempo arginando ogni consapevolezza di sé, utilizzando chiunque le offrisse la possibilità di costruirsi un’identità nuova, che convincesse prima se stessa…

Piegata dalla vita Lavinia incontra Marzia e deve fare i conti con se stessa e il suo passato.

Stefania Lamanna è Lavinia e racconta in prima persona con una scrittura diretta, immediata, che ti prende . Il padre, il nonno, la madre e i suoi fratelli, e anche il marito e i figli fanno da sfondo ad una vita in bilico che deve fare i conti con un’amore ingannevole che ha inondato di sgomento per sempre ogni sua giornata.

La serata a Bella carica di pathos si conclude con le dediche dell’autrice alle copie del romanzo che molti acquistano e un rinfresco di dolci e rustici genuini, quasi tutti fatti in casa.

Stefania Lamanna è nata a Potenza nel 1962. Ha vissuto i primi anni della sua vita a Genzano di Lucania e la sua adolescenza a Lavello. Laureata in medicina e chirurgia, specializzata in pediatria, esercita la professione di Pediatra di Libera Scelta a Rionero in Vulture. Ha un marito e tre figli. “Il rimpianto perfetto” è il suo primo romanzo disponibile su Amazon. Da non perdere.

F. Scarpelli, Amori nel fragore della metropoli

Scarpelli scrittore

di Antonio Stanca

      Furio Scarpelli è nato a Roma nel 1919 e qui è morto nel 2010. E’ stato sceneggiatore, scenografo, pittore, disegnatore, scrittore. Molta satira ha prodotto con i suoi disegni, ha fondato giornali satirici, con altri ha collaborato. E’ stato un personaggio noto in ambito cinematografico dai tempi del dopoguerra in poi, dalla corrente detta neorealistica alla Commedia dell’Arte e ad altro cinema. Ha lavorato con i maggiori registi di quel periodo. Molti e importanti sono stati i film sceneggiati da solo o con altri. Anche il figlio Giacomo è stato suo collaboratore. Da Giacomo è stato curato il volume Amori nel fragore della metropoli, edito quest’anno da Sellerio e contenente tre racconti del padre. Pure scrittore è stato Furio anche se molta sua produzione narrativa è rimasta inedita. E’ successo perché, chiarisce Giacomo, a differenza di altri paesi in Italia gli sceneggiatori sono pure gli autori del contenuto, della trama del film, sono anche narratori, scrittori. Scrivono per il cinema ma a volte, come nel caso del padre, scrivono per sé stessi, amano essere autori di racconti, di romanzi anche se alcuni di questi non vengono pubblicati poiché poco importanti sono ritenuti. Rimangono, quindi, tra i progetti non realizzati e così è successo per i tre racconti di questa raccolta. Essi risalgono agli anni ’80 del secolo scorso, avrebbero dovuto avere una riduzione cinematografica che non ebbero e insieme ad altri sono rimasti tra le “tante carte” scritte, disegnate o dipinte da Scarpelli. Tra quelle “carte” è ora andato a rovistare il figlio col proposito di portare alla luce quanto del padre è rimasto sconosciuto. Uno dei primi frutti di tale impegno è il recente volume. I tre racconti, Ivano, Il tonno, la seppia e il maccarello, Sonato, sono tre storie d’amore, delle quali nessuna riesce a compiersi. L’opera dà voce a quell’umanità che, dopo la guerra, si trovava smarrita, persa perché povera, sconosciuta, a quella condizione di vita che aveva la strada come dimora, che si adattava a qualunque circostanza, che voleva sollevarsi dal suo stato ma non riusciva. Per ottenere tanto a volte giungeva alla violenza, al misfatto. Anche questo rientrava tra le sue cose, anche questo era un suo mezzo, un suo modo. A quell’umanità appartengono Ivano, Bastiano, Marcello, Guglielmo, Anna, i protagonisti dei racconti. Come nelle sceneggiature anche nelle narrazioni Scarpelli mostra persone che si muovono ai confini della vita, della storia, le fa vedere in maniera molto autentica. Tutto sa di esse e tutto fa vedere, pensieri, azioni, situazioni, linguaggi, senza trascurare di cogliere certi momenti, certe parole che intervengono a sollevare, illuminare quanto di torbido si è abituati ad attribuire a quei “poveri”. Abile è lo Scarpelli nel trasformare quei momenti, quelle parole, in una possibilità di salvezza anche se lontana, nel lasciar intravedere un futuro diverso, nel far posto alla speranza.

A. Parente, ICF

A. Parente, ICF per un’educazione inclusiva
ed. dal Sud, Bari 2019

Il testo, pervaso di speranza pedagogica, analizza le potenzialità e le difficoltà insite nell’uso della classificazione ICF ed ICF-CY, analizzate negli aspetti teorici, pedagogici e didattici.

Il volume propone un graduale approccio alla terminologia, alla codifica e alla decodifica dell’ICF-CY ed un modello di PEI, quale occasione per sperimentare tale classificazione, affinché tutti possano realizzare il proprio progetto individuale in una visione  sistemica, inclusiva ed ecologica.

Rivolto a tutti i docenti in servizio, a quelli che aspirano ad esserlo, a tutti coloro che sono sensibili a queste problematiche, il testo si pone quale “bussola” per migliorare la qualità dell’inclusione e per “orientare” la  proposta educativa in una direzione progettuale che ponga ciascun uomo al centro della società autenticamente educanda e ne promuova l’empowerment.


L’autrice Antonietta Parente, docente, formatrice, e-tutor,  appassionata di problematiche educativo-didattiche, ha elaborato numerosi  contributi su tematiche educativo-didattiche, pedagogiche e metodologiche pubblicati in riviste specialistiche.

Per l’Edizioni dal Sud, nel 2014 ha pubblicato il volume Una scuola inclusiva. Principi, processi, protagonisti, problematiche, progettazioni.

F. Brunini, Due sirene in un bicchiere

Brunini, come scrivere da scrittori

di Antonio Stanca

  Federica Brunini è nata a Busto Arsizio nel 1971, si è laureata in Lettere Moderne, si è diplomata presso la Civica Scuola di Arte Drammatica di Milano e già prima, nel 1994, quando aveva ancora ventitré anni, aveva cominciato a muoversi negli ambienti cinematografici. Aveva frequentato registi importanti, aveva scritto sceneggiature ed anche attrice era stata. Aveva poi iniziato a collaborare con giornali e riviste e si era avventurata in molti viaggi, dei quali aveva scritto e durante i quali si era esercitata nella fotografia, altra sua inclinazione. Alla narrativa sarebbe giunta nel 2013 con il romanzo La matematica delle bionde. Ne sarebbero seguiti altri finché nel 2018 non sarebbe comparso Due sirene in un bicchiere, edito da Feltrinelli ne “I Narratori” e dalla stessa casa editrice ristampato quest’anno nell’“Universale Economica”.

   E’ un’opera molto riuscita, si potrebbe dire che vi trovano espressione tutte le esperienze della Brunini, dal cinema alle altre della fotografia e dei viaggi. Il libro è una serie infinita d’immagini, una composizione che non finisce mai di compiersi dal momento che sempre altri elementi intervengono a completare, arricchire, sostituire quanto già c’era.

   Su una piccola isola del Mediterraneo si svolge la vicenda narrata, tra i tanti posti di quell’isola si muovono i suoi protagonisti, ognuno con il suo segreto, con il suo dolore, con la sua speranza di liberarsene.

   Il B&B delle Sirene Stanche è una locanda non molto grande che Dana e Tamara gestiscono da anni sull’isola e dove accolgono, dietro presentazione di domanda, persone che vorrebbero trascorrervi una breve vacanza al fine di liberarsi, curarsi di quanto assilla il loro animo, dei problemi della loro mente derivati da particolari circostanze vissute e patite. La buona cucina, gli esercizi del corpo, le voci dello spirito, la meditazione, la riflessione, la presa di coscienza, la fiducia nel destino, la pratica del mare, il rapporto con la natura e quant’altro verrà effettuato su consiglio soprattutto di Dana e da lei guidato, si è sempre rivelato utile, è sempre riuscito a correggere, risolvere i problemi di coloro che erano venuti nella locanda.

   Stavolta per guarire dai loro mali erano venute Vera da Londra, le gemelle Lisa e Lara da Milano, Olivia da Barcellona e, unico maschio, Jonas da Dubai. Tutti avevano sofferto o soffrivano un dramma, tutti volevano risolverlo. Nel caso di Vera, però, dietro il suo nome si celava quello della collega e rivale giornalista Eva che era venuta per scoprire quanto successo dieci anni prima nelle acque dell’isola senza che se ne fossero mai capite le cause e conosciute le conseguenze. Erano sparite la famosa popstar Mandala Singer e la piccola figlia Mia e il loro caso era rimasto privo di spiegazioni, non se ne era più parlato. Vera/Eva vuole sapere la verità e farne un argomento esclusivo per il suo giornale, vuole suscitare clamore. Sarà il motivo che percorrerà tutto il romanzo della Brunini, che attraverserà quanto in esso succede, si fa, si dice tra quelle persone che intendono riacquistare la sicurezza, la serenità che hanno perso. Prima, però, che alla verità sulla Singer giunga Vera/Eva vi giungerà Jonas. L’australiano scoprirà che Mandala Singer è ancora viva, che si cela nelle vesti di Tamara e che a morire tanti anni addietro in una disgrazia sul mare era stata solo la piccola Mia. Erano uscite insieme per una gita in barca e, sorprese da una tempesta, la loro era diventata una tragedia. 

   Il caso del loro mistero si è risolto ed anche i casi delle altre persone si sono risolti dopo i dieci giorni di permanenza al B&B delle Sirene Stanche. L’uno e gli altri sono stati molto abilmente combinati dalla scrittrice. Ha saputo la Brunini procedere con chiarezza, con scioltezza tra tante, diverse situazioni, tra tante, diverse esigenze, tra tante, diverse soluzioni. Tra queste ha saputo creare un’atmosfera sempre sospesa, coinvolgente anche se ogni caso ha avuto il suo percorso, ognuno ha seguito il proprio cammino, ha cercato la propria strada. Uniti e divisi si è stati. L’isola poi, i suoi paesaggi, le sue luci, i suoi colori, i suoi suoni, le sue acque, i suoi boschi hanno fatto da sfondo a quanto succedeva nella mente e nel corpo, nei pensieri e nelle azioni di ogni protagonista dell’opera.

   Molto vasta, molto varia la vita che la Brunini ha rappresentato nel romanzo, non ha mai smesso di farvi rientrare aspetti nuovi, diversi: così si scrive da scrittori!

E. De Luca, Impossibile

De Luca, oltre l’umano

di Antonio Stanca

   Lo scorso Settembre l’inesauribile Erri De Luca è stato di nuovo in libreria con Impossibile, un romanzo che ha tutti gli aspetti di un racconto, di un lungo racconto e che è stato pubblicato da Feltrinelli nella collana “I Narratori”.

   De Luca ha sessantanove anni, è nato a Napoli nel 1950 e prima di arrivare alla scrittura narrativa si è impegnato in tanti modi, ha studiato e tradotto testi di antiche religioni, si è dedicato all’apprendimento di lingue straniere, al giornalismo, al teatro, alla poesia. Avrebbe pure scritto di narrativa ma senza mai pubblicare le sue opere. Lo avrebbe fatto solo nel 1989, quando a trentanove anni scrisse il romanzo Non ora, non qui. Ne sarebbero seguiti tanti altri, tra romanzi e racconti, e sempre alla vita, alle sue varie circostanze, alle sue persone, ai suoi casi si sarebbero ispirati riuscendo ogni volta a cogliere significati che superavano la realtà, la quotidianità in nome di principi, valori di carattere ideale, di verità che valessero per tutti e per sempre.

   Anche in Impossibile un caso della vita, una circostanza fortuita diventa un motivo di lunga osservazione e riflessione, un argomento sul quale soffermarsi, dal quale trarre insegnamento, acquista un significato superiore a quello della sua realtà.

  Lungo un sentiero che si snoda tra le montagne dell’Alto Adige e che a tratti procede tra dirupi e burroni due uomini camminano a distanza l’uno dall’altro e questo succede ormai da molti giorni, marciano finché quello che precedeva viene trovato morto nel burrone dove è precipitato senza che si capisca se si è trattato di una caduta accidentale o provocata dall’altro che veniva dietro. Tra questo, arrestato perché accusato di omicidio, e il giudice che conduce l’istruttoria si svolgerà per intero il romanzo, tra le domande di chi inquisisce e le risposte di chi è inquisito. Quest’ultimo si dichiarerà sempre estraneo alla morte del suo compagno di strada, dirà in continuazione di non averlo conosciuto, di non aver avuto nessuno scambio con lui né prima in albergo né dopo lungo quel sentiero. Lo sosterrà anche quando le indagini faranno sapere che nei primi anni del ‘900 i due avevano fatto parte di un’organizzazione clandestina, di un movimento estremista che si opponeva allo Stato e lottava contro le sue regole, la sua polizia. Quello che era morto nel precipizio era stato un delatore, aveva tradito e fatto arrestare molti compagni tra i quali l’altro che ora veniva accusato. Al giudice sembrava una delle cause più plausibili che potevano averlo mosso ad uccidere il vecchio compagno d’azione rivoluzionaria. Ma non poteva essere trascurata la possibilità che una volta incontratisi e riconosciutisi il traditore avesse assalito per primo e che il secondo avesse agito per difesa spingendolo nel burrone. “Impossibile” diventerà stabilire la verità anche perché potrebbe valere la versione dell’imputato, quella che lo vorrebbe estraneo ad ogni evento, fuori da ogni responsabilità.

   Alla fine di quell’interrogatorio, che sarà il contenuto di tutto il libro, l’imputato verrà messo in libertà dal momento che “impossibile” era risultato scoprire il vero colpevole, ricostruire la vicenda di quella morte.

   Risalterà, per l’intera opera, il tono sicuro, convinto, disinvolto che l’accusato assumerà fin dall’inizio. Sarà da attribuire alla sua età piuttosto avanzata, alle sue esperienze di giovane spesso indagato perché partecipe di un movimento di contestazione, di lotta contro le istituzioni, alla padronanza della situazione che viveva perché innocente o perché di fronte ad un giudice molto giovane e molto lontano dalla vita, dalle sue disavventure. Qualunque sia stata la causa quell’uomo uscirà vincitore dal confronto con la giustizia e si aggiungerà alla serie di eroi positivi che De Luca ha costruito, ha raffigurato tramite tante sue opere, di quei personaggi che sono diventati leggendari pur essendo dotati soltanto della loro volontà, della loro forza d’animo, del loro coraggio, di quanto appartiene a chi si è formato da solo, da solo ha superato tante avversità.

   Possono anche aver ucciso, come forse in questo caso, quelle figure ma rimangono grandi, si attestano tra le migliori perché di una dimensione superiore all’umana, perché uniche nella vita, poche nella storia.

AA.VV. (a cura di E. Rota), Manuale di sopravvivenza

Dopo i primi due libri dedicati al tema dei giovani e la fede (Come e perché ho abbandonato la fede – Elledici ed.) e (la felicità è un mondo diverso – Dissensi ed.)  Enos Rota ha impegnato questi due anni in una indagine-ricerca sul difficile e complesso mondo della scuola, raccogliendo le testimonianze degli studenti, degli insegnanti e degli esperti – compresi il Ministro del MIUR,  Alessandro d’Avenia,  Corrado Augias, ecc.  Sono pagine intense non solo di esperienze vissute, di critiche anche aspre al “sistema scolastico” attuale,  ma ricche  di indicazioni, consigli, suggerimenti  di come dovrebbero cambiare le metodologie, le didattiche, i programmi per rendere l’istruzione e l’educazione all’altezza dei tempi e aggiornate alle tecnologie e alle nuove professioni ed esigenze di una Società moderna. 

La scuola oggi dovrebbe fornire ai giovani identità e professionalità, dovrebbe educare al lavoro, alla professione e al vivere in società in modo responsabile. Dovremmo chiederci dunque se e come l’attuale sistema scolastico risponda a questo. Pare di no a giudicare sia dagli esiti evidenziati purtroppo dai risultati internazionali sia dal malessere generalizzato di chi nella scuola si trova o per insegnare o per apprendere.  È evidente allora che il sistema così com’è non funziona e che un cambiamento è necessario. Ma su cosa intervenire? Lo hanno suggerito studenti e insegnanti nei loro interventi…  E a proposito di Insegnanti aggiungo che è sempre più crescente il senso di frustrazione della categoria, con le famiglie ostili, i ragazzi ingestibili, i dirigenti-burocrati, la mancanza di risorse, le riforme inutili  i bonus  che scatenano una competizione assurda per quattro soldi, mentre nella didattica che andrebbe radicalmente rinnovata, non cambia nulla, tanto meno viene riconosciuto ai docenti capaci e meritevoli, un adeguato sviluppo professionale e di carriera…

La scuola di oggi opera in un contesto che è investito in pieno dalle trasformazioni culturali di inizio millennio: postmodernità, complessità, mondo globale, società liquida, multiculturalità, rivoluzioni tecnologiche. Che fare? 

D. Di Pietrantonio, L’Arminuta

Dall’Abruzzo una scrittrice…

di Antonio Stanca

   Dall’Abruzzo viene Donatella Di Pietrantonio: ad Arsita, in provincia di Teramo, è nata nel 1963, a L’Aquila si è laureata in Odontoiatria, a Penne, in provincia di Pescara, risiede e lavora come dentista pediatrica. Qui si dedica pure alle attività di giornalista e scrittrice. Nella narrativa sarà il romanzo Mia madre è un fiume del 2011 a rappresentare il suo esordio, poi, nel 2013, verrà il secondo, Bella mia, chiaramente riferito alle conseguenze del terremoto del 2009, e nel 2017 pubblicherà L’Arminuta, terzo romanzo che ora ha avuto presso Einaudi la sua prima edizione nella serie “Super ET”. Con quest’opera la Di Pietrantonio ha vinto nel 2017 il Premio Campiello e il Premio Napoli. Nel 2019 ne è stato tratto uno spettacolo teatrale. Altri riconoscimenti ha avuto la scrittrice per le altre sue opere, anche tradotte in lingue straniere sono state e tutte ambientate in quell’Abruzzo che lei vive con l’amore per la sua terra d’origine, al quale si sente indissolubilmente legata. Dell’Abruzzo vuole dire, l’Abruzzo vuole mostrare la Di Pietrantonio, i luoghi, gli ambienti, gli usi, i costumi, la lingua di questa terra vuole far vedere, la testimone vuole essere di una storia, di una vita che è rimasta indietro nel tempo, che dimenticata è stata da quel processo che ha assunto il nome di modernità. Soprattutto le zone interne dell’Abruzzo hanno sofferto questo problema e lì è andata la scrittrice a scoprire come si vive, cosa succede, da lì ha tratto i motivi della sua scrittura, i temi della sofferenza, della pena, quelli che derivano dalla povertà, dalla privazione, dalla perdita. Anche ne L’Arminuta scrive di una famiglia povera, numerosa, che negli anni ‘70 vive lontana dal centro urbano, all’interno della sua regione, in montagna, e che ha affidato uno dei suoi figli, una piccola bambina, ad una famiglia agiata, quella di una cugina della madre che non ha figli e vive in città. Questo confronto tra la montagna e la città, tra l’interno e l’esterno dell’Abruzzo, tra la povertà e la ricchezza, percorrerà tutto il romanzo e prenderà maggiore evidenza quando la cugina deciderà di rimandare, di far tornare presso i genitori la piccola che le era stata affidata. Ora aveva tredici anni, l’aveva tenuta da quando era in fasce e madre era stata da lei creduta. Ritornata a casa, tra i veri genitori e i tanti fratelli, soffrirà della differenza tra i due ambienti, non si adatterà allo stato di miseria di quello attuale, vorrà rientrare nella condizione precedente ma non sarà possibile ché separata si era quella cugina dal marito, con un altro uomo si era messa, con questo aveva avuto un figlio e a lui doveva ora badare. Non poteva più essere la madre buona, la madre ricca di prima, non poteva più tenere in casa la ragazza e la situazione per questa diventerà drammatica. Sarà lei “l’arminuta”, la ritornata, e intorno a lei comincerà a crearsi una lunga, interminabile storia fatta di passato e di presente, di genitori creduti e di genitori veri, di fratelli e sorelle sconosciuti, di bene prima vissuto e di male ora sofferto. Saranno tante le situazioni nuove, impreviste che quella ragazza vivrà, tanti i pensieri che attraverseranno la sua mente, gli aspetti che la sua vita assumerà. Sempre incompiuta, però, rimarrà, mai le sarà possibile ordinarla, realizzarla. Mai potrà più stare nella città, nella casa, con la donna che voleva e che aveva creduto madre senza sapere di essere figlia di un’altra. Quella la potrà solo aiutare, sostenere economicamente mentre la vera madre non può fare neanche questo: la situazione che si è creata è la vicenda che la scrittrice fa scorrere nel romanzo e che rimane sospesa, priva di soluzione, che per tutti diventa amara.  

  Un dramma si è rivelata quella che era sembrata la semplice soluzione di un problema tra parenti che tanto si fidavano l’uno dell’altro. Un’opera di letteratura ha fatto la Di Pietrantonio di una storia della sua terra. A nudo ha messo l’interiorità di tante persone, tanti modi di pensare, di vivere ha fatto conoscere, un universo soprattutto femminile ha disvelato e sempre con la semplicità, la facilità propria della sua lingua. In avvenimenti naturali ha trasformato questa situazioni che si andavano sempre più complicando.

   E’ un altro merito della scrittrice!

Y. Reza, Bella figura

Yasmina Reza o dei tempi della rovina

di Antonio Stanca

Nel 2015 è stata scritta, nel 2017 è stata stampata in lingua francese, nello stesso anno è stata rappresentata, in lingua tedesca, alla Schaubühne di Berlino, nel 2019 è stata pubblicata in Italia da Adelphi con la traduzione di Donatella Punturo: s’intitola Bella figura ed è una commedia di Yasmina Reza, drammaturga e scrittrice francese.

E’ nata a Parigi nel 1959 da genitori di lontana origine ebrea, ha iniziato a lavorare in teatro come attrice, al 1983 risale la sua prima opera teatrale, Conversazioni dopo la sepoltura, al 1989 la seconda, Il passaggio dell’inverno. Premiati saranno questi lavori ma il successo vero e proprio, la notorietà in ambito internazionale verrà alla Reza da Arte, scritta nel 1994 erappresentata in molte lingue. Anche adattamenti televisivi hanno avuto le sue opere teatrali.

Nel 1997 ha cominciato con la narrativa. Primo romanzo è stato HammerKlavier, seguito da altri generalmente impegnati, come il suo teatro, a cogliere i problemi dei tempi moderni, a mostrare lo smarrimento, la confusione alla quale ha portato la perdita dei valori, dei principi della tradizione, la crisi di quella moralità, di quella spiritualità che erano state alla base della storia,dell’umanità.

Anche in Bella figura, breve commedia che riprende l’antica tradizione francese del “teatro dei boulevard”, del teatro di strada, della farsa comica e insieme grottesca, la Reza si sofferma a far capire quanti problemi si nascondono dietro le apparenze, dietro l’umorismo, la comicità dei cinque personaggi messi in scena, quante angosce, quanti drammi celano le loro intenzioni di fare “bella figura”, di apparire bene nonostante tutto.

  Boris e la bella Andrea sono gli amanti usciti una sera per cenare in un noto ristorante parigino, Éric e Françoise sono il figlio e la nuora di Yvonne e insieme a questa si sono recati in quel ristorante per festeggiare il compleanno della vecchia. S’incontreranno con gli amanti e con un certo disappunto per tutti dal momento che Françoise è amica di Patricia, la moglie di Boris. Su invito di Eric si fermeranno, tuttavia, a stare, a parlare insieme, a festeggiare insieme quella ricorrenza. Non sarà, però, una festa poiché dalle loro parole, dai loro discorsi, anche se soltanto accennati, non detti, sottintesi, dalle loro domande, dalle loro allusioni, dai loro sguardisi capirà la condizione, la situazione di ognuno, si scopriranno i problemi che lo assillano, il tormento che procurano alla sua anima, il disturbo alla sua salute. Nessuno è contento della propria vita, tutti vivono tra disagi anche se di diverso genere, ognuno ha avuto una propria ambizione, ha seguito una propria via ma nessuno è riuscito nei suoi intenti. Ora non c’è pensiero, discorso nel quale si possano incontrare, non c’è regola che possa valere. Sembra che abbiano esaurito ogni possibilità, che siano arrivati alla fine, che altro non serva, non valga.

   E’ questo il senso di rovina, tema tanto caro alla Rezadrammaturga e scrittrice, quello che la muove a rappresentare, a narrare la minaccia che incombe sulla moderna umanità al punto che è diventato impossibile salvarsi. Nessuno ci riuscirà. Nella commedia Andrea conquisterà tutti quella sera, piacerà anche ai tre che le erano completamente estranei, ma rimarrà a tormentarsi con Boris, non accetterà di essere accompagnata a casa da lui, la farà finita con lui e si proporrà di farlo con tutto quanto si era aspettata dalla vita. Sconfitta, sola, incompresa è rimasta. Di altro genere, economico, sono i problemi di Boris ma sono pur sempre problemi e purela sua, che oltre alla materia coinvolge anche lo spirito, è una fine. Per la vecchia Yvonne, per Françoise ed Éricsembrava diverso il destino ma venuti a contatto con Andrea e Boris si sono accorti di quanto pesa su di loro, di come anche la loro condizione sia grave. Per nessuno c’è scampo e i cinque sono trasformati dalla Reza nei simboli di quell’umanità moderna condannata, qualunque sia il suo aspetto, a soffrire perché privata di quanto voleva, ridotta ad elemento, a parte inanimata di quel complesso e inesorabile meccanismo che è diventata la vita d’oggi.