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G. Cerini, Atlante delle riforme (im)possibili

Giancarlo Cerini, Atlante delle riforme (im)possibili, Tecnodid

Codice: 3260, ISBN: 9788867071067, Edizione: ottobre 2021, Pagine 384

“Atlante delle riforme (im)possibili” è l’ultimo lavoro di Giancarlo Cerini. Il volume viene pubblicato per volontà della famiglia di Giancarlo e con il contributo di alcuni amici che hanno condiviso con lui le gioie e le fatiche dell’essere costruttori e innovatori nella scuola italiana. 

È suddiviso in tre parti:

– 20 schede che rappresentano la sintesi dei temi più urgenti da affrontare oggi, in vista di un domani migliore, con gli obiettivi da perseguire e le risorse da impegnare; 
– alcuni commenti per ogni singola scheda che riconducono ai 20 temi scelti all’interno di una narrazione colta, logica e ben fondata;
– una serie di dati e documenti volti a dare concretezza alle proposte e a dimostrare che “migliorare si può e si deve”.

Il volume è dedicato a tutti coloro che si occupano di educazione delle giovani generazioni e soprattutto ai decisori politici che hanno la grande responsabilità di fare le scelte giuste.


Atlante delle riforme (im)possibili Presentazione del libro postumo

Incontro seminariale per ricordare Giancarlo Cerini

Napoli, 13 dicembre 2021, Aula magna Liceo Genovesi, ore 15,00-17,30

PROGRAMMA

APERTURA dei lavori ore 15,00

Vittorio DELLE DONNE, Dirigente Liceo Genovesi

SALUTI delle autorità 

Mia Filippone, Vice Sindaca Comune di Napoli con delega all’Istruzione

UN RICORDO degli amici di Giancarlo ore 15,20

Sergio AURIEMMA

Domenico CICCONE

Paola DI NATALE

Guglielmo RISPOLI

Rosa SECCIA

Maria Teresa STANCARONE

Rosa STORNAIUOLO

UNA TESTIMONIANZA ore 16,20

Marco ROSSI DORIA, Presidente “Con i bambini”

UN MESSAGGIO: Atlante delle riforme (impossibili) ore 16,50

Loretta Lega

Mariella Spinosi

ANDIAMO AVANTI NOI CHE CI CREDIAMO ore 17,30

Antonio Crusco

All’evento è stato invitato anche il Sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi


La ballata popolare di Giancarlo, 9 novembre, Forlì

Grassi, Maritati e Mastroleo, I Costituenti di Puglia (1946–1948)

I Costituenti pugliesi alle origini della democrazia: un percorso di educazione civica

di Carlo De Nitti

“Solo chi è padrone del passato è padrone del futuro”
(G. Orwell, 1984
)

Sicuramente encomiabile è l’iniziativa assunta dalla Presidenza del Consiglio Regionale della Puglia di pubblicare il volume I Costituenti di Puglia (1946–1948) al fine di far conoscere alle giovani generazioni un momento importante della storia della nostra terra.

Questo volume, nato da un’idea di Gero Grassi, che ha coinvolto anche Alberto Maritati e Gianvito Mastroleo quali autori di una pubblicazione che dovrebbe essere attentamente studiata nelle scuole di ogni ordine e grado in un momento, qual è il presente, in cui è stata inserita, con la Legge 92 del 20 agosto 2019, in rinnovata veste, l’educazione civica (per inciso, fu introdotta per la prima volta nella scuola dall’allora Ministro della P.I., on. Aldo Moro, nel 1958).

Giova ricordare che l’educazione civica è, appunto, l’educazione del cittadino: ii giovani non possono essere cittadini partecipi del presente e del futuro senza la conoscenza approfondita delle proprie radici storiche. Un esempio? La Didattica a Distanza (con il suo famigerato acronimo  DaD), cui la scuola è stata costretta dall’emergenza sanitaria causata dalla pandemia, l’aveva inventata Aldo Moro, quando, con un’intesa tra il Ministero della Pubblica Istruzione (che reggeva) e la Rai, nacque il programma del Maestro Alberto Manzi, Non è mai troppo tardi, che ha consentito a milioni di italiani di uscire dallo stato di minorità cui li costringeva l’analfabetismo e di conseguire la licenza elementare (cfr. p. 142).

Come scrive Gero Grassi, già autore del progetto regionale “Moro vive” realizzato nelle scuole, “diversi dirigenti e docenti giustamente sottolineano che i 31 pugliesi presenti alla Costituente sono ormai ignoti non solo agli studenti ma anche a loro stessi e ai pugliesi in generale” (p. 13).
Gero Grassi ha interagito per la realizzazione di questo volume con due personalità quali Alberto Maritati e Gianvito Mastroleo: “è un piacere ed un onore per me collaborare con due persone che hanno un’impostazione politico-culturale diversa dalla mia. Questo arricchisce Il libro e dà anima e corpo alle tradizioni politiche che hanno partorito la Costituzione: la democristiana, la comunista e la socialista. Parliamo di partiti oggi ormai scomparsi la cui storia nessuno potrà mai cancellare. Partiti che avevano una storia ed una prospettiva. Partiti identitari e di massa con sezioni, iscritti, organizzazione, bandiere, idee. Non partiti virtuali” (p. 14).

Obiettivi dichiarati ed ampiamente centrati, del volume – scrive Gero Grassi – sono quelli di far “conoscere la Storia ed il pensiero dei Costituenti pugliesi” e “fornire a tantissimi docenti uno strumento agile sulla nascita della Repubblica” (p. 14).  

I tre Autori di questo volume sono uomini di preclara fama per dover essere presentati diffusamente in queste righe: il cursus honorum pubblico di ciascuno di loro al servizio dei cittadini pugliesi è ampiamente noto a chi dedicherà a (e far) leggere ed a (far) studiare questo volume che ha visto la luce a Lecce, per i tipi della casa editrice Milella, nella Linea editoriale “Leggi la Puglia” della Presidenza del Consiglio Regionale Pugliese.

I profili – le storie di vita – dei trentuno costituenti pugliesi e dell’unica donna pugliese eletta nella circoscrizione camerale Napoli – Caserta sono un contributo tanto notevole quanto efficace ad una didattica del ‘900 pugliese sia negli istituti del primo ciclo quanto in quelli del secondo. Interessante è anche la ricostruzione, di certo non esaustiva, ma sicuramente efficace di quel periodo decisivo della storia italiana che va dal 25 luglio 1943, il momento in cui cade il fascismo e Mussolini viene arrestato, al 1 gennaio 1948, allorquando entra in vigore della costituzione repubblicana, firmata qualche giorno prima dal Capo provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola (1877 – 1959) dal Presidente dell’Assemblea Costituente, Umberto Terracini (1895 – 1983),  e dal Capo del Governo Alcide De Gasperi (1881 – 1954) (pp. 17 – 33).  

Ad un vecchio uomo di scuola, com’è chi scrive queste righe, preme sottolineare la valenza profondamente didattica ed educativa del volume pubblicato dalla Presidenza del Consiglio  Regionale della Puglia. Circa venti anni fa, un professore di lettere, giunto da poco in una scuola media – a quel tempo, si chiamava così l’attuale scuola secondaria di primo grado – del quartiere murattiano di Bari, allora ben governata da un’eccellente dirigente scolastica attualmente in quiescenza, realizzò un laboratorio pluridisciplinare curricolare di storia ed educazione civica intitolato “Leggiamo la Costituzione? Studi storico-civici” (si veda, al riguardo, “Scuola e didattica”, XLVIII, 2003, 15, pp. 89-90).

Esso coinvolse i docenti di educazione artistica, di matematica e di informatica, mettendo capo ad un opuscolo realizzato dai discenti tredici/quattordicenni di una classe terza.
In quel remoto laboratorio, furono tematizzati gli argomenti di storia: la caduta del fascismo, la Resistenza, la liberazione dal nazifascismo, l’elezione dell’Assemblea Costituente, la proclamazione della Repubblica; studiata la storia della Costituente con la Commissione dei 75; rilevato il ruolo delle donne elette nell’Assemblea stessa e presi in esame gli eletti in Puglia alla Costituente medesima. L’elezione dell’Assemblea Costituente, il Referendum istituzionale e la conseguente nascita della Repubblica furono avvicinati dai discenti attraverso le prime pagine del quotidiano barese “La Gazzetta del Mezzogiorno”, allora diretto da Luigi de Secly (1897 – 1970).

Avvicinarsi a questo libro è stato, per chi scrive, un felice rammemorare quel lontano laboratorio ed i suoi protagonisti – gli alunni, ormai uomini e donne, cittadini pleno iure, ed i colleghi, tutti in quiescenza – ed il dono della consapevolezza che, in quella circostanza, non aveva sbagliato strategia.

Conoscere la storia della propria regione e contestualizzarla in quella italiana, europea e mondiale è un obiettivo da tenere sempre presente allora quando ci si accinge ad insegnare storia. Conoscere il proprio passato é la migliore garanzia per la comprensione critica del presente e la progettazione responsabile del futuro, personale e sociale. Le esperienze ed i valori trasmessi con questo volume non sono né obsoleti né passati di moda e la Costituzione è la prova che uomini e donne di diversa estrazione politico-culturale, possono/devono lavorare insieme per il bene dei cittadini, anche senza pensarla allo stesso modo. La politica si nutre e si deve nutrire del rapporto dialettico tra i protagonisti: ove questo non esistesse, si arriverebbe alla all’omologazione del pensiero all’uniformizzazione delle coscienze: due fenomeni che porrebbero il Paese al di fuori della dialettica democratica, quella fondata sulla Costituzione repubblicana, democratica ed antifascista.

Gero Grassi, Alberto Maritati e Gianvito Mastroleo, in solido, ci conducono magistralmente, attraverso le pagine del volume, a scoprire o ri-scoprire le storie di uomini – famosi o dimenticati che siano ora, dopo oltre settanta anni – che hanno animato la Puglia, rendendola protagonista e destinataria delle loro battaglie politiche.

Particolarmente evocative sono le pagine dedicate – con affetto filiale – da Gero Grassi alla personalità di Aldo Moro (pp. 127 – 145) ed alla sua vita così densa ed intensa: dalla nativa Maglie al martirio nei cinquantacinque giorni più drammatici della Repubblica Italiana. Chi scrive li ha vissuti da diciassettenne, che ha conseguito il suo diploma di maturità nella sessione del 1978, due mesi dopo l’uccisione di Aldo Moro.

Tutto da leggere e da meditare il discorso, integralmente riportato (pp. 133 – 143), tenuto dal trentenne Moro nell’Aula durante la seduta del 13 marzo 1947: “poesia democratica”, lo definisce Grassi.

Questo libro è sommamente fruibile dai discenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado in quanto consente ai docenti di fare ricerca e di lavorare su argomenti fondamentali per la nostra convivenza civile.

La tradizionale storia “nazionale” /  “europea” (italo/eurocentrica, quella dei libri scolastici di storia, per intendersi facilmente) può essere arricchita ed inverata da quella “locale”: parafrasando Immanuel Kant (1724 – 1804), la prima senza la seconda rischia di essere vuota, la seconda senza la prima rischia di essere cieca. 

V. Carnimeo, L’amore al tempo della pandemia

Vito Carnimeo, L’amore al tempo della pandemia, WIP

Nina e Matteo: un amore tra pandemia e “necessità”

di Carlo De Nitti

Riecheggia il mitico Gabriel Garcia Maquez il titolo di questo interessante romanzo di Vito Carnimeo, L’amore al tempo della pandemia, pubblicato pochi mesi or sono, nella propria collana “I Tulipani”, dalla casa editrice WIP, ma è opera assolutamente originale quella dovuta alla penna del manager barese.

La pandemia ha rivoluzionato le vite di tutti: Nina, la protagonista, Matteo, il co-protagonista, ma anche Sergio, l’antagonista/deuteragonista vivono durante la (ed a causa della) pandemia un momento topico delle loro vite.

E’ un romanzo di formazione quello che Vito Carnimeo ci regala nel corso dei trenta capitoli del suo libro: non scontato, non banale, intenso. Almeno così lo percepisce un lettore “semplice”, quale ritiene di essere chi scrive queste righe di recensione.

Molti sono gli spunti di riflessione che questo romanzo offre, a partire dalla condizione femminile nell’Italia di oggi: la poliedricità dell’essere donna e dell’essere uomo, la parità dei diritti e dei doveri, l’indipendenza economica, il (tentato) femminicidio, l’immagine della donna – sempre colpevolizzata – sulla stampa e sui media.

Nina, il nome della protagonista, è una donna di 35 anni. che vive a Milano, ma calabrese di nascita, sposata, con un passato da impiegata ed un presente di vita borghese, con un marito manager in ascesa. Vito Carnimeo inizia la sua storia in medias res: Nina litiga furiosamente con Sergio, il marito, a causa della relazione con un’amante, Stella (la gattamorta, come l’appella Nina), che ha messo incinta, venendo da lui estromessa dalla casa coniugale di sua esclusiva proprietà.

Sola e senza alcun aiuto, pensa di rivolgersi alle sue più care amiche, di origine pugliese, Carmen e Assunta, per essere ospitata da loro, una testimonianza di solidarietà femminile. Purtroppo nessuna delle due può aiutarla: una a causa del marito, l’altra dei cani. Che la solidarietà femminile sia solo una leggenda?

Scorrendo sul display del telefonino, Nina nota il numero di Informatico pazzo: lui l’avrebbe certamente ospitata, in zona Lorenteggio. Informatico pazzo è Matteo – un informatico atipico, essendo laureato in lettere – un ex collega di lavoro, coetaneo, con cui circa un anno prima, nel 2019, Nina aveva avuto una breve relazione sentimentale.

Delineato il quadro iniziale con l’arrivo di Nina a casa di Matteo, Carnimeo ci conduce alla scoperta dei due personaggi attraverso un “gioco della verità” che consente ai due protagonisti di scavare nel proprio passato e di condividerlo con l’altro/a: dall’infanzia calabrese di lei e quella pavese di lui ai rapporti con i rispettivi padri; dal mondo “mitico” dei nonni contadini alle esperienze adolescenziali e giovanili con fratelli ed amici.

Nei giorni duri del lockdown dell’inverno/primavera 2020/21, vivendo gomito a gomito nello stesso appartamento, Nina e Matteo sviluppano una forte amicizia amorosa, una forma “addomesticamento”: è proprio Nina a citare Le petit prince di Antoine de Saint Exupery (pp. 96-97). 


Piano piano la loro storia nasce e cresce in modo spontaneo e naturale, coronata da una gravidanza, tanto gradita quanto imprevista, ritenendosi Nina sterile. Parallelamente Sergio, chiusa la sua storia con Stella che, invece, aveva iniziato a portare avanti una gravidanza isterica, vuole riprendersi sua moglie o, più probabilmente, impedirle altre storie, contattandola mediante le sue amiche.


Tanti e profondi i dubbi di Nina sulla sua relazione con Matteo e sul suo futuro: l’epilogo non è prevedibile da parte del lettore (né qui viene svelato). Esso è la testimonianza del percorso di formazione e di crescita che la protagonista ha vissuto nel romanzo, anche se va a finire sui giornali come fatto di cronaca, ampiamente travisato.


L’amore al tempo della pandemia, opera prima di Vito Carnimeo, si fa leggere con tanta passione per una storia che sicuramente molto oggi insegna. Lo stile di scrittura fa vivere i personaggi e la storia in modo immediato; fluente è il ritmo della narrazione della vita dei protagonisti, realizzato con un lessico sempre appropriato.

I loro flashback sulle vite passate sono il modo per spiegare i loro comportamenti nel presente, ma anche il modo per entrare ognuno nella vita dell’altro, empaticamente: Nina entra nella vita di Matteo senza bussare” perché le ha “già aperto” e Matteo entra nel cuore di Nina “senza bussare” perché lei gli ha “già aperto”. Il loro appare – al lettore “semplice” con reminiscenze sartriane, già presenti nel titolo di questa recensione – un “amore necessario”, non causato alle mere contingenze, né scalfito da esse.

Il “messaggio” del volume è proprio nel distico finale, tratto dalla poetessa polacca Wislawa Szymborska (1923 – 2012) riportato al centro di una pagina bianca: “Morire quanto necessario, senza eccedere. Rinascere quanto occorre da ciò che si è salvato”. Forse.

G. Durrell, L’isola degli animali

Gerald Durrell, L’isola degli animali, Neri Pozza

di Mario Coviello

Se ho la possibilità di entrare in una libreria non riesco a resistere e la settimana scorsa a Potenza mi ha affascinato la copertina del romanzo “ L’isola degli animali” di Gerald Durrell. Ho preso in mano il libro, agile nel suo formato, e ho cominciato a leggere le note di introduzione che parlano del giovane Gerry, un ragazzo di dieci anni e della sua passione per gli animali e della sua isola Corfù. Qui cresce, immediatamente prima della seconda guerra mondiale, con la sua famiglia inglese fino alle midolla. Approfitto dello sconto e con solo 10 euro lo compro e appena posso inizio a leggerlo.

Solo nel primo capitolo del libro siamo a Londra alle prese con sedute spiritiche perché Margo, la sorella di Gerry, vuole dimagrire e far scomparire l’acne dalla sua faccia rubiconda. Il resto del libro, 281 pagine di piacevolissima lettura, ci porta nell’isola greca di Corfù, tra i suoi ulivi, vigneti, spiagge dorate e soprattutto animali, tanti animali, piccoli e grandi, simpatici, attraenti, impegnativi. Sì perché Gerry, suscitando l’ira furibonda dei fratelli più grandi Leslie,patito per le armi da caccia, e Larry, fratello maggiore e futuro scrittore, portando in casa barbagianni,rospi, ricci,vermi, insetti, pesci…e li alleva con passione, fatica, dedizione.

Gerry è un ragazzino che, coperto di polvere e sudore, trascinandosi appresso una piccola squadra di cani ed una gran quantità di barattoli, si aggira per le stradine sterrate, sotto il sole, scivolando sotto l’ombra acquosa degli ulivi, osserva e racconta con stupore tutte le meraviglie che la natura gli srotola davanti, stagione dopo stagione.

In queste settimane nelle quali siamo chiamati ad occuparci della salvezza del nostro pianeta che si avvia verso la catastrofe se gli stati non si accorderanno per fermare l’inquinamento e tutti dobbiamo fare la nostra parte, leggere e far leggere ai più piccoli e ai ragazzi “ L’isola degli animali” può aiutarci a comprendere meglio il fascino e la bellezza della natura e degli animali che la popolano. A partire da Roger, il cane fedele compagno d’avventure di Gerry, per non parlare di Sally, l’asinella ardentemente desiderata, regalo meraviglioso per il suo compleanno, e del gufo Ulisse che tutte le sere torna a casa per cena. E poi calabroni, cavallucci marini,stelle di mare, conchiglie e sassi il cui canto si può ascoltare quando siamo immersi nell’acqua calda del mare di Corfù in un primo pomeriggio assolato.

L’istruzione di Gerry sull’isola è curata da precettori non sempre all’altezza, ma il ragazzo ha la fortuna di conoscere il dottor Stephanides, un medico e scienziato che lo prende a cuore e lo guida ad un apprendimento più sistematico della zoologia.

Durrell ci consente di entrare in punta di piedi nelle usanze corfiote, assistendo ad un matrimonio e a un parto. Sorridiamo con i tanti, piccoli equivoci che l’impaziente “fame di natura” di Gerry finiscono per suscitare, creando spesso attriti specialmente con il pungente Larry, fratello maggiore nonchè letterato, con la bizzarra tendenza ad invitare alla villa gli ospiti più improbabili : capitani di lungo corso, amanti del vino e della musica, davanti allo sguardo paziente seppur esasperato della mamma.

“Lo spirito con cui accostarsi a Durrell non è quello di una lettura che colpisca, o che sorprenda, o che smuova cose. E’ piuttosto l’atteggiamento di un viaggiatore lento, uno che voglia semplicemente essere trasportato, indugiare, osservare, annusare, assaporare. Un libro pieno zeppo di profumi, sapori, suoni, capace di strappare al presente il lettore che voglia lasciarsi andare, immergendolo in un mondo quieto, sonnolento, fatto di stagioni che si susseguono ciclicamente scandite dai ritmi di fioritura della natura. Un mondo di api che ronzano, di pioggia che scroscia rumorosa, di gufi che solcano l’aria imbronciati, trasportati da ali silenziose, di orribili e fameliche creature acquatiche osservate con stupore attraverso un vetro, di acquitrini affollati di vita e silenziosi uliveti addormentati nella calura pomeridiana.”

N. D’Onghia, Siamo relazione

Nicola D’Onghia, Siamo relazione. Neuroscienze e Teologia: un incontro possibile, Cittadella, 2020

LA RELAZIONE: L’ONTOLOGIA COSTITUTIVA DELL’ESSERE DELL’UOMO

di CARLO DE NITTI

Il rapporto tra l’anima ed il corpo (cartesianamente res cogitans e res extensa) scienza/ragione e la fede/teologia, tra il “materiale” e l’”immateriale”, è antichissimo, rimonta al mondo classico (Platone docet), attraversando tutta la storia della filosofia fino ai giorni nostri. Nel XXI secolo, la nuova frontiera di questo rapporto è collocata tra le neuroscienze e la filosofia/teologia, che non sono due mondi irrelati, ma scienze che insistono sul medesimo argomento l’uomo e la sua vita.

Di questo si occupa l’ultimo lavoro bibliografico di Nicola D’Onghia, Siamo relazioni. Neuroscienze e Teologia: un incontro possibile, edito da Cittadella nel dicembre 2020, non a caso prefato da Francesco Bellino, bioeticista, che è stato, nell’Università degli Studi di Bari, il Direttore del primo corso post lauream in Bioetica organizzato in un’università pubblica italiana (di cui chi scrive ha avuto l’onore di essere allievo), nonchè fondatore dell’omonimo Dipartimento universitario, nel lontano anno accademico 1987-88. <<Le neuroscienze costringono a ripensare le nozioni di coscienza, libero arbitrio, persona, felicità, male>> (p. 5).

Di questo è tanto altro occupa il volume di Nicola D’Onghia, sacerdote diocesano, direttore e docente dell’Istituto di Scienze Religiose Metropolitano “San Sabino” di Bari e docente dell’Istituto Teologico “Santa Fara” di Bari, che ha al suo attivo già altre monografie sull’argomento, sviluppate negli ultimi dieci anni, Il concetto di anima tra neuroscienze e teologia (2011) e Neuroscienze ed interconnessione dei saperi. La persona relazione di anima e corpo (2015).

La relazione come realtà ontologicamente costitutiva dell’essere dell’uomo è sottolineata dal predicato nominale che dà il titolo al volume: il predicato nominale “siamo relazione” è un unicum con il soggetto sottinteso “noi”. Non già, quindi, un “io” ma un “io”, un “tu” ed un “voi” che, insieme, costituiscono un “noi”.

La relazionalità, come dimensione originaria dell’essere umano, è un concetto acquisito sin dall’aristotelico “animale politico” e che corre lungo tutta la storia del pensiero occidentale, anche nel pensiero “laico”: basti pensare, nel Novecento, anche limitandosi all’ Italia, all’evoluzione del pensiero di Enzo Paci (1911 – 1976) o alle argomentazioni sull’originarietà della relazione nell’ambito della comunità umana di Giuseppe Semerari (1922 – 1996).

A chi scrive – antico studente barese, ma anche “lettore semplice” dei due autori testé citati, – pare che l’interessante volume di Nicola D’Onghia apra al lettore una diversa prospettiva nel medesimo campo di ricerca: la prospettiva di chi considera che l’altro da sé è soprattutto l’Altro da cui tutto trae origine.

L’essenza dell’essere umano è la relazionalità con gli altri e con l’Altro: egli nasce ‘plurale’. L’io con la sua onnipotenza ha messo in crisi le istituzioni sociali plurali – la famiglia, i sindacati, i partiti politici  – e, quindi, l’intera società, nonché creato la massima disparità tra ricchi e poveri sull’intero pianeta, mettendo in crisi l’humanitas come finora è stata conosciuta e praticata.

Il denso volume qui recensito si articola in un’Introduzione (pp. 9 – 15), una Premessa (pp. 17 – 25), quattro capitoli – Il sistema nervoso centrale un network di network (pp. 27 pip – 42), La persona tra dualismo, monismo e complessità (pp. 43 – 70), Un’identità complessa (pp. 71 – 84), Neuroscienze e teologia: un incontro possibile (pp. 82 – 162) – una Conclusione (pp. 163 – 166) ed è corredato da un’amplissima bibliografia (pp. 167 – 181). Il fulcro dell’argomentazione dell’Autore è collocato, com’è di tutta evidenza, nel capitolo quarto che, non casualmente, fornisce il titolo all’intero volume.

Nel nostro tempo, rapidamente trasformatosi in “postmoderno” (Jean – François Lyotard, 1924 – 1998) prima, e “complesso” poi (Edgar Morin, 1921) ed, infine, “liquido” (Zygmut Bauman, 1925 – 2017), l’epistemologia non è più quella “dualistica” concepita nel XVII secolo da René Descartes (1596 – 1650), ma quella “complessa” (dal latino cum – plexus, tessuto insieme), che consente di superare il dualismo della tradizione occidentale che ha caratterizzato l’età moderna (al netto dell’escamotage cartesiano della ghiandola pineale) e generato lo scetticismo humeano, fino all’ich denke, l’io penso, l’appercezione trascendentale pura, teorizzato da Immanuel Kant (1724 – 1804).

Oggi, superato il riduzionismo della scienza alla sua sola sintassi interna e valorizzato il suo télos, la sua intenzionalità umana rispetto ai fini dell’uomo – come affermato da Edmund Husserl (1857 – 1938) – è stato compreso che <<la psiche umana si costruisce e si consolida grazie a una circolazione intersoggettiva tra sé e l’altro>> (p. 85).

Tanto anche grazie alla scoperta, negli anni ‘90 del secolo scorso, dei neuroni specchio, <<dotati della particolare e sorprendente proprietà di attivarsi non soltanto quando si compie direttamente un’azione, ma anche quando si osserva la stessa azione compiuta da un altro, si pone come evidenza della predisposizione neurobiologica dell’essere umano all’intersoggettività. Questa capacità neuronale di rispecchiamento non riguarda solo la sfera motoria, ma anche quello percettiva ed emozionale e ha implicazioni importanti per i processi di identificazione e dell’empatia. Si comprende l’azione e l’emozione dell’altro, solo imitando e riproducendo nel proprio corpo l’azione e l’emozione di chi è di fronte>> (p. 86).

E’ la svolta relazionale che fa incontrare per agire su di un terreno comune le neuroscienze e la teologia: basti pensare a Martin Buber (1878 – 1965) per il quale il soggetto e l’intersoggettività sono sincronicamente complementari: “La relazione, così, non è soltanto la forma dell’inizio ma è l’inizio stesso, il suo stesso darsi come inizio. L’inizio in se stesso si mostra come apertura e, quindi, si rivela come relazione, come relazione che permette la possibilità dell’accadere dell’altro” (p. 87). In questo senso la mente umana cerca di superare le ambivalenze e le dicotomie per accedere ad una dimensione empatica dell’attività psichica, tanto come amore quanto come odio (cfr. p. 99).

Tutti gli studi teologici provocano quelli neuroscientifici ad un confronto che deve risultare, ovviamente, arricchente per entrambe le prospettive: il volume rende conto di questo avvicinamento (pp. 115 – 128). Illustri teologi come Alexandre Ganoczy, Jurgen Moltmann, Joseph Ratzinger, Jean Galot, Jean Paul Lieggi, Giulio Meiattini, Maurizio Chiodi, ma anche Piero Barcellona hanno lungamente – e da prospettive diverse – affermato l’ontologia della persona nella relazione. E’ possibile concludere con N. D’Onghia che “l’io non si autocostruisce ma diventa tale nella relazione, in una mediazione sociale che non è possibile evitare” (p. 128).

Il rapporto tra la teologia e le neuroscienze supera il paradigma cartesiano di razionalità fondata sulla dicotomia res cogitans / res extensa: <<una scienza relazionale, invece, riconosce come la comprensione dell’umano non può essere completamente rinchiusa nelle categorie oggettivanti astratte del pensiero e né può coincidere perfettamente con esse, ma è sempre oltre le possibilità stesse del pensiero […] la riflessione teologica può contribuire al dialogo tra le diverse scienze a partire dal riconoscere come l’oggetto conosciuto non è interno al pensiero ma relazionalmente distinto da esso>> (p.131).

La relazione è il luogo in cui si struttura il dialogo tra le neuroscienze la teologia nella prospettiva della fede Cristiana fondata sull’incontro con Gesù di Nazareth: <<l’immagine di Gesù si forma nella trama delle relazioni, a partire dalla relazione singolare con il Padre>> (p. 133).

Nella prospettiva teoretica di Nicola D’Onghia, il fondamento della relazione è nel Verbum Incarnandum, nel Gesù che si fa carne, muore e risorge. Il mistero trinitario si configura come la relazione archetipa: “la Scrittura, pertanto, non intende per materia quella realtà negativa, pensiero elaborato dall’idealismo, che ha posto in contrapposizione con lo spirito, e non condivide nulla con il dualismo, che considera la materia come male e tenebra, così come distante dalla visione del materialismo, che guarda alla materia come l’elemento solido, concreto e razionale, relegando lo spirito a visioni fantastiche della filosofia” (p.153).

La riflessione teologica non può non considerare anima e corpo nella loro unità, “nel contesto della creazione di Dio e, quindi, nella relazione fondamentale con Dio” (p.159).
Le argomentazioni di D’Onghia, che in questa sede, si è cercato di sunteggiare coeriscono tutte nella conclusione del volume: <<la persona è portatrice di una ricchezza tale, da poter essere compresa grazie all’integrazione delle diverse forme di razionalità e attraverso la collaborazione tra gli ambiti scientifici quegli umanistici e quelli teologici. Gli esiti delle neuroscienze, infatti, ricollocano la corporeità, la relazione, le emozioni e il sentire al centro dei processi dell’organizzazione psichica […] la riflessione teologica è pienamente coinvolta in questa lettura più complessa dell’uomo e della realtà>> (p.164).

E’ questa la nuova frontiera affinché le neuroscienze non si riducano ad un approccio parziale della conoscenza del reale (meccanicistico/riduzionistico) e la teologia possa dialogare, in quanto scienza dell’uomo, con esse perché abbiano – come voleva nel 1935 Edmund Husserl (1857 – 1938) – un loro telos: il bene dell’umanità.

Di tutto ciò, il volume Siamo relazione di Nicola D’Onghia rende ampiamente ragione, da un punto di vista storiografico, dello stato dell’arte, ed offre contestualmente un’avvincente, nuova, prospettiva teoretica, che si caratterizza come un efficace philosophari in theologia, perché, com’è ampiamente noto, “ohne Philosophie, keine Theologie”, sosteneva  Hans Urs von Balthasar (1905 – 1988).

C. Gattella, Abitare la scuola

Claudia Gattella, Abitare la scuola
Armando editore, Pagine 240

Un esempio concreto per eliminare le trincee che affliggono la scuola”

Nel volume si presentano le possibilità, sperimentate, utili a raggiungere uno stato di benessere di chi vive la scuola : bambini, docenti, insegnanti, dirigenti, territori, genitori. Un’impostazione scolastica che permette la crescita ‘sicura’ emotivamente e cognitivamente. Si descrive come gli apprendimenti possono diventare conoscenze, abilità e competenze in modo naturale, senza stress, attraverso una motivazione permanente e una crescita individuale di ogni componente.

Il format può essere applicato da ogni docente in tutte le scuole, ma anche letto da genitori che vogliono uscire dalla trincea che si vive varcando le mura dell’istituzione, perché è l’idea interiore di scuola, che ognuno porta con sé che cambia.

Questo volume è il risultato della sperimentazione di bambini, famiglie e docenti che hanno vissuto e recensito l’esperienza in una scuola dell’infanzia in Abruzzo. E’ certamente pari a molte avanguardie educative. I passi compiuti sono dimostrabili grazie alle testimonianze che sono in calce del volume.

Il punto di forza, l’applicabilità a qualsiasi contesto scolastico e il triage emotivo che se ne trae alla lettura. 

E’ anche una preziosa risposta alle famiglie che dopo i periodi di lockdown vissuti i hanno sperimentato  la scuola dentro le mura domestiche.

L’autrice, Claudia Gattella, ha già pubblicato guide didattiche per la ELI edizioni,  per Mirò, un albo illustrato con Caravaggio editore e collabora attivamente a riviste scolastiche e siti online.

Cinque sono le domande che l’autrice pone:

  • Che bambino vogliamo?
  • Che docenti vogliamo?
  • Che scuola vogliamo?
  • Che famiglie vogliamo?
  • Che territorio vogliamo per chi educa?

In una scuola in Abruzzo, a Vasto, è stato sperimentato un modo di fare scuola che ha visto coinvolti genitori, docenti e territorio con l’obiettivo di educare, formare, istruire i bambini in modo partecipato. Il libro “Abitare la scuola “risponde alle domande e spiega il perché è importante vivere la scuola come una “casa” e come lo si può realizzare.

 La motivazione e la differenza tra una scuola da frequentare ad una da vivere, sono i principi base di questo format, che propone chiara l’idea di come si possono superare le criticità della scuola di oggi.

Come?

 Attraverso il capovolgimento dell’idea che molti docenti e genitori oggi hanno della scuola, non più la scuola che ‘trasmette’, ma la scuola che ‘costruisce’. Questo è possibile anche grazie al “Triage emotivo” proposto nel format Abitare la scuola, dove la scuola non è più impostata sui saperi (sapere, saper fare, saper essere) , ma sulla persona ( essere, fare/sapere, pensare)

Attraverso la ricognizione di autori e correnti, attingendo dalle teorie pedagogiche scelte dall’autrice, il volume fa cogliere l’importanza della pedagogia nella costruzione di un progetto educativo. Montessori, Steiner, Malaguzzi e molti altri metodi prendono vita e diventano applicabili alla didattica.

Il volume presenta, anche, la dimensione educativa e cognitiva delle metodologie usate nella didattica: dal gioco in età infantile alla didattica digitale; dal Peer to Peer allo storytelling. Le diverse tipologie di attività con impostazioni scientifiche vengono esaminate a seconda delle loro finalità e peculiarità. vengono fornite alcune indicazioni su strumenti e tecniche didattiche innovative mirati al conseguimento di obiettivi educativi e formativi fruibili coinvolgendo anche le famiglie

Claudia Gattella nasce in Svizzera. Vive in Abruzzo a Vasto. Si definisce curiosa, poliedrica e multitasking. È docente della scuola Statale. Consulente pedagogico-didattica; formatrice per un ente regionale.

G. Rinaldi, C’ero anch’io su quel treno

Giovanni Rinaldi, C’ero anch’io su quel treno. La vera storia dei bambini che unirono l’Italia, Milano, Solferino

“C’eravamo tanto amati …” Un’Italia unita e solidale da Nord a Sud per i bambini

di CARLO DE NITTI

“W l’Italia, l’Italia che resiste”: questo verso conclusivo di una nota canzone -, “W l’Italia”, appunto – del 1979, di Francesco De Gregori (tratta dall’album omonimo) è il primo pensiero che mi è venuto in mente dopo aver letto tutto d’un fiato quest’ultimo bel libro di Giovanni Rinaldi, ricercatore di storia orale, fotografo e documentalista antropologico: testo coinvolgente ed emozionante, al limite della commozione, C’ero anch’io su quel treno. La vera storia dei bambini che unirono l’Italia, recentissimamente edito a Milano dalla casa editrice Solferino nella collana Saggi.

Giovanni Rinaldi, da oltre venti anni, prosegue il suo appassionato e diuturno lavoro di ricerca tra coloro i/le quali furono protagonisti/e di un’esperienza pressoché unica in un’Italia che, al termine della seconda guerra mondiale, in cui era stata sconfitta e materialmente distrutta, ma rigenerata con la caduta del Fascismo e la Resistenza in tutte le sue forme (militari e dei civili, delle donne, degli internati militari italiani), aveva dentro di sé fortissimi il desiderio e la volontà di rinascere su basi ben diverse da quelle della società liberale di inizio secolo.

Lo scenario all’interno del quale si muove la ricerca di Giovanni Rinaldi – di cui questo volume è testimonianza – è quello dell’Italia post bellica, che vuole cercare/trovare in sé le forze per la propria ricostruzione umana e sociale, prima ancora che politica ed economica.
C’ero anch’io su quel treno. Storia dei bambini che unirono l’Italia è la prosecuzione ideale di un’altra pubblicazione che lo stesso Giovanni Rinaldi ha dato alle stampe nel 2009, I treni della felicità. Storie di bambini in viaggio tra due Italie, pubblicato dalla casa editrice Ediesse nella collana Cartabianca, con un’indimenticabile prefazione della giornalista e scrittrice Miriam Mafai (1926 – 2012).

La ricerca ha l’obiettivo precipuo di ricostruire, attraverso le loro testimonianze dirette e non, le storie di vita (furono in totale circa settantamila) di alcune migliaia di bambine e bambini che furono fatti partire dal Centro-Sud martoriato dalla guerra – Cassino, Napoli, Sardegna – o dalle repressioni anticomuniste dei governi dell’epoca – San Severo –  e che trovarono accoglienza, ospitalità ed amore presso famiglie di semplici lavoratori dell’Italia Centro settentrionale – Emilia-Romagna, Toscana, Marche, Piemonte, Umbria, Liguria.

Il volume si articola in tre parti – Alla ricerca dei bambini salvati; Alla ricerca delle famiglie solidali; Ridare senso alle storie spezzate – ed un Epilogo: questo libro non è riconducibile in modo unitario ad alcun genere letterario . L’autore si muove in una zona di confine – come un esploratore che si avventuri in terre incognite – tra saggistica storica, memorialistica, autoetnografia e romanzo di formazione. Questi generi si intrecciano tra loro e mostrano una tranche de vie di un’Italia povera ma solidale, animata da forti ideali umani, prima ancora che sociali e politici.

Attraverso quei treni si concretizzò il tentativo di salvare bambini meridionali dalla fame da parte di un partito politico, il Partito Comunista Italiano, attraverso le sue strutture territoriali (federazioni provinciali e subprovinciali e sezioni locali) nonché le sue organizzazioni collaterali, come l’Unione Donne Italiane, o create ad hoc come il Comitato per la salvezza dei bambini di Napoli, il cui presidente era l’on. Giorgio Amendola (1907 – 1980), napoletano egli stesso, nonché uno dei massimi esponenti del partito medesimo. Furono in primis le donne dell’U.D.I. – le “compagne”, come erano appellate all’epoca nel partito comunista – con in testa l’on. Teresa Noce (1900 – 1980), partigiana e deputata alla Costituente, a lanciare l’idea e l’iniziativa.

Questi trasferimenti dei bambini per via di treno – i treni della felicità – come l’allora sindaco di Modena Alfeo Corassori (1903 – 1965) definì i convogli che condussero quei bambini a vivere un’esperienza unica ed inimitabile durante la loro infanzia.

Quei bambini ricevettero un’accoglienza affettuosa ed un’ospitalità imprevista presso famiglie accoglienti di volenterosi lavoratori, che fecero giustizia dei pregiudizi che al sud avevano accompagnato l’iniziativa da parte di tanti (a cominciare dagli influentissimi sacerdoti) impegnati in polemiche anticomuniste, in un momento storico in cui frontale era la contrapposizione tra cattolici e “senza Dio”, culminata il primo luglio 1949 in un decreto del Santo Uffizio ed approvato da Pio XII (1939 – 1958), passato alla storia come la “scomunica dei comunisti”

Quella che Giovanni Rinaldi compie nel corso del volume non è soltanto una mera ricostruzione storiografica attraverso le testimonianze orali raccolte da quei bambini oggi anziani ed eventuali loro parenti e discendenti: <Abbiamo trovato il protagonista di un racconto e di fatti accaduti 60 anni prima. Senza rendersene conto, dalla ricerca di storie e dei testimoni che avrebbero potuto raccontarcele, stiamo intervenendo all’interno di queste storie […] Stiamo smuovendo non più solo la memoria e il passato, ma giocando col presente e la realtà di persone anziane che, nel momento in cui offrono il loro racconto, ci appaiono bambini veri, senza età, proiettati in un tempo felice misterioso, lontano dalla loro vita quotidiana che spesso non sembrano all’altezza di quella piccola epopea vissuta molto tempo prima […] Ospitare come figlio, sia pure per poco tempo, il figlio di altri diventava la consegna i propri figli di una scelta culturale, politica e sociale, mentre al piccolo ospite offriva un segnale una mappa che gli avrebbe consentito di trovare strade migliori di quelle che aveva percorso, di potersi confrontare esperienze affettive diverse, mondi diversi, parole e gesti che avrebbe conservato per tutta la vita> (pp. 175 – 176).

Il lungo passo del volume di Giovanni Rinaldi dice la tensione etico-politica di tutti i protagonisti di quell’esperienza che faceva conoscere a bambini ed adulti l’esistenza di altri mondi, di un altro cielo possibile, e che aiutava a modificare il proprio “destino”, posto nelle proprie mani semplici di lavoratori uniti da un ideale e da una capacita organizzativa fuori del comune.

Un esempio della capacità dell’Autore di “entrare” nelle storie: quello di Benedetto, bambino frusinate accolto per circa due anni dalla famiglia Muccinelli a Lugo di Romagna (Non si doveva toccare, quel bambino era sacro, pp. 151 – 157) e ritrovato (Il ritorno di Benedetto, pp. 175 – 179).

Giovanni Rinaldi  si è meritoriamente fatto coinvolgere – e continua a farlo anche per mezzo del suo blog giorinaldi.com – come “levatrice della storia” nella misura in cui cerca di “ridare senso alle storie spezzate”, contribuendo a far incontrare persone che il tempo e la vita hanno diviso, facendo riemergere storie di vita personale e sociale, altrimenti condannate ad un’ingiusta damnatio memoriae.

Come la storia di Aldo Di Vicino, bambino napoletano ospite di una famiglia di Imperia, che è descritta all’inizio e nell’ultimo capitolo del volume per concludersi nel suo Epilogo a due voci, quelle dei figli/nipoti dei protagonisti della storia. Sono loro che – con un maieuta d’eccezione come Giovanni Rinaldi – si incontrano in piena pandemia e scoprono una dimensione diversa delle loro storie familiari e del loro rapporto con i “padri”. Per i figli, soprattutto maschi, il rapporto con il padre non è mai “roseo”, come Sigmund Freud insegnava: non poteva non esserlo in condizioni estremamente particolari come quelle vissute in “tempi bui”, come li chiamava Bertoldt Brecht (1898 – 1956), da Gennaro Di Vicino ed, in modalità diversa, da Simone Castagno.

Scriveva, nel 2004, Franco Marcoaldi, in un contesto storico tutt’affatto diverso, sul rapporto tra padre e figlio: “Ascolto la tua storia perché è il senso della mia che sto cercando” (Beniaminowo: padre e figlio. Poemetto teatrale a due voci, Bompiani).

E’ innegabile il merito di Giovanni Rinaldi di aver squarciato, con la sua ventennale ricerca, il velo di oblio che era calato su questa esperienza di storia politica e sociale. In un’epoca, quale quella in cui ci tocca di vivere, ricca di frequentissimi trasformismi e di diffusi gattopardismi di ogni sorta, le storie raccontate da Giovanni Rinaldi nel suo volume rappresentano una bella lezione di etica e di politica, quelle con le lettere maiuscole: dai protagonisti del volume una testimonianza di altissimo profilo.

G. Capurso, La ghianda e la spiga

Giovanni Capurso, La ghianda e la spiga. Giuseppe Di Vagno e le origini del fascismo, Progedit

UN OMICIDIO POLITICO:IL “PROTOMARTIRE” SOCIALISTA PUGLIESE – GIUSEPPE DI VAGNO (1889 – 1921)

di CARLO DE NITTI

Ho avuto modo di leggere il volume, La ghianda e la spiga. Giuseppe Di Vagno e le origini del fascismo, recentemente edito da Progedit nella collana “Storia e memoria”.

La prima domanda che mi si è palesata alla mente è stata quella intorno alla ragione per cui sia stato affrontato un argomento quale quello dell’assassinio di Giuseppe Di Vagno (1889 – 1921), in occasione della ricorrenza centenaria.

E’ di sicuro interesse la ricostruzione analitica della vicenda umana e politica dell’avvocato di Conversano, socialista, antifascista, martire per la libertà, corroborata dalla lettura ed interpretazione di moltissimi documenti e della letteratura critica

Parimenti interessante anche l’ipotesi storiografica sostenuta nel volume, ovvero che l’uccisione di Giuseppe Di Vagno sia stato il colpo di grazia per affondare il patto di pacificazione del Paese che anche Benito Mussolini stava, in qualche modo, perseguendo. L’assassinio di Di Vagno divenne così uno dei momenti più importanti del passaggio verso la costruzione dello Stato totalitario, attraverso l’eliminazione fisica – come toccherà tre anni dopo ad un altro illustre esponente socialista, Giacomo Matteotti (1885 – 1924) – degli oppositori.

Peraltro, a Conversano, la tradizione culturale, anche cattolica, come viene ben ricordato, era incline al cattolicesimo liberale e risorgimentale, come quello espresso dal Vescovo Mons. Giuseppe Maria Mucedola (1807 – 1865), di cui è memoria in chi scrive, a partire dalla monografia che alla sua figura di vescovo e di patriota dedicò oltre quaranta anni fa, nel 1979, Matteo Fantasia (1916 – 1994), anch’egli conversanese (bambino di cinque anni quando fu assassinato Giuseppe Di Vagno), che tanto ha segnato la vita politica e culturale della nostra provincia nella seconda metà del XX secolo.

L’eccellente ricostruzione storiografica mette in luce anche i rapporti tra Di Vagno ed altri famosi antifascisti pugliesi, da Gaetano Salvemini (1873 – 1957) a Tommaso Fiore (1884 – 1973), che, negli stessi anni di Giuseppe Di Vagno, erano impegnati in una militanza forte in favore delle classi più deboli.

Leggendoti, invero con molto piacere intellettuale, vien fatto odi pensare alla figura di un altro antifascista pugliese illustre suo contemporaneo, Giovanni Modugno (1881 – 1957), pur nella assoluta diversità delle figure studiate, accomunate dall’intransigente rigore etico e politico.

Il testo di Giovanni Capurso giova sicuramente a ricostruire ad onorare la figura di Giuseppe Di Vagno nel centesimo anniversario del suo barbaro assassinio – anche in collaborazione con la Fondazione a lui intitolata – presieduta dall’avv. Gianvito Mastroleo, anch’egli conversanese, già Presidente della Provincia di Bari tra la seconda metà degli anni ’70 ed i primi anni ’80 – contestualmente, a raccontare, spiegandoli  nella loro concatenazione temporo-causale, passaggi importanti di storia, pugliese e non solo, del ‘900. 

Il ruolo svolto da Giuseppe Di Vagno nel Partito Socialista – con tutte le divisioni al suo interno – del tempo suo superò, di certo, i confini della Terra di Bari e della Puglia “rossa” tra il primo ed il secondo ventennio del XX secolo: dalla sua scelta di schierarsi con il proletariato agricolo della sua Conversano prima, e di tutta la Puglia poi, alla militanza coerente nel partito socialista anche in senso antimilitarista allo scoppio e durante la Prima Guerra Mondiale, all’elezione come consigliere della Provincia di Bari, alla collaborazione con Gaetano Salvemini (con il quale dissentì, a giusta ragione, intorno alle prospettive dell’Associazione Nazionale Combattenti nel dopoguerra), consigliere anch’egli nello stesso tornio di tempo. 

L’impunito assassinio del deputato conversanese il 23 settembre 1921 non solo fu certamente il risultato dell’aggressività dello squadrismo agrario pugliese un anno prima della marcia su Roma (28 ottobre 1922) ma le aprì la strada e pare essere anche l’anteprima del delitto, parimenti efferato, di Giacomo Matteotti (1885 – 1924), quando il fascismo era già al governo, nell’ambito della costruzione della dittatura fino alle leggi cosiddette “fascistissime” (novembre 1926). Con l’assassinio di Di Vagno “per la prima volta nella storia d’Italia un parlamentare era stato ucciso per le idee che professava” (p. 92).

Peraltro, come pure il processo agli assassini di Matteotti, anche quello a chi uccise Di Vagno, terminò in un nulla di fatto. Anche il secondo, dopo la liberazione – svoltosi nel clima dell’amnistia voluta dall’allora Guardasigilli, Palmiro Togliatti – non sortì l’esito che avrebbe dovuto avere: la condanna degli assassini. I sicari e non soltanto (cfr. il capitolo “Il secondo processo”, pp. 97 – 101).

Da uomo di scuola quale chi scrive è da circa trentacinque anni, è interessante immaginare un utilizzo “didattico”, “educativo” – in classe, con le ragazze ed i ragazzi, per dirla senza tanti giri di parole – di questa monografia: sarebbe, di certo, un momento di forte tensione (nel senso etimologico della parola) verso la costruzione di una cittadinanza attiva e responsabile, che è una delle finalità dell’istituzione educativa per eccellenza: con tutte le strategie didattiche possibili, al fine di avvicinare l’argomento a tutti i discenti di ogni ordine e grado di scuola. Sarebbe un ottimo momento formativo anche per tanti docenti…

S. Petroni, Il vuoto tra gli atomi

Silvia Petroni, una vita in montagna

di Antonio Stanca

Silvia Petroni è nata a Pisa, qui si è laureata in Fisica e in questa disciplina ha conseguito il dottorato di ricerca. Si è applicata nello studio della Fisica e numerosi sono stati i contributi che vi ha apportato tramite interventi su giornali, riviste specializzate e conferenze tenute in ambito nazionale e straniero. Col tempo, però, questi interessi hanno perso importanza per lei poiché sempre più attirata veniva dalla vita all’aria aperta, in montagna, dall’attività di alpinista. Passioni che le erano provenute dalla zio Gabriele, noto scalatore, e dal fascino che su di lei, ancora bambina, aveva esercitato la vista delle Alpi Apuane vicine alla sua Pisa. Presa si sentiva dal pensiero di vedere le pareti delle montagne, toccarle, arrampicarsi su di esse, aderire ad esse, scoprire le piante che vi crescevano, gli animali che vi vivevano, le luci, i colori che si formavano all’alba e al tramonto in posti così insoliti. Alpinista diventerà la Petroni, scalatrice anche se improvvisata. Sempre condotte saranno le sue scalate all’insegna del coraggio, della sfida dei pericoli dati gli scarsi mezzi, attrezzi, dei quali si dotava. Scalerà da sola, insieme ad altri o altre, lo farà su tante montagne, in Italia, all’estero, ne parlerà in tante conferenze al fine di promuovere questo tipo di sport, di evidenziare i vantaggi che ne derivano per il corpo e la mente. Ma soprattutto ne scriverà in molti racconti, uno per ogni sua esperienza di alpinista. Nel libro Il vuoto tra gli atomi sono compresi alcuni di questi racconti che, tra l’altro, hanno ottenuto riconoscimenti da parte di importanti giurie nazionali. L’opera risale al 2019 ed ora GEDI le ha dedicato un’edizione speciale nella serie “Storie di montagna”.

   Più che di racconti si tratta di episodi particolari della sua vita tra i monti che la Petroni ha riportato e che non dicono solo di scalate ma anche di altre esperienze. La maggior parte le ha avute insieme al compagno Francesco.

   Piace alla Petroni scrivere della sua vita, anche di quella più intima, piace essere scrittrice di sé e del mondo nel quale ha scelto di stare, del mondo alpino che ormai considera il migliore, l’unico capace di garantire una vita completa, di soddisfare tutte le esigenze. Molto si sofferma, anche in quest’opera, a spiegare come l’alpinismo l’abbia aiutata a superare quello stato d’incertezza, d’inquietudine del quale soffriva fin da bambina, come abbia colmato i suoi vuoti e l’abbia resa sicura, decisa nelle scelte, nelle azioni. Non solo il corpo ne è uscito avvantaggiato ma anche lo spirito ha acquisito qualità delle quali lei non si considerava capace. Anche con altri sport si può riuscire in tanto ma con l’alpinismo più di tutti giacché permette di avere un contatto,  un confronto con una realtà, una verità diversa da ogni altra, quella di un ambiente solitario, selvaggio, sconosciuto, di una natura allo stato primordiale. Un confronto che a volte diventa scontro e dal quale non sempre si esce vincitori. Sono insegnamenti determinanti, fondamentali quelli che provengono dalla vita in montagna, pensa la Petroni, e questo spiega la sua insistenza nel consigliarla, nel parlare, nello scrivere della sua utilità.

R. Busata, Educazione civica e il rispetto degli animali

Renato Busata, Educazione civica e il rispetto degli animali
Didattica della tutela degli animali e del loro ambiente nelle scuole secondarie superiori

Premessa

Ad un anno circa dall’avvio della reintroduzione sperimentale nelle scuole dell’educazione civica, può essere utile trarre un bilancio, seppur parziale, sull’esperienza da me effettuata inerente al tema della tutela animale. Le nuove linee guida del Miur, relative all’inserimento dall’anno sc. 2020-21 della disciplina di Educazione civica individuano, nelle tematiche da sviluppare, la sostenibilità ambientale, oltre a Costituzione e cittadinanza digitale.

All’interno della sostenibilità ambientale vi è anche il rispetto degli animali, che è sicuramente un grande passo avanti nella educazione al rispetto e tutela degli altri esseri viventi. Comunque negli scorsi anni tale attività non era da ritenersi preclusa, anzi le competenze europee di cittadinanza, fatte proprie dal Ministro Fioroni col D.M. 139/2007, davano già questa possibilità. Inoltre Il 22-5-2018 il Consiglio dell’Unione Europea ha adottato una nuova Raccomandazione sulle competenze chiave per l’apprendimento permanente, si ribadisce “…l’importanza della sostenibilità ambientale, promuovendo negli studenti stili di vita più sostenibili”.

Poi a livello regionale numerosi erano i protocolli di intesa sottoscritti dalle Soprintendenze scolastiche regionali con varie associazioni, in particolare la Lega Anti Vivisezione (Lav).
Tornando al nuovo inserimento curricolare di educazione civica, tutti i docenti dovrebbero essere coinvolti in questo processo educativo, indipendentemente dalla disciplina che insegnano. Anche questa è una innovazione importante. Non bisogna ritenere che ci si debba concentrare solo nella propria disciplina curricolare e demandare ad altri quello che, comunque, dovrebbe essere una priorità e cioè formare cittadini responsabili.

Si individuano quindi delle proposte di attività didattica finalizzate alla scuola secondaria di secondo grado, ma che, con i dovuti accorgimenti, possono essere utilizzate anche con alunni più giovani.
Esperienze e letteratura in merito alla tutela degli animali e dell’ambiente ce ne sono già, ma di solito sono focalizzate sugli alunni delle scuole elementari, se non addirittura ai più piccoli. Tali riferimenti verranno comunque presi in considerazione nello sviluppo della proposta didattica.

Il secondo punto delle linee guida che si vuol sviluppare non può dimenticare concetti basilari legati alla Cittadinanza e alla Costituzione e quindi il concetto di democrazia.

La situazione ecologica e climatica del pianeta sta collassando perché molti governi assecondano l’umore della popolazione meno accorta, che ritiene le risorse ambientali sfruttabili fino al loro esaurimento. Anche gli animali rientrano in questa opinione perversa e possono essere sfruttati e uccisi per le proprie esigenze e la propria avidità. Ciò accade in Brasile con la foresta amazzonica che presenta la maggiore concentrazione di biodiversità del globo, anche con l’avvallo di certe fasce di popolazione. Mi sono imbattuto di recente in un imprenditore italiano tornato dopo anni dal Brasile, quindi una persona non proprio sprovveduta, che riteneva la deforestazione una valorizzazione dell’Amazzonia. (cfr. trasmissione Rai 3 Presa diretta di R. Iacona dell’8-2-2021, Guerra all’Amazzonia). https://www.raiplay.it/video/2021/02/Presa-diretta—Guerra- allAmazzonia-3b0dbb31-6a35-4524-bb95-36a39e13c48d.html

La democrazia non significa che chi ha il 50% +1 del consenso possa fare quello che vuole, anzi significa rispetto delle minoranze e dei diritti anche di chi non vota, come gli animali.

I. McEwan, Bambini nel tempo

Ian McEwan, Bambini nel tempo, Einaudi

di Mario Coviello

La perdita della figlia, scomparsa in un supermercato, il disfacimento di un matrimonio, travolto da questa tragedia, un’amicizia intensa e tragica. E ancora “il sentimento del tempo” e il suo valore per ciascuno di n, la funzione della letteratura, l’educazione dei figli. Tutto questo e molto altro, con una scrittura semplice e intensa, viene raccontato in prima persona dal protagonista di questo romanzo Stephen Lewis, scrittore di un libro per ragazzi che ha avuto un grande successo in tutto il mondo.

La scomparsa della figlia Kate di quasi quattro anni in un supermercato : “Nel giro di attimi, ogni acquisto intorno a lui si era interrotto. Ceste e carrelli furono dimenticati, la gente accorreva e sussurrava il nome di Kate tanto che, in qualche modo,in un baleno, tutti seppero che lei era lì, che era stata vista per l’ultima volta alla cassa, che indossava una tutina verde e aveva in mano un asinello di pezza…”, sconvolge la vita di Stephen, scrittore per bambini di successo, felicemente sposato con Julie, violinista e insegnante. Il dolore li strazia…“ un silenzio sempre più fitto si insinuò fra loro…non c’era più spazio per la collera, né apertura di dialogo. Si muovevano entrambi come in un pantano , senza la forza necessaria a confrontarsi…Ciascuno prese la propria strada, lui con la sua ricerca affannosa della figlia, lei su quella poltrona, persa nel suo intenso, privatissimo dolore. “

Per più di un anno Stephen cerca la sua piccola mentre l’incapacità della coppia di vivere insieme il dolore della perdita porta il matrimonio e il protagonista del romanzo al disfacimento. Stephen si lascia vivere, beve, guarda la televisione dalla mattina alla sera, gradualmente si isola. E anche quando la moglie va via l’unica cosa che distrae Stephen dal suo vivere il dolore nell’alcool e nell’abulia è la partecipazione settimanale ad una commissione governativa che deve stilare un rapporto sull’educazione del bambino in Inghilterra. Distraendosi durante le riunioni, Stephen rivive la sua infanzia e adolescenza, la vita in famiglia con la madre amorevole e il padre che lavorava nell’esercito.

Torna con la memoria al primo incontro con la persona per prima ha creduto nel suo romanzo “Lemonade”….” Darke…..spiegò gentilmente, come se stesse parlando a un bambino, che la divisione tra narrativa per adulti e per ragazzi era di per sé un’invenzione letteraria. Del tutto falsa: una semplice convenzione. Non poteva essere altrimenti quando tutti i più grandi condividevano una visione infantile del mondo, una ingenuità dell’approccio..che faceva del genio adulto una cosa sola con l’infanzia..”

E’ Darke che lo ha fatto pubblicare dalla sua casa editrice ed è diventato, insieme alla moglie Thelma, il suo amico più caro. E’ lui che Stephen ha sostituito nella commissione governativa quando Darke si è dimesso, abbandonando la carriera politica per rifugiarsi in campagna, scivolando verso un adolescenza tardiva e malata che lo porta a costruire un rifugio sulla cima di un albero.

E finalmente l’ennesima dolorosa vana illusione di ritrovare la figlia in una bambina intravista nel cortile di una scuola, rimanere vivo per miracolo in un spaventoso incidente, il suicidio di Drake che non riesce più a sopportare l’essere bambino e adulto, scuotono Stephen che riprende lentamente a vivere. Comincia a studiare l’arabo, torna a giocare a tennis e impara a non bere più di un bicchiere di scotch al giorno. Fortunosamente riesce a giungere a notte inoltrata dalla moglie che lo ha richiamato a telefono dopo tanto tempo e….

Stephen e noi lettori, dopo aver letto le pagine intense di questo romanzo, abbiamo imparato che “ …. qualunque cosa sia il tempo… la versione che fornisce il buon senso…qualcosa di lineare, regolare, che procede dal passato. al presente, al futuro…è una minuscola frazione di verità. Lo sappiamo per esperienza. Un’ora può sembrarci un minuto o una settimana. Il tempo cambia.” Viverlo leggendo “ Bambini nel tempo” è un modo che vi consiglio.

Papa Francesco, solo come un eroe

Papa Francesco, solo come un eroe

di Antonio Stanca

Insiste Papa Francesco, nei suoi discorsi, sulla necessità di colmare, di superare le differenze, le contraddizioni, le opposizioni che caratterizzano il mondo moderno, quello che sarebbe dovuto essere il migliore di tutti, che avrebbe dovuto risolvere tutti i problemi del passato. Gravissime, invece, sono diventate oggi le distanze tra ricchi e poveri, forti e deboli, difficile è distinguere tra guerra e pace, morte e vita. Un’umanità percorsa, attraversata da problemi che non sono stati mai risolti è quella moderna, da problemi diventati gravissimi, pericolosi, che si manifestano, esplodono ora in un modo ora in un altro, ora in un posto ora in un altro, ora in privato ora in pubblico, ora a mo’ di attentato ora di invasione armata, ora di scontro violento ora di guerra. Diverse, opposte sono le condizioni della gente, dei popoli della terra. Altre volte, nella storia, si era giunti a tali estremi e, quindi, alla guerra. Non si era riusciti ad evitarla. Ma era derivata da un problema specifico, da una questione tra alcuni stati mentre oggi gli scontri sono tanti. Ovunque il mondo si agita, si ribella, insorge, protesta, si scontra. Succede, s’è detto, perché tante sono le differenze, le distanze sia all’interno sia all’esterno degli stati, tanti i cambiamenti avvenuti e i risultati conseguiti. Sembra quasi assurdo ma si vive di progresso ed anche di malvagità, di benessere ed anche di crudeltà. Un problema continuo è diventata questa disparità, un problema che non si può risolvere, che ha molte cause, molte origini, tante che non si sa più a chi imputarle. In una situazione così alterata si leva sistematicamente la voce di Papa Francesco, quella che può parlare a tutti, che può dire di tutto, che si ostina a gridare come un mondo così moderno non possa essere così crudele. E’ grave ma anche quella voce non sortisce alcun effetto tanto lontani da essa rimangono i protagonisti, luoghi del male. La via del bene, quella della religione, di Dio, dell’amore, della vicinanza, dello scambio, della fiducia, della pace, non è più seguita. La coscienza, la morale sono venute meno, l’anima è stata soverchiata dal corpo. Si era cominciato anni fa con la gioia, il piacere di diventare moderni, di godere di tanti privilegi e si è finito con il dolore, il dramma di vivere nella paura, nello spavento. Un mondo che non sa più di Dio è un mondo senza anima e frequenti, quotidiane sono le prove di una simile situazione. Non si arrende, tuttavia, Papa Francesco, non rinuncia a declamare la forza dello spirito, a richiamare ad essa, non accetta che sia finita, che poco possa fare: un eroe è diventato e come ogni eroe solo è rimasto a combattere contro tanti nemici.

   Eterna sarà la sua memoria!

J. Williams, Stoner

John Williams, Stoner, Fazi editore, 2012

di Mario Coviello

Ho letto con passione la scorsa settimana il romanzo di John Williams “ Stoner” e ho aspettato una settimana per parlarvene perchè ho comperato subito dopo e letto dello stesso autore “Butcher Crossing”.Li ho amati entrambi. “Stoner” affronta ed esplora interrogativi imprescindibili : Perchè viviamo ? Che cosa conferisce valore e significato alla vita ? Che cosa vuol dire amare ?

Stoner viene da una povera famiglia di contadini ed è cresciuto imparando la fatica di lavorare la terra. “ Per quel che ricordava, William Stoner aveva sempre dato una mano in casa. A sei anni già mungeva le loro vacche ossute,dava da mangiare ai maiali del porcile a poche iarde da casa, e raccoglieva le minuscole uova delle vecchie galline del pollaio.”.

I genitori con grandi sacrifici lo iscrivono nel 1910 alla scuola di agraria dell’Università di Columbia nel Missouri, e William studia e lavora per pagarsi l’università. Il terribile professore di letteratura inglese Archer Sloane , durante una lezione legge il sonetto di Shakespeare n. 73 “Questo tu vedi, che fa il tuo amor più forte,/ a degnamente amare chi presto ti verrà meno” e Stoner lo ascolta e ne è trasformato. L’insegnante gli chiede cosa vogliano dire i versi ma tutto ciò che riesce a dire, flebilmente, è “significa…”. Stoner nel 1918, nell’ultimo anno della prima guerra mondiale, diventa professore associato nell’università del Missouri, proprio grazie a Sloane che lo sprona a vincere una borsa di studio per frequentare il dottorato. E insegnerà qui fino alla morte nel 1956, rimanendo un semplice ricercatore.

Stoner frequenta Master e Finch, il primo sarà suo amico per tutta la vita nella stessa università,l’altro sarà ucciso in Francia,partendo volontario per la guerra. William si innamora della bellissima Edith, la sposa ma il matrimonio va male perchè la moglie “ da bambina era stata sempre molto sola ed era cresciuta senza alcuna conoscenza delle necessità che la vita impone di giorno in giorno..”. Edith è incapace di ricambiare il suo amore e “ nel giro di un mese , Stoner realizzò che il suo matrimonio era un fallimento. Di lì a un anno smise di sperare che le cose sarebbero migliorate. Imparò il silenzio e mise da parte il suo amore.”

Ancora più dolorosa per Stoner è la nascita dell’unica figlia Grace. I due imparano a volersi bene ma Edith, gelosa del rapporto fra padre e figlia, li separa e contrasta,fino a impedire i meravigliosi momenti intimi che i due avevano vissuto durante l’infanzia della piccola.

Stoner ormai anziano entra in una faida amara, o meglio è perseguitato da un collega per venticinque anni e conosce l’unico momento di riscatto della sua vita in una tenerissima storia d’amore che poi svanirà.

In una delle sue rare interviste John Williams , disse del suo protagonista: «Credo che sia un vero eroe. Molti di coloro che hanno letto il libro pensano che Stoner abbia avuto una vita brutta e triste. Io invece credo che sia stata bellissima. Una vita senz’altro migliore di quella di molti. Faceva ciò che desiderava fare, ci teneva, era in qualche modo convinto dell’importanza del lavoro che svolgeva… Per me, la cosa importante del romanzo è il significato che Stoner attribuiva al lavoro… il lavoro nel senso buono e onorevole del termine. Il lavoro gli dava un’identità particolare e lo rendeva ciò che era».
E aggiunge «Un pomeriggio di qualche settimana fa, sono entrato in studio mentre la mia dattilografa (una studentessa specialista in storia, e anche non troppo brillante, temo) stava finendo di battere il capitolo 15, e l’ho sorpresa con il volto rigato di lacrimoni. Le vorrò bene in eterno».

“ Stoner è un romanzo molto bello. Ha notevole sostanza, gravità, e rimane nella mente. È anche un vero «romanzo per lettori», nel senso che la sua narrativa rinforza il valore della lettura e dello studio. Molti ripenseranno alle proprie folgorazioni letterarie, a quei momenti in cui la magia della letteratura cominciò ad avere un qualche vago senso, alla prima volta in cui si propose loro come il modo migliore di capire la vita. I lettori sanno anche che questo sacro spazio interiore, in cui ci sono la lettura, le riflessioni e l’essere se stessi, è minacciato in modo crescente da quello che Stoner chiama «il mondo», un mondo oggigiorno sempre più denso di frenetiche interferenze e costante sorveglianza dell’individuo. Forse c’è un po’ di quest’ansia dietro la rinascita di questo romanzo che pubblicato nel 1965 è esploso nel 2003 ed è “uno dei più grandi e insospettabili romanzi americani del XX ° secolo” ( Bret Easton Ellis ). Ma dovreste — anzi, dovete — scoprirlo di persona.” (Julian Barnes)

Nato in Texas nel 1922 da una famiglia di contadini, John Williams partecipò alla seconda guerra mondiale in India e in Birmania. Al suo rientro si trasferì a Denver, in Colorado, e “ per quindici anni- ha detto la moglie- ha vissuto il rimorso e l’angoscia del sopravvissuto “ . Qui trascorse il resto della sua vita con la moglie e i figli, insegnando scrittura creativa all’università.

M. Murgia, Accabadora

Michela Murgia, Accabadora, Einaudi, 2009

di Mario Coviello

Maria è “fillus de anima”, una bambina generata due volte dalla povertà di una donna Anna Teresa Listru, vedova che di figlie ne aveva tre quando nacque Maria e di Tzia Bonaria Urrai che la prende con sé “frutto tardivo della sua anima” perché di figli non ne aveva avuti. Bonaria aveva amato da giovane Raffaele, che aveva “il labbro inferiore morbido e nello sguardo quel verde acuto e beffardo, che frugava gli occhi altrui come se non avesse paura del prezzo da pagare”. Ma Raffaele non era mai tornato dalla guerra e Bonaria lo rimpiangeva da trentacinque anni.

E Maria, che era stata sempre e solo “l’ultima” senza nome,” brava solo a impastare torte di fango e formiche vive”, impara a nutrirsi dell’ “insolita sensazione di essere diventare importante”, nella sua nuova casa tanto grande, dove ha una stanza tutta per sé. Piano piano la donna anziana che di notte esce misteriosamente di casa con il suo scialle nero quando la vengono a chiamare e la bambinache in queste occasioni “ conserva il respiro come un segreto”, imparano a conoscersi, a vivere insieme. Tzia Bonaria con Maria è severa e, soprattutto non le impone il suo affetto.” Maria in tredici anni che visse con lei, nemmeno una volta la chiamò mamma, che le madri sono una cosa diversa..”, eppure le insegna a fare la sarta e soprattutto la spinge ad andare a scuola, a studiare con impegno, mentre per Anna Teresa, la mamma vera, “la scuola non serve ” e per questo litiga con la figlia quando torna da lei per aiutarla a fare il pane una volta la settimana.

Alla maestra Luciana, una torinese che aveva sposato il contadino sardo di Soreni, Giuseppe Meli, e che aveva “ i capelli di un biondo giovane” , piaceva quella bambina per la sua intelligenza un po’ impertinente. Le prestava i libri che aveva sempre fame di leggere.

Amico di Maria è Andrìa Bastiu che ha un fratello Nicola, testa calda che non perdona il  vicino che ha spostato il confine e ha rubato un pezzo della suavigna. Nicola diventa zoppo per una gamba che va in cancrena per il colpo di fucile del confinante, che lo scopre mentre tenta di bruciargli la vigna.Nicolachiede a Bonaria di farlo morire perché non vuole vivere storpio e senza il rispetto della gente.

E’ proprio Andrìa, che ha visto Bonaria uscire “ con il volto rigato di lacrime” dalla stanza del fratello nella “ notte delle anime” che  rivela a Maria che la sua seconda mamma è una “accabadora”:soffoca con un cuscino le persone che non ce la fanno più a vivere e implorano la morte.

Dopo un doloroso confronto, Maria parte per Torino per fare la bambinaia e “vive un’altra vita” come le ha detto la maestra. Nella grande città matura dopo essere cresciuta in un piccolo paese della Sardegna interna. Torna a Soreni dopo un anno perché Bonaria è in coma. Maria la assiste come una figlia e si consuma nel dolore della terribile agonia della mamma, paralizzata da un ictus e incapace di parlare, Bonaria che con la figlia dell’anima si era definita “ l’ultima madre che alcuni hanno visto”. E finalmente l’accabadora si spegne, l’istante prima che  Maria ha deciso di porre fine alle sue sofferenze.

E “ come le aveva insegnato Bonaria, Maria ListruUrrai indossò il lutto con discrezione” e dopo sette giorni andò a chiamare Andrìa, l’amico e l’innamorato di sempre per passeggiare insieme…. e  “dare alle bocche di Soreni l’ennesima occasione di parlare di niente…”.

Con una scrittura asciutta,misurata, intensa Michele Murgia appassiona il lettore con un romanzo che ha un alone di mito, che calza come un vecchio velluto prezioso e ci fa amare una Sardegna aspra e misteriosa, terra di sudore, fatture e benedizioni.

“Accabadora” è un romanzo incentrato sull’universo femminile, un romanzo di donne, donne forti, donne che sanno crescere capaci di giudizio. E’ un romanzo che affronta il tema dell’eutanasia e ragiona sulla vita, sulla morte, sulla religione.

Michela Murgia con “ Accabadora ha vinto nel 2010 il premio Campiello.

M. Miller, La canzone di Achille

Madeline Miller, La canzone di Achille
Universale Economica Feltrinelli

di Mario Coviello

“La canzone di Achille” è un romanzo di 382 pagine che vorreste non finisse mai. È Patroclo il protagonista e impariamo subito a conoscerne i pensieri e i sentimenti. E’ un ragazzino minuto, goffo e persino lento. Il suo destino non sarà certo quello di combattere e lo capiamo subito. La vita di Patroclo è tutta in salita. Sarà la sua voce ad accompagnarci fin dal giorno in cui, a soli nove anni, viene portato a Sparta per proporsi come pretendente di Elena. Un protagonista goffo, poco dotato nell’arte della guerra e impaurito.

La sua vita cambia quando viene portato come esule alla corte di Peleo. Lì conosce Achille, già definito da molti come l’aristos achaion, ovvero il migliore dei greci. Fin da ragazzino, Achille è descritto come l’esatto opposto di Patroclo, ma come ci viene sempre detto, gli opposti, alla fine, si attraggono.

Questo perché “La canzone di Achille” descrive la loro storia d’amore. Una storia sempre accennata, intuita da noi ragazzini di undici anni. Una storia d’amore che finisce per unirsi al tetro e macabro resoconto di guerra, una volta partiti per Troia. L’amore dei due ragazzi si accompagna al sangue sparso nelle razzie, i bottini di guerra, l’attesa di dieci lunghi anni, la fine tragica. La morte continua ad essere una presenza costante nel romanzo. Modifica il cammino dei due protagonisti fin dall’inizio: il legame tra Eros e Thanatos è imprescindibile e accompagna i protagonisti e il lettore fino all’ultima riga del romanzo.

Il titolo riprende i poemi cantati antichi di cui Achille tanto vuole essere protagonista e di cui Patroclo tanto ha paura. Entrambi decidono di salpare per Troia, così da poter stare l’uno accanto all’altro fino al momento in cui sarebbero scesi nell’Ade.

Madeline Miller riesce colpire il lettore che giàconosce la storia e dona un tocco nuovo all’Iliade che abbiamo studiato in prima media. La mitologia c’è tutta: ci sono Dei che creano scompiglio, pestilenze, tempeste e si schierano apertamente con i greci e i troiani. C’è Chirone, il centauro che si occuperà dell’educazione di Achille e anche di Patroclo; ci sono tutti gli Achei più importanti, tra i quali spicca il furbo e intelligente Odisseo.

C’è raccontata in maniera meravigliosa la crescita di due ragazzi, che vorrebbero solo vivere in pace ed essere felici, eppur si ritrovano di fronte a qualcosa di molto più grande di loro. Le pagine del conflitto sono le più buie ma sono anche quelle più appassionanti, ricche di colpi di scena, di sentimenti forti.

I giorni scorrevano tutti uguali mentre aumentavano le vittime. Patroclo trova finalmente la sua strada, diventa un esperto chirurgo, approfondisce la sua amicizia con la schiava Briseide, ma l’angoscia lo accompagna ugualmente. Sa che non si può sfuggire al proprio destino. La profezia parla chiaro, Achille morirà dopo aver ucciso Ettore.

In fondo, per un eroe è meglio vivere una vita lunghissima ma nell’oscurità o una vita breve ma piena di gloria?

Il destino si compie Patroclo viene ucciso da Ettore e Achille lo vendica, pur sapendo che la morte di Ettore sarà la sua fine. Le ceneri dei due sono mescolate insieme in un’urna e finalmente

“Nell’oscurità, due ombre si avvicinano attraverso il crepuscolo fitto e senza speranza. Le loro mani s’incontrano e la luce si riversa inondando ogni cosa, come cento urne d’oro che, aperte, fanno uscire il sole.”

Madeline Miller è nata a Boston, ha un dottorato in Lettere classiche alla Brown University e ha insegnato drammaturgia e adattamento teatrale dei testi antichi a Yale. Il suo romanzo d’esordio La canzone di Achille, pubblicato per la prima volta da Sonzogno nel 2013, è stato scritto in dieci anni e ha avuto come fonti d’ispirazione oltre l’Iliade di Omero, Ovidio, Platone, Eschilo, Sofocle,Apollonio Rodio e Virgilio, come ha dichiarato l’autrice. La canzone di Achille è un bestseller internazionale, ha vinto l’Orange Prize ed è stato tradotto in venticinque lingue. Nel 2019 Sonzogno ha pubblicato il suo secondo libro, Circe.