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M. Simoni, Angeli e diavoli (L’obbedienza e la ribellione)

Marcello Simoni, un’opera importante

di Antonio Stanca

   Da poco è comparso, allegato a “la Repubblica”, Angeli e diavoli (L’obbedienza e la ribellione), un saggio storico di Marcello Simoni che lo aveva pubblicato nel 2021. L’opera s’inserisce nel genere di lavori con il quale Simoni aveva cominciato la sua produzione.

   Nato a Comacchio nel 1975, si era laureato in Lettere a Ferrara e per molti anni era stato bibliotecario presso il Seminario Arcivescovile dell’Annunciazione. Qui aveva iniziato a scrivere saggi storici che pubblicava su riviste specializzate. Molti di questi erano stati dedicati agli affreschi medioevali dell’abbazia di Pomposa, nella provincia di Ferrara. Nel 2011 aveva esordito nella narrativa e già col primo romanzo, Il mercante di libri maledetti, aveva ottenuto un successo clamoroso. Era stato per più di un anno in testa alle classifiche dei libri più venduti e aveva vinto il Premio Bancarella 2012. Altri successi gli avrebbero assicurato i suoi romanzi e racconti che sarebbero stati tanti e al genere thriller sarebbero stati generalmente riconducibili. Vere e proprie saghe avrebbe scritto e con i saggi storici le avrebbe combinate. Angeli e diavoli è il più recente di questi e nonostante l’argomento piuttosto antiquato riesce il Simoni ad attirare il lettore poiché capace si mostra di animare quanto dice, di far risultare vicini, interessanti problemi che risalgono alla storia più antica, religiosa e civile, se non alle leggende, alle credenze popolari, al folklore, alle arti occulte, ai misteri. Tra questi e tanti altri elementi si muove nell’opera e lo fa con facilità, con leggerezza, non risulta mai appesantito da un impegno così vasto. Non manca, inoltre, di osservare i riflessi che certi problemi hanno avuto ed ancora hanno nel mondo attuale, contemporaneo, di collegare la storia, la vita di prima con quella di adesso. Fa notare Simoni come non ci si sia ancora liberati da tanti dubbi, da tanti sospetti, come quello degli angeli e dei diavoli sia un problema ancora presente, ancora capace di far pensare, di far discutere.

    Infinita è la serie di testi da lui citati in questo libro, tantissimi sono gli autori che apporta a sostegno delle sue dichiarazioni. Vuole mostrare che interminabile è stato lo sviluppo, il processo del problema nel corso dei secoli, che molta attenzione ha meritato non solo da parte della religione ma anche della letteratura, dell’arte, della scienza e di ogni altro aspetto del vivere.

   Inizia Simoni dicendo della separazione tra angeli e diavoli, della loro funzione, della loro identificazione col bene e col male del mondo e procede con la loro storia, la loro interpretazione nel tempo. E’ un percorso lunghissimo, vastissimo, ma sempre chiaro, sempre lucido risulta grazie alla capacità narrativa dell’autore. Il lettore non rimane mai privo di una spiegazione nonostante si tratti di fenomeni tra i più complicati e difficili da affrontare e risolvere.

     Gli angeli e i diavoli hanno avuto inizio in età antidiluviana, d’allora fanno parte della vita dell’uomo e dal loro primo apparire si è cominciato a parlare di essi, a pensarli, a scriverne. Immenso è quanto è stato detto e fatto a loro riguardo, quanto ad essi è stato attribuito. Questa immensità viene ora percorsa dal Simoni nel suo libro, viene da lui illuminata, chiarita e grande è il contributo che l’opera apporta ad un simile argomento. E’ un testo da tener presente, da consultare, diffondere, inserire tra gli altri preposti alla formazione dei giovani perché importanti, determinanti sono le conoscenze alle quali fa giungere.

AA.VV. (a cura di F. Batini e S. Giusti), Strategie e tecniche per leggere ad alta voce a scuola

“Strategie e tecniche per leggere ad alta voce a scuola. 16 suggerimenti per insegnanti del primo e del secondo ciclo”
a cura di Federico Batini e Simone Giusti
(FrancoAngeli)

È disponibile in download gratuito il nuovo volume della collana “Storie per le persone e le comunità”, dedicata al progetto della Regione Toscana “Leggere: Forte!”, che i curatori presentano giovedì 12 maggio insieme alla giornalista di Fahrenheit Lea Gemmato e Barbara Schiaffino, direttrice della rivista Andersen

Ancora consigli e suggerimenti per coloro che leggono ad alta voce nelle scuole e non solo.  Giovedì 12 maggio, alle 17, si terrà in diretta streaming, sul sito della Regione Toscana (a questo link https://www.regione.toscana.it/diretta-streaming/) la presentazione del libro “Strategie e tecniche per leggere ad alta voce a scuola. 16 suggerimenti per insegnanti del primo e del secondo ciclo” a cura di Federico Batini e Simone Giusti, edito da FrancoAngeli che raccoglie i contributi di Federico Batini, Aurora Castellani, Irene Catanzani, Eleonora Cei, Barbara Ciurmelli, Simone Giusti, Maria Assunta Rutigliano in download gratuito.

Con i curatori intervengono Lea Gemmato, giornalista dello storico programma di Radio Tre dedicato ai libri “Fahrenheit” e la direttrice della rivista “Andersen” Barbara Schiaffino.

Il volume si inserisce nella collana promossa dalla Regione Toscana “Storie per le persone e le comunità” una sezione open access dedicata all’iniziativa regionale “Leggere: forte! Ad alta voce fa crescere l’intelligenza” con l’obiettivo di diffondere la lettura ad alta voce nel sistema educativo e di istruzione toscani, di costruire una cultura della lettura, di formalizzare e documentare le pratiche realizzate sul campo, di riportare i risultati conseguiti con l’intervento, nonché gli esiti della ricerca.

IL LIBRO. La lettura ad alta voce, quando è praticata in modo quotidiano, sistematico e progressivo, è un’attività didattica che facilita lo sviluppo di abilità linguistiche e di comprensione, arricchisce il patrimonio lessicale, sviluppa le funzioni cognitive di base, incide sulle competenze emotive, su quelle relazionali e sulla capacità di comprendere gli altri. A partire da questa consapevolezza, e dalla convinzione che la scuola pubblica sia l’ambiente di apprendimento ideale per fornire davvero a tutte e a tutti la possibilità di sviluppare le proprie potenzialità, questo libro propone suggerimenti pratici per la realizzazione di una didattica della lettura ad alta voce all’interno del curricolo, per tutto il percorso scolare del primo e del secondo ciclo (6/19), con cadenza quotidiana, per un tempo ideale di un’ora al giorno e comunque con sessioni di lettura mai inferiori ai 30 minuti, se non nelle fasi iniziali.

Il volume è uno degli esiti di un percorso di ricerca complessivo e si basa su un’analisi della letteratura scientifica internazionale sulle pratiche di lettura ad alta voce e sul confronto e coinvolgimento attivo, attraverso interviste, di decine di insegnanti che hanno sperimentato l’utilizzo della lettura ad alta voce nelle scuole toscane. Nel testo vengono presentate 16 diverse strategie o tecniche che ogni docente di scuola primaria e secondaria può applicare prima, durante e dopo la lettura ad alta voce, allo scopo di migliorare l’efficacia dell’attività in modo graduale e piacevole.

Il libro è ideale complemento dell’altro volume realizzato, in questa collana, dallo stesso gruppo di ricerca ”Tecniche per la lettura ad alta voce. 27 suggerimenti per la fascia 0/6”(FrancoAngeli).

PER IL DOWNLOAD: i due volumi sono disponibili gratuitamente tra i materiali del progetto “Leggere: forte!” sul sito della Regione Toscana a questo link

https://www.regione.toscana.it/scuola/speciali/leggereforte/i-materiali

M. Malvaldi, Odore di chiuso

Marco Malvaldi tra storia e inchiesta

di Antonio Stanca

   Odore di chiuso è il più recente romanzo di Marco Malvaldi, scrittore pisano di quarantotto anni che da tempo si è fatto conoscere con le sue narrazioni. Come molte altre anche questa, comparsa l’anno scorso, è stata edita da Sellerio e rientra nel genere poliziesco tanto caro allo scrittore.

   Malvaldi è ricercatore presso l’Università di Pisa ed ha cominciato a scrivere romanzi quando aveva poco più di trentanni. Prima è stata la nota serie di polizieschi “I delitti del BarLume” che ha avuto una riduzione televisiva e gli ha procurato molti riconoscimenti. Attirano in Malvaldi la verità sempre da scoprire, la lingua, un misto di italiano e dialetto toscano, e l’umorismo che percorre la narrazione e sa essere misurato, calcolato, mai eccessivo. Fa ridere Malvaldi ma fa pure riflettere, diverte ma istruisce. Tutto questo succede anche in Odore di chiuso, dove si dice che nel 1895 in un castello della Maremma toscana, ad una certa distanza da Livorno, vivono il barone Romualdo Buonaiuti con la vecchia madre, la famiglia, e la servitù addetta a quanto richiesto dalla casa e dalla tenuta circostante. Nel castello, invitati dal barone, arrivano il fotografo Ciceri e Pellegrino Artusi, il noto autore de La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, manuale culinario che ha dato origine alla tradizione gastronomica italiana. Sono stati invitati a soggiornare per qualche tempo e a prendere parte ad una battuta di caccia. Questo è il motivo ufficiale della loro presenza ma col tempo altre verità si scopriranno anche nei loro riguardi.

   Qualche notte dopo il loro arrivo il maggiordomo Teodoro sarà trovato morto, avvelenato, e ancora dopo Agatina, la giovane e bella cameriera con la quale Teodoro doveva sposarsi a breve, sparerà due colpi di fucile contro il barone e lo ferirà. Si sconvolge, nel castello, quella che era la situazione solita, la vita quotidianamente condotta: i familiari del barone, la madre, i figli e alcuni parenti, sono confusi, allarmati, la servitù è in preda al panico, il Ciceri e l’Artusi non riescono a spiegarsi quanto sta succedendo. Continuano, tuttavia, a tenere dotte conversazioni con gli altri, soprattutto quando sono a tavola, e col delegato di polizia che, insieme a due agenti, è stato chiamato per far luce sull’accaduto. Si va avanti tra discorsi elaborati e interrogatori estesi a tutti quelli che si trovano nel castello e intorno. Emergeranno situazioni, verità che nessuno sospettava: si saprà che dei due ospiti uno era creditore del barone, che era venuto a riprendere i soldi prestati, che il barone aveva avvelenato Teodoro per sottrargli il ricavato di una grossa vincita e saldare vecchi debiti, che per questo Agatina gli aveva sparato e tanto, tanto altro si saprà in seguito all’operazione condotta dal delegato. Quello che fino ad allora si era celato, quella vita clandestina che sempre si verifica in posti isolati, privi di rapporti, di scambi, verrà alla luce in quanto ha di grave se non di cattivo, di malvagio. E molto abile sarà il Malvaldi nel farla emergere con gradualità, nel trasformarla in una rivelazione che non smette di sorprendere, meravigliare, nel ricavare un atto di accusa per persone, ambienti generalmente ritenuti lontani da ogni sospetto, nel trarre un motivo di riflessione, nel fare il tema di un romanzo.

   Più nuovo, più riuscito è lo scrittore stavolta per l’ambientazione, i personaggi e l’articolata costruzione della vicenda. Un respiro maggiore mostra di aver acquisito la sua narrazione, più ampia, più estesa è la rappresentazione alla quale fa assistere, più storia, più vita, più modi di essere, di pensare, di fare, accoglie, più significati si propone e a tutto fa posto senza appesantirsi giacché animata è sempre da quell’umorismo che le è solito.

A. Castelli, Albert Einstein

Perché questo mito di Einstein scienziato strepitoso? Perché, in fondo, Einstein ha cambiato le nostre vite. Dalla Prefazione di Luca Perri

Lord Kelvin nel 1900 affermò che in fisica non c’era più nulla di nuovo da scoprire e non restava altro da fare se non eseguire misure sempre più precise; in meno di trent’anni da quella dichiarazione la nostra comprensione del mondo fisico compì uno strabiliante balzo in avanti. Mai abbiamo imparato così tanto in così poco tempo, e ciò fu possibile perché tra i principali protagonisti di questa nuova era della conoscenza scientifica ci fu Albert Einstein. Non c’è dubbio che ci siano stati un “prima” e un “dopo” di lui: ha indelebilmente marchiato con le sue scoperte gran parte della tecnologia odierna e ha ridisegnato il nostro modo di fare fisica.

In questo volume ripercorreremo la sua vita e analizzeremo a fondo straordinari risultati scientifici che molto spesso restano all’ombra delle due celebri teorie della relatività. Perché Einstein è solo un po’ relatività e, soprattutto, non solo relatività.

Andrea Castelli (Bergamo, 1979) lavora come divulgatore scientifico e conferenziere presso “Associazione LOfficina” – Civico Planetario di MilanoHa conseguito un master in Giornalismo e comunicazione istituzionale della scienza all’Università di Ferrara e un dottorato di ricerca in Filosofia all’Università di Bologna, presso la quale è cultore della materia in Filosofia e fondamenti della Fisica per la cattedra di Storia della filosofia antica e membro del centro di ricerca interdisciplinare “APToday – Ancient Philosophy Today”. I suoi ambiti di ricerca riguardano la filosofia dello spaziotempo, la relatività generale e ristretta e lo studio delle opere di Albert Einstein.

L. Durante – A. Lovecchio – P. Martino, Cent’anni di resistenza

La Resistenza barese contro il fascismo
Tra storiografia e militanza: l’assedio alla camera del lavoro di bari vecchia

di Carlo De Nitti

La motivazione che spinge sempre ogni storico verso la scelta dell’oggetto della sua indagine è sempre un bisogno cogente del presente che vive nel suo tempo. Il passato si intreccia sempre con il presente, la storiografia – argomenterebbero i filosofi – con la teoresi.

Nel caso degli storici, la cogenza del presente è data dalla politica e dai suoi valori fondativi della cittadinanza attiva e responsabile: ben lo spiega Adolfo Pepe, Direttore della Fondazione “Giuseppe Di Vittorio”, nella sua prefazione al libro (vedansi le pp. 7 – 15), peraltro, già docente dell’Università degli studi di Bari.

Non si sottrae a questo principio il volume collettaneo Cent’anni di resistenza. L’assalto alla Camera del Lavoro di Bari Vecchia (1922 – 2022), scritto a più mani da Lea Durante, Antonia Lovecchio e Pasquale Martino, recentemente pubblicato a Bari dalle Edizioni Radici Future (pp. 101), come settimo volume uscito nella sua collana “Storia e Memoria”: il libro è stato realizzato con il patrocinio dell’Associazione Nazionale Partigiani, della CGIL Puglia, della CGIL Bari, della Fondazione “Rita Majerotti”.

Questo volume a tre voci ricostruisce, contestualizzandolo nel teso clima politico del tempo – in Puglia, a Mola di Bari, il 26 settembre 1921, era stato assassinato Il deputato socialista conversanese Giuseppe Di Vagno, “[…] il primo deputato assassinato dai Fasci, antesignano  della tragica sorte che negli anni successivi colpirà Giacomo Matteotti, Giovanni Amendola […]” (p. 35) – l’assedio della Camera del Lavoro di Bari Vecchia, la resistenza strenua, tenace, che fu opposta dai lavoratori e dai dirigenti sindacali alle violenze squadristiche. La Camera del Lavoro di Bari fu, nel luglio 1922, sotto la guida appassionata e fattiva di Giuseppe Di Vittorio, già deputato al Parlamento, l’ultimo baluardo contro lo squadriamo fascista, che poco dopo avrebbe preso il potere con la marcia su Roma. “quella risposta all’aggressione fu anche il frutto di una capacità di direzione politica no  semplice e non scontata, affidata all’attività delle organizzazioni dei lavoratori, delle camere del lavoro, dei partiti“ (p. 64).

Nelle tre parti che compongono il volume, Pasquale Martino (Biennio rosso, fascismo e antifascismo in Puglia), Antonia Lovecchio (La “roccaforte dei rivoltosi”) e Lea Durante (Di Vittorio, Majerotti, D’Agostino: una resistenza “impossibile” ed esemplare) – noti ed appassionati studiosi di storia del movimento operaio – offrono un quadro ben esaustivo di cause avvenimenti, protagonisti e … damnatio memoriae che seguì durante il Ventennio, con la distruzione della sede della Camera del Lavoro e la costruzione della scuola materna “Diomede Fresa”, inaugurata nell’anno scolastico 1937/38, munificamente donata da quella famiglia per onorare la memoria del figlio scomparso in un incidente stradale.

Sottolinea Antonia Lovecchio:” […] la vicenda della gloriosa resistenza barese, ancora così poco presente nel discorso pubblico e nella memoria collettiva della città, merita di ottenere la sua centralità nella storia dell’antifascismo italiano, così come occorrerebbe riflettere sulle ragioni per cui per lungo tempo non se n’è pressocché conservata memoria” (p. 42).

A chi scrive piace sottolineare il ruolo della trevigiana Rita Majerotti (1876 – 1960) che, all’impegno politico-sindacale militante – come dirigente a livello nazionale ed internazionale (cfr. pp. 80 – 81), non ultima la fondazione dell’Unione Donne Italiane – univa quello educativo, parimenti importante, di insegnante a Bari, di “maestra elementare”, come un tempo si diceva, e come è qualificata nel giardino barese a lei dedicato, ubicato all’incrocio tra corso della Carboneria e via Brigata Regina nel quartiere Libertà.

Il volume è completato dai Contributi di Gigia Bucci, Giuseppe Gesmundo, Ferdinando Pappalardo e Leonardo Palmisano, i quali sottolineano la perenne attualità del momento storico barese tematizzato: la resistenza democratica a qualunque forma di autoritarismo, in qualsivoglia veste esso si presenti anche nel nostro presente, caratterizzato da forti fenomeni xenofobi, populistici e, dal 24 febbraio scorso, bellici ad un migliaio di chilometri da noi. “Una lezione, questa, in fin dei conti valida anche per l’oggi, e che ci chiama a rapportarci alla situazione odierna […] mantenendo comunque la consapevolezza del fatto che la difesa e la preservazione delle istituzioni repubblicane e costituzionali si nutre innanzitutto dell’unità e della coesione di quelle forze sociali di stampo sindacale che della democrazia pluralistica rappresentano il principale ingrediente” (p. 15). Come sancisce la Costituzione della Repubblica Italiana, artt. 18 e 39, “i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale” e “l’organizzazione sindacale è libera”.

G. Torregrossa, Morte accidentale di un amministratore di condominio

Torregrossa, il piacere di leggere

di Antonio Stanca

   Giuseppina Torregrossa è una scrittrice siciliana. Ha sessantasei anni e da quando ne aveva cinquantuno ha cominciato a dedicarsi alla narrativa e a volte al teatro. Prima aveva prestato servizio quale ginecologa all’Ospedale Umberto I di Roma. Suo romanzo d’esordio è stato L’assaggiatrice del 2007, poi, nel 2009, è venuto Il conto delle minne che ha avuto molto successo e molte traduzioni. E’ seguito un periodo di interesse per il teatro e a quegli anni risalgono importanti riconoscimenti.

   La Torregrossa ha tre figli e vive tra la Sicilia e Roma. E’ impegnata nel volontariato, presiede ed è responsabile di enti e programmi per la prevenzione e la lotta ai tumori. Partecipa della vita politica della sua regione. In molti modi occupa il tempo ma quello per la scrittura narrativa è il suo preferito. Dal 2012 al 2019 ha scritto una serie di romanzi che hanno come protagonista la commissaria Marò Pajno. Anche in queste opere di genere poliziesco l’ambientazione è quella della Sicilia più antica o più moderna. Lo era già stata nei romanzi precedenti: mai sembra stancarsi la Torregrossa di cogliere tempi, luoghi, modi di pensare, di fare, di vivere propri della sua terra d’origine, tutta e in tutto sembra voglia rappresentarla. E’ la sua aspirazione di scrittrice mostrare come si è stati e si sta in Sicilia. E’ un’operazione ampia, estesa visto che la Sicilia è tra le regioni d’Italia quella che ha avuto una storia particolare, nella quale fin dall’antichità si sono succeduti avvenimenti, regimi, personaggi tra i più diversi. Per molto tempo è stata isolata ed esposta, per la sua posizione, alle mire, alle invasioni, alle pretese di popoli stranieri. Voler ripercorrere, ricostruire tanta storia, tanta vita tramite opere di narrativa è un compito quanto mai arduo ma la Torregrossa ci sta provando e finora ci è riuscita.

   L’anno scorso, però, ha scritto Morte accidentale di un amministratore di condominio e l’ha ambientato a Roma. Il romanzo è stato pubblicato da Marsilio nella serie Lucciole.

  Roma è l’altra patria di Torregrossa e giusto le è sembrato scrivere anche di essa.

   Siamo di nuovo nel genere poliziesco: in una delle palazzine di una vasta zona residenziale viene trovato morto, la vigilia di Natale, l’amministratore del condominio. E’ giù, al piano terra, e l’ipotesi più immediata è quella che sia precipitato dalle scale. L’ispettore, Mario Fagioli, inviato dal vicino commissariato e incaricato del caso, all’inizio sembra condividere questa ipotesi ma poi s’insospettisce e crede ci siano altre cose da scoprire. Inizierà un’indagine che si rivelerà più lunga e più complicata di ogni previsione. Gli appartamenti della palazzina sono abitati quasi tutti da donne, vecchie e giovani, vedove e nubili, sposate e separate, belle e brutte, amate e tradite, mogli e amanti. Tutte provengono da famiglie altolocate, hanno parenti ricchi e potenti. L’ambiente sembra privo di sospetti ma dietro quell’apparenza l’ispettore scopre che si nascondono tanti segreti, tanti intrighi. Tra quelle donne ci sono precedenti tali che le portano a spiarsi, invidiarsi, odiarsi. Difficile è diventata la loro convivenza nella palazzina e ancor più difficile l’aveva resa quell’amministratore perché non si era comportato in modo giusto, corretto e tra le inquiline aveva amiche e nemiche, amanti e serve. Lui abitava nel condominio ed anche la moglie aveva esposto alla sua complicata situazione. Riuscirà, pertanto, l’ispettore a ripercorrerla, ricostruirla e a spiegare il caso: era stato un omicidio commesso da alcune di quelle donne e non voluto da altre. Loro sapevano, avevano parlato, avevano agito, avevano visto. Per la polizia, però, sarà un problema: quali delle donne accusare, quali arrestare, quali assolvere visto che impossibile era districarsi tra colpevoli e innocenti, sospetti e dubbi, menzogne e verità?

   Comiche saranno certe situazioni compresa la soluzione finale ad ulteriore conferma della vena ironica che la scrittrice non ha mai smesso di far circolare nell’opera. Ha scaricato, così, ha semplificato il suo linguaggio. Come altre volte si è fatta leggere con piacere.

M. Facciolla, S.O.S. papà, mamma dove siete?

Modesto Facciolla, S.O.S. papà, mamma dove siete?

Scuole, Famiglie e Comunità: Paideia tra Humanitas ed Empatia

di Carlo De Nitti

Fluida, accattivante e calvinianamente “leggera” scorre la lettura di questo recente volume di Modesto Facciolla, pubblicato a Monopoli per i tipi della casa editrice Vivere in. SOS papà, mamma dove siete? non è solo il titolo del volume, ma anche e soprattutto <<è il grido disperato di tanti figli abbandonati al loro destino è che si trovano in questo difficile mondo in una sgangherata società a vivere situazioni di incertezza di pericolo di devianza di disagio spesso senza alcun valido supporto da parte della famiglia>> (p. 10).

In questo volume, l’Autore raccoglie le meditate considerazioni di valoroso uomo di scuola, che offre oblativamente ai lettori: riflessioni distillate dalla sua esperienza di vita familiare (di figlio, di genitore, di nonno) e professionale (di docente, di dirigente scolastico, di pubblico amministratore). In queste pagine, Facciolla esercita il ruolo di educatore “riflessivo” (per dirla con Schon), attraversando i decenni che hanno visto la trasformazione economica, sociale, culturale e, quindi educativa, dell’istituzione familiare e dell’intera società italiana. Oggi <<la famiglia vive tante criticità. Stiamo assistendo al tramonto al declino di ogni valore morale ed etico. Facilmente si dimette dal suo ruolo, abdica alle sue responsabilità, disarmata senza gli strumenti necessari per affrontare le varie difficoltà in cui viene a trovarsi. Spesso, disperata, incapace ed impossibilitata a compiere i propri doveri, fugge dalle responsabilità>> (ibidem).

Chi scrive – da uomo di scuola, con un’ultratrentacinquennale “militanza” al servizio dell’istituzione, ma soprattutto di alunni/studenti e loro famiglie – non può che sottoscrivere le analisi svolte dall’Autore. La crisi della famiglia nucleare tradizionalmente intesa è sotto gli occhi di chiunque: non c’è classe di scuola di ogni ordine e grado in cui i bambini, i preadolescenti, gli adolescenti non vivano situazioni “problematiche”.

Invero, l’uomo è vissuto, fin dai primordi della sua vita sulla terra, insieme ai suoi simili in comunità sempre più vaste fondate dapprima sul legame di sangue poi su di un contratto sociale, che regolava, ancorchè informalmente, le relazioni tra di essi. Tradizionalmente, l’uomo, e la donna, quindi, si costruivano nella vita e nella società in relazione con gli Altri: vivevano in una comunità che si fondava sulla famiglia, sua cellula fondamentale, e sul matrimonio indissolubilmente monogamico (nell’etimo latino di “matris munus” – “il dono della madre” – era compresa anche l’idea della filiazione) che la fondava.

Oggi, da molti anni, la famiglia è divenuta il crocevia di tutte le fragilità sociali: le rotture coniugali sono sempre più frequenti e, con esse, spesso l’assenza di uno dei genitori nella vita dei figli. Il marginalizzare – anche nelle politiche sociali ed assistenziali – il ruolo della famiglia ha avuto conseguenze nefaste per la società tutta: la generazione adulta (i papà e le mamme) è venuta meno alle sue responsabilità, ai suoi “doveri sociali”, in quanto spesso, narcisisticamente, occupata a pensare solo a se stessa, oppure a credere che bastasse riempire con il benessere materiale le nuove generazioni. E’ venuto meno, negli ultimi decenni, quel passaggio di consegne tra generazioni che trasmettono ai figli ed ai nipoti, consapevolmente, modificando ed aggiornando, quanto ricevuto dai genitori e dai nonni.

Lo sviluppo delle tecnologie ha certamente contribuito a rendere difficoltoso il dialogo intergenerazionale: le difficoltà nel creare dialogo non devono indurre al catastrofismo i momenti critici preludono a nuovi equilibri sistemici. Il ‘nuovo’ non può che nascere sotto la forma di un rinnovato ‘umanesimo’ che non escluda il progresso tecnologico in cui sono immersi le donne e gli uomini di questo tempo, ma che non può e non deve degenerare in una sorta di darwinismo sociale, come argomentava alcuni anni or sono (2017), S.E. Mons. Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, in un suo volume laterziano, Il crollo del noi.

In quest’ottica, il volume di Facciolla è permeato di questa humanitas vibrante, nata dalla fede ed approfondita attraverso lo studio del Magistero della Chiesa Cattolica: essa è in tutti i vissuti da dirigente scolastico, ma anche da genitore e da nonno che narra nel volume. L’Autore fa vivere ai lettori un puro distillato di esperienze vissute da educatore, profondamente umane ed umanizzanti, come sempre la paideia. Il fondamento dell’educazione non può che essere l’empatia: <<È la capacità di capire i problemi altrui e di aiutare a risolverli. E’ la capacità (virtù) di immedesimarsi nello stato d’animo dell’altro per comprenderlo ed essergli accanto. In altri termini è mettersi nei panni dell’altro e condividere le sue difficoltà, prendersi cura di qualcuno […] Di empatia ne abbiamo tanto bisogno noi oggi […] I nostri figli devono essere educati anche a praticarla con compagni che altri evitano e che tanto hanno bisogno di essere compresi ed aiutati […] l’empatia è una virtù rara, ma possibile>> (pp. 76-77 passim).

Essa è patente nelle pagine di Modesto Facciolla, come, ad esempio, quando narra “qualche aneddoto” – vedasi le pagine 86 – 97 – tratto appunto dalla sua esperienza di dirigente scolastico, ma anche di marito, di padre e di nonno. Nell’ambito del capitolo sulla “nonnità” – come la chiamava, in un suo volume del 2011, lo storico della pedagogia Vittoriano Caporale – il fugace ma toccante paragrafo “Una giornata da ricordare” (pp. 142 – 145), testimonianza di fede profondamente vissuta e di una capacità infinita di trasferire emozioni e sentimenti anche alle bambine ed ai bambini: <<provare certe emozioni ci rende più liberi e meno arroganti>> (p. 145).

L’attenta e meditata lettura del volume qui recensito è sicuramente giovevole a tutti i lettori – che, c’è da augurarsi, siano tanti – che vogliano prendere a modello una ‘storia di vita’ esemplare. In particolare, è una lettura certamente da consigliare per chi, dirigendo un’istituzione scolastica di qualsiasi ordine e grado, lo voglia fare con lo spirito paidetico dell’educatore, a vantaggio degli alunni/studenti e non già con lo spirito “burocratico” di chi lavora esclusivamente tra le carte o, peggio, avendo esse come fine ultimo della propria azione professionale.

Da persona di scuola, in questo frangente, chi scrive non può non pensare a quell’<<umanesimo della scuola>> di cui argomentava, nel 1983, nel suo volume omonimo, un grande pedagogista cattolico quale Cesare Scurati (1937 – 2011). Egli riservava, nell’ambito delle professioni educative, all’allora direttore didattico/preside (la dirigenza scolastica, collocata nell’Area V, era, illo tempore, di là da venire) la dimensione “educazionale”, che coniugava (e coniuga, se è lecito, a chi scrive queste righe, dirlo) la dimensione educativa strettamente intesa con quella organizzativo-gestionale. Non a caso, il grande pedagogista aveva un passato da direttore didattico.

A chi scrive piace pensare che il fine ultimo di ogni “carta” che si produce nelle scuole sia finalizzata a creare le migliori condizioni per l’istruzione educazione dei discenti: parafrasando il Kant che argomenta sul rapporto tra i sensi e la ragione, l’educazione senza la gestione probabilmente è vuota, ma la gestione senza l’educazione è sicuramente cieca.

Il fine autentico delle scuole e delle famiglie consiste nell’educare alla vita ed ai valori: il volume di Modesto Facciolla, SOS papà, mamma dove siete? ci aiuta ottimamente a ricordarlo a tutt*, nessun* esclus*.

A. Vitali, Il metodo del dottor Fonseca

Andrea Vitali tra i misteri della vita

di Antonio Stanca

   Nato a Bellano, in provincia di Lecco, nel 1956 Andrea Vitali ha sessantasei anni. A Bellano vive e qui ha svolto la professione di medico fino al 2008 quando ha cominciato a dedicarsi completamente alla scrittura narrativa. Scriverà molti romanzi, avrà molti riconoscimenti e molto tradotto sarà. Piaceranno delle sue opere l’ambientazione, che generalmente è quella dei paesi che, come Bellano, stanno intorno al lago di Como, la lingua semplice, scorrevole, vicina al parlato, e la capacità di muovere da circostanze comuni e giungere a situazioni complicate, difficili se non impossibili da risolvere. Quotidiana è la vita che Vitali rappresenta, normali i suoi personaggi, in modo chiaro scrive eppure succede che tanta facilità giunga a complicarsi a volte in modo drammatico, tragico. Vitali crede così di poter muovere un’accusa, di protestare contro un tipo di vita, di società come quella attuale dove basta una svista, una distrazione per trovarsi in un problema senza fine. Essendo diventato, quello moderno, un ambiente fatto di regole ben determinate, di sistemi di alta precisione, è sufficiente sbagliare una volta per rimanere senza via d’uscita. Questo è il senso, ha dichiarato lo scrittore, di quegli oscuri intrighi che si verificano nelle sue narrazioni, che richiedono tanto tempo, tanto lavoro per essere risolti quando non rimangono senza soluzione.

   Oggi bisogna stare attenti se non si vuole finire male. In verità è così e questo spiega il cruccio, il rimorso di tanti personaggi del Vitali che, una volta finiti nei guai, aspirano a tornare alla semplicità, alla spontaneità della loro prima condizione. Anche in quest’ultimo romanzo intitolato Il metodo del dottor Fonseca, al quale l’anno scorso Mondadori Libri ha dedicato un’edizione speciale su licenza Einaudi, il protagonista, un ispettore di polizia, non vede l’ora di rientrare nella sua città, nel suo ufficio se non addirittura di lasciare anche questo per una vita più serena, più tranquilla. Lo farà dopo aver svolto il compito che gli è stato assegnato.

   Doveva condurre un’indagine circa l’omicidio di una ragazza avvenuto a poca distanza dalla città dove aveva sede l’Ufficio di polizia. Era un paese compreso, come tanti altri, tra monti e boschi, si chiamava Spatz. Al momento dell’incarico all’ispettore era stato detto che si trattava di un’azione formale, limitata a registrare l’accaduto visto che si conosceva anche il colpevole, cioè il fratello della vittima, un minorato mentale che viveva con lei in una casa di campagna dopo la morte dei genitori. Una semplice verifica di quanto successo doveva fare quell’ispettore che, quindi, si avvia alla volta di Spatz con una macchina in difficoltà anche a causa della strada di montagna che percorre. Arrivato sul posto troverà poche case, poche persone, una locanda dove mangiare e dormire, un medico che si fa vedere ogni tanto, una guardia distrettuale, un postino e qualcun altro che scoprirà col tempo e che invece di chiarirgli, spiegargli l’accaduto lo complicherà fino a farlo diventare difficile da capire. Innanzitutto quel fratello che si pensava avesse ucciso la sorella non era stato ancora arrestato, era latitante, e ogni volta che l’ispettore cercava di sapere, di informarsi di lui e di altri aspetti del caso, si trovava con discorsi che li evitavano o li confondevano. Neanche i luoghi del delitto gli saranno di aiuto e solo un piccolissimo diario della ragazza uccisa gli suggerirà qualche via da seguire. Non una registrazione ma un’indagine vera e propria doveva compiere e lo farà. Pur tra problemi e ostacoli di ogni genere, tra sogni, incubi, visioni, telepatie, riuscirà a scoprire la verità. Era stata una vicenda molto complicata, aveva coinvolto non solo le poche persone del posto ma anche alcuni medici di una clinica speciale che sorgeva a poca distanza da Spatz. L’assassino non era stato il fratello della vittima e questa rientrava in una serie di omicidi. Aveva creduto di non farcela l’ispettore tanto ampio e intricato era diventato il problema, aveva rischiato la vita ma era riuscito.

    Ancora una volta Vitali fa assistere ad un caso che diventa sempre più difficile, alle paurose verità, alle complicazioni, ai misteri che lo compongono ed infine alla sua spiegazione. Così riesce a creare una situazione sempre sospesa, a coinvolgere il lettore, incuriosirlo, sorprenderlo: è la sua maniera di essere scrittore!

C. Ruta, Gli equivoci del medioevo

Il medioevo come età logica, dell’istruzione universitaria e delle lingue d’Europa
Intervista a Carlo Ruta, direttore scientifico del Laboratorio degli Annali di storia, sui «secoli bui»

a cura di Diego Protani

Come nasce il saggio Gli equivoci del medioevo, appena uscito in libreria, e quale è stata l’esigenza per affrontare questo tema?

Questo ragionamento sul medioevo nasce con lo scopo di fare chiarezza e porre un argine al dilagare dei luoghi comuni. Si fa ancora fatica a conoscere e a riconoscere quei secoli, che ancora oggi sono visti come sinonimo di decadenza, superstizione, ignoranza e pregiudizi. In realtà il medioevo fu un’età straordinariamente colta e l’età logica per eccellenza. Ereditò la logica dagli antichi, ma con pensatori come Anselmo d’Aosta e Duns Scoto portò il ragionamento deduttivo alle soglie di una logica che oggi, ripensata da studiosi del del XX secolo, viene considerata la più dirompente e complessa. Anselmo ebbe dimestichezza con il concetto di «necessità» portandolo molto avanti, nel Proslogion, rispetto alle concettualizzazioni del pensiero antico. Scoto, che la Chiesa chiamava non a caso il doctor subtilis, si arrovellò sul concetto di «possibilità», che, cosa davvero sorprendente, è l’elemento cardine della logica modale di Godel e altri studiosi più recenti. Con le dispute sugli «Universali», Abelardo, Giovanni di Salisbury, Tommaso d’Aquino e altri investigavano inoltre i costrutti sottili dei nomi, dei generi, del linguaggio e le nervature della dialettica. Il Medioevo è da considerare già per questo, è il caso di ribadirlo, una età propriamente logica.

Quali altri motivi mettono in luce un medioevo straordinariamente colto?

Fu in quei secoli che nacquero, per «sedimentazione» secolare e infine per progetto, tra Duecento e il Trecento, le lingue che ancora oggi parliamo: l’italiano, il francese, il castigliano, il portoghese e altre. La strutturazione di una lingua, che in quei casi si arricchì appunto di progettazioni consapevoli, è qualcosa di dirompente, che genera quesiti, visioni del mondo, argomenti, percorsi sintattici e altro ancora. E tutto questo richiama ancora le virtualità progressive di quel mondo. Da quel travaglio linguistico e letterario, che nel caso italiano raggiungeva il clou con lo Stil Novo e con Dante, prorompevano di lì a poco l’Umanesimo e il Rinascimento. Da quel lavorio logico e dialettico, durato per secoli, venivano inoltre sollecitazioni al pensiero scientifico, rivitalizzato intorno al XIII secolo attraverso l’impegno dei pensatori scolastici, che rileggevano l’aristotelismo, in virtù delle nuove traduzioni disponibili, e azzardavano visioni originali del mondo empirico, come nel caso di Ruggiero Bacone.

Cos’altro propone il medioevo sotto questo profilo?

Le università. Proprio in quei secoli nasceva e si diffondeva in Europa  lo Studium generale, destinato a modificare in profondo gli assetti degli studi e gli statuti della conoscenza, con effetti che ancora persistono nelle fondamenta dell’odierna organizzazione degli studi universitari. Non era esistito mai nulla di simile nel mondo antico, e il mondo moderno ne ha assunto in toto l’eredità. Insieme ai monasteri benedettini, gli Studia si possono considerare perciò la struttura portante del tempo logico. Tali istituzioni culturali ebbero in realtà una incubazione lunghissima, che risale per certi versi al periodo tardo antico, quando cominciavano formarsi le  scuole delle cattedrali, che non prevedevano solo insegnamenti canonico-religiosi ma anche scientifici e dialettici. Studia come quelli di Parigi, Cambridge, Oxford, Tolosa, Bologna, Padova e Napoli, nati tutti nel XIII secolo, costituiscono il grumo profondo che rese possibile i rovesciamenti paradigmatici del pensiero scientifico della prima modernità. La formazione di Copernico fu, ad esempio, eminentemente universitaria, maturata nelle prime fasi soprattutto in Italia, presso lo Studium ferrarese, sorto nel 1391.

Lei parla di Boezio: quanto è stata importante la sua figura?

La figura di Severino Boezio, pensatore dell’aristocrazia romana e politico di primo piano nel regno goto di Teoderico, costituì il punto di raccordo tra il pensiero antico e quello che, in maniera anche tenace e originale, avrebbe acceso i «secoli bui». È da considerare quindi come primo rappresentante di un’età che già in quegli esordi andava logicizzandosi, malgrado  le difficili condizioni materiali in cui versava l’Europa, attraversata da guerre e tensioni etnico-religiose. Boezio tradusse in latino e annotò, rendendole disponibili ai pensatori del tempo e dei secoli a venire, opere-chiave dell’analitica aristotelica, selezionando e focalizzando i temi logico-dialettici che più riteneva importanti. C’è poi il Boezio in disgrazia, tenuto in una prigione di Pavia negli anni venti del VI secolo, che prima di essere giustiziato, nel 526, stendeva De consolazione philosophiae, un dialogo incalzante con la filosofia, resa con le sembianze di donna: di fatto un dialogo con se stesso, una autoanalisi a tutto campo oltre che una impietosa e sottile critica della politica, che rimane una pietra miliare del pensiero morale.

Tommaso d’Aquino, Francesco d’Assisi: quanto erano distanti dalla Chiesa dell’epoca e quale fu il ruolo assunto dagli ordini mendicanti?

Entrambi, da postazioni molto diverse, erano in realtà parte attiva della Chiesa e ne difendevano l’unità, diversamente dai movimenti cosiddetti pauperistici, che si ponevano fuori dal sistema. In quel secolo, il XIII, la Chiesa romana era nel pieno della sua egemonia, che le permetteva di rivendicare con pienezza la primazia formalizzata nel dictatus papae dell’XI secolo, di epoca cioè gregoriana. Senza temere lo scontro con i poteri temporali, a partire da quello imperiale, essa andava ricomponendosi quindi, di volta in volta, di riforma in riforma, di scomunica in scomunica, in un universalismo plenario e funzionale. Traeva quindi a sé, approvandone la regula, diversi ordini mendicanti, tra cui i frati minori di Francesco e i domenicani assunsero presto ruoli «strategici». Per la Chiesa di Gregorio IX si trattava in realtà di una risorsa organizzativa su cui puntare, perché montava proprio allora l’invettiva contro i costumi del pontificato romano, ritenuti indecorosi. Era il tempo, ad esempio, in cui dilagava nel sud della Francia l’eresia cataro-albigese, contro cui Gregorio poté mobilitare soprattutto i domenicani. E l’ordine fu presto ristabilito, anche perché proprio allora veniva istituito il tribunale dell’inquisizione proprio in funzione antiereticale. Francesco e il suo movimento in questo quadro costituivano un mondo a sé, nello spirito di una religiosità dal basso che tuttavia permise al sistema ecclesiale di essere al passo con i tempi, più forse di quanto lo fossero alcuni regni potenti. Con l’impegno di questi frati, evangelizzatori e predicatori, la Chiesa di Gregorio IX, di Innocenzo IV e di altri papi poté stabilire relazioni con alterità che si affacciavano, anche in maniera traumatica, alla storia dell’Europa, come, ad esempio, quella mongolo-cinese. E gli esiti in questo caso, come si evince da numerosi rapporti dell’epoca, come quello del francescano Giovanni dal Pian del Carpine, furono molto produttivi. Dal canto suo, Tommaso, il doctor angelicus, che era domenicano, non si accontentava in fondo della fede e interpellava la scienza. Entrambi erano espressione allora di una Chiesa che sotto l’avanzata della steppa mongola, che  apriva il mondo come una melagrana, riusciva a leggere i fatti e a restare in un equilibrio quasi perfetto tra le rigidità formali della tradizione e la necessità di misurarsi con i nuovi profili, materiali e politici, della temporalità.

Lei parla degli anni bui dei roghi. Il 70-75% dei casi furono donne: si può parlare di femminicidio?

Il termine, legato alla realtà attuale, può fornire un’idea, ma non una chiara messa a fuoco di quel che accadde non nei «secoli bui» bensì, si badi bene, nel pieno della modernità. È documentata a sufficienza una violenza lunga e continuata con significative caratterizzazioni di genere, che attraversò il continente con virulenza e con caratteri distinguibili dal XV secolo, quando fu sperimentata l’Inquisizione di rito spagnolo al XVIII secolo. Non si può parlare allora di un lascito del medioevo. Ciò avveniva quando in Europa i più potenti regni nazionali, ormai di vocazione imperiale e di proiezione oltreoceanica, e l’ascesa delle borghesie ponevano argini ormai incontrastabili alle mire universalistiche della Chiesa. Si apriva allora l’età dei grandi scismi della cristianità, della controriforma, del gesuitismo di Ignazio da Lojola e della Congregazione del Santo Uffizio, che rielaborava e radicalizzava le pratiche dell’inquisizione. Era il tempo delle grandi e lunghe guerre di religione, che si sarebbero succedute fino alla metà del XVII secolo, quando venne sottoscritto il trattato di Vestfalia che definiva nuove regole riguardanti le relazioni degli Stati e le differenze religiose. Naturalmente anche nelle aree delle religioni riformate si ebbero fenomeni di «caccia alle streghe». Anche Stati e poteri laici dell’Europa e di altri continenti ne furono a vari livelli coinvolti. L’epicentro è ravvisabile tuttavia nei nuovi orientamenti della Chiesa, in un orizzonte complesso, che non manca ancora oggi di zone d’ombra significative in sede storica e antropologica.

Giovanna d’Arco è forse il nome più famoso. Perché questa storia è rimasta così impressa nonostante siano passati secoli?

Gli scenari sono quelli di un Quattrocento europeo scosso e travagliato da tensioni dinastiche e guerre tra nazioni. La vicenda è quella di una giovanissima francese che dava al suo accostamento con il trascendente una forte connotazione politica e militare, di liberazione nazionale. Giovanna d’Arco assunse infatti, con il consenso di Carlo VII, la guida delle armate francesi portandole alla liberazione dell’Orleans e di altre aree del paese già assoggettate all’Inghilterra. Catturata infine dagli Inglesi venne messa al rogo, nel 1431, all’età di appena 19 anni, per eresia e stregoneria, con un processo riconosciuto poi, anche ufficialmente, come una farsa. Può essere considerata una vicenda emblematica perché introduceva introduceva in qualche modo, per i modi in cui fu imbastita l’accusa e il tipo condanna inflitta alla giovane condottiera, il paradigma di quella che sarebbe diventata, appunto, la moderna «caccia alle streghe».

N. Govoni, Bianco come Dio

Govoni, un esempio di coraggio

di Antonio Stanca

Nicolò Govoni è nato e cresciuto a Cremona, ha appena trentanni e tanta esperienza. Quando ne aveva venti ha preso parte ad una missione umanitaria che si proponeva di aiutare un orfanotrofio, Dayavu Home, situato in una zona povera e sperduta dell’India meridionale. Qui Govoni sarebbe rimasto non un mese come previsto ma quattro anni e molto avrebbe fatto per quegli orfani e per quel posto. Inoltre, all’Università di Pune, grande città del Maharashtra, si sarebbe laureato in Giornalismo.

   Si è poi spostato in Grecia nell’isola di Samo, dove ha fondato “Mazi”, la prima scuola di Emergenza e Riabilitazione per bambini profughi dell’isola. Ancora in Grecia, insieme ad altri volontari, ha creato l’organizzazione umanitaria “Still I Rise” che si propone di istituire scuole per bambini profughi in ogni parte del mondo. Nel 2020 Govoni è stato nominato al Premio Nobel per la Pace. Attualmente vive in Turchia dove ha fondato la prima scuola internazionale per profughi del mondo. Ha anche scritto dei libri che stanno tra il documento, la polemica, la denuncia e la narrazione: al 2018 risale Bianco come Dio, al 2019 Se fosse tuo figlio, al 2020 Attraverso i nostri occhi, un libro fotografico.

   L’anno scorso Rizzoli, che ne aveva curato l’edizione definitiva nel 2018, ha ristampato Bianco come Dio, un libro che Govoni scrisse sperando di ricavare dalla vendita il necessario per dotare di una biblioteca quell’orfanotrofio indiano che aveva visto le sue prime operazioni umanitarie. Era riuscito nell’intento, l’opera, pur se all’inizio ancora incompleta, era stata un caso editoriale, i proventi erano venuti. Erano piaciuti a molti, moltissimi lettori, il contenuto e lo stile. Insieme al cronista che riporta, al giornalista che discute, Govoni era stato lo scrittore che coglie i pensieri, i sentimenti più intimi dei suoi personaggi, che indaga nel loro spirito e porta alla luce quanto vi si nasconde. La sua scrittura non è solo un documento, non riprende soltanto luoghi, ambienti, circostanze ma si sofferma pure a dire cosa si pensa, come si vive, quanto si soffre in un’India dimenticata da tutti, rovinata dalla povertà, dalla malattia, dalla morte. Un mondo finito era andato a scoprire Govoni con quella prima missione. A quel mondo, a quei tempi, a quei posti, a quella gente è dedicato Bianco come Dio, un’opera autobiografica che niente trascura di quanto l’autore vide e visse allora. Era durata quattro anni quell’esperienza, Govoni l’aveva prolungata perché aveva scoperto che aiutare i bisognosi, gli afflitti, gli ammalati, sarebbe dovuto essere il compito della sua vita: aveva venti anni, prima non ci aveva pensato, ora gli si era chiarito. Di fronte ad un’umanità che sempre più si arrendeva ad una terra priva di risorse e destinata a finire, a scomparire nelle cose e nelle persone, Govoni intuisce che da un disastro simile ci si può salvare, che la rovina si può evitare se si pensa a come superarla, se ci si prefigge questo obiettivo. Si convince che si può ricominciare se lo si vuole. E così sarà: non penserà più ad andarsene, rinuncerà ad ogni altra possibilità di impiego anche se più vantaggiosa, intraprenderà quella via di aiuti, soccorsi, quei rapporti di scambio, partecipazione, quell’azione di solidarietà umana, sociale che lo avrebbe portato in seguito alla creazione di organismi internazionali preposti a modificare, migliorare nel mondo le sorti dei paesi più poveri. In India, tra i bambini dell’orfanotrofio, tra la gente di un posto arretrato, lontano dai centri urbani, tra la povertà diffusa, Govoni comincerà la sua opera di “salvatore”. Diventerà amico di quei bambini, li istruirà assecondando la capacità, la volontà di ognuno, li farà crescere, vivere senza sentirsi esclusi, colpevoli, li libererà da ogni peso. Provvederà alla realizzazione di opere pubbliche utili alla comunità. A volte richiederanno molto tempo ma non si arrenderà, aspetterà, riuscirà. Doterà la scuola di un nuovo dormitorio, di una biblioteca, farà della lettura uno degli impegni preferiti dai bambini. Agli studi superiori li farà giungere e anche all’università. Una rivoluzione sarà la sua, era bastato crederla possibile e l’aveva fatta.

    Difficile diventerà per lui andarsene da quell’India dove nessuno accettava l’idea di rimanere senza di lui, di non averlo accanto. Si convinceranno tutti, però, quando capiranno che del suo aiuto, del suo coraggio, della sua volontà, della sua capacità, avevano bisogno altri posti nel mondo, altre genti. Così sarebbe stato e il libro si conclude con un addio che non sembra rinunciare alla promessa di un ritorno.

M. Sicignano, Ovunque sia, saremo insieme

Marzia Sicignano scrive di donne

di Antonio Stanca

   A Scafati, in provincia di Salerno, vive Marzia Sicignano. Ha venticinque anni, frequenta l’Università e scrive poesie sulla sua pagina Instagram “Io, te e il mare”. Questo è pure il titolo del suo primo romanzo comparso nel 2018 presso Mondadori. Nel 2019 è venuto il secondo, Aria, e nel 2020 il terzo, Ovunque sia, saremo insieme. Anche questi sono stati pubblicati da Mondadori e dell’ultimo lo scorso Giugno c’è stata un’edizione speciale. Le illustrazioni sono di Sara Di Francescantonio. 

  Fin dal primo romanzo, diventato un bestseller, il successo ha arriso alla Sicignano che capace si è mostrata di cogliere con immediatezza quanto avviene nell’animo, nel pensiero di giovani donne e renderlo con un linguaggio molto vicino. Leggerla è come sentir parlare i suoi personaggi, vederli, assistere ai loro movimenti. Una trasposizione fedele di quanto, di come fanno sembrano le sue opere e così pure Ovunque sia, saremo insieme. Qui due ragazze, Sara e Marta, ripercorrono la loro vita.

   L’opera è composta da brani in prosa che si alternano con altri in versi. Sono i due aspetti della scrittura della Sicignano che stavolta vogliono trovare pari espressione. La poesia segue la prosa e diventa una considerazione, una valutazione, una riflessione su ciò che in essa dice l’una o l’altra ragazza, su quanto di loro si sa. Il fatto e il giudizio procedono insieme quasi a voler fissare, suggellare ogni frangente, ogni aspetto del cammino che le due hanno compiuto da piccole a grandi. Quello che è di una diventa anche dell’altra, niente rimane tra loro di non scambiato, non riferito, non confidato. Sempre insieme stanno. Tutto si dicono delle cose proprie e a volte anche di quelle degli altri. I loro discorsi sono la misura alla quale il mondo finisce per essere ridotto. Di quel mondo fanno parte anche genitori, insegnanti, compagni, ma limitata rimane la loro funzione, la loro importanza. Importanti saranno, invece, Matteo per Sara e Mirko per Marta. Diventeranno i loro ragazzi, rappresenteranno un riferimento fondamentale, con loro si scopriranno completamente nel carattere, nel modo di intendere, di fare: più restia, più solitaria, più nascosta Sara, più rivolta all’esterno, più bisognosa di scambi, sostegni Marta. Né l’una né l’altra, però, avrà successo col suo ragazzo, entrambe saranno lasciate, di nuovo insieme torneranno una volta rimaste sole. A lungo parleranno della loro storia d’amore, se ne faranno una colpa e intanto non usciranno dai problemi che le assillano, quelli propri della loro persona. Tramite Matteo e Mirko avrebbero potuto superarli ma non erano riuscite. Quell’esperienza aveva confermato che solo insieme potevano stare, solo insieme potevano trovare le ragioni per capirsi, spiegarsi, volersi, per vivere anche quando sarebbero diventate adulte.

   Un altro romanzo ha fatto la Sicignano di un altro caso della vita, del rapporto prima tra due bambine poi tra due ragazze. E’ la terza sua opera e la femminilità sembra confermarsi come il motivo ricorrente della sua scrittura, sembra voglia trovare con questa la sua voce più vera, più autentica.

   Di donne vuol dire la Sicignano, soprattutto di donne in formazione, seguirle vuole, mostrare cosa pensano, cosa fanno, come parlano, come crescono, come amano. Le vuole far vedere senza intervenire, quasi le fotografasse.

   E’ un’operazione nuova, insolita, difficile soprattutto se si tiene conto che a farla è una scrittrice molto giovane.

AA.VV., Una scuola su misura

Maria Buccolo, Federica Pilotti e Alessia Travaglini, “Una scuola su misura. Costruire azioni di didattica inclusiva”, FrancoAngeli, Milano, 2022, pp. 178.

di Valerio Ferro Allodola

Nonostante si parli spesso di inclusione, numerose sono ancore le sfide alle quali la scuola deve ancora rispondere. “Cosa significa progettare nella scuola dell’inclusione? È possibile coniugare le esigenze formative di discenti che presentano interessi, caratteristiche e stili cognitivi molto diversi tra di loro? Come promuovere il benessere emotivo degli allievi?”. Sono queste le questioni poste dalle autrici nel corso della loro riflessione. Questioni che, per la loro complessità, sono tuttora al centro di numerosi studi e ricerche. Da un lato, infatti, emerge con una evidenza sempre maggiore che la costruzione di una scuola inclusiva non riguardi solamente l’insegnante specializzato al sostegno; dall’altro è innegabile, come evidenziano gli attuali dati di ricerca, che il cambiamento non dipenda solamente dalla quantità delle risorse impiegate (considerate in termini di numero di docenti, disponibilità di dispositivi adeguati,  presenza di laboratori, ecc.). Questi elementi, infatti, seppur indispensabili per l’implementazione di metodologie e pratiche didattiche adeguate, devono essere affiancati da una riflessione accurata di tipo teorico, che tenga sempre in mente il perché, il come, il quando si opera. Il tutto senza mai perdere di vista il contesto educativo nel quale si costruisce un intervento educativo,  laddove con il termine contesto si fa riferimento a una dimensione ampia e variegata nella quale interagiscono in modo dinamico vissuti, emozioni, pensieri, dei discenti tanto quanto dei docenti.

L’intento delle autrici, allora, è quello di muoversi all’interno di un panorama così complesso, con l’obiettivo di delineare alcune piste, dal punto di vista teorico e pratico, che possano sostenere i docenti nei processi di insegnamento-apprendimento. Tre sono, in particolare, le parole chiave che animano il loro percorso: l’inclusione, considerata come un processo rivolto alla trasformazione di un contesto educativo affinché questo possa rispondere alle esigenze formative di tutti gli allievi, la relazione educativa, intesa come “luogo” nel quale far convergere in modo sinergico processi affettivi e cognitivi e, infine, le tecnologie, ritenute come elementi da valorizzare per la loro potenzialità nell’alimentare negli allievi la creatività e il pensiero divergente. L’intento dichiarato dalle stesse autrici in più parti del volume  non è quello di offrire ricette preconfezionate, quanto piuttosto quello di formare professionisti che coltivino l’attitudine alla ricerca, che progettino e sperimentino, coinvolgendo i propri colleghi secondo la prospettiva della comunità di pratica e della contitolarità, interventi inclusivi secondo una prospettiva multi e intradisciplinare, in grado di valorizzare le differenze individuali di ciascun allievo, abbattendo le barriere che, a volte anche inconsapevolmente, ne ostacolano la piena partecipazione.

Non a caso le autrici si richiamano direttamente a Claparède, pedagogista svizzero che vedeva nella realizzazione di una “scuola su misura” una risposta concreta e tangibile per costruire e realizzare processi individualizzati e personalizzati, che rispondano ai principi dell’equità e delle pari opportunità.

Particolarmente interessanti sono le risorse online a disposizione del lettore, che racchiudono alcune unità di apprendimento elaborate da docenti e allievi tirocinanti di diverso ordine e grado che hanno dialogato con le autrici nell’ambito di corsi di formazione presso l’Università La Sapienza (Corso di laurea in Scienze della formazione primaria) e l’Università Roma Tre (Corso di specializzazione alle attività di sostegno IV e V Ciclo), nonché materiali e schede da utilizzare per la verifica e la valutazione degli allievi e dei processi di insegnamento-apprendimento.

V. M. Manfredi, Antica Madre

Manfredi di nuovo scrittore

di Antonio Stanca

Nato a Castelfranco Emilia, in provincia di Modena, nel 1943, Valerio Massimo Manfredi ha settantanove anni ed ancora continua nella sua attività di studioso, ricercatore, archeologo, narratore. Si è laureato in Lettere Classiche presso l’Università di Bologna e specializzato in Topografia del Mondo Antico all’Università del Sacro Cuore di Milano. Ha insegnato in Università italiane e straniere e soprattutto molto ha scritto tra giornali, riviste, libri, tra storia, narrativa, saggistica. Anche la televisione e il cinema hanno riguardato la sua ampia attività.

   Il mondo antico è stato l’ambito principale dei suoi interessi, quello che ha attirato i suoi propositi di studioso e ricercatore. Molto, tramite Manfredi, le sue ricerche, le sue scoperte, le sue pubblicazioni, si è saputo del passato, di quanto era rimasto ancora sconosciuto o poco noto. Non si è mai stancato d’indagare ma nemmeno di costruire attorno a particolari eventi, luoghi, personaggi della storia antica, vicende immaginarie, inventate, che facessero di quelli gli elementi, gli aspetti di un romanzo. Più volte è successo nella sua vasta produzione e famoso è diventato Manfredi come storico e come scrittore. I cicli di romanzi Alexandros del 1998e Ulisse del 2012-2014, il loro successo, sono la prova più evidente di come dalla storia sia egli giunto alla narrativa. E scrittore è stato ancora con Antica Madre, romanzo del 2019 al quale recentemente Mondadori Libri ha dedicato un’edizione speciale.

   La storia è quella degli anni 62-65 d.C. quando l’imperatore romano Nerone aveva inviato in Egitto, terra dell’Impero, il centurione Furio Voreno a capo di una spedizione composta da legionari, pretoriani e tecnici affinché scoprissero la fonte del Nilo, allora ritenuto il più grande fiume del mondo. Questo era il motivo ufficiale della missione ma c’era un altro che consisteva nel rinvenire l’enorme quantità di oro che si diceva ci fosse in quei luoghi e portarla a Roma.

   Voreno perseguirà il primo scopo anche perché dell’altro non era stato incaricato e sapeva solo quel che serpeggiava segretamente tra i suoi dipendenti. Da Nerone aveva ottenuto che la bellissima e selvaggia ragazza etiope, Varea, portata in precedenza a Roma ed esibita nell’arena per la sua forza, la sua agilità, il suo coraggio, facesse da guida alla spedizione perché molto esperta dei luoghi egiziani. Voreno s’innamorerà di Varea, staranno insieme e la storia del loro rapporto percorrerà l’intera opera del Manfredi trasformando quello che doveva essere un resoconto di viaggio in un romanzo d’amore. Lo scrittore combinerà la storia pubblica con quella privata, gli eventi ufficiali con quelli personali, intimi, mostrerà come grazie a Varea Voreno giunga a sapere, a vedere tutto di quei posti sconosciuti, misteriosi, come si salvi da tanti pericoli compreso quello dello scontro finale con l’immenso esercito etiope. Non potranno, tuttavia, rimanere insieme poiché lei non può staccarsi dalla sua terra d’origine, non può prendere strade diverse. La sua terra è la sua “antica madre” e altro non ci può essere per lei se non la gente di quella terra, di quella madre.

   Una storia vera è diventata una storia d’amore, un momento della storia di Roma è diventato il motivo di un romanzo. Manfredi non è rimasto a fare semplice cronaca di quella spedizione ma si è soffermato a cogliere quanto di particolare, di tenero avveniva tra due giovani, a dire del loro amore anche se difficile e irrealizzabile. Non ha scritto solo di soldati in marcia tra popoli sconosciuti ma anche di luoghi meravigliosi, unici per la bellezza, il fascino delle albe, dei tramonti, per le luci, i colori delle acque, delle piante, dei monti, dei fiumi, dei laghi. Si è richiamato a tempi lontani, remoti, alle loro leggende, li ha collegati con quelli vicini, attuali. Un tempo infinito, un paesaggio incantato hanno fatto da sfondo all’amore tra Voreno e Varea. Una dimensione diversa hanno procurato a quanto stava accadendo, un respiro più ampio, un significato più profondo, arte hanno fatto della storia.

V.M. Caragnano, Se la maestra avesse il naso rosso

Valeria Maria Caragnano, Se la maestra avesse il naso rosso,
Dialoghi, Viterbo, 2021, pagine 66.

di Maria Buccolo

“Voglio essere una maestra con il naso rosso, perché il clown è un maestro di autoironia, non ha paura dei propri errori e delle proprie cadute”…

Si apre cosi il volume “Se la maestra avesse il naso rosso” che rappresenta  un saggio breve ma di grande intensità emotiva che nasce dall’esigenza dell’autrice di esprimere se stessa e il suo modo di essere all’interno di un modello di scuola e di vita che pone al centro la leggerezza e il sorriso come elementi di lettura ed interpretazione della realtà. L’autrice dopo aver svolto un per-corso come clown dottore presso alcune strutture sanitarie e associazioni di Roma, ha deciso di ri-pensarsi in una nuova veste mettendo in pratica una nuova metodologia di insegnamento fondata sulla pedagogia dell’umorismo, un percorso che pone al centro dei processi  di insegnamento-apprendimento la promozione del ben-essere degli alunni. La maestra col naso rosso come emerge più volte tra le pagine del volume è una docente sovversiva e provocatrice, che ricorre alla valenza educativa dell’umorismo, della risata e del pensiero non giudicante per entrare totalmente in simbiosi con i suoi allievi e le loro emozioni, esortandoli così a imparare anche a navigarle, esplorarle e non bloccarle o soffocarle come spesso accade a scuola. Facendosi carico di tutti gli aspetti relazionali, cognitivi e didattici di cui il ruolo dell’educatore è intrinseco, l’insegnante inizia a prendersi cura non solo dell’educazione e dell’istruzione degli alunni ma anche dei loro, e di conseguenza dei suoi, sentimenti. L’educazione emozionale viene, dunque,  messa al centro di tutto il percorso sia nella relazione educativa in classe ma anche nelle modalità e nelle pratiche di didattica attiva  che pongono al centro l’alunno come attore e protagonista all’interno del processo di apprendimento. L’opera è suddivisa in due parti, si apre con un racconto autobiografico che spiega le motivazioni che hanno spinto l’autrice a voler esprimere se stessa e il suo cambio di vita a seguito dell’esperienza da Clown che di riflesso ha modificato anche il suo essere insegnante e la sua pratica professionale.

Viene qui approfondito il concetto di umorismo educativo e il valore del sorriso per promuovere buonumore e creare un clima positivo in classe.  La parte finale del libro contiene i principi su cui si deve basare oggi una scuola e-motiva centrata sullo sviluppo dei pensieri positivi, il divertimento e la leggerezza tutti elementi che facilitano la relazione in classe e  gli apprendimenti.  La maestra con il naso rosso è un volume leggero, divertente ma anche ricco di elementi di pedagogia innovativa da applicare nel contesto quotidiano a scuola si consiglia la lettura a insegnanti, studenti ma anche educatori o altri profili professionali che operano in campo educativo.

V. Ferro Allodola, L’apprendimento tra mondo reale e virtuale

V. Ferro Allodola, L’apprendimento tra mondo reale e virtuale. Teorie e pratiche, ETS, Pisa 2021, pp. 265

di Maria Buccolo

Come apprendiamo? Come facilitare un apprendimento che sia realmente in grado di trasformarci come persone? Come farlo integrando le nuove tecnologie?

Il volume cerca di rispondere a questi interrogativi, a partire da un approfondimento delle tre principali teorie di base: comportamentismo, cognitivismo e costruttivismo, per arrivare alla prospettiva enattiva, che ha aperto innovativi scenari di ricerca nell’interconnessione tra processi cognitivi, corpo e ambiente.

Superando, dunque, la tradizione cartesiana della separazione tra corpo e mente e del primato del pensiero sul mondo sensibile – che ha portato a concepire gli studenti come “vasi da riempire” di nozioni – il volume evidenzia l’urgenza di promuovere un apprendimento riflessivo e trasformativo, in grado di cambiare le nostre prospettive e rappresentazioni sul mondo frutto, molto spesso, di modelli culturali diffusi soprattutto nella rete e nei social in particolare.

La pandemia, a riguardo, ci ha mostrato il grande lavoro della scuola e delle altre istituzioni formative nello sperimentare forme di didattica digitale, che ormai tutti conosciamo.

L’Autore accompagna il lettore in un articolato percorso che vede, nel secondo Capitolo, le forme di apprendimento nelle organizzazioni e, a seguire, una ricca ed esaustiva presentazione delle architetture e delle strategie didattiche mediante le quali è possibile progettare i processi di insegnamento e apprendimento (a scuola e nei luoghi di formazione): comportamentale, collaborativa, esplorativa, metacognitivo-autoregolativa, simulativa e recettiva. All’interno di tali architetture, si esplicitano le diverse strategie possibili nelle pratiche didattiche, mettendo in luce punti di forza e di criticità. Qui, docenti e formatori possono trovare una “cassetta degli attrezzi” per le pratiche didattiche quotidiane.

L’ultima parte del volume, infine, si concentra sull’integrazione tra mondo reale e virtuale, partendo da una disamina del rapporto tra tecnologie dell’istruzione e teorie dell’apprendimento, passando per l’inclusione mediata dalla tecnologia, per approdare – come le definisce Ferro Allodola – alle “nuove” responsabilità della Pedagogia, ovvero alla triade Realtà Aumentata-Realtà Virtuale-Intelligenza Artificiale.

Molto interessanti queste pagine che ricostruiscono il portato innovativo (certamente non privo di grandi rischi per la società) delle ultime tecnologie disponibili, nel tentativo di far riflettere il lettore senza giudicare aprioristicamente gli effetti nello sviluppo umano. La Pedagogia, a riguardo, deve assumere (coraggiosamente) rispetto a queste tematiche degli impegni precisi, che sono quelli di indagare, comprendere e valutare i rischi, ma anche le potenzialità che le nuove tecnologie recano in se nelle pratiche pedagogiche, formative e professionali.

Tale impegno richiesto alla Pedagogia, è corroborato anche dal documento dell’Unione Europea NGEU (Next Generation EU) e dal PNRR (Piano Nazionale Ripresa e Resilienza), che puntualizzano le parole chiave per riprogettare il futuro post Covid-19: inclusione, sostenibilità  e personalizzazione degli apprendimenti.

Il volume si delinea come guida teorico-pratica sui processi di apprendimento e insegnamento e si rivolge agli studiosi dei processi formativi, pedagogisti, educatori, dirigenti scolastici e docenti di ogni ordine e grado.