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I giornali e la crisi della cultura

I giornali e la crisi della cultura

di Antonio Stanca

   Soprattutto in ambito umanistico, letteratura, arte, storia, filosofia, da tempo si sta assistendo, in Italia, alla tendenza a recuperare il passato, a volte anche il più remoto. Questa sta diventando la maniera seguita dalle pagine culturali di molti giornali o riviste di livello nazionale: trattare di opere scritte o figurate che risalgono al passato, ad autori scomparsi da secoli. In genere si dice di autori e di opere importanti, molto note, delle quali si è scoperto un particolare finora sconosciuto, si è saputa una notizia nuova, è sorto il sospetto che qualcosa non sia stato ancora detto.

   Altre volte si vuole tornare ad un autore, ad un’opera antica, una raccolta di poesie, un romanzo, un quadro, un testo filosofico, un documento, un avvenimento, un personaggio storico, per il solo motivo di ricordare la sua importanza, recuperare il suo valore, rinnovare l’interesse.

   Con un linguaggio nuovo, quello dei nostri giorni, si scrive di cose vecchie. Di queste, però, non tutti sono al corrente poiché non sono entrate a far parte della cultura di massa. Ancora oggi c’è da noi tanta gente che non conosce neanche i più importanti autori od opere o eventi della storia nazionale. Tuttavia i veri motivi del fenomeno stanno nel fatto che in Italia e in altri paesi dell’Occidente europeo in ambito umanistico non ci sono autori dei quali si ritenga opportuno scrivere sui giornali. Scrittori, poeti, pittori, storici, pensatori si sono omologati alla temperie diffusa dai nuovi mezzi di comunicazione di massa. Fanno, cioè, informazione non arte né pensiero, commentano non creano. Da quando, fine Novecento, è finito il tempo delle correnti letterarie e di pensiero, da quando gli autori sono rimasti soli, senza riferimenti, le loro opere sono scadute. Non ci sono dei motivi, dei linguaggi che le distinguano, spesso dicono di situazioni che si assomigliano con una lingua che si ripete. Non mancano, quindi, gli autori, le opere mancano le qualità, i valori di queste. Non ci si sa orientare tra esse, non le si sa valutare anche perché sono di autori che spesso non hanno precedenti specifici e si improvvisano come tali.

   Sembra di assistere ad un ciclo che si è esaurito, ad una storia che è finita: sarà questo il motivo che ha fatto volgere indietro lo sguardo di chi sui giornali scrive di cultura. Si è preferito dire del passato perché più sicuri ci si muove, più chiari si riesce. E poi c’è l’interesse che questa cultura può suscitare presso la suddetta fascia di popolazione che finora è rimasta all’oscuro.

   Anche in televisione sta succedendo questo, molti programmi sono orientati al recupero del passato, intendono far conoscere, istruire. Che i giornali abbiano accettato di svolgere questo compito è un modo per rimediare alla crisi culturale che da tempo ha investito l’Italia ma è pure il segno di un grave problema. Un organo come il giornale sta rinunciando alla sua funzione, al suo compito che è sempre stato quello di seguire il nuovo, di annunciarlo, di essere la sua voce e questo mentre i suoi lettori vanno diminuendo perché attirati da altri mezzi di informazione: in crisi si è ovunque e quello del passato sta sembrando, come altre volte nella storia, un rimedio per tutto.

G. Cacciatore, Piccola italiana

Cacciatore ai tempi del fascismo

di Antonio Stanca

   Nato a Polistena, in provincia di Reggio Calabria, nel 1967, Giacomo Cacciatore è sempre vissuto a Palermo. Dopo la laurea in Lingue straniere ha collaborato per molto tempo, tramite racconti e corsivi, con l’edizione siciliana de “la Repubblica”. Con i romanzi ha cominciato nel 2005 e parecchi ne ha scritto senza abbandonare i primi generi della sua produzione. Alcuni romanzi sono stati tradotti all’estero, in particolare in Francia, Germania e Spagna. Altri hanno avuto una trasposizione cinematografica alla quale, a volte, ha lavorato lo stesso autore come sceneggiatore o come regista. Anche al teatro si è applicato Cacciatore ed anche in collaborazione con altri autori ha prodotto. Ha soltanto cinquantadue anni e tanto ha fatto, in tante direzioni si è mosso. Questo, in verità, si chiede oggi ad un autore perché si affermi, perché venga conosciuto. Non lo si pensa come prima, distante, lontano da quanto accade ma impegnato nei problemi della vita, della società, partecipe dei moderni mezzi usati per discuterli siano essi di stampa o di spettacolo. Succede, infatti, che quasi sempre come giornalisti comincino oggi molti scrittori e che anche della televisione o del cinema o del teatro facciano una loro espressione. Cacciatore è uno di questi casi ma a differenza di altri che non sono riusciti a liberarsi dai modi propri del giornalismo tanto poco il loro ingegno ha saputo creare, egli fin dall’inizio si è mosso nei due campi con l’abilità richiesta da ognuno di essi, ha saputo essere giornalista e scrittore senza che nessuna delle attività risultasse ridotta o guastata dall’altra. Un’ennesima prova viene dall’ultimo romanzo Piccola italiana, pubblicato quest’anno dalla casa editrice Fernandel di Ravenna.

   Lo sguardo dello scrittore è rivolto all’indietro, all’Italia della metà degli anni Trenta, l’Italia del fascismo, quando, avvolta in un panno di lana e poggiata in una cesta insieme ad una lettera di raccomandazione da parte della madre, viene trovata sulla porta di un orfanotrofio una bambina appena nata. Il nome, Agata, veniva dalla lettera, il cognome, Amodio, verrà dall’istituto dove crescerà e studierà nonostante il suo carattere ribelle, bisognoso d’indipendenza, di autonomia, non si concili con il posto, con le sue regole, con le persone alle quali è stata affidata. Le suore prima e le insegnanti poi dovranno lottare per ottenere da Agata il rispetto dovuto, per riportarla entro l’ordine, i principi necessari per una formazione giusta, equilibrata. Molto difficili saranno i loro rapporti anche se qualche volta faranno sperare in un miglioramento.

   Agata si legherà alla coetanea Virginia Levi, di facoltosa famiglia ebrea, messa in istituto solo per un periodo di tempo prestabilito. Insieme le due bambine faranno una coppia inseparabile, stipuleranno un patto di amicizia ma diverse rimarranno. Virginia è dolce, remissiva, non disobbediente come Agata. Non mancheranno gli screzi anche tra loro e, tuttavia, si ricomporrà sempre il loro rapporto, continueranno sempre a stare insieme, rimarranno sempre lontane dalle altre compagne di classe. Ora frequentano la scuola media, siamo nel 1936 e il fascismo è al suo apice. Ovunque imperversa la figura, la voce, l’idea del Duce, si dice addirittura di una sua visita all’orfanotrofio, l’insegnante di quella classe è completamente presa, è innamorata di Mussolini e a lei Agata non risparmia frecciate contro il fascismo. Sarà messa in punizione, in una stanza buia, sporca e fredda, sarà chiamato lo psichiatra perché la riduca alle ragioni richieste dall’ambiente. Non si otterrà molto, continueranno gli scontri con l’insegnante, con le suore, con le altre compagne. Virginia, finito il periodo stabilito, rientrerà a casa ma per essere deportata nei campi di sterminio mentre all’orfanotrofio quell’insegnante verrà trovata morta senza che si capisca se per omicidio o per suicidio e senza che si sappia se Agata rimane o esce dall’istituto.

   Così, con una serie di avvenimenti che succedono contemporaneamente, che si intrecciano, si complicano, si aggravano, si confondono, Cacciatore conclude il romanzo sembrandogli la maniera più degna, la migliore dopo averne fatto una rappresentazione quanto mai lunga di cosa possa succedere nella vita, di come, di quanto si possa star male.    E’ una vita al negativo quella narrata dallo scrittore, è la storia di un dramma non limitato ma esteso, dalla madre abbandonata al carattere della bambina, alla morte dell’insegnante, ai campi di sterminio. E’ una dilatazione alla quale Cacciatore giunge senza trascurare l’indagine psicologica dei personaggi presentati, i particolari dei luoghi della vicenda. Sicuro dei mezzi espressivi, abile nella costruzione dell’opera si dimostra, inoltre, lo scrittore, capace di operare il recupero dettagliato di un passato che sembrava finito e per sempre.

C. Durastanti, La straniera

Claudia Durastanti, La straniera

La Nave di Teseo”, 2019

di Mario Coviello

Per il mio compleanno, per i miei 69 anni, mio figlio Massimiliano mi ha regalato il romanzo di Claudia Durastanti “ La straniera” .
Una donna con i capelli bruni corti e un cappotto rosso,con il viso immerso in una parete rosso fuoco, la copertina del libro, mi ha stranamente colpito. Il sommario delle 281 pagine mi ha incuriosito : Famiglia,Viaggi, Salute, Lavoro& Denaro, Amore, Di che segno sei. E mentre scrivo mi accorgo che i capitoli del libro sono quello che si chiede a un oroscopo, subito dopo aver ricordato a se stessi il proprio segno zodiacale.
“ La straniera” mi ha preso subito, come non mi accadeva da tempo. Vengo da mesi di libri cominciati e lasciati presto, non divorati come facevo un tempo per scoprirmi e ritrovarmi in quello che leggo.La Durastanti scrive in prima persona e con una scrittura folgorante, piana e profonda. Comincia il romanzo raccontando di sua madre e suo padre. Due persone sorde che si sono amate e fatte male, in maniera folle e assoluta. Claudia racconta il rapporto con la madre e il padre, l’ infanzia e l’adolescenza nei mesi estivi in America, presso parenti emigrati, e il resto dell’anno a San Martino d’Agri, in provincia di Matera.
Così ha deciso la madre quando Claudia ha sette anni e da Brooklin arriva in Basilicata, in un piccolo paese sperduto tra i calanchi. Ha imparato solo l’italiano degli emigrati e conosce bene oltre l’inglese, la lingua inventata che usa per comunicare con la madre.
E’ lei a scuola, “la straniera”, figlia della sorda che gira a piedi per i paesi, trascinata dalla madre “strana”, che raccoglie foglie, piume d’uccelli, per fare quadri che non vende.
Claudia ha un rapporto forte con il fratello più grande che la protegge e la sostiene. Deve imparare a vivere non solo con la madre che non ha il necessario per tirare avanti, ma anche con il padre che spesso appare e la sconvolge con la sua rabbia, fino a rapirla per avere l’attenzione della moglie, che si è allontanata da lui per non essere distrutta.
“ La straniera” nella seconda parte diventa un romanzo- saggio sul sud, sugli anni settanta, ottanta, novanta, sulle torri gemelle e la Brexit, su Londra, la letteratura, la scrittura e la traduzione.
“ La straniera diventa un saggio sull’amore. Un saggio ricco di richiami musicali, letterari, sociologici. Claudia Durastanti non si stanca di scavare dentro di sè e nel tempo che ha vissuto e vive. Nelle sue azioni e scelte. Sempre alla ricerca di senso e significato.

Claudia Durastanti
Ho amato meno questa seconda parte del romanzo-saggio, e ho continuato ad ammirarne la scrittura, la profondità della cultura dell’autrice, l’assoluta crudeltà nel sezionarsi.
Vi consiglio questo romanzo perchè aiuta a guardarsi dentro. Perchè racconta quell’infanzia e adolescenza difficile che molti di noi hanno vissuto. Perchè sviscera il rapporto con i genitori e le persone che amiamo e abbiamo amato. Perchè racconta di romanzi e canzoni nelle quali ci siamo ritrovati. Perchè narra la “diversità” e la fatica di viverla e valorizzarla.
Ho scritto di getto queste mie riflessioni subito dopo aver letto le ultime righe de “ La straniera : “ Ho ascoltato mia madre, e non ho dimenticato di essere una “persona”…..Quando tutto cade, indomito l’amore resta. Ma è una storia vera ?”


R. Lewis, Il più grande uomo scimmia del Pleistocene

Come inventare la Preistoria

di Antonio Stanca

   Soprattutto giornalista ed editore è stato l’inglese Roy Lewis. E’ nato a Felixstowe nel 1913 e qui è morto nel 1996 dopo una vita fatta di molte esperienze, attività commerciali, viaggi, lunghe permanenze all’estero, collaborazione con diversi giornali, iniziative editoriali, matrimonio, figlie ed anche opere di narrativa. Poche e tra queste il romanzo che sarebbe risultato il più divertente del ventesimo secolo, Il più grande uomo scimmia del Pleistocene. Lo scrisse nel 1960, quando aveva quarantasette anni, ed ultimamente è stato ristampato, per l’ennesima volta, dalla casa editrice Adelphi di Milano. Agli inizi l’opera era uscita in sei puntate e già allora era molto piaciuta ai lettori. Nel 2015 aveva avuto una riduzione cinematografica.

   Da vecchio Lewis scriverà alcuni racconti ma sarà questo romanzo a consacrare per sempre la sua fama. Rientra nel genere della fantascienza umoristica. In esso la voce narrante è di Ernest, uno dei figli di quell’uomo scimmia del titolo. Egli dice di tutto quanto la sua famiglia ha dovuto patire prima di giungere ad avere una certa sicurezza, una certa tranquillità, a non soffrire più dei pericoli che venivano dall’esterno.

   Si sta dicendo di una famiglia del Pleistocene, cioè della Preistoria, dell’era quaternaria, di quando comparvero i primi ominidi e Lewis la presenta come se si trattasse di una famiglia dei tempi moderni tanto uguali a quelli che avvengono oggi fa apparire i pensieri, gli scambi, i rapporti tra i familiari di allora. E’ la  nota curiosa della narrazione: in quella famiglia preistorica, numerosa, con tanti figli e tanti parenti, ognuno interpreta un ruolo, ognuno rappresenta un modo, un aspetto della futura umanità. Lewis fa di una situazione di tre milioni di anni fa, periodo del Pleistocene, una vicenda moderna, fa pensare, fa parlare, fa agire delle scimmie come se fossero persone d’oggi. Ogni componente di quella famiglia ha il suo nome, ognuno ha le sue caratteristiche, c’è chi è volenteroso, assiduo nell’applicazione, chi è pigro, svogliato, chi è rivolto alla contemplazione, chi all’attività artistica, chi alla caccia. Tra le donne ci sono quelle che preferiscono il lavoro domestico, la condizione di sottomissione all’uomo e quelle che, invece, vogliono primeggiare. Edward, il capofamiglia, è rivolto all’invenzione, alla scoperta di nuove tecniche, di nuovi strumenti, all’applicazione di nuovi modi di stare, di vivere. Suo fratello, Jan, è, invece, piuttosto restio ad accettare le novità, è piuttosto conservatore.

   Si pensi che nella preistoria nessuno sapeva ancora di modi di stare, che questi sarebbero diventati propri dell’umanità futura, che questa doveva ancora formarsi. Incuriosisce, fa ridere che lo scrittore abbia avuto una simile idea, che abbia inteso rappresentare tramite gli uomini primitivi quelli moderni, che come questi li abbia fatti pensare, parlare, agire. Sembra che il Lewis abbia voluto creare un collegamento, far intravedere una continuità tra prima e dopo pur tenendo conto che quel prima era molto remoto, era preistorico. Ma di là da ogni supposizione, un’invenzione rimane la sua, escogitata e realizzata al solo scopo di riuscire comico, di ottenere effetti umoristici. Né altro poteva aspettarsi lo scrittore quando rappresentava quell’Edward sempre intento a scoprire, ad inventare nuovi mezzi, ad indicare nuove forme di vita quasi fosse uno scienziato, un pensatore d’oggi. Scoprirà il fuoco, imparerà a produrlo, lo utilizzerà per la difesa dei luoghi abitati, per la cottura della carne degli animali uccisi durante la caccia, renderà più robuste le punte delle lance usate per questa, scoprirà l’arco, pur esso molto utile per la caccia, stabilirà che è bene sposarsi tra estranei, non tra familiari. Grazie a lui cambierà completamente la vita delle scimmie che fino ad allora era avvenuta sugli alberi. Cominceranno a vivere per terra e vi rimarranno per sempre.  Ma come ogni inventore, come ogni genio Edward vorrà diffondere la conoscenza delle sue scoperte mentre in casa i figli non intendono farlo perché vogliono essere i soli, gli unici a godere di esse, vogliono farne il loro segno distintivo, il loro privilegio. Fingendo un incidente uccideranno, quindi, il padre dal momento che non riuscivano a ridurlo alle loro idee.

   Finirà così il romanzo del Lewis mostrandosi fino alla fine impegnato ad ammodernare una situazione preistorica, a farla attraversare da molti particolari della vita attuale, a creare questa combinazione, questa alternanza, questa sovrapposizione, a farne motivo continuo di comicità.

S. Viscardi, Abbastanza

Viscardi, una testimone dei tempi

di Antonio Stanca

   Il romanzo Abbastanza di Sofia Viscardi è stato pubblicato da Mondadori nel 2018 ed a Febbraio di quest’anno ha avuto la prima edizione nella collana Oscar Bestsellers della stessa casa editrice. E’ il secondo della scrittrice, che nel 2016 aveva pubblicato il primo, Succede, dal quale è stato tratto il film omonimo.

   La Viscardi, nata a Milano nel 1998, ha ventuno anni e già prima di finire la scuola superiore aveva cominciato ad impegnarsi nell’ambito della comunicazione telematica, dove su Youtube aveva creato un proprio canale per dire di sé, della sua vita. Era riuscita interessante tanto da diventare una nota Youtuber e da meritare nel 2019, insieme ad altri giovani, l’Attestato d’Onore come Alfiere della Repubblica.

   Il mondo, la vita dei giovani, dei ragazzi d’oggi, i loro bisogni, i loro linguaggi  interessano alla Viscardi, i moderni mezzi di comunicazione lei spesso usa per parlarne,  di problemi attuali dice. E così anche nei libri dove completamente nuova è la forma espressiva, la costruzione del discorso, la scelta delle parole. Dialoghi, scambi continui avvengono tra i ragazzi interpreti di Abbastanza, non finiscono mai di parlare tra loro, di dire delle loro cose, di chiedersi se sono abbastanza per gli altri e di concludere sempre che l’importante è essere abbastanza per sè. Sono ragazzi che frequentano l’ultimo anno del Liceo “Virgilio” di Milano. Devono sostenere gli esami di maturità e questo li preoccupa anche se non al punto da rinunciare per lo studio alle loro abitudini, alle loro maniere. Sono i ragazzi della quinta A del “Virgilio” e come tutti i ragazzi d’oggi vivono tra telefonini, auricolari, ritrovi pubblici, bevute, fumo, droghe leggere, brevi amori, piccoli imbrogli e quant’altro è venuto a formare, a riempire il loro mondo. In questo la scrittrice li riprende, in ogni loro momento iniziando dal primo giorno di scuola e arrivando all’ultimo, quello precedente gli esami. Non ci sarà tregua, la Viscardi procederà senza fermarsi. Passerà da un ragazzo all’altro senza che il discorso risulti interrotto, diviso e possibile sarà sempre scoprire nei pensieri, nelle parole di un ragazzo la presenza, l’azione degli altri.

  Nell’opera la scrittrice si muoverà a brevi passi, per paragrafi, per piccole parti intitolate ognuna al nome di uno di quei ragazzi. Trasformerà questi nelle tessere di un mosaico che non cesseranno di comparire e scomparire, di dire e fare, di andare e venire, di cominciare e finire. Un movimento, un processo senza sosta ne risulterà, un percorso che si animerà, si rinnoverà in continuazione poiché il dialogo sarà il modo di comunicare per i ragazzi. I loro dialoghi serrati, i loro discorsi sempre diretti, le loro parole saranno le parti essenziali del libro. Parleranno tutti e sempre. Tutte le loro voci finiranno per diventare una sola, una sola opera, un solo romanzo

   Dei tanti ragazzi che si alterneranno all’inizio il numero si andrà riducendo fino a soltanto quattro, Leo, Marco, Cate e Ange. Saranno loro i protagonisti finali del lungo racconto della Viscardi, tramite loro la scrittrice farà sapere di quant’altro succede intorno, compagni, scuola, famiglie, città.

   All’inizio dell’anno i quattro erano ragazzi completamente diversi, ognuno aveva le sue cose e non sembrava che potessero avvicinarsi, combinarsi. Alla fine, invece, erano diventati amici inseparabili, avevano conservato le loro maniere ma vi avevano fatto rientrare quei sentimenti, quegli affetti che sono propri dell’amicizia e che la fanno durare più d’ogni altro rapporto.    E’ quanto, in effetti, può succedere a quell’età ed oltre a questo aspetto della vita dei giovani tanti altri contiene e rappresenta il libro della Viscardi. Un documento, una testimonianza dei tempi moderni va esso considerato. Ed una delle più autentiche, delle più appassionate poiché compiuta da chi a quei tempi appartiene.

D. Winslow, Palm Desert

Don Winslow, non solo paura…

di Antonio Stanca

   A sessantasei anni Don Winslow è considerato uno dei maggiori scrittori americani di romanzi di genere poliziesco. E’ nato a New York nel 1953, vive a San Diego, California, e in molte direzioni, regia teatrale e televisiva, attore e guida di safari, investigatore privato e consulente legale, si è applicato prima di dedicarsi soltanto alla scrittura. Aveva scritto pure in precedenza, il suo esordio in narrativa era avvenuto mentre era impegnato altrove ma aveva poi finito col dedicarsi completamente ad essa. Sarà autore di romanzi singoli e soprattutto di serie di opere incentrate intorno ad un personaggio principale e generalmente ambientate in California. La prima di queste serie avrebbe avuto inizio nel 1991 col romanzo London Underground al quale sarebbero seguiti China Girl, Nevada Connection, Lady Las Vegas ed infine Palm Desert del 1996, che l’anno scorso è stato ristampato dalla Einaudi di Torino con la traduzione di Alfredo Colitto.

   Questa serie s’intitola Le indagini di Neal Carey che ne è il personaggio centrale, il protagonista. E’ lui l’investigatore privato incaricato di tanti compiti, di svolgere indagini ma anche, come in Palm Desert, di riportare a casa il vecchio, ottantaseienne, Natty Silver che se n’è andato da Palm Desert, California, si è rifugiato a Las Vegas, Nevada, e si pensa perché attirato dalla città, dai locali pubblici, dai teatri dove per tanti anni ha lavorato nello spettacolo come comico, barzellettiere. Era diventato noto, le sue qualità erano state apprezzate da un vasto pubblico. Lo si era visto dal vivo o in televisione, al cinema e, data la natura popolare del suo repertorio, ovunque era giunta la sua fama. Non è questa, però, la causa della sua fuga. Neal Carey, il protagonista investigatore, scoprirà che era fuggito da Palm Desert perché aveva avuto paura di essere stato visto dai banditi che avevano incendiato la loro casa accanto alla sua facendo credere in un incidente per ricavare grosse somme di denaro dall’assicurazione. Aveva pensato che nell’indagine che ne sarebbe seguita la sua testimonianza avrebbe dovuto rivelare la natura dolosa dell’incendio, avrebbe fatto fallire i piani dei banditi e lo avrebbe esposto al pericolo della loro vendetta. Pertanto quelle che nelle previsioni sarebbero dovute essere le poche ore del viaggio da Las Vegas a Palm Desert si trasformeranno, per Neal e Natty, in una serie interminabile di avventure delle quali entreranno a far parte le loro compagne, più giovane quella di Neal, più vecchia quella di Natty, i precedenti banditi e tanti altri personaggi che nell’affare dell’incendio e dell’assicurazione erano implicati. I due correranno tanti pericoli, vivranno situazioni molto rischiose in luoghi sconosciuti ma alla fine giungeranno, rientreranno nella loro città, nelle loro case e premiati si vedranno tutti, anche le loro compagne, degli sforzi compiuti. Sarà un percorso lungo quello del romanzo durante il quale si avrà modo di scoprire tanta di quell’America che, pur pensando di conoscere, non si finisce mai d’imparare, che, pur credendo libera da ogni peccato, non si finisce mai di sapere quanto di oscuro, di torbido in essa si cela.

   Un aspetto umano, sociale assume pure il romanzo del Winslow che, inoltre, è attraversato da una vena comica, da un umorismo a volte evidente, a volte sotteso. Fa parte dello stile dello scrittore. Non rinuncia mai, Winslow, a cogliere di una situazione pur drammatica quanto di essa può far ridere.

  E’ la nota distintiva della sua scrittura, quella che lo fa leggere da milioni di lettori, lo fa tradurre, traspone in film tanti suoi libri.

  Non disconosce Winslow che nella vita ci si può trovare esposti a pericoli, a minacce, a paure ma non smette di credere che il riso possa essere un modo per salvarsi.

  Uno strano genere di romanzo poliziesco risulta il suo dal momento che insieme al tragico contiene il comico, insieme al pianto il riso. Nuovo ha voluto essere lo scrittore e c’è riuscito!

G. Fontana, Un solo paradiso

Fontana, lo scrittore della vita

di Antonio Stanca

   Al 2016 risale Un solo paradiso, ultimo romanzo dello scrittore Giorgio Fontana che fu pubblicato dalla casa editrice Sellerio di Palermo. Fontana vive a Milano, ha trentotto anni, è nato in provincia di Varese nel 1981, si è laureato presso l’Università di Milano ed ha cominciato a scrivere nel 2007. Buoni propositi per l’anno nuovo è stato il suo primo romanzo, seguito nel 2008 da Novalis e dal reportage sugli immigrati a Milano Babele 56. Otto fermate nella città che cambia. Del 2011 saranno il saggio La velocità del buio e il romanzo Per legge superiore che, insieme all’altro del 2014 Morte di un uomo felice, tratterà di temi relativi alla magistratura e alla giustizia in Italia. Le due opere avranno molti premi e molte traduzioni.

   Fontana è, inoltre, attivo collaboratore di numerose testate giornalistiche ed insegna scrittura creativa alla Scuola Holden e alla Naba di Milano.

   Molti sono i modi con i quali ha finora mostrato di volersi impegnare nell’osservazione, nell’esame, nella valutazione della realtà attuale, della vita dei tempi moderni, della società contemporanea. Lo ha fatto da giornalista, da saggista e da scrittore. Non è mai rimasto lontano da quanto accadeva intorno a lui, una testimonianza delle più attente, una presenza delle più partecipi ha voluto che fosse la sua. E alquanto suggestiva è la maniera con la quale, nei romanzi, riesce a ricavare da una circostanza quotidiana, da un avvenimento comune un motivo, un tema che va oltre i limiti dell’accaduto e si carica di altri significati.

   Abile è Fontana pure nell’esposizione sempre sicura, determinata, sempre chiara, precisa anche quando dice di situazioni incerte, confuse, di pensieri, stati d’animo oscuri.

   Anche in Un solo paradiso traspare il Fontana dai contenuti e dalle forme sue solite. Qui si dice di Alessio e Martina, della loro storia d’amore, dell’inizio e della fine di questa. Entrambi vivono a Milano ed entrambi vi sono arrivati da fuori con le loro famiglie, lui dalla montagna, lei dal meridione, lui di famiglia tradizionale, lei di famiglia moderna, lui povero, lei ricca.

   A Milano avevano fatto parte dello stesso gruppo di amici tra universitari e lavoratori, liberi e legati sentimentalmente. Si ritrovavano sistematicamente in determinati posti o locali, sempre avevano da dire, da fare quando non avevano da mangiare o da bere. Tra Alessio e Martina sorgerà una simpatia, un affetto, s’innamoreranno. Lo erano stati in precedenza con altre persone ma ora erano stati presi, travolti da una passione tutta loro. Erano felici, soprattutto Alessio che mai si era sentito tanto corrisposto, tanto desiderato, mai era stato così sicuro di una donna. Senza limiti sarà il loro amore, vorranno stare sempre insieme, vorranno sempre amarsi, non saranno mai contenti, soddisfatti, mai sazi. Col tempo, però, tanto ardore si ridurrà poiché Martina si mostrerà sempre meno partecipe, sempre meno vicina. Lascerà Alessio, non riuscirà a liberarsi dall’attrazione per Michele, suo precedente compagno. Non resisterà al suo pensiero nonostante fosse stato gravemente scorretto nei suoi riguardi.

   Alessio, rimasto solo, si legherà ad un’altra donna ma poi finirà anche con questa e per lui comincerà un periodo di smarrimento che lo porterà prima a viaggiare, poi ad usare l’alcol con sempre maggiore frequenza e quantità, a lasciare il lavoro, a rimanere senza soldi e senza casa, a perdersi per le strade e soprattutto le periferie di una Milano diventata improvvisamente sconosciuta, ostile. Alessio mancherà alla conoscenza di tutti. Nessuno dei tanti amici di una volta saprà come, dove è finito. Nemmeno l’amico col quale era stato una notte intera a Milano in quel bar detto Ritornello dove ai vecchi tempi si ritrovavano tutti. A lui Alessio racconterà la sua storia con Martina e questo racconto sarà il contenuto del romanzo. L’amore tra lui e la donna, il percorso del loro rapporto, l’intensità del loro trasporto, la crisi, la fine: saranno i temi dell’opera del Fontana. Lo scrittore li farà narrare da chi li ha vissuti, da chi ne è uscito rovinato, distrutto perché incapace di rassegnarsi, di capire che anche una relazione come la sua poteva finire.

   Per Martina era stato diverso, lei non aveva avuto molti problemi a smettere con Alessio né li avevano avuti i loro amici comuni a capire che tra loro poteva finire. Solo si era ritrovato tra tutti, solo a non capire e a non essere capito poiché diverso era lui dagli altri, diverse le sue regole, diversa la sua morale. Sono due mondi quelli che Fontana mette a confronto nella sua opera, uno è antico, l’altro è moderno. Al primo appartiene l’uomo, al secondo la donna e gli amici. Da qui il fascino, la suggestione dell’opera, da un confronto che Fontana mostra non sia ancora finito, da un problema non ancora risolto.

   Alessio si troverà di fronte ad un mondo che è cambiato, che non ha posto per lui. Diventerà il suo dramma, la sua fine ma non rinuncerà alla sfida e farà di Fontana un narratore unico, esclusivo poiché ancora una volta impegnato in un problema fondamentale, ancora una volta attento a quanto accade nella vita, a fare di un caso un aspetto dell’esistenza.

Tutti scrittori?

Tutti scrittori?

di Antonio Stanca

   Quella della scrittura sembra diventata un’attrazione, una mania alla quale non sfugge più nessuno. Essere scrittore, scrivere romanzi o almeno uno sembra diventato un desiderio ovunque diffuso. In ambito specifico quasi tutti i nuovi scrittori sono stati o ancora sono giornalisti. Sono, cioè, passati da un tipo di produzione ad un altro convinti di poterlo fare senza alcun problema, pensando che tra i due generi non ci sia nessuna differenza. Hanno continuato, quindi, a scrivere in narrativa come nel giornalismo senza accorgersi di averla fatta scadere, di averla ridotta a cronaca se non ad indagine o analisi generica. L’hanno inaridita, l’hanno privata di quei contenuti, di quell’espressione, di quell’atmosfera necessaria ad attirare, a coinvolgere, ad emozionare il lettore, a trasferirlo in una dimensione diversa da quella che vive.

   Scrittori, tuttavia, non hanno creduto di poterlo essere solo i giornalisti ma tanti altri: tra poco non ci sarà un politico, uno sportivo, un cantante, un attore, un qualunque personaggio noto che non abbia scritto un libro o che non abbia in mente di farlo. In queste opere gli autori spesso scrivono di loro, della loro vita, della loro storia, di un loro caso particolare mentre quegli altri scrivono d’altro, non autobiografiche sono le loro opere nonostante i limiti, i difetti dei quali si diceva.

   Il problema è grave: non solo per gli autori ma anche per i lettori questa sta diventando la nuova produzione narrativa e quelli i nuovi scrittori. Né servono gli esempi, ormai sempre più rari, di vecchi scrittori ancora vivi, delle loro opere, a richiamare l’attenzione, a correggere l’errore. I nuovi mezzi di comunicazione, la pubblicità è capace di far apparire grandi romanzi quelli che non lo sono, di farli premiare, di fare dei loro autori personaggi d’eccezione pur essendo degli sconosciuti.

   E non solo di questo ci si meraviglia ma anche del fatto che nonostante si stia vivendo un’epoca nella quale la visione ha quasi completamente sostituito la lettura, da tante parti, da tante persone si voglia diventare scrittori. Non ci si rende conto che un libro è oggi un successo molto effimero perché rischia di non essere letto da nessuno e di rimanere inutile come i tanti, tantissimi altri che ormai esistono.

   In un libro, nella sua scrittura convergono, invece, le aspirazioni della moltitudine. Col libro, forse, crede di essere ricordata, di diventare immortale poiché scarsamente convinta è del valore delle immagini, delle visioni? Ma nemmeno quel libro vale ché uno scadimento esso rappresenta rispetto a quanto è da intendere per narrativa e visto che ancora non si sono diffuse, non sono state accettate altre concezioni, altre maniere al riguardo.

   Come spiegare quanto sta succedendo? A cosa attribuire il fenomeno?

   Tutti vogliono essere autori di narrativa senza accorgersi di averla travisata al punto da non farla più riconoscere, da non farle più assicurare nessun tipo di notorietà.

 E’ difficile capire ma intanto si continua sulla strada delle “ambizioni sbagliate”.

AA.VV. (a cura di L. Tosi), Fare didattica in spazi flessibili

Uno studio su come progettare, organizzare e utilizzare gli ambienti di apprendimento a scuola

Creare un ambiente accogliente, nel quale progettare percorsi didattici che “escono fuori” dall’aula, senza ulteriori interventi strutturali, ma usufruendo delle risorse disponibili, con l’obiettivo principale di interagire sulla qualità dei processi di apprendimento.

Una serie di approfondimenti raccolti nel volume “Fare didattica in spazi flessibili. Progettare, organizzare e utilizzare gli ambienti di apprendimento a scuola”, frutto del lavoro di un gruppo di ricerca Indire (Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa) sulle architetture scolastiche.

Il volume fornisce interessanti spunti di riflessione sul rapporto fra pedagogia e architettura; su come lo spazio fisico possa concretamente contribuire alla qualità della vita scolastica e degli apprendimenti, e quali debbano essere i margini di intervento e gli strumenti che possono aiutare a realizzare un luogo efficace per docenti e studenti.

«Con il gruppo di ricercatori dell’Indire – racconta il curatore del volume Leonardo Tosi, ricercatore di Indire – ci siamo posti una serie di domande sul tema degli spazi fisici di apprendimento e sulle caratteristiche che dovrebbero avere per rispondere alle esigenze di una società oggi profondamente cambiata».

Il volume offre un utile set di strumenti per trasformare l’aula in un ambiente di apprendimento allargato e flessibile; sono ormai molte le evidenze in ambito scientifico che sottolineano come l’ambiente interagisca sulla qualità dei processi di apprendimento. Infine, nel volume sono raccolte dieci Learning Stories raccontate da altrettanti insegnanti che hanno voluto considerare l’ambiente fisico come un elemento strategico per la qualità della vita scolastica e degli apprendimenti.

Il punto di partenza della riflessione è, come spiega il ricercatore Indire Samuele Borri nel suo contributo, il «Manifesto 1+4 Spazi educativi per la scuola del Terzo Millennio», presentato dall’Indire nel 2016. Il documento propone una visione che si discosta dall’idea di scuola come “somma di aule” e si estende, oltre alla dimensione didattica, al contesto sociale e alla capacità di un ambiente di influenzare la qualità delle relazioni sociali.

https://www.scuolastore.it/it/book/fare-didattica-spazi-flessibili

Festa della Donna 2019

Festa della Donna 2019

di Antonio Stanca

Sabato 9 Marzo a Sternatia (Lecce) presso i locali del Centro Studi “Chora-Ma” si è svolta una manifestazione per celebrare la Festa della Donna. Molti sono stati i convenuti come generalmente avviene ogni volta che il Centro Studi organizza una serata. Direttore di “Chora-Ma” è da anni Donato Indino, che ha saputo trasformarlo in un punto di riferimento importante per il recupero e la rivalutazione della lingua “grìka”. Attraverso gruppi di studio, convegni, contatti, scambi con la Grecia ed altre operazioni “Chora-Ma” si è proposto all’attenzione generale nel contesto culturale salentino. Anche altre manifestazioni ha ospitato e ospita e noti personaggi sono venuti a conferire circa le loro opere e i problemi che la cultura sta attualmente attraversando.

   Una prova di questi interessi allargati può essere considerata la manifestazione di Sabato scorso in occasione della Festa della Donna. Di fronte ad un folto pubblico la moderatrice Monia Perrone ha condotto la serata e regolato gli interventi degli ospiti. Tra questi c’era la giornalista Silvia Cazzato che ha intervistato Maria De Giovanni, Ambasciatrice di arte e medicina nonché promotrice dell’associazione “Surprise” a favore degli ammalati, come lei, di sclerosi multipla. La De Giovanni è personaggio noto anche in ambito giornalistico, televisivo e generalmente culturale.

  Dall’intervista è emerso il tema della serata “Donne e volontariato (La sensibilità femminile al servizio della società)”. A questo riguardo la De Giovanni è stata molto chiara e molto partecipe. E’ bastato che parlasse di lei per attirare molta attenzione, che dicesse dei suoi problemi di ammalata e della sua volontà di non arrendersi alla malattia da quando ha iniziato a manifestarsi ma di agire perché divenisse un problema dal quale difendersi, col quale convivere. Numerosi sono stati i successi e i riconoscimenti che in quest’ambito ha ottenuto. Volontaria è stata e continua ad essere la sua azione per quanti soffrono. Il volontariato femminile, ha osservato la De Giovanni, è un’operazione più facile da compiere giacché la donna, essendo moglie e madre, sente più vicina, più sua la partecipazione, la collaborazione ai problemi degli altri. Animata dallo spirito di madre lei ha cominciato con la sua opera di volontariato che si è andata sempre più estendendo fino a portarla oltre i confini della sua terra, a farla conoscere in ambito nazionale e straniero. Dopo l’associazione tante altre sono state e sono le attività da lei avviate, sostenute e svolte affinché il problema della sclerosi multipla venga controllato e ridotto.

   Dopo l’intervista sono intervenute le autorità, provinciali e comunali che hanno riconosciuto il valore e la funzione di quanto fatto finora dalla De Giovanni.

   Infine si è passati ad offrire al pubblico le prelibatezze preparate per l’occorrenza.

   Hanno allietato la serata gli interventi musicali della soprano Giusy Zangari.

J.M Keynes, I libri costano troppo?

Tra libri e lettori

di Antonio Stanca

A Novembre dell’anno scorso per conto della casa editrice Laterza, Bari-Roma, è comparso l’opuscolo intitolato I libri costano troppo? Contiene un articolo che il noto economista inglese Maynard Keynes pubblicò il 12 Marzo 1927 sul giornale “The Nation and Athenaeum”. La traduzione è di Oliviero Pesce, altro importante economista nato in Puglia nel 1938, che è pure l’autore della seconda parte dell’opuscolo.

    Il Keynes era stato una figura di rilievo nell’Inghilterra del secolo scorso. Era nato nel 1883 e morì nel 1946. Studioso, ricercatore, aveva scritto molte opere di economia, aveva tenuto molte conferenze, aveva ricoperto incarichi pubblici e le sue teorie avevano trovato applicazione in ambito mondiale.

   L’articolo riportato in questo libretto s’inserisce in una polemica allora sorta in Inghilterra circa l’industria editoriale. Keynes vi compie una chiara illustrazione di quanto succedeva in quei tempi riguardo agli editori, agli autori, ai librai, ai lettori e a tutto quanto va collegato con la scrittura di un libro, la sua stampa, la sua vendita, la sua lettura. Ne risulta un quadro piuttosto deludente poiché si vede che quanto serve per portare a compimento un libro non viene corrisposto dalle richieste del pubblico, dall’interesse dei lettori. Il motivo è da cercare nei prezzi piuttosto alti dei libri? Si può pensare che prezzi più contenuti farebbero aumentare le vendite, i lettori o che la spiegazione del problema stia nel sempre minor tempo e attenzione che la lettura riesce a trovare per sé? Poco chiare, pure per Keynes, rimangono le risposte. Non è facile capire, dice lo studioso, visto che il fenomeno non è limitato all’ambito privato ma esteso a quello pubblico. Neanche le biblioteche scolastiche, universitarie, comunali, provinciali o altre richiedono molti libri. Di conseguenza in crisi è andata molta attività editoriale.

   Nel suo intervento Pesce ripercorre l’articolo del Keynes e mette in evidenza come rispetto a cento anni fa la situazione oggi si sia aggravata e non solo in Inghilterra ma anche in tante altre nazioni dell’Occidente compresa l’Italia, sulla quale si sofferma in particolar modo nelle pagine conclusive. Secondo Pesce le cause del problema vanno cercate nel tipo di vita, di società che col tempo si è andato costituendo, nei nuovi e più veloci mezzi di comunicazione che si sono andati diffondendo anche in ambito pubblico, nell’uso senza limiti di Internet e dei tanti altri sistemi ad esso correlati. Per lui se ai tempi di Keynes c’era da sperare in una soluzione del problema ora non lo si può poiché le nuove tecniche di apprendimento, istruzione, conoscenza si vanno sempre più perfezionando e vanno sempre più sostituendo le vecchie maniere compresa quella della lettura.    E’ grave ma è una perdita che non è possibile evitare poiché come in ogni progresso ci sono degli aspetti, dei modi di vivere che finiscono e per sempre.    

AA.VV., Atlante dell’arte contemporanea

ATLANTE DELL’ARTE CONTEMPORANEA DE AGOSTINI | PRESENTATO A ROMA IL 15 FEBBRAIO 2019

Francesca Falli tra gli 800 artisti selezionati dal comitato scientifico che ha redatto il prestigioso volume

Venerdì 15 febbraio 2019 è stato presentato a Roma, in presenza di Daniele Radini Tedeschi e Achille Bonito Oliva l’Atlante dell’Arte Contemporanea prodotto dalla prestigiosa Casa Editrice multinazionale DeAgostini di Novara, adesso nelle librerie di tutta Italia. Nel mondo dell’arte italiano è certamente una delle iniziative editoriali più prestigiose e attese da tutti gli artisti, critici d’arte, gallerie d’asta e galleristi che attraverso questo strumento oggi hanno la possibilità di conoscere gli artisti contemporanei più apprezzati dalla critica ufficiale con le quotazioni delle opere che le rendono appetibili e ricercate nel mercato dell’arte internazionale. I collezionisti, gli investitori d’arte, i galleristi, gli stessi critici d’arte e tutti gli artisti, con questo strumento oggi hanno la possibilità di avere dei punti di riferimento certificati dai migliori esperti e critici d’arte italiani rispetto alla qualità delle opere e al loro valore medio nel mercato internazionale dell’arte. Il prodotto editoriale della De Agostini ci consegna un lavoro certosino e attento, durato oltre tre anni, con oltre mille pagine policromatiche che rendono l’opera veramente unica e che certamente farà apprezzare tutti gli artisti e le loro opere catalogate in questa raccolta. Il progetto editoriale ha visto la collaborazione della società Start Group che ha contribuito a rendere il lavoro ricco di informazioni di difficile reperibilità perché sparse in diverse fonti non sempre facilmente rintracciabili. Il lavoro raccoglie 800 artisti contemporanei in attività tra il 1950 e il 2019, classificati con delle schede sintetiche che forniscono al lettore informazioni sulla ricerca artistica, sulle tecniche utilizzate, sul genere d’arte prodotto, in quali gallerie è possibile trovare le opere. Insomma, un vero e proprio archivio con tutte le informazioni utili sugli 800 artisti, la loro arte e i recapiti per contattarli.
L’immane lavoro per realizzare quest’opera è stato coordinato da Daniele Radini Tedeschi e Stefania Pieralice, e dà diversi approcci di lettura, sia alfabetico che per regioni, oltre ad una approfondita conoscenza del sistema dell’arte italiana.

Descrizione dell’Atlante dell’Arte Contemporanea DeAgostini 2019

Questo prestigioso volume che ambisce ad essere il principale strumento internazionale di consultazione per l’arte avrà il grande merito di offrire una guida attenta e dettagliata del panorama artistico contemporaneo italiano, costituendo, su scala regionale, provinciale e comunale, una vera e propria mappa dei migliori talenti. Punto di riferimento per istituzioni museali, artisti, collezionisti, galleristi, case d’asta, e amatori, l’Atlante intende sottolineare le virtù peculiari di pittori, scultori, fotografi, performer, video maker grazie alla decostruzione del mito globalizzato in favore di un’indagine locale e periferica. Come in passato era esistita la scuola senese e quella fiorentina, la pittura veneta e quella napoletana, oggi diventa sempre più necessario ritrovare i segni, le stimmate, di queste peculiarità fin troppo corrose dalla globalizzazione e dal Sistema dell’Arte. Ogni regione, provincia, comune registrerà gli schedari dei singoli artisti, classificati in base al loro stile e descritti attraverso dati quali biografia, mercato, quotazioni, aggiudicazioni d’asta, mentre solo per taluni protagonisti sarà dedicata una sezione particolare con apparati storico-critici. Una parte residuale della pubblicazione analizzerà anche alcuni artisti internazionali. La presentazione ufficiale con anteprima internazionale si è tenuta a Roma presso il Museo dell’Ara Pacis il 15 febbraio 2019. La giornata è stata dedicata anche a diversi incontri che hanno coinvolto importanti personalità della cultura, delle Istituzioni e del collezionismo, tra i quali Daniele Radini Tedeschi e Achille Bonito Oliva. La copertina dell’Atlante, edizione 2018, dedicata a Mimmo Paladino – personalità paradigmatica dell’arte e protagonista della Transavanguardia teorizzata da Achille Bonito Oliva – intende porre l’attenzione sul significato della modernità al di là di ogni categoria, sul valore del simbolo e della spiritualità arcaica. Paladino infatti, al pari dei lavori di Matisse per la cappella di Vence, ha realizzato, nel 2017, assieme alla stilista Alberta Ferretti i paramenti sacri per la cappella Rucellai di Firenze, confermando una sensibilità profonda rivolta al mistero cristiano. Il comitato scientifico, costituito da critici e intellettuali di chiara fama, ha valutato l’inserimento di ogni artista sulla base di parametri selettivi molto stretti rivolgendosi esclusivamente ad artisti professionisti. Diverse le sezioni speciali trattate attraverso degli approfondimenti redazionali: un focus è stato rivolto agli esponenti dell’Estetica Paradisiaca, corrente d’avanguardia nata nel primo decennio del Duemila e largamente diffusa su scala internazionale; un capitolo è stato dedicato alla fotografia contemporanea e ai legami tra arti tradizionali e immagine riprodotta attraverso i video mediante il labile confine tra video art e cortometraggio; infine un paragrafo è stato rivolto alla Biennale di Venezia con interviste e recensioni ai protagonisti delle più recenti esposizioni lagunari. Oltre alla profondità dei contenuti, la notevole cura editoriale, unita ad un gusto grafico moderno e aggiornato, conferisce a questo volume la dovuta attenzione internazionale.

Tra gli artisti selezionati dalla De Agostini e dal comitato scientifico per la redazione del volome, figura l’artista Francesca Falli lavora da sempre nel campo delle arti visive. La Falla ha frequentato l’Istituto d’Arte, L’Istituto Europeo di Design a Roma e l’Accademia di Belle Arti. Ha esposto a: L’Aquila, Pescara, Roma, Genova, Bologna, Venezia, Formentera, Bergamo, Napoli, Milano, Treviso, Salerno, Ischia, Amalfi, Matera, Caserta, Cava dei Tirreni, Malta, Stoccolma, Shangai, Austria, Palestina, Londra, Miami, Mosca, San Pietroburgo, Spagna, Londra, Malta, Motta di Livenza, New York. Le sue opere sono esposte in alcuni musei di arte contemporanea più importanti in Europa. Ha ricevuto premi e riconoscimenti sia in Italia che all’estero. È socia del Centro Interdisciplinare sul Paesaggio Contemporaneo. Ha esposto i suoi “Pollage” nella sezione grandi Gallerie nelle principali Fiere di arte contemporanea italiana accanto alle opere Warhol, Festa, Angeli e Schifano.

G. Celati, Verso la foce

Celati e l’Italia dei problemi

di Antonio Stanca

   Il padre, Antonio, veniva dalla provincia di Ferrara, la madre, Exenia Dolores, da un paesino intorno al delta del Po e questi luoghi d’origine dei genitori, che erano stati anche quelli della sua infanzia e adolescenza, nel 1989 con il libro-diario Verso la foce e nel 2003 con l’interpretazione del film-documentario Mondonuovo di Davide Ferrario, aveva mostrato di aver percorso partendo dall’entroterra romagnolo e giungendo alla foce del Po.

  Di Giovanni Celati, detto Gianni, si sta parlando. A ottantadue anni vive a Brighton, in Inghilterra, e recentemente dalla Feltrinelli di Milano è stato ristampato Verso la foce. Lo scrisse quando aveva cinquantadue anni e voleva dire della prima delle due grandi traversate della pianura padana da lui compiute alla ricerca di quanto aveva fatto parte della vita, della storia dei suoi genitori e della sua.

   Celati era nato nel 1937 a Sondrio, dove la famiglia si era trasferita durante uno dei tanti traslochi compiuti a causa del lavoro del padre, usciere di banca. Dopo il liceo si era laureato in Letteratura Inglese presso l’Università di Bologna e come traduttore di importanti opere della letteratura europea, come autore di articoli per giornali, come saggista prima che come scrittore di romanzi e racconti aveva iniziato la sua attività letteraria. Molto comprenderà questa. Celati sarà pure docente universitario in Italia e all’estero, compirà molti viaggi, sarà regista di alcuni documentari, sarà onorato di molti riconoscimenti. La sua sarà una personalità poliedrica, tante saranno le esperienze da lui vissute e i risultati, le opere che ne deriveranno. Per intero l’immensa complessità del mondo, dei tempi moderni sembrerà trovare riflesso nella sua mente, nella sua opera. Una risposta, un’interpretazione di tutti i problemi della moderna umanità sembrerà poter rappresentare Celati tramite quanto ha pensato, ha fatto, ha detto, ha scritto, ha mostrato. Non ha mai rinunciato alla sua posizione di intellettuale impegnato, di scrittore, di opinionista.

   Anche in Verso la foce, dove dovrebbe solo dire di un lungo viaggio compiuto insieme ad amici o compagni, dove dovrebbe scrivere come in un diario non rinuncerà egli alla posizione dello scrittore, all’impegno del pensatore, alle riflessioni, alle osservazioni che sono loro proprie. Il libro è un diario ma anche un romanzo, è una cronaca ma anche una narrazione.

   Il viaggio sarà accanto, intorno al corso del Po, seguirà il fiume non da dove nasce ma da quando acquista la consistenza, la forma, la forza del grande fiume. Dall’interno, cioè, della pianura padana per tutta quell’Italia che attraversa prima di finire in quell’Adriatico che sempre lo aspetta e sempre lo accoglie.

   Vicino al Po Celati procederà con altri, da solo, a piedi, in macchina, con l’autobus, col treno, con mezzi di fortuna, alloggerà, mangerà adattandosi a diverse situazioni, scriverà anche. Saranno tanti i luoghi che incontrerà, città, strade, paesi, villaggi, case, campagne, foreste, boschi, fiumi, laghi, paludi, tante le persone, uomini, donne, vecchi, giovani, bambini che vedrà, tante le circostanze, buone e cattive, favorevoli e pericolose, che lo riguarderanno, tanta la vita alla quale assisterà, moderna e partecipata nei centri, arretrata e isolata nelle periferie, tanti gli abusi, le violazioni che vedrà compiuti dall’industrializzazione, tante le rovine da questa comportate ad immense distese di terra che sono state abbandonate o sono abitate da poche persone. Una triste realtà fatta di solitudine, di isolamento è quella che per molta parte del viaggio si presenta al Celati, una realtà di case crollate, di paesi deserti, di animali vaganti, di povertà, di ignoranza, di miseria, di malattia, di morte. Grave è, scrive, che di quest’Italia si sappia così poco o niente, che esista da tanto tempo e che mai si sia provveduto al suo risanamento. All’epoca fascista risalgono provvedimenti a suo favore.

   Incolmabile è la distanza, la differenza che si è creata tra il centro e la periferia, tra la città e la campagna e solo percorrendo questa, come ha fatto Celati, ci si può accorgere. Nemmeno i ricordi della sua infanzia, della sua adolescenza riescono a sollevarlo dalla triste scoperta ché niente è rimasto dei tempi di allora e una diffusa condizione di rovina, di fine è quella che ormai esiste. Solo i colori delle acque del fiume, del cielo, del paesaggio riescono a sollevare il suo stato d’animo invaso da tanta angoscia.

   Se poi si pensa che anche all’interno di tante altre parti d’Italia esistono simili condizioni ci si rende conto di quanto diversa dalla realtà sia diventata l’apparenza.

E. Kagge, Camminare (Un gesto sovversivo)

Camminare per vivere

di Antonio Stanca

 Camminare (Un gesto sovversivo) è il titolo di un breve volume del norvegese Erling Kagge. Lo scrisse l’anno scorso ed ora è ricomparso in Italia quale supplemento del quotidiano “la Repubblica”.

   Kagge è nato a Oslo nel 1963, ha cinquantasei anni, ha studiato filosofia presso l’Università di Cambridge, ha fondato la casa editrice Kagge Forlag, che poi ha ampliato con l’acquisto di un’altra casa editrice e che è diventata una delle più importanti società editrici norvegesi. Ha scritto libri da solo o in collaborazione. Nel 2017 una sua opera Silenzio: nell’era del rumore è stata un successo mondiale. Tradotta in molte lingue ha fatto di Kagge uno scrittore noto a livello internazionale.

   In verità Kagge era già conosciuto come l’uomo dei “tre poli”: nel 1990 aveva raggiunto il Polo Nord insieme all’amico Borge Ousland, nel 1992 da solo era arrivato al Polo Sud e nel 1994 aveva scalato una cima dell’Everest. Leggendaria era diventata la sua figura anche perché quelle imprese eccezionali rientravano nella vita quotidiana di un editore, un collezionista d’arte, un imprenditore, un politico. Da quelle traeva alimento la sua scrittura e quelle dal suo spirito di avventura, di esplorazione che ancora oggi lo muove a compiere spedizioni, a fare viaggi. Tra gli ultimi rientrano quelli insieme allo storico e fotografo Steve Duncan nei tunnel delle fogne, della metropolitana di New York e poi nel Sunset Boulevard, l’immenso quartiere di Los Angeles.

  Col tempo la sua passione per il viaggio si è ridotta ma non si è spenta, non è finita.

   Di questo suo eterno suo spirito di avventura, di questo suo infinito bisogno di movimento dice in Camminare, la sua più recente opera di scrittura nella quale insieme a sue esperienze scorrono tanti elementi culturali, intellettuali, tanti argomenti storici, geografici, scientifici che Kagge adduce a sostegno delle sue tesi e a riprova di una preparazione degna di nota.

   Centrale è nel libro la convinzione dei vantaggi che derivano al corpo e all’anima dall’azione del “cammino”, dal fare di essa un’attività abituale, dal farla rientrare, anche se per poco tempo, nella vita di ogni giorno e di ogni persona. Dalla preistoria, nota Kagge, giunge notizia di persone, di popoli che hanno camminato per paesi, per continenti, si viene a sapere che quella del camminare è rientrata tra le regole della vita, non è stata considerata un’azione insolita. A questo si è giunti col tempo, con la modernità, col progresso, con il nuovo tipo di società, di famiglia, di lavoro, con i nuovi luoghi, le nuove case, le nuove strade, i nuovi posti, i nuovi mezzi di trasporto. Qui interviene il Kagge a segnalare il rischio, il pericolo che comporta un simile genere di vita, a richiamare su quanto importante sia il movimento e su quanto danno provenga dal suo abbandono a causa dei nuovi ambienti, della nuova vita. Camminare, secondo Kagge, non aiuta solo il corpo ma anche la mente, non fa bene solo alla materia ma anche allo spirito.

   Mette a contatto con l’esterno che si percorre, che si vede qualunque esso sia, lo fa diventare parte dei pensieri, dei sentimenti di chi cammina, crea una combinazione tra la sua e la vita che fuori avviene, lo fa partecipe di una dimensione più estesa. A questo vantaggio di carattere morale vanno aggiunti altri di carattere materiale, i benefici, cioè, che derivano al corpo, alla sua salute dal camminare. Più sani, più forti oltre che più estesi rende questo e tantissime sono le argomentazioni che l’autore adduce a dimostrazione del suo principio. Non le ricava soltanto dalla sua attività di esploratore e di alpinista ma anche dai tanti autori, dalle tante opere che cita.

   Oltre ogni misura si estende, nel libro, il discorso del Kagge, dalla storia passa alla letteratura, dalla matematica alla filosofia, dagli autori alle loro opere, alle loro parole, a quanto si è pensato, detto, scritto circa la funzione, il valore, la necessità del movimento. Camminare è vedere, vedere è conoscere, conoscere è imparare, imparare è migliorare, migliorare è progredire: dal movimento è venuto tutto, col movimento si sono superati i limiti, i confini che lo stato di fermo comporta.

   Kagge non ha scritto questo libro perché è un camminatore, perché ha voluto dire di sé ma perché importante gli è sembrato trattare di un fenomeno che si sta riducendo al punto da scomparire, di un’azione che l’umanità ha sempre compiuto e che ora ha quasi messo da parte.

   Dovrebbe riprenderla, dichiara Kagge, se vuole tornare a vivere!