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L. Lanza, Donna Francesca Savasta, intesa Ciccina

Laura Lanza e la Sicilia dei racconti

di Antonio Stanca

   L’anno scorso da Astoria Edizioni è stato pubblicato il romanzo Donna Francesca Savasta, intesa Ciccina di Laura Lanza.

   La Lanza è nata a Roma e molto impegnata è stata nell’osservazione, nella valutazione dei fenomeni culturali della capitale e dei tempi moderni. Di essi ha scritto molte volte. Attualmente è caporedattore della rivista “Accademie & Biblioteche d’Italia”. Ha lavorato come bibliotecaria nella Vallicelliana ed ha curato la rubrica “Bibliografia di storia delle istituzioni contemporanee” per la rivista “Le carte e la storia”. Ha fatto parte della redazione di “Bibliografia Romana”. Molto si è mossa in ambito culturale e storico. Questo è il suo primo romanzo, è ambientato nella Sicilia di metà Ottocento, è scritto in una lingua che sta tra l’italiano e il dialetto siciliano, dice di vicende piuttosto comuni, quelle che si verificano in un piccolo paese di montagna, Monteforte, e che permettono di cogliere i modi di pensare, di fare, di vivere di un posto non solo arretrato ma anche isolato, lontano da quanto avveniva in centri urbani quali Palermo, Catania, Siracusa o nel resto della nazione.

   Protagonisti sono una levatrice, Francesca Savasta, detta Ciccina, e un giovane prete, don Peppino Gallo. Tramite uno zio vescovo che operava a Palermo questi aveva avuto l’incarico di provvedere alla piccola chiesa della Madonnuzza, situata nella campagna di Monteforte. Lo zio lo aveva fatto nominare parroco della Madonnuzza perché voleva allontanarlo da ambienti e persone che poco gli piacevano. In quel posto don Peppino aveva faticato a sistemarsi, aveva dovuto rimettere in sesto la chiesa, da tempo abbandonata anche a causa della sua distanza dal paese. L’aveva pulita, arredata, aveva suscitato, durante la messa, l’interesse di chi vi partecipava tramite interventi, discorsi mirati a incuriosire, coinvolgere. L’aveva rivalutata, aveva attirato l’attenzione dei paesani che erano tornati a frequentarla.

   Ciccina era la levatrice del paese e anche quella che aveva l’incarico di soccorrere i bambini abbandonati, provvedere ai loro primi bisogni e procurare loro un posto dove potessero crescere.

   Tra i due, don Peppino e la Ciccina, entrambi venuti da fuori a Monteforte, si stabilirà un’intesa che li porterà a vedersi, ad amarsi, a trascorrere insieme le notti. Nonostante tutto a loro si rivolgeranno le persone del posto per avere un consiglio, un’indicazione, un aiuto di fronte ad una circostanza insolita, ad un problema. Erano stimati, il loro giudizio valeva e così la loro presenza.

  Intorno a loro la scrittrice fa scorrere la vita di Monteforte, quella dei ricchi e dei poveri, dei grossi possidenti e dei contadini, degli onesti e dei briganti, delle signore e delle serve, degli amanti clandestini e dei matrimoni combinati, delle morti vere e di quelle finte. Sono tanti i modi di vivere che la Lanza fa vedere nel libro, sono tante le persone che si muovono in esso, le situazioni che si creano. C’è la vita degli uomini e quella delle donne, degli adulti e dei ragazzi, dei vecchi e dei giovani: a tutti la scrittrice ha dato un ruolo, una voce, tutti mostrano come si stava in Sicilia a quasi duecento anni di distanza, cosa si faceva in pubblico e in privato, in piazza e in famiglia, in chiesa e a scuola, nei campi e all’osteria. Ha scritto la Lanza dei rapporti che correvano tra i diversi posti, tra le persone che li vivevano, delle conseguenze che ne derivavano. E ovunque, in qualsiasi posto o circostanza, ha fatto vedere la levatrice o il prete del paese o entrambi dal momento che sempre erano chiamati o vi accorrevano, che a tutto si pensava potessero servire. E’ come se dai due fossero tirate le fila della vita dell’intera comunità, niente vi succedeva del quale non sapessero o non partecipassero.

   Ci saranno anche situazioni create, inventate, ci saranno momenti da favola che insieme a quelli veri contribuiranno a formare l’ambiente tipico di questi luoghi, l’ambiente del quale negli anni avvenire si dirà, si narrerà senza che si distingua con esattezza tra verità e sogno, tra vita e morte.

   Come si forma un ambiente simile, quello dei racconti dei nonni, fa vedere Lanza tramite la sua opera. A portarcela sarà stata la sua attività di bibliotecaria, la sua conoscenza di libri antichi. L’importante è che sia riuscita nell’intento, che l’abbia realizzato, che vi abbia dato un contenuto ed una forma espressiva tra i più autentici.

D.A. Rocca e P. Marraffa, Verso la Society 5.0

Dora Anna Rocca e Paolo Marraffa, Verso la Society 5.0

Un libro che parla del nostro presente e soprattutto delle prospettive future

Dalla società venatoria o 1.0 si è passati alla agricola o 2.0 e da questa alla industriale o 3.0 che ha dovuto poi fare i conti con la 4.0 o società dell’informazione ma gli autori di Verso la Society 5.0 Dora Anna Rocca e Paolo Marraffa (Gennaio del 2021, Delfino Editoriale) vanno oltre illustrando, la Society 5.0 e le difficoltà e le reticenze esistenti nel realizzarla. Gli autori rispettivamente docente di Scienze al liceo scientifico G. Galilei di Lamezia Terme, oltre che saggista e giornalista la Rocca ed esperto in sostenibilità ambientale e laureato in marketing e comunicazione ala Lumsa di Roma il Marraffa, prendono in esame le varie problematiche del nostro tempo, dalla sostenibilità considerata nei suoi vari ambiti: ambientale, economica sociale alle difficoltà nel conseguire i 17 goals dell’Agenda 2030 dell’Onu, specie in epoca di pandemia, alle attuali reticenze nei confronti del 5G nelle telecomunicazioni e non solo. La trasformazione della società e il miglioramento del benessere sociale ed economico hanno portato ad uno sfruttamento eccessivo dell’ambiente, causando non solo un depauperamento delle sue risorse ma anche un inquinamento ambientale senza precedenti che rischia di compromettere irrimediabilmente la qualità della vita delle generazioni future. Parlare di Society 4 e ancora meglio di Society 5.0, aiuterà a comprendere meglio le sfide del futuro. I recenti accadimenti legati alla pandemia da Covid 19 hanno esasperato le problematiche già esistenti evidenziando tutte le lacune di una società che deve correre ai rimedi cercando disalvaguardare l’ambiente dal degrado e non perdendo di vista i tanti sforzi finora fatti in riferimento al conseguimento dei 17 obiettivi dell’Agenda 2030 dell’Onu. Scrivono gli autori: “Dalle problematiche del nostro tempo, con un particolare sguardo alla sostenibilità industriale sociale ed ambientale, alle battaglie di Greta Thumberg per il cambiamento climatico, agli oceani di plastica, all’inserimento dell’educazione civica nelle scuole, all’esigenza di una economia circolare. Dai timori legati all’inserimento del 5G nelle telecomunicazioni alle speranze di coloro che spingono per un suo utilizzo auspicando in un cambiamento epocale, niente è stato tralasciato in questo volume che vuol essere un riferimento per tecnici ed appassionati di settore, studenti universitari che si trovano ad affrontare problematiche scientifiche e socio economiche di grande attualità in un’epoca di grandi trasformazioni, studenti di scuola secondaria superiore dell’ultimo anno di corso”. A collaborare alla stesura di questo interessante e attuale volume edito da Editoriale Delfino a Gennaio 2021 i docenti: Agime Gerbeti di sostenibilità ambientale alla Lumsa di Roma, Michela Mayer responsabile per l’Educazione ambientale e alla sostenibilità alla IASS – ItalianAssociation for Sustainability Science e associato di ricerca all’Istituto per le Ricerche e le Politiche Sociali del CNR, Giovanni Tridente docente di Giornalismo d’opinione presso la Facoltà di Comunicazione Istituzionale della Pontificia Università della Santa Croce. L’auspicio è come scrive la docente Gerbetinella prefazione è che il libro sia acquistato, letto e sofferto dal lettore. Un libro dunque che collega l’informazione e la conoscenza con uno stile divulgativo e che merita di essere letto.

Sofferenza e felicità nella poesia di Domenico Godino

Sofferenza e felicità nella poesia di Domenico Godino

di Giovanni Ferrari *

Rimango sempre più affascinato e arricchito nel rileggere le belle poesie del poeta coriglianese Domenico GODINO (detto MECO). Fresco di stampe e appena pubblicato presso la stamperia “rilegando” di Corigliano dicembre 2020, con ulteriore e inedite poesie: la poetica godiniana mi riporta agli anni settanta, quando seguivo i corsi di Letterature Comparate con il grande poeta Mario LUZI sul rapporto poetico tra Charles BAUDELAIRE et Edgar Allan POE presso la prestigiosa Università di URBINO.  Leggendo la sua ultima fatica letteraria, intravedo un nesso inscindibile tra poesia e sofferenza interiore,  perché nessuno meglio di un poeta come  Godino  che soffre sa elevare in versi le sue angosce, le sue paure, i suoi patimenti; sembra quasi che per piacere  e per attirare l’attenzione degli animi più sensibili, una poesia debba nascere da un dispiacere profondo, debba essere l’espressione di un animo inquieto e tormentato; sembra quasi che il suo dolore sia materia di ispirazione per chi si accinge a scrivere e che il poeta sia destinato a soffrire per rendere felici i suoi cari attraverso i suoi versi (sua madre  Carmenia, suo fratello Santino prematuramente scomparso), ma soprattutto la sofferenza dei suoi familiari, in modo particolare suo papà VITO. Per la gioia di quanti amano la poesia, probabilmente il poeta Godino, non  ci avrebbe regalato queste belle e sentite poesie, così toccanti, frutto della sua sofferenza. Queste condizioni esistenziali difficili, stabiliscono, molte volte, la base di emozioni  straordinarie, in quanto la poesia trasmette sempre felicità, anche quando scaturisce dal dolore, in sostanza possiamo affermare che nella poesia godiniana, non è la sofferenza o l’intimo travaglio ma l’energia  e la bellezza delle parole che ci esaltano e ci inebriano, indipendentemente dal loro contenuto di tristezza, pertanto, vale la pena, trarre vantaggio e piacere dalla sofferta esperienza di vita di chi sa nobilitare le sue pene attraverso la poesia, dato che nessuno meglio di chi è stato infelice può darci insegnamenti di quotidiana felicità.

Quando leggo “sempre caro mi fu quest’ermo colle…”, non avverto il dolore del poeta, non ripercorro il suo pessimismo, al contrario rimango estasiato di fronte alla potenza dei versi ed alla bellezza delle descrizioni. Ecco, quindi che la poesia, che nasce dal dolore, diventa per me un momento di gioia, tutto ciò non significa che io sia indifferente al dolore. Posso anche capire ed immedesimarmi nella poetica e nella sofferenza godiniana, in questo caso io percepisco solo la sublimazione della parola, la sua vitalità che mi fa dimenticare da cui scaturisce. Nella poetica godiniana, “Meco”  tocca tante tematiche e mette a fuoco tante sofferenze e tante ingiustizie, riportandoli in versi, cercando di coinvolgere chi legge attraverso la sua rabbia e la sua indignazione.

Le poesie di Domenico GODINO, sono un verbo immacolato, una riserva di consapevolezza e di felicità nell’ascolto, in quanto chi ascolta scopra chi è  e sappia ascoltare sempre meglio, il pensiero e l’espressione del nostro essere, la sofferenza esiste come dato originario: essa ha a che fare con la nascita e con la morte, con il tempo e con il mutamento.

Bellezza e felicità vanno spesso braccetto, e si scrive per tormenti ma anche ebbri di gioia ma anche  chi scrive, scrive come respira, per default, quindi è vero che per scrivere devi avere in quel momento uno stato di rabbia o dolore o fastidio profondo.

(*) Dipartimento di Economia, Società, Politica – Università degli Studi di URBINO “CARLO BO”

AA.VV., Racconti di Natale

Racconti di Natale, un’opera da conoscere

di Antonio Stanca

   In allegato al quotidiano “il Giornale” è da poco uscito il breve volume Racconti di Natale (Autori della tradizione). E’ una raccolta non solo di racconti ma anche di poesie, di favole che si riferiscono al Natale, a quanto, presepe, Epifania, vi è connesso

e che risalgono ad autori del passato, quello compreso tra Ottocento e Novecento. Si va da Manzoni a Verga, da Deledda a Pascoli, da Pirandello a D’Annunzio, da De Amicis a Di Giacomo, da Collodi a Serao, da Alvaro a Gozzano e ad altri di quei secoli.

   Apprezzabile è l’opera poiché permette di cogliere come allora ovunque in Italia, nell’Italia della cultura, dell’arte, si tendesse a mettere in risalto la positività del Natale, a identificarlo con un’occasione, un momento di pace, di amore, di bene, con un invito ad aiutare chi non aveva possibilità, a provvedere ai bisognosi, soprattutto se donne o bambini.

   La raccolta fa vedere come diffuso fosse questo atteggiamento, come autori diversi, di diversa provenienza e formazione, di diverso ambiente geografico e culturale, convenissero nel fare del Natale un evento centrale della vita, della storia, nel vederlo come un messaggio da estendere, da far giungere in ogni posto perché utile, buono. Non c’era differenza, tutti, fossero autori maggiori o minori, la pensavano allo stesso modo, tutti sembravano simili ai bambini ai quali si rivolgevano e averli mostrati con questi loro scritti non può che far ammirare l’iniziativa.

   Sembra un tempo remoto quello degli autori della raccolta poiché oggi tanto è cambiato. Invece non è molto lontano, i suoi sono gli autori che venivano letti nella scuola elementare di qualche tempo fa, quelli che pure adesso potrebbero muovere a pensare, a fare, potrebbero valere.

  E insieme alla funzione di un richiamo a ciò che si è perduto e alla possibilità di recuperarlo, il libro ha anche quella di una testimonianza da tener presente, di una lezione da imparare. Leggendo gli scritti che contiene, osservando la lingua che li esprime ci si accorge di quanto ancora mancasse alla formazione dell’italiano, di come sia stata lenta. Accanto e dopo I Promessi Sposi molto altro è servito, molto altro si è dovuto scrivere per liberarsi di quanto di antico, di vecchio, di straniero, di regionale, di dialettale pesava sull’italiano. Questi scritti ne sono una chiara testimonianza: si era arrivati ai primi del Novecento e ancora l’italiano non si era formato, non si era completato nella sua funzione di lingua autonoma, di lingua di una nazione, ancora conteneva altro, dipendeva da altro, non lo aveva smaltito o assorbito, inglobato, fatto proprio. La cultura religiosa durata tanto a lungo, la lingua di questa, il latino, le diverse dominazioni straniere, le tante parlate locali, i diversi sostrati linguistici, tutto aveva contribuito a ritardare, frenare la formazione di quella lingua libera, nuova che sarebbe dovuta essere l’italiano.

   Il linguaggio dei racconti, delle poesie, delle favole della raccolta mostra i segni di questo processo, fa vedere che pur in tempi non molto lontani c’era ancora tanto di diverso nell’italiano, c’era ancora tanto da fare per raggiungerlo.

   Un valore morale ed uno culturale contiene l’opera ed entrambi sono motivi validi per conoscerla.

M. Balzano, Resto qui

Balzano tra letteratura e storia

di Antonio Stanca

   Marco Balzano è nato a Milano nel 1978, qui insegna Letteratura Italiana negli Istituti Superiori e si applica nella sua attività di studioso e scrittore. Ha pubblicato saggi, poesie e romanzi: un intellettuale si può dire di lui ma anche un autore, un artista. Non è facile conciliare queste tendenze e riuscire a farlo, riuscire ad applicarsi in ambiti così diversi è segno di una sicurezza, di una capacità raggiunta e coltivata.

   Il suo esordio letterario è avvenuto con le poesie della raccolta Particolari in controsenso del 2007. Il primo romanzo è stato Il figlio del figlio del 2010. L’opera vinse il Premio Corrado Alvaro Opera prima e mise in risalto il tema dell’emigrazione, che sarebbe diventato ricorrente nella narrativa del Balzano, sarebbe stato mostrato come fenomeno dettato da necessità inevitabili, da particolari condizioni geografiche, economiche, come esperienza dolorosa, drammatica. Di una perdita, di una sconfitta avrebbe parlato Balzano: emigrare per lui significa partire, lasciare, abbandonare i luoghi, le case, le persone, gli ambienti che hanno fatto parte della propria vita, che l’hanno costituita, determinata, formata moralmente e fisicamente, significa venire a contatto con altri luoghi, altre persone senza sapere di loro, di quale sarà il rapporto, di come si starà, si vivrà con loro. E’ un cambiamento che può diventare definitivo, che può far abbandonare per sempre i posti d’origine, che qualunque forma assuma dallo scrittore viene sempre visto come un problema poiché lo identifica con una riduzione, una privazione.

   Nel romanzo Resto qui del 2018, ora ristampato dalla Einaudi nella serie “Super ET”, il motivo dell’emigrazione è legato a circostanze gravi, altamente drammatiche. Ci sarà, però, chi pur in quelle circostanze non emigrerà, chi “resterà” a costo di terribili conseguenze. Saranno Erich e Trina, marito e moglie, genitori di Michael e Marica, a scegliere di “restare” a Curon, il piccolo paese del Sudtirolo sulle rive dell’Adige, quando sta per scoppiare la seconda guerra mondiale e stanno per iniziare i lavori per la costruzione di una diga che avrebbe comportato l’abbattimento delle poche case che formavano Curon e i paesi vicini. E’ un momento grave, i lavori per la diga si fermeranno a causa della guerra e intanto la gente del posto se ne sarà andata, sarà fuggita in Svizzera, in Austria, in Germania o altrove perché spaventata da quanto sta succedendo.

   In quegli anni nel Sudtirolo ci si sentiva tedeschi, si parlava tedesco, si inneggiava al nazismo, si condannava il fascismo e tutto ciò che sapeva di italiano, lingua compresa. Hitler veniva visto come un salvatore, un restauratore dei danni che il fascismo stava arrecando con i suoi proclami, le sue chiamate alle armi e avrebbe arrecato con la costruzione della diga. C’era confusione, incertezza, paura, povertà, si viveva dei proventi di pochi animali, mucche, pecore, e di pochi campi, si temeva la guerra, non rimaneva che andarsene. Quasi tutti lo avevano fatto ma non Erich e Trina anche se senza figli erano rimasti: Michael si era arruolato volontario nell’esercito tedesco, Marica, che stava con gli zii, era stata portata da questi dove erano fuggiti.

   Quando scoppierà la guerra marito e moglie si rifugeranno in montagna, tra i boschi, i lupi, il freddo, le grotte, le capanne, vivranno di stenti, conosceranno la fame, la malattia, staranno soli per tanto tempo, si incoraggeranno, si aiuteranno tra loro, si riscalderanno con il loro respiro, il loro amore. Torneranno a Curon quando la guerra finirà e quando si sarà visto quanto crudeli erano stati quei tedeschi prima desiderati.

   Una volta a Curon Erich e Trina si sarebbero trovati di nuovo di fronte al problema della diga poiché erano ripresi i lavori e di nuovo i pochi abitanti stavano pensando di andarsene o cominciavano a farlo. Per ben due volte si fuggiva dal Sudtirolo, per ben due volte Erich e Trina non lo faranno e vi rimarranno fino ad assistere al loro paese, alla loro casa sommersi dalle acque dell’Adige quando deviate sarebbero state dalla diga completata. Intanto avevano trovato alloggio nelle baracche appositamente costruite dall’azienda che aveva condotto i lavori. Erich morirà da lì a poco, aveva tanto combattuto, si era tanto impegnato per salvare le sorti di Curon e dei paesi vicini, per impedire la diga che sfinito, stremato, morto ne era uscito. Trina rimarrà sola, addolorata, tormentata dai pensieri, dai ricordi, dei figli non saprà più niente ma convinta sarà ancora di dover continuare, di dover andare avanti, di dover fare, di dover vivere. Un esempio di forza, di coraggio, di amore è stato il suo, unico tra le donne di un tempo, di un luogo di rovina, di morte. In quel tempo, in quel luogo è andato Balzano col suo romanzo perché di essi voleva dire, perché di essi ancora poco si sa, perché anche della loro voleva fare storia d’Italia tramite la letteratura, tramite i modi facili, chiari della sua scrittura.

Collana “Ricerche Indire”

Collana “Ricerche Indire

Un incontro per approfondire le “idee” per la didattica delle Avanguardie Educative

Firenze, 10 dicembre 2020 – La ricerca di INDIRE al servizio della scuola, per fornire strumenti e riflessioni utili ai docenti e ai dirigenti scolastici per la didattica. Con questo obiettivo, domani, venerdì 11 dicembre 2020, dalle 17.00 alle 18.30, è in programma un incontro online di presentazione di 3 volumi della collana Ricerche Indire, edita da Carocci Editore. L’evento è gratuito ed è accessibile dal sito di INDIRE e da quello delle Avanguardie Educative, al seguente link: https://indire.webex.com/indire/j.php?MTID=m7385759d2b9c4cc343661eeba9068edb (password: avanguardie)

Introdurrà il webinar il Presidente di INDIRE, Giovanni Biondi, per illustrare le strategie che hanno portato alla realizzazione di una nuova collana di ricerca, che abbraccia tutte le sperimentazioni e le attività di ricerca svolte dall’Istituto.

Ai lavori parteciperanno i ricercatori di INDIRE che, insieme ad alcuni esperti del mondo della scuola, sono gli autori di questi tre volumi. In particolare, Elisabetta Mughini, dirigente di ricerca INDIRE, Silvia PanzavoltaLaura Parigi e Lorenza Orlandini, ricercatrici di INDIRE, e, tra gli altri, i contributi video di Franco Lorenzoni, maestro di scuola primaria dalla fine degli anni Settanta fino al 2018, attivo nel Movimento di Cooperazione EducativaAluisi Tosolini, Dirigente Scolastico del Liceo Scientifico, musicale e sportivo “Attilio Bertolucci” di Parma, Mara Krechevsky, Senior Researcher sul progetto Project Zerodella «Harvard Graduate School of Education», che ha diretto il progetto Making Learning Thinking Visible.

I primi tre volumi, oltre a far conoscere le attività dell’Istituto, rendono disponibili gli esiti di ricerche teoriche svolte sul campo nell’ambito del progetto Avanguardie educative. Lo scopo è quello di intercettare le innovazioni provenienti dalle scuole e sistematizzarle attraverso la ricerca educativa.

Nato nel 2014, oggi Avanguardie educative è diventato un vero e proprio Movimento per l’innovazione che vede coinvolte 1200 scuole di ogni ordine e grado, con la partecipazione di oltre 5000 tra docenti e dirigenti scolastici.

Le proposte oggetto dei primi tre volumi della collana sono:

  • Dentro/fuori la scuola – Service Learning. Un modello educativo per le scuole di ogni ordine e grado che mira al rafforzamento del rapporto tra scuola e territorio, attraverso il dialogo continuo con enti locali, istituzioni e stakeholder e l’applicazione dell’approccio pedagogico del Service Learning. Nei progetti che fanno riferimento al Service Learning il territorio diventa un ambiente di apprendimento che qualifica la relazione educativa. Le attività di ricerca connesse alla proposta godono di una collaborazione con la University of Cambridge.
  • MLTV – Rendere visibili pensiero e apprendimento. Un modello educativo per le scuole del secondo ciclo d’istruzione capace di valorizzare e mettere a frutto sia le conoscenze, abilità e competenze di tipo disciplinare che lo sviluppo del pensiero nelle diverse declinazioni: critico, creativo, logico-matematico, riflessivo, decisionale, sistemico. Le attività di ricerca sono realizzate attraverso lo scambio con Project Zero, centro di ricerca della Harvard Graduate School of Education di Boston. 
  • Dialogo euristico. Una tecnica didattica per far incontrare il lavorìo mentale degli alunni del primo ciclo d’istruzione con oggetti di conoscenza che sono portati dal docente o in cui ci si imbatte. Perché i pensieri dei bambini, le loro ipotesi, anche fantastiche, sono strumenti epistemici, modalità per (far) conoscere il mondo. Gli approfondimenti legati alla proposta sono frutto della collaborazione con Casa-Laboratorio Cenci (Amelia, Terni), centro di sperimentazione educativa fondato dal maestro Franco Lorenzoni.

Per registrarsi è necessario cliccare su questo link:

https://indire.webex.com/indire/j.php?MTID=m7385759d2b9c4cc343661eeba9068edb

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Per ulteriori informazioni sul Movimento delle Avanguardie educative:

http://innovazione.indire.it/avanguardieeducative/

M. Righetto, I prati dopo di noi

Righetto, come finire e come iniziare

di Antonio Stanca

   A Settembre di quest’anno il giornalista e scrittore padovano Matteo Righetto ha pubblicato, con Feltrinelli nella collana “Narratori”, I prati dopo di noi.

   Nato a Padova nel 1972, Righetto a Padova si è laureato in Lettere ed è docente di Letteratura Italiana presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha iniziato a scrivere su giornali mostrandosi interessato a problemi di attualità culturale e sociale, ha esordito come scrittore nel 2012 col romanzo Savana Padana e tra il 2017 e il 2019 ha scritto la “Trilogia della Patria” composta dai romanzi L’anima della frontiera, L’ultima patria e La terra promessa. E’ stata un successo, è stata tradotta in molte lingue e ha fatto di Righetto uno scrittore molto apprezzato. Ha scritto anche per il teatro e riduzioni cinematografiche hanno avuto alcuni suoi romanzi. In questi è diventato facilmente riconoscibile poiché gli ambienti, i personaggi, le situazioni, le intenzioni si ritrovano, ritornano. Il rapporto tra l’uomo e la natura è una componente costante delle sue narrazioni, un rapporto che diventa uno scambio vero e proprio, una comunicazione, un’intesa, una lingua in comune. E costante è pure il proposito dell’autore di compiere, scrivendo, un’azione di educazione, di formazione, di attribuire a quanto rappresentato una funzione d’istruzione.

  Ne I prati dopo di noi succede ancora di trovarsi in un ambiente montano, tra le Alpi e con personaggi solitari. Stavolta sono tre, il vecchio Johannes, il giovane Bruno e la piccola Luni. Tutti vengono da tristi esperienze familiari: Johannes, che vive solo tra le montagne, ha perso la moglie e due figli poiché devastato dall’acqua e dal fango era stato il loro villaggio in seguito ad una frana; Bruno è nato e cresciuto con misure eccessive, era un gigante già da ragazzo, era considerato un tonto e d’allora era stato affidato dai familiari ad un convento di benedettini, dove sarebbe stato lasciato per sempre; Luni è una bambina molto sveglia ma sordomuta. Anche lei è stata abbandonata dalla famiglia in un orfanotrofio.

   Sole sono rimaste queste persone tranne Bruno che, per un certo periodo di tempo, troverà nel monaco Isak un amico, un compagno capace di capirlo, riabilitarlo da quella stoltezza che gli era stata attribuita e indicargli la via della salvezza da un mondo che ormai è finito poiché vittima di quei guasti, di quella rovina che i tempi moderni, “i nuovi barbari” hanno comportato e che nel romanzo viene raffigurata con fiamme altissime che avanzano in un paesaggio diventato quasi completamente arido, deserto. Questo sarà l’ambiente, sarà uguale ovunque e in esso lo scrittore farà vedere i suoi personaggi che fuggono dalle fiamme per salvarsi poiché i soli che lo meritano. I simboli diventano i tre della parte giusta dell’umanità, di quella che di fronte alla fine del mondo potrà sfuggire alla morte. Un mondo devastato è da essi percorso, un mondo nel quale Righetto li mostra mentre procedono, prima da soli e poi insieme, verso una meta collocata tra le cime dell’Ortles, verso l’unico posto dove la vita c’è ancora perché ancora c’è acqua, ancora c’è verde. Vi giungeranno, gli sforzi richiesti dal lungo e faticoso percorso saranno premiati ma non potranno evitare l’ennesima devastazione che non risparmierà nemmeno quel posto.

   Si conclude il romanzo senza la possibilità, neanche per i giusti, di salvarsi dal “Grande Rivolgimento” che ha investito l’universo e lo ha fatto finire. Dopo di loro, però, riprenderanno a verdeggiare gli alberi, ritorneranno i fiori, ricompariranno i prati.

  Un messaggio sembra contenere questo romanzo del Righetto: sembra voglia mostrare quanto si debba soffrire per poter migliorare, come si debba finire e come iniziare.

A. Ernaux, L’evento

Annie Ernaux: dalla storia alla vita, all’opera

 di Antonio Stanca

   Recente è la pubblicazione del romanzo L’evento della scrittrice francese Annie Ernaux. In Francia è avvenuta per conto di Gallimard, in Italia di L’Orma Editore. La traduzione è di Lorenzo Flabbi.

   La Ernaux è nata a Lillebonne, Normandia, nel 1940. Modeste erano le condizioni della sua famiglia, i genitori, operai, avevano aperto una drogheria con annesso un bar. Prima che nascesse Annie avevano perso, a causa di una grave malattia, la prima figlia quando era ancora piccola. Annie studierà, si laureerà all’Università di Rouen, si dedicherà all’insegnamento della Letteratura Francese. Nel 1964 si sposerà, avrà due figli, ma dopo alcuni anni si separerà dal marito.

   Sarà una fervente femminista, scriverà su giornali e riviste a proposito della libertà, dell’autonomia della donna e di altri problemi sociali. La sua narrativa risentirà delle sue opinioni circa quanto avveniva nella vita, nella società dei tempi moderni, circa l’assunzione, il rispetto, l’uso di regole, principi, costumi determinati dalla verità, dalla giustizia. L’esterno si combinerà con l’interno nelle sue opere, la storia con la vita.  “Forse il vero scopo della mia vita è soltanto questo: che il mio corpo, le mie sensazioni e i miei pensieri diventino scrittura”, dirà la Ernaux. Di tutti aveva sempre pensato di far diventare quello che le succedeva, che pensava, che faceva, a tutti aveva sempre desiderato farlo giungere e l’opera scritta le era sembrato il modo, il mezzo migliore. Nuova sarà in questa tendenza a mettersi a nudo, andrà contro la tradizione letteraria: un atteggiamento sovversivo da lei cercato.

   Della tradizione rifiuterà pure quel tipo di scrittura carica di effetti sentimentali, emotivi, quello stile che a volte diventa lirico e tende ad una lingua scarna, sentenziosa, vicina quasi al documento, alla registrazione. Come per il contenuto così per la forma non si saprà come classificare la Ernaux poiché solo nelle sue convinzioni si spiegheranno.

   Tra gli anni ’70 e ’80 si colloca l’inizio della sua attività letteraria: del 1974 è Gli armadi vuoti, del 1977 Quello che dicono o niente, del 1981 La donna gelida. Già in questi romanzi, che formano una trilogia, l’aspetto autobiografico, la solitudine, la monotonia della vita coniugale, rappresentano quei temi che insieme allo stile, un monologo interiore spesso interrotto da reminiscenze del passato, da profonde riflessioni, sono piuttosto singolari e lasciano intravedere gli sviluppi futuri.         Saranno questi gli elementi che renderanno nota la Ernaux, le procureranno molto successo di pubblico e di critica, molti premi e molte traduzioni. Con Gli anni, romanzo del 2008, avrebbe vinto il Premio Marguerite Duras, il Premio Françoise Mauriac, il Prix de la Langue Française e il Premio Strega Europeo 2016. Il tema era stato un altro tra i preferiti dalla scrittrice, quello del ricordo di quanto era passato, finito nella sua vita, delle foto che a quei tempi erano collegate. E di un altro ricordo vorrà dire la Ernaux in L’evento. Stavolta ricorderà quando, nel 1963, poco più che ventenne, era rimasta incinta, era stata abbandonata dal suo compagno e si era sottoposta ad un aborto clandestino. Dirà del travaglio patito nel corpo e nell’anima prima di liberarsi del problema, di quante situazioni, di quante persone avessero attraversato il suo cammino. Era vissuta per molto tempo in una condizione perennemente sospesa, divisa tra l’audacia e la vergogna di quella gestazione, il piacere e il rifiuto della sua condotta, il coraggio e il dramma di essere diversa. Abortirà, negherà la vita a chi stava per averla, si pentirà, si ricrederà, soffrirà ancora, ancora non saprà distinguere, collocarsi. Maturata, migliorata si sentirà, però, dopo quella esperienza, dopo essersi persa tra strade, case, persone sconosciute, più donna si vedrà e questo l’aveva spinta a narrare quell’“evento”. Aveva voluto liberarlo del suo aspetto negativo, della sua posizione nascosta e farlo rientrare tra le altre cose della vita.

   A ottant’anni, malata, la Ernaux non ha smesso di scrivere, dalla sua vita ha di nuovo preso per la sua opera, solo con quella finirà questa.

A. Dikele Distefano, Non ho mai avuto la mia età

Dikele Distefano, difficile è la vita

di Antonio Stanca

   Del 2019 è la prima edizione, nella serie “Oscar Bestsellers” della Mondadori, di Non ho mai avuto la mia età, romanzo dello scrittore Antonio Dikele Distefano. Lo aveva scritto nel 2018 quando aveva ventisei anni e viveva a Ravenna. Era nato a Busto Arsizio nel 1992 da genitori entrambi di origine angolana e i suoi primi interessi erano stati di genere musicale. Intorno al 2015 si era orientato verso la narrativa e in questo senso avrebbe continuato ad impegnarsi. Ricorrenti sarebbero stati nelle sue narrazioni i temi legati alla difficile condizione che gli stranieri, gli immigrati, si trovano a vivere nei paesi dove si sono trasferiti, lo stato di esclusione, sfiducia, diffidenza al quale sono condannati da parte della gente del posto. Anche la sua famiglia, anche lui aveva sofferto e soffriva questi problemi, non li aveva mai visti risolti e lo avevano mosso a scrivere di essi.

   Nel recente romanzo il protagonista è un ragazzo, Zero o Zeta, che, come i genitori dello scrittore, proviene dall’Angola, ha una sorella, Stefania, di poco più grande, e insieme hanno seguito il padre quando i genitori si sono separati. Erano ancora bambini, staranno in molti posti, scopriranno molte cose e, più grave di tutte, quella che farà loro capire che del padre non potevano fidarsi, che era propenso ai vizi e non ai doveri. Già dopo i primi anni di scuola, quando erano appena adolescenti, avevano cominciato a svolgere qualche lavoro per potersi sostenere e affrontare le spese che la piccola casa dove abitavano, alla periferia di un grosso centro urbano, richiedeva.

   L’opera del Distefano percorrerà la vita di Zero da sette a diciassette anni, la mostrerà in ogni suo aspetto, momento, risvolto, in ogni sua azione, relazione, in ogni circostanza. Stefania sarà la sua confidente ma non sempre lui l’ascolterà. Alcuni compagni di scuola, Claud, Inno, Sharif, diventeranno i suoi migliori amici, sempre e ovunque starà con loro. Avrà anche delle ragazze, Pau, Anna, ma gli sarà difficile stabilire un rapporto definitivo, lo lasceranno tutte. Instabile, irrequieto, timoroso si mostrerà, come quando era bambino continuerà a comportarsi, mai sicuro diventerà dei propri pensieri, delle proprie azioni. Si sentirà sempre in difetto, in colpa, non saprà mai stare bene con gli altri, diverso, inferiore si convincerà di essere. La sua condizione di figlio di immigrati, di negro in un paese di bianchi, gli aveva procurato problemi che erano diventati insormontabili. Erano continuati, infatti, anche nei rapporti con i tre compagni di scuola e amici che pure erano negri. Li vedeva più sicuri, più decisi, più capaci. Anche con loro aveva difficoltà, anche se partecipava agli stessi giochi, alla stessa vita di strada, a tutto quanto questa comportava, le grida, le fughe, gli scherzi, i piccoli furti, la piccola violenza, la prima droga. Neanche il tanto tempo trascorso insieme, le tante avventure vissute, erano servite a liberarlo di quanto si era formato nella sua mente e gli procurava remore, vincoli, dubbi, paure. La sua casa, la sua stanza rimarrà il luogo preferito, la solitudine la condizione cercata. Molto lo farà soffrire il suo essere, sentirsi diverso, molto lo limiterà. A differenza dei compagni non migliorerà la sua situazione, non si proporrà alcun traguardo, rimarrà come sempre e vittima finirà di circostanze fortuite, morirà per non aver saputo decidersi, per essersi lasciato coinvolgere, per essere stato debole. La polizia si accanirà contro di lui, lo crederà responsabile di quanto di grave stava succedendo in una strada della città durante una notte mentre lui ci passava vicino, non esiterà ad infierire perché negro e, quindi, sospetto, pericoloso.

   Con la morte di Zero a causa delle percosse della polizia si conclude il romanzo del Distefano lasciando che quel ragazzo da escluso diventi vittima di un sistema, di un ambiente, di una società della quale non ha colpa, che il suo cammino sia tanto difficile da non fargli mai vivere quello che la sua età richiedeva, da imporgli sempre di fare altro, di essere altro da come avrebbe dovuto o voluto.

  Un lungo processo viene rappresentato dallo scrittore, oltre a Zero è compiuto, anche se diversamente, dai suoi amici, anche loro negri, anche loro con molto altro da fare rispetto a quanto la loro età voleva. Leggere è come assistere ad una vita che non si conosceva, che era rimasta nascosta e che, tuttavia, avveniva insieme alla nostra, vicino alla nostra. Distefano scopre questo mondo e lo fa vedere in ogni suo particolare.    Un valore di documento, di testimonianza ma anche di denuncia acquista il romanzo: c’è da apprezzarlo ma c’è pure da riflettere!

C. Lavermicocca, Freud, Allport e la religione

Carlo Lavermicocca, Freud, Allport e la religione. Percorsi di psicologia della religione

Tra psicologia e fede, storia ed epistemologia di una disciplina: una ricerca storico-teoretica

di Carlo De Nitti

Lo studio delle circostanze – storico-sociali e personali – e delle motivazioni psico-sociologiche che spingono l’uomo al credere, al sentimento religioso, alla religiosità, alla trascendenza verso un dio o verso Dio sono l’oggetto di una peculiare branca della psicologia, la psicologia della religione, che ha un suo statuto epistemologico ed un suo ambito di ricerca che si situa tra psicologia e sociologia.

CARLO LAVERMICOCCA, barese, sacerdote diocesano, docente e studioso impegnato da lungo tempo in ricerche su queste tematiche così pregnanti nel nostro tempo “liquido”, le sistematizza nel volume che qui si recensisce dal titolo Freud, Allport e la religione, edito nel luglio 2020 per i tipi di Diogene Edizioni, ottava uscita dell’interessante collana “Fides et ratio”, prefato dal sociologo PAOLO CONTINI, che individua l’alveo all’interno del quale si situa il volume: “dialogo tra le discipline e dialogo tra le sensibilità e le prospettive diverse, all’interno dei confini delle discipline stesse” (p. 11)

Nei nove capitoli che compongono il volume, corredato anche da un’ampia e documentata bibliografia, l’Autore raccoglie il frutto delle sue ricerche – sviluppate nel corso di un quindicennio – con il dichiarato scopo di “delineare a grandi linee la posizione attuale della psicologia della religione nel dibattito epistemologico contemporaneo, cioè chiarire come è intesa oggi la specificità di questa disciplina” (p. 14), cercando in esse possibili percorsi concettuali.

Attraverso i nove saggi – già autonomamente pubblicati sulla rivista “Odegitria”, edita dall’Istituto Superiore di Scienze Religiose ‘Odegitria’ di Bari – si palesa la duplice “dimensione” peculiare del volume, che è storiografica e teoretica insieme, delle ricerche di CARLO LAVERMICOCCA.

Il titolo del volume trae ispirazione dall’omonimo saggio del 2006 che costituisce il capitolo IV (pp. 83 – 101): ai due studiosi è dedicato anche il capitolo III (pp. 63 – 81) ed il capitolo VI (pp. 121 – 135) del 2011, ma le personalità di Sigmund Freud (1856 – 1939) e di Gordon Willard Allport (1897 – 1967) pervadono tutto il libro di CARLO LAVERMICOCCA.

Il medico psichiatra viennese fondatore della psicanalisi e lo psicologo umanista americano hanno un approccio tutt’affatto diverso al problema della religione.

Per Sigmund Freud, la religione è “nevrosi ossessiva”, ma anche “esito del complesso edipico” (Totem e tabù, 1913) ed, inoltre, “illusione” (L’avvenire di un’illusione, 1927, Il disagio della civiltà, 1930). Un itinerario concettuale che ha il suo epilogo nel volume L’uomo Mosè e la religione monoteistica (1939): “la religione per Freud è fondata sulla nostalgia di un padre consolatore e sarebbe un delirante sistema di dottrine e di processi che offre all’uomo un’interpretazione rasserenante del mondo, retto da una provvidenza benevola che tutto spiega e che a tutto viene incontro […] La religione però sarebbe un freno ed un ostacolo alla maturazione dell’individuo e della collettività, al progresso scientifico, allo sviluppo di un maturo senso critico, alla ricerca della felicità umana” (p. 70).

Per Gordon W Allport, ne L’individuo e la sua religione (1950), la religione si configura come il motivo unificante dell’esperienza umana, una forma di intenzionalità che le conferisce significato. “Il sentimento religioso è posto da desideri che sono conseguenze non solo di semplici impulsi, ma anche situazioni orientate (la tensione verso un mondo migliore, la perfezione personale, la relazione gratificante con il mondo), nelle quali confluiscono aspetti dell’intelletto e del pensiero” (pp. 71 – 72). Alla base della religione, per Allport, ci sono le necessità corporee, le componenti temperamentali, i suoi valori e la ricerca del significato. Il sentimento religioso ha motivazioni e manifestazioni diverse nei singoli individui perché unica è la personalità dio ogni uomo/donna.

CARLO LAVERMICOCCA mette a confronto le posizioni dei due Autori, rilevandone motivi di contrasto e di continuità, ovvero di integrazione reciproca (cfr. p. 79). “Ambedue gli approcci, se integrati tra di loro, possono concorrere in modi diversi a dare significato alla religione nell’uomo e, di conseguenza, a giustificare il recupero di essa nel processo di maturazione della persona (Allport) e il superamento di qualsiasi forma (infantile e/o patologica) inadeguata con cui viene espressa e vissuta (Freud)” (pp.100 – 101).

Le prospettive freudiana ed allportiana, ampiamente studiate dall’Autore, possono convergere nella misura in cui – egli argomenta – “un autore colma, per così dire, le ‘lacune’ dell’altro: Freud studia l’aspetto infantile e patologico e non considera quello della maturità, Allport dà spazio a quello della maturità e trascura le manifestazioni dei soggetti in età evolutiva e di quelli con disturbi psichici” (p. 101). Le posizioni dei due studiosi sono integrabili reciprocamente nella misura in cui “l’una e l’altra contribuiscono ad una più completa e profonda conoscenza dell’origine, natura ed espressione del sentimento religioso” (p. 101) in tutte le sue manifestazioni.

Nella prospettiva di CARLO LAVERMICOCCA l’approfondita disamina storiografica degli studi di Freud ed Allport attraverso i loro testi è funzionale alla prospettiva teoretica, che è affidata, a parere di chi scrive, ai tre capitoli finali (VII – VIII – IX) del volume (pp. 137 – 200), allorché discute di religiosità dei fanciulli nonché di educazione alla fede ed all’affettività.

In questa parte del volume, lo studioso di psicologia della religione si integra con l’uomo di fede, il sacerdote ed il docente con la sua azione pastorale e pedagogica per avviare e far crescere bambini, ragazzi, giovani, famiglie in un itinerario che conduce ad una fede matura. “La Chiesa traduce il concetto di itinerario (che è di estrazione pedagogica) con il processo storico-teologico denominato ‘Iniziazione cristiana’, esperienza globale della crescita nella fede dopo il primo annuncio e scelta personale di diventare credenti con la catechesi, i sacramenti, la testimonianza. Qui si gioca tutta la credibilità del cammino di fede: dono di Dio ricevuto con un annuncio cosciente; volontà personale di diventar fedeli nel cammino di fede; educazione come accompagnamento nelle scelte conseguenti di vita” (p. 197).

Il volume qui recensito si rivolge ad un pubblico non certamente “vergine” rispetto alla “materia” affrontata ma non necessariamente di specialisti (non lo è neppure l’autore di queste righe di recensione): è, come tutti i libri, per “curiosi”, ovvero chi cerca etimologicamente il “perché” ma anche il “come” … C’è da augurarsi che quelli che si lascino coinvolgere e desiderino approcciarsi alla lettura di questo interessante volume siano tanti. 

S. Stefanel, Innovare il curricolo

Stefano Stefanel, Innovare il curricolo. Come muovere il curricolo dentro le scuole dell’autonomia

Ariella Bertossi

Timidamente noi, fieri di essere parte del “suo gruppo”, esibiamo quasi con pudore la nostra piccola copia del suo ultimo libro con dedica. Ne scrive una per ciascuno, quando andiamo a prendercela scappando dal nostro mondo così complesso: andiamo a trovare Stefano Stefanel nella sua scuola a Udine. 

Durante la pandemia alcuni dirigenti scolastici del Friuli Venezia Giulia hanno trascorso virtualmente insieme un lock down comune, ritrovandosi settimanalmente in meeting a tema. L’idea è nata per accompagnare i primi passi dei nostri colleghi neo dirigenti, provati da una prova del fuoco terribile e successivamente per condividere, insieme a tutti i nostri dubbi, anche le nostre strategie, le idee, le azioni e la determinazione nell’affrontare le difficoltà di un periodo che in ogni momento chiedeva nuovi adattamenti. I vari appuntamenti sono diventati sempre più importanti, sempre più attesi e sempre più interessanti. Ci abbiamo scherzato su, ma così come durante un’epidemia è nato il Decameron​ ​, anche durante il nostro isolamento qualcosa di buono si è creato. Li abbiamo chiamati “Incontri sotto le stelle” perché si sono tenuti nella parte finale delle nostre dure giornate e la crescita è stata per tutti, non solo per i nostri colleghi più giovani. Instancabili e con piacere sono venuti a trovarci i più grandi nomi del panorama pedagogico e didattico italiano, tra gli altri sono stati con noi Roberto Maragliano, Giancarlo Cerini, Franca da Re, Raffaele Iosa, Roberto Trinchero, Franco de Anna: Stefano Stefanel a fare da cornice e padrone di casa. 

Lui è il mentor di tutti noi, è l’insegnante vero, quello che tutti vorremmo avere, quello che ti fa credere in te stesso perché comprendi che è lui per primo a credere in te. La sua capacità di sintesi, di vedere e di comprendere non solo le vie d’uscita, ma soprattutto i problemi che ci stanno opprimendo, si trova tutta nel suo ultimo libro “Innovare il curricolo”, un’utile lettura in questo periodo e del tutto condivisibile nei contenuti. Mentre insomma il Covid-19 consumava tutte le nostre energie, l’instancabile Stefanel ha meditato, scritto ed elaborato il pensiero su quelli che sono i temi caldi del momento nel mondo della scuola.

Sembra un libriccino, ma dentro c’è tutto, tutto quello che serve alla scuola. Ancora una volta il nostro mentor ha colto nel segno, riuscendo ad individuare le sfumature e le necessità per poter operare a passo con i tempi. Le scuole non hanno le stesse velocità: alcune hanno preso il volo, altre arrancano per stare dietro a quanto di continuo si propone e alle novità legislative, ma sia per le prime che per le seconde il tempo di revisione e ristrutturazione del curricolo è sempre il presente. Questo libro da’ indicazioni precise, un manuale utile e pratico, come sempre l’autore sa fare. 

Partendo dagli esempi concreti di linee di indirizzo per la stesura del PTOF da dare al collegio, passando attraverso Don Milani e le Charter School, nei vari capitoli si affrontano i punti focali del dibattito sulla scuola. L’educazione civica è la novità di quest’anno e viene proposta sia nella dimensione valutativa che in quella progettuale, spiegando come applicare nelle scuole i due diversi approcci. 

In un paio di pagine sono racchiuse delle profonde riflessioni relative allo studio della storia. Alludendo a quanto accade anche nel nostro paese (ad es. il negazionismo della Shoah, l’uso del saluto fascista, l’associazione comunismo-nazismo) si condanna la scelta riduttiva dello studio del Novecento, ripreso alla fine della terza media e in quinta superiore, senza quella continuità verticale che sarebbe auspicabile come approccio. La comprensione dei fenomeni storici importanti sfugge pertanto agli studenti, racchiusi in percorsi che sembrano più macchine che linee del tempo e non facilitano la contestualizzazione di ciò che studiano con quanto poi fanno nella vita reale. La via d’uscita è la proposta di separare il Curricolo di Storia dal Curricolo della Memoria, il primo per i nostalgici dei Programmi, il secondo per lo sviluppo di quelle competenze civiche e di cittadinanza che forse più di tutte la scuola dovrebbe dare. 

Molto interessanti sono anche i capitoli sul digitale, con l’attenzione al BYOD e quello sul curricolo e valutazione. Ora che anche Riccardo Muti ha demonizzato i pifferi a scuola, siamo tutti più sereni e convinti della necessità di rivedere le consuete modalità didattiche nell’approccio alla musica, con buona pace di tutti i vicini di casa degli scolari d’Italia.

Le riflessioni sono ampie condivisibili, ma non vorrei spoilerare di più: causa Covid non saranno possibili incontri con l’autore, un peccato perché anche a voce l’interazione con Stefanel sarebbe stata piacevole. Direi che il libro è un buon strumento di lavoro per chi di scuola si occupa e una guida per rimettere in discussione certe pratiche ormai datate e documenti che rischiano di essere sterili incombenze invece di utili piste di lavoro.

D. Pennac, La fata carabina

Pennac diventa infinito

di Antonio Stanca

  Nato a Casablanca nel 1944, Daniel Pennac ha trascorso i primi tempi della sua vita tra l’Europa, l’Africa e l’Asia. Si è poi laureato e, stabilitosi a Parigi, ha insegnato Francese in Istituti di periferia. Qui è venuto a contatto con le fasce più povere della popolazione parigina, con le loro condizioni, i loro bisogni, qui ha maturato l’idea di scrivere di esse, di rappresentarle, da qui è derivata, a cominciare dagli anni ’80, la serie di romanzi detti di Belleville che avrebbe reso Pennac famoso in tutto il mondo. Molto tradotto, molto premiato sarebbe stato e quelle opere sarebbero risultate le sue più importanti anche se in molti altri generi si sarebbe applicato, racconti, saggi, monologhi, teatro, fumetti, fantascienza. Un autore eclettico sarebbe stato.

   Nel 2002 Pennac ha vinto il Premio Internazionale Grinzane Cavour, nel 2005 è stato insignito della Legion d’Onore per le arti e la letteratura, nel 2015 gli è stato assegnato il Premio Chiara alla carriera.

   Ora ha settantasei anni e di recente, nella “Universale Economica” della Feltrinelli, è comparsa la quarantanovesima edizione de La fata carabina, romanzo scritto dal Pennac nel 1987 e compreso nella serie di Belleville. Così si chiama un quartiere della periferia parigina dove lo scrittore immagina avvengano le storie da lui narrate. Personaggio in esse ricorrente è quello di Benjamin Malaussène, che svolge sempre la funzione di capro espiatorio. Anche ne La fata carabina c’è lui nella sua funzione e, come al solito, ci sono pure tanti altri personaggi, uomini e donne, bambini e vecchi, ricchi e poveri, giusti e ingiusti, buoni e cattivi, malati e sani, spacciatori e drogati, polizia e criminali. Su quest’ultimo confronto, in verità, s’incentra molta parte dell’opera, su come l’indagine della polizia del posto si estenda sempre più poiché sempre più difficile diventa scoprire chi ruba, chi uccide a Belleville. Qui è ormai di moda uccidere vecchietti che abitano in condomini fatiscenti o drogarli fino a far perdere loro la ragione e ricoverarli in ospedali psichiatrici dove moriranno poco dopo. E’ un’operazione crudele, nella quale rientrano, oltre a Benjamin e alla sua numerosa famiglia, molte altre persone che a volte non si capirà da quale parte stiano, se da quella delle vittime o dall’altra dei colpevoli. Rientreranno pure la bella giornalista che non ha paura dei ricatti, la figlia che vuole vendicarsi del padre ricco, i bambini poveri di un sottoscala, i traffici, i commerci illeciti di farmaci sospetti, di droga, l’amore, il sesso, la gioia, il dolore. E rientreranno, naturalmente, i poliziotti che si sono caricati di tanti sospetti da pensare di non riuscire a controllare la situazione, di non poter scoprire i colpevoli, di non saper fermare la strage. Ci sarà, infine, chi ha provveduto ad armare i vecchi, ad istruirli nell’uso delle armi affinché sappiano difendersi dai pericoli.

   Di tutto sta succedendo a Belleville e di tutto questo ha scritto Pennac nel suo romanzo: il suo sguardo si sposta in continuazione poiché molti sono i luoghi, i tempi, i personaggi, gli avvenimenti che è costretto ad inseguire, a mostrare. E’ simile ad una corsa continua quella compiuta dallo scrittore in quest’opera. Non finisce mai di dire, tante sono le situazioni che ha messo in moto che sembra non si possa arrivare alla loro conclusione, a vederle finite. Neanche quando si scoprirà di quale terribile truffa siano stati vittima quei vecchi, di come una grossa azienda edilizia abbia progettato di farli morire per liberare le loro case, abbatterle e costruire nuovi e più costosi edifici, neanche allora si potrà dire conclusa l’opera del Pennac perché molto di irrisolto, di sconosciuto rimarrà ancora.

   Immenso, infinito ha voluto farsi il Pennac di questo romanzo e ci è riuscito visto che  si conclude con una voce che narra e che non sembra aver intenzione di fermarsi.

D. Tagliafico, Le coniugazioni del potere

‘Le coniugazioni del potere’, primo romanzo di Daniela Tagliafico, pubblicato da Mazzanti Libri, è la storia di una coppia, Vittorio Valenzano, alto funzionario del cerimoniale del Quirinale e Corinna Banchi, famosa anchorwoman della tv pubblica. Le loro vite fatte di privilegi, popolarità, successo, cambiano radicalmente quando vanno in pensione. Erano una delle coppie più ricercate e riverite di Roma. A poco a poco vengono dimenticati: non sono più invitati alle serate mondane, gli amici si diradano, i cellulari smettono di squillare. Insomma, crolla tutta la smagliante impalcatura di successi e di opportunismi che aveva sostenuto la loro esistenza. Quella di Vittorio e Corinna è la storia dell’incapacità di chi è stato celebre e potente di ritornare alla vita normale, di adattarsi alla perdita di ruolo. Una vera e propria crisi di identità, dolente e rabbiosa, che impedisce di accettare la nuova realtà. Un racconto ricco di colpi di scena, dove non mancano vendette e omicidi.

Giornalista della Rai fino al 2013, Daniela Tagliafico, ha ricoperto ruoli ai vertici dei principali telegiornali del servizio pubblico: a lungo vicedirettore del Tg1, dal maggio 2006 con l’elezione di Giorgio Napolitano a Presidente della Repubblica ha assunto per sette anni l’incarico di Direttore di Rai Quirinale.

S. Casciani, Meglio soffrire che mettere in un ripostiglio il cuore

Casciani o di una scrittura libera

di Antonio Stanca

   Una presenza sempre attiva, una figura sempre impegnata può essere definita quella di Susanna Casciani. E’ nata a Firenze nel 1985. Vive a Pistoia dove lavora come insegnante nelle scuole elementari. Servendosi di molti pseudonimi scrive da tanto tempo su Internet riguardo a problemi di attualità, costume, morale, società, a fenomeni della vita individuale, collettiva, alle infinite forme, maniere che questa può assumere. Una pensatrice, una psicologa è la Casciani e come tale si comporta quando scrive sulla pagina Facebook aperta nel 2010 e intitolata Meglio soffrire che mettere in un ripostiglio il cuore. Oggi questa pagina ha circa duecentomila lettori, col suo titolo è uscita nel 2016 un’opera della Casciani che aveva tutti gli aspetti di un lungo diario e che recentemente la Mondadori ha ristampato in un’Edizione Speciale.

   E’ la storia di due ragazzi, Tommaso e Anna, che s’innamorano quando sono ancora adolescenti, si amano per un periodo di tempo non molto lungo e poi si lasciano senza che mai si sappia perché, come è successo. La vicenda si svolge tra Viareggio, Torino e altri posti dove i due, abbandonate le rispettive famiglie, erano andati a vivere prima insieme e poi da soli.

   Tommaso lascerà Anna, lei ne soffrirà molto, tanto da riportare quello che pensa, vede, fa, immagina, sogna, da scriverlo e farne un interminabile diario. Così crede di poter contenere il dolore, il dramma che sta vivendo, di poterlo controllare. Scriverà della sua vita divenuta ormai solitaria, non trascurerà nessun particolare, nessun elemento, nessun aspetto, nessun momento, nessun segno. A volte ripeterà il già detto come succede quando uno stato d’animo è molto provato, crederà di avere delle visioni, di fissare degli appuntamenti, addirittura di stare con Tommaso. E’ tanta la pena da giungere ad inventare i rimedi.

   Non smetterà mai, però, di riprendere fiato, di rientrare in sé, di recuperare la propria condizione, di svolgere il suo problema con una tale ricchezza di particolari da impressionare, sorprendere data la sua età e la sua condizione. Dei più remoti, dei più segreti risvolti dell’anima scriverà Anna, drammatica, tragica sarà ma anche poetica, lirica, scontenta, offesa ma anche felice, entusiasta, sconfitta, violata ma anche fiduciosa, sicura. Tanti saranno gli umori che la attraverseranno, tanti e tanto diversi i pensieri che la percorreranno da diventare lei, così giovane, così fragile, il simbolo, l’esempio di quell’umanità destinata a soffrire, ad ascoltare il “cuore”, a non evitarlo.

   Una creazione della Casciani è Anna, la storia del suo abbandono, della sua solitudine è l’opera, una figura d’eccezione è la scrittrice ottenuta senza un romanzo ma attraverso una serie di annotazioni, appunti, espressioni spesso libere da regole perché intente a dire di sensazioni, emozioni, visioni, ricordi, di quanto può balenare all’improvviso nella mente e lo si vuole cogliere prima che svanisca.

   Una scrittura libera per un “cuore” che vuole liberarsi!

   Non ci poteva essere un modo più vero, più autentico per mostrare una situazione simile, per far coincidere i sentimenti con le parole!

G. Pampanini, Il Tao del Pedagogista

IL TAO DEL PEDAGOGISTA

Specifiche libro

  • Titolo: Il Tao del Pedagogista
  • Autore: Giovanni Pampanini
  • Editore: Lunaria Edizioni
  • Data uscita: ottobre 2020
  • ISBN: 9788831273022

Il Tao del Pedagogista di Giovanni Pampanini è un testo breve e necessario. Un pamphlet a metà tra una piccola guida pratica e un saggio pedagogico e filosofico che si rivolge a insegnanti, ricercatori di scienze umane e sociali, educatori, doposcuolisti, attivisti e giovani in formazione. Tutti interlocutori in continuo e sincero dialogo con se stessi e con la contemporaneità, impegnati in un processo di formazione che non si esaurisce mai, esattamente come il «Tao»origine del tutto e via per l’infinito.

Lunaria Edizioni, il progetto editoriale dell’associazione culturale Gammazita, sceglie di pubblicare per questo autunno 2020 un testo utile per quanti hanno a cuore la sfida più impegnativa per la società contemporanea: educare. Perché, oggi, un serio educatore deve sempre preoccuparsi di avere qualcosa da dire e trovare la giusta voce per porgerla al mondo. Il diritto all’educazione, infatti, nella contemporaneità non può più esser ridotto al semplice accesso alla scuola ma va inteso piuttosto, come il diritto di ogni essere umano a capire i maggiori problemi posti nell’agenda dell’umanità, affinché ogni persona possa sviluppare la propria intelligenza interculturale ed essere in grado di partecipare attivamente e coscienziosamente alla democrazia globale. Con una ricca esperienza professionale alle spalle, Giovanni Pampanini, pagina dopo pagina, conversando con i potenziali lettori li guida alla scoperta del «Tao» del pedagogista e delle sue «strutture».

Giovanni Pampanini, doposcuolista, insegnante e pedagogista è uno dei maggiori animatori dello studio e l’analisi dell’educazione comparata. Nel 2014 l’Asolapo/UNESCO gli ha conferito presso l’Università di Rabat il Premio per l’educazione alla pace. Tra le altre cose è stato fondatore e primo presidente della MESCE, Mediterranean Society of Comparative Education, vice-presidente del Consiglio mondiale delle società di Educazione comparata, Pioneer President della IOCES, Indian Ocean Comparative Education Society, e Honorary President della AFRICE, Africa For Research In Comparative Education society. Nel 2008 ha ricevuto la cittadinanza onoraria per i meriti culturali dalla città di Bahia Blanca.