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R. Postorino, La stanza di sopra

La Postorino e i nuovi giovani

di Antonio Stanca

Nella serie “Universale Economica” della Feltrinelli è uscito quest’anno il romanzo La stanza di sopra della scrittrice calabrese Rosella Postorino. L’opera risale al 2017 quando fu pubblicata da Neri Pozza. Era stato il romanzo d’esordio della scrittrice, quello che aveva mostrato le sue inclinazioni, le sue maniere di esprimersi, le sue argomentazioni.

La Postorino è nata a Reggio Calabria nel 1978, è cresciuta in Liguria e si è trasferita a Roma nel 2002. Il racconto In una capsula è stato il suo primo lavoro, è venuto poi questo romanzo e molti altri sono seguiti quasi tutti meritevoli di riconoscimenti. Molto premiato sarebbe stato Le assaggiatrici del 2018 mentre a La stanza di sopra sarebbe andato il Premio Rapallo Carige Opera Prima. E’ tutto incentrato sulla vita della piccola Ester, una ragazza di quindici anni che va a scuola e che da quando aveva cinque anni vive con la madre, insegnante elementare, e il padre immobilizzato in casa,sul letto della “stanza di sopra”, dopo un grave incidente. Non parla, non si muove, è sempre in cura. E’ pure esposto a crisi che allarmano la moglie e la figlia, che hanno fatto della prima una povera donna logorata, sfinita, in preda a paure, a pensieri assillanti, e della seconda una ragazza confusa, irrequieta, sempre alla ricerca di altro. Ester non sa come regolarsi, cosa pensare, cosa fare in una simile situazione. Non la accetta con pazienza, con rassegnazione, la vede come un limite, un ostacolo e persone, cose diverse cerca con le quali compensare quanto non ha avuto dalla vita. Molti saranno i rischi che correrà in un mondo così insicuro come quello contemporaneo. Il suo comportamento aggraverà le condizioni di salute della madre che assiste alla sua cattiva condotta a scuola e a casa. Inutili saranno i suoi richiami e drammaticamente sola si sentirà tra il marito “perennemente assente” e la figlia sistematicamente disubbidiente.

  In tutto, in altre famiglie, in compagne o compagni di scuola o di strada, nel fumo, nella droga leggera e persino nel sesso Ester cercherà quello che le manca, quello che vorrebbe anche se non l’è ancora chiarito e non se lo chiarirà. Anche sesso farà nonostante l’età ma come ogni altra esperienza invece di sollevarla la deprimerà ancor più, ancor più la confonderà, ladisperderà tra pensieri diversi, contrastanti, mai possibili di ordine, chiarezza, definizione. La solitudineconseguirà ad ogni sconfitta, aggraverà ogni esperienza.

  Abile è stata la Postorino di questo romanzo nel rappresentare la crisi alla quale può trovarsi esposta oggiun’adolescente, nel farla vedere da vicino, in ogni suo risvolto, nel percorrere la vita di lei e dei suoi familiari muovendosi in continuazione tra il passato e il presente, i piaceri e i dolori, l’amore e l’odio, il bene e il male.Profonda conoscitrice dell’animo umano si è rivelata la scrittrice e tale sarebbe stata anche nelle operesuccessive. Anche in queste avrebbe detto dei giovani moderni, della loro vita, dei loro problemi mostrando di saperne e di saperne scrivere.

J. Deaver, Promesse

Il caso Deaver

di Antonio Stanca

   Quello del thriller, del romanzo giallo è il genere che più si sta diffondendo presso gli autori contemporanei poiché attira i lettori più di ogni altro. Sembra un riflesso di quanto da tempo sta avvenendo in televisione dove molto seguiti sono i film carichi di suspence. Di intrighi, di scoperte sensazionali, di atmosfere, cupe, sospese vuole sapere oggi il pubblico dei lettori e l’americano Jeffery Deaver sembra averlo capito abbastanza bene se scrittore di thriller ha voluto diventare, se in questo genere si è specializzato, se sempre e solo di esso scrive.

   E’ nato a Glen Ellyn, presso Chicago, nel 1950, ha cominciato a scrivere per giornali e riviste, ha frequentato la famosa Fordham University di New York e dal 1990 si è dedicato esclusivamente alla narrativa. Nel 1997 con Il collezionista di ossa conobbe il successo internazionale e d’allora è rimasto a questo livello. Molto tradotte e molto lette sono ancora oggi le sue opere. Molti premi gli sono stati attribuiti.

   Oltre a romanzi ha scritto anche racconti, ha curato antologie che raccolgono suoi lavori. La sua produzione si divide in cicli. Il collezionista di ossa è la prima opera del primo ciclo, quello detto di Lincoln Rhyme e Amelia Sachs, quello che ha fatto di Rhyme il suo personaggio più noto, l’interprete di tanti suoi romanzi e l’idolo di tanti lettori. Anche in questo breve libro intitolato Promesse, appena pubblicato da Solferino, Milano, e tradotto da Rosa Prencipe, c’è Lincoln Rhyme che, insieme all’inseparabile Amelia Sachs, provvede a risolvere due casi molto complicati. Sono due i racconti che l’opera contiene ed entrambi rientrano nel primo ciclo del Deaver. In entrambi lo scrittore, nonostante la loro brevità, riesce a costruire, come al suo solito, delle trame così complicate, a far muovere personaggi così misteriosi da avvincere il lettore dalle prime pagine e tenerlo legato fino alla fine. E’ la sua maniera, quella che lo ha reso famoso in tutto il mondo e che continua a procurargli successo.

   Nel primo di questi racconti Promesse, Deaver dice di un caso di avvelenamento che, però, non aveva avuto conseguenze mortali grazie all’abilità, al lavoro compiuto da Rhyme e Sachs.  I due erano andati al lago di Como, si erano sposati in una chiesetta alla presenza di pochi amici e prima di far ritorno in America Rhyme era stato pregato da una signora di far luce su una situazione che per lei era diventata sempre più oscura e inquietante. Aiutato da Sachs lo farà e quasi incredibili risulteranno le verità scoperte.

   Pure nel secondo racconto, In assenza di prove, Rhyme riuscirà a chiarire un caso così difficile da avergli fatto pensare di abbandonarlo. Una bomba scoppiata su un piccolo aereo privato da turismo lo aveva fatto affondare nell’Oceano Atlantico con a bordo il proprietario. Risalire ai mandanti non sarà facile ma Rhyme e Sachs ci riusciranno con meraviglia di quanti stanno loro intorno e diffidano della loro opera.

   Una scrittura che sorprende in continuazione è quella di Deaver perché fatta generalmente di frasi brevi e cariche di significato. Ad una serie di annunci, di avvisi sembra di assistere, ad una corsa che si arresta solo quando giunge al traguardo. Non c’è mai tempo, mai spazio per altro, si pensa solo a quanto si persegue, all’obiettivo da raggiungere. Ed anche la lingua diventa veloce, rapida, immette in un movimento al quale piace partecipare perché fa sentire vicini a chi scrive.    Tanto ha fatto, tanto ha ottenuto Deaver a sessantanove anni, oltre quaranta romanzi ha scritto, in venticinque lingue è tradotto, in centocinquanta paesi è letto.

P.L. Coda, Sherlock Holmes sulle tracce di Dante Alighieri

Pier Luigi Coda, Sherlock Holmes sulle tracce di Dante Alighieri – Il mistero dei robumani
ed. Effatà

In questi tempi così socializzanti e tecnologici si può ancora parlare di Dante ai giovani (e non solo) senza provocare troppi sbadigli? Beh, dopo il positivo riscontro ottenuto, dai docenti e dagli alunni, con “William Shakespeare al Castello della Pietra”, mi sono convinto che è ancora possibile e ci ho provato con il mio ultimo racconto, fresco di stampa. Un giallo fantascientifico che, oltre a parlare delle opere di Dante, tratta molti argomenti importanti come l’arte, l’attenzione alla disabilità, la funzione formativa dello sport, i primi turbamenti dell’adolescenza, il rapporto interattivo ed altro ancora.

Pier Luigi Coda

M. Recalcati, Mantieni il bacio

Recalcati e la nuova psicoanalisi

di Antonio Stanca

Tra Gennaio e Marzo di quest’anno Massimo Recalcati, noto psicoanalista, ha tenuto in televisione su Rai 3 una serie di trasmissioni intitolata Lessico amoroso. Quegli interventi, opportunamente rielaborati e approfonditi, hanno costituito in seguito il breve volume Mantieni il bacio (Lezioni brevi sull’amore) comparso in allegato al quotidiano “la Repubblica”. Sono sette le lezioni contenute in questo saggio che va ad aggiungersi ai numerosi altri pubblicati dallo psicoanalista.
Massimo Recalcati è nato a Milano nel 1959, in questa città si è laureato in Filosofia ma in seguito la conoscenza delle opere del noto filosofo e psicoanalista francese Jacques Lacan avrebbero orientato i suoi interessi verso la Psicologia e la Psicoanalisi. In queste discipline la sua carriera non avrebbe avuto soste, molti, tanti sarebbero stati gli incarichi assegnatigli, molte, tante le iniziative, le fondazioni da lui promosse, molti, tanti i suoi interventi tramite i giornali e la televisione, i suoi libri. Attualmente è professore di Psicopatologia del comportamento alimentare presso l’Università di Pavia e di Psicoanalisi e Scienze Umane presso l’Università di Verona.
Molte sono le traduzioni in lingue straniere che le sue opere hanno avuto. La nota distintiva del pensiero del Recalcati è l’attenzione a quanto di nuovo, di diverso hanno comportato in psiconalisi i tempi moderni, dai problemi legati alla nuova alimentazione alle patologie derivate dai nuovi modi di pensare, di fare, di stare.
Il “Premio Ernest Hemingway” della città di Lignano Sabbiadoro gli è stato assegnato a questo titolo. Mentre il Premio “Il sogno di Piero” gli è stato assegnato dall’Accademia di Belle Arti dell’Università di Urbino che ha voluto elogiare l’interesse prestato dal Recalcati al rapporto tra psicoanalisi e arte.
Nuovo, moderno non solo negli interessi si è mostrato finora ma anche nei risultati raggiunti, nelle valutazioni ottenute. Questo succede pure nelle lezioni contenute in Mantieni il bacio dove lo studioso si dedica all’osservazione del moderno rapporto d’amore, da come inizia a come si svolge, a come finisce. Molti sono gli autori, molte le opere alle quali Recalcati si riferisce nel libro, dalle quali trae sostegno alle sue tesi ma sono soprattutto queste a sorprendere, attirare chi legge perché completamente nuove rispetto a quanto sapeva o credeva di sapere. Sovvertita risulta ogni precedente conoscenza a proposito dell’amore dal momento che sconosciuti erano rimasti tanti aspetti, tanti risvolti di questo fenomeno. Un fenomeno semplice ma oltremodo complesso, un fenomeno che inizia con uno sguardo, un incontro casuale, un caso e si trasforma in un processo che può durare per sempre o finire subito, può rimanere uguale o cambiare, può salvare o rovinare. Nel libro si chiarirà se l’uomo o la donna è più importante nel rapporto d’amore, se l’intensità iniziale dell’amore può finire o durare, se amore è dare di più o solo quello che si ha, se l’amore è conoscenza totale o parziale dell’altro, se è destinato ad esaurirsi nella vita coniugale, matrimonio, figli, o può essere sempre rinnovato, se il tradimento può essere superato, se l’erotismo rientra nell’amore e tanto altro verrà spiegato. Vasta, ampia, immensa diventerà l’analisi che Recalcati compie riguardo al rapporto d’amore. Dal pensiero più antico alle più recenti interpretazioni, alle verità, alle scoperte sue proprie egli conduce. E altro suo merito è il modo col quale procede, cioè il linguaggio chiaro che usa e che favorisce l’attenzione del lettore. Una psicoanalisi facile da capire è quella di Recalcati, una psicoanalisi nuova: è questo il segreto di un successo che non si è mai arrestato.

AA.VV., Il manuale dell’EXPERT TEACHER

Dario Ianes, Sofia Cramerotti, Laura Biancato, Heidrun Demo

Il manuale dell’EXPERT TEACHER
16 competenze chiave per 4 nuovi profili docente

Per essere un buon insegnante non è più sufficiente, come un tempo, «insegnare bene»: occorre sviluppare competenze che comprendano, oltre alla padronanza dei contenuti disciplinari e didattici, abilità relazionali, di gestione della classe e dei gruppi, di progettazione, comunicative, creative e digitali.

Nasce a questo scopo il progetto Expert Teacher del Centro Studi Erickson: un nuovo modello di sviluppo professionale basato sulle competenze, in un’ottica di miglioramento permanente e formazione continua.È il risultato di un processo di ricerca durato quasi due anni, che ha impegnato un gruppo del settore Ricerca e Sviluppo delle Edizioni Erickson, affiancato da un Comitato scientifico e con il supporto finanziario della Provincia Autonoma di Trento. Alla ricerca è stata affiancata una sperimentazione che ha coinvolto oltre 200 insegnanti della scuola primaria e secondaria di primo e secondo grado.

La prima motivazione di fondo di questo progetto era di identificare un Syllabus di competenze chiave del docente esperto, individuarne degli indicatori di standard professionali e delineare dei profili strategici per la scuola di oggi — strategici per stimolarne il cambiamento nella direzione dell’inclusività e dell’efficacia didattica.

La seconda motivazione era sperimentare un sistema innovativo e prevalentemente digitale di autovalutazione/orientamento, sviluppo delle competenze e assessment autentico dei livelli raggiunti, in modo che potessero essere rilasciati dei badge di certificazione dell’expertise.

La terza motivazione, infine, era quella di valorizzare gli insegnanti esperti rendendo visibili le loro competenze attraverso un «registro» nazionale e sostenendo il loro lifelong professional con una serie di facilitazioni culturali.

L’obiettivo di definire in modo molto preciso un Syllabus delle competenze del docente è partito da una ricerca accurata delle fonti normative nazionali, che a oggi hanno in qualche modo profilato la funzione docente, ma anche da un’analisi e comparazione delle ricerche e dei framework già definiti in altre nazioni, non solo europee.

I riferimenti che hanno guidato la definizione di un Syllabus completo e coerente con le indicazioni che in varie occasioni e momenti sono state emanate dal Ministero dell’Istruzione sono i seguenti:

  • Il profilo professionale nel Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL 2018) — Area Docenti.
  • Il quadro delle competenze del docente nel Profilo delle competenze INDIRE neoassunti 2017/2018.
  • Il quadro di competenze indicato dal Piano Nazionale di Formazione del personale docente (DM 797 del 19 ottobre 2016).
  • Il Codice deontologico della professione docente stilato dall’Associazione Docenti e Dirigenti Italiani (ADI), approvato e reso pubblico nel 1999, vent’anni fa.

Oltre a questi riferimenti, sono stati presi in considerazione i sistemi formativi di quattro contesti nazionali: Inghilterra, Francia, Spagna e Svizzera italiana.

La Ricerca e Sviluppo Erickson ha dunque individuato 16 competenze del docente innovativo distinte in 3 aree (Area Professione, Didattica e Organizzazione), che spaziano dal possedere competenze digitali al saper valutare e valorizzare i talenti, passando per la conoscenza e l’impiego dell’inglese, l’attuazione di una didattica inclusiva e il saper gestire, progettare e collaborare.

Risultato di questa ricerca sono dunque quattro profili di insegnante esperto:

Esperto in didattica innovativa e inclusiva.

È un docente esperto nella didattica per competenze, nelle metodologie innovative, anche con l’utilizzo degli strumenti digitali, e nel promuovere una cultura inclusiva. È competente nell’analisi dei bisogni degli studenti, nella progettazione didattico-metodologica, organizzazione e attuazione di attività e percorsi mirati, anche attraverso l’ideazione/adattamento di ambienti di apprendimento innovativi.

Esperto in sviluppo professionale continuo.

È un docente esperto nell’analisi dei bisogni formativi, nella progettazione di percorsi di formazione, nell’affiancamento ai colleghi, nelle funzioni di tutoring, counseling, supervisione dello sviluppo professionale peer to peer.

Esperto in organizzazione scolastica.

È un docente esperto nella progettazione d’istituto e nella valutazione di sistema. Collabora attivamente alla progettazione del miglioramento dei processi e degli ambienti di apprendimento innovativi, alla formazione necessaria per perseguirli, all’accompagnamento.

Esperto in orientamento formativo nella progettazione.

È un docente esperto nella progettazione, nel monitoraggio e nella valutazione dei percorsi per lo sviluppo di competenze trasversali. Ha competenze specifiche nell’ambito dell’orientamento formativo, delle relazioni esterne ed esterne alla scuola e di tutoring nei confronti degli studenti.

Come afferma Dario Ianes, docente di pedagogia e didattica speciale alla Libera Università di Bolzano: “Gli insegnanti vanno valorizzati, perché sono la leva del miglioramento della qualità della scuola italiana. Le migliori professionalità e motivazioni devono crescere e porsi con autorevolezza nei nuovi scenari del middle management di una scuola inclusiva ed efficace. A fronte di una complessità crescente e di una cronica carenza di autentica leadership educativa, queste figure di expert teachers possono interpretare molto bene l’esigenza di una leadership distribuita e diffusa.”

Pagine: 405
Libreria: 22 settembre 2019

R. Maragliano, Scrivere – Zona franca

Roberto Maragliano, uno più uno

di Maurizio Tiriticco

“Scrivere” e “Zona franca” sono le due ultime pubblicazioni di Roberto Maragliano, che insieme potrebbero avere come titolo “le nuove grammatiche della scrittura”, nonché, ovviamente, anche “le nuove grammatiche della lettura”. Maragliano è noto per avere insegnato per ben quarant’anni nelle Università di Sassari, Firenze, Salento, Sapienza e Roma Tre! Oggi è felicemente pensionato! Almeno così è formalmente, ma… un cervello pensante e una penna scrivente – per non dire anche di “dita battenti”, dato che la tastiera è ormai una sorta di silenziosa “penna/carta” – difficilmente vanno in pensione, oggi soprattutto, quando è in atto una rivoluzione delle penne e, forse, delle stesse tastiere! Anche perché, tra gli artefici più convinti e produttivi di questa odierna rivoluzione, Maragliano è uno dei più convinti e attivi protagonisti. E di una rivoluzione che in effetti non ha mai fine! Stante il fatto che il progress delle “diavolerie scrittorie” marcia al cubo o, come si suol dire, alla potenza di tre… e domani forse di quattro o di cinque…
Insomma, oggi si scrive e si legge dal mattino alla sera e ovunque! Sulla metropolitana i miei conviaggiatori non fanno altro che smanettare sui cellulari! Mi chiedo: ma che mai avranno da dirsi? Insomma, dal Paese di analfabeti che eravamo al tempo dell’Unità nazionale, ora siamo tutti diventati infaticabili scrittori/lettori. Il web mi dice che, “all’indomani dell’unificazione, nel 1861, l’Italia contava una media del 78% di analfabeti con punte massime del 91% in Sardegna e del 90% in Calabria e Sicilia, bilanciata dai valori minimi del 57% in Piemonte e del 60% in Lombardia”. Oggi invece il 100% degli Italiani – o poco meno – sa leggere e scrivere! Comunque, che cosa scriva e che cosa legga è un altro conto! E di questo si preoccupava il compianto Tullio De Mauro. Il web, il World Wide Web, questa sterminata rete scrittoria mondiale, consente tutto! Quindi, benedetto sia il web, che non mi costringe a cercare fonti e informazioni sulle centinaia di volumi affastellati nella mia libreria! E quando penso che un Dante o un Galileo hanno scritto quelle “cose eccezionali”, penso anche che disponevano senz’altro di un web personale, di una memoria fondante come parte costitutiva della loro intelligenza e della loro competenza produttiva.
Forse, l’assenza del web sollecitava ed esigeva competenze mnemoniche! Ma oggi? Maragliano ci dice che il possesso di una scrittura ricca e complessa è tuttora patrimonio di pochi e che la società non riesce a garantirne un effettivo allargamento (p. 26). Infatti, se pensiamo alle nostre scuole e alle nostre università, “vediamo che sono frequenti, e quasi rituali … le lamentele nei confronti di giovani che, approdando agli studi accademici, e collocandosi dunque, almeno formalmente, nella fascia alta della stratificazione culturale, mostrano una palese, drammatica incapacità di produrre testi di una qualche complessità”. Eppure – dico io – smanettano dal mattino alla sera sui loro cellulari per scambiarsi messaggini. “Messaggini”, appunto, molto ini e con tanto di virgolette. Si tratta di quegli atti comunicativi che Jakobson ha definito tanti anni fa, fàtici, di contatto, appunto: “Io ci sono e tu?” “Ci sono anch’io!”. E così all’infinito, per tutta la giornata e tutti i giorni a seguire! E mai atti – sempre per dirla con Jakobson – metalinguistici e referenziali! Ricchi di informazioni e di significati! Insomma – a mio avviso – è come se l’estrema possibilità comunicativa arricchisca lo strumento ma impoverisca il messaggio.
Pertanto, a mio avviso, quel “verba volant, scripta manent” del buon tempo antico, ricordato anche da Maragliano (p. 53), non ha più senso perché oggi volano sia le parole dette che quelle scritte! E non solo! Con un “canc” tutto sparisce! E chi di noi, “scrittori tecnologici” non ricorda quante volte ha cancellato tutto, solo per un errore di digitazione? Insomma, oggi avanza una strana scrittura! Che rivoluziona tutte le precedenti, quelle che alla fine hanno portato alla “carta/penna”! Prodotti materiali! La gran parte dei quali è giunta fino i nostri giorni! E che, forse, durerà! Oggi prevalgono e dominano prodotti virtuali. Che vivono e muoiono con un click! Afferma Maragliano in una presentazione in ppt reperita sul web: “A seconda della logica di riferimento, il contenuto di ordine e disordine cambia. Scrivere una lettera come una email è disordine, dentro la logica testuale. Scrivere una email come una lettera è disordine, dentro la logica reticolare. Occorre dunque maturare una concezione anfibia della scrittura, dove il rapporto fra ordine e disordine sia costantemente messo in gioco. Occorre accettare e capire che ‘scrivere’ è un verbo transitivo. Insomma, occorre essere ad un tempo testuali e reticolari”.

Ciò che ho scritto fin qui riguarda “Scrivere. Formarsi e formare dentro gli ambienti della comunicazione digitale” (Luca Sossella editore, editore). Ma a questo volume si lega direttamente il secondo volume citato all’inizio: “Zona franca, per una scuola inclusiva del digitale” (Armando editore). Pertanto: quali ricadute sul “fare scuola” provoca questa rivoluzione digitale? Copio dalla quarta di copertina: “Il modello di scuola centrata sul ‘leggere, scrivere, far di conto’, definito nel passaggio tra Ottocento e Novecento in ambito europeo e che attraverso varie vicissitudini si è affermato a livello mondiale, sta mostrando a suo tempo i suoi limiti. E’ entrata definitivamente in crisi la scuola del libro e della scrittura, ove la ricezione agisce attraverso il ricorso esclusivo alla lettura dei testi via via più complessi e la produzione di documenti scritti via via più articolati”.
Il volume è agile, come è nello stile di Maragliano, e ricco di suggestioni e di indicazioni per gli insegnanti. “La proposta che faccio ora è dunque che, con molta modestia, ci si attrezzi (mentalmente soprattutto) al fine di sperimentare un approccio ‘indisciplinato’ al sapere. Si tratta di accettare (e lavorare su) l’idea che la conoscenza si presenta a noi tutti sotto forma di frammenti, alla stregua di mattoncini di esperienza e conoscenza utilizzando i quali, servendoci di modelli, noi andremmo a costituire e costruire il sapere… L’ordinamento disciplinare è un modello di sapere. Su di esso si è edificata la scuola che noi conosciamo e che in buona parte pratichiamo” (p. 87). Mi sovviene la mia considerazione di sempre: il fatto che il nostro fare scuola è strettamente legato al “triangolo delle tre C”… che dovrebbe essere equilatero. A meno che non sia un triangolo delle Bermuda, dove tutto affonda e tutto si perde! Detto in termini scolastici, esiste la Cattedra, su cui siede il depositario di quei saperi che l’in/segnante, con le sue lezioni, “segna”, appunto, sulla testa dell’“alunno”, il soggetto che deve “essere alimentato”, appunto. Esiste la Classe, ovvero un insieme di alunni, e tutti della medesima età, perché si suppone che tutti crescano e apprendano, in ordine all’età, nozioni dopo nozioni, dalla più facile alla più difficile, dalla più semplice alla più complessa. Esiste la Campanella che inesorabilmente scandisce, ora dopo ora, i tempi eguali per tutti, alunni e insegnanti del medesimo edificio scolastico! Per cui, come dicevamo da studenti, tutti attendevamo con ansia l’ultimo frizzante suono perché, “cum campanella sonat, tota canaglia scappat”.
In effetti abbiamo costruito in un passato forse ormai lontano – e in tutto il mondo colto e civile, credo – saperi di cui abbiamo fatto buon uso, fatta eccezione di quell’energia atomica che ha dissolto due città giapponesi nell’ormai lontano 1945. Il fatto è che il sapere non ha una morale! Ed è proprio il sapere di ieri che è messo in discussione. Che era fatti di oggetti sempre nuovi, “accumulati” l’uno dopo l’altro. L’Enciclopedia Treccani, con cui nel lontano 1925 Giovanni Treccani e Giovanni Gentile pensarono do offrire agli italiani lo scibile umano, necessitò ben presto di più volumi aggiuntivi. Perché i saperi aumentano e, appunto, si accumulano. Ma oggi i saperi non si accumulano più! Perché non sono oggetti fisici, ma virtuali. Sullo schermo del mio PC può apparire lo scibile mondiale di oggi e di ieri! La biblioteca di Alessandria di ieri e la biblioteca del Congresso degli Stati Uniti di Washington di oggi “mi fanno un baffo”, per dirla alla romana.
In tale ricco, complesso e stimolante scenario di saperi sempre nuovi, il compito primo e primario della scuola è quello di sapersi costituire, appunto, come una zona franca, inclusiva in primo luogo del digitale. Purtroppo “il digitale è pericoloso per la scuola stessa. Per questa scuola, ovviamente. Ma siamo capaci di pensarne un’altra?” (p. 46). E la scuola è legata ancora alle tre C di sempre! In realtà ancora oggi ogni acquisizione di sapere è misurato fisicamente e temporalmente e la misurazione, fatta di orari e di verifiche e di pagine da studiare, rappresenta la condizione stessa di quelle acquisizioni. Insomma sostiene Maragliano, “il digitale porta rotture su tutti questi fronti, dunque dà fastidio. A meno che non lo si subordini a quell’assetto, rinunciando alle sue prerogative. A meno che non lo si addomestichi”. Insomma il digitale arricchisce. “Con il digitale si è pienamente affermata l’integrazione dei codici, e sono saltati i presupposti della divisione tra mass media scritturali (sapere di scuola) e mass madia audiovisuali (sapere di intrattenimento). Sta, di conseguenza, venendo alla luce una logica di pensiero diversa da quella che abbiamo sempre considerato dominante (il che era giusto) ed esclusiva (il che era sbagliato)” (p. 49).
Ne consegue che le nostre istituzioni scolastiche hanno dinanzi a sé un infinito universo da affrontare e da percorrere, e con successo! Quando, invece, sembrano dimostrare una sorta di “risentimento nei confronti di un mondo visto come opaco, pericoloso, ostile. Ed è proprio qui, su questo modo di essere che dovrebbero lavorare delegittimandone i presupposti non solo con iniziative dal basso, ma anche con una coraggiosa presa di coscienza del problema, da far maturare ai livelli più alti della cultura e della politica” (p. 50). Insomma, è estremamente necessario che nelle scuole si comprenda che oggi non esiste un solo codice per apprendere, conoscere, produrre, ma codici altri che già quotidianamente gli alunni “percorrono” e che la scuola, invece, sembra loro precludere!
Insomma, la scuola deve essere oggi una zona franca, assolutamente inclusiva del digitale!

Walt Whitman

Walt Whitman o la poesia di tutti

di Antonio Stanca

   Recentemente al numero cinque della serie “diVersi” promossa dal “Corriere della Sera” è comparso il breve volume dedicato a Walt Whitman, poeta, scrittore e giornalista statunitense. L’opera contiene poesie tratte dalle sue più importanti raccolte, Foglie d’erba, O capitano! Mio capitano! e Canti d’addio.

  Whitman nacque nel 1819 a Long Island, New York, da genitori anglo-olandesi. Col tempo la famiglia si trasferirà a Brooklyn. A undici anni Walt dovette abbandonare la scuola e lavorare svolgendo le più diverse attività fin quando nel 1848, a New Orleans, non si inserì negli ambienti giornalistici. Qui cominciò con interventi a proposito della condizione delle donne, dell’immigrazione e contro lo schiavismo. Cominciò pure con quelle esperienze di viaggio che muoveranno la sua ispirazione poetica. Nel 1855 uscì, a spese dell’autore, la prima edizione della raccolta Foglie d’erba. Era composta da dodici componimenti. Ce ne saranno altre nove edizioni, Whitman vi si applicherà per tutta la vita e nell’ultima i componimenti saranno trecentottantanove. Alla sua prima uscita l’opera non ebbe molto successo, fu accusata d’immoralità e sempre combattuta sarebbe stata la posizione dell’autore nell’ambito dell’opinione intellettuale americana, sempre difficile sarebbe stato per Whitman farsi accettare pienamente poiché sempre, anche se velatamente, sarebbe stato sospettato di omosessualità e accusato di farne un motivo delle sue opere. La famiglia, poi, numerosa, con problemi economici, di alcolismo per due fratelli, di malattia mentale per un altro e di ferite da guerra per un altro ancora, avrebbe tenuto occupato l’autore per molto tempo. Nonostante tutto continuerà a produrre, scriverà anche di narrativa e lo farà pure quando nel 1972, ormai malato, si ritirerà a Canden, New Jersey, in casa del fratello George. Qui morirà nel 1892 e la sua figura col tempo sarà ampiamente riabilitata, verrà indicata come precorritrice della nuova poesia americana, dei poeti della “Beat Generation”. Whitman aveva liberato la poesia americana da quei residui di romanticismo europeo che ancora recava, anche se a rischio d’incomprensioni e di accuse l’aveva fatta espressione di temi quali l’amore, il sesso, la politica, l’aveva mostrata capace d’impegnarsi nel civile, nel sociale. Come fanno vedere i componimenti di questo breve volume Whitman aveva rotto con quanto gli era giunto dalla tradizione. Aveva, innanzitutto, sostituito qualsiasi tipo di rima col verso libero, aveva fatto diventare poesia quella che può essere detta una prosa poetica e le aveva fatto esprimere quanto accadeva nell’America del momento, la guerra di Secessione, lo scontro tra unionisti e confederati, Lincoln, l’attentato, i problemi dell’emancipazione femminile, del lavoro, degli schiavi, del governo, dello Stato, della religione. E’ un’America che freme di attesa, che è rivolta verso l’avvenire, che ha tanti problemi e vuole risolverli, vuole una nuova vita, è un’America della quale Whitman solo, povero, incompreso è destinato a diventare il simbolo, l’immagine più significativa. Nella sua poesia indicherà egli il modo per uscire dalla grave situazione che si era creata, dai tanti problemi che erano venuti a scontrarsi. La indicherà nella formazione, nella diffusione di un’umanità nuova, diversa da ogni altra poiché educata, formata all’insegna di quei valori morali, spirituali quali l’amore, il bene, la comprensione, la comunicazione, la virtù, che sono sempre stati dell’uomo ma che da tempo sono stati messi da parte. Una missione egli si propone di svolgere con i suoi versi, con quella sua maniera di scriverli. Vuole arrivare ovunque, anche negli strati più umili, più emarginati della popolazione, vuole abolire ogni distanza, ogni differenza di età, di sesso, di lingua, di religione, di ceto, di stato civile, sociale, vuole diffondere l’uguaglianza, la libertà, vuole fare di Dio un aspetto, un modo dell’esistenza, non separato, non distinto da essa e così vuole fare del grande ideale politico della Democrazia, vuole che tutti tendano ad un’altra vita, si sentano partecipi di essa, che sia migliore della precedente e sia destinata a durare per sempre. Vuole che l’uomo sia la misura, la dimensione unica di questa vita.    Whitman offrì la base perché si formasse il mito del grande uomo americano, della grande America che è durato fino ad oggi.

S. Petrignani, La persona giusta

La Petrignani tra i giovani d’oggi

di Antonio Stanca

   La giornalista e scrittrice italiana Sandra Petrignani è nata a Piacenza nel 1952, si è laureata in Lettere presso La Sapienza di Roma, è diventata un personaggio noto nell’ambito della cultura e della letteratura italiana e tranne alcune brevi presenze a Roma vive nella campagna umbra o campana.

   Ha esordito con una raccolta di poesie, ha poi scritto una commedia ed ha, quindi, intrapreso quell’attività giornalistica che sarebbe tanto durata e che l’avrebbe vista passare dal Messaggero a Panorama, L’Unità, Il Foglio. Il primo romanzo Navigazioni di Circe sarebbe uscito nel 1987, quando aveva trentacinque anni. Sarebbero seguite raccolte di racconti, d’interviste a noti personaggi, ricostruzioni narrative della vita di famose scrittrici del passato più recente. Ma anche con altri romanzi e con radiodrammi si è alternata questa sua attività che in alcune opere ha compreso saggistica e narrativa.

   Il romanzo più recente della Petrignani è La persona giusta, comparso ad Aprile di quest’anno per conto della casa editrice Giunti di Firenze. L’opera è impegnata, come altre della scrittrice, a rappresentare, studiare, valutare situazioni, persone della modernità, a vederle combattute tra quanto di difficile, di problematico può comportare la vita d’oggi, a mostrare come pensino, come decidano di comportarsi. Generalmente sono i giovani, i ragazzi i protagonisti delle sue opere. Sono i personaggi preferiti dalla Petrignani e in questo romanzo diventano centrali, fanno muovere tutto intorno a loro, fanno vedere quanto è cambiato ai loro tempi, nei loro modi di pensare, di fare.

   Un quadro vero, autentico compone la scrittrice di quello che è l’ambiente umano, sociale, di quelli che sono i costumi dei giovani d’oggi. E lo fa tramite la vicenda di   Michel e India. Sono studenti di un liceo classico di Roma, s’innamorano come hanno fatto altre volte con altri coetanei. Stavolta, però, la loro sembra una relazione destinata a durare. Non sono attirati soltanto dai piaceri delle uscite, del sesso ma anche da quelli della comunicazione, della confidenza, della rivelazione. Sono le loro anime a voler stare insieme, a volersi scambiare le proprie verità. Il loro amore è vero, completo, coinvolge le famiglie, si distingue dai rapporti di breve durata propri dei coetanei, da quelli fatti di semplici uscite, bevute, balli, corse, sesso. Tra Michel e India c’è un rapporto sempre più convinto, sempre più appassionato e questo li fa allontanare dagli altri, li fa stare sempre più insieme fin quando lei non rimane incinta. Ci si fermerà a discutere, insieme alle rispettive famiglie, se far nascere o meno il bambino. Si deciderà di farlo nascere anche perché è questa la volontà di India che accetta pure di continuare a studiare fino alla maturità nonostante le sue condizioni. Ci saranno pure il consenso della Preside della scuola e il piacere dei compagni di classe.

   Bene si conclude una vicenda che poteva complicarsi oltre ogni misura. E bene ha proceduto la scrittura della Petrignani nella sua rappresentazione. Lo ha fatto con molta attenzione ai particolari, ha mostrato tutto quanto avveniva tra i due ragazzi e al loro esterno, è stata vera nel dire della vita dei giovani d’oggi, di quanto succede in loro, tra loro, nelle loro case, con la famiglia, con la scuola, ha fatto attraversare l’opera da continui riferimenti alle parti migliori delle canzoni di noti personaggi del contemporaneo mondo musicale, ha scelto quelle più adatte alle circostanze rappresentate.

  Molto completa è da considerare la modernità di questo romanzo anche perché non trascura di indicare quanto di prudente, di saggio serve in tempi così incerti come quelli attuali.

G. Papi, Il censimento dei radical chic

Papi e la lingua italiana

 di Antonio Stanca

   Giacomo Papi è nato a Milano nel 1968, a Milano ha studiato, si è laureato e qui vive e lavora. Dal 1993 è presente sulla scena culturale italiana come autore di saggi, d’inchieste, collaboratore di importanti riviste, consulente o direttore editoriale di note case editrici, personaggio televisivo impegnato insieme ad altri intellettuali in servizi esclusivi, giornalista, direttore della scuola di scrittura Belleville di Milano, autore di romanzi.

   Papi è uno degli esempi migliori di quanto ai giorni nostri viene chiesto ad un intellettuale che ha pure ambizioni di autore, di scrittore in questo caso. In più direzioni ci si è abituati a vederlo impegnato, in atteggiamento polemico nei riguardi del sistema, di quanto succede in ambito politico, sociale, culturale, morale, religioso. Al passo con i tempi, ricco di mezzi espressivi, sicuro del loro uso deve essere lo scrittore d’oggi oltre che giornalista, personaggio pubblico capace di fare scandalo, di divertire. Quando i tempi, gli spazi sono diventati tanto ampi da accogliere tante cose non può un autore rimanere solo con le sue ma deve dire anche di altre per non rischiare di rimanere ignorato.

   Papi fa tutto questo e a testimonianza di tale sua maniera è venuta quest’anno l’opera Il censimento dei radical chic pubblicata dalla Feltrinelli di Milano nella serie “I Narratori”. Sta tra il romanzo e il saggio, il passato e il presente, il consenso e il rifiuto, la verità e l’invenzione, la satira e l’ironia. Non finisce mai di sorprendere, di divertire nonostante muova da un argomento molto serio, molto importante, da una questione sempre discussa, quella del rapporto in Italia tra intellettuali e pubblico, tra cultura e società, tra lingua letteraria e lingua popolare. Nel libro Papi immagina come questo problema abbia richiesto ultimamente dei provvedimenti urgenti da parte del Ministero che ad esso è preposto, come abbia portato a creare prima un’Autorità Garante per la Semplificazione della Lingua Italiana e poi il Registro Nazionale degli Intellettuali e dei Radical Chic. La prima istituzione ha il compito di rivedere, tramite il lavoro compiuto da centinaia di esperti assunti presso il nuovo Ministero dell’Ignoranza, tutto quanto il lessico italiano, tutta la sintassi, e di liberare entrambi dalle parti che possono risultare difficili, incomprensibili al pubblico dal momento che questo è composto soprattutto da persone ignoranti capaci di capire soltanto parole, espressioni e argomenti semplici. La seconda istituzione, quella del Registro Nazionale degli Intellettuali e dei Radical Chic, ha anch’essa richiesto un massiccio impiego di personale per espletare quanto il suo programma richiedeva. Bisognava schedare tutti gli intellettuali presenti sul territorio nazionale italiano affinché fossero protetti dalla furia popolare alla quale la loro condizione privilegiata li aveva esposti ed affinché capissero che il loro distacco, la loro distanza dal popolo non erano più possibili. Alcuni accetteranno di rinunciare alla propria posizione, altri non lo faranno e si esporranno a molti pericoli. Intanto si sta procedendo con determinazione da parte degli enti creati per lo svolgimento di entrambi i compiti. E lo stesso Papi in questo libro si mostra disposto ad accettare le nuove regole, a correggere, modificare, eliminare le parti dell’opera che risultano di difficile comprensione.

   E’ una lettura la sua che mentre diverte fa pensare, fa riflettere. Papi scherza ma in verità è molto preoccupato. In verità vuole denunciare l’imbarbarimento al quale è giunta la lingua italiana a causa delle volgarità di ogni tipo che di essa sono entrate a far parte, vuole richiamare tutti, vuole chiedere a tutti se si debba procedere verso la fine, verso la distruzione dell’italiano o se lo si debba salvare. Nell’opera fa credere che lo si voglia distruggere perché impossibile è diventato contenere quanto lo sta minacciando ma fa pure pensare a quanto grave sarebbe una simile perdita.    Molto perplesso è Papi di fronte ad una situazione che lascia intravedere un futuro privo di certezze.

Kaho Nashiki, Un’estate con la Strega dell’Ovest

Kaho Nashiki, come nelle favole

di Antonio Stanca

   La giapponese Kaho Nashiki scrisse e pubblicò il romanzo Un’estate con la Strega dell’Ovest nel 1994. In Giappone fu un successo enorme, l’opera ottenne molti premi e ne fu tratto un film. Recentemente presso Feltrinelli è comparsa una nuova edizione, la prima nella serie “I Narratori”, che comprende anche tre racconti della Nashiki. La traduzione è di Michela Riminucci.

   La scrittrice è nata nel 1959 a Kagoshima, si è laureata a Kyoto, vive a Otsu, nel Giappone centrale, ha scritto romanzi, libri illustrati per adulti e bambini, saggi. I temi che ricorrono nelle sue opere provengono dalla sua attrazione, dai suoi interessi per le religioni tradizionali, per la vita delle piante, dai suoi viaggi.

   Nei racconti di questo libro tornano i personaggi, le situazioni del romanzo che si articolano intorno alla vicenda vissuta da Mai, ragazza di tredici anni, mandata dalla madre a stare con la nonna poiché ha problemi a scuola. Non riesce ad inserirsi nel contesto della classe, a far parte di un gruppo di compagni, è rimasta sola dopo molti tentativi. Allontanarsi, vivere diversamente per un po’ di tempo, si pensa che possa apportare dei miglioramenti, delle modifiche nel suo modo di pensare, di fare. La nonna, poi, con le sue maniere, i suoi insegnamenti dovrebbe essere utile anche in questo senso. La sua casa si trova in campagna, lontano dalla città dove Mai e la madre abitano sole poiché il padre, per motivi di lavoro, risiede fuori. La campagna della nonna sta ai piedi delle montagne in una zona del Giappone più remoto. E’ simile ad un paradiso terrestre per le piante, gli animali, le acque, le luci, i colori, gli odori che ci sono. A Mai sembra di vivere in un sogno, in una favola.

   Il nonno è morto da tempo ma Mai si trova subito bene con la nonna, subito impara come muoversi, cosa fare tra l’interno e l’esterno della casa, tra le stanze, i letti, la cucina, i fornelli e il cortile, il pollaio, l’orto, i fiori, gli alberi. Non credeva di riuscirci e contente sono sia lei sia la nonna di queste sue attitudini e della sua volontà di applicarsi. Tra l’altro parlano a lungo, Mai ha molte cose da chiedere alla nonna, lei è una “ragazza difficile”, aveva detto la mamma, e molti chiarimenti, molte spiegazioni a problemi che l’avevano sempre assillata le verranno dalla nonna, dalla sua esperienza, dalla sua vita trascorsa, da quanto aveva imparato. La nonna è inglese e dopo il matrimonio si era stabilita in Giappone, aveva amato questa terra al punto da voler apprendere le arti della magia, della stregoneria che erano state proprie della famiglia del nonno, dei suoi antenati. Pensa, anzi, di trasmetterle a Mai poiché è convinta che l’aiuterebbero a controllare, a superare quei problemi che il suo carattere particolare le procura. Le farà anche lezione di stregoneria e a Mai sembrerà di stare meglio rispetto a prima.

   Passeranno molto tempo insieme, tra loro si creerà un’intimità alla quale nessuna delle due vorrà rinunciare, si troveranno, staranno bene. Quei vantaggi che Mai aveva pensato d’ottenere da quel rapporto, da quella residenza, in effetti si stavano verificando. Non era soltanto una favola la sua ma anche una realtà ben precisa, ben determinata, non stava soltanto vivendo un sogno ma stava anche imparando molte cose. E tanto si era adattata, tanto era compresa nella situazione che difficile le sarebbe stato decidere quando i genitori, venuti a prenderla, le avevano parlato di trasferirsi tutti nella città dove il padre lavorava e di frequentare qui una nuova scuola.

  Ci vorrà del tempo ma si convincerà dei possibili vantaggi che le sarebbero potuti provenire e accetterà. Nella nuova scuola si troverà bene, Mai crescerà, il tempo passerà e l’opera si concluderà quando si dirà della morte della nonna, del viaggio che madre e figlia faranno per recarsi nella sua casa, del valore, della funzione che la sua presenza, la sua compagnia di allora hanno avuto per Mai.

   Come altre volte, come altri autori passati e presenti, anche Nashiki pensa che dalle favole venga il migliore insegnamento. Dalla nonna è venuto questo a Mai ma anche dalla conoscenza della vita delle piante, degli animali con la quale è venuta a contatto e che tanto interessa la scrittrice.    Non c’è opera della Nashiki dove non compaiano, non agiscano, gli elementi della natura, dove non ci si riferisca a culture, credenze passate. Lo ha fatto anche qui, ha creato una combinazione tra quanto nella vita c’è stato e quanto c’è.

A. Petrella, Fragile è la notte

Petrella alla ricerca della vita

di Antonio Stanca

   Fragile è la notte è il romanzo che, comparso nel 2018 presso Marsilio Editori, segna per lo scrittore Angelo Petrella l’inizio di una nuova serie, quella che ha come protagonista l’ispettore di polizia napoletano Denis Carbone. Una figura complicata, è quasi sempre ubriaco e nel suo passato rientrano azioni poco chiare. Ora l’opera è ricomparsa presso Feltrinelli nella serie “Universale Economica”.

   Il genere è sempre noir, quello che ha contraddistinto il Petrella fin dal suo esordio nell’ambito narrativo, nuovo è il personaggio dell’ispettore che si muove tra gli impegni del lavoro e i problemi della vita privata. Un personaggio che incuriosisce, attira chi legge poiché semplice e complesso, ingenuo e sospettoso, facile e difficile.

  Petrella è nato a Napoli nel 1978, si è laureato a Roma ed ha svolto attività universitaria prima di dedicarsi completamente a quella di scrittore per la quale ha avuto numerosi riconoscimenti e molte traduzioni in lingue straniere. Anche come giornalista e sceneggiatore per la televisione e il cinema lavora Petrella nonché come traduttore per la collana “Il Giallo Mondadori”.

   Ha soltanto quarantuno anni e tanto ha già fatto. Il suo può essere considerato il caso dell’uomo di genio così ricco di risorse da non fermarsi di fronte a nessun ostacolo. Non si sarebbe detto, infatti, che dopo tanta narrativa l’anno scorso avrebbe dato inizio con questo romanzo ad una nuova serie e che sarebbe stata un’opera così abilmente costruita, così chiaramente espressa, così ampia e così sicura da riuscire bene e subito.

   E’ la sua Napoli, in particolare Posillipo, a fare da sfondo a Fragile è la notte, è tutta quanta la vita degradata che in questo quartiere avviene da tempo a costituire l’ambiente del romanzo, niente manca alla ricostruzione che lo scrittore compie, niente di quanto di torbido soggiace e non cessa d’inquinare, di guastare ogni cosa. Solo Petrella poteva riuscire in una rappresentazione così completa ché molto gli veniva dalla sua attività giornalistica. A cogliere, però, il senso, il significato di tanta vita sarebbe stato lo scrittore tramite le lunghe, infinite indagini che farà compiere al suo Denis Carbone, tramite le tante persone, i tanti luoghi con i quali lo farà venire a contatto. A Carbone Petrella avrebbe fatto vivere questa immensa realtà non solo da ispettore ma anche da uomo, non solo delle sue azioni avrebbe scritto ma anche dei suoi pensieri, dei suoi sentimenti. A confronto li avrebbe messi con quelli della vasta e varia umanità che gli avrebbe fatto conoscere, a verità superiori a quelle della semplice circostanza li avrebbe fatti giungere. Sempre sarebbe risaltato lo scrittore, non ci sarebbe stato soltanto il cronista e qui l’interesse, l’attrazione che Petrella riesce a suscitare. La sua scrittura è arte, le sue verità sono dell’anima, valgono per tutti, per sempre. Anche il cognac che Carbone beve in continuazione nonostante il mal di stomaco fa parte di quell’umanità che si muove debole, smarrita di fronte alle gravi sorprese che la vita può riservare. Carbone diventerà il simbolo di quell’umanità. Riuscirà, tuttavia, egli a vincere e il suo esempio lo scrittore cerca per incoraggiare, irrobustire, rafforzare quell’idea di bene, di amore, di giustizia che persegue, per mostrare che pur essendo un traguardo difficile non è impossibile.

   L’uomo solo, debole contro gli intrighi di un mondo divenuto sempre più ostile: questo rappresenta Petrella tramite Carbone in Fragile è la notte. Non si finisce mai di scoprire quante sono le complicazioni, quanti i collegamenti con il caso dell’omicidio di Ester Fornario, donna ricca, bellissima, disinibita, avvenuto nella sua villa a Posillipo.

   Quella di Carbone si trasforma nella lotta del bene contro il male, della vita contro la morte. Impari diventerà il confronto ma ci riuscirà, sarà capace l’ispettore di vincere sugli ostacoli che durante la sua indagine si andranno accumulando, riuscirà a riportare all’ordine quanto era stato imbrogliato. E con lui riuscirà il suo autore ad individuare la via da seguire tra tanta confusione, a trovarla dopo averla quasi smarrita.

   Il valore di un insegnamento assume quest’opera del Petrella, ha studiato Scienze Umane e da esse non si è staccato neanche quando è diventato scrittore.

AA.VV., Antologia di Poeti contemporanei dei Balcani

Antologia di Poeti contemporanei dei Balcani
a cura di Paolo Maria Rocco e Emir Sokolović
(diciotto poeti dalla Slovenia alla Macedonia con testo italiano a fronte)

testi in lingua originale tradotti in italiano
LietoColle Editore, Como – Collezione Altreterre –
ISBN 9788893821148
Pagg. 289


La bellezza del fare

«Questo è un libro di poesia. Non lo abbiamo voluto per scrivere la vicenda della poesia balcanica contemporanea. Non abbiamo pretese storicistiche. I testi che qui presentiamo non sottendono l’adesione a scuole o movimenti; e neppure rappresentano una raccolta ‘dal fior fiore’. Abbiamo chiesto ai Poeti di fornirci una selezione delle loro poesie, delle quali il critico-antologista si è limitato a trarre il percorso esemplare. Abbiamo voluto assecondare il pensiero della poesia non l’esigenza di una sistemazione. Da sempre credenti nell’autonomia dell’arte, abbiamo voluto evitare che l’Idea prevalesse sulla Poesia, perché la lettura critica non sormontasse la voce dei poeti. Abbiamo scelto gli Autori tra i poeti più conosciuti, che proponessero una propria visione del mondo, una poetica e uno stile, ma che non necessariamente provenissero dal circuito del mainstream culturale e che non rappresentassero a tutti i costi una linea di tendenza. Questa scelta ci ha portato a rinunciare alla completezza a favore di valori poetici realizzati e non emblematici di un certo gusto del momento o di una particolare fisionomia dell’Autore. Abbiamo privilegiato quei testi poetici che ci sono apparsi i più fedeli al significato etimologico di poiéin e di téchne, del fare come creare, e dell’arte come tecnica non intesa, però, come artificio ma dotata di una sua particolare specificità e essenza in quanto portatrice di verità e di un valore di conoscenza del mondo.

A parte quattro eccezioni, tutti i Poeti antologizzati sono esordienti in Italia, avendo però essi già pubblicato raccolte di poesie in vari Paesi d’Europa e del mondo. Molti degli Autori hanno offerto a questa indagine poesie inedite sia in Italia che nelle loro patrie d’origine.

Pensare un’Antologia di poeti dei Balcani è stato innanzitutto un modo per ringraziare la terra, le donne e gli uomini che ci hanno guidato dalla Slovenia alla Macedonia alla loro scoperta e alla scoperta della creatività della poesia in una regione tanto significativa per la storia e la cronaca europee ma così ancora poco frequentata in Italia. Ed ha significato accedere – per dire con Paul Valéry – in quel momento vertiginoso in cui qualcosa si distrugge perché qualcosa si produca, proprio là dove ribatte ancor oggi l’eco della distruzione nella provvisorietà del linguaggio che oscilla tra spinte all’isolazionismo e abbattimento dei muri della divisione sociale, politica e culturale. È del 2017 l’Appello firmato a Sarajevo da circa duecento tra scrittori, accademici, linguisti a sostenere la necessità di uniformare in una sola lingua i tre idiomi del croato, del bosniaco e del serbo, suscitando interrogativi, perplessità e contestazioni, nel mentre in Montenegro si percorre la strada opposta: quella della creazione di una lingua di cultura identitaria. Una provvisorietà e anche una contraddittorietà di prospettive che il linguaggio della poesia fa proprie. E là dove ribatte l’eco di guerre e dittature quando si pensi ai regimi repressivi e antidemocratici della Romania di Ceausescu e dell’Albania di Hoxha.

Reduci da una devastazione che si è fatta strada anche nella lingua i poeti trovano un loro idioma, che li unisce, al quale affidare una loro verità, nella qualità della loro percezione, ma pure nella peculiarità di un linguaggio che muta nell’angoscia del deflagrare dell’Io e del senso, ci dicono i poeti nelle forme dell’orfismo, dell’elegia, del verso libero, della canzone. Oggi la ricostruzione di un’identità culturale – di cui troviamo segni rivelatori in alcune di queste poesie lontane però dall’affermare un nazionalismo ideologico – sembra esprimersi nell’urgenza dei nostri Autori di diffondere l’idea della cultura e della creatività dell’arte come strumenti di riconciliazione. Il tentativo è quello di superare il sentimento di una tragedia epocale che ha distrutto vite e orizzonti, elaborandola liricamente quella tragedia in un’analisi che non fa prigionieri, nell’interpretazione del presente e del futuro, nel segno delle rispettive Storie e Tradizioni. Non si può prescindere da questo dato e dall’effetto che esso suscita nella sensibilità del poietes, di colui che fa nascere qualcosa all’Esistenza, di colui che crea l’opera. Se la creatività della poesia nei Balcani non può non ricondursi all’esperienza di un male di vivere che è soggetto e oggetto della riflessione profonda di questi poeti, essa si costituisce in bellezza del fare che restituisce umanità all’uomo disumanizzato.

I poeti, donne e uomini delle terre dei Balcani occidentali, hanno biografie che, come le loro poesie, tendono a un atto liberatorio di denuncia, sempre discorso intorno al mondo e dialogo con il mondo: denuncia della disumanizzazione e la nuda e cruda sua espressione allo scoperto dello sguardo di chi vuol vedere questo transito della storia. Poeti che assieme alle loro comunità sociali e politiche si trovano oggi nel mezzo di una transizione».

Paolo Maria Rocco

La pietra focaia dei Balcani

«È trascorso molto tempo dall’ultima pubblicazione di un’Antologia che potesse registrare al suo interno una selezione accurata e critica di poeti balcanici. Per quanto l’arte possa e debba prendere corpo esclusivamente da principi creativi, abbiamo pensato a una geografia quasi dimenticata per la quale l’aver posto l’accento sul concetto di identità negli ultimi decenni ha prodotto, in linea di principio, solo distruzione. In questo senso, questa Antologia dovrebbe essere, nelle nostre intenzioni, più interessante e più intrigante di altre.

La selezione di scritti che presentiamo non può far sorgere dubbi riguardo al valore dell’autenticità e riguardo al fatto secondo cui il lavoro dei poeti sia originato da un’esigenza necessaria di elevare l’espressione artistica del linguaggio e del milieu anche nel trattare i comuni, più semplici problemi quotidiani: degni di attingere alla Creazione, perché la creatività è il segno distintivo di questi poeti e della direzione della loro percezione, di quel «sto imparando a vedere» del Malte Laurids Brigge di rilkiana memoria:

 … Perché i versi non sono, come si crede, sentimenti (che si hanno abbastanza presto) – sono esperienze. Per un solo verso bisogna vedere molte città, uomini e cose, bisogna conoscere gli animali, bisogna sentire come volano gli uccelli, e sapere i movimenti con cui i piccoli fiori s’aprono il mattino. Bisogna poter ripensare a cammini in contrade sconosciute, a incontri inattesi, e ad addii che si vedevano da tanto in arrivo, (…) a giorni in stanze quiete e raccolte, e a mattini sul mare, al mare, ai mari, a notti di viaggio che frusciavano via alte e volavano con tutte le stelle – e non è ancora abbastanza, bisogna avere ricordi di molte notti d’amore, nessuna uguale all’altra (…). Ma occorre anche essere stati vicino a moribondi, essere stati seduti accanto a dei morti nella stanza con la finestra aperta e i rumori che entrano a folate. E non basta neppure avere ricordi (…) perché neppure i ricordi sono ancora esperienze. Solo quando essi diventano in noi sangue, sguardo, gesto, anonimi e indistinguibili da noi, soltanto allora può succedere che la prima parola di un verso, in un’ora rarissima, s’alzi ed esca dal loro centro…».

Emir Sokolović

P.M. Rocco, Bosnia, appunti di viaggio e altre poesie

    “Bosnia, appunti di viaggio e altre poesie” di Paolo Maria Rocco
testo a fronte in lingua bosniaca di Nataša Butinar
Ensemble Editore Roma – Collana Alter Poesia –
ISBN 978-88-6881-397-0
Pagg. 98


La metafora del viaggio nelle poesie di Paolo M. Rocco

di Marco Labbate

Al principio l’Arcangelo annuncia, nella nebbia, il porto.

    È con l’approssimarsi a un nuovo approdo che si apre il secondo bel libro di poesie di Paolo Maria Rocco “Bosnia, appunti di viaggio e altre poesie”. Il viaggio ha inizio in modo emblematico non solo perché la nebbia è rivelazione – nel percorso circolare del nostoi (ricerca di conoscenza e veicolo d’esperienza) – ma anche perché la funzione dell’Arcangelo (Capo degli Angeli) è di avvertire che qualcosa, come fosse voluta da una presenza intangibile, sta per accadere vegliata dal sacro, il viaggio della vita, tra realtà e sogno.

    I primi versi con i quali si apre questo libro alludono, quindi, ai temi del distacco, della perdita, dell’allontanamento da sé e del ritorno da un percorso eccentrico condotto nell’ignoto. Tra buio e bagliore prendono forma gli specchi della solitudine di un’anima che si volge verso ciò che è inconosciuto, in un viaggio reale, fisico e allo stesso tempo metaforico, si spinge in nuove visioni fino al centro delle cose e della poesia. L’ingresso è un moto di avvicinamento ad uno spazio di autenticità che impone di rielaborare la realtà in forma di racconto, di mito: «Sono a Spalato che m’è venuta incontro…» – «Una parola muta, dici/ è ciò che poi rimane, intimidita/ come fosse storia increata, vita/ umana denudata, e sfarzo/ del lacerto prima della forma/, materia (…)».

    S’innalzano e s’interrano queste visioni nella levità rarefatta di una inquadratura dall’alto dei luoghi (perché è necessario anche imporre una distanza per elaborare un discorso sull’esistere), come da una ricognizione aerea, sulle aspre dorsali delle Alpi dinariche, per poi gettarsi a capofitto fin nelle pieghe della terra, nello scavo della Neretva, il fiume il cui nome – come i nomi di tutti i più importanti corsi d’acqua della Bosnia Erzegovina – è declinato dai bosniaci sempre al femminile: la Bosna, la Neretva, la Miljacka… perché il fiume, la sua acqua, è il «ventre da cui tutto ha inizio».

    E se la Neretva apre l’evocazione di un altrove, l’immagine si connota del suo legame con la memoria, quando in prossimità di quel fiume si consumava una guerra in uno di quegli spartiacque che mutano la Storia.

    Ma è di un’altra storia, così ancor oggi vivida, che ci parlano le poesie dell’Autore: appena il salto di una generazione, e deflagra nel cuore dell’Europa,devastantenella regione dei Balcani, in un registro di parole che ci porta in medias res e ci offre anche, subito, la cifra della diversa prospettiva della quale s’informa questa scrittura poetica nel corso del suo processo di elaborazione che conduce verso direzioni stilistiche nuove rispetto al suo primo libro “I Canti”.

    Queste poesie si costituiscono come viaggio iniziatico, topos della scoperta di un esule nella contemporaneità che disumanizza e parcellizza l’esistenza. Non è uno spazio di fuga, allora, ma di autentica libertà nel corpo a corpo con la coscienza della crisi della nostra epoca, e spazio di verità nel tentativo di ridestare – come ha scritto con una felice intuizione Al J. Moran nella presentazione del primo libro dell’Autore “I Canti” – la scintilla di sacro che è in ognuno. Parola, paesaggio, pensiero si aprono al disvelamento e il viaggio diventa metafora della vicenda umana, laddove non c’è naufragio, non c’è sconfitta finché l’uomo riesca a ritrovarsi.

    È così che, tra storia e visione, in questa perlustrazione portata dentro se stessi, lo Stari Most appare all’improvviso: «il guizzo di una piuma, il flettere d’un’ala…». L’immagine dei giovani che si tuffano dall’inarcarsi del dorso del ponte di Mostar acquista un ulteriore significato: assumono forma di ali come anche i due bracci del ponte ottomano. Ali spezzate che franano al suolo quando l’artiglieria croata colpisce il simbolo innocente della Mostar musulmana. Una delle immagine più note della guerra protrattasi dal 1992 al 1996, una di quelle immagini alle quali la memoria rimane sospesa, in un senso di colpevole indifferenza che rimane confitto cuore dell’Europa

 (…) ti dice / che una parola sullo Stari Most tacque / dell’altra nell’avvitarsi d’Halebija a Tara /  dell’onda sopra l’onda, e se poi guardi / nell’abisso, che ha la sua lingua / pure il fiume, il suo moto / che non indulge e non ha sosta

    Repentino, fraterno un grido di dolore echeggia dalla città di Zenica: «Vorrei così vedere la nube,/ nel tempo che ora viene, dilaniata nel cielo che avvelena/ questa terra, con la fame atavica del lupo brado dei monti,/ e dell’inconciliabile diversità dell’etnia sterminata/ con i denti anche l’idea inculcata, che infiamma gli animi,/ e insieme lo spregevole impresario che mercanteggia/ nelle miniere morti e miserie». Ha il volto di Azra, la voce di un popolo, di più popoli in uno. Si alza, assorda, si placa in una nuova ferialità: il tramestio di un bar, la Bosna appena adombrata, come un nume

(…) vibra l’impiantito/ vecchio del bar sul Bulevar Ezhera/ Arnautovića e nel telaio l’opaco/ drappo sintetico s’agita come della finestra/ un vetro rotto. Guardo il fiume dalla terrazza/ sospesa sulla Bosna: un poco scorre/ contrariato, il vento alza un tappeto/ di minute onde trasversali (…)»

    Come se nei Balcani, più che in ogni altra Regione, valga di più la legge universale secondo cui i luoghi non possono essere esperiti senza considerare la loro storia, perché tra passato e presente non c’è una relazione soltanto, ma una continua compresenza che l’Autore sottolinea nel: «far rigenerare la storia/ e il passato nel fiammeggiare del presente». È un tempo che procede in maniera sincopata, che frena e di nuovo incalza, torna indietro e poi si ripresenta insieme con le vite che ha infranto, colte in un coraggioso quanto doloroso tentativo di rigenerazione e di riconciliazione con se stessi e con il mondo, che si impone anche visivamente con un repentino cambio di scena

«(…) un’età inesorabile e violenta che vedi incisa/ in un sommesso sguardo, o nell’esposta dignità/ di un occhio fermo, che si misura col sangue/ nelle fosse, nel fischio osceno dei mortai/ sopra le case, nel pianto dell’innocenza profanata// (…) si eleva a perdifiato una voragine/ che la lena inghiotte, un grido giocoso e cristallino/ di ragazzi… il vorticare corrisponde al suono/ che rigenera lo spirito nell’intelletto, (…) e dentro l’armonia/ del fiume in piena è condizione dell’animo (…)»

    Non si tratta solo dell’impressione che suscita lo sguardo su ferite ancora aperte nelle carni e dalle voragini ancora scavate dai proiettili. Si tratta di quel presente politico che cristallizza il passato in un’armatura, attuale, di «checks and balances», pesi e contrappesi, e nel quale presente così liricamente narrato si svela ciò che detta parole d’amore a questo diario di viaggio, la persistente volontà di riconoscere, sopra tutto, ciò che – al di là di ogni cieco furore – può conservare la Bellezza della presenza umana in una regione martoriata: è, certo, un sensibile omaggio alla Bosnia e ai suoi abitanti, all’homo civicus, che non è cliente né suddito, e alla sua etica di cittadino, questo percorso in cui ci guidano le poesie dell’Autore. È alla Bosnia incarnata nei suoi simboli vitali (cultura, tradizione, mito) che s’ispira la poesia di questo percorso affrontato dall’Autore nei luoghi fisici e nell’elaborazione del linguaggio poetico: l’oppressione della sopraffazione si placa nell’armonia delle acque del fiume, identità con il paesaggio interiore di chi ha vissuto quella ferita. Perché esiste nella poesia errante di Paolo M. Rocco un’altra dimensione del passato, dove sembra possibile una tregua dal dolore, il passato che sconfina nel tempo ancestrale, quello che dà il nome alle cose

Jalija, gelsomino d’impercepita opalescenza/ della pianta del sicomoro ha l’incanto, della fenice/ feconda e nutrice: questo, ora mi dicono, dev’essere/ il suo vero nome, ché dall’ampia chioma riluce/ un’avvenenza e antica quando la scioglie nella Bosna

    Rispetto al passato recente – la pietra scabra contro cui si scontra il quotidiano – questo passato è una porta aperto verso l’onirico, là dove si apre lo spazio all’incanto dei sensi, alla meraviglia, al ristoro che diventa inesausta contemplazione nutrita della nostalgia (dal greco, nostalgia è composta da: nostos/ritorno e algia/tristezza) non del ritorno in patria ma dell’accesso all’esperienza

Il cielo/ dalla mia parte, che tu lo sappia, gronda/ un sospetto di pioggia/ (…) ora la volta/ è una brocca inclinata che versa di gocce/ un’armata. Sul litorale la sabbia è un mantello/ stellato che ondeggia nella brezza/ e si fa pensiero alato nei pressi dell’approdo

    Ma non si tratta di un sogno che deve essere sciolto. Il ritorno riprende lineamenti definiti.     L’ultimo sguardo si muove da quel mare, altro, abbandonato all’inizio e che, nell’ultimo indugio, sembra voler abbracciare tutto ciò che ha raccolto. Il congedo, E altri altrove, è una visione da conservare come un cimelio nel quale quello che s’è vissuto ricorre in una voluta d’arabesco: una donna con il suo strumento a corda, la giovane venditrice, un uomo che cammina:

(…) com’è stato/ che lo squillo della voce sia diventato un canto/ di gabbiani, dall’altro mare vedo uno strumento/ a corda nelle mani di una donna nel mercato/ delle stoffe, e della giovane nel chiosco/ della trafika un disegno che indulge/ all’andamento del passante sulla strada/ e al desiderio: s’accede/ da quegli occhi generosi nelle volute/ arabescate sull’acqua della Bosna

***

    A quella terrestre, materica si affianca una seconda dimensione del viaggio, non geografica, senza luogo. La poesia sembra quasi proporsi come manuale del viaggiatore in una tensione che è insieme lirica e metafisica. In questa dimensione visionaria l’hic et nunc – in un andirivieni di riprese e di rimandi al testo – diventa strada all’everywhere, ad uno spazio immaginifico che si apre con la seconda sezione del libro, “Altre poesie”

Di forme intersecate un nudo patchwork, un modo/ per corrispondere del viaggio ad una pianta/ grafica l’insolito messaggio, il benvenuto. Un tempo/ altro prendono gli accordi, il calore sprigionato/ dalla spiaggia, il volo che innalza mulinelli/ di gabbiani sopra il ponte, l’acqua che sembra dissipare/ in un tremulo vapore il colore dei ricordi, l’onda/ che prende poi la forza e diventa una tempesta// Nel mare senza mappa, un punto di passaggio/ aperto per l’ignoto sulla cui cresta s’agita/ il pensiero di rompere l’indugio

    Il carattere iniziatico del viaggio nasce da una riduzione all’origine che ha nell’acqua, come dicevamo, il suo elemento primario: «il traghetto mi partorisce dalla stiva»; e il fiume, abbiamo visto, è «ventre da cui tutto ha inizio». C’è un valore emblematico dell’andare per mare o sul fiume, su una zattera o su un cargo malandato, cercando di domare le rapide o le onde: è la ricerca dell’essenza della vita, della genuina bellezza, è la ricerca di ciò che si avverte perduto che guida verso la verità «: ben potenti ho scavallato flutti/ di mondi che si potessero solcare/ nessuno avrebbe detto, il lato/ aperto di uno spazio che ho sbrigliato/ con una carezza sul dorso lanciato/ del puledro (…)»; valore emblematico hanno il remo del passatore che non tocca mai la stessa acqua, il battello fatiscente che -identificandosi con l’Autore- resiste alla tempesta e solca i marosi come la procellaria che «(…) adusa al largo/ mare ad ali spiegate riprendo il volo a raso/ e non di un asilo cerco il luogo ameno, il valico/ nel tempo col bruno della mia livrea, col bianco/ delle vele ridesta il cielo alla memoria e piango».

     Allo stesso modo, il passo del viandante non ha direzioni da imporre a se stesso se non penetrare in profondità nelle cose e nella loro memoria sedimentata; accetta persino l’inciampo, come inevitabile presa di coscienza del terreno, di un qui e ora trasfiguratidallo sguardo del pensiero che è accesso ad una dimensione atemporale

Passeggiare prediligo sulla sponda, rapida/ a volte con il pensiero che s’accorda, hai detto/ per le sue motili forme al passo, e incrociare/ il cammino dei viandanti per immedesimarmi/ nel caos delle mie stanze, perché amo incespicare/ nei suoi riverberi come della fronda il fitto intreccio/ s’avviluppa su se stesso per ritrovarsi/ ancora smarrito (…)»

    Ecco come, nelle poesie di Paolo Maria Rocco, sul piano prettamente linguistico suono del fonema e sua qualità acustica si relazionano con il significato della parola che essi stessi traducono. In questo senso il fonosimbolismo del termine incespicare raccoglie una forza dell’esplorazione che è, ancora una volta, anche potere della lingua: il suono definisce una consistenza che conferisce alle parole peso. Di volta in volta emerge questa qualità nell’asprezza o nella musicalità del ritmo e del riverbero sonoro che innervano i versi e testimoniano di una intensità che assegna ancor più potenza alle parole, un surplus di significato nelle sue metafore e simboli

Le parole, mi hai detto/ si possono ascoltare/ non i pensieri, quelli/ se ne vanno direi nel silenzio/ dissigillato dallo sciabordìo/ del mare colmo dei sensi: Idea/ Spirito, Materia allora ritornano/ a parlare come mai prima/ fosse accaduto nella lingua/ di un mondo dal moto perpetuo/ nell’intimo sommosso, inaudita

e anche:

mette in guardia// Dall’ingresso nel bosco: è sorvegliato/ hai detto il testo, nondimeno allarma che si vesta/ d’ombre sovrapposte, e a un dipresso che sbocci/ dalla linea perimetrale delle felci il modo d’intendere/ l’onda di nere bacche note di una partitura

    La parola diventa spazio sensoriale e forma alla conquista dei sensi:

I sensi, i sensi… ti dico, che tessono/ i sensi? Del tempo che ordiscono/ che già noi non percepiamo? Del mondo che appare/ son taciti e della materia a ogni richiamo?… Vediamo:/ cosa vediamo che c’è?

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     La voce di questa dimensione altra del viaggio si erge a voce universale, voce della «terrestre crosta»: è la voce della natura, non della realtà, per inoltrarsi lungo «un percorso ancora ignoto» che se «altro di sé non mostra che il moto» dispone ad una più precisa percezione dell’esplorazione nel significato della lotta condotta tra tenebra e luce. È, questa nuova dimensione, nel mito controverso – ci spiega l’Autore – dei Dioscuri, figli di Zeus e di Leda, guerrieri e protettori dei naviganti, stravaganti divinità che partecipano di due nature, una mortale l’altra immortale, attratte dall’Ade e dal Cielo in un movimento di assoluto vitalismo capace di rovesciare l’ordine del mondo, in un anticonformismo che fa strame dell’ipocrisia col gesto bello che è gesto di verità: «Io vado laddove non c’è posto per l’onda/ che s’arrotola in spumeggianti piroette (…)/ (…) ma solo dove non m’assale/ l’irrilevanza sordida di certo perbenismo/ parolaio, avariata merce da rigattiere/ o da corsaro (…)/ (…) non lo conosco un altro modo di nutrire amore e idee/ che io misuro in ere per quanto nel mare/ vi è di sacro e nel suo letto (…)». In questi passaggi di Altre poesie, le nette connotazioni geografiche del viaggio vissuto si perdono in scorci indistinti che sono un invito a percepire una verità celata e che alla precarietà di una desolante condizione umana traghettata nel principio del mare o di un fiume o di un canale, accompagna il bagaglio di memorie, sentimenti, pensieri del viaggiatore che tenta di uscire dalla finitezza della realtà per tornare all’infinito. Le descrizioni si rarefanno come se recuperassero un viaggio lontanissimo o cercassero materia per il viaggio che deve venire e nel quale c’è spazio anche per un attraversamento della Iulia Fanestris, la città di Fano tra storia antica e contemporaneità, e del paesaggio nel quale si specchia, che pare ascoltare se stessa, interrogarsi sul proprio destino, come in una rivendicazione di libertà. Che sia l’anima, dunque, dell’essere e del mondo, a rianimare l’elaborazione di un pensiero sull’esistenza, e sulla natura e sul mito. Ma anche nel momento in cui la potenza sensoriale si sublima in un’astrazione – conoscibile, come idea/noumeno, solo attraverso l’azione dell’intelletto e del pensiero – essa non perde l’àncora del suo legame con il mondo

(…) dai passi sordi/ nel loggiato Malatesta a ciò che resta di vero/ delle Mura romane poi il tempo, hai detto, pesta/ il talento di rigenerare in fiamme il sentimento/ , la visione di uno squillo di trombe augustee/ che innalza la storia nell’ora severa. Riecheggia/ così il corso del fiume che si snoda dall’Alpe/ della Luna alla Fanestris Iulia (…)

e, in un’altra poesia:

Neppure un’ombra il rudere dispensa, il sauro/ striscia compiaciuto tra una roccia e un detrito/ pericolante di muraglia. Il sole a perpendicolo/ registra un picco che si staglia dall’aria cocente/ e sulla terra in frusta, resiste male all’acuto/ l’arida sterpaglia nell’ora verticale pietrificata/ en attendant…

    Nelle poesie di Paolo M. Rocco non è possibile viaggio senza incontro, che si condensa in un assiduo dialogo. Vi è un tu che segue gli spostamenti, un tu femminile, sensibile e sensuale, guida che rivela le parole che mancano al poeta, figura una e molteplice, che si manifesta e si dissolve. Il viaggio dell’Autore non è conquista solitaria, ma scambio reciproco tra la meraviglia della scoperta e il bisogno di essere condotto da chi ha del luogo un possesso diverso

Qualcosa rimarrà di tuo nell’acqua/ che i piedi bagna di Jajce, nel salto/ sonoro del Pliva e del Vrbas, qualcosa/ dell’amata kasaba rimane alla radice/ che si eleva dopo la caduta

    Il tu diventa un prestarsi gli occhi l’uno con l’altra, un raggiungere uno sguardo che sia dialogico e comune

Tu, spettatrice/ della stessa tua vacanza, una visione/ sei chiamata del mondo a evocare, rigorosa/ come fosse della luce un’alternanza/ speculare, o dei tuoi occhi

    In questa duplice dimensione, negli spazi intersecati dal viaggio vissuto e da quello astratto, nei cortocircuiti temporali, nel ritorno all’acquasi compie l’approdo: l’emozione del sentimento come unico sguardo da rivolgere al futuro

Pare sia il futuro/ invalicabile, un cancello dai battenti schiusi/ le palpebre degli occhi tuoi sorpresi/ di trovare dove non pensavi vi fosse il fuoco/ di un amore. Uno strappo dell’anima oscillante/ qualcosa di più dello strapiombo di una cataratta/ quest’acqua che sovrasta il tempo

Marco Labbate