Archivi categoria: Recensioni

L. Slimani, Il diavolo è nei dettagli

Leïla Slimani, la scrittrice impegnata

di Antonio Stanca

Al 2016 risale il breve volume Il diavolo è nei dettagli, che quest’anno è stato ristampato da Rizzoli con la traduzione di Elena Cappellini. Lo ha scritto LeïlaSlimani, giornalista e scrittrice francese di origine marocchina. Nell’opera ha raccolto sei dei suoi tanti interventi sul settimanale francese “Le 1”, impegnato inquestioni di attualità, di politica, di società.

La Slimani è nata a Rabat, Marocco, nel 1981. Di famiglia colta, ha frequentato scuole francesi e a Parigi, dove si è trasferita nel 1999, ha studiato Scienze politiche e giornalismo. Ha iniziato a lavorare come giornalista e poi si è dedicata pure alla scrittura narrativa. Col suo secondo romanzo Ninna Nanna del 2016 ha vinto il Premio Goncourt. Altri premi ha vinto e molto tradotte sono le sue opere. Nel 2017 è stata nominata dal presidente francese Macron ambasciatrice internazionale per la francofonia. Anche racconti e saggi ha scritto nei quali, come nei romanzi, muove sempre da quanto accade, dalla realtà, da problemi di caratteresociale, da questioni morali, civili, religiose ancora irrisolte specie in paesi come il suo d’origine o altri dialtre aree sottosviluppate dove tanti sono ancora i vincoli, i limiti imposti al pensiero, all’azione dei cittadini. Per una vita nuova, diversa, liberata da imposizioni religiose, da divieti sociali, la Slimani era andata dal Marocco ed aveva fatto di Parigi la sua nuova residenza. Qui si era sentita rinnovata, rinata ma nonaveva smesso di dire, di scrivere dei problemi africani. Naturalmente anche di altri problemi, di altra attualità si sarebbe interessata come giornalista e come scrittrice dal momento che dalla realtà, vicina o lontana, privata opubblica, si è detto che trae origine la sua opera qualunque sia il genere.

La sua è una delle coscienze critiche del nostro tempo, una delle figure più impegnate nell’osservazione, nella valutazione di fenomeni, avvenimenti, problemi contemporanei, nelle riflessioni, nelle considerazioni che da essi provengono, nelle conclusioni, nelle indicazioni che si ricavano. Così succede pure in Il diavolo è nei dettagli, nei sei scritti che contiene e che fanno parte del giornalismo della Slimani. Vi scrive di sé e di altri, di Rabat e di Parigi, del Marocco e della Francia, dice che pericolosi sono i sistemi politici improntati a rendere ipopoli sudditi, a comandare, ad isolare, e utili quelli che perseguono la libertà, la collaborazione, la solidarietà. Si sofferma a segnalare il ruolo che la letteratura deve assumersi, il compito che deve svolgere. L’intellettuale, l’artista, per la Slimani, non deve rimanere estraneo a quanto succede nella vita, nel mondo, nella storia ma deve impegnarsi, intervenire. La sua voce, la sua parola, la sua scrittura, la sua opera deve contribuire alla soluzione dei problemi, a modificare il modo di pensare, di fare, a migliorare la vita. Nel libro si dice pure dei pericoli, dei danni che i moderni sistemi di vita comportano per quei principi, quei valori che per tanto tempo sono stati fondamentali. Nonostante tutto la maniera della Slimani rimane quella della fiducia, del coraggio non della rinuncia al confronto: non bisogna accettare l’idea che la volgarità dei costumi o il fanatismo religioso vinca sulla civiltà.

   Tanti sono i problemi che la modernità ha comportato, tanti gli aspetti che hanno assunto e tante volte è intervenuta la Slimani a chiarire, spiegare, cercare di risolvere. Esempi di tale suo costante impegno contiene questo libro. 

Un documento, un insegnamento, un invito, un consiglio può essere considerato!

J. Asher, Tredici

Asher tra i ragazzi d’oggi

di Antonio Stanca

   A Gennaio di quest’anno in Edizione Speciale Mondadori è uscito Tredici, romanzo d’esordio dello scrittore americano Jay Asher. La traduzione è di Lorenzo Borgotallo e Maria Carla Dallavalle. Asher lo scrisse nel 2007, quando aveva trentadue anni e ancora cercava, tramite studi universitari ed altro, un titolo, una qualifica, una professione. Era nato ad Arcadia, California, nel 1975 e diversi mestieri, tra i quali il commesso, il bibliotecario, il libraio, aveva svolto prima di dedicarsi esclusivamente alla scrittura. Romanzi per ragazzi, libri illustrati e romanzi umoristici avrebbe scritto. Tra i primi rientra Tredici, che ha avuto molti riconoscimenti. Da esso è stata tratta una serie televisiva per conto della Netflix. L’opera è diventata un bestseller internazionale, tanti, molti ragazzi si sono riconosciuti nei suoi personaggi, una testimonianza, un riflesso di quanto può avvenire oggi tra i più giovani ha rappresentato, un richiamo ha voluto essere, un appello, un avviso contro i pericoli che si possono verificare. Bene è riuscito lo scrittore in questi impegni, capace è stato di farli assolvere tutti dalla protagonista, Hannah Baker. E’ una ragazza che, venuta in città con i genitori, frequenta la prima classe di un liceo e si divide tra la casa, la scuola e le prime, appena nate, amicizie. Non ha fratelli, la famiglia si è sistemata in una casa nuova e i genitori hanno avviato un negozio di scarpe. Molto ci tengono all’educazione e alla formazione dell’unica figlia. Succederà, però, che questa, di carattere molto spontaneo, tanto da farla apparire a volte ingenua, si esponga a rischi, diventi vittima di inganni, raggiri combinati dai compagni di scuola e fatti passare per semplici scherzi o incidenti. Si prolungheranno, però, al punto da incidere su di lei, da preoccuparla, da renderla inquieta, carica di tensione, da farle avere paura. La situazione andrà avanti per molto tempo, non si limiterà all’ambiente scolastico ma riguarderà anche la casa di Hannah, la sua vita privata, i suoi rapporti, le sue frequentazioni. Diventerà un problema dal quale non riuscirà a liberarsi nonostante si sforzi di ridurre, di sottovalutare la gravità. In ogni luogo si sentirà priva di difese, perseguitata, suoi avversari saranno non solo ragazzi ma anche ragazze, i risultati a scuola peggioreranno sempre più. Giungerà a non sopportare quanto le sta accadendo, a sentirsi circondata, assalita, invasa, soffocata, penserà di togliersi la vita. Lo farà ma prima dichiarerà, registrerà su sette cassette tutto quanto le è successo in quel primo anno della nuova scuola, tutto ciò che di crudele, di feroce è stato ordito, tramato intorno a lei da compagni e compagne, come siano riusciti a guastare, rovinare la sua reputazione, ad esporla allo scherno, al dileggio anche in ambienti diversi da quello scolastico. Di quelle cassette “tredici” lati soltanto saranno occupati dalle sue dichiarazioni, saranno quelli che lei vorrà far ascoltare ai compagni ai quali le invierà prima di suicidarsi. Vorrà mettere qualcuno a conoscenza della verità, vorrà che almeno dopo la morte si sappia, si capisca il motivo della sua disperazione, del gesto che l’ha conclusa.

   Anche alcuni ragazzi destinatari delle cassette, del loro ascolto, si scopriranno colpevoli nei riguardi di Hannah, altri si ritroveranno tra quelli che, anche se inutilmente, avevano cercato di aiutarla, tutto si saprà: sembrerà di assistere ad una cospirazione, ad una congiura preparata ai danni di una ragazza giunta in un ambiente nuovo e diventata vittima delle manie, dei vizi, delle perversioni di questo mentre fiduciosa era stata, sicura di venire corrisposta da coetanei nei suoi semplici bisogni.

  Ad un dramma era andata incontro, ad una sciagura della quale nessuno dei colpevoli sarebbe stato punito. Alcuni non si sarebbero nemmeno accorti del male fatto se non avessero ascoltato quelle registrazioni, non avrebbero mai saputo che esistono sensibilità tali da portare a gesti estremi.

  Molto originale, unica l’opera dell’Asher: un confronto tra l’uno e i molti la percorre, un senso di perdita, di sconfitta la oscura, il senso della morte la finisce.

F. Dall’Ara, Mamma, usciamo?

Francesca Dall’Ara, illustrazioni di Giada Negri

Storia di un coronavirus

MAMMA, USCIAMO?

Un e-book gratuito per accompagnare i bambini nel graduale rientro

nella nuova quotidianità, che tanto spazio lascia alla responsabilità di ognuno

All’inizio della pandemia di Covid-19, Erickson, insieme alla Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, hanno rivolto l’attenzione ai genitori e ai loro bambini, per sostenerli nel difficile momento che stavano attraversando attraverso la pubblicazione e la diffusione gratuita dell’e-book Storia di un coronavirus.

Ora, appare altrettanto importante accompagnare i più piccoli in questo graduale rientro nella nuova quotidianità, in una fase che presenta nuove «sfide» per genitori e bambini, come la gestione dell’incertezza e la convivenza con la libertà.

Nasce così il sequel di Storia di un coronavirusMamma, usciamo?, scritto da Francesca Dall’Ara e illustrato da Giada Negri, scaricabile gratuitamente qui: https://form.jotform.com/201591364115348

Questa nuova storia narra entusiasmi, paure e dubbi di Margherita e dei suoi fratellini. Il racconto ha l’intento di spiegare ai bambini le ragioni delle misure di contenimento e distanziamento provando a delineare divieti e nuove opportunità, il tutto attraverso un linguaggio semplice e dando forte rilievo alle diverse sfumature emotive di ciascun personaggio.

Anche questo libro si rivolge a tutti i bambini, a partire dai 2 anni, e pone un’attenzione specifica a quelli con bisogni comunicativi complessi e disturbi del neurosviluppo, attraverso una versione adattata e tradotta in simboli CAA con gli strumenti della comunicazione aumentativa, secondo il modello inbook.

Una nuova idea, nata all’interno del gruppo di lavoro dell’Unità Operativa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, per trovare un modo concreto e immediatamente fruibile per aiutare i genitori ad affrontare questa nuova sfida al fianco dei loro piccoli.

In questa nuova fase «potrebbe non essere semplice convincere i bambini a rinunciare alle certezze e alle routine faticosamente reinventate e conquistate durante il lockdown, in favore di una normalità parziale, fatta di distanza e misure di protezione individuale. Potremo incontrare bambini entusiasti all’idea di uscire come altri che non ne hanno nessuna intenzione, bambini capaci di mantenere in modo esemplare le regole di igiene e distanziamento come altri trasgressivi e provocatori di fronte alle richieste dei genitori. Ecco perché appare fondamentale coinvolgere e spiegare ai bambini cosa sta succedendo e cosa succederà attraverso parole, tempi ma anche strumenti adatti a ciascuno, in base all’età e alla diversa capacità di comprendere, lasciando spazio alle loro domande curiose e alle loro incertezze» afferma Maria Antonella Costantino, neuropsichiatra e Direttrice dell’Unità Operativa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (UONPIA) Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano.

Francesca Dall’Ara è psicologa e psicoterapeuta. Lavora da molti anni nell’ambito della disabilità complessa all’interno dell’Unità Operativa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano.

Pagine: 51 pagine illustrate

Formato: e-book e in-book

Età: +2 anni

Disponibile gratuitamente qui: https://form.jotform.com/201591364115348

La didattica a distanza

L’emergenza Covid-19 ha costretto il mondo della scuola a ripensare alcuni suoi paradigmi per proiettarsi verso un futuro sempre più caratterizzato dalla didattica a distanza.

In questo momento storico bisogna trasformare le criticità del sistema in punti di forza e opportunità di crescita non solo per docenti, dirigenti e personale ATA, ma anche per gli studenti e le loro famiglie.

Per questo motivo la casa editrice EdiSES ha deciso di pubblicare un nuovo volume che riassume le esperienze virtuose e le best practices realizzate dalle scuole, con l’obiettivo di fornire uno strumento di lavoro che possa contribuire a migliorare la capacità organizzativa in tema di didattica a distanza.

Il testo analizza il ruolo del dirigente scolastico nell’implementazione della DaD, sintetizza le principali metodologie didattiche e passa in rassegna i principali strumenti per la didattica a distanza sincrona e asincrona, con esempi pratici di attività in diversi ambiti disciplinari (materie letterarie, matematiche, scientifiche).

L’Italia dei problemi

L’Italia dei problemi

di Antonio Stanca

   La rapidità, con la quale si propaga, spaventa, incute terrore, la facilità, con la quale assale, non permette nemmeno di rendersi conto, le vittime che miete possono essere di ogni età, di ogni luogo, le loro difese all’inizio erano minime, il nome è Coronavirus, un’epidemia che sembra aver riportato il mondo ai tempi delle pestilenze bibliche. Ma a differenza di allora il mondo moderno è altamente sviluppato, molto progredito ed è quasi impossibile pensare che si sia dovuto arrendere ad una malattia, che questa sia avanzata a passi così grandi. Si è trovato impreparato quel mondo, ha avuto bisogno di tempo per organizzare delle difese ed è riuscito, è riuscito a salvarsi dopo, però, aver perso tante vite. In alcune zone ancora difficile risulta contenere simile devastazione, ancora grave è il problema del contagio, dei luoghi, dei modi di cura, del personale addetto. Senza dire che dove la partita è “quasi vinta” sono rimaste le conseguenze dello stato di fermo, del blocco da essa comportato riguardo alle attività industriali, commerciali, artigianali ed altre. Gravi sono le conseguenze che attualmente si registrano in questo senso soprattutto in paesi come l’Italia dove già difficili erano le condizioni economiche. In questi paesi il Coronavirus ha comportato danni dei quali non si può prevedere la fine, è stato una rovina.

   Sembra, appunto, un racconto biblico, di quelli dove si dice di vicende paurose, avvenimenti catastrofici che si diffondono con facilità, non conoscono limiti, giungono ovunque, di quei racconti che comprendono il mondo intero anche se quello di adesso non è un racconto e l’umanità attuale è molto aumentata. Sono diventati tanti i popoli della terra, ognuno ha la sua vita, il suo sistema, le sue forze e nonostante tutto si è rivelato facile preda dell’epidemia, nessuno ha saputo sottrarsi.

   E’ partita probabilmente dalla Cina e ora sta infuriando in Russia, America, Sud America e altrove dopo averlo fatto in Europa. Si è trasformata in una pandemia, neanche del farmaco adatto a contenerla, del vaccino, sembra si possa ancora parlare con certezza. Anzi si dice di un ritorno del contagio in autunno: quando mai nella storia, remota e prossima, si è assistito ad una sciagura simile? Come mai un mondo così specializzato nelle sue funzioni quale il moderno ha dovuto cedere il passo ad una malattia? Quando mai ha trasferito ai privati cittadini le misure di sicurezza? E si è impegnato pure a controllare, tramite le forze dell’ordine, che fossero rispettate.       Spontanea sorge una domanda: perché non sempre? Se è possibile sorvegliare persone, strade, locali e tutto, perché non lo si fa sempre specie in paesi come l’Italia dove i pericoli comportati dal malcostume non finiscono mai? Il nostro è ormai uno Stato percorso da ogni genere di persone, uno Stato che permette di tutto, uno Stato dove neanche il Coronavirus ha fermato le trasgressioni, la violenza, la malavita. Stiano, dunque, perennemente quelle forze dell’ordine a vigilare se non più sul rispetto delle norme antivirus, sulla sicurezza dei cittadini.

A. Nothomb, Sete

La Nothomb scrive di Cristo

di Antonio Stanca

   Quest’anno, a febbraio, la casa editrice Voland di Roma ha pubblicato la prima edizione italiana del romanzo Sete di Amélie Nothomb. La traduzione è di Isabella Mattazzi. Scrittrice belga in lingua francese, la Nothomb vive tra Bruxelles e Parigi dopo essere stata per un certo tempo in Giappone. Qui è nata nel 1967, qui si trovava allora la famiglia a causa degli spostamenti richiesti dall’attività diplomatica del padre. A Bruxelles Amélie ha compiuto gli studi universitari, in questa città dopo molto tempo si sarebbe stabilita definitivamente la famiglia senza che Amélie rinunciasse a stare pure a Parigi.

   Al 1992, al romanzo Igiene dell’assassino, risale il suo esordio letterario e d’allora non si sarebbe più fermata, avrebbe sempre scritto. Di narrativa, teatro, poesia sarebbe stata autrice, molte traduzioni avrebbero avuto le sue opere, molte trasposizioni cinematografiche, molto premiate sarebbero state. Il romanzo Sete è il suo ventottesimo, lo ha scritto l’anno scorso e allora è risultato secondo al Prix Goncourt. Anche qui come in altri romanzi la Nothomb è insolita, particolare, presenta situazioni e personaggi fuori dal comune per poi ricondurli entro i termini della logica, della regola. E’ la sua maniera di procedere, generalmente volta a rappresentare quanto di strano, difficile, complicato sia oggi sopravvenuto nella vita, nella società, nei rapporti individuali, sociali senza, però, lasciare che si giunga alla fine, alla rovina poiché capace sempre è la sua scrittura di riprendersi, tornare all’ordine, contenere il disastro. Ogni volta, in ogni opera, si arriva al limite, si sfiora la tragedia ma si riesce sempre ad evitarla, a fare un passo indietro, a salvarsi.    Anche in Sete la situazione è nuova, è quella di Cristo che discute sulla sua figura, sulla sua funzione, sulla sua vita, sulla sua morte, su Dio che lo ha voluto, su tutto quanto ha fatto parte di lui, lo ha costituito. Nell’opera della Nothomb sono tanti i problemi che Cristo si pone da sembrare una persona comune, da assumere una dimensione, un’espressione, una condizione quotidiana. Le vicende che attraversa, i luoghi, le persone della sua vita sono quelle che i Vangeli hanno trasmesso ma questa volta sono state riportate ad una misura più ridotta, più familiare. Cristo discute di quanto gli succede, di quanto gli viene detto, sembra uno dei tanti non l’unico, il solo. Altre cose si aggiungono alla sua figura, di altri pensieri, di altre azioni lo si vede capace, ad un processo di umanizzazione sembra che la Nothomb lo abbia sottoposto: non diverso ma come gli altri è, come loro fa. E’ una novità che alla fine, però, cessa di essere tale poiché la situazione rientra tra quanto stabilito, tramandato dalla tradizione religiosa. Torna Cristo ad essere unico, ad essere Dio dopo aver pensato e agito come uomo, recupera la scrittrice quanto tralasciato, accetta le regole di sempre. Momentanea è stata la loro inosservanza ma non inutile poiché è riuscita a far pensare quanto attendibile possa ritenersi un Cristo diverso.

Anne Frank, una voce ancora attuale

Anne Frank, una voce ancora attuale

di Federica Pannocchia *

Il 12 giugno 2020 Anne Frank avrebbe compiuto 91 anni. Oggi, il suo Diario, è uno dei 10 libri più letti al mondo.

Anne Frank, nata a Francoforte sul Meno il 12 giugno 1929, è divenuta il simbolo dei bambini della Shoah. Dopo esser stata costretta a nascondersi con la sua famiglia e con altre due famiglie di ebrei nell’Alloggio Segreto ad Amsterdam, il 4 agosto1944 è stata scoperta, arrestata e infine deportata.

Destinazione? Il campo di transito di Westerbork. Successivamente il campo di sterminio nazista di Auschwitz- Birkenau e, infine, il campo di concentramento di Bergen – Belsen, dove Anne e sua sorella Margot sono morte di tifo.

Anne, però, desiderava continuare a vivere anche dopo la morte. E c’è riuscita proprio attraverso la pubblicazione del suo Diario, resa possibile il 25 giugno 1947 da suo padre Otto Frank, unico superstite della famiglia e unico Sopravvissuto degli otto clandestini nascosti nell’Alloggio Segreto.

Anne Frank era una ragazzina normale, speciale è stato il modo in cui ha vissuto.

La storia di Anne Frank, infatti, è un’unione perfetta fra Memoria e presente. Fra ieri e oggi. Fra testimonianze e silenzio. Fra dolore e speranza.

Anne non solo è il simbolo dei bambini vittime della Shoah ma è anche la voce di coloro che, nella nostra società, non ne hanno una. Persone emarginate, allontanate ed escluse.

Ultimamente tutto il mondo sta vivendo in una parentesi di incertezze dovute al Covid-19 e a tutte le sue conseguenze. Seppur con misure differenti e in un periodo storico diverso da quello in cui è cresciuta Anne Frank ognuno di noi ha sperimentato che cosa significa avere paura, non sapere che cosa succederà, essere privati della libertà. E per molte persone in questo periodo buio la figura di Anne Frank e le sue parole sono state un’àncora, un appiglio, un modo per riuscire a rimanere a galla.

La storia di Anne ci accompagna giorno dopo giorno e la sua voce rimane attuale.

Chi sono le Anne Frank moderne?

Anne si nasconde dentro tutti quei bambini che a scuola sono vittime di bullismo; dentro le ragazzine dei Paesi in via di sviluppo che non possono studiare solo perché femmine; dentro gli immigrati che sono costretti a lasciare il proprio Paese e la propria famiglia; dentro chi viene discriminato, allontanato, discriminato…

Anne è un incoraggiamento a dire no all’indifferenza e ad essere la differenza.

Personalmente, nel 2015 ho fondato l’Associazione di volontariato Un ponte per Anne Frank di cui con onore sono Presidente. Sono riuscita a costituirla con il pieno consenso di Buddy Elias, cugino di Anne Frank, e oggi lavoriamo a 360° con scuole, Comuni, Associazioni, Sopravvissuti al dramma della Shoah e con la Casa di Anne Frank di Amsterdam attraverso incontri, laboratori, progetti per bambini in difficoltà, mostre itineranti, Viaggi della Memoria… per raggiungere sempre più persone, per incoraggiare a sapere, a riflettere partendo dalla storia di Anne Frank per ricordare ogni singola vittima e imparare dagli errori del passato per costruire, oggi, una società migliore.

Durante il suo periodo di nascondiglio Anne Frank decise di scrivere sempre più nel suo Diario, per mettere su carta le proprie emozioni, per raccontare, far sapere, testimoniare. Anne decise di essere la voce nel silenzio volendo pubblicare i suoi scritti. E incoraggia ognuno di noi a farlo. Oggi anche attraverso altri mezzi di comunicazione che abbiamo.

Perché l’importante è far sentire la propria voce, esattamente come ha fatto Anne Frank.

Indipendentemente dalla nostra età, ci è possibile condividere i nostri pensieri, confrontarci, raccontare e non tapparci le orecchie, gli occhi e la bocca ma dire no a quello che pensiamo non essere giusto.

Perché Anne Frank si nasconde anche dentro ognuno di noi.

Proprio lei scriveva: “Che bello il fatto che nessuno debba aspettare un momento particolare per iniziare a migliorare il mondo.”

E con questo incoraggiamento vogliamo ricordare Anne Frank il giorno del suo 91° compleanno. Una ragazzina normale, che nonostante la paura, le brutture che la circondavano, la guerra e le deportazioni ha continuato fino alla fine ad avere fiducia.

“Vedo il sole anche quando piove” scriveva Anne Frank.

E che anche queste sue parole possano essere un modo per ricordare Anne Frank e per fare nostri i suoi valori.

Per essere noi stessi il cambiamento.

Per dire no a qualsiasi forma di discriminazione e indifferenza.

Per ricordare che ancora oggi vi sono atteggiamenti antisemitici, di razzismo, bullismo ed esclusione.

Che ancora oggi c’è chi ha bisogno di aiuto.

Un incoraggiamento a rispondere all’odio con l’amore. A tendere la mano, a regalare un sorriso, ad imparare a far sentire la nostra voce e ad ascoltare. A far vincere il rispetto, la pace, la gentilezza, la tolleranza, l’accoglienza e l’inclusione.

A vivere la vita.

Amandola follemente.

* Presidente dell’Associazione di volontariato
Un ponte per Anne Frank
www.unponteperannefrank.org
Scrittrice, attrice, sceneggiatrice

S. Naspini, I Cariolanti

Naspini sulla via del male…

di Antonio Stanca

A quarantaquattro anni Sacha Naspini ha scritto un buon numero di racconti e romanzi che hanno avuto traduzioni in molti paesi stranieri. Scrive pure per il cinema e collabora con le attività di alcune case editrici.

  E’ nato a Grosseto nel 1976 e a quando aveva trent’anni risalgono le sue prime prove narrative. Saranno caratterizzate, come le altre che verranno di seguito, da atmosfere cupe, situazioni violente, personaggi esasperati, parole crude, immagini raccapriccianti, da tutto quanto contribuisce a rendere drammatica, tragica una situazione, una vicenda, una storia. Stando a dichiarazioni dell’autore egli scriverebbe del male del mondo per mettere in evidenza quanto bisogno c’è di bene, direbbe dell’odio per far capire che serve l’amore.

La sua maniera ritorna nel romanzo I Cariolanti del 2009, che quest’anno è stato ristampato dalla E/O di Roma. L’opera finisce come inizia: si parte da quando Bastiano era un bambino che, durante la seconda guerra mondiale, viveva nascosto con i genitori in una buca scavata nel terreno tra i boschi della Marchigiana poiché il padre non aveva voluto partire per il fronte, e si giunge a quando Bastiano è diventato un uomo di cinquantacinque anni che, dopo tante, infinite peripezie,è tornato in quel posto, in quella buca a vivere come allora, tra ristrettezze e stenti di ogni genere, con i mezzi, i modi di allora, da primitivo.

  Della vita di Bastiano scrive, quindi, Naspini, nel romanzo, della serie di disavventure, di disgrazie che lo perseguiteranno ma anche di sue azioni cattive, malvagie. Queste sarebbero da attribuire ai suoi impulsi, propri di chi è nato e cresciuto a contatto con la natura,con gli animali, ad essi è finito per assomigliare, come essi è finito col fare. Spietato, feroce, crudele apparirà Bastiano in alcune sue azioni, in alcuni suoi comportamenti. E di questo Naspini comincerà a direquando farà uscire quella famiglia da quella buca,quando la mostrerà rientrata nella vicina loro vecchia casa, quando farà vedere come Bastiano, che adesso è un adolescente, si comporta con gli altri, con il mondo che si trova intorno. Qualunque esperienza abbia, quella dell’amore per la piccola Sara, del carcere per colpa del padre, della guerra partigiana che ha preferito al carcere, del lavoro nei campi dei tedeschi, del fuoriuscito, dello sbandato, di una sorella, sua gemella, ritrovata vedova e ricca della quale non aveva mai saputo e che i genitori avevano “venduto” a ricchi signori del posto a causa della loro miseria, dell’amore per la bella Rosa, che in casa della sorella lavora, ognuna di queste esperienzeandrà male e a volte sarà Bastiano a volerlo, sarà lui l’artefice del male, il colpevole.

  Sembrerebbe una maledizione, una sventura, ma nel libro si dice spesso che “lui è nato di traverso” e vive di traverso, sempre, cioè, dalla parte sbagliata, sempre privo di una regola, di una misura, di un ordine. Il male fa parte delle sue cose, rientra tra i suoi pensieri, le sue azioni senza che lo faccia soffrire, che gli procuri pentimento. Era nato, si era formato nel male e così sispiega quel che pensa, quel che fa. Si sente quasi chiamato a continuare una condizione che gli è propria.

Non è la prima volta che Naspini scrive di situazioni, di personaggi così inclini alla violenza, al terrore e non è la prima volta che dichiara di farlo per dimostrare quanto più del male sia preferibile il bene. Non si è ancoraaccorto che la via del bene non passa necessariamentedal male! Che può essere un’altra!

C. Ruta, I giorni della peste

Non allarmismo, ma messa in guardia: I giorni della peste, di Carlo Ruta

di Pino Blasone

Forse, ci si può chiedere perché mai uno storico si avventuri nell’impresa di una specie di diario contemporaneo, peraltro alquanto drammatico come lo stesso titolo denota. Una probabile risposta è che spesso si immagina la mente dello storico rivolta al passato. Al contrario e più di frequente, essa lo è al presente, qualche volta perfino al futuro, cercando nel passato ragioni e analogie utili a chiarire quel presente o a prevedere e prevenire quel futuro. Non sempre tuttavia la storia appare logica. Così, la mente storica è indotta a essere analogica. Le sue analogie possono consistere nel confrontare fra loro eventi del passato, per capirne meglio il significato o per conferire loro un senso il più possibile attendibile. L’analogia di fondo, tuttavia, resta quella col presente, anche quando non si pretende che gli avvenimenti trascorsi impartiscano una lezione, ma che almeno offrano un suggerimento. 

Tale è la «forma mentis» riflessiva, suppongo, che ha spinto Carlo Ruta a calarsi nel e a misurarsi col presente, con un orecchio pur sempre teso ai «richiami della storia», dicitura pure compresa nel sottotitolo. Ma veniamo al titolo, I giorni della peste. Essi sono innanzitutto quelli che ancora viviamo, laddove «peste» è colloquialmente intesa come pestilenza, epidemia, pandemia. Né l’avverbio «colloquialmente» è qui usato in maniera del tutto accidentale, poiché l’ideale di uno storico dovrebbe appunto essere un costante colloquio tra presente e passato. Quando l’ascolto della storia viene interrotto – e questa è una delle tesi del nostro –, allora il tempo stride e rischia di scivolare «fuori dei cardini», come nel famoso benché enigmatico modo di dire recitato dall’«Amleto» scespiriano. 

Una questione cruciale è quella della sospensione delle libertà costituzionali, durante l’emergenza determinata dalla diffusione epidemica del Coronavirus, premesso che il nostro migliore passato è rappresentato dalla Costituzione repubblicana e dall’assetto democratico che essa comporta. D’altro canto, se vi sono state spinte autoritarie in passato, è pur vero che sussistono tendenze tecnocratiche al presente, pronte ad approfittare della situazione per sperimentare forme di controllo sociale e politico impensabili appena qualche tempo fa. Ad esempio, la Costituzione Italiana, art. 16, prescrive: «Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente, in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza. Nessuna restrizione può essere determinata da ragioni politiche». 

Ora, è evidente, il realizzarsi di tali circostanze limitanti eccezionali e circoscritte può alimentare la tentazione di convertirle in un assetto politico stabile o a tempo indeterminato. Qual è il nostro grado medio di memoria e di accortezza collettive, affinché ciò non avvenga? Quali sono le garanzie e il potere effettivo, che operino in tal senso? È opportuno interrogarsi in merito, adottando tutte le precauzioni possibili che scongiurino un abuso prolungato ed estensivo di dette restrizioni, prima che possa essere troppo tardi. Paradossalmente, ciò può configurarsi come la trasformazione dello Stato liberale di diritto nel simulacro rassicurante ma ingannevole di uno paternalistico e iperprotettivo: uno Stato della Cura e Prevenzione, secondo quanto anche analizzato a suo tempo dal filosofo francese Michel Foucault. 

Non allarmismo, quindi, ma piuttosto messa in guardia. «Melius abundare quam deficere», avvertiva un noto proverbio latino. In effetti, in questo frangente e analoghi purtroppo l’esperienza storica insegna o suggerisce che gli avvertimenti non sono mai troppi. Dopotutto, le peggiori involuzioni autoritarie europee del Novecento sorsero proprio nel rispetto formale delle regole del gioco democratico, o come apparente sospensione temporanea delle stesse, durante periodi reali o presunti di emergenza nazionale di varia natura e determinata da diversi fattori, in uno scenario internazionale inerte o connivente. 

In un crescendo di ragionata preoccupazione, l’analisi critica di Ruta si articola per gradi temporali e datati, che sono altrettanti capitoli: dodici, più una breve introduzione e un prologo. Giova citare almeno da questo, intitolato La civiltà e il crepuscolo che avanza, se non altro perché esso è l’ultimo steso in ordine di tempo, riassumendo motivazioni e argomentazioni le quali informano i capitoli successivi. Peraltro, nei paragrafi iniziali, la visuale si allarga a un contesto, che è esplicitamente europeo e insieme implicitamente globale: 

 «Fino alla metà del febbraio 2020 tutto appariva normale, in Italia, in Europa, in altri continenti. L’infezione da Covid 19 sembrava una delle tante epidemie destinate a rimanere in larga misura mimetiche e territorializzate, controllabili senza impieghi straordinari di risorse. Già verso la fine di gennaio, quando la marcia di avvicinamento del virus verso l’Europa progrediva giorno dopo giorno, si avvertiva in realtà, in profondo, qualcosa di anomalo. Ma la prima reazione fu meno che blanda: di fatto inesistente. È mancata in realtà la capacità di un’analisi fredda di quanto stava avvenendo. 

Mentre l’infezione ghermiva l’Italia, che diventava il focolaio più propriamente pandemico mentre quello cinese veniva spento velocemente con un numero contenuto di morti, ogni paese, semplicemente, si è rinserrato nei propri confini. Si è annichilita ogni forma di solidarietà civile. L’Unione Europea ha toccato platealmente il fondo, al punto che ha dovuto ammetterlo, con le scuse ufficiali presentate agli italiani un mese e mezzo dopo, quando il Paese era nel pieno del disastro e l’intero continente era ormai infettato».

Carlo Ruta, I giorni della peste. Il presente tragico e i richiami della storia, Edizioni di Storia e Studi Sociali, 2020 ( edizionidistoria@gmail.com ).

S. Coluccelli, Il metodo Montessori nei contesti multiculturali

SONIA COLUCCELLI, IL METODO MONTESSORI NEI CONTESTI MULTICULTURALI

Esperienze e buone pratiche dalla scuola dell’infanzia all’età adulta

Può, oggi, una scuola montessoriana dare risposta a domande che non erano ancora state formulate all’epoca della pedagogista di Chiaravalle?

Quando Maria Montessori elaborava il proprio metodo, ancora non si poneva la questione dell’accoglienza e dell’istruzione dei bambini migranti.

Il metodo Montessori nei contesti multiculturali cerca di mettere il metodo Montessori in connessione con i temi della convivenza, del dialogo e della relazione tra esseri umani di differente provenienza e identità, applicandolo a diversi contesti: dal nido alla scuola primaria, passando per l’insegnamento dell’italiano come L2 per adulti con background linguistico anche molto distante, inclusi i casi di analfabetismo.

L’autrice, oltre a raccontare le esperienze concrete di insegnanti che hanno operato in contesti multiculturali (in Italia, ma anche in Africa), aiuta a comprendere i contorni del fenomeno riportando dati aggiornati sulla percentuale di studenti di origine straniera nelle nostre scuole, la loro provenienza, la previsione di successo e di abbandono scolastico.

«In un momento storico in cui siamo chiamati a costruire ponti, strade, barche, a tendere la mano a chi sta in cammino, questo libro ci mostra che il metodo Montessori è una delle migliori esperienze educative tra quelle che ci permettono di guardare agli altri e riconoscerli nostri fratelli, aiutandoli a crescere e imparare, perché siamo tutti allo stesso modo intelligenti, affascinati dal mondo, alla continua ricerca di significati, immersi nella speranza di amare e essere amati, conosciuti e riconosciuti. Perché siamo uomini e donne che vogliono vivere bene assieme.» scrive nella prefazione Andrea Lupi, segretario generale di Fondazione Montessori Italia.

Sonia Coluccelli, laureata in filosofia, dal 1994 è docente di scuola primaria. Dal 2013 è coordinatrice della Rete scuole Montessori dell’Alto Piemonte, formatrice e responsabile della formazione per Fondazione Montessori Italia. Per le Edizioni Erickson ha pubblicato Montessori incontra… Intrecci pedagogici tra scuola montessoriana e didattiche non tradizionali (2018), Il metodo Montessori oggi. Riflessioni e percorsi per la didattica e l’educazione (con S. Pietrantonio, 2017).Si occupa di ricerca educativa e di sostenere e supervisionare esperienze che promuovono un approccio dialogico che legga il pensiero montessoriano alla luce delle domande educative contemporanee e dei contributi di pedagogia e scuola attiva più recenti.

E. Ianniello, La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin

Ianniello tra fantasia e realtà

di Antonio Stanca

   Nato a Caserta nel 1970, Enrico Ianniello ha compiuto qui gli studi superiori e poi a Firenze ha frequentato la Bottega Teatrale di Vittorio Gassman. Si è formato per lo spettacolo e sue prime esperienze sono state quelle di traduttore, attore e regista teatrale. Attività che si sarebbero combinate con l’altra svolta presso la televisione nella serie Un passo dal cielo, dove ha interpretato il commissario Vincenzo Nappi. E’ il 2011, seguiranno altri lavori in televisione nonché al cinema. Verso lo spettacolo si è orientato Ianniello, lo ha preferito ad altri generi artistici e solo nel 2015, quando aveva quarantacinque anni, ha esordito nella narrativa col romanzo La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin. Altra scrittura sarebbe seguita ma in effetti solo un secondo romanzo, La compagnia delle illusioni, avrebbe acquistato evidenza. Del primo nel 2018 è comparsa, per conto della Feltrinelli, una terza edizione nella serie “Universale Economica”.

   E’ una scrittura quella dello Ianniello che risente della sua personalità piuttosto inquieta, dinamica, del suo pensiero sempre nuovo, sempre diverso, sempre difficile da fermare, stabilire, fissare. Anche il linguaggio riflette tale mobilità sia nell’esposizione sia nel lessico. Diverse sono le fonti dalle quali proviene compresa quella del dialetto casertano. Vero, autentico vuole riuscire lo scrittore nelle sue storie anche se la realtà, la verità non sono i loro unici contenuti poiché tanta invenzione, tanta fantasia comprendono come c’era da aspettarsi da un carattere così effervescente.

   Quando Ianniello comincia a scrivere è ormai un personaggio pubblico, è conosciuto per la sua maniera di produrre testi per il teatro, la televisione, il cinema. Lo scrittore non poteva non inserirsi in questo movimento, in questa dinamica e continuarla nelle sue stranezze, nelle sue contraddizioni, nelle sue invenzioni.

   La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin sarà un romanzo molto premiato. Contiene la storia di un ragazzo che, durante gli ultimi anni ’90, in un piccolo e povero paese dell’Irpinia è destinato fin dalla nascita ad esprimersi mediante il fischio, a fare di questo la sua voce, a crederlo una nuova lingua, a procurargli un vocabolario, il Fischiabolario. Isidoro pensa che avrebbero dovuto imparare a fischiare anche i suoi compaesani, che col fischio avrebbero potuto comunicare tra loro senza farsi capire dagli altri, così avrebbero preparato, loro poveri, quella rivoluzione contro i ricchi che da tempo perseguivano e della quale il padre di Isidoro, sindacalista, parlava al figlio. Una funzione non solo privata ma anche pubblica, un servizio non solo individuale ma anche sociale avrebbe dovuto svolgere il fischio secondo Isidoro. E tanto si eserciterà in esso da giungere a perdere la parola, da non saper più parlare ma solo fischiare. La sua diventerà una vita simile a quella degli uccelli, del merlo indiano che sempre è stato con lui, col quale sempre si è esercitato. Il suo sarà un caso eccezionale, se ne parlerà ovunque, diventerà famoso, un personaggio diventerà “quel ragazzo che fischia”. Darà prova della sua dote in pubblici spettacoli ed anche lontano dal suo paese.   

  Ma diventato adulto, morti i genitori nel terremoto dell’Irpinia, si accorgerà di come quell’impegno, che all’inizio gli era sembrato un privilegio, l’abbia privato delle tante altre cose della vita, di come lo abbia escluso dalle esperienze degli altri, dal loro contesto. Temerà di non potervi più entrare a far parte, soffrirà, ma quando tutto sembrava perduto, il bisogno, ormai insopprimibile, di una vita come quella di tutti, lo muoverà a stare tra questi, gli farà tornare la voce, incontrare la ragazza che aveva perduto. Aveva scoperto di poter vivere quando ormai non ci sperava più. Aveva trovato un lavoro, aveva formato una famiglia. Un uomo era diventato dopo che al genere animale aveva creduto di dover appartenere per sempre. Vivere voleva dopo che aveva sognato.

   Tra questi momenti della vita di Isidoro si muove la scrittura di Ianniello, tra l’età dell’evasione e quella dell’impegno.

   Ad una favola sembra di aver assistito a lettura finita, ad una favola tanto ben costruita da far apparire naturale anche la combinazione tra fantasia e realtà.

M. Corona, I misteri della montagna

Corona tra le sue montagne

di Antonio Stanca

  Anche personaggio televisivo è diventato da qualche tempo Mauro Corona, lo scrittore trentino che a settant’anni continua a vivere ad Erto (Pordenone) nella Valle del Vajont. In questi luoghi ha trascorso l’infanzia e l’adolescenza. Qui era venuto con la madre e l’altro fratello dopo che i genitori si erano separati. Qui si era formato quel suo carattere sempre rivolto a cercare la libertà, l’indipendenza, l’autonomia, a vederle identificate con gli elementi della natura ed a voler stabilire con questi un rapporto, un contatto continuo. Le montagne del Trentino, la loro esistenza, il loro isolamento, la loro imponenza, hanno rappresentato per Corona quel senso di libertà, d’indipendenza. Tra esse è vissuto. Del loro contatto si è nutrita la sua vita, si sono alimentati gli impulsi, gli istinti che sempre lo hanno contrassegnato. Sono stati quelli che gli hanno fatto abbandonare le aule scolastiche poiché limitato, contenuto vedeva da esse il suo bisogno di ampiezza, il suo desiderio d’infinito. 

   Aveva cominciato ad impegnarsi nella scultura, lo aveva fatto nella bottega del nonno, nei legni scolpiti aveva espresso le aspirazioni, le urgenze che lo agitavano. Nel 1975, a venticinque anni, aveva tenuto la prima mostra a Longarone. In quel periodo aveva pure compiuto le prime scalate: sia nell’opera sia nella vita voleva stare con quella natura, voleva avere quel rapporto che sentiva come la nota distintiva del suo carattere, il richiamo maggiore del suo spirito. Di esso avrebbe informato anche la sua opera narrativa, cominciata con favole e racconti e continuata con romanzi. Molti riconoscimenti gli hanno procurato questi. Sempre impegnati si sono mostrati a recuperare, tramite la rappresentazione di una vita improntata allo scambio, alla comunicazione con la natura, quei principi, quei valori che erano stati propri di quella vita, di quei tempi, di quando più della materia valeva lo spirito, più del corpo l’anima, più dell’azione il pensiero, più della realtà l’idea. Quell’epoca era finita, altra vita, altri tempi erano sopravvenuti e il disastro del 1963, quando era crollata la diga del Vajont, era stato per Corona il segno di quella fine. Era avvenuto dove lui cresceva e nella disgrazia aveva visto la fine dei tempi buoni e in questa quella della sua adolescenza. Di quei tempi, di quei luoghi, di quegli ambienti, dei loro modi, dei loro valori, dei loro principi aveva fatto il suo pensiero dominante, al loro recupero avrebbe proceduto una volta diventato adulto e scrittore. Non ci sarà romanzo che non sia interessato a questo problema, che non tenda a riprendere, ricostruire quanto è stato, quanto è finito, ad esprimere la nostalgia che per esso ha provato e prova Corona, il dolore che da quella perdita gli è derivato.

   Anche questa recente Edizione Speciale Mondadori de I misteri della montagna, un romanzo del 2015, offre la possibilità di constatare come lo scrittore abbia vissuto il problema fino ad età matura, come non se ne sia mai liberato. Anche quest’opera, che si compone di tre quaderni scritti in tempi precedenti la loro pubblicazione, procede al recupero del passato, dell’infanzia dei tre fratelli protagonisti, della vita loro e di altri trascorsa tra i monti, i boschi, le acque, gli animali, le luci, i colori, i suoni dei posti che erano stati del Corona. Uno dei fratelli, quello medio, morirà prematuramente ma sarà tramite il maggiore, il Cercatore, che Corona avvierà quell’operazione di scoperta, di rivelazione di quanto si cela tra le montagne, dei “misteri” che queste nascondono.

   Lo scrittore si trasferirà nella figura del Cercatore e ripercorrerà tutta la propria vita passata a contatto con la natura. La voce narrante sarà la sua, sarà quella che dirà di tante, tantissime cose, che svelerà gli infiniti segreti che fanno parte della storia delle montagne. Essi riguardano il passato e il presente, le persone e le cose, la vita e la morte, la gioia e il dolore, il bene e il male, l’anima e il corpo, la realtà e l’immaginazione: il loro è un tempo, un luogo infinito e infiniti sono gli aspetti che possono assumere, i modi attraverso i quali possono manifestarsi. Un universo senza limiti è quello contenuto dalle montagne e di esso, osserva Corona, ancora poco si è detto mentre di altri universi, quelli dei deserti, dei mari, dei ghiacciai, tanto si sa. Anche uno scopo d’informazione, d’istruzione si propongono, quindi, le sue opere, anche a salvaguardare quanto le montagne racchiudono esse tendono e lo vogliono fare prima che di quella vita scompaiano le tracce. Ad essere abbandonate o trasformate in impianti di diverso genere sembrano destinate. Anche un’esortazione vuol essere, pertanto, l’opera del Corona a scongiurare questo pericolo, a valutare l’importanza delle montagne, ad impedire la loro distruzione.

   Non si può negare quanto suggestiva, affascinante risulti la sua scrittura, come riesca essa ad attirare, coinvolgere il lettore, a fare della vita dei monti uno spettacolo al quale diventa difficile rinunciare.

M. Buccolo, L’educatore emozionale

Maria Buccolo
L’educatore emozionale. Percorsi di alfabetizzazione emotiva per tutta la vita
Franco Angeli, Milano, 2019,
pp 153

di Valerio Ferro Allodola

Cosa sono le emozioni e come possiamo gestirle è una delle domande più comuni che ognuno di noi si è posto nella propria vita.

La risposta a questo interrogativo, con teorie e metodi di lavoro pratico sono contenuti nel libro dove Maria Buccolo ci mostra come è possibile allenare le emozioni da 0 a 100 anni attraverso percorsi formativi per tutte le stagioni della vita.

Il libro parte proprio dalla constatazione di quanto sia ormai “esploso” il tema delle emozioni nelle nostre vite e si propone come una guida pratica  per saper individuare, riconoscere e dare un nome ai propri vissuti emotivi, nei contesti di vita sociali  e professionali.

Se ci fermiamo e riflettiamo pochi minuti, possiamo capire bene come tutto ciò che impariamo nella vita sia influenzato dalle nostre dinamiche emotive e come queste siano in grado di determinare il modo in cui costruiamo le nostre idee e quindi il nostro comportamento con gli altri nel quotidiano.

Quello che dobbiamo capire dalla lettura di questo libro, è proprio il fatto che l’Autrice ci consegna una visione innovativa delle emozioni, considerate come una risorsa che serve per conoscere, agire e progettare la vita di ogni giorno e lungo tutto il corso del tempo dall’infanzia alla senilità.

Molto utili sono gli strumenti e le schede di lavoro contenuti nel volume, così come i numerosi esempi di progetti sperimentati sul tema e organizzati per fasce d’età: le fiabe per l’alfabetizzazione emozionale dei bambini, il copione teatrale dello spettacolo di Pinocchio a scuola, la gestione delle emozioni nel mondo digitale per gli adolescenti, gli esercizi di training teatrale per allenare l’intelligenza emotiva, le metodologie in azienda legate alla valutazione dello stress lavoro correlato ed infine le attività rivolte allo sviluppo emotivo nella terza età.

Per poter applicare nella vita di tutti i giorni l’alfabetizzazione emotiva e la gestione delle emozioni   è fondamentale tenere presente il fatto che se noi non sappiamo conoscere noi stessi ed il nostro sentire, non saremo in grado di capire gli altri, proprio perché ci sganciamo da quello che più ci distingue dagli altri esseri viventi: le nostre emozioni e i nostri sentimenti.

Penso che questo, sia uno di quei volumi che ci chiariscono – definitivamente – perché le emozioni sono così importanti nelle nostre vite e come possiamo lavorare concretamente per costruire dei percorsi di crescita umana e professionale.

E’ uno di quei libri che possono aiutare ognuno di noi a migliorare i nostri vissuti emotivi, perché ci spinge alla riflessione, ci fornisce gli strumenti di lavoro con noi stessi e con gli altri, educandoci non solo a non “soffocare” mai delle nostre emozioni, ma soprattutto a riconoscerle e darle un nome per assaporare davvero il senso e il significato dell’essere umano. Siamo l’educatore emozionale di noi stessi!

Buon viaggio nel mondo delle emozioni e buona lettura!

C. Augias – G. Filoramo, Il grande romanzo dei Vangeli

Augias e Filoramo impegnati nei Vangeli

di Antonio Stanca

Il grande romanzo dei Vangeli è un’opera pubblicata da Einaudi nel 2019 ed ora comparsa in allegato a “la Repubblica”. Contiene una lunga, ampia conversazione avvenuta tra Corrado Augias, giornalista, scrittore e autore di programmi culturali per la televisione, e Giovanni Filoramo, professore emerito di Storia del Cristianesimo presso l’Università di Torino. Entrambi hanno scritto saggi importanti in ambito religioso e sociale. Tradotti in lingue straniere sono stati alcuni loro lavori. In quest’ultimo hanno avviato un discorso circa l’aspetto letterario, narrativo dei quattro Vangeli della tradizione religiosa cristiana. Un aspetto nuovo dell’opera hanno voluto esaminare, valutare. Hanno voluto andare oltre quanto dicono le parole e scoprire le persone che le pronunciano, le loro condizioni, la loro vita. Non tralasceranno, naturalmente, il carattere religioso, teologico di queste scritture ma non ne faranno il solo come sempre è avvenuto. Vorranno sapere, rappresentare la società, la storia che era di quella religione, che con quella religione si combinava. Un volto, un corpo, una voce, un’anima acquisteranno in tal modo figure, personaggi, dei quali tante volte si è sentito il nome ma che sono rimasti fissati in una funzione, in un ruolo unico, definitivo. Nell’opera dell’Augias e del Filoramo succederà, invece, che altri aspetti, altri modi assumano quei personaggi, che finiscano di essere statici e si svelino capaci di movimento, di altre identità, di altre azioni. Molto di più di quanto si è sempre saputo dei Vangeli si saprà leggendo il libro, molto più ricca sarà la conoscenza che di essi procureranno le sapienti domande dell’Augias e le ampie e documentate risposte del Filoramo. A persone vere, comprese quelle del Cristo, degli apostoli, di Maria, di Giuseppe, si assisterà, a persone del loro tempo. Un tempo nel quale Cristo era venuto ad interpretare quell’attesa di una vita nuova che tanto era sentita e diffusa, quel bisogno di un sistema diverso in un paese povero, lacerato, diviso tra il potere della vecchia religione e quello di Roma.

   Grazie a questo lavoro, all’impegno dei due autori la vicenda di Cristo e di quanto l’ha accompagnata cessano di essere avvenimenti di carattere solo ideale, religioso, divino ed assumono anche una dimensione reale, concreta, terrena. Dio e l’uomo scoprono di poter stare insieme, di potersi avviare insieme verso quella direzione di salvezza totale, di superamento del male, di vittoria sulla morte che i Vangeli perseguono.    Suggestiva, affascinante è la scoperta alla quale i due studiosi invitano ad assistere tramite la lettura della loro opera. Con essa hanno voluto rendere partecipi anche gli altri di quanto avevano appurato, la dimensione umana dei Vangeli. Non significa ridurre la loro importanza ma accrescerla poiché più vicini diventano, più facili, più comprensibili e più efficace la loro funzione di redenzione.

Wu Mimg, Cantalamappa

Anche il libro per bambini “Cantalamappa” del collettivo Wu Ming tra le risorse di “Leggere: forte!” 

Un viaggio intorno al mondo di Adele e Guido Cantalamappa, viaggiatori verso luoghi reali e inventati in un libro per bambini dove ogni capitolo (viaggio) lascia un messaggio: è la storia di “Cantalamappa. Atlante bizzarro di luoghi e storie curiose” (Electa Kids) scritto da Wu Ming e letto per l’occasione da Andrea Mancini, assegnatario di borsa di studio dell’Università di Perugia che fa parte del gruppo di lavoro del progetto “Leggere: forte! Ad alta voce fa crescere l’intelligenza”.

I due eccentrici signori hanno molto girato in gioventù raccogliendo nel loro grande album dei viaggi mappe, foto e tracce delle loro fantastiche avventure. Ogni capitolo è una loro impresa che raccontano sfogliando il grande libroni dei ricordi, in una narrazione che va bene per tutti, “dagli 8 ai 108 anni”, come dichiarano gli autori.

La scelta di questo testo si deve anche alla politica che il collettivo Wu Ming porta avanti fin dall’inizio della sua carriera letteraria, consentendo la riproduzione totale delle sue opere, con qualsiasi mezzo, purché senza scopi commerciali.

La video-storia è disponibile a partire sulla pagina Youtube della Regione Toscana al link https://www.youtube.com/playlist?list=PLW5kU–3bfh2VzNaWXvYk90WkoZp0naea

“Leggere: forte!” è un progetto pluriennale che si configura come una vera e propria “politica” educativa di Regione Toscana: ha l’obiettivo di introdurre, in alcuni anni, la lettura ad alta voce nell’intero sistema di educazione e istruzione regionale come una pratica routinaria e quotidiana. 

I bambini e ragazzi esposti intensivamente e regolarmente alla lettura ad alta voce di storie sviluppano in modo significativo alcune abilità cognitive, potenziano il vocabolario e la capacità di attenzione, sviluppano fantasia e creatività. 

La direzione scientifica del progetto è affidata a Federico Batini, docente di Pedagogia Sperimentale dell’Università degli studi di Perugia, che lo realizza insieme a un gruppo di ricercatori e borsisti che hanno affiancato sul campo, fino alla sospensione delle attività didattiche causa virus, educatori e docenti dal nido fino alla secondaria superiore nelle letture ad alta voce in classe. Il gruppo di ricerca ha inoltre iniziato una rilevazione ‘qualitativa’ e ‘quantitativa’ con l’obiettivo di “misurare” oggettivamente l’impatto delle letture ad alta voce praticate in classe ogni giorno, regolarmente e in modo intensivo.

Con la chiusura delle scuole il progetto si è ampliato rivolgendosi non più solo ai bambini e ragazzi toscani, ma a chiunque voglia beneficiare dello strumento della lettura ad alta voce. Sono stati resi disponibili nel canale Youtube di Regione Toscana (playlist “leggereforte”) oltre 100 titoli (in continuo aggiornamento) per le diverse età. 

“Leggere: forte!” è promosso da Regione Toscana insieme a Università degli studi di Perugia, Ufficio scolastico regionale per la Toscana, Indire (Istituto nazionale documentazione innovazione ricerca educativa), Cepell (Centro per il libro e la lettura del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo) e in collaborazione di LaAV Letture ad Alta Voce.

Tutto il materiale è disponibile su www.regione.toscana.it/leggereforte e www.unipg.it