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M. Kundera, La lentezza

Milan Kundera, sempre riuscito

di Antonio Stanca

      Una nuova edizione del romanzo di Milan Kundera La lentezza è uscita per conto di Adelphi. La traduzione è di Ena Marchi. L’opera risale al 1995 ed era stata la prima scritta da Kundera in francese. Molte altre ne avrebbe scritto in questa lingua, lo avrebbe fatto fino a poco prima della morte avvenuta a Parigi nel 2023. Qui era vissuto da quando se n’era andato dalla Repubblica Ceca, da Brno, dove era nato nel 1929. Molte erano state anche le opere scritte in lingua ceca durante gli anni vissuti nei luoghi di origine. Quando era arrivato in Francia Kundera si era già fatto notare per una narrativa impegnata ad esplorare l’animo umano, a studiare i caratteri, i comportamenti, i pensieri, le azioni di persone comuni, quotidiane che trasformava nei personaggi, negli interpreti delle sue opere. È un’umanità ampia, varia quella che emerge dalle narrazioni ma è anche una serie di verità, di scoperte, di rivelazioni, una serie di acquisizioni che fanno più ricca la morale, la coscienza ed ogni capacità intellettiva. Un’analisi, un’indagine della vita compie Kundera ogni volta che scrive un’opera, un modo per diventare migliori, più sicuri, più completi indica, un mezzo per accedere a verità destinate a valere per sempre, a non subire alterazioni fa conoscere. Questi i contenuti che mentre sono umani, sociali, culturali, fanno pure arte, mentre dicono della vita attingono pure ad una dimensione superiore. E con un linguaggio capace di riuscire libero, chiaro, sciolto anche quando la situazione si complica. È così il vero Kundera, quello della maturità, quello che a sessantasei anni, quando scrisse La lentezza, si era formato, era ormai un grande scrittore.

   Molti sono i motivi propri delle opere di Kundera che ritornano ne La lentezza: la vasta umanità rappresentata dai tanti protagonisti, l’osservazione della loro condizione individuale e dei rapporti, degli scambi con gli altri, la capacità di dare forma, figura alle loro convinzioni, alle loro debolezze, di impersonare il loro carattere tramite le tante vicende che lo scrittore costruisce. Stavolta però, in quest’opera, molti sono quei personaggi, molte quelle vicende e molti i temi che da esse derivano, con esse si collegano. Non c’è un argomento unico, centrale ne La lentezza, sono tanti gli argomenti e questo la distingue, la rende originale, la fa risaltare nell’intera produzione di Kundera. Molto vasto e molto vario si è mostrato lo scrittore, a molti aspetti, a molti risvolti della vita individuale e sociale ha dato voce tramite i suoi personaggi, a molta storia, a molta cultura ha fatto posto nel libro. Una costruzione comprensiva di tante parti, di tanti elementi ne è derivata.

    Ambientata nella Francia di fine Novecento, La lentezza procede collegata, confrontata con una vecchia opera, Senza domani, dello scrittore francese Vivant Denon, Settecento-Ottocento, improntata a temi erotici e sociologici. La notte d’amore che avverrà nel migliore dei modi tra gli amanti di Senza domani sarà, però, un disastro per Vincent e Julie ne La lentezza dal momento che quelli l’avevano vissuta con calma mentre questi avevano proceduto in fretta. Altre differenze, altre somiglianze ci saranno tra il romanzo di Kundera e quello di Denon, di altri chiarimenti, di altre considerazioni, di altre riflessioni saranno motivo ne La lentezza dove viene rappresentato quanto succede una notte di fine estate non molto lontano da Parigi in un castello adibito ad hotel, il convegno di entomologia che vi è stato organizzato e per il quale sono convenuti tanti studiosi. Saranno alcuni di questi i personaggi del romanzo, saranno i loro pensieri, le loro azioni, donne comprese, i mezzi che lo scrittore userà per costruire le vicende adatte ad esemplificare problemi quali quelli della velocità che è diventata l’aspetto principale del mondo moderno e che è causa di tanti fallimenti da far rimpiangere la lentezza del mondo antico, del successo tanto cercato e tanto pericoloso, del riscatto dopo la sconfitta, della vanità, dell’esibizione che porta a veri e propri danni e di tante altre gravi situazioni che col tempo sono entrate a far parte della vita. Saranno molte quelle vicende perché molti saranno i problemi che Kundera vorrà impersonare, chiarire.

    Tra i personaggi convenuti nel castello del convegno ci sono anche l’autore e la moglie Vera che erano andati per trascorrere una sera diversa. Loro saranno alcune delle valutazioni lucide, chiare che giungeranno nel corso della narrazione. Tra tante persone, tra tanti modi di pensare, di fare, di dire si muoverà il discorso di Kundera, mai si fermerà, non finirà mai. Insieme svolgerà passato e presente, insieme mostrerà tante vite anche se solo per alcune avrà una storia propria. Poco sarà lo spazio dedicato al convegno, molto quello ai casi particolari. Quel Kundera che della vita aveva tanta voglia di dire, che delle sue domande voleva essere la risposta più completa, non avrebbe potuto trovare modo migliore per farlo.

M. Seganti – F. Dellabartola, La ri-evoluzione pacifica

Marina Seganti, Fabio Dellabartola, La ri-evoluzione pacifica, Raffaelli Editore, Rimini, 2026

di Gabriele Boselli

 Ogni evoluzione è un ritornare e ogni ritornare è un evolvere, assumere altra forma nel continuum della discontinuità. Questa appare  a chi scrive una delle tesi essenziali (generative) di questo bel libro. Libro che rappresenta il caso raro di un testo scritto a quattro mani da una dirigente scolastica di cultura umanistica e da un ingegnere  ambientale di formazione tecnica. Solitamente questi due differenti tipi di formazione  generano scritture separate nel loro orticello, qui invece procedono di conserva al punto che è difficile indovinare l’opera dei differenti co-autori.

Si tratta pertanto di un lavoro transdiscipliare che insiste sul concetto di ri-evoluzione, traccia un “progetto culturale umano” a struttura aperta e che si presta generosamente alla libera interpretazione del lettore. Questi è “gettato” (evidente l’influenza di Heidegger) su piani di lettura molteplici unificati da uno sguardo che supera la superficie degli eventi con tratto che è profondo e sicuro insieme. Lo sguardo  è anche quello dei bambini (vi si leggono quarant’anni di professione magistrale e dirigenziale della Seganti, di tanti pensierini esaminati e riorientati) ma anche degli adulti integrali, coloro che sono anche quel che sono stati (il ri- che precede evoluzione), hanno conservato una capacità di uno sguardo adulto ma “innocente”, condizione del pre-comprendere interiore del reale. Il testo è  a tratti una baluginante rappresentazione  di evoluzioni,  ri-evoluzioni concettuali risolventesi in scritture offerte al campo degli eventi.

 Sono  pagine di autenticità,  intendendo per “autentico” quanto di personale e collettivo insieme si offre senza sintagmatici avvisi di lettura all’intelligenza del lettore. Pagine che possono esser lette anche poeticamente come nostalgia del reale. Leggere questo bel libro rinvia alle occasioni perdute e rivissute nel rimpianto per ciò che non è stato, oppure è stato ma non ce ne siamo accorti. Sono anche pagine di una gioia che viene dal considerare il mondo una pagina non conclusa ma aperta a infinite, pacifiche ri-evoluzioni.

A. Errico, Soltanto la pioggia di quella mattina

Antonio Errico, Soltanto la pioggia di quella mattina

Ottobre 2026, Pagine 144, ISBN 978-88-3617-510-9

Una filologa, l’abate di un monastero, un monaco bibliotecario.

La ricerca di un manoscritto. La ricerca di un padre inventato.

Una passione d’amore finita e forse un’altra non confessata.

Il senso della bellezza come verità, realtà e visione, sentimento del tempo, esperienza di conoscenza “che comprende ogni concretezza e ogni astrazione, che può trasformarsi ma non si consuma, che sfugge a qualsiasi controllo della ragione, non subisce l’insidia del tempo, la fragilità della memoria, l’ingiuria dell’impossibilità”.

Il senso delle storie. Il senso delle parole. La bellezza che contrasta perfino il destino.

Un giallo mentale che matura e si snoda in un luogo del profondo Sud, con svolte improvvise della trama e una fitta tessitura di riferimenti, richiami letterari, suggestioni di filologia, archeologia, riflessioni sulla relazione tra la ricerca e l’esistenza.

Un alternarsi di monologhi e dialoghi dal ritmo a volte pacato, a volte incalzante.


Antonio Errico è nato nel 1959 nel Salento leccese, dove vive ed è stato dirigente scolastico per oltre trent’anni.

Narratore e saggista, collabora con giornali e riviste. Ha pubblicato vari libri.

Nel catalogo Manni Favolerie (1996), Fabbricanti di sapere. Metodi e miti dell’arte di insegnare (1999), L’ultima caccia di Federico Re (2004), Viaggio a Finibusterrae (2007), Stralune (2008), L’esiliato dei Pazzi (2012), La pittora dei demoni (2014), Peccata (2019).

Jabbar Yassin Hussin, Il lettore di Baghdad (Storie dall’Iraq)

Jabbar Yassin Hussin, tra contrasti e successi

di Antonio Stanca

   Lo scorso Giugno è stato pubblicato presso La Marotta & Cafiero, che ha sede a Melito (Napoli), Il lettore di Baghdad (Storie dall’Iraq) di Jabbar Yassin Hussin, scrittore iracheno che a causa di contrastate vicende con il regime politico del suo paese è vissuto per molto tempo in esilio e dal 1992 vive a La Rochelle in Francia. Si tratta di una raccolta di racconti in ognuno dei quali ritorna appunto il tema dell’esilio, di quanto comporta, delle perdite che provoca, in particolare quelle della casa e dell’identità. Sarà il motivo ricorrente nelle opere di questo autore e ce ne saranno tante tra romanzi, racconti, novelle, poesie, saggi, articoli per giornali. Sarà Hussin uno dei fondatori della famosa rivista culturale Aswat, stampata a Parigi, starà tra gli animatori di incontri letterari a Poitiers, La Rochelle, Parigi, Londra. Le sue opere sono tradotte in molte lingue e lui stesso traduce testi poetici dall’arabo in francese. Prima, però, che diventasse un personaggio così noto, un intellettuale così impegnato molti sono stati i disagi che ha patito, molte le disavventure che ha sofferto a cominciare da quando era ragazzo, dai tempi della scuola. Nato a Baghdad nel 1954, quando aveva ancora quattordici anni era entrato nel Partito Comunista e vi aveva svolto attività di sostegno, di diffusione della politica comunista presso le fasce più giovani della popolazione. Sarà più volte arrestato e torturato. Il suo rapporto col regime diventerà difficile, gli sarà impedito persino di studiare all’Università e di lavorare. Nel 1976, a ventidue anni, sarà di nuovo arrestato finché non fuggirà in Francia dove comincerà a farsi conoscere per attività che lo porteranno a produrre tante opere e a prendere parte a molte iniziative, ad animare incontri, scambi culturali tra la Francia, l’Iraq e i paesi europei. Una figura di primo piano diventerà Hussin nel contesto letterario, artistico contemporaneo, non ci sarà manifestazione, avvenimento di carattere sociale, culturale che non lo veda partecipe, interessato. Sempre nuovo, sempre diverso lo si scoprirà anche se sempre uguale nel senso che non mancherà mai di riferirsi nei suoi interventi al suo Iraq, alla sua Baghdad, a quanto ha fatto parte della sua infanzia, della sua adolescenza, alle persone, ai luoghi che vi sono stati collegati. Una funzione importante avrà nella sua vita, nella sua opera il ricordo dei primi tempi, dei primi posti, di quanto c’era stato compresi i minimi particolari. Non c’è opera di Hussin che rimanga lontana, che trascuri, non dica di quel passato e così pure Il lettore di Baghdad dove ogni volta, in ogni racconto c’è qualcuno che è stato lontano dalla sua terra, che ha dovuto lasciare la sua città e che, tornato dopo molto tempo, ha scoperto quanto era cambiata, come si erano perse cose molto importanti. Saranno tanti gli aspetti, i momenti che di quella prima vita ritorneranno nei personaggi dell’opera, ognuno avrà i suoi fino a sentirsi sospeso tra passato e presente, tra prima e dopo. In verità questa atmosfera indefinita, indeterminata che lo scrittore intende creare nelle sue opere, vorrebbe essere il segno di una vita diventata più ampia, più estesa tramite i ricordi, le immagini del passato che si affollano nella mente di chi ritorna. Ad un’esperienza simile sono dedicati i racconti della raccolta, a contenere il passato e il presente, a creare un ambiente che li comprenda entrambi, che non abbia limiti, che sappia di favola, di leggenda, di sogno oltre che di magia, di visione. Con l’Hussin di questa e di tante altre opere l’antico s’incontra con il nuovo e difficile diventa distinguere tra tradizione e innovazione finché non si accetta di rimanere divisi tra esse, di vivere una condizione di meraviglia, una condizione da Mille e una notte che solo da certi autori, solo da certe opere può essere resa possibile.

AA.VV., Giovanni Modugno Apostolo ed Educatore tra cattedra e strada

APOSTOLATO EDUCATIVO TRA CATTEDRA E STRADA: LA PEDAGOGIA DI GIOVANNI MODUGNO PER IL XXI SECOLO

di Carlo De Nitti

L’approssimarsi di anniversari ‘rotondi’, di solito, stimola la riscoperta di autori, figure, eventi e momenti storici anche in relazione alle necessità teoretiche del presente. Quella di Giovanni Modugno è una situazione atipica, nonostante il 18 marzo 2027 ricorra il settantesimo anniversario della sua scomparsa. Negli ultimi anni, a far data dal 2020, sono stati pubblicati diversi volumi e studi sul suo pensiero: basti pensare a quelli degli storici Vincenzo Robles (Il volto umano del Vangelo, 2020; Giovanni Modugno e il suo ‘rifugio’  bresciano, 2023) e Giovanni Capurso (Due maestri del sud: Gaetano Salvemini e Giovanni Modugno: peraltro, il 6 settembre 2027 ricorre anche il settantesimo della scomparsa dello storico molfettese) ma soprattutto al Diario. Educazione, povertà, libertà, dello stesso Modugno, curato da Filippo Perrini (figlio dell’allievo prediletto e figlioccio del pedagogista) per la casa editrice Morcelliana nel 2025.

Oggi, tre valenti studiosi Emanuele Stellacci, educatore e dirigente scolastico, Armando Aufiero, postulatore diocesano della causa di beatificazione, ed Antonio Ruccia, presbitero e pastoralista, pubblicano il volume Giovanni Modugno Apostolo ed Educatore tra cattedra e strada, che ha visto la luce in questo settembre 2026 per i tipi della casa editrice partenopea La Valle del Tempo nella collana ‘Biblioteca di scenari’, con l’illuminante Prefazione di S.E.R. Mons. Giuseppe Satriano, Arcivescovo Metropolita di Bari-Bitonto: “Vi sono vite che non chiedono soltanto di essere ricordate, ma di essere nuovamente ascoltate. Vite che, pur appartenendo a un tempo ormai lontano, conservano una parola viva per l’oggi, perché hanno saputo abitare con profondità la storia, le sue ferite e le sue attese. Tra queste vite si colloca certamente quella di Giovanni Modugno: grande pedagogista, uomo di cultura, educatore appassionato, credente dalla fede concreta e operosa, testimone di un Vangelo non proclamato soltanto con le parole, ma inciso nella carne della storia […] Giovanni Modugno appartiene a questa costellazione spirituale. La sua santità, potremmo dire, ha il profumo della scuola, della strada, delle case visitate, dei poveri incontrati, dei giovani accompagnati, delle coscienze formate. E’ la santità di chi non cerca visibilità ma fecondità; di chi non si limita a denunciare le ferite del proprio tempo, ma vi entra con intelligenza, fede e amore; di chi crede che ogni persona, anche la più fragile e dimenticata, custodisca una dignità che va riconosciuta, educata e promossa” (pp. 9 – 11).

I tre Autori lumeggiano, da par loro, la figura del pedagogista bitontino che si staglia a tutto tondo per la sua originalità: la dimensione italiana ed europea del suo pensiero e la cogente attualità pedagogica, etico-politica e religiosa della sua riflessione, che si è snodata per circa un cinquantennio nella prima metà del XX secolo, lo ha reso un ‘maestro di senso’.

Attraverso i diversi passaggi in cui si articola il volume, gli Autori chiariscono il senso dell’essere Giovanni Modugno, contestualmente, un ‘Apostolo’ ed un ‘Educatore’, dimensione che non è stata solo esercitata dalla cattedra di filosofia e pedagogia che ha stabilmente occupato per oltre venticinque anni presso l’Istituto Magistrale Statale “Giordano Bianchi Dottula” di Bari, ma ha avuto molte altre modalità di esercizio, quali le iniziative di alfabetizzazione dei braccianti pugliesi ed anche il guardaroba dei poveri

In precedenti circostanze, chi scrive ha avuto l’opportunità ed il modo di sottolineare l’attualità del pensiero pedagogico modugnano, che è sicuramente una delle fonti del personalismo italiano ed europeo quale, ad esempio, quello propugnato da Jacques Maritain (1882 – 1973), filosofo ed amico di Papa Paolo VI (1897 – 1978) nella sua celeberrima Educazione al bivio, che ha visto la luce nel 1943.

In questo testo, di tutto ciò si trova ampia e sicura conferma: la formazione integrale della persona non può essere limitata da alcunché o essere sussunta ad alcuna entità o sovrastruttura (il Partito, lo Stato): il contrario dello Stato etico, propugnato dal fascismo, di cui fu sempre un fiero oppositore, non cedendo mai ad alcun compromesso e rifiutando per sé incarichi prestigiosi ed onori. Nel Modugno credente nella Resurrezione, coeriscono e si inverano le plurime dimensioni della sua personalità: il politico, l’antifascista, il ‘maestro’, l’educatore, il pedagogista, l’apostolo hanno una comune finalità nell’educazione integrale degli uomini, e delle donne, a cui, fin da giovanissimo, Modugno lottava per far ottenere loro ‘pane e libro’, gli strumenti di riscatto dalla miseria materiale e morale.

L’integralità della formazione dell’uomo propugnata da Giovanni Modugno è la conditio sine qua non per la fratellanza universale: un’idea forza nel pensiero del pedagogista bitontino, come nella Lettera Enciclica di Papa Francesco (Jorge Mario Bergoglio, 1936 – 2025), Fratelli tutti del 2020.

Appare a chi scrive di rilevante interesse per il nostro tempo la presenza di tracce del pensiero di Giovanni Modugno nelle idee del Concilio Vaticano II – aperto da S.S. Giovanni XXIII l’11/10/1962 e chiuso da S.S. Paolo VI l’8/12/1965 – di cui è da sempre un’icona (si vedano le pp. 97 – 104): “”

Arricchisce il volume una lettera che Giovanni Modugno inviò a Gaetano Salvemini nel 1947 come risposta ad una lettera aperta dello storico, pubblicata postuma, nell’ottobre 1957. In questa, il sessantasettenne Modugno riafferma le sue idee nonché le condizioni imprescindibili per un fecondo incontro con altre posizioni politiche e culturali: “Mentre prima, quando Lei mi ha conosciuto, mi occupavo con l’azione con gli scritti dell’educazione morale e civile dei giovani e dei fanciulli, ho allargato il mio compito, interessandomi vivamente anche dell’educazione etico-religiosa è […] In questo mi sono trovato d’accordo con F.W. Forster […] uno dei più strenui e tenaci avversari del nazismo e del fascismo […] Io voglio la libertà per tutti e mi sforzo di seguire coerentemente la massima evangelica: Non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te è […] Dopo la tragica esperienza della tirannia fascista, nazista e bolscevica, penso che si debba riconoscere tutto il valore del monito di Cristo: Rendete a Cesare quel ch’é di Cesare e a Dio quel ch’é di Dio […] Dato questo stato di confusione mentale, occorrono – lo dicevo e ripeto – molta comprensione e finissimo tatto per ‘defascistizzare’ le anime e fare del Cristianesimo cattolico una potente forza di rinnovamento non solo etico, ma anche politico […]  E’ da augurarsi – non si ripeterà mai abbastanza – gli uomini di buona volontà cerchino di fare una serena opera di chiarificazione di pacificazione per dissipare gravi malintesi i quali rendono ancora più arduo e difficile l’immane compito di ricostruire in Italia quanto è stato distrutto dal passato regime e dalla guerra. A questo compito vorrei poter dare le energie che mi restano, giacché anche le mie condizioni di salute mi impediscono di fare parte di qualsiasi partito politico. Così, per quanto indirettamente, mi sarà possibile occuparmi di politica e lavorare. Non è tuttavia escluso che, dissipati funesti malintesi, potremmo ritrovarci a modo mio insieme con chi sinceramente e coerentemente vuole la salvezza dell’Italia e il trionfo degli ideali di libertà, di giustizia e di pace, che, ripeto, la loro scaturigine nella morale cristiana” (pp. 85 – 95 passim).

Da vera ‘icona laica’ del Concilio Vaticano II – aperto da S.S. Giovanni XXIII l’11/10/1962 e chiuso da S.S. Paolo VI l’8/12/1965 – (si vedano le pp. 97 – 104) che le sue idee, lo si è visto nelle righe precedenti, hanno anticipato: “Modugno sintetizza il volto del laico conciliare che si impegna per i poveri senza avere paura di essere messo ai margini ‘della e dalla Chiesa’ ” (p. 101), come asserirà la Gaudium et Spes, per ‘ascendere insieme’, tutti, educatori ed educandi. 

G. Lo Presti, Dislessia

Screenshot

Settimana Nazionale della Dislessia, 5-11 ottobre 2026 

DISLESSIA: COSA FARE (E NON)

Dalla lettura allo studio: un vademecum in cinque punti per aiutare ragazze e ragazzi a scuola, dal nuovo libro Erickson di Gianluca Lo Presti

La dislessia non si manifesta soltanto nella difficoltà nella lettura. Per ragazze e ragazzi, soprattutto nel passaggio alla scuola secondaria di primo grado, la fatica nella decodifica può ripercuotersi sulla comprensione dei testi, sullo studio, sull’organizzazione del lavoro e sulla capacità di mostrare ciò che si sa. Nel nuovo libro Erickson Dislessia. Scuola secondaria di primo grado. Cosa fare e non, lo psicologo Gianluca Lo Presti affronta 14 situazioni concrete che insegnanti e studenti possono incontrare nella quotidianità scolastica, offrendo per ciascuna di queste indicazioni operative su cosa fare e cosa evitare. Il volume invita a guardare oltre il comportamento immediatamente visibile: un ragazzo che non prende appunti può essere attentissimo ma non riuscire a scrivere mentre ascolta; chi sembra non aver studiato può avere studiato molto, ma senza un metodo efficace. La diagnosi è un punto di partenza, non di arrivo: conoscere il funzionamento del singolo studente o studentessa permette di trasformare le difficoltà in scelte didattiche più precise.

Di seguito, un piccolo vademecum con 5 situazioni e relativi consigli tratti dal libro:Ha difficoltà nel prendere appunti: ascoltare, selezionare le informazioni e scrivere contemporaneamente può essere un doppio carico cognitivo. Possono aiutare schemi da completare, parole chiave e appunti già strutturati.Studia tanto, ma rende poco: il tempo passato sui libri non garantisce un apprendimento efficace. Meglio chiedersi “Come hai studiato?” e lavorare su metodo, comprensione e selezione delle informazioni.Ha una bassa autostima: non basta rassicurarlo a parole, servono esperienze concrete in cui possa sentirsi competente. Meglio valorizzare i progressi e usare feedback precisi, evitando etichette e generalizzazioni.Perde facilmente la calma: prima di intervenire, è importante capire quale carico di richieste ha preceduto la reazione. Nel momento della crisi meglio abbassare la pressione, mantenere un tono fermo e accogliente e rielaborare poi l’episodio.Rifiuta l’aiuto anche quando ne ha bisogno: a volte il rifiuto nasce dal timore di sembrare diverso o incapace. Rendere l’aiuto meno esposto, offrirlo come possibilità di scelta e integrarlo nella quotidianità può favorire autonomia e senso di competenza. Pagine: 120Prezzo: 16,50 €In libreria da: settembre 2026

*Gianluca Lo Presti, psicologo, dal 2010 svolge attività clinica per la diagnosi e il trattamento dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento. È socio AIRIPA – Associazione Italiana per la Ricerca e l’Intervento nella Psicopatologia dell’Apprendimento, relatore e formatore in corsi di formazione e docente sui DSA presso scuole di specializzazione e master universitari. Fa parte del Comitato scientifico della Fondazione Irene ed è stato componente del Gruppo di Lavoro sui DSA dell’Ordine degli Psicologi della Regione Siciliana. Con Erickson ha pubblicato Nostro figlio è dislessico, Diagnosi dei disturbi evolutivi e, con C. Vio e P.E. Tressoldi, Diagnosi dei disturbi specifici dell’apprendimento.

M. Oggero, Le piccole viltà

Margherita Oggero, ancora impegnata

di Antonio Stanca

     Di quest’anno è l’opera più recente di Margherita Oggero, l’ha pubblicata Einaudi, s’intitola Le piccole viltà, si compone di tre parti che sembrano separate, distinte ma rientrano in una composizione che tutte le comprende, per tutte ha una ragione, una successione, di tutte ha bisogno per potersi dire un romanzo. Con un altro romanzo, La collega tatuata, aveva esordito nel 2002 la Oggero: allora aveva sessantadue anni ora ne ha ottantasei e divisa si è sempre tra molti interessi. Nata a Torino nel 1940, qui è vissuta quasi sempre, qui è stata insegnante per molti anni e qui la sua scrittura si è mostrata impegnata in diverse direzioni. Oltre che di romanzi è stata autrice di racconti dai quali sarebbe derivata una serie televisiva di notevole successo. Alcuni romanzi avrebbero avuto una riduzione cinematografica. Anche romanzi gialli per bambini ha scritto. Spesso premiate e tradotte sono state le sue opere e non va trascurata la sua collaborazione con quotidiani e riviste. Presente ha voluto essere la Oggero nella vita, nella storia, nel contesto umano, sociale, culturale che si è andato formando nei tempi moderni, in quelli che hanno assistito alla crisi, alla svalutazione di ogni valore morale, spirituale, di ogni regola, di ogni principio che era stato fondamentale per quella che sarebbe diventata la tradizione. Inserite, immerse nel tempo, nell’ambiente che ormai si è formato vogliono essere le opere della Oggero. Aspetto, voce, forma vogliono dare a quanto ogni giorno accade nelle case e fuori, tra persone di ogni età, in luoghi di ogni genere. Non rimangono, tuttavia, in superficie quelle opere, non si fermano all’apparenza ma vanno oltre, cercano nell’interiorità dell’anima, nella profondità dello spirito. Cercano quel che è diventato difficile trovare per quanto di nuovo, di diverso è sopraggiunto con la modernità e del passato ha ridotto lo spazio e l’importanza. Non si è, però, arresa la scrittrice, non ha riconosciuto come scomparsi, come sconfitti per sempre quelli che erano stati i valori della morale, del sentimento, dell’idea. Li ha visti contrastati, combattuti perché contrario, ostile era diventato l’ambiente ma non ha smesso di perseguirli, di rappresentarli, di confrontarli con quanto succedeva intorno a loro. Sarà questo confronto, a volte violento, pericoloso, il motivo che ricorrerà in tutte le sue opere e così succede pure ne Le piccole viltà dove torna un altro dei temi preferiti dalla Oggero, quello di costruire l’intera narrazione, pur se abbastanza vasta e ricca di personaggi e avvenimenti, intorno al piccolo nucleo di una o due famiglie e di fare delle faccende di queste in un grosso centro urbano l’origine del movimento, dello sviluppo di quei personaggi e di quegli avvenimenti.

    A ottantasei anni la Oggero si è ripetuta ancora una volta e nella maniera migliore!    La grande città che fa da sfondo a quanto succede è Torino, la famiglia da dove s’inizia è quella di papà Romano che a Torino si è assicurata un’agiata condizione economica e qui ha permesso alle due figlie, Valentina e Giuliana, di fare un buon matrimonio, la prima con Armando, l’altra con Vincenzo. La figlia di Valentina, Marianna, sarà, però allevata, cresciuta dalla zia Giuliana poiché sempre in viaggio per lavoro o altro staranno la madre e il padre. Sarà Marianna a creare fin da piccola un certo movimento tra le due famiglie, a mettersi al centro dei loro interessi, a farle venire a contatto tra loro e con altre persone, altri ambienti, altre situazioni. Cresceranno sempre più questi scambi, si estenderanno oltre i confini dei quartieri propri delle due case, coinvolgeranno persone estranee, lontane, diverse. L’opera si andrà popolando, arricchendo di vita e di storia privata e pubblica, diventerà difficile seguirla poiché molti, moltissimi saranno i personaggi e i loro casi. Non ci sarà posto di quell’immensa Torino che la scrittura della Oggero non raggiunga. In questa moltitudine la scrittrice avvierà quel confronto al quale non ha mai rinunciato tra quanto nel tempo è cambiato e quanto è rimasto inalterato perché legato a valori morali, spirituali che hanno fatto parte della tradizione, l’hanno costituita. Tramite i personaggi, tramite quanto pensano, fanno, dicono la Oggero farà risaltare questa differenza, farà vedere ancora possibili l’amore, il bene. Capaci li mostrerà di riuscire, di farcela pur in un contesto completamente cambiato. Niente altro se non la sua scrittura aveva per affrontare un problema così complicato, una scrittura attenta, precisa anche se veloce, rapida, una scrittura che si concede all’ironico, al dialettale, all’osceno anche se solo per i frangenti necessari a far apparire completa, vera quella vita che vuole rappresentare. Questo il merito maggiore della scrittrice: aderire a tutto quanto succede e rimanere dalla propria parte.

G. Lavenia, Troppo amore

Come smettere di essere genitori ansiosi: Giuseppe Lavenia torna in libreria con Troppo amore

Una guida sincera per trasformare l’ansia educativa in una presenza che lascia spazio.

Milano, 29 settembre 2026 – «Non ti proteggo dalla vita. Ti accompagno mentre impari a viverla». È con questa frase che Giuseppe Lavenia, psicoterapeuta e divulgatore scientifico, introduce il suo nuovo libro Troppo amore. Come smettere di essere genitori ansiosi, pubblicato da Edizioni San Paolo (204 pp.): una guida sincera e imperfetta dedicata a tutti quei genitori che vivono l’educazione come un equilibrio fragile tra cura e libertà.

Nel volume, Lavenia smonta con lucidità l’inganno più comune della genitorialità contemporanea: «non è l’amore a far male, ma l’amore che non lascia spazio» . Essere genitori oggi significa infatti muoversi su un filo sottilissimo: amare senza soffocare, proteggere senza invadere, esserci senza controllare. Più ci si impegna, più cresce l’ansia di evitare ai figli ogni caduta, errore o frustrazione, finendo per togliere proprio ciò che li renderebbe più forti.

Con un linguaggio diretto, capace di accarezzare e colpire, Lavenia accompagna il lettore in un viaggio emotivo che offre consigli, pratiche concrete, gesti e parole che curano. Troppo amore non è un manuale, ma una mappa per trasformare l’ansia in presenza, il controllo in fiducia, la paura in un modo più libero e coraggioso di amare.

Giuseppe Lavenia, psicoterapeuta, docente universitario, presidente dell’Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi delle Marche e dell’Associazione Di.Te. Esperto di dipendenze digitali, cyberbullismo e tematiche educative, è volto televisivo, firma del quotidiano la Repubblica e autore del bestseller Genitori digitali (2024).

Troppo amore è un invito a lasciare andare, sapendo che ogni figlio troverà sempre un posto in cui tornare. Un posto che si chiama casa.

TROPPO AMORE

Edizioni San Paolo 2026, pp. 204 euro 18,00

«NON TI PROTEGGO DALLA VITA.

TI ACCOMPAGNO MENTRE

IMPARI A VIVERLA».

* * *

Un libro per trasformare

l’ansia in presenza, il controllo in fiducia,

la paura in un modo più libero

e coraggioso di amare.

Giuseppe Lavenia, psicoterapeuta e divulgatore scientifico, marito e padre di due figli, è docente di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni presso l’Università Politecnica delle Marche e docente di Psicologia delle Dipendenze Tecnologiche presso l’Università Telematica eCampus. Firma di Salute del quotidiano la Repubblica, volto televisivo e conference talker, è noto per essere un esperto di dipendenze digitali, ludopatie e cyberbullismo.

Presiede inoltre l’Associazione Nazionale Di.Te. (Dipendenze Tecnologiche).

Presidente dell’Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi delle Marche, scrive libri divulgativi e interviene come esperto di tematiche educative sui media televisivi e della carta stampata e sulle riviste specializzate. È chiamato in Italia e all’estero per speech e conferenze. Il suo profilo Instagram @ildottoredelbenesseredigitale è seguito da migliaia di genitori, educatori e insegnanti.

Il suo ultimo bestseller è Genitori digitali. Guida pratica per educare bambini da 0 a 10 anni a un uso consapevole delle nuove tecnologie (2024).

V. Schettini. La scuola che verrà

Vincenzo Schettini, La scuola che verrà. Riflessioni nell’era del cambiamento, Mondadori Electa, 256 pp.

«Proprio nel momento in cui crollano le certezze, si apre uno spazio nuovo. Ed è in quello spazio che tu puoi cambiare le cose e fare la differenza.»

Con 200.000 copie vendute dei suoi libri e milioni di follower sui suoi profili social, Vincenzo Schettini è un divulgatore, una star dei social. Oltre ad essere un dei prof tra i più conosciuti del web, Vincenzo è però anche un docente che vive la scuola nella sua quotidianità con entusiasmo ma anche con tutte le sue difficoltà e inadeguatezze in un’era di rapidi cambiamenti. Da vent’anni ormai, nelle vesti di professore, ogni mattina guarda in faccia il futuro. Lo osserva negli occhi dei suoi studenti, nelle loro domande, nei loro silenzi, nel modo in cui imparano, si distraggono, costruiscono relazioni e si avventurano nel mondo. La cattedra è per lui l’osservatorio privilegiato su una generazione cresciuta tra smartphone, social network e intelligenza artificiale: ragazzi profondamente diversi da quelli che sedevano tra i banchi quando lui ha iniziato a insegnare, ma animati dallo stesso bisogno di essere ascoltati, capiti, guidati.

Nel suo nuovo libro La scuola che verrà, edito da Mondadori Electa, con la consueta voce calda, accogliente, ma sempre diretta e sincera, Vincenzo affronta alcune delle domande più urgenti del nostro tempo: in un mondo che cambia alla velocità della luce: come possiamo restituire ai ragazzi il desiderio di conoscere? Perché è sempre più difficile catturare l’attenzione degli studenti? E soprattutto, quale ruolo deve avere la scuola oggi? Dal tentativo di trovare delle risposte nasce un progetto che è insieme racconto personale e dichiarazione d’amore per l’educazione. Un libro in cui il prof racconta la scuola di ieri, quella di oggi, ma anche quella di domani, intrecciando ricordi, incontri e riflessioni nate dall’esperienza quotidiana. Dalla passione trasmessa dalla madre insegnante ai primi esperimenti con la didattica digitale, ogni pagina mostra come educare significhi prima di tutto saper cambiare insieme ai ragazzi.

La scuola che verrà è un invito a osservare il presente senza nostalgia né catastrofismi, per smettere di pensare “ai miei tempi era meglio”, e capire davvero la generazione che sta crescendo davanti ai nostri occhi. Perché educare non significa preparare i ragazzi al mondo che conoscevamo noi, ma a quello che li aspetta davvero domani.

Vincenzo Schettini è un prof, ma anche un fisico, musicista, autore bestseller e conduttore televisivo. Agli inizi del 2000 si diploma in violino e didattica della musica per poi laurearsi in fisica. Le due anime, quella artistica e quella scientifica, si sono fuse grazie all’idea di trasformare la fisica da pura nozione a vero e proprio intrattenimento, imitando lo stesso effetto che ha la musica sul palcoscenico: da quasi trent’anni, Vincenzo dirige un affermato gruppo gospel chiamato Wanted Chorus e insegna fisica alle scuole superiori. Attraverso i canali social de La Fisica Che Ci Piace, che contano ormai milioni di follower, rende la sua materia accessibile a tutti, arricchendo le lezioni con un tocco personale e accattivante. Dal dicembre 2023 ha iniziato il tour teatrale La lezione show, che ha già fatto tappa in molte città italiane, appassionando un pubblico che abbraccia davvero tutte le generazioni. Ha condotto su RaiDue la trasmissione La fisica dell’amore. I suoi libri, La fisica che ci piace, Ci vuole un fisico bestiale e La vita che ci piace, tutti pubblicati da Mondadori Electa, sono casi editoriali di straordinario successo, con oltre 200.000 copie vendute.

AA.VV., Forum sulle stragi in Italia. Gli anni settanta e ottanta

Forum sulle stragi in Italia, a cura di Giovanna Corradini. Analisi e relazioni storiche di Carlo Ruta, Giuseppe Lumia, Miguel Gotor, Claudio Fava, Stefania Limiti. Forum/Documenti, ottobre 2026, pp.260

Le stragi oltre la cronaca. Un libro per rileggere la violenza italiana tra gli anni settanta e ottanta

di Maurizio Cirignotta

Ci sono libri che raccolgono gli atti di un incontro e libri che, partendo da un incontro, costruiscono un problema storico. Forum sulle stragi in Italia. Gli anni settanta e ottanta, a cura di Giovanna Corradini, appartiene alla seconda categoria. Il volume nasce dal lavoro del “Forum sulle stragi in Italia” e raccoglie interventi, analisi, testimonianze, documenti e materiali iconografici, ma la sua ambizione non è semplicemente quella di conservare la memoria degli appuntamenti che lo hanno preceduto. È piuttosto quella di interrogare, attraverso punti di vista diversi, alcuni nodi ancora aperti della storia repubblicana. 

La struttura del libro rende evidente questa impostazione. Alle relazioni storiche di Carlo Ruta, Giuseppe Lumia, Miguel Gotor, Claudio Fava e Stefania Limiti seguono un ampio esame storico-antropologico della violenza, testimonianze e rapporti, un dossier dedicato agli anni Ottanta, una sezione di messaggi e adesioni al Forum e infine una consistente documentazione iconografica tratta dall’Archivio storico di Carlo Ruta. Non c’è dunque una sola chiave di lettura, ma un confronto tra storia, esperienza istituzionale, inchiesta parlamentare, giornalismo, analisi documentaria e testimonianza. 

Il filo conduttore più evidente è tuttavia quello proposto da Carlo Ruta. Il suo saggio, La trasformazione e la meccanica della violenza in Italia dal dopoguerra agli anni ottanta, non si limita infatti a ricostruire una successione di stragi e di episodi criminali. Cerca di osservare la violenza come fenomeno storico mutevole: come risorsa, linguaggio, rapporto di potere e, progressivamente, come meccanismo capace di modificare non soltanto i comportamenti ma anche la percezione della realtà.

È questo, in fondo, il nucleo più originale del volume. Ruta parte dal dopoguerra e dalla ricostruzione del monopolio statale della forza, attraversa i conflitti sociali, la violenza privata e le forme meridionali della faida, arriva alla politicizzazione degli anni Settanta e quindi osserva la trasformazione del quadro negli anni Ottanta. Il passaggio decisivo non viene individuato semplicemente nell’aumento o nella diminuzione della violenza, ma nel mutamento della sua struttura e della sua funzione.

Da questo punto di vista il saggio propone una lettura longitudinale che mette in relazione fenomeni spesso studiati separatamente: conflitto sociale, criminalità organizzata, terrorismo politico, trasformazioni urbane, cultura del consumo, apparati dello Stato, magistratura, informazione e produzione della memoria. La distinzione tra una violenza degli anni Settanta più spettacolare, fondata anche sulla visibilità dell’atto, e una violenza degli anni Ottanta più reticolare e opaca costituisce il passaggio interpretativo centrale. Nel secondo caso la violenza può non manifestarsi soltanto attraverso l’esplosione dell’evento, ma attraverso il depistaggio, la frammentazione delle conoscenze, l’occultamento, la manipolazione delle informazioni e la difficoltà stessa di ricostruire ciò che è accaduto.

È qui che emerge la categoria proposta da Ruta della “violenza dell’occultamento”. Non una categoria giuridica, ma uno strumento storico-antropologico per interrogare una forma di violenza che agisce anche dopo l’evento, sul terreno della conoscenza. La strage non produce più soltanto vittime e paura: può produrre anche versioni concorrenti, silenzi, cancellazioni, incertezze e una progressiva difficoltà collettiva a stabilire una relazione condivisa tra fatto, responsabilità e memoria. Il caso di Ustica assume, in questa prospettiva, un valore paradigmatico. Il saggio non propone quindi una semplice prosecuzione della storia della “strategia della tensione”, ma cerca di individuare una trasformazione della meccanica del potere e della violenza. 

Gli altri contributi impediscono però che questa lettura diventi una costruzione isolata. Giuseppe Lumia porta nel libro la lunga esperienza delle inchieste istituzionali e della Commissione parlamentare antimafia, interrogandosi sui limiti degli strumenti di accertamento delle responsabilità e sulla necessità di rendere più efficace il rapporto tra istituzioni, documenti e verità storica. Miguel Gotor entra nel laboratorio delle carte di Aldo Moro, soffermandosi sul memoriale della prigionia e soprattutto sulla natura lacunosa e censurata delle fonti: anche ciò che manca a un documento può diventare, per lo storico, un problema da interpretare. 

Claudio Fava sposta lo sguardo sulle stragi del 1992 e sulla necessità di una chiave di lettura complessa, mentre Stefania Limiti ricostruisce il quadro politico e sociale degli anni Ottanta. Il loro contributo ha anche una funzione strutturale importante: permette al volume di affacciarsi sul decennio successivo senza costringere il saggio centrale di Ruta a oltrepassare il limite cronologico degli anni Ottanta. Il libro può così chiudere un ciclo e, nello stesso tempo, preparare il terreno per una prosecuzione dedicata agli anni Novanta. 

Una seconda anima del volume è rappresentata dalle testimonianze e dai rapporti. Giuseppe Varnier torna sulla figura di Pasolini; Gianluca Floridia riflette sull’esperienza del Forum; Corrado De Fecondo affronta Ustica e le tecniche del depistaggio; Giuseppe Iuvara ricostruisce l’evoluzione dell’attività medico-legale nell’identificazione delle vittime delle stragi. Sono contributi diversi per metodo e linguaggio, ma proprio questa diversità rafforza l’impianto complessivo del libro.

Particolarmente significativa è poi la sezione dedicata agli anni Ottanta, costruita attorno a materiali risalenti al 1984-1985. Al centro si trova un testo di Amato Lamberti sull’informazione relativa alla camorra nei quotidiani campani, un documento di grande interesse anche perché considera l’informazione non come semplice trasmissione di fatti, ma come produzione e socializzazione di schemi attraverso i quali la società interpreta la realtà. 

Attorno a Lamberti il dossier raccoglie le voci di Roger Cohn, Franco Zecchin, Maria Pia Durante e Francesco Tassone. Ne emerge un osservatorio composito sul Mezzogiorno: la mafia vista anche attraverso lo sguardo esterno del giornalista straniero, la violenza quotidiana fotografata dal reporter, i meccanismi della criminalità urbana e il rapporto tra informazione, ‘ndrangheta e potere. Sono documenti che, rimasti indisponibili per decenni, acquistano oggi un valore ulteriore proprio perché permettono di confrontare la rappresentazione contemporanea degli anni Ottanta con la successiva elaborazione storiografica. 

Infine, il volume presenta un corredo iconografico che non ha una funzione ornamentale. Manifesti, volantini, ciclostilati, fotografie e altri materiali dell’Archivio storico di Carlo Ruta sono proposti come vere e proprie fonti storiche. Attraverso di essi è possibile osservare non soltanto ciò che gli attori politici e sociali sostenevano, ma anche il linguaggio delle contrapposizioni, le paure, le aspettative, le forme della propaganda e le rappresentazioni della violenza nel loro stesso tempo storico. La sezione non pretende di sostituire le fonti giudiziarie o istituzionali: le affianca, restituendo alla ricerca quella dimensione materiale e visiva che spesso si perde nelle ricostruzioni a posteriori. 

In questo senso anche la documentazione finale diventa parte dell’argomentazione del libro. Il lettore passa dai testi degli storici e degli osservatori ai materiali attraverso cui una società ha rappresentato se stessa, i propri conflitti e le proprie paure. È un passaggio particolarmente coerente con l’impostazione di fondo del volume: studiare la violenza significa anche studiare i modi attraverso i quali essa viene percepita, raccontata, occultata, contestata e infine consegnata alla memoria.

Il risultato è dunque qualcosa di più di un volume di atti. È un libro-documento, nel quale il Forum diventa progressivamente un laboratorio di ricerca: non una voce unica, ma un luogo nel quale esperienze diverse possono essere messe in relazione. E il problema della violenza, assunto come categoria storica e antropologica, consente di attraversare quasi quarant’anni della Repubblica italiana senza ridurli a una semplice successione di stragi.

Il valore principale dell’opera sta forse proprio qui: nel tentativo di spostare la domanda dal solo “chi ha compiuto la violenza?” al più ampio “come si è trasformata la violenza, quali rapporti di potere ha espresso e quali forme ha assunto il suo racconto?”. È una domanda che non chiude la storia delle stragi. Al contrario, la riapre sul terreno della ricerca.


O. Fattorini, Dirigenza umanistica

DIRIGENZA UMANISTICA

Ottavio Fattorini, Dirigenza umanistica. Ragione e sentimento per la governance strategica delle istituzioni scolastiche

di Laura Nascimben

Persona, etica e relazioni: questi sono i cardini della dirigenza umanistica spiegata da Ottavio Fattorini. L’autore e coordinatore del volume si concentra sul modo in cui mettere in pratica una leadership educativa per la scuola del futuro, considerando che l’influenza del dirigente scolastico sulla qualità dell’insegnamento e sugli esiti degli apprendimenti degli studenti ha un peso di circa il 5-7% (Paletta citato a p. 1).

Partendo da un’analisi del concetto di leadership della dirigenza scolastica – e da una conoscenza pratica e concreta dello scenario che avvolge la professione, incluse le sue criticità – Fattorini si sofferma sul «senso di un investimento personale e sulla ricerca di uno stile dirigenziale definito “umanistico”» (p. 56) e propone un Manifesto descrivendo la “Dirigenza umanistica” (tale costrutto è marchio d’impresa registrato).

Il primo principio del Manifesto «“Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato!” (Mc. 2, 27): per non farsi strumenti della banalità del male» (p. 104) ricorda che le persone sono il fine delle norme; l’indicazione è quella di cercare la ratio, il senso profondo della regola, per allontanare la logica dell’adempimento. Il secondo principio: «Dove pongo il cancello della scuola … ogni singola volta» (p. 115) richiama il lavoro fatto dal dirigente che, in ogni singola circostanza, valuta, considera e, poi, decide, se, come, quando e quanto interpretare il suo ruolo e attuare il suo intervento, tenendo conto della sostenibilità delle sue decisioni. Quando decide il dirigente opera in un contesto di «contatto, cura e relazione» (p. 116) investendo energie personali che hanno un limite e che bisogna sempre considerare. Il terzo principio «“Ecce homo” …tra il “de minimis non curat praetor” (p. 120) e la visione perspicua delle persone» si rivolge alla gestione del tempo richiesto dalla presenza, dalla partecipazione diretta, dall’ascolto e dal presidio dell’istituzione scolastica. Una volta strutturato il contesto e la gestione dei processi, il dirigente valuta quanto delegare, mantenendosi vigile e pronto a cogliere quelle situazioni particolari dove occorre intervenire personalmente. Il quarto principio, cioè «Una leadership “autonomo-rinascimentale” per il benessere della comunità educante (il DS abilitante)» (p.125), richiama il fatto che ogni esperienza richiede un adattamento dell’azione e dello stile del dirigente, ricordando l’importanza di un tipo di leadership diffusa e distribuita che responsabilizzi le persone e contribuisca alla crescita del capitale umano della scuola. Il quinto principio «Pensiero digitale appreso, volto al merito delle questioni (oltre i formalismi)» (p. 131) intende il “digitale” «come modalità di pensiero e vita “emergente”» (p. 131) che coinvolge non solo la tecnologia ma la complessità dell’evoluzione, degli approcci e delle relazioni nella società contemporanea, come un mondo in continua trasformazione, che comporta evidenti ricadute sull’identità personale e sociale (digitale e non). Per non disperdersi, secondo Fattorini, occorre «saper porre le giuste domande» (p. 132), lavorare rivolti al merito delle questioni, procedere all’interno di un mondo di scelte complesse che supera le evidenze e richiede di considerare aspetti emotivi, anche marginali, impliciti e di contesto.

In questa prospettiva, la governance nella “Dirigenza umanistica” supera la dimensione giuridico-amministrativa e diventa uno stile riconoscibile che, nel perseguire gli obiettivi istituzionali, fa presa sulla comunità e ha cura di contribuire, ad un tempo, al benessere organizzativo e, quindi, allo star bene delle persone che lavorano e vivono in quell’organizzazione.

Il libro è arricchito dai contributi di esperti e di altri dirigenti scolastici, oltre che dalla prefazione di Anna Paola Tantucci, che valorizza la sostenibilità di questo modello di leadership basato sulla persona e sulla qualità delle relazioni umane, e dalla postfazione di Damiano Previtali, che accantona le logiche burocratiche per l’affermazione di una dirigenza che accolga dimensioni educative di ascolto e cura.

L’opera è da collocare, inoltre, tra le possibili letture per integrare la preparazione dei candidati al concorso per dirigente scolastico.

P. Neruda, I. Lettres 1716-1899

Il libro raccoglie sessanta lettere autentiche del periodo 1716–1899, che ho selezionato fra oltre 45.000 lettere lette. Prima del loro acquisto e della loro pubblicazione attraverso Neruda Archives, non erano state pubblicate. Gli originali fisici di tutte e sessanta le lettere sono conservati presso Neruda Archives e le loro riproduzioni digitali sono ora pubblicamente accessibili:

https://www.neruda-archives.org/i-lettres

L’interesse principale, però, non è tanto per i documenti storici, quanto per le persone che vi prendono la parola. Le lettere sono state scelte per il modo in cui mi hanno toccato sul piano umano, e ho dedicato molto tempo alla loro disposizione. Il libro è composto come un insieme, non in ordine cronologico. Questa scelta è del tutto intenzionale, così come quella di presentare le lettere senza commento esplicativo; le trascrizioni e le traduzioni conservano il testo originale il più fedelmente possibile.

Nel libro rimangono anche le aggiunte e le annotazioni successive presenti sui documenti.

A volte bastano poche di queste parole a cambiare l’intero significato di una lettera. Lascio da parte ulteriori informazioni sul contesto, anche quando le conosciamo o è possibile ricostruirle, fra l’altro attraverso la scheda archivistica della lettera.

Ogni lettera contiene quindi un collegamento diretto alla propria scheda archivistica, con scansioni dell’originale, trascrizione, traduzione e metadati, talvolta anche con ulteriori informazioni sul contesto. Chi lo desidera può passare dalla lettura al documento stesso e proseguire la ricerca per conto proprio.

I. Lettres è stata pubblicata in dieci lingue ed è uno dei risultati del mio lavoro per rendere progressivamente accessibile al pubblico la corrispondenza storica.

Tutte le lettere incluse in questo libro provengono da originali fisici. I singoli documenti sono stati acquisiti gradualmente da fonti disperse – aste, librerie antiquarie e collezioni private – e riuniti presso i Neruda Archives, dove sono conservati, digitalizzati, catalogati e resi accessibili al pubblico.

Le lettere sono presentate in questo libro senza commento.

Le trascrizioni e le traduzioni cercano di seguire gli originali con la massima fedeltà possibile. Per questo, le formulazioni maldestre, le ripetizioni, le contraddizioni e le altre peculiarità del testo non vengono deliberatamente attenuate né corrette.

Le cancellature leggibili sono conservate come testo barrato. Brevi indicazioni tra parentesi quadre segnalano passi illeggibili, perduti o altrimenti danneggiati negli originali.

Le traduzioni dei lati recanti l’indirizzo e dei dati postali non sono incluse, salvo quando costituiscano esse stesse la prosecuzione del messaggio.

A. Schnitzler, Doppio sogno

Arthur Schnitzler, tra sogno e realtà

di Antonio Stanca

   È da poco uscita una nuova edizione di Doppio sogno, racconto, favola o novella come si usa dire quando di queste brevi narrazioni l’autore è l’austriaco Arthur Schnitzler che molto ama stare in esse tra quanto è vero e quanto non lo è senza che sia possibile chiarire se è sogno, visione, fantasia, immaginazione, apparizione o altro. La composizione dell’opera risale agli anni tra il 1921 e il 1925 anche se già nel 1907 l’autore l’aveva abbozzata. La prima pubblicazione è del 1926.

   Schnitzler era nato a Vienna nel 1862 e qui era morto nel 1931 dopo aver assistito alla fine di un’epoca e alla prima guerra mondiale, a due avvenimenti dai quali gli era derivato un senso di rovina, di sconfitta, una convinzione di fallimento, di catastrofe, una concezione ben diversa da quella sfarzosa, lussuosa che le apparenze della vita, della società nella Vienna di allora volevano lasciar intendere. Dietro quelle apparenze si celavano disagi veri e propri, pericoli gravi, mortali, verità allarmanti. Di queste Schnitzler sarebbe stato lo scrittore, della vera Vienna avrebbe detto nelle sue opere fossero state di teatro, di narrativa o di altro genere. Per esse, per scrivere avrebbe rinunciato alla carriera di medico, di psichiatra e si sarebbe dedicato ad una scrittura capace di scendere al fondo dell’animo umano, di cogliere i movimenti, le espressioni più remote, più segrete, di portarle alla luce con una facilità, una chiarezza tali da far invidia a Freud che in quegli stessi anni faceva della psicanalisi una scienza esatta.

   Dopo un breve periodo di esercizio della sua professione, Schnitzler aveva cominciato con l’attività letteraria. Ve lo conducevano le sue doti di scrittore e la responsabilità alla quale gli sembrava ormai di non poter sottrarsi circa le gravi condizioni che nella Vienna di quell’Austria si celavano dietro altre facciate. Un atto di accusa, una denuncia voleva essere la sua opera di scrittore, una scoperta, una rivelazione delle verità nascoste nel privato e nel pubblico, in casa e fuori. La forma breve, quella della scenetta teatrale, del racconto, del monologo interiore, sarà la preferita da Schnitzler perché meglio si adattava alla sua ricerca di effetti preziosi e carichi di significato. Le scene teatrali furono le prime da lui pubblicate. Si era alla fine dell’Ottocento e pure allora, nel 1895, aveva esordito nella narrativa col racconto, stavolta lungo, Sterben. Teatro e racconti e romanzi saranno i generi nei quali si applicherà fino agli ultimi tempi della sua vita, quelli dove l’ambientazione e l’intento torneranno quasi sempre a dire di una condizione umana, sociale in crisi, di una città, Vienna, in pieno decadimento nonostante la ricerca di altri effetti. Non succede, tuttavia, che Schnitzler si ripeta nelle sue opere ché diversi sono ogni volta gli eventi e i loro protagonisti anche se destinati tutti a testimoniare dello stato di rovina che si sta verificando e dell’incapacità di risolverlo. Denunciare vuole Schnitzler i colpevoli di quanto sta succedendo e lo vuole fare come uomo di cultura, di letteratura, come autore, come artista che si sente responsabile anche della vita, delle sorti degli altri e per questo ne fa il motivo, la trama delle sue opere. Non rinuncia, però, ai modi suoi propri d’indagare, di procedere, quelli che risalgono alla sua formazione, alla sua prima cultura, alla psicanalisi che si andava sempre più diffondendo e della quale tante volte discuteva con Freud. Scrittura, letteratura, arte fa diventare Schnitzler quanto gli era venuto dai primi studi e quanto gli veniva dalla nuova atmosfera culturale ormai decisamente segnata, orientata dalla psicanalisi. Sarà anche questo il motivo che lo condurrà a cercare tanti effetti nelle sue opere, a non rimanere limitato ad alcuni, a non fargli distinguere tra realtà e fantasia, convinzione e immaginazione, certezza e dubbio. La psicanalisi, la sua conoscenza, la sua pratica lo porteranno a rimanere sospeso tra tanti elementi, tanti aspetti del vivere. Così sarà in Doppio sogno che non si sa se definire novella o racconto o favola visto che si svolge quasi per intero tra un lungo sogno raccontato una mattina di fine inverno dalla bella moglie Albertine al marito, dottor Fridolin, che lavora al vicino Policlinico e si applica pure in visite private o in ambulatorio, e quanto da quel sogno a lui deriva durante il giorno e la notte che verranno, durante tutto il tempo che sceglierà di rimanere lontano da casa dopo il racconto della moglie. La loro è una famiglia stimata, rispettata, la loro bambina sta, si frequenta con compagne, amiche di altre buone famiglie. Sicuri sono, marito e moglie, della loro condizione compresa quella economica, stimato è il dottore, scelti sono gli ambienti che la signora conosce. In un contesto così tranquillo, così sicuro non si sarebbe mai atteso di sentirsi raccontare dalla moglie un sogno durante il quale si è ritrovata col bel giovane danese conosciuto l’anno precedente durante le vacanze in Danimarca e con lui si è intrattenuta al punto da non esitare a dichiararsi innamorata. Dirà pure che il sogno le aveva fatto riprovare i sentimenti di allora e che le aveva procurato molto piacere. Fridolin, che non aveva mai dubitato dell’affetto, dell’ammirazione della moglie nei suoi riguardi, soffrirà questo racconto, ne sarà sconvolto e una volta uscito da casa chiamerà in ospedale per farsi sostituire quel giorno e dopo. Comincerà così un vagabondaggio tra le strade, i locali pubblici, i quartieri di Vienna, compresi quelli poco raccomandabili. Si perderà tra posti sconosciuti, è stordito, confuso per quanto ha ascoltato. Ha bisogno di rifarsi, pensa pure di vendicarsi, di tradire Albertine. Bellissima gli sembrerà un’altra donna ma non succederà niente. Continuerà, tuttavia, a vagare, a soffrire tra persone, luoghi che a volte diventeranno pericolosi, delle vere e proprie minacce. Le sopporterà convinto che così si sta rifacendo di quanto subito da parte di Albertine. Non smetterà, però, di pensare a lei, di riscoprirla, riconoscerla in ogni volto di donna che nelle tante circostanze di quella lunga giornata e della seguente nottata gli si presenterà. E le sue sono circostanze vere, sono vissute veramente perché con esse vuole colmare la sofferenza, il dolore che il sogno di Albertine gli ha procurato. Non lo aiutava nemmeno sapere che quello era un sogno mentre la sua è realtà. Tra questi estremi, sogno e realtà, visione e verità, si articolerà Doppio sogno. Come altre volte con Schnitzler sospesi si rimane tra quanto viene inventato e quanto vissuto, non si sa quanto vale, quanto serve di più. Neanche quando il dottore Fridolin si ravvedrà, si ricrederà della sua rivolta, della sua intenzione di vendetta, neanche quando rientrerà a casa per cercare quella Albertine alla quale non aveva mai smesso di pensare, sarà possibile stabilire se il bene, l’amore che di nuovo si stanno promettendo, giurando, possa servire a tenere lontane altre fratture. Se una frattura così grave come quella di Doppio sogno si è verificata in una coppia che non si poteva sospettare esposta a simili pericoli, nessuno può dirsi completamente libero da questi. Così stavolta Schnitzler ha creduto di dare forma a quella che è una delle sue maggiori convinzioni, quella che fa della vita una vicenda mobile, perennemente mobile, impossibile da fermare, fissare perché sarebbe come negare che il movimento, il cambiamento è il suo carattere principale.

Riaprono le scuole

Riaprono le scuole, Carofiglio da San Casciano dei Bagni: “Essere giovani e non essere rivoluzionari è un controsenso persino biologico”

Alla vigilia della riapertura delle scuole, Gianrico Carofiglio rilancia una riflessione sul ruolo dell’educazione e sulla capacità dei ragazzi di immaginare il cambiamento.

“Essere giovani e non essere rivoluzionari è un controsenso persino biologico”, ha detto lo scrittore citando Salvador Allende nel corso dell’incontro che ha chiuso la decima edizione de La Terrazza di San Casciano dei Bagni (SI).

Per Carofiglio, la rivoluzione non coincide con la violenza, ma con “il desiderio, la spinta a cambiare il mondo, a non accettare l’esistente”. Una disposizione che, ha spiegato, dovrebbe trovare spazio anche in “una forma nuova, evoluta, di insegnamento e di formazione dei ragazzi”.

È una delle idee che attraversano “Accendere i fuochi. Manuale di Lotta e Gentilezza”, il suo ultimo libro: la possibilità di guardare il presente senza considerarlo definitivo e di conservare, soprattutto da giovani, la spinta a intervenire sulla realtà anziché adattarsi semplicemente a ciò che già esiste.

Il riferimento alla scuola nasce proprio da qui. Per Carofiglio, educare non significa soltanto trasmettere contenuti, ma anche creare le condizioni perché i ragazzi sviluppino autonomia di giudizio, curiosità e capacità di prendere posizione. Non una ribellione fine a se stessa, dunque, ma un’attitudine al cambiamento fondata sulla consapevolezza.

Una riflessione che acquista particolare attualità con l’avvio del nuovo anno scolastico, quando torna inevitabilmente al centro il tema di ciò che la scuola dovrebbe offrire alle nuove generazioni oltre alle competenze e alle conoscenze: strumenti per leggere il presente, metterlo in discussione e immaginare ciò che ancora non c’è.

M. Orsi, Leadership leggera con il nudge

Marco Orsi, Leadership leggera con il nudge. Innovare la scuola e la formazione nella didattica e nel management, Ussana (CA), Edizioni Logus mondi interattivi, 2024, 245 pp.

 di Laura Nascimben

Da sempre attento a considerare tanto gli aspetti organizzativi quanto quelli didattico-pedagogici, Marco Orsi traccia i caratteri di una leadership leggera che si traduce, nel concreto, in una scuola che guarda alle relazioni, all’analisi dei bisogni del contesto, alla cura per l’ambiente di apprendimento, funzionale alla costruzione di comunità. Alle origini della riflessione si colloca l’esperienza pedagogica della scuola “Senza Zaino” di cui è ideatore e presidente dell’omonima Fondazione. Il modello si basa su un approccio globale al curricolo e sui valori di ospitalità, responsabilità e comunità. Particolare attenzione è riservata all’organizzazione dell’ambiente e alla condivisione di spazi e materiali in cui la comunità si costruisce nel quotidiano.

Dopo l’analisi di ciò che appesantisce il sistema scolastico, attraverso la metafora dello statico mammut contrapposto all’agile gazzella, Orsi propone esempi pratici per fare leva sulla motivazione intrinseca del personale scolastico. Incoraggia un approccio basato sul nudge, concetto che riprende dall’economia comportamentale (si veda, nello specifico, R.H. Thaler e C.S. Sunstein, Nudge. La spinta gentile, Milano, Feltrinelli 2008, ed. definitiva 2022). Tale approccio si basa sulla “spinta gentile”: si tratta di interventi di tipo induttivo suggeriti per modificare il contesto nel quale si compiono le scelte, orientando i comportamenti e dando libertà di azione.

Eliminare il superfluo, chiarire le priorità, fornire mappe visive e sintesi, dettare ordini del giorno con pochi punti, sostenere pratiche di onboarding, alleggerire le procedure, snellire l’organigramma e, nel contempo, favorire la collaborazione professionale permettono ai docenti di liberare tempo ed energie cognitive per perseguire la missione educativa. A livello di organizzazione scolastica molto si può fare, tra i tanti esempi, per snellire la proliferazione progettuale che affolla i piani dell’offerta formativa adottando ottiche interdisciplinari e anche semplici accorgimenti, come quello suggerito da Douglas Reeves: «Se aggiungi un progetto devi toglierne uno» (cit. a p. 42). Per perseguire un obiettivo che sembra faticoso da raggiungere è consigliato spezzettare il percorso in piccoli obiettivi, procedendo per piccoli passi.

Ancora, Orsi insegna che organizzare gli spazi in funzione dell’attività che si vuole realizzare, così come la predisposizione di contesti di apprendimento coerenti con il benessere delle persone, che vi lavorano o studiano, siano azioni capaci di condizionare la comunità e, al tempo stesso, di rispecchiarne abitudini e valori. Il capitolo 9 è dedicato allo scenario caratterizzato dalla diffusione delle tecnologie dell’intelligenza artificiale.

Il volume rinvia, infine, allo spazio di approfondimento costituito dal percorso di un master dal titolo “Leadership Leggera e Innovazione nelle organizzazioni scolastiche e della formazione”, realizzato dalla Scuola IMT Alti Studi Lucca e promosso da Fondazione e Associazione Senza Zaino, Ufficio Scolastico Territoriale di Lucca e Massa Carrara, agenzie formative Per-Corso e Soecoforma.