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S. Petrignani, La persona giusta

La Petrignani tra i giovani d’oggi

di Antonio Stanca

   La giornalista e scrittrice italiana Sandra Petrignani è nata a Piacenza nel 1952, si è laureata in Lettere presso La Sapienza di Roma, è diventata un personaggio noto nell’ambito della cultura e della letteratura italiana e tranne alcune brevi presenze a Roma vive nella campagna umbra o campana.

   Ha esordito con una raccolta di poesie, ha poi scritto una commedia ed ha, quindi, intrapreso quell’attività giornalistica che sarebbe tanto durata e che l’avrebbe vista passare dal Messaggero a Panorama, L’Unità, Il Foglio. Il primo romanzo Navigazioni di Circe sarebbe uscito nel 1987, quando aveva trentacinque anni. Sarebbero seguite raccolte di racconti, d’interviste a noti personaggi, ricostruzioni narrative della vita di famose scrittrici del passato più recente. Ma anche con altri romanzi e con radiodrammi si è alternata questa sua attività che in alcune opere ha compreso saggistica e narrativa.

   Il romanzo più recente della Petrignani è La persona giusta, comparso ad Aprile di quest’anno per conto della casa editrice Giunti di Firenze. L’opera è impegnata, come altre della scrittrice, a rappresentare, studiare, valutare situazioni, persone della modernità, a vederle combattute tra quanto di difficile, di problematico può comportare la vita d’oggi, a mostrare come pensino, come decidano di comportarsi. Generalmente sono i giovani, i ragazzi i protagonisti delle sue opere. Sono i personaggi preferiti dalla Petrignani e in questo romanzo diventano centrali, fanno muovere tutto intorno a loro, fanno vedere quanto è cambiato ai loro tempi, nei loro modi di pensare, di fare.

   Un quadro vero, autentico compone la scrittrice di quello che è l’ambiente umano, sociale, di quelli che sono i costumi dei giovani d’oggi. E lo fa tramite la vicenda di   Michel e India. Sono studenti di un liceo classico di Roma, s’innamorano come hanno fatto altre volte con altri coetanei. Stavolta, però, la loro sembra una relazione destinata a durare. Non sono attirati soltanto dai piaceri delle uscite, del sesso ma anche da quelli della comunicazione, della confidenza, della rivelazione. Sono le loro anime a voler stare insieme, a volersi scambiare le proprie verità. Il loro amore è vero, completo, coinvolge le famiglie, si distingue dai rapporti di breve durata propri dei coetanei, da quelli fatti di semplici uscite, bevute, balli, corse, sesso. Tra Michel e India c’è un rapporto sempre più convinto, sempre più appassionato e questo li fa allontanare dagli altri, li fa stare sempre più insieme fin quando lei non rimane incinta. Ci si fermerà a discutere, insieme alle rispettive famiglie, se far nascere o meno il bambino. Si deciderà di farlo nascere anche perché è questa la volontà di India che accetta pure di continuare a studiare fino alla maturità nonostante le sue condizioni. Ci saranno pure il consenso della Preside della scuola e il piacere dei compagni di classe.

   Bene si conclude una vicenda che poteva complicarsi oltre ogni misura. E bene ha proceduto la scrittura della Petrignani nella sua rappresentazione. Lo ha fatto con molta attenzione ai particolari, ha mostrato tutto quanto avveniva tra i due ragazzi e al loro esterno, è stata vera nel dire della vita dei giovani d’oggi, di quanto succede in loro, tra loro, nelle loro case, con la famiglia, con la scuola, ha fatto attraversare l’opera da continui riferimenti alle parti migliori delle canzoni di noti personaggi del contemporaneo mondo musicale, ha scelto quelle più adatte alle circostanze rappresentate.

  Molto completa è da considerare la modernità di questo romanzo anche perché non trascura di indicare quanto di prudente, di saggio serve in tempi così incerti come quelli attuali.

G. Papi, Il censimento dei radical chic

Papi e la lingua italiana

 di Antonio Stanca

   Giacomo Papi è nato a Milano nel 1968, a Milano ha studiato, si è laureato e qui vive e lavora. Dal 1993 è presente sulla scena culturale italiana come autore di saggi, d’inchieste, collaboratore di importanti riviste, consulente o direttore editoriale di note case editrici, personaggio televisivo impegnato insieme ad altri intellettuali in servizi esclusivi, giornalista, direttore della scuola di scrittura Belleville di Milano, autore di romanzi.

   Papi è uno degli esempi migliori di quanto ai giorni nostri viene chiesto ad un intellettuale che ha pure ambizioni di autore, di scrittore in questo caso. In più direzioni ci si è abituati a vederlo impegnato, in atteggiamento polemico nei riguardi del sistema, di quanto succede in ambito politico, sociale, culturale, morale, religioso. Al passo con i tempi, ricco di mezzi espressivi, sicuro del loro uso deve essere lo scrittore d’oggi oltre che giornalista, personaggio pubblico capace di fare scandalo, di divertire. Quando i tempi, gli spazi sono diventati tanto ampi da accogliere tante cose non può un autore rimanere solo con le sue ma deve dire anche di altre per non rischiare di rimanere ignorato.

   Papi fa tutto questo e a testimonianza di tale sua maniera è venuta quest’anno l’opera Il censimento dei radical chic pubblicata dalla Feltrinelli di Milano nella serie “I Narratori”. Sta tra il romanzo e il saggio, il passato e il presente, il consenso e il rifiuto, la verità e l’invenzione, la satira e l’ironia. Non finisce mai di sorprendere, di divertire nonostante muova da un argomento molto serio, molto importante, da una questione sempre discussa, quella del rapporto in Italia tra intellettuali e pubblico, tra cultura e società, tra lingua letteraria e lingua popolare. Nel libro Papi immagina come questo problema abbia richiesto ultimamente dei provvedimenti urgenti da parte del Ministero che ad esso è preposto, come abbia portato a creare prima un’Autorità Garante per la Semplificazione della Lingua Italiana e poi il Registro Nazionale degli Intellettuali e dei Radical Chic. La prima istituzione ha il compito di rivedere, tramite il lavoro compiuto da centinaia di esperti assunti presso il nuovo Ministero dell’Ignoranza, tutto quanto il lessico italiano, tutta la sintassi, e di liberare entrambi dalle parti che possono risultare difficili, incomprensibili al pubblico dal momento che questo è composto soprattutto da persone ignoranti capaci di capire soltanto parole, espressioni e argomenti semplici. La seconda istituzione, quella del Registro Nazionale degli Intellettuali e dei Radical Chic, ha anch’essa richiesto un massiccio impiego di personale per espletare quanto il suo programma richiedeva. Bisognava schedare tutti gli intellettuali presenti sul territorio nazionale italiano affinché fossero protetti dalla furia popolare alla quale la loro condizione privilegiata li aveva esposti ed affinché capissero che il loro distacco, la loro distanza dal popolo non erano più possibili. Alcuni accetteranno di rinunciare alla propria posizione, altri non lo faranno e si esporranno a molti pericoli. Intanto si sta procedendo con determinazione da parte degli enti creati per lo svolgimento di entrambi i compiti. E lo stesso Papi in questo libro si mostra disposto ad accettare le nuove regole, a correggere, modificare, eliminare le parti dell’opera che risultano di difficile comprensione.

   E’ una lettura la sua che mentre diverte fa pensare, fa riflettere. Papi scherza ma in verità è molto preoccupato. In verità vuole denunciare l’imbarbarimento al quale è giunta la lingua italiana a causa delle volgarità di ogni tipo che di essa sono entrate a far parte, vuole richiamare tutti, vuole chiedere a tutti se si debba procedere verso la fine, verso la distruzione dell’italiano o se lo si debba salvare. Nell’opera fa credere che lo si voglia distruggere perché impossibile è diventato contenere quanto lo sta minacciando ma fa pure pensare a quanto grave sarebbe una simile perdita.    Molto perplesso è Papi di fronte ad una situazione che lascia intravedere un futuro privo di certezze.

Kaho Nashiki, Un’estate con la Strega dell’Ovest

Kaho Nashiki, come nelle favole

di Antonio Stanca

   La giapponese Kaho Nashiki scrisse e pubblicò il romanzo Un’estate con la Strega dell’Ovest nel 1994. In Giappone fu un successo enorme, l’opera ottenne molti premi e ne fu tratto un film. Recentemente presso Feltrinelli è comparsa una nuova edizione, la prima nella serie “I Narratori”, che comprende anche tre racconti della Nashiki. La traduzione è di Michela Riminucci.

   La scrittrice è nata nel 1959 a Kagoshima, si è laureata a Kyoto, vive a Otsu, nel Giappone centrale, ha scritto romanzi, libri illustrati per adulti e bambini, saggi. I temi che ricorrono nelle sue opere provengono dalla sua attrazione, dai suoi interessi per le religioni tradizionali, per la vita delle piante, dai suoi viaggi.

   Nei racconti di questo libro tornano i personaggi, le situazioni del romanzo che si articolano intorno alla vicenda vissuta da Mai, ragazza di tredici anni, mandata dalla madre a stare con la nonna poiché ha problemi a scuola. Non riesce ad inserirsi nel contesto della classe, a far parte di un gruppo di compagni, è rimasta sola dopo molti tentativi. Allontanarsi, vivere diversamente per un po’ di tempo, si pensa che possa apportare dei miglioramenti, delle modifiche nel suo modo di pensare, di fare. La nonna, poi, con le sue maniere, i suoi insegnamenti dovrebbe essere utile anche in questo senso. La sua casa si trova in campagna, lontano dalla città dove Mai e la madre abitano sole poiché il padre, per motivi di lavoro, risiede fuori. La campagna della nonna sta ai piedi delle montagne in una zona del Giappone più remoto. E’ simile ad un paradiso terrestre per le piante, gli animali, le acque, le luci, i colori, gli odori che ci sono. A Mai sembra di vivere in un sogno, in una favola.

   Il nonno è morto da tempo ma Mai si trova subito bene con la nonna, subito impara come muoversi, cosa fare tra l’interno e l’esterno della casa, tra le stanze, i letti, la cucina, i fornelli e il cortile, il pollaio, l’orto, i fiori, gli alberi. Non credeva di riuscirci e contente sono sia lei sia la nonna di queste sue attitudini e della sua volontà di applicarsi. Tra l’altro parlano a lungo, Mai ha molte cose da chiedere alla nonna, lei è una “ragazza difficile”, aveva detto la mamma, e molti chiarimenti, molte spiegazioni a problemi che l’avevano sempre assillata le verranno dalla nonna, dalla sua esperienza, dalla sua vita trascorsa, da quanto aveva imparato. La nonna è inglese e dopo il matrimonio si era stabilita in Giappone, aveva amato questa terra al punto da voler apprendere le arti della magia, della stregoneria che erano state proprie della famiglia del nonno, dei suoi antenati. Pensa, anzi, di trasmetterle a Mai poiché è convinta che l’aiuterebbero a controllare, a superare quei problemi che il suo carattere particolare le procura. Le farà anche lezione di stregoneria e a Mai sembrerà di stare meglio rispetto a prima.

   Passeranno molto tempo insieme, tra loro si creerà un’intimità alla quale nessuna delle due vorrà rinunciare, si troveranno, staranno bene. Quei vantaggi che Mai aveva pensato d’ottenere da quel rapporto, da quella residenza, in effetti si stavano verificando. Non era soltanto una favola la sua ma anche una realtà ben precisa, ben determinata, non stava soltanto vivendo un sogno ma stava anche imparando molte cose. E tanto si era adattata, tanto era compresa nella situazione che difficile le sarebbe stato decidere quando i genitori, venuti a prenderla, le avevano parlato di trasferirsi tutti nella città dove il padre lavorava e di frequentare qui una nuova scuola.

  Ci vorrà del tempo ma si convincerà dei possibili vantaggi che le sarebbero potuti provenire e accetterà. Nella nuova scuola si troverà bene, Mai crescerà, il tempo passerà e l’opera si concluderà quando si dirà della morte della nonna, del viaggio che madre e figlia faranno per recarsi nella sua casa, del valore, della funzione che la sua presenza, la sua compagnia di allora hanno avuto per Mai.

   Come altre volte, come altri autori passati e presenti, anche Nashiki pensa che dalle favole venga il migliore insegnamento. Dalla nonna è venuto questo a Mai ma anche dalla conoscenza della vita delle piante, degli animali con la quale è venuta a contatto e che tanto interessa la scrittrice.    Non c’è opera della Nashiki dove non compaiano, non agiscano, gli elementi della natura, dove non ci si riferisca a culture, credenze passate. Lo ha fatto anche qui, ha creato una combinazione tra quanto nella vita c’è stato e quanto c’è.

A. Petrella, Fragile è la notte

Petrella alla ricerca della vita

di Antonio Stanca

   Fragile è la notte è il romanzo che, comparso nel 2018 presso Marsilio Editori, segna per lo scrittore Angelo Petrella l’inizio di una nuova serie, quella che ha come protagonista l’ispettore di polizia napoletano Denis Carbone. Una figura complicata, è quasi sempre ubriaco e nel suo passato rientrano azioni poco chiare. Ora l’opera è ricomparsa presso Feltrinelli nella serie “Universale Economica”.

   Il genere è sempre noir, quello che ha contraddistinto il Petrella fin dal suo esordio nell’ambito narrativo, nuovo è il personaggio dell’ispettore che si muove tra gli impegni del lavoro e i problemi della vita privata. Un personaggio che incuriosisce, attira chi legge poiché semplice e complesso, ingenuo e sospettoso, facile e difficile.

  Petrella è nato a Napoli nel 1978, si è laureato a Roma ed ha svolto attività universitaria prima di dedicarsi completamente a quella di scrittore per la quale ha avuto numerosi riconoscimenti e molte traduzioni in lingue straniere. Anche come giornalista e sceneggiatore per la televisione e il cinema lavora Petrella nonché come traduttore per la collana “Il Giallo Mondadori”.

   Ha soltanto quarantuno anni e tanto ha già fatto. Il suo può essere considerato il caso dell’uomo di genio così ricco di risorse da non fermarsi di fronte a nessun ostacolo. Non si sarebbe detto, infatti, che dopo tanta narrativa l’anno scorso avrebbe dato inizio con questo romanzo ad una nuova serie e che sarebbe stata un’opera così abilmente costruita, così chiaramente espressa, così ampia e così sicura da riuscire bene e subito.

   E’ la sua Napoli, in particolare Posillipo, a fare da sfondo a Fragile è la notte, è tutta quanta la vita degradata che in questo quartiere avviene da tempo a costituire l’ambiente del romanzo, niente manca alla ricostruzione che lo scrittore compie, niente di quanto di torbido soggiace e non cessa d’inquinare, di guastare ogni cosa. Solo Petrella poteva riuscire in una rappresentazione così completa ché molto gli veniva dalla sua attività giornalistica. A cogliere, però, il senso, il significato di tanta vita sarebbe stato lo scrittore tramite le lunghe, infinite indagini che farà compiere al suo Denis Carbone, tramite le tante persone, i tanti luoghi con i quali lo farà venire a contatto. A Carbone Petrella avrebbe fatto vivere questa immensa realtà non solo da ispettore ma anche da uomo, non solo delle sue azioni avrebbe scritto ma anche dei suoi pensieri, dei suoi sentimenti. A confronto li avrebbe messi con quelli della vasta e varia umanità che gli avrebbe fatto conoscere, a verità superiori a quelle della semplice circostanza li avrebbe fatti giungere. Sempre sarebbe risaltato lo scrittore, non ci sarebbe stato soltanto il cronista e qui l’interesse, l’attrazione che Petrella riesce a suscitare. La sua scrittura è arte, le sue verità sono dell’anima, valgono per tutti, per sempre. Anche il cognac che Carbone beve in continuazione nonostante il mal di stomaco fa parte di quell’umanità che si muove debole, smarrita di fronte alle gravi sorprese che la vita può riservare. Carbone diventerà il simbolo di quell’umanità. Riuscirà, tuttavia, egli a vincere e il suo esempio lo scrittore cerca per incoraggiare, irrobustire, rafforzare quell’idea di bene, di amore, di giustizia che persegue, per mostrare che pur essendo un traguardo difficile non è impossibile.

   L’uomo solo, debole contro gli intrighi di un mondo divenuto sempre più ostile: questo rappresenta Petrella tramite Carbone in Fragile è la notte. Non si finisce mai di scoprire quante sono le complicazioni, quanti i collegamenti con il caso dell’omicidio di Ester Fornario, donna ricca, bellissima, disinibita, avvenuto nella sua villa a Posillipo.

   Quella di Carbone si trasforma nella lotta del bene contro il male, della vita contro la morte. Impari diventerà il confronto ma ci riuscirà, sarà capace l’ispettore di vincere sugli ostacoli che durante la sua indagine si andranno accumulando, riuscirà a riportare all’ordine quanto era stato imbrogliato. E con lui riuscirà il suo autore ad individuare la via da seguire tra tanta confusione, a trovarla dopo averla quasi smarrita.

   Il valore di un insegnamento assume quest’opera del Petrella, ha studiato Scienze Umane e da esse non si è staccato neanche quando è diventato scrittore.

AA.VV., Antologia di Poeti contemporanei dei Balcani

Antologia di Poeti contemporanei dei Balcani
a cura di Paolo Maria Rocco e Emir Sokolović
(diciotto poeti dalla Slovenia alla Macedonia con testo italiano a fronte)

testi in lingua originale tradotti in italiano
LietoColle Editore, Como – Collezione Altreterre –
ISBN 9788893821148
Pagg. 289


La bellezza del fare

«Questo è un libro di poesia. Non lo abbiamo voluto per scrivere la vicenda della poesia balcanica contemporanea. Non abbiamo pretese storicistiche. I testi che qui presentiamo non sottendono l’adesione a scuole o movimenti; e neppure rappresentano una raccolta ‘dal fior fiore’. Abbiamo chiesto ai Poeti di fornirci una selezione delle loro poesie, delle quali il critico-antologista si è limitato a trarre il percorso esemplare. Abbiamo voluto assecondare il pensiero della poesia non l’esigenza di una sistemazione. Da sempre credenti nell’autonomia dell’arte, abbiamo voluto evitare che l’Idea prevalesse sulla Poesia, perché la lettura critica non sormontasse la voce dei poeti. Abbiamo scelto gli Autori tra i poeti più conosciuti, che proponessero una propria visione del mondo, una poetica e uno stile, ma che non necessariamente provenissero dal circuito del mainstream culturale e che non rappresentassero a tutti i costi una linea di tendenza. Questa scelta ci ha portato a rinunciare alla completezza a favore di valori poetici realizzati e non emblematici di un certo gusto del momento o di una particolare fisionomia dell’Autore. Abbiamo privilegiato quei testi poetici che ci sono apparsi i più fedeli al significato etimologico di poiéin e di téchne, del fare come creare, e dell’arte come tecnica non intesa, però, come artificio ma dotata di una sua particolare specificità e essenza in quanto portatrice di verità e di un valore di conoscenza del mondo.

A parte quattro eccezioni, tutti i Poeti antologizzati sono esordienti in Italia, avendo però essi già pubblicato raccolte di poesie in vari Paesi d’Europa e del mondo. Molti degli Autori hanno offerto a questa indagine poesie inedite sia in Italia che nelle loro patrie d’origine.

Pensare un’Antologia di poeti dei Balcani è stato innanzitutto un modo per ringraziare la terra, le donne e gli uomini che ci hanno guidato dalla Slovenia alla Macedonia alla loro scoperta e alla scoperta della creatività della poesia in una regione tanto significativa per la storia e la cronaca europee ma così ancora poco frequentata in Italia. Ed ha significato accedere – per dire con Paul Valéry – in quel momento vertiginoso in cui qualcosa si distrugge perché qualcosa si produca, proprio là dove ribatte ancor oggi l’eco della distruzione nella provvisorietà del linguaggio che oscilla tra spinte all’isolazionismo e abbattimento dei muri della divisione sociale, politica e culturale. È del 2017 l’Appello firmato a Sarajevo da circa duecento tra scrittori, accademici, linguisti a sostenere la necessità di uniformare in una sola lingua i tre idiomi del croato, del bosniaco e del serbo, suscitando interrogativi, perplessità e contestazioni, nel mentre in Montenegro si percorre la strada opposta: quella della creazione di una lingua di cultura identitaria. Una provvisorietà e anche una contraddittorietà di prospettive che il linguaggio della poesia fa proprie. E là dove ribatte l’eco di guerre e dittature quando si pensi ai regimi repressivi e antidemocratici della Romania di Ceausescu e dell’Albania di Hoxha.

Reduci da una devastazione che si è fatta strada anche nella lingua i poeti trovano un loro idioma, che li unisce, al quale affidare una loro verità, nella qualità della loro percezione, ma pure nella peculiarità di un linguaggio che muta nell’angoscia del deflagrare dell’Io e del senso, ci dicono i poeti nelle forme dell’orfismo, dell’elegia, del verso libero, della canzone. Oggi la ricostruzione di un’identità culturale – di cui troviamo segni rivelatori in alcune di queste poesie lontane però dall’affermare un nazionalismo ideologico – sembra esprimersi nell’urgenza dei nostri Autori di diffondere l’idea della cultura e della creatività dell’arte come strumenti di riconciliazione. Il tentativo è quello di superare il sentimento di una tragedia epocale che ha distrutto vite e orizzonti, elaborandola liricamente quella tragedia in un’analisi che non fa prigionieri, nell’interpretazione del presente e del futuro, nel segno delle rispettive Storie e Tradizioni. Non si può prescindere da questo dato e dall’effetto che esso suscita nella sensibilità del poietes, di colui che fa nascere qualcosa all’Esistenza, di colui che crea l’opera. Se la creatività della poesia nei Balcani non può non ricondursi all’esperienza di un male di vivere che è soggetto e oggetto della riflessione profonda di questi poeti, essa si costituisce in bellezza del fare che restituisce umanità all’uomo disumanizzato.

I poeti, donne e uomini delle terre dei Balcani occidentali, hanno biografie che, come le loro poesie, tendono a un atto liberatorio di denuncia, sempre discorso intorno al mondo e dialogo con il mondo: denuncia della disumanizzazione e la nuda e cruda sua espressione allo scoperto dello sguardo di chi vuol vedere questo transito della storia. Poeti che assieme alle loro comunità sociali e politiche si trovano oggi nel mezzo di una transizione».

Paolo Maria Rocco

La pietra focaia dei Balcani

«È trascorso molto tempo dall’ultima pubblicazione di un’Antologia che potesse registrare al suo interno una selezione accurata e critica di poeti balcanici. Per quanto l’arte possa e debba prendere corpo esclusivamente da principi creativi, abbiamo pensato a una geografia quasi dimenticata per la quale l’aver posto l’accento sul concetto di identità negli ultimi decenni ha prodotto, in linea di principio, solo distruzione. In questo senso, questa Antologia dovrebbe essere, nelle nostre intenzioni, più interessante e più intrigante di altre.

La selezione di scritti che presentiamo non può far sorgere dubbi riguardo al valore dell’autenticità e riguardo al fatto secondo cui il lavoro dei poeti sia originato da un’esigenza necessaria di elevare l’espressione artistica del linguaggio e del milieu anche nel trattare i comuni, più semplici problemi quotidiani: degni di attingere alla Creazione, perché la creatività è il segno distintivo di questi poeti e della direzione della loro percezione, di quel «sto imparando a vedere» del Malte Laurids Brigge di rilkiana memoria:

 … Perché i versi non sono, come si crede, sentimenti (che si hanno abbastanza presto) – sono esperienze. Per un solo verso bisogna vedere molte città, uomini e cose, bisogna conoscere gli animali, bisogna sentire come volano gli uccelli, e sapere i movimenti con cui i piccoli fiori s’aprono il mattino. Bisogna poter ripensare a cammini in contrade sconosciute, a incontri inattesi, e ad addii che si vedevano da tanto in arrivo, (…) a giorni in stanze quiete e raccolte, e a mattini sul mare, al mare, ai mari, a notti di viaggio che frusciavano via alte e volavano con tutte le stelle – e non è ancora abbastanza, bisogna avere ricordi di molte notti d’amore, nessuna uguale all’altra (…). Ma occorre anche essere stati vicino a moribondi, essere stati seduti accanto a dei morti nella stanza con la finestra aperta e i rumori che entrano a folate. E non basta neppure avere ricordi (…) perché neppure i ricordi sono ancora esperienze. Solo quando essi diventano in noi sangue, sguardo, gesto, anonimi e indistinguibili da noi, soltanto allora può succedere che la prima parola di un verso, in un’ora rarissima, s’alzi ed esca dal loro centro…».

Emir Sokolović

P.M. Rocco, Bosnia, appunti di viaggio e altre poesie

    “Bosnia, appunti di viaggio e altre poesie” di Paolo Maria Rocco
testo a fronte in lingua bosniaca di Nataša Butinar
Ensemble Editore Roma – Collana Alter Poesia –
ISBN 978-88-6881-397-0
Pagg. 98


La metafora del viaggio nelle poesie di Paolo M. Rocco

di Marco Labbate

Al principio l’Arcangelo annuncia, nella nebbia, il porto.

    È con l’approssimarsi a un nuovo approdo che si apre il secondo bel libro di poesie di Paolo Maria Rocco “Bosnia, appunti di viaggio e altre poesie”. Il viaggio ha inizio in modo emblematico non solo perché la nebbia è rivelazione – nel percorso circolare del nostoi (ricerca di conoscenza e veicolo d’esperienza) – ma anche perché la funzione dell’Arcangelo (Capo degli Angeli) è di avvertire che qualcosa, come fosse voluta da una presenza intangibile, sta per accadere vegliata dal sacro, il viaggio della vita, tra realtà e sogno.

    I primi versi con i quali si apre questo libro alludono, quindi, ai temi del distacco, della perdita, dell’allontanamento da sé e del ritorno da un percorso eccentrico condotto nell’ignoto. Tra buio e bagliore prendono forma gli specchi della solitudine di un’anima che si volge verso ciò che è inconosciuto, in un viaggio reale, fisico e allo stesso tempo metaforico, si spinge in nuove visioni fino al centro delle cose e della poesia. L’ingresso è un moto di avvicinamento ad uno spazio di autenticità che impone di rielaborare la realtà in forma di racconto, di mito: «Sono a Spalato che m’è venuta incontro…» – «Una parola muta, dici/ è ciò che poi rimane, intimidita/ come fosse storia increata, vita/ umana denudata, e sfarzo/ del lacerto prima della forma/, materia (…)».

    S’innalzano e s’interrano queste visioni nella levità rarefatta di una inquadratura dall’alto dei luoghi (perché è necessario anche imporre una distanza per elaborare un discorso sull’esistere), come da una ricognizione aerea, sulle aspre dorsali delle Alpi dinariche, per poi gettarsi a capofitto fin nelle pieghe della terra, nello scavo della Neretva, il fiume il cui nome – come i nomi di tutti i più importanti corsi d’acqua della Bosnia Erzegovina – è declinato dai bosniaci sempre al femminile: la Bosna, la Neretva, la Miljacka… perché il fiume, la sua acqua, è il «ventre da cui tutto ha inizio».

    E se la Neretva apre l’evocazione di un altrove, l’immagine si connota del suo legame con la memoria, quando in prossimità di quel fiume si consumava una guerra in uno di quegli spartiacque che mutano la Storia.

    Ma è di un’altra storia, così ancor oggi vivida, che ci parlano le poesie dell’Autore: appena il salto di una generazione, e deflagra nel cuore dell’Europa,devastantenella regione dei Balcani, in un registro di parole che ci porta in medias res e ci offre anche, subito, la cifra della diversa prospettiva della quale s’informa questa scrittura poetica nel corso del suo processo di elaborazione che conduce verso direzioni stilistiche nuove rispetto al suo primo libro “I Canti”.

    Queste poesie si costituiscono come viaggio iniziatico, topos della scoperta di un esule nella contemporaneità che disumanizza e parcellizza l’esistenza. Non è uno spazio di fuga, allora, ma di autentica libertà nel corpo a corpo con la coscienza della crisi della nostra epoca, e spazio di verità nel tentativo di ridestare – come ha scritto con una felice intuizione Al J. Moran nella presentazione del primo libro dell’Autore “I Canti” – la scintilla di sacro che è in ognuno. Parola, paesaggio, pensiero si aprono al disvelamento e il viaggio diventa metafora della vicenda umana, laddove non c’è naufragio, non c’è sconfitta finché l’uomo riesca a ritrovarsi.

    È così che, tra storia e visione, in questa perlustrazione portata dentro se stessi, lo Stari Most appare all’improvviso: «il guizzo di una piuma, il flettere d’un’ala…». L’immagine dei giovani che si tuffano dall’inarcarsi del dorso del ponte di Mostar acquista un ulteriore significato: assumono forma di ali come anche i due bracci del ponte ottomano. Ali spezzate che franano al suolo quando l’artiglieria croata colpisce il simbolo innocente della Mostar musulmana. Una delle immagine più note della guerra protrattasi dal 1992 al 1996, una di quelle immagini alle quali la memoria rimane sospesa, in un senso di colpevole indifferenza che rimane confitto cuore dell’Europa

 (…) ti dice / che una parola sullo Stari Most tacque / dell’altra nell’avvitarsi d’Halebija a Tara /  dell’onda sopra l’onda, e se poi guardi / nell’abisso, che ha la sua lingua / pure il fiume, il suo moto / che non indulge e non ha sosta

    Repentino, fraterno un grido di dolore echeggia dalla città di Zenica: «Vorrei così vedere la nube,/ nel tempo che ora viene, dilaniata nel cielo che avvelena/ questa terra, con la fame atavica del lupo brado dei monti,/ e dell’inconciliabile diversità dell’etnia sterminata/ con i denti anche l’idea inculcata, che infiamma gli animi,/ e insieme lo spregevole impresario che mercanteggia/ nelle miniere morti e miserie». Ha il volto di Azra, la voce di un popolo, di più popoli in uno. Si alza, assorda, si placa in una nuova ferialità: il tramestio di un bar, la Bosna appena adombrata, come un nume

(…) vibra l’impiantito/ vecchio del bar sul Bulevar Ezhera/ Arnautovića e nel telaio l’opaco/ drappo sintetico s’agita come della finestra/ un vetro rotto. Guardo il fiume dalla terrazza/ sospesa sulla Bosna: un poco scorre/ contrariato, il vento alza un tappeto/ di minute onde trasversali (…)»

    Come se nei Balcani, più che in ogni altra Regione, valga di più la legge universale secondo cui i luoghi non possono essere esperiti senza considerare la loro storia, perché tra passato e presente non c’è una relazione soltanto, ma una continua compresenza che l’Autore sottolinea nel: «far rigenerare la storia/ e il passato nel fiammeggiare del presente». È un tempo che procede in maniera sincopata, che frena e di nuovo incalza, torna indietro e poi si ripresenta insieme con le vite che ha infranto, colte in un coraggioso quanto doloroso tentativo di rigenerazione e di riconciliazione con se stessi e con il mondo, che si impone anche visivamente con un repentino cambio di scena

«(…) un’età inesorabile e violenta che vedi incisa/ in un sommesso sguardo, o nell’esposta dignità/ di un occhio fermo, che si misura col sangue/ nelle fosse, nel fischio osceno dei mortai/ sopra le case, nel pianto dell’innocenza profanata// (…) si eleva a perdifiato una voragine/ che la lena inghiotte, un grido giocoso e cristallino/ di ragazzi… il vorticare corrisponde al suono/ che rigenera lo spirito nell’intelletto, (…) e dentro l’armonia/ del fiume in piena è condizione dell’animo (…)»

    Non si tratta solo dell’impressione che suscita lo sguardo su ferite ancora aperte nelle carni e dalle voragini ancora scavate dai proiettili. Si tratta di quel presente politico che cristallizza il passato in un’armatura, attuale, di «checks and balances», pesi e contrappesi, e nel quale presente così liricamente narrato si svela ciò che detta parole d’amore a questo diario di viaggio, la persistente volontà di riconoscere, sopra tutto, ciò che – al di là di ogni cieco furore – può conservare la Bellezza della presenza umana in una regione martoriata: è, certo, un sensibile omaggio alla Bosnia e ai suoi abitanti, all’homo civicus, che non è cliente né suddito, e alla sua etica di cittadino, questo percorso in cui ci guidano le poesie dell’Autore. È alla Bosnia incarnata nei suoi simboli vitali (cultura, tradizione, mito) che s’ispira la poesia di questo percorso affrontato dall’Autore nei luoghi fisici e nell’elaborazione del linguaggio poetico: l’oppressione della sopraffazione si placa nell’armonia delle acque del fiume, identità con il paesaggio interiore di chi ha vissuto quella ferita. Perché esiste nella poesia errante di Paolo M. Rocco un’altra dimensione del passato, dove sembra possibile una tregua dal dolore, il passato che sconfina nel tempo ancestrale, quello che dà il nome alle cose

Jalija, gelsomino d’impercepita opalescenza/ della pianta del sicomoro ha l’incanto, della fenice/ feconda e nutrice: questo, ora mi dicono, dev’essere/ il suo vero nome, ché dall’ampia chioma riluce/ un’avvenenza e antica quando la scioglie nella Bosna

    Rispetto al passato recente – la pietra scabra contro cui si scontra il quotidiano – questo passato è una porta aperto verso l’onirico, là dove si apre lo spazio all’incanto dei sensi, alla meraviglia, al ristoro che diventa inesausta contemplazione nutrita della nostalgia (dal greco, nostalgia è composta da: nostos/ritorno e algia/tristezza) non del ritorno in patria ma dell’accesso all’esperienza

Il cielo/ dalla mia parte, che tu lo sappia, gronda/ un sospetto di pioggia/ (…) ora la volta/ è una brocca inclinata che versa di gocce/ un’armata. Sul litorale la sabbia è un mantello/ stellato che ondeggia nella brezza/ e si fa pensiero alato nei pressi dell’approdo

    Ma non si tratta di un sogno che deve essere sciolto. Il ritorno riprende lineamenti definiti.     L’ultimo sguardo si muove da quel mare, altro, abbandonato all’inizio e che, nell’ultimo indugio, sembra voler abbracciare tutto ciò che ha raccolto. Il congedo, E altri altrove, è una visione da conservare come un cimelio nel quale quello che s’è vissuto ricorre in una voluta d’arabesco: una donna con il suo strumento a corda, la giovane venditrice, un uomo che cammina:

(…) com’è stato/ che lo squillo della voce sia diventato un canto/ di gabbiani, dall’altro mare vedo uno strumento/ a corda nelle mani di una donna nel mercato/ delle stoffe, e della giovane nel chiosco/ della trafika un disegno che indulge/ all’andamento del passante sulla strada/ e al desiderio: s’accede/ da quegli occhi generosi nelle volute/ arabescate sull’acqua della Bosna

***

    A quella terrestre, materica si affianca una seconda dimensione del viaggio, non geografica, senza luogo. La poesia sembra quasi proporsi come manuale del viaggiatore in una tensione che è insieme lirica e metafisica. In questa dimensione visionaria l’hic et nunc – in un andirivieni di riprese e di rimandi al testo – diventa strada all’everywhere, ad uno spazio immaginifico che si apre con la seconda sezione del libro, “Altre poesie”

Di forme intersecate un nudo patchwork, un modo/ per corrispondere del viaggio ad una pianta/ grafica l’insolito messaggio, il benvenuto. Un tempo/ altro prendono gli accordi, il calore sprigionato/ dalla spiaggia, il volo che innalza mulinelli/ di gabbiani sopra il ponte, l’acqua che sembra dissipare/ in un tremulo vapore il colore dei ricordi, l’onda/ che prende poi la forza e diventa una tempesta// Nel mare senza mappa, un punto di passaggio/ aperto per l’ignoto sulla cui cresta s’agita/ il pensiero di rompere l’indugio

    Il carattere iniziatico del viaggio nasce da una riduzione all’origine che ha nell’acqua, come dicevamo, il suo elemento primario: «il traghetto mi partorisce dalla stiva»; e il fiume, abbiamo visto, è «ventre da cui tutto ha inizio». C’è un valore emblematico dell’andare per mare o sul fiume, su una zattera o su un cargo malandato, cercando di domare le rapide o le onde: è la ricerca dell’essenza della vita, della genuina bellezza, è la ricerca di ciò che si avverte perduto che guida verso la verità «: ben potenti ho scavallato flutti/ di mondi che si potessero solcare/ nessuno avrebbe detto, il lato/ aperto di uno spazio che ho sbrigliato/ con una carezza sul dorso lanciato/ del puledro (…)»; valore emblematico hanno il remo del passatore che non tocca mai la stessa acqua, il battello fatiscente che -identificandosi con l’Autore- resiste alla tempesta e solca i marosi come la procellaria che «(…) adusa al largo/ mare ad ali spiegate riprendo il volo a raso/ e non di un asilo cerco il luogo ameno, il valico/ nel tempo col bruno della mia livrea, col bianco/ delle vele ridesta il cielo alla memoria e piango».

     Allo stesso modo, il passo del viandante non ha direzioni da imporre a se stesso se non penetrare in profondità nelle cose e nella loro memoria sedimentata; accetta persino l’inciampo, come inevitabile presa di coscienza del terreno, di un qui e ora trasfiguratidallo sguardo del pensiero che è accesso ad una dimensione atemporale

Passeggiare prediligo sulla sponda, rapida/ a volte con il pensiero che s’accorda, hai detto/ per le sue motili forme al passo, e incrociare/ il cammino dei viandanti per immedesimarmi/ nel caos delle mie stanze, perché amo incespicare/ nei suoi riverberi come della fronda il fitto intreccio/ s’avviluppa su se stesso per ritrovarsi/ ancora smarrito (…)»

    Ecco come, nelle poesie di Paolo Maria Rocco, sul piano prettamente linguistico suono del fonema e sua qualità acustica si relazionano con il significato della parola che essi stessi traducono. In questo senso il fonosimbolismo del termine incespicare raccoglie una forza dell’esplorazione che è, ancora una volta, anche potere della lingua: il suono definisce una consistenza che conferisce alle parole peso. Di volta in volta emerge questa qualità nell’asprezza o nella musicalità del ritmo e del riverbero sonoro che innervano i versi e testimoniano di una intensità che assegna ancor più potenza alle parole, un surplus di significato nelle sue metafore e simboli

Le parole, mi hai detto/ si possono ascoltare/ non i pensieri, quelli/ se ne vanno direi nel silenzio/ dissigillato dallo sciabordìo/ del mare colmo dei sensi: Idea/ Spirito, Materia allora ritornano/ a parlare come mai prima/ fosse accaduto nella lingua/ di un mondo dal moto perpetuo/ nell’intimo sommosso, inaudita

e anche:

mette in guardia// Dall’ingresso nel bosco: è sorvegliato/ hai detto il testo, nondimeno allarma che si vesta/ d’ombre sovrapposte, e a un dipresso che sbocci/ dalla linea perimetrale delle felci il modo d’intendere/ l’onda di nere bacche note di una partitura

    La parola diventa spazio sensoriale e forma alla conquista dei sensi:

I sensi, i sensi… ti dico, che tessono/ i sensi? Del tempo che ordiscono/ che già noi non percepiamo? Del mondo che appare/ son taciti e della materia a ogni richiamo?… Vediamo:/ cosa vediamo che c’è?

***

     La voce di questa dimensione altra del viaggio si erge a voce universale, voce della «terrestre crosta»: è la voce della natura, non della realtà, per inoltrarsi lungo «un percorso ancora ignoto» che se «altro di sé non mostra che il moto» dispone ad una più precisa percezione dell’esplorazione nel significato della lotta condotta tra tenebra e luce. È, questa nuova dimensione, nel mito controverso – ci spiega l’Autore – dei Dioscuri, figli di Zeus e di Leda, guerrieri e protettori dei naviganti, stravaganti divinità che partecipano di due nature, una mortale l’altra immortale, attratte dall’Ade e dal Cielo in un movimento di assoluto vitalismo capace di rovesciare l’ordine del mondo, in un anticonformismo che fa strame dell’ipocrisia col gesto bello che è gesto di verità: «Io vado laddove non c’è posto per l’onda/ che s’arrotola in spumeggianti piroette (…)/ (…) ma solo dove non m’assale/ l’irrilevanza sordida di certo perbenismo/ parolaio, avariata merce da rigattiere/ o da corsaro (…)/ (…) non lo conosco un altro modo di nutrire amore e idee/ che io misuro in ere per quanto nel mare/ vi è di sacro e nel suo letto (…)». In questi passaggi di Altre poesie, le nette connotazioni geografiche del viaggio vissuto si perdono in scorci indistinti che sono un invito a percepire una verità celata e che alla precarietà di una desolante condizione umana traghettata nel principio del mare o di un fiume o di un canale, accompagna il bagaglio di memorie, sentimenti, pensieri del viaggiatore che tenta di uscire dalla finitezza della realtà per tornare all’infinito. Le descrizioni si rarefanno come se recuperassero un viaggio lontanissimo o cercassero materia per il viaggio che deve venire e nel quale c’è spazio anche per un attraversamento della Iulia Fanestris, la città di Fano tra storia antica e contemporaneità, e del paesaggio nel quale si specchia, che pare ascoltare se stessa, interrogarsi sul proprio destino, come in una rivendicazione di libertà. Che sia l’anima, dunque, dell’essere e del mondo, a rianimare l’elaborazione di un pensiero sull’esistenza, e sulla natura e sul mito. Ma anche nel momento in cui la potenza sensoriale si sublima in un’astrazione – conoscibile, come idea/noumeno, solo attraverso l’azione dell’intelletto e del pensiero – essa non perde l’àncora del suo legame con il mondo

(…) dai passi sordi/ nel loggiato Malatesta a ciò che resta di vero/ delle Mura romane poi il tempo, hai detto, pesta/ il talento di rigenerare in fiamme il sentimento/ , la visione di uno squillo di trombe augustee/ che innalza la storia nell’ora severa. Riecheggia/ così il corso del fiume che si snoda dall’Alpe/ della Luna alla Fanestris Iulia (…)

e, in un’altra poesia:

Neppure un’ombra il rudere dispensa, il sauro/ striscia compiaciuto tra una roccia e un detrito/ pericolante di muraglia. Il sole a perpendicolo/ registra un picco che si staglia dall’aria cocente/ e sulla terra in frusta, resiste male all’acuto/ l’arida sterpaglia nell’ora verticale pietrificata/ en attendant…

    Nelle poesie di Paolo M. Rocco non è possibile viaggio senza incontro, che si condensa in un assiduo dialogo. Vi è un tu che segue gli spostamenti, un tu femminile, sensibile e sensuale, guida che rivela le parole che mancano al poeta, figura una e molteplice, che si manifesta e si dissolve. Il viaggio dell’Autore non è conquista solitaria, ma scambio reciproco tra la meraviglia della scoperta e il bisogno di essere condotto da chi ha del luogo un possesso diverso

Qualcosa rimarrà di tuo nell’acqua/ che i piedi bagna di Jajce, nel salto/ sonoro del Pliva e del Vrbas, qualcosa/ dell’amata kasaba rimane alla radice/ che si eleva dopo la caduta

    Il tu diventa un prestarsi gli occhi l’uno con l’altra, un raggiungere uno sguardo che sia dialogico e comune

Tu, spettatrice/ della stessa tua vacanza, una visione/ sei chiamata del mondo a evocare, rigorosa/ come fosse della luce un’alternanza/ speculare, o dei tuoi occhi

    In questa duplice dimensione, negli spazi intersecati dal viaggio vissuto e da quello astratto, nei cortocircuiti temporali, nel ritorno all’acquasi compie l’approdo: l’emozione del sentimento come unico sguardo da rivolgere al futuro

Pare sia il futuro/ invalicabile, un cancello dai battenti schiusi/ le palpebre degli occhi tuoi sorpresi/ di trovare dove non pensavi vi fosse il fuoco/ di un amore. Uno strappo dell’anima oscillante/ qualcosa di più dello strapiombo di una cataratta/ quest’acqua che sovrasta il tempo

Marco Labbate

AA.VV., Le tue parole

La poetica di Domenico Godino 

di  Giovanni Ferrari

Ho avuto modo di leggere le belle poesie di Domenico Godino detto “MECO” di Corigliano Calabro, voce di una rock band, arrivata in finale  al Sanremorock nel 2005, oggi sfociata  in una splendida pubblicazione di poesie: “LE TUE PAROLE”, pagine 2019, Roma, collana diretta da Maida Rocci.

“Autis-monello”,  “Donne”, “Fratello”, “L’autismo”, “Le mamme”, “Lo stretto indispensabile”, “Vivo di ricordi”. Poesie tutte dedicate al forte sentimento  umano esistenziale  di una amarezza e sofferenza per la perdita prematura del caro giovane fratello “SANTINO” e della cara mamma “CARMENIA”.

Un’amarezza maturata nel tempo con forte rammarico e delusione di un sentimento conclusivo sfociato nella perdita e nel lutto dei cari familiari, purtroppo ci accade che il mondo ci deluda o addirittura ci ferisca. Di fronte a questa frustrazione ne abbiamo un’emozione dolorosa, un disagio, a volte cerchiamo una ribellione. Assistiamo a un desiderio che si  estingue, a una speranza che perisce, a un legame che ci tradisce o ad una convinzione che dobbiamo abbandonare. E forse non ci rassegniamo.  A volte ci rimane accesa una speranza che possa esservi un rimedio, una possibilità di miglioramento, ne conserviamo un palpitare e ancorché colpiti e feriti, non vogliamo rassegnarci, non vogliamo perdere questo legame con noi stessi  e con le nostre speranze;  è questo forte grido di speranze che trovo e mi appassiona nella poetica Godiniana.

Quando sopraggiunge la convinzione che è finita, che è così, che non vi sono alternative o possibilità, quando la delusione diventa anche certezza di qualcosa che è morto, ecco l’amarezza. L’incontro dolente con una perdita che lascia un segno amaro, che il sapore penoso della rassegnazione.

Chi scrive, come Godino , nelle sue poesie avverte quel forte strumento col quale dar sfogo alle proprie emozioni, ai propri sentimenti, alle proprie paure. E’ un aver voglia di esprimere se stessi in toto. Molte volte si  buttano giù dei versi senza capirne il senso, ma il “senso”, è un qualcosa che appartiene alla sfera  razionale, e ci sono cose che non possono essere razionalizzate. Esistono meccanismi che nascono da pulsioni e non da concetti logici.

Godino gioca con la fonetica delle parole, tratteggia le sillabe che si ripetono e si rincorrono, una dietro l’altra, per concludere un verso dal sapore favolistico, creando immagini nella mente del lettore tali da destargli emozioni. Il fascino della parola caratterizza la poesia Godiniana come un insieme di grovigli di cui  si è portati a conoscere l’intima origine, ed è la mente ad esserne totalmente catturata cercando invano di standardizzare un processo che è carico di passioni. Per scrivere una poesia non  serve una licenza o uno studio accademico, basta solo saper decifrare i segreti nascosti nei meandri della propria anima.

Ritrovo nella poetica Godiniana,  l’incanto poetico  dei poeti francese, come Lamartine, la tensione poetica di Baudelaire; la ricerca del sublime e dell’irrazionale con Verlaine e Mallarmé, fino alle opere di Péguy, di  Claudel , di Apollinaire, poeti di confine fra ispirazione spirituale  e fascinazione per la nascente modernità , ossia quel filo rosso dei poeti studiati  e la ricerca di una nuova lingua capace di dare espressione a tutto ciò che la tradizione poetica occidentale ha relegato nell’ignoto. E nel fondo dell’ignoto, dirà Baudelaire, risplende il nuovo.

Le poesie citate suscitano tante emozione e speranze, nascono dal proprio animo e sentimento dell’autore. Tutti noi  avvertiamo la necessità di esprimere i nostri sentimenti, d’altro canto Godino sa coniugare musica e poesia , non è solo la musica ad avere una valenza poetica, in quanto la poesia può assumere un aspetto visivo e quindi formare delle immagini o persino accompagnarle.

Grazie “MECCO” per averci regalato queste belle poesie, queste belle emozioni, le tue poesie sono grazie, sono possibilità di staccarsi per un po’ dalla terra e sognare, volare, usare le parole come speranze, come occhi nuovi per reinventare quello che vediamo, Lei poeta  “ AUTODIDATTA” ci permette di andare oltre la realtà, di osservare cose che comunemente non vengono considerate, ci aiuta a scavare a fondo nel nostro cuore e prova a lasciare un segno che servirà per il resto della nostra vita.

Prof. GIOVANNI FERRARI
Dipartimento di Studi Umanistici
Università di Napoli  “FEDERICO II”

E. De Luca, La faccia delle nuvole

Erri De Luca tra la commedia e il saggio

di Antonio Stanca

Ha sessantanove anni Erri De Luca e da quando ne aveva trentanove sta scrivendo di narrativa, soprattutto romanzi che gli hanno procurato un notevole successo oltre che traduzioni in lingue straniere. Ha scritto anche per il teatro, è stato giornalista, saggista e alla vita ha attinto i temi del suo lavoro, alle strane vicende, alle imprevedibili combinazioni che soprattutto nei tempi moderni sono venute a caratterizzarla. Alla ricerca si è mostrato di quel bene, di quell’amore che sono stati fondamentali nei tempi passati e che oggi sono andati perduti perché altre situazioni, altri interessi si sono stabiliti. Sarà stata questa inclinazione, questa tendenza a portarlo a leggere, studiare, imparare l’ebraico, a tradurre dalla Bibbia.
Anche altre lingue straniere De Luca studierà, imparerà, tanto, molto verrà a far parte della sua formazione da autodidatta. Nato a Napoli nel 1950, dopo la maturità aveva abbandonato gli studi e dopo l’esperienza di contestatore nella Roma degli anni ’70 aveva svolto i lavori più diversi in Italia e all’estero. Intanto s’impegnava nella lettura, nello studio, si formava da solo, scriveva pure ma non pubblicava. Di nascosto gli sarà sottratto e pubblicato il primo romanzo, Non ora, non qui. Era il 1989 e d’allora De Luca avrebbe continuato con sempre nuove pubblicazioni e con generi sempre diversi. In questa sua varia maniera di applicarsi, di scrivere, di creare, si sarebbe spiegato, nel 2016, La faccia delle nuvole, opera che è stata ristampata quest’anno dalla Feltrinelli nella serie “Universale Economica”. E’ un lavoro insolito, sta tra il teatro e il saggio, tra la commedia e la critica.
Tema è la nascita del Cristo, la sua vita, la sua predicazione, la sua morte, la sua resurrezione, il valore, la funzione del suo insegnamento. I personaggi della prima parte, quella teatrale, sono limitati. Vanno da Giuseppe a Maria, ai pastori, ai re Magi della grotta di Betlemme, all’arrivo dei tre a Gerusalemme, alla morte del Cristo. Nella seconda parte, quella critica, c’è lui risorto che compie a piedi il viaggio di ritorno e spiega a due altri viandanti il significato della sua figura, della sua vita alla luce delle Sacre Scritture dove erano state annunciate.
De Luca, tuttavia, non ripercorre semplicemente quanto già si sa dal Vangelo, la sua non è una ripetizione, egli vuole confrontare quanto avvenne allora con quanto adesso sta avvenendo. Molti sono i riscontri che lo scrittore crede di poter cogliere tra prima e dopo, tra quel passato e questo presente e dalle somiglianze, dai problemi comuni vuole ricavare una soluzione. La vede in quel bene del quale Cristo allora diffuse il messaggio. Una possibilità è sembrata a De Luca la storia di Cristo perché si scopra quanto il male di allora assomigli a quello di adesso, quanto, come Gesù l’abbia combattuto e come a lui sia bene riferirsi ancora oggi per evitare di ricadere negli stessi errori. L’insegnamento di Cristo vuole De Luca rinnovare, il suo significato vuole riproporre ad un mondo che l’ha dimenticato, vuole come in altre sue opere volgere al bene quella vita che ha scoperto invasa dal male.
Anche Pasolini pensò di recuperare il bene perduto nella vita moderna tramite la figura del Cristo quando girò Vangelo secondo Matteo. E’ la prova del fascino che Cristo è tornato ad esercitare in tempi di crisi. Questo fa de La faccia delle nuvole un’opera molto originale, molto riuscita. Ancora di più lo sarebbe se venisse rappresentata a teatro, se venisse interpretata.

K. Gallmann, Elefanti in giardino

Gallmann e la sua Africa

di Antonio Stanca

Nel 2018 è comparsa presso Mondadori, nella serie “Oscar Bestellers”, la ristampa dell’opera Elefanti in giardino della scrittrice italiana, naturalizzata keniota, Kuki Gallmann. L’aveva pubblicata nel 2001 e nello stesso anno era stata edita per la prima volta in Italia da Mondadori. La versione originale è in lingua inglese come ogni altra opera della Gallmann.

  La scrittrice è nata a Treviso nel 1943 e nel 1972 si eratrasferita col figlio Emanuele e il secondo marito Paolo in Kenya dove, dopo qualche anno, avevano acquistato una vasta tenuta denominata Ol ari Nyiro. Si trova sugli altipiani di Laikipia nella parte meridionale del Kenya. Qui avevano costruito la loro casa e qui vivevano tra le colline, i fiumi, i laghi, le foreste, la savana, gli animali di un posto immenso che in parte era ancora inesplorato. Kuki vi era giunta quando aveva ventinove anni e aveva perso il primo marito dal quale aveva avuto Emanuele. In Africa a causa di ripetute disgrazie perderà Paolo nel 1980 ed Emanuele nel 1983. Rimarrà con la figlia Sveva, avuta da Paolo, e con i ricordi mai smessi di una vita vissuta in luoghi, in tempi diversi: in Italia fino alla giovinezza, in Africa nella maturità. Elefanti in giardinoè il libro dedicato a questi ricordi. 

  Successo ha avuto anche come scrittrice la Gallmann, alcune sue opere, Sognavo l’Africa, sono state trasposte in film e nel 2017 ha vinto il Premio Letterario Gambrinus Giuseppe Mazzotti. 

  Elefanti in giardino si compone di due parti, la primadice della vita trascorsa dalla Gallmann nei luoghi della sua nascita e formazione, della sua famiglia, dei suoi parenti, dei suoi compagni di scuola, delle sue prime esperienze, di tutto quanto aveva fatto parte della sua infanzia e adolescenza avvenute durante i dolorosi anni della Seconda guerra mondiale e della Resistenza in un Veneto esposto a pericoli di ogni genere.

E’ tanto animata la scrittura della Gallmann che vicino fa apparire quanto dice, partecipe rende il lettore delle vicende, delle situazioni rappresentate. Sembra un racconto che la scrittrice compie a viva voce e durante il quale non cessa mai di parlare né permette che le si chieda una spiegazione, che la si interrompa. Sempre parla poiché tanto ha da dire e questa maniera diventa più evidente, più accesa quando nel libro si passa alla seconda parte, quella dedicata all’Africa. Qui c’è molto di più da dire, qui la Gallmann non smette di sorprendere, di meravigliare, d’incantare ché infiniti sono gli spazi, i colori, i suoni, le luci, le immagini, le forme della vita umana, animale, vegetale in una regione come il Kenya, in una terra come l’Africa. Nelle sue pagine l’Africa diventa verità e mistero, realtà e magia,storia e leggenda, luce e tenebra, bene e male, vita e morte, presente e passato, finito e infinito, terra e cielo, umano e divino. L’Africa della Gallmann è tutto quanto fin dalle origini ha fatto parte dell’uomo ed ancora sta con lui a riprova che per vita è da intendere la totalità, la varietà dell’essere, che niente finisce di valere, che tutto diventa eterno. Vasta, immensa, infinita è la sua Africa,sterminate sono le sue conoscenze dei nomi, dei luoghi,dei tempi, degli usi, dei costumi che in Africa ci sono stati e ci sono.

  Tuttavia è costretta a riconoscere come pure in Africala modernità abbia iniziato a guastare alcune parti, alcuni aspetti. Per questo ha pensato, già da tempo, di fare della sua tenuta un luogo dove permettere la conservazione di ogni forma di vita esistente, di ogni specie animale e vegetale, l’ha trasformata, a partire dal 1984, nella Gallmann Memorial Foundation. Con questa ha voluto onorare il marito e il figlio persi e unire alla loro attività di ambientalisti anche la sua, ha voluto avviare un’imponente operazione di salvaguardia dell’ambiente in un’Africa che sta perdendo i suoi connotati. La sua speranza è che anche dopo di lei la Fondazione continui a perseguire tali propositi poiché in essi vede l’unica possibilità di salvezza per un’umanità devastata, avvelenata dalla modernità.

D. Pennac, Mio fratello

Come Pennac ricorda il fratello

 di Antonio Stanca

  Lo scrittore francese Daniel Pennac ha settantacinque anni e l’anno scorso ha pubblicato Mio fratello, un’opera composta di narrativa e di teatro che pure l’anno scorso è uscita in Italia per conto della Feltrinelli nella serie “I Narratori”. La traduzione è di Yasmina Melaouah. 

  Pennac è nato a Casablanca nel 1944, ultimo dei quattro figli di una buona famiglia francese che, a causa del lavoro del padre militare, cambiava spesso residenza, si spostava tra l’Africa, l’Asia e l’Europa. Fino alle scuole superiori Daniel aveva avuto grossi problemi, era stato un alunno tra i meno capaci. Poi, all’Università, era riuscito a laurearsi e, stabilitosi a Parigi, aveva iniziato la sua carriera d’insegnante generalmente in scuole di periferia. Intorno agli anni ’70 insieme a questa attività aveva iniziato anche quella di scrittore. Sue prime opere sarebbero state di polemica verso le istituzioni militari, di fantascienza ed altre per ragazzi finché nel 1985 non avrebbe dato inizio alla serie di romanzi di Belleville,quella che avrebbe avuto come protagonisti Benjamin Malaussène nelleterna condizione di capro espiatorio e la sua famiglia. Molto apprezzati sarebbero risultatiquesti romanzi in Francia e all’estero, un autore noto in ambito mondiale avrebbero fatto di Pennac e lo avrebbero mosso a continuare a scrivere anche se opere di diverso genere, dai romanzi ai racconti, ai saggi, al teatro, ai fumetti. Tutte, però, generalmente impegnate a dire della vita comune, quotidiana, dei problemi di questa, delle condizioni degli umili, dei deboli, dei poveri, di quella gente, di quell’umanità con la quale la sua attività d’insegnante di periferia lo aveva messo a contatto. Da questi ambienti, da queste persone ha tratto Pennac le trame di tante opere nelle quali ha raggiunto significati, verità che vanno oltre la situazione, la circostanza particolare, reale, che diventano di carattere morale, ideale. Trascenderà ogni volta, Pennac, la vicenda dalla quale muove per approdare ad acquisizioni più ampie.

 Anche nella recente opera, Mio fratello, avviene questo superamento, anche qui la morte del terzo dei suoi fratelli, Bernard, diventa motivo, occasione per ascendere ad una dimensione diversa da quella reale. A Bernard lui Daniel, il più piccolo, era particolarmente legato, in lui aveva trovato tutto quello che gli serviva per stare meglio, per superare i problemi dell’infanzia e in particolare dell’adolescenza, per sapere di quanto a nessuno si può chiedere. Gli piaceva, inoltre, il suo carattere riservato, silenzioso, alieno dal contesto sociale, dal chiasso, dal rumore, da ogni genere di esibizione, di vanità, soddisfatto di poco. Con Bernard aveva trascorso tanta parte della sua prima vita, con luiaveva continuato ad avere rapporti anche se solo per telefono quando si era sposato e trasferito lontano a causa del suo lavoro. Era morto, però, prematuramente e la sua assenza era diventata per Daniel un problema, una mancanza, un vuoto. Con quest’opera ha pensato di colmare quel vuoto poiché l’ha composta della narrazione di quanto tra lui e Bernard era avvenuto, c’era stato in casa e fuori e della recitazione di quanto del racconto di Herman Melville del 1853, Bartleby lo scrivano, riguarda questa figura e la sua strana condotta. Era stato un personaggio sul quale i due fratelli si erano soffermati a parlare. A Bartleby, alla sua maniera diversa, particolare, ai suoi silenzi, ai suoi rifiuti, al suo riserbo Daniel aveva paragonato Bernard ed ora che questo non c’era più attraverso Bartleby, attraverso la recitazione di quanto nel racconto si dice di lui, aveva pensato di farlo rivivere. Opera narrata e recitata sarà, quindi, Mio fratello e bene riuscirà Pennac come scrittore e come attore, bene riuscirà a rappresentare comera vissuto Bartleby, comera morto ed a farne un antenato di Bernard, dei suoi modi di pensare, di parlare, di fare, della sua maniera di vivere.

   Pennac narra di suo fratello e intanto lo recita tramite l’esempio di Bartleby: gli è sembrato il modo migliore per ricordarlo, risentirlo vicino, stare ancora con lui. Ha scoperto un suo precursore, dei due ha fatto un personaggio unico, l’ha interpretato.

  Non è solo opera di genio ma anche di amore!

S. Al-Neimi, La prova del miele

Un sogno, una realtà

di Antonio Stanca

   Salwa Al-Neimi è nata a Damasco nel 1950, qui ha studiato fino all’Università e gli studi universitari ha continuato alla Sorbona di Parigi, dove ha conseguito un master in Letteratura Araba. A Parigi vive e qui ha cominciato a lavorare come giornalista. Ha intervistato importanti personalità del mondo intellettuale arabo ed europeo, ha pubblicato, soprattutto su riviste arabe, queste interviste. Nel 1997 è stata nominata segretaria capo dell’Istituto del mondo arabo a Parigi.

   Prime opere complete sono state di genere poetico seguite da altre di genere narrativo. Al 2007 risale il primo romanzo La prova del miele che ora ha avuto la seconda edizione nella “Universale Economica” della Feltrinelli di Milano. La traduzione è di Francesca Prevedello. Anche racconti e raccolte di racconti ha pubblicato l’Al-Neimi e sempre, già dalle poesie, si è impegnata in modo da ottenere, da mostrare una versione più libera, più semplice, più nuova della sessualità e del suo linguaggio nel mondo arabo. In La prova del miele la scrittrice è riuscita abbastanza bene in tale intento e di livello internazionale è stato il successo conseguito dal romanzo.

   Un certo autobiografismo percorre, inoltre, sia questa sia le altre sue opere in prosa e in versi. Di sé, della sua vita, della sua storia, vuole dire la scrittrice e la poetessa, la tradizione vuole rivedere con la sua scrittura. Per questo motivo diventerà la protagonista de La prova del miele, la giovane araba, cioè, che da Damasco si è trasferita a Parigi dove lavora all’Università presso la biblioteca del Dipartimento di Arabistica. Da molti anni coltiva un sogno, immagina d’imbattersi in un giovane intellettuale, d’innamorarsi perdutamente di lui e di vivere insieme un amore così intenso, così acceso, così travolgente da farne l’unico interesse della loro vita, da fargli occupare tutto il loro tempo, da farlo intendere come contatto continuo, interminabile, come bisogno dei loro corpi. Anche quello del corpo, anche il sesso è un bisogno, un piacere da godere non una vergogna, uno scandalo. Anche il corpo, non solo l’anima, ha le sue beatitudini. Dal nuovo rapporto, dal nuovo compagno le sta venendo tutto questo, lo sta imparando, si sta liberando da quanto di grave, di oscuro le era provenuto dalle letture clandestine degli antichi testi erotici arabi nonché dai racconti popolari, dalle confidenze con amiche, da tutto quanto aveva contribuito a formare il suo universo erotico, a farglielo intendere come una forma di peccato, un’oscenità, a farglielo vivere con un eterno senso di colpa. La nuova vita, il nuovo amore la stanno liberando da tanto peso e proprio a lei viene chiesto, dal direttore della biblioteca dove lavora, di preparare uno studio che dimostri le ambiguità sempre presenti nella concezione orientale dell’erotismo. Il lavoro servirà per un convegno che si terrà a New York.

   Questo non ci sarà, il nuovo compagno la lascerà, tutto era stato un sogno ma quello studio era stato preparato e nel romanzo dell’Al-Neimi si sarebbe trasformato, la sua autrice sarebbe stata la sua protagonista, il suo messaggio sarebbe stato approvato, il suo intento sarebbe stato raggiunto.    Abile è stata la scrittrice nel costruire l’opera, nel saper ricavare quanto accaduto da quanto immaginato, nel saper scrivere un romanzo seguendo un sogno.

G. Benvenuto e M. Di Menna, 1968/69 quando soffia il vento del cambiamento

Un bel libro sul Sessantotto

di Maurizio Tiriticco

Sul Sessantotto non si finisce mai di scrivere e di imparare! Sembra un luogo comune, ma così non è, se è vero, com’è vero, che il Sessantotto ha segnato l’avvio di un’epoca nuova, e non solo nel nostro Paese. Un periodo che forse non è stato mai sufficientemente studiato! Eppure molti cambiamenti ha apportato, forse più nel costume, nel linguaggio, che non sulla scena politica. E’ una considerazione superficiale la mia, che può essere senz’altro smentita dalla storico! Il fatto è che ancora oggi il Sessantotto – per coloro che come me lo hanno vissuto, ma non da ventenne, da studente, bensì da quarantenne, da insegnante – non è stato sufficientemente studiato, a parer mio, dallo storico di professione. Forse perché i cambiamenti che si sono verificati hanno interessato più il costume, i comportamenti, i rapporti interpersonali, che non la storia, quella con la S maiuscola. Ed hanno interessato anche il linguaggio! I “cioè” abbondavano! Ed anche “a livello di”, quasi a significare la determinatezza del ciò che si voleva dire, ma anche la difficoltà del dirlo! E le circonlocuzioni sono sempre un buon segnale quando una lingua cerca parole nuove per dire cose nuove! E non è un casso che il nostro Dante le “cose nuove” le ha affidate al volgare e non al latino, la lingua dei dotti. Tante erano in quel Sessantotto – o si credeva che fossero – le novità che si andavano producendo! E non solo nel linguaggio e nel costume, ma anche nei fatti, nella politica.
A livello internazionale, soprattutto! Mai come in quel periodo sembrò che il mondo intero fosse scosso da un sommovimento! Ed un sommovimento soprattutto giovanile! Tanti anni prima due guerre mondiali avevano unificato – si fa per dire – il mondo! Ma nel terrore e nel sangue! Nel Sessantotto invece si ricercò l’unità mondiale – l’espressione è grossa e me ne rendo conto – con un ampio e condiviso desiderio di cambiamento, nella pace e nella civiltà! Da Berkley a Pechino, da Parigi a Roma! Un’internazionale di giovani animati da un desiderio comune, da aspirazioni comuni! Ed insegne comuni che contrassegnavano le manifestazioni giovanili, l’occupazione delle Università e delle scuole, i cortei studenteschi. E l’immagine del Che, il Che Guevara, la cui vita e la cui morte erano il simbolo di un riscatto mondiale. Parola grossa, certamente, oggi! Ma una grande bandiera allora! Quando i i carri armati sovietici soffocavano la rivolta di Praga, quella che è poi passata alla storia come la “Primavera di Praga”.
Trattare di questi fatti non è facile per storico di professione! Troppe sono le vicende che si intrecciano nonché i linguaggi nuovi che le veicolano e le sostengono. Però ci hanno provato – se si può dir così – Giorgio Benvenuto e Massimo Di Menna con un bel libro, appunto, come ho detto nel titolo, dal titolo lungo ma significativo: “1968/69 quando soffia il vento del cambiamento”. Ed è doveroso riportare anche il lungo sottotitolo: “Un viaggio nella memoria gradevolissimo. A cinquanta anni dal 1968. Nenni, Pasolini e il 1968. Le esperienze internazionali, Le manifestazioni studentesche in Italia. Alcune esperienze sessantottine. Piccoli importanti avvenimenti. Una spinta per la modernizzazione. Partiti tradizionali della sinistra. Gli scontri e la conflittualità. Il PSI e la modernizzazione della sinistra. L’autunno caldo. Il sindacato di polizia. Partecipazione e decisione. Consigli di zona. Tra Marcuse e La Malfa. La sinistra oggi. La musica”.
Posso dire che il libro scorre veloce e puntuale come un film. Ogni pagina è corredata da un’illustrazione: un corteo, un manifesto, un volto, un corteo, la folla plaudente, la “ciociara” Sophia Loren, Gramsci, il libretto rosso di Mao, il Che, Nenni, Giovanni XXIII, il “sogno” di Martin Luther King, Ho Chi Min, la strage di Piazza Fontana, il primo numero de “il manifesto”, il pugno chiuso di Tommie Smith e John Carlos alle Olimpiadi Città del Messico, Cohn Bendith, la manifestazione dei metalmeccanici, una copertina del “il Male”, la copertina de “L’uomo a una dimensione”, il libro di Herbert Marcuse, il sociologo statunitense che denunciò il pericolo di una società industrialmente avanzata di appiattire la realtà dell’uomo alla semplice dimensione del consumatore di prodotti.
Chiude il volume una serie di documenti, tra i quali: una lunga e articolata circolare dell’Uilm, firmata da Giorgio Benvenuto, allora segretario generale, con cui si comunica la felice conclusione della lunga e faticosa vertenza sindacale dei lavoratori metalmeccanici. E non poteva mancare in chiusura il ritratto di Greta Thumberg, accanto al suo manifesto ormai famoso nel mondo ”skolstrik for limate”. Dalle lotte operaie del Sessantotto per migliori salari ed un più alto tenore di vita alla lotta dell’umanità intera oggi per la vita di tutti e la salvezza del pianeta!
PS – Comunque, mi piace ricordare al lettore che anch’io ho scritto del mio Sessantotto: reperibile sul web! In effetti, la mia generazione un po’ lo “ha fatto” il Sessantotto, un po’ dal Sessantotto ha imparato! Anche perché di imparare non si finisce mai! Ed oggi, soprattutto con questa Europa piena di interrogativi, se non di rischi, imparare è necessario, se si vuole fare, e bene!

I giornali e la crisi della cultura

I giornali e la crisi della cultura

di Antonio Stanca

   Soprattutto in ambito umanistico, letteratura, arte, storia, filosofia, da tempo si sta assistendo, in Italia, alla tendenza a recuperare il passato, a volte anche il più remoto. Questa sta diventando la maniera seguita dalle pagine culturali di molti giornali o riviste di livello nazionale: trattare di opere scritte o figurate che risalgono al passato, ad autori scomparsi da secoli. In genere si dice di autori e di opere importanti, molto note, delle quali si è scoperto un particolare finora sconosciuto, si è saputa una notizia nuova, è sorto il sospetto che qualcosa non sia stato ancora detto.

   Altre volte si vuole tornare ad un autore, ad un’opera antica, una raccolta di poesie, un romanzo, un quadro, un testo filosofico, un documento, un avvenimento, un personaggio storico, per il solo motivo di ricordare la sua importanza, recuperare il suo valore, rinnovare l’interesse.

   Con un linguaggio nuovo, quello dei nostri giorni, si scrive di cose vecchie. Di queste, però, non tutti sono al corrente poiché non sono entrate a far parte della cultura di massa. Ancora oggi c’è da noi tanta gente che non conosce neanche i più importanti autori od opere o eventi della storia nazionale. Tuttavia i veri motivi del fenomeno stanno nel fatto che in Italia e in altri paesi dell’Occidente europeo in ambito umanistico non ci sono autori dei quali si ritenga opportuno scrivere sui giornali. Scrittori, poeti, pittori, storici, pensatori si sono omologati alla temperie diffusa dai nuovi mezzi di comunicazione di massa. Fanno, cioè, informazione non arte né pensiero, commentano non creano. Da quando, fine Novecento, è finito il tempo delle correnti letterarie e di pensiero, da quando gli autori sono rimasti soli, senza riferimenti, le loro opere sono scadute. Non ci sono dei motivi, dei linguaggi che le distinguano, spesso dicono di situazioni che si assomigliano con una lingua che si ripete. Non mancano, quindi, gli autori, le opere mancano le qualità, i valori di queste. Non ci si sa orientare tra esse, non le si sa valutare anche perché sono di autori che spesso non hanno precedenti specifici e si improvvisano come tali.

   Sembra di assistere ad un ciclo che si è esaurito, ad una storia che è finita: sarà questo il motivo che ha fatto volgere indietro lo sguardo di chi sui giornali scrive di cultura. Si è preferito dire del passato perché più sicuri ci si muove, più chiari si riesce. E poi c’è l’interesse che questa cultura può suscitare presso la suddetta fascia di popolazione che finora è rimasta all’oscuro.

   Anche in televisione sta succedendo questo, molti programmi sono orientati al recupero del passato, intendono far conoscere, istruire. Che i giornali abbiano accettato di svolgere questo compito è un modo per rimediare alla crisi culturale che da tempo ha investito l’Italia ma è pure il segno di un grave problema. Un organo come il giornale sta rinunciando alla sua funzione, al suo compito che è sempre stato quello di seguire il nuovo, di annunciarlo, di essere la sua voce e questo mentre i suoi lettori vanno diminuendo perché attirati da altri mezzi di informazione: in crisi si è ovunque e quello del passato sta sembrando, come altre volte nella storia, un rimedio per tutto.

G. Cacciatore, Piccola italiana

Cacciatore ai tempi del fascismo

di Antonio Stanca

   Nato a Polistena, in provincia di Reggio Calabria, nel 1967, Giacomo Cacciatore è sempre vissuto a Palermo. Dopo la laurea in Lingue straniere ha collaborato per molto tempo, tramite racconti e corsivi, con l’edizione siciliana de “la Repubblica”. Con i romanzi ha cominciato nel 2005 e parecchi ne ha scritto senza abbandonare i primi generi della sua produzione. Alcuni romanzi sono stati tradotti all’estero, in particolare in Francia, Germania e Spagna. Altri hanno avuto una trasposizione cinematografica alla quale, a volte, ha lavorato lo stesso autore come sceneggiatore o come regista. Anche al teatro si è applicato Cacciatore ed anche in collaborazione con altri autori ha prodotto. Ha soltanto cinquantadue anni e tanto ha fatto, in tante direzioni si è mosso. Questo, in verità, si chiede oggi ad un autore perché si affermi, perché venga conosciuto. Non lo si pensa come prima, distante, lontano da quanto accade ma impegnato nei problemi della vita, della società, partecipe dei moderni mezzi usati per discuterli siano essi di stampa o di spettacolo. Succede, infatti, che quasi sempre come giornalisti comincino oggi molti scrittori e che anche della televisione o del cinema o del teatro facciano una loro espressione. Cacciatore è uno di questi casi ma a differenza di altri che non sono riusciti a liberarsi dai modi propri del giornalismo tanto poco il loro ingegno ha saputo creare, egli fin dall’inizio si è mosso nei due campi con l’abilità richiesta da ognuno di essi, ha saputo essere giornalista e scrittore senza che nessuna delle attività risultasse ridotta o guastata dall’altra. Un’ennesima prova viene dall’ultimo romanzo Piccola italiana, pubblicato quest’anno dalla casa editrice Fernandel di Ravenna.

   Lo sguardo dello scrittore è rivolto all’indietro, all’Italia della metà degli anni Trenta, l’Italia del fascismo, quando, avvolta in un panno di lana e poggiata in una cesta insieme ad una lettera di raccomandazione da parte della madre, viene trovata sulla porta di un orfanotrofio una bambina appena nata. Il nome, Agata, veniva dalla lettera, il cognome, Amodio, verrà dall’istituto dove crescerà e studierà nonostante il suo carattere ribelle, bisognoso d’indipendenza, di autonomia, non si concili con il posto, con le sue regole, con le persone alle quali è stata affidata. Le suore prima e le insegnanti poi dovranno lottare per ottenere da Agata il rispetto dovuto, per riportarla entro l’ordine, i principi necessari per una formazione giusta, equilibrata. Molto difficili saranno i loro rapporti anche se qualche volta faranno sperare in un miglioramento.

   Agata si legherà alla coetanea Virginia Levi, di facoltosa famiglia ebrea, messa in istituto solo per un periodo di tempo prestabilito. Insieme le due bambine faranno una coppia inseparabile, stipuleranno un patto di amicizia ma diverse rimarranno. Virginia è dolce, remissiva, non disobbediente come Agata. Non mancheranno gli screzi anche tra loro e, tuttavia, si ricomporrà sempre il loro rapporto, continueranno sempre a stare insieme, rimarranno sempre lontane dalle altre compagne di classe. Ora frequentano la scuola media, siamo nel 1936 e il fascismo è al suo apice. Ovunque imperversa la figura, la voce, l’idea del Duce, si dice addirittura di una sua visita all’orfanotrofio, l’insegnante di quella classe è completamente presa, è innamorata di Mussolini e a lei Agata non risparmia frecciate contro il fascismo. Sarà messa in punizione, in una stanza buia, sporca e fredda, sarà chiamato lo psichiatra perché la riduca alle ragioni richieste dall’ambiente. Non si otterrà molto, continueranno gli scontri con l’insegnante, con le suore, con le altre compagne. Virginia, finito il periodo stabilito, rientrerà a casa ma per essere deportata nei campi di sterminio mentre all’orfanotrofio quell’insegnante verrà trovata morta senza che si capisca se per omicidio o per suicidio e senza che si sappia se Agata rimane o esce dall’istituto.

   Così, con una serie di avvenimenti che succedono contemporaneamente, che si intrecciano, si complicano, si aggravano, si confondono, Cacciatore conclude il romanzo sembrandogli la maniera più degna, la migliore dopo averne fatto una rappresentazione quanto mai lunga di cosa possa succedere nella vita, di come, di quanto si possa star male.    E’ una vita al negativo quella narrata dallo scrittore, è la storia di un dramma non limitato ma esteso, dalla madre abbandonata al carattere della bambina, alla morte dell’insegnante, ai campi di sterminio. E’ una dilatazione alla quale Cacciatore giunge senza trascurare l’indagine psicologica dei personaggi presentati, i particolari dei luoghi della vicenda. Sicuro dei mezzi espressivi, abile nella costruzione dell’opera si dimostra, inoltre, lo scrittore, capace di operare il recupero dettagliato di un passato che sembrava finito e per sempre.

C. Durastanti, La straniera

Claudia Durastanti, La straniera

La Nave di Teseo”, 2019

di Mario Coviello

Per il mio compleanno, per i miei 69 anni, mio figlio Massimiliano mi ha regalato il romanzo di Claudia Durastanti “ La straniera” .
Una donna con i capelli bruni corti e un cappotto rosso,con il viso immerso in una parete rosso fuoco, la copertina del libro, mi ha stranamente colpito. Il sommario delle 281 pagine mi ha incuriosito : Famiglia,Viaggi, Salute, Lavoro& Denaro, Amore, Di che segno sei. E mentre scrivo mi accorgo che i capitoli del libro sono quello che si chiede a un oroscopo, subito dopo aver ricordato a se stessi il proprio segno zodiacale.
“ La straniera” mi ha preso subito, come non mi accadeva da tempo. Vengo da mesi di libri cominciati e lasciati presto, non divorati come facevo un tempo per scoprirmi e ritrovarmi in quello che leggo.La Durastanti scrive in prima persona e con una scrittura folgorante, piana e profonda. Comincia il romanzo raccontando di sua madre e suo padre. Due persone sorde che si sono amate e fatte male, in maniera folle e assoluta. Claudia racconta il rapporto con la madre e il padre, l’ infanzia e l’adolescenza nei mesi estivi in America, presso parenti emigrati, e il resto dell’anno a San Martino d’Agri, in provincia di Matera.
Così ha deciso la madre quando Claudia ha sette anni e da Brooklin arriva in Basilicata, in un piccolo paese sperduto tra i calanchi. Ha imparato solo l’italiano degli emigrati e conosce bene oltre l’inglese, la lingua inventata che usa per comunicare con la madre.
E’ lei a scuola, “la straniera”, figlia della sorda che gira a piedi per i paesi, trascinata dalla madre “strana”, che raccoglie foglie, piume d’uccelli, per fare quadri che non vende.
Claudia ha un rapporto forte con il fratello più grande che la protegge e la sostiene. Deve imparare a vivere non solo con la madre che non ha il necessario per tirare avanti, ma anche con il padre che spesso appare e la sconvolge con la sua rabbia, fino a rapirla per avere l’attenzione della moglie, che si è allontanata da lui per non essere distrutta.
“ La straniera” nella seconda parte diventa un romanzo- saggio sul sud, sugli anni settanta, ottanta, novanta, sulle torri gemelle e la Brexit, su Londra, la letteratura, la scrittura e la traduzione.
“ La straniera diventa un saggio sull’amore. Un saggio ricco di richiami musicali, letterari, sociologici. Claudia Durastanti non si stanca di scavare dentro di sè e nel tempo che ha vissuto e vive. Nelle sue azioni e scelte. Sempre alla ricerca di senso e significato.

Claudia Durastanti
Ho amato meno questa seconda parte del romanzo-saggio, e ho continuato ad ammirarne la scrittura, la profondità della cultura dell’autrice, l’assoluta crudeltà nel sezionarsi.
Vi consiglio questo romanzo perchè aiuta a guardarsi dentro. Perchè racconta quell’infanzia e adolescenza difficile che molti di noi hanno vissuto. Perchè sviscera il rapporto con i genitori e le persone che amiamo e abbiamo amato. Perchè racconta di romanzi e canzoni nelle quali ci siamo ritrovati. Perchè narra la “diversità” e la fatica di viverla e valorizzarla.
Ho scritto di getto queste mie riflessioni subito dopo aver letto le ultime righe de “ La straniera : “ Ho ascoltato mia madre, e non ho dimenticato di essere una “persona”…..Quando tutto cade, indomito l’amore resta. Ma è una storia vera ?”