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Sōsuke Natsukawa, Il gatto che voleva salvare i libri

Sōsuke Natsukawa sogna libri da leggere

di Antonio Stanca

Sōsuke Natsukawa è uno scrittore e medico giapponese. E’ nato a Osaka nel 1978, si è laureato all’Università di Shinshu e svolge la sua attività professionale a Nagano, nella regione di Chūbu. Tra il 2009 e il 2015 ha esordito nella narrativa con un romanzo di quattro volumi che in Italia è ancora inedito. S’intitola Kamisama no Karute ed ha avuto molto successo, è stato anche trasposto in un film. Nel 2017 ha scritto il secondo romanzo, Il gatto che voleva salvare i libri, che recentemente è comparso allegato al “Corriere della Sera”. La traduzione è di Bruno Forzan.

   La prima opera del Natsukawa era stata di carattere autobiografico, aveva detto della sua vita, del suo lavoro, dei suoi rapporti individuali e sociali, ricavandone un’ampia e articolata narrazione fatta di tante situazioni, di tanti personaggi. La seconda si era mossa tra la realtà e l’invenzione, era stata una favola che si proponeva importanti significati. Aveva trattato di un tema quanto mai attuale, quello della crisi dei buoni libri, della lettura, delle cause del problema e dei modi, della possibilità di risolverlo.

   Protagonista è Rintarō Natsuki, un ragazzo delle scuole superiori, che dopo la morte prematura dei genitori è stato col nonno e dopo la morte di questi, che per molti anni aveva gestito una piccola libreria dell’usato in un quartiere periferico della città, è rimasto solo e vive tra la libreria, che ha ereditato, e la scuola. Dalla libreria ricava qualche piccolo guadagno, che appena gli consente di andare avanti. I tempi sono diventati difficili, i libri non si vendono, non si leggono, altri interessi, altri gusti sono sopravvenuti, finita è la stagione durante la quale la “Libreria Natsuki” aveva rappresentato un punto di riferimento, un richiamo, un ritrovo per gli intellettuali del posto, gli appassionati di letteratura, di lettura, di cultura.

  Rintarō è un ragazzo piuttosto timido, preferisce la solitudine alla compagnia, la riflessione all’azione e questo gli fa amare il modesto, silenzioso ambiente della libreria e non quello rumoroso della scuola, lo porta ad assentarsi ed a rimanere per intere giornate solo nella libreria a leggere o a fare ordine. Per cercare di distoglierlo, di smuoverlo, di farlo tornare a scuola, di farlo partecipare della vita dei compagni, va a trovarlo, quasi ogni giorno, la compagna e rappresentante di classe Sayo. Ma inutili sono risultati finora i suoi tentativi. Anzi è successo che i due si siano trovati coinvolti in situazioni per loro nuove, impreviste, completamente staccate dalla realtà e proprie dei sogni. Come nei sogni si troveranno a vivere Rintarō e Sayo, più di una volta succederà poiché quattro saranno i labirinti nei quali li porterà un gatto parlante che è comparso improvvisamente e che ha intenzione di servirsi di loro per compiere un’impresa importante, salvare i buoni libri dall’assalto dei tempi e farli di nuovo amare, leggere, farli usare per la conoscenza, l’istruzione, la formazione. Il gatto porterà i ragazzi nei labirinti e li farà confrontare con le situazioni che oggi hanno portato alla crisi della cultura, in particolare di quella letteraria, umanistica, e naturalmente dei libri che vi sono connessi, della loro lettura, del loro valore, della loro funzione. Li farà capaci di superare gli ostacoli che si frappongono ad un recupero della lettura. Farà da loro indicare le vie per una ripresa di quanto era valso nel passato. Ma una volta conclusa, l’operazione rivelerà i suoi caratteri puramente immaginari, fantastici e la realtà tornerà a vincere su ogni intenzione, su ogni proposito diverso. Anche Rintarō dovrà riconoscere che erano stati soltanto dei sogni. Tornerà, quindi, a stare nella sua libreria, ad accettare che sia poco frequentata, che di libri se ne vendano pochi, che ancor meno se ne leggano e che la sua e la vita degli altri rimangano ognuna al proprio posto.

   E’ triste quale conclusione poiché quell’animosità, quel coraggio che avevano fatto sognare i due ragazzi, quell’aspirazione, quella fiducia che li avevano mossi ad immaginare un mondo diverso, a crederlo possibile, si vedono costrette ad arrendersi ad altre regole, altre leggi.

   Ha tentato Natsukawa di superare l’ostacolo, di fermare il tempo, ce l’aveva fatta ma era stato un sogno!

AA.VV. ,Verso una nuova formazione professionale

Verso una nuova formazione professionale.
La IeFP come risorsa per far ripartire l’Italia
a cura di Emmanuele Massagli e Arduino Salatin,
Adapt University Press,
maggio 2021

Frutto dell’iniziativa dei ricercatori di ADAPT e Scuola Centrale Formazione il volume – scaricabile gratuitamente in formato eBook – nato a seguito del primo lockdown a marzo 2020, offre uno sguardo sulle esperienze di istruzione e formazione professionaleOltre 30 interviste e interventi raccolti nelle Regioni italiane, raccontano come è stata affrontata in termini didattici e organizzativi, l’emergenza pandemica. Numerose esperienze virtuose di IeFP per comprendere l’effettivo valore di questi percorsi, tra punti di forza e criticità emerse dal momento di crisi.

Venezia, 15 Luglio 2021 – Si svolge il prossimo 19 luglio online alle ore 17.00 la presentazione del volume “Verso una nuova formazione professionale. La IeFP come risorsa per far ripartire l’Italia”a cura di Emmanuele Massagli, Arduino Salatin, Adapt University Press, pubblicato a maggio 2021.

Al webinar di presentazione intervengono Francesca Puglisi, Responsabile Segreteria Tecnica Ministro dell’IstruzionePaola Vacchina, Presidente di Forma (Associazione Nazionale Enti di Formazione Professionale); i curatori del volume Emmanuele Massagli, Presidente di ADAPT e Arduino Salatin, Presidente di Scuola Centrale Formazione. Modera: Matteo Colombo, Adapt Junior Fellow.

contributi presenti nella pubblicazionesono frutto dell’iniziativa di alcuni ricercatori di ADAPT (Associazione per gli studi internazionali e comparati sulle relazioni industriali e di lavoro fondata da Marco Biagi) e di Scuola Centrale Formazione (Associazione nazionale di enti di formazione professionale riconosciuta dal Ministero del Lavoro ai sensi della legge 40/87) che, a seguito del primo lockdown nazionale nel marzo 2020, hanno deciso di dare voce alle esperienze di istruzione e formazione professionale con l’obiettivo di raccontare come queste stavano affrontando, in termini didattici e organizzativi, l’emergenza pandemica e che ruolo immaginavano per la formazione professionale nel percorso di ripresa sociale ed economica del Paese.

Gli autori hanno raccolto numerose esperienze virtuose di IeFP, andando ad intervistare e a conoscere enti provenienti da quasi tutte le Regioni italiane, allo scopo da un lato di comprendere l’effettivo valore, per l’oggi e soprattutto per il domani, di questi percorsi e, dall’altro, di approfondire i punti di forza e le criticità emerse da quel drammatico momento di crisi che è stata l’emergenza sociosanitaria, che ha portato alla luce i limiti dell’attuale modello di governance e ha permesso di (ri)scoprire il valore pienamente educativo di un segmento del sistema formativo italiano spesso dimenticato o non riconosciuto nelle sue potenzialità.

L’iniziativa nasce anche dalle sollecitazioni fornite dall’azione comunitaria ed europea. Le tematiche che oggi sono al centro dell’operato della Commissione europea, per una ripresa capace di favorire lo sviluppo, l’inclusione e la sostenibilità del nostro modello economico e sociale in questo periodo emergenziale sono infatti giovani e occupabilità, competenze e sviluppo economico, innovazione diffusa. In questo scenario l’istruzione e la formazione professionale rappresentano un punto di caduta comune di queste direttrici. “Uno dei grandi potenziali della istruzione e formazione professionale – afferma Chiara Rondino, Head of Vocational Education and Training, Apprenticeships and Adult Learning della Commissione europea – è supportare la crescita socioeconomica e la transizione digitale e verde. Almeno dal nostro punto di vista, queste ultime sono le tendenze che guideranno la ripresa e la crescita nel futuro. È quindi cruciale sviluppare competenze anche di medio e alto livello legate alla just transition”.

Tra i punti di forza delle esperienze raccolte emergono in particolare la flessibilità didattica e organizzativa, l’attuazione di soluzioni creative, la presenza di scuole che sanno parlare il linguaggio delle imprese e l’attivazione di reti territoriali. Emerge con forza l’adattabilità rispetto ad una circostanza avversa e inaspettata come il Covid-19, che ha obbligato gli enti di formazione a ripensare la propria didattica e alcuni consolidati metodi pedagogici.

Tra le iniziative di particolare rilievo c’è il progetto INN promosso da Scuola Centrale Formazione (SCF) che in materia di innovazione della didattica, come organizzazione di secondo livello, lavora da tempo con l’obiettivo di sostenere la qualità e l’efficacia dell’offerta formativa degli associati supportandone l’innovazione nelle scelte organizzative, metodologiche, tecnologiche, di gestione dello spazio e di progettazione dei curricula formativi.

Negli ultimi anni SCF ha consolidato infatti alcuni filoni di intervento: la didattica innovativa con le tecnologiela didattica duale, l’impresa formativa e sviluppato nuove piste di lavoro legate al ripensamento degli assi culturali e dei setting formativi. Investimenti importanti anche dal punto di vista delle attrezzature e della formazione dei formatori legata alle competenze digitali e alle metodologie di didattica non frontale, che si è rivelato strategico soprattutto durante l’emergenza nell’implementazione della didattica a distanza.

Dallo studio emerge anche come la DAD implichi in effetti un ripensamento complessivo – di contenuto e di metodo – che non può essere veicolato del singolo docente, ma che richiede un lavoro congiunto di progettazione a molteplici livelli. Cruciale è l’importanza di una progettazione aperta ad accogliere e interpretare gli stimoli da parte di tutti gli attori dell’ecosistema formativo. In primis dagli allievi, vero motore di questo sistema.

Altro esempio di buona pratica “Il modello friulano delle ATS”, che vede una gestione della IeFP con la compartecipazione delle Istituzioni formative incaricate attraverso una Associazione Temporanea di Scopo che raggruppa gli enti accreditati dalla Regione per l’obbligo di istruzione. Il modello, avviato nel 2012, si rivela vincente in quanto “scarica le tensioni sul sistema” permettendo la crescita della formazione professionale di base, tanto che viene esteso alla gestione degli avvisi di Garanzia Giovani.

Si evidenzia anche come l’attenzione agli ultimi, che caratterizza la maggior parte degli enti di formazione, non contrasta con lo sforzo di attirare gli allievi migliori. Le esperienze raccolte nel volume testimoniano infatti come metodologie didattiche pensate e sviluppate per i ragazzi considerati fragili, combinate con concetti e approcci didattici ispirati alle buone pratiche internazionali, abbiano portato alcuni centri di formazione professionale a diventare delle vere e proprie eccellenze nel territorio, garantendo la pari dignità tra scuola e CFP, nonché il successo formativo e professionale dei propri allievi. Tale eccellenza formativa sembra dovuta principalmente alle qualità e alle capacità degli operatori del sistema IeFP, e non tanto a piani di investimento dedicati a livello nazionale e regionale: un’eccellenza che andrebbe maggiormente considerata e tutelata per l’ulteriore rafforzamento del sistema e delle sue capacità di integrazione con le imprese.

La pubblicazione si compone di 32 interviste e 6 interventi ed è strutturata in tre parti: Contributi istituzionali e introduttivi (Parte I), Approfondimenti e riflessioni (Parte II), Esperienze di alcuni soci SCF e dei partner di Adapt (Parte III). Nelle interviste sono stati coinvolti enti provenienti da 12 Regioni italiane: Calabria, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Sardegna, Sicilia, Trentino-Alto Adige, Veneto. Le pagine del volume sono documentazione recente della adattabilità, resilienza, progettualità e creatività educativa e formativa della istruzione e formazione professionale e del valore del metodo educativo dell’alternanza formativa.

Sul piano istituzionale il volume raccoglie interviste a Chiara Rondino (Head of Vocational Education and Training, Apprenticeships and Adult Learning della Commissione europea) e Cristina Grieco (delegata MIUR per i rapporti con le Regioni e con la Pubblica amministrazione per i temi di competenza concorrente Stato-Regioni come la filiera professionalizzante e la formazione permanente).

“Durante il peggiore periodo della crisi da COVID-19 – afferma Emmanuele Massagli – l’istruzione e formazione professionale ha mostrato una creatività didattica e una resilienza organizzativa e pedagogica non osservati nel sistema scolastico tradizionale. La formazione professionale triennale e quadriennale di competenza regionale, laddove attiva, ha garantito ai propri studenti percentuali di successo occupazionale non differenti da quelle misurate prima della crisi. La prossima riforma del sistema di istruzione e formazione tecnica superiore in attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza sarà una occasione da non perdere per chiudere il cerchio della IeFP rinnovando e potenziando il funzionamento e l’offerta dei percorsi di Istruzione e Formazione Tecnica Superiore (IFTS). La pubblicazione che oggi presentiamo mostra nei fatti, senza alcuna retorica, come il potenziamento dell’unico canale formativo work-based attivo nel nostro Paese sia necessario tanto per i giovani, quanto per le imprese, per dare forma a quella integrazione tra formazione e lavoro di cui troppo si parla e che ancora poco si pratica”.

E. Brizzi, Una notte sull’Alpe della Luna

Enrico Brizzi fra i nuovi scrittori

di Antonio Stanca

Enrico Brizzi è nato a Bologna nel 1974, ha quarantasette anni e in tanti modi, in tanti sensi, oltre che nella narrativa, si è applicato. In verità diffusa è oggi tra i nuovi scrittori la tendenza ad interessi estesi, a dedicarsi a molte attività, a non fare della narrativa la sola o la più importante. I giornali, la radio, la televisione, il cinema quando non la musica, la grafica, sembrano diventati aspetti necessari della loro vita, della loro opera, sembrano la loro premessa inevitabile, la loro incubazione. Si diventa, oggi, scrittori quasi sempre dopo essere stati giornalisti, autori di programmi radiofonici, televisivi, musicali, sceneggiatori, aiuto registi. E, in genere, si continua a fare tutto questo anche quando scrittori si è già, anche quando per la scrittura manca il tempo necessario a rivederla, migliorarla. Non esiste più, d’altronde, un pubblico particolarmente esigente. Perciò, tranne che per pochi casi, di veri scrittori è diventato sempre più difficile parlare. Si è formata, invece, una lunga serie di “altri” scrittori tra i quali rientra Enrico Brizzi. A Bologna ha studiato e si è laureato in Scienze della Comunicazione. Umberto Eco è stato il suo professore di Semiotica. Quando aveva ventanni, nel 1994, ha esordito nella narrativa col romanzo Jack Frusciante è uscito dal gruppo, opera riuscita nella quale ripercorre la sua situazione in famiglia, il suo rapporto con gli amici e mostra quei segni di polemica, di rifiuto nei riguardi degli ambienti convenzionali, delle regole costituite che saranno una nota ricorrente nei suoi romanzi e racconti. Ci sarà pure l’altra dei grandi viaggi a piedi, delle grandi traversate e anche questa rientrerà nei suoi modi di vivere, quello di camminare. Ad un certo punto comparirà la vena fantastorica, poi quella politica, quella sportiva, quella noir e non sarà più possibile ricondurre l’autore a delle linee uniche. Lo si dovrà seguire e spiegare di volta in volta.

   Tra i lavori impegnati a dire del dissenso del Brizzi nei riguardi della vita, della modernità, della sua volontà di fuggire, evadere, rientra Una notte sull’Alpe della Luna, breve romanzo che risale al 2019 e che quest’anno è stato ristampato dal Gruppo Editoriale GEDI. Si dice di tre ragazzi di città, in uno dei quali è possibile riconoscere l’autore, che dopo la maturità decidono di compiere un’impresa insolita e piuttosto rischiosa, partire da Arezzo con una vecchia Renault e raggiungere Rimini attraverso l’Appennino tosco-emiliano. Avevano portato con loro una tenda e quant’altro pensavano potesse servire per un’impresa che credevano di compiere in tre giorni. I tempi diventeranno più lunghi, le montagne, i boschi riserveranno loro, che non erano preparati, molte sorprese, molti pericoli, molte paure. Brando, il capogruppo, si mostrerà coraggioso ma non al punto da annullare quello stato di tensione, di allarme che tante volte si creerà. Persa la macchina dovranno procedere a piedi e tutto diventerà più complicato. La stanchezza, il sonno, la fame saranno costanti, percorreranno strade sconosciute, si ritroveranno molte volte soli, vivranno notti di ansia, attraverseranno monti, boschi, fiumi, vallate, paesi, villaggi, conosceranno quanto era rimasto loro sconosciuto pur se vi abitavano vicino. Non riusciranno a credere ma ce la faranno e migliori, più forti usciranno da quella esperienza. Il loro rapporto diventerà più vicino, più intimo, scopriranno parti di loro che non conoscevano, non vorranno più separarsi e si riprometteranno di non perdersi mai di vista, di sentirsi sempre anche se la vita dovesse destinarli lontani l’uno dall’altro.

   Positivo è il risultato finale e lo scrittore insiste a metterlo in evidenza. Insiste a far sapere come anche tre ragazzi tra i tanti, senza doti particolari, possano superare molti ostacoli, scoprire valori morali, spirituali dei quali nemmeno sospettavano e farli valere per sempre.

   Desta è in molta scrittura del Brizzi l’attenzione per quanto avviene nel mondo dei giovani e stavolta è emersa in modo particolare.

M. Vichi, Il Brigante

Marco Vichi tra bene e male

di Antonio Stanca

Lo scrittore Marco Vichi è nato a Firenze nel 1957. Ha sessantaquattro anni e vive sulle Colline del Chianti. Ha iniziato a scrivere per giornali e riviste del posto, ha creato programmi per la radio finché nel 1999 non ha esordito nella narrativa prima con racconti comparsi su riviste e poi col romanzo L’inquilino. Nel 2002 ha iniziato la serie di romanzi polizieschi ambientati nella Firenze degli anni ’60 e interpretati dal commissario Bordelli. Avrebbe continuato con altri racconti e romanzi, si sarebbe dedicato al teatro, alla televisione e a laboratori di scrittura. Molti riconoscimenti avrebbe ottenuto, molto avrebbe fatto e continua a fare mosso dall’intento di portare sulla pagina, sulla scena, sullo schermo i problemi dell’animo umano, le sue pene, quelle venute dopo gravi situazioni, gravi azioni, quellediventate difficili da rimuovere. La vita da lui rappresentata avviene di nascosto, lontano dall’evidenza,è di persone che vivono di espedienti, di travagli, di clandestinità, che non fanno parte del processo, del movimento delle altre, che escluse sono dagli interessi, dalle intenzioni, dalle pratiche di queste. Una vita diversa da quanto si vede, si pensa, si dice è quella dei malfattori, degli incoscienti, un’opera che la rappresentaè quella del Vichi ma non in maniera esclusiva ché spazio c’è, nel suo narrare, anche per quanto non ècattiveria, crudeltà bensì rimorso, pentimento.

Un’ennesima prova di questa abile combinazione tra bene e male che lo scrittore sa compiere è il romanzo Il brigante, ristampato quest’anno dal Gruppo Editoriale GEDI. In precedenza l’opera aveva avuto, presso Guanda, due edizioni, una nel 2006 e l’altra, illustrata, nel 2015.

  Anche qui gli ambienti tendono ad essere cupi, misteriosi, i personaggi, i discorsi poco chiari, anche quila situazione è sospesa, percorsa da un senso di paura, di pericolo. In un passato piuttosto lontano, durante una notte di tempesta, tra la pioggia sempre più fitta e i tuoni sempre più vicini, in una taverna isolata, Tasso Morto, sulle colline intorno a Pistoia giunge un viandante solitario che cerca cibo per mangiare e un letto per dormire. Nel locale oltre all’oste ci sono tre avventori che intorno ad un tavolo sono intenti a parlare tra loro, a bere e a fumare. In disparte su una grossa panca c’è disteso, con addosso i vestiti, Frate Capestro, il brigante, un bandito crudele, sanguinario, il più pericoloso della zona. La stanza è riscaldata dal fuoco di un camino. Dopo aver mangiato il nuovo arrivato si unirà ai tre avventori e insieme, tra bevute e fumate, si lasceranno andare ai ricordi della loro vita, a quelli che più di tutti l’hanno segnata perché di vicende, azioni molto gravi, crudeli. Venivano tutti da famiglie povere, erano stati tutti vittime di disgrazie, di sventure e da qui, dai bisogni, dalle necessità più elementari erano stati spinti a compiere azioni malvagie, a praticare il male, adiventare cattivi. Ne avevano compiute di cattiverie, non ne avevano mai parlato ma ora sentivano quasi il dovere di farlo perché confessando le proprie colpe sembrava loro di potersene liberare. Si erano convinti che grave sarebbe stato se non si fosse mai saputo niente.

  Il romanzo contiene, quindi, i racconti che i quattro faranno dei propri peccati. A quelli si aggiungerà il racconto che Frate Capestro farà della sua vita, delle sue nefandezze che sono molto più gravi. Anche a lui sembrerà di poterle eliminare tramite la loro confessione.

  Tra tanto male il Vichi ha scoperto la via del bene, non ha lasciato impunite quelle colpe, le ha riscattate, le ha assolte. Ha fatto parlare di esse, ha fatto cercare una spiegazione. Vi erano state indotte quelle persone ed ora cercavano di essere capite, giustificate.

Ancora una volta lo scrittore è riuscito a far stare insieme il male col bene, a combinarli, a farli apparire come elementi, aspetti propri della vita anche se di una certa vita.

B. Pitzorno, Sortilegi

Bianca Pitzorno, dalla leggenda alla letteratura

di Antonio Stanca

L’ultima opera di Bianca Pitzorno è Sortilegi, pubblicata quest’anno da Bompiani nella serie “Narratori Italiani”. Sono tre racconti che la scrittrice ricava da notizie, conoscenze che le sono giunte o si è procurata e che sono state opportunamente rimaneggiate.

   La Pitzorno è nata a Sassari nel 1942, ha settantanove anni e molto ha scritto soprattutto dal 1970 al 2011. Dopo essersi laureata in Lettere Classiche a Cagliari si è specializzata, a Milano, presso la Scuola Superiore delle Comunicazioni. A Milano è rimasta, qui vive e lavora, i suoi scritti non sono solo di narrativa ma anche di saggistica, sono testi teatrali, televisivi. Ha svolto, inoltre, un importante lavoro di traduttrice, ha fatto conoscere in Italia famosi autori stranieri. Ha lavorato presso la Ruben Martinez Villena, la Biblioteca di L’Avana. Molti riconoscimenti ha ottenuto nei campi dove si è applicata. In modo particolare si è distinta nella narrativa per ragazzi per la quale ha ottenuto il Premio Internazionale Hans Christian Andersen Award, ritenuto il Premio Nobel per questo genere letterario. Anche in televisione ha curato programmi per ragazzi, anche di politica si è interessata, multipla è stata nei suoi impegni, instancabile, inarrestabile, inesauribile. Basti pensare che spesso si è documentata sulle vicende, sui personaggi che intendeva rappresentare nelle narrazioni, spesso li ricavava dalla storia o da quanto storia non era ma solo una diceria, una credenza, una leggenda che ancora esisteva pur appartenendo al passato più remoto. Era curiosa, s’informava, scopriva e ne faceva opere di letteratura, ne traeva romanzi o racconti. Così ha fatto per i racconti di Sortilegi: ha cercato nel passato, stavolta della Toscana e della Sardegna, e vi ha trovato storie delle quali ci sono anche testimonianze scritte ma che soprattutto sono state tramandate oralmente, diventate sono patrimonio di tutti, rientrate sono nel sapere collettivo, superato hanno i loro tempi, i loro luoghi e trasformate si sono in esempi, in simboli da imitare o evitare, favole sono diventate, per sempre e per tutti sono finite col valere. A queste ha attinto la Pitzorno di Sortilegi e mentre nei primi due racconti, La strega e Maledizione, il tema rientra tra quanto è solitamente appartenuto alle credenze popolari circa i fenomeni di stregoneria o di fattura, il terzo riguarda un evento vissuto da pasticcieri sardi emigrati in Argentina dopo la seconda guerra mondiale e qui affermatisi per i loro dolci. Protagoniste dei primi racconti sono, come pure è consueto, donne bellissime che hanno avuto una vita sfortunata, solitaria, che sono state vittime di invidie, maldicenze, calunnie fino ad essere, ne La strega, accusate di nascondersi sotto forme diverse, considerate pericolose, processate e condannate a morte. In Maledizione, invece, la donna bellissima e in pericolo si salverà grazie all’aiuto giuntole in gran segreto da persona buona che aveva scoperto l’inganno perpetrato nei suoi confronti.

   Ogni volta, anche in Profumo, la Pitzorno dichiarerà di aver sentito, di aver letto di quelle storie e di essere stata tanto attirata da averne voluto ricavare delle narrazioni, fare letteratura. Ci è riuscita in questa come in altre opere, ha ripercorso la vicenda saputa sistemandola, costruendola in modo che acquistasse una sua autonomia, un suo significato, un suo valore, che si liberasse delle confusioni, delle indeterminazioni che sono proprie delle leggende e sembrasse vera, autentica. Aiutata è stata in questa operazione dall’uso di una lingua quanto mai ricca e capace di aderire alla realtà fino al punto da non farla distinguere dall’invenzione.

    Molte esperienze in molti campi ha accumulato la Pitzorno e le sue capacità espressive ne sono uscite arricchite, si sono perfezionate. Leggerla è facile ma è anche e soprattutto utile poiché permette di sapere tutto della vita anche di quella che non è accaduta.

B.L. Castrovinci, Il treno della scienza

Bruno Lorenzo Castrovinci, Il treno della scienza, un viaggio senza fine

Il treno della scienza, un viaggio senza fine, è un’opera letteraria che racconta le storie degli insegnanti, dei bidelli, dei dirigenti scolastici, degli assistenti amministrativi e di quanti a vario titolo lavorano nella scuola italiana.

I personaggi sono tutti, eccetto alcuni, caratterizzati dal fatto di viaggiare su un treno, il treno della scienza appunto, che li conduce, giorno per giorno, verso il posto di lavoro, .

Il treno della scienza rappresenta quindi il viaggio che ogni giorno, a volte con grandi sacrifici, molti uomini e donne fanno per andare a lavorare in una scuola, quella italiana, caratterizzata da tempi con rituali ben precisi che, nonostante le spinte innovative di alcuni, rimangono sempre uguali.

La narrazione ricopre un arco temporale di due anni, illustrando questi rituali, questi momenti all’interno dei quali i personaggi si muovono e prendono vita, con le loro emozioni, i loro vissuti, le loro passioni, aspirazioni, speranze ma spesso anche  con la loro sofferenza e il loro dolore.

Sul treno le anime si incontrano, inevitabilmente si innamorano, si legano e ognuno dei personaggi reagisce a questi sentimenti in modo diverso. Alcuni sono sposati e vivono il dramma di matrimoni che la mancata relazione quotidiana distrugge, altri hanno vuoti esistenziali che cercano di colmare scendendo in anfratti del loro io sempre più cupi, anche se per farlo vivono passioni con tutto quello che queste ultime portano con sé.

Il lettore, quindi, rivive, attraverso i personaggi, queste emozioni, prima fra tutte l’amore con tutte le sue sfumature.

La struttura del racconto si sviluppa sulle storie di quattro personaggi principali: Marco, Ester, Laura e Alberto ai quali durante il racconto si aggiungono altre figure, alcune delle quali diventano importanti, come Roberta, animo nobile, presente in quasi tutto il libro.

Tra le storie, il mondo della scuola viene raccontato e descritto dettagliatamente, anche negli aspetti che nessuno conosce e pertanto per questo molto affascinanti.

A fare da contorno il paesaggio Siciliano, illustrato in tutta la sua bellezza, che il libro porta alla sua scoperta, soprattutto chi non lo ha mai visitato e invita a viverlo, assaporarlo nelle sue mille sfaccettature e colori.

Ma nel libro emergono anche altri aspetti di questa bellissima terra, con infrastrutture inadeguate, con treni obsoleti, tempi di percorrenza lunghissimi a causa di un’alta velocità mai realizzata e viene drammaticamente mostrata anche la fragilità di tutela di un paesaggio quasi unico al mondo.

Il libro con i suoi personaggi stupisce, pagina dopo pagina fino alla fine, con storie che si sviluppano si intrecciano e che hanno un unico denominatore: lui, il treno, che di fatto prende vita, innamorandosi di quei viaggiatori, seguendoli nei loro destini e vivendo in prima persona un’infinità di emozioni, dal trascinamento passionale al dramma per le storie finite, dal rimpianto per quelle mai vissute alla tristezza  per chi va via, per chi lo lascia per sempre.

Emozioni quindi che riempiono tutte le pagine, una dopo l’altra, come un viaggio senza fine. Le stagioni passano, gli anni si susseguono, ma inesorabilmente il treno è sempre lì, ogni mattina, a riprendere la sua corsa sui binari della vita.

A. Arzallus Antia – I. Balde, Fratellino

Amets Arzallus scrive di una vita

di Antonio Stanca

Ad Aprile di quest’anno la Feltrinelli, nella collana “Narratori”, ha ristampato Fratellino del francese Amets Arzallus Antia e del guineano Ibrahima Balde. Era uscito nel 2020 e l’Arzallus vi aveva riportato quanto gli era stato detto dal Balde, un giovane originario della Guinea ed emigrato in Spagna dove svolgeva il lavoro di meccanico. Gli aveva raccontato la storia della sua vita, le peripezie attraversate, il viaggio verso l’Italia compiuto su un gommone nel Mediterraneo e lui ne aveva fatto un’opera divisa tra l’autobiografia, il diario, la confessione.

   Arzallus è nato a Saint-Jean-de-Luz, Nuova Aquitania, nel 1983, ha studiato Scienze dell’Informazione all’Università di Leioa, Paesi Baschi, ha collaborato con giornali, riviste, televisione e soprattutto ha partecipato, a cominciare dal 2001, a molti campionati di versicolarismo. E’ un genere poetico che ha tradizioni remote, dall’antica Grecia a Roma, dall’antica Spagna all’Oriente, all’Islam. E’ una poesia cantata e improvvisata anche se con il rispetto della rima e del metro.

   In casa Arzallus sia il padre sia il fratello di Amets praticavano il versicolarismo. Era stato il primo elemento, il primo aspetto della sua formazione quello di cantare poesie create al momento, versi inventati. Aveva continuato a farlo ed era divenuto famoso, aveva avuto molti riconoscimenti.

   Anche in altri sensi si è applicato, ha recitato in un documentario relativo al Progetto delle Ambasciate Itineranti Europe Transit, collabora con un’associazione di assistenza ai migranti e qui ha conosciuto Ibrahima Balde. Proveniva dalla Guinea di Conakry ed era arrivato a Irun, nei Paesi Baschi. Ora faceva il meccanico a Madrid e tutto di sé ha detto all’Arzallus che lo ha scritto.

   Nato in una famiglia molto povera, Ibrahima era il maggiore dei quattro fratelli e già dagli anni della scuola elementare aveva cominciato a rendersi utile in casa. A cinque anni aiutava il padre che per strada, in città, vendeva pantofole mentre la madre e i più piccoli erano al villaggio e vivevano dei proventi di alcuni animali domestici, dell’orto e dei boschi. Quando aveva tredici anni il padre era morto e, come è regola in Africa, a lui, al figlio maggiore era spettato il compito di assumersi la responsabilità del fratello minore, Albassane, e delle due sorelle, pure più piccole. Aveva, quindi, messo da parte ogni aspirazione ed era partito dal villaggio in cerca di quella fortuna che avrebbe dovuto permettere alla famiglia di tirare avanti. Comincerà da quel momento una lunga, interminabile serie di avventure, di peripezie tra tanti stati dell’Africa. Cercherà sempre quello dove avrà sentito che si poteva lavorare meglio, guadagnare di più, lo raggiungerà tramite viaggi in autobus o in minibus o in treno quando avrà da pagare il biglietto, a piedi quando questo non gli sarà possibile. Il deserto, il caldo, il sonno, il rischio, il pericolo, la fame, la sete, diventeranno elementi, aspetti permanenti della sua vita, della vita di un adolescente. Non distinguerà tra giorno e notte, casa e strada, vita e morte, bene e male. Sempre solo rimarrà e a volte quello che guadagnerà facendo i lavori più duri non sarà sufficiente per intraprendere un altro viaggio, per mantenersi, per cercare posti, lavori migliori. Più grave diventerà la situazione quando dalla madre, per telefono, saprà che il piccolo Albassane ha lasciato la scuola e se n’è andato da casa. Voleva raggiungere l’Europa e iniziare una nuova vita. Ibrahima si metterà alla sua ricerca, la sua vita avrà solo questo scopo poiché responsabile si sentiva di quanto stava accadendo al piccolo fratello. Non lo troverà, riuscirà solo a sapere che era morto in mare perché naufragato era il gommone che lo portava in Italia. Sarà drammatico doverlo dire alla madre, alla quale aveva promesso che lo avrebbe trovato e riportato a casa. E ancora più drammatico sarà dirle che anche lui voleva imbarcarsi, raggiungere l’Europa e rimanervi. Soffriranno pure le sorelle, quella casa perderà ogni riferimento, ogni futuro da realizzare, da vivere insieme.

   Semplice, chiaro anche se sempre commosso sarà il linguaggio col quale Ibrahima narrerà all’Arzallus la sua storia e in quel modo questi la riporterà. Di una confessione si tratterà, di una lunga confessione che non rinuncerà a nessuno degli aspetti suoi propri: ci saranno ripensamenti, pentimenti, confusioni superate, paure ancora esistenti, nostalgie, ripetizioni, rimpianti vecchi, propositi nuovi, tutto ci sarà di quella che era stata una vita passata a inseguire quanto mai era giunto.

Edmund Husserl, La crisi delle scienze europee…

Indimenticabile quel libro …

Ri-Leggere La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale. Introduzione alla filosofia fenomenologica di Edmund Husserl durante l’emergenza sanitaria e “scolastica”

di Carlo De Nitti [1]

Un classico è un libro che non ha ancora finito di dire quello che ha da dire
ITALO CALVINO (1923 – 1985)

Le mere scienze di fatti creano meri uomini di fatto
EDMUND HUSSERL (1857 – 1938)

Solo chi è padrone del passato è padrone del futuro
GEORGE ORWELL (1903 – 1950)

  • Indimenticabile La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale. Introduzione alla filosofia fenomenologica di EDMUND HUSSERL (1857 – 1938), pubblicato postumo e giunto in Italia nel 1961 edito per i tipi de Il Saggiatore per volontà di ENZO PACI (1911 – 1976). Un titolo, a giusta ragione, lunghissimo, ma sovente identificato solo con la prima parte La crisi delle scienze europee o, ancor di più, Crisi, ovvero, in lingua tedesca, Krisis. Esso è il frutto della rielaborazione di alcune conferenze tenute nel 1935 a Vienna (maggio) e Praga (novembre).
  • Indimenticabile perché …

– è il punto di approdo del quarantennale percorso del pensiero husserliano, a partire dalla Filosofia dell’aritmetica (1891);
– è un classico della filosofia della scienza (e non solo) del ‘900;
– fonda un modello di sviluppo scientifico non interessato esclusivamente alla sintassi della scienza, ma anche alla sua intenzionalità umana, in aperta opposizione al positivismo in tutte le sue forme.

  • Indimenticabile per me perché quasi quaranta anni fa fu il punto di arrivo della mia tesi di laurea discussa con il prof. GIUSEPPE SEMERARI (1922 – 1996), uno dei massimi studiosi italiani dell’Autore ed un protagonista indiscusso di quella stagione di studi filosofici che, negli anni Cinquanta/Sessanta del secolo scorso, vide Edmund Husserl e la fenomenologia al centro del dibattito filosofico italiano.
  • Naturale chiedersi oggi, dopo circa ottanta anni, da parte dei lettori / ri-lettori:

– cosa abbia da dire ora – dopo oltre ottanta anni – questo filosofo ebreo tedesco che, nella fase terminale della sua lunga vita, ha sperimentato in corpore vili l’antisemitismo nazionalsocialista;
– perché ri-leggerlo ora, nel secondo decennio del XXI secolo, nel pieno di una pandemia che ormai da un anno sconvolge tutta l‘umanità.

  • Husserl non emigra dalla Germania nazista verso gli Stati Uniti – come tanti altri intellettuali – per un fatto meramente anagrafico; al momento dell’avvento del nazismo aveva circa settantacinque anni: si sentiva troppo vecchio per lasciare il suo Paese, nonostante le leggi antisemite.
  • La prima parte dell’opera è significativamente intitolata La crisi delle scienze quale espressione della crisi radicale di vita dell’umanità europea. La crisi delle scienze esiste nonostante i loro successi: non è in crisi la loro scientificità peculiare, la loro razionalità tecnica, la loro ‘sintassi’ (quella positivistica in tutte le sue varianti), ma una scientificità diversa, di grado più alto, quella a partire dalla quale vengono espressi l’origine, la funzione, il significato delle scienze singole in relazione ai fini degli uomini che producono scienza e che ne fruiscono: in una parola, il loro “telos”.
  • Edmund Husserl, parlando di crisi delle scienze europee, non condanna l’idea di scienza in generale, ma stigmatizza il suo uso antiumanistico (con un lessico che non è – né può essere – husserliano: capitalistico?), scisso dai fini della razionalità umana: l’autoemancipazione dell’umanità attraverso la ragione.
  • Legittima la domanda: ma Husserl fa politica? Questa parola è assente dal lessico husserliano, però l’analisi fenomenologica della scienza ha un significato sostanzialmente politico, perché la scienza è tematizzata a causa della responsabilità che il sapere scientifico ha verso se stesso e verso la possibilità di autentificazione razionale dell’umanità.
  • L’aggettivo ‘europee’ che accompagna il sostantivo ‘scienze’ una concezione di scienza storicamente determinata, a partire da Galileo Galilei, insieme al suo consustanziale asservimento al potere in età moderna e non solo.
  • Galileo Galilei rappresenta per Husserl, da un lato, il genio che scopre come la vera realtà in sé è costituita dagli aspetti misurabili, cioè dalle forme matematiche, le cui connessioni ideali vengono a costituire la trama dei rapporti causali. Egli, dall’altro, considerando il mondo in base alla geometria ed a ciò che è matematizzabile, riveste la sua scoperta con un Ideenkleid, un abito di idee, che esclude il mondo della vita e dei bisogni degli uomini dalla scienza.
  • All’elaborazione husserliana, fa da sfondo l’ideale della filosofia come scienza rigorosa, che pervade il pensiero occidentale fino dalle sue più remote origini. Husserl recide i ponti con una secolare tradizione, fondando nell’autoresponsabilità l’esistenza dell’uomo nel mondo e con la consapevolezza, con cui conclude il volume che “la filosofia come scienza rigorosa, anzi apodittica, il sogno è finito” (§ 73).
  • Nella terza parte di Krisis, Husserl tematizza esplicitamente il problema del mondo della vita, della Lebenswelt. Il mondo della vita è il mondo degli uomini, prima di ogni categorizzazione logica, in cui trovano espressione i loro bisogni. Le scienze, secondo Husserl, trovano nel mondo dei bisogni umani il loro punto di imputazione, il loro fondamento. Fine di Husserl è riscoprire al di sotto della matematizzazione galileiana, la relazione tra l’uomo che è il soggetto del mondo della vita ed i suoi prodotti scientifici, il cui oblìo causa la crisi delle scienze e della ragione.
  • Perché ri-leggere oggi, nel XXI secolo, nel corso di una pandemia, La crisi delle scienze europee Edmund Husserl? Da oltre un anno, la più cogente forma di autoemancipazione per il mondo intero è quella di venir fuori dalla pandemia attraverso le vaccinazioni di massa. Il vaccino, se ben si pensa, rappresenta, da un lato, la razionalità della scienza che produce il vaccino, dall’altro, l’intenzionalità degli uomini della politica di renderlo gratuito e universale per tutti. E’ solo un esempio tra i moltissimi sui problemi etici legati alla scienza: dalla fecondazione artificiale agli OGM; dall’agricoltura bio ai problemi rivenienti dall’uso dell’energia nucleare; dalle neuroscienze all’intelligenza artificiale.
  • Ovviamente, oggi non siamo così ingenui da poter ritenere con Husserl che i filosofi funzionari dell’umanità che hanno su di sé la responsabilità esclusiva di questa autoemancipazione, ma sappiamo benissimo che ogni riflessione razionale sulla scienza non può che coinvolgere, oltre che le scienze stesse, la filosofia, l’etica e tutte le scienze dell’uomo. Ecco perché, nella nostra contingenza storia, filosofica e politica, ri-leggere Edmund Husserl è sicuramente un modo per lumeggiare le tenebre che circondano i nostri giorni attuali.
  • Quali spunti di meditazione lascia alle persone di scuola di questo terzo decennio del XXI secolo nel corso di un’emergenza, che è anche scolastica, questo volume ed, in generale, la filosofia husserliana? Penserei a tre significative parole-chiave, fondamentali nella relazione educativa: relazione, mondo della vita, empatia. Su di esse – insieme a tanto d’altro di tutto il percorso husserliano – è possibile enucleare una pedagogia ed una didattica fenomenologiche assolutamente innovative: della filosofia e non solo, come ha insegnato (e sempre praticato per quasi cinquanta anni) Giuseppe Semerari. Questo, però, è un altro discorso …
  • Mi piace concludere con questi versi del 2015 (<Equilibri> in www.edscuola.it) che ripresento:

      LAICAMENTE

Spezzare e condividere
con i giovani il pane
della ricerca, dell’impegno e della critica: 
una liturgia laica senza tempo 
in uno spazio pubblico.
Onorato di esserci stato e 
di testimoniarlo quotidianamente
nell’impegno. 
Commosso nel ricordarlo,
sempre.

  • BIBLIOGRAFIA … “AFFETTIVA”

FERRUCCIO DE NATALE, La fenomenologia e i due irrazionalismi, Dedalo, Bari 1980;

FERRUCCIO DE NATALE, Tra ethos e oikos. Studi su Husserl, Heidegger e Jonas, Palomar, Bari 2001;

FERRUCCIO DE NATALE, Tra storicismo e storiografismo. Sulla difficile convivenza tra lavoro teoretico e lavoro storiografico in filosofia, Adriatica Editrice, Bari 1987;

FERRUCCIO DE NATALE, La presenza del passato. Un dibattito tra filosofi italiani dal 1946 al 1985, Guida, Napoli 2012;

EDGAR MORIN, Tesi sulla scienza e l’etica, trad. it. di CARLO DE NITTI, in FRANCESCO BELLINO (a cura di), Trattato di bioetica, Levante editori, Bari 1992;

ENZO PACI, Funzione delle scienze e significato dell’uomo, Il Saggiatore, Milano 1963;

ENZO PACI, Idee per un’enciclopedia fenomenologica, Bompiani, Milano 1973;

ENZO PACI, Fenomenologia e dialettica, Feltrinelli, Milano 1974.

GIUSEPPE SEMERARI, Responsabilità e comunità umana. Ricerche etiche, Lacaita, Manduria 1960; ora in Opere di Giuseppe Semerari, a cura di Alberto Altamura, premessa di Giuseppe Cantillo, Guerini e Associati, Milano 2014;

GIUSEPPE SEMERARI, Scienza nuova e ragione, Lacaita, Manduria 1961, 1966; ora in Opere di Giuseppe Semerari, a cura di Furio Semerari, premessa di Carlo Sini, Guerini e Associati, Milano 2009;

GIUSEPPE SEMERARI, La lotta per la scienza, Silva, Milano 1965; ora in Opere di Giuseppe Semerari, a cura di Francesco Valerio, premessa di Fulvio Papi, Guerini e Associati, Milano 2013;

GIUSEPPE SEMERARI, Filosofia e potere, Dedalo, Bari 1973;

GIUSEPPE SEMERARI (a cura di), La scienza come problema. Dai modelli teorici alla produzione di tecnologie, De Donato, Bari 1980;

GIUSEPPE SEMERARI, Insecuritas. Tecniche e paradigmi della salvezza, Spirali, Milano 1982;

GIUSEPPE SEMERARI, Novecento filosofico italiano. Situazioni e problemi, Guida, Napoli 1988;

GIUSEPPE SEMERARI – FERRUCCIO DE NATALE, Skepsis. Studi husserliani, Dedalo, Bari 1988.


[1] CARLO DE NITTI (Bari 1960), laureato in filosofia, vive e lavora nel capoluogo pugliese dove da trentacinque anni opera nel mondo della scuola, da docente (1986 – 2007) prima e dirigente scolastico (2007 – oggi) poi.

Questo testo è la rielaborazione di un breve intervento tenuto il giorno 15 maggio 2021 nell’ambito di un incontro del ciclo “Filosofie e scienze con tè”, curato dal Prof. Alberto Altamura, presso la libreria storica <Il Ghigno> di Molfetta. Mi è gradito cogliere l’occasione per ringraziare il caro amico Albert,o per avermi onorato di un graditissimo l’invito, che mi ha consentito un vivificante tuffo nel mio ego “noumenico”.

FELLINOPOLIS

FELLINOPOLIS

un film di SILVIA GIULIETTI

con i Premi Oscar® LINA WERTMÜLLER, DANTE FERRETTI, NICOLA PIOVANI

e con MAURIZIO MILLENOTTI, FERRUCCIO CASTRONUOVO e NORMA GIACCHERO

Dopo essere stato presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma, da20 maggio arriva nei cinema FELLINOPOLIS di Silvia Giulietti, il prezioso documentario che regala allo spettatore l’eccezionale opportunità di osservare “attraverso il buco della serratura” Federico Fellini al lavoro e scoprire nuovi aspetti dell’uomo e del suo processo creativo.

Su richiesta del Maestro, Ferruccio Castronuovo ha avuto il privilegio unico di poter girare gli Special – Backstage, che all’epoca venivano utilizzati per il lancio dei film, sui set di La città delle donne, E la nave va e Ginger e Fred, documentando e rivelando gli elementi del “grande gioco”, le invenzioni e le “bugie” del regista. In questo documentario le eccezionali riprese di Castronuovo incontrano i ricordi dei professionisti che hanno lavorato con Fellini, tra cui i Premi Oscar Lina Wertmüller, Nicola Piovani e Dante Ferretti, mentre ci parlano del loro lavoro e della loro esperienza di vita a Fellinopolis, la città immaginaria dietro le quinte dei suoi film. 

Tanto si è scritto sul Maestro – dichiara la regista Silvia Giulietti – tante immagini lo hanno ritratto, tante le interviste che si trovano nel web, ma poco si è potuto godere di immagini che lo vedono al lavoro in piena creatività. La ricorrenza del centenario della nascita di Federico Fellini, è l’occasione per mostrare un lavoro straordinario, una testimonianza rara che meritava di essere portata alla luce. Grazie al lavoro di Ferruccio Castronuovo, che li ha gelosamente conservati per quasi quarant’anni in Cineteca Nazionale, oggi i suoi film, voluti da Fellini, rivedono la luce. Celebrare Fellini con i suoi collaboratori più stretti è il modo migliore per omaggiarlo. La mia attività registica è volta soprattutto alla realizzazione di documentari che raccontano il cinema, narrati da chi il cinema l’ha fatto, l’ha vissuto e ne ha fatto una ragione di vita. Non posso esimermi dal farlo, essendo io stessa nata e cresciuta nel cinema e dove, non a caso proprio nel film “La città delle donne”, da adolescente misi piede per la prima volta su un set. Quasi un destino, che oggi mi vede dietro la realizzazione di Fellinopolis.

Fellinopolis sarà nei cinema italiani dal 20 maggio con Officine UBU.

Sito ufficiale del film: https://www.officineubu.com/film/fellinopolis

E. Corace – M. Orlando, Compagni

Eleonora Corace e Matilde Orlando, Compagni
edizioni Nulla Die

 “Si è soliti ipotizzare che l’esistenza di un’isola sia condizionata dal mare, eppure ciò appartiene a un immaginario da cartolina. La vita di un’isola è determinata da varianti invisibili: le correnti, il vento, il movimento delle placche tettoniche, gli sciami sismici, i mostri marini. Anche le vite delle persone, come quelle delle isole, sono governate da forze misteriose”.

La vita di un’isola è la cornice dentro cui si svolgono le vicende del romanzo Compagni di Eleonora Corace e Matilde Orlando edito da Nulla die.

In una Sicilia afflitta dall’immobilismo sociale e dalla crisi economica un gruppo di giovani cerca di dare senso alla propria vita attraverso l’impegno politico.

Ivan, Michela, Giuditta e Chiara, studenti di Filosofia, fondano con altri ragazzi il collettivo militante “Zapata”, sull’onda delle proteste universitarie e alla vigilia della stagione dei teatri Occupati e del movimento dei Beni Comuni.

Dopo un primo scontro con l’istituzione universitaria, il Collettivo abbandona il contesto dell’accademia e si inoltra nelle strade della città, scontrandosi con la ricchezza e complessità di realtà marginali. Il recupero di un teatro abbandonato e l’entrata in una base militare suggelleranno la forza politica del Collettivo, che verrà amplificata dalla campagna elettorale a favore di un sindaco “amico”. Di occupazione in occupazione i compagni affronteranno difficoltà inaspettate. 

Mediante le vicende di un centro sociale, nomade perché continuamente sgomberabile, si narra la storia, gli amori e le passioni di un gruppo di idealisti in una società “che non capiscono e non li capisce, che non stimano e che non li stima”.

A partire dall’esperienza difficile della scrittura collettiva il romanzo rappresenta uno spaccato delle angosce e delle speranze di una generazione nell’epoca della fine di ogni ideologia.

Con un commento delle autrici: “I Compagni sono tutti quelli che vogliono cambiare il mondo. Vivono in una città tanto isolata quanto indolente. Sono scontenti, sono idealisti. Hanno il tarlo della politica, vogliono la rivoluzione. Parlano un altro linguaggio. Sono sempre esposti al giudizio della gente e alla forza della legge. Incompresi, arroccati su un’identità pubblica, ripiegati sulla coscienza collettiva. I Compagni non sono amici, sono qualcosa di meno ma anche di più. Tra di loro vige un patto: il personale non è politico, il personale è tutto ciò che non è il Collettivo. I Compagni sono un Noi che ancora non esiste ma che non rinunceranno a costruire”.

Informazioni bibliografiche autrici

Eleonora Corace (Messina, 1986) e Matilde Orlando (Messina, 1988) sono colleghe fin dai tempi dell’Università: hanno condiviso studio e ricerche filosofiche, sperimentando la scrittura collettiva in articoli e saggi filosofici. Tra le loro pubblicazioni: L’immagine carnefice (Cronopio, 2017); Le immagini di Marilyn tra svelatezza e denudamento (K. Revue, 2019); La biopolítica entre la practica biomédica nazi y la eugenesia contemporánea (Acta del VII Coloquio Latinoamericano de Biopolítica: Ontologías del Presente, 2020); Cuerpos beatos en cuarentena (Dissenso, 2020).

Eleonora Corace svolge attualmente il dottorato in filosofia all’Università di Würzburg (Germania), ha lavorato come giornalista, occupandosi di temi sociali e migrazione. Tra le sue pubblicazioni il saggio La sfera dell’intercultura. L’intreccio dei confini nella filosofia dell’estraneo di Bernhard Waldenfels (Mimesis, 2018). Ha pubblicato articoli accademici sulla rivista Endoxa e K. Revue.

Matilde Orlando ha conseguito il dottorato in Filosofia all’Università degli studi di Messina nel 2017. Attualmente vive e insegna a Bogotà (Colombia). Tra le sue pubblicazioni: El malestar del ser. Levinas, el hitlerismo y la evasión como revuelta (Mutatis mutandis, (2019); Socrate in azienda. La filosofia tra formazione e consulenza (Rassegna di pedagogia, (2018). Ha pubblicato articoli accademici sulla rivista FataMorganaweb, OperaViva e K. Revue.

M. Dallari, La zattera della bellezza

Marco Dallari, La zattera della bellezza
Per traghettare il principio di piacere nell’avventura educativa

È indispensabile che ciascun insegnante ed educatore recuperi e potenzi la dimensione estetica del proprio stile educativo: saltare sulla zattera della bellezza è l’unica alternativa al naufragio nel mare della disaffezione e del non senso di cui soffrono i nostri studenti. Ma non si tratta di educare alla bellezza, quanto di usare la bellezza per educare.

Educare alla bellezza non consiste tanto nel mostrare ciò che le convenzioni e i canoni propongono, ma proporre piuttosto l’esperienza estetica ed emozionale dell’incontro, dello stupore, del desiderio, che consiste:

  1. nel partecipare attivamente al processo del farsi delle forme del bello nei luoghi e nel tempo della loro espressione;
  2. nel saper riconoscere l’invisibile che si nasconde dietro la bellezza. Senza una parte nascosta, senza mistero, non c’è bellezza ma soltanto il suo stereotipo, la sua apparenza;
  3. nel considerare la bellezza non qualcosa di «già dato» ma qualcosa da ricercare, da costruire, da condividere.

Attraverso capitoli di approfondimento accompagnati da immagini, con suggerimenti ed esempi paradigmatici rappresentati dalle opere di artisti del passato, in La zattera della bellezza Marco Dallari propone un percorso di riflessione utile ad accettare la sfida della complessità e a creare occasioni per scoprire il gusto della ricerca, della conoscenza, dello svelamento e del governo dell’universo emozionale.

Marco Dallari (1947) è stato docente di Pedagogia e Didattica dell’Educazione Artistica presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna e Firenze, professore straordinario di Pedagogia Comparata all’Università di Messina e professore ordinario di Pedagogia Generale e Sociale all’Università di Trento, dove ha fondato il Laboratorio di Comunicazione e Narratività. È scrittore e curatore di saggi, testi narrativi e libri per l’infanzia e autore di opere grafiche e verbo-visuali. Ha pubblicato per le edizioni Erickson In una notte di luna vuota. Educare pensieri metaforici, laterali, impertinenti (2008) e, con S. Moriggi, Educare bellezza e verità (2016).

Collana: Pinova
Pagine: 312
Libreria: 20 maggio 2021

L. Oreiller – I. Borgna, Il pastore di stambecchi

Louis Oreiller, la montagna come ragione di vita

di Antonio Stanca

Quest’anno dal Gruppo Editoriale GEDI è stato riedito Il pastore di stambecchi (Storia di una vita fuori traccia) di Louis Oreiller e Irene Borgna. La prima edizione risale al 2018. Nell’opera la Borgna, giovane laureata in Filosofia e impegnata nel dottorato in Antropologia Alpina, dice di essere riuscita a raggiungere l’Oreiller, l’allora ottantaquattrenne uomo della montagna, a Rhêmes-Notre-Dame, la piccola e angusta valle valdostana situata a 1700 metri d’altezza dove vive nella casa che era stata dei nonni e poi dei genitori. Non era un’intervista quella che lei cercava ma una confessione circa i tempi, i luoghi, i mezzi, i modi che erano stati della sua vita, una testimonianza di cosa comporta, di cosa significa stare in montagna, abitare a quell’altezza. Ne era venuto fuori questo libro che contiene quanto dichiarato dall’Oreiller in quella circostanza, quanto da lui narrato ad un’ascoltatrice oltremodo stupita, meravigliata, affascinata.

   Inizierà a dire da quando era bambino, da quando era nato nel 1934 in quella Rhemes di pochi abitanti della Val d’Aosta compresa tra il Parco del Gran Paradiso e una riserva di caccia, affacciata sulla Dora. Lo farà con un linguaggio quanto mai immediato, spontaneo che trasferirà sulla pagina anche le esclamazioni, i lamenti, le grida, i fruscii, i rumori ed ogni altro segno della presenza umana, animale, vegetale.

   Col tempo, una volta cresciuto, Louis avrebbe avuto un impiego, una paga, avrebbe lavorato come guida, guardiaparco, guardiacaccia. Prima, però, aveva dovuto adattarsi ad ogni tipo di situazione, svolgere i lavori più diversi compresi quelli clandestini. Dopo pochissima scuola era stato manovale, boscaiolo, pastore, contrabbandiere, bracconiere. Era stata la povertà, la vita arretrata che a Rhêmes si conduceva a farlo andare in quel senso, a fargli fare della montagna il suo modo di essere, di vivere. Tutto dalla montagna avrebbe ricavato, non lo avrebbe fatto solo per sé ma anche per la sua casa, per quella dei genitori e poi per quella della sua famiglia. Ogni luogo della montagna sarebbe divenuto di sua conoscenza, non vi sarebbe stato nessun segreto per il ragazzo e per il giovane Louis. Le rocce, le grotte, i rifugi, le pietre, i passaggi, i sentieri, le piante, gli animali, le acque, la neve, le valanghe, tutte le cose proprie della montagna sarebbero diventate sue, tra esse avrebbe imparato a muoversi, avrebbe corso grossi pericoli, si sarebbe salvato, avrebbe salvato, aiutato, soccorso poiché buona, generosa era la sua indole.

   Per mezzo della montagna era sopravvissuto, aveva combattuto le sue gravi condizioni economiche, aveva imparato a pensare, a riflettere, a capire. Era cresciuto, si era formato con la montagna, di ogni esperienza, di ogni incontro, scambio, rapporto ma anche di ogni conflitto, competizione, rivalità, era stato il luogo. Forte era diventato nel corpo e nella mente mentre lontano si sentiva il rombo della guerra. Si era poi sposato, aveva avuto un figlio, aveva trovato una sistemazione, un guadagno assicurato ma la sua vita non era cambiata di molto. Se prima da clandestino aveva fuggito le guardie ora da guardia doveva controllare i clandestini, doveva stare come prima molto tempo in montagna, doveva trascorrervi intere giornate o nottate, la solitudine, il silenzio sarebbero continuati, avrebbero stimolato i suoi pensieri, i suoi ricordi, i suoi sogni. Adesso, però, conosceva ogni luogo, lo aveva imparato in precedenza, era diventato tanto esperto da fare anche da guida a turisti o ad altri visitatori, da essere considerato un personaggio importante del posto, un riferimento sicuro.

   Un racconto lunghissimo diventerà quello dell’Oreiller, una narrazione che conterrà tante avventure, non solo del protagonista, da legare il lettore fin dalle prime pagine. Vorrà sempre sapere cosa succede, chi c’è, cosa fa. Fino alla fine rimarrà incuriosito poiché tanti e così diversi saranno gli eventi narrati, tanto nuovo, tanto misterioso il posto, le case della valle, i boschi, i fiumi, gli animali della montagna, da fare dell’opera una rivelazione continua, una sorpresa interminabile.

   Si concluderà questa con Oreiller che esprime la sua nostalgia per i tempi passati, il suo rimpianto per quanto è finito, per quella Rhêmes ridotta solo a qualche abitante come lui o d’estate a qualche turista. Aveva sofferto in quei posti ma vi era rimasto legato, erano stati quelli della sua adolescenza, della sua giovinezza e il loro ricordo lo portava a superare ogni sofferenza patita, a parlare con entusiasmo.    Una prova può essere considerato il libro di quanta forza può derivare dal sacrificio, di come possa trasformarsi in un merito superiore ad ogni altro, in una ragione di vita.

E. Trevi, Due vite

Emanuele Trevi, il giudice, l’amico

di Antonio Stanca

Emanuele Trevi è nato a Roma nel 1964, è figlio di Mario Trevi, noto psicoanalista di tendenza junghiana. Come critico letterario e scrittore è generalmente noto Emanuele ma si dovrebbe osservare che in molti sensi si muove, si applica, che non s’impegna solo a curare, commentare le edizioni di importanti opere letterarie del passato più lontano o più vicino, a scrivere di narrativa ma è presente pure su giornali e riviste, alla radio e suo tema preferito è l’attualità culturale, artistica, la condizione umana, sociale che si è venuta delineando ai tempi moderni, le sue manifestazioni, la loro spiegazione alla luce delle recenti conquiste della psicologia, della psicoanalisi, della filosofia, delle scienze dette “umane”. Aver avuto un padre psicoanalista ha contribuito a che il Trevi assumesse la posizione dell’osservatore, dell’interprete, del critico dei fenomeni umani, sociali, che prestasse particolare attenzione al percorso, allo svolgimento della vita e soprattutto dei pensieri, dei sentimenti che lo accompagnano e che insieme ad esso, come esso cambiano, si modificano, migliorano, peggiorano, vincono, perdono, avanzano, arretrano, iniziano, finiscono.

   Lo spazio del pensiero è quello preferito dal Trevi sia nei saggi sia nei romanzi. Riconosciuto, premiato è stato in entrambe le applicazioni e tra le più recenti va segnalata l’opera Due vite, edita da Neri Pozza prima nel 2020 ed ora nel 2021 per la serie “Bloom”. Ha partecipato alla LXXV edizione del Premio Strega. Contiene un’indagine, una lunga indagine che Trevi dedica alla vita, all’opera, alla morte prematura di due note figure d’intellettuali italiani, Rocco Carbone e Pia Pera, entrambi suoi amici. Non solo studiosi sono stati ma anche autori, narratori: uno proveniva da Cosoleto, in provincia di Reggio Calabria, dove era nato nel 1962, l’altra da Lucca, nata nel 1956. Prima che scrittore Carbone era stato un emerito studioso di Letteratura. Laureatosi a La Sapienza aveva continuato ad applicarsi nella ricerca ed aveva ottenuto un incarico a La Sorbona ma in seguito era rientrato in Italia ed aveva accettato d’insegnare in un carcere femminile.

   Pera si era laureata in Letteratura russa all’Università di Trento, aveva cominciato con la traduzione di opere di importanti autori russi, con saggi su giornali e riviste ed era approdata alla narrativa. Anche lei si era spostata, era vissuta tra l’Italia e l’estero ma, a differenza di Rocco che lo aveva fatto per inseguire i suoi sogni, i suoi amori, Pia era stata richiamata dai suoi studi, dagli autori tradotti, dalla conoscenza dei loro ambienti. Più disposta verso l’esterno si era mostrata, più propensa ad accettare l’altro, capirlo, stargli vicino. Distinta era nel portamento, nei rapporti, capace d’irritarsi ma anche di passarci sopra e con facilità. Non teneva il cruccio, andava oltre, procedeva sempre, disinvolta, spigliata era. Un cammino senza soste sembrava il suo nonostante i numerosi impegni che assumeva. Anche Rocco sarebbe giunto dopo alla scrittura narrativa ma, a differenza di Pia, non era semplice, facile il suo carattere. Non era disposto verso gli altri, era sempre compreso nei suoi pensieri, nei suoi problemi, angustiato, tormentato da paure, sospetti, pericoli creati dalla sua mente. Sempre di questi voleva parlare, cercava comprensione, voleva essere aiutato, capito, sorretto. In qualsiasi scambio era lui, erano le sue cose a dover valere, a meritare attenzione. A sé tendeva a ridurre, a riportare tutto, alla sua anima inquieta, turbata, perseguitata. Difficile era per lui avere buoni rapporti compreso quello con Emanuele, che di entrambi, Pia e Rocco, era stato amico per tanto tempo e che del loro carattere, del suo riflesso nelle loro azioni, nelle loro opere aveva già scritto. Ora, in questo libro, ha messo a confronto i due casi, le “due vite” e lo ha fatto con la capacità, la chiarezza dello specialista di letteratura e di psicologia, di quello che conosce bene i riflessi del pensiero, dell’animo, sa quanto d’interiore si agita in ogni vita, quanto di oscuro si nasconde in ogni coscienza.

   Quella del Trevi è un’analisi a tutto campo estesa a comprendere anche quanto succedeva nella storia, nella vita, nella cultura di quell’ultimo ‘900 e primo 2000. Non è, però, un trattato scientifico ché tanti sono i momenti di abbandono, di partecipazione, tante le situazioni affettive, tanta l’amicizia che correva tra i tre e della quale scrive. Giudice severo si mostra Trevi ma anche amico intimo di Pia e di Rocco. Quell’amico che non sa adattarsi all’idea della loro scomparsa e che crede di vederli ancora, di starci insieme. Molto bene procede nell’opera poiché tra diversi elementi, tra la vita e la morte, il saggio e il romanzo, il romanzo e la poesia, si muove senza mai farli rimanere separati, divisi ma colmando ogni distanza, annullando ogni differenza.

C.R. Zafón, La città di vapore

L’ultimo Zafón

di Antonio Stanca

Presso Mondadori è uscita lo scorso Febbraio, con la traduzione di Bruno Arpaia, la prima edizione italiana de La città di vapore, una raccolta di racconti che nel 2020, dopo la morte dell’autore Carlos Ruiz Zafón, era comparsa in Spagna e che comprendeva alcuni già pubblicati.

Zafón era nato a Barcellona nel 1964 e nel 2020 era morto a Los Angeles, dove viveva dal 1993. Aveva solo cinquantasei anni ma tanto aveva fatto e soprattutto scritto, saggista e scrittore era stato oltre che sceneggiatore. A Los Angeles aveva cominciato a scrivere, prima articoli, saggi per giornali e riviste, poi romanzi per bambini. Questi avrebbero formato la “Trilogia della Nebbia”. Nel 2001 con L’ombra del vento sarebbe iniziata quella serie di romanzi per adulti diventata poi la saga del “Cimitero dei Libri Dimenticati”. Il successo de L’ombra del vento sarebbe continuato, Zafón sarebbe stato uno scrittore molto letto, molto tradotto, molto premiato, la sua fama avrebbe superato ogni confine.

  Attira la sua scrittura qualunque sia il tipo di opere, per bambini o per adulti, giacché sa assumere il tono della favola, combinare la realtà con la fantasia, la veglia con il sogno, la visione con l’immaginazione, l’apparizione, la magia, il mistero, andare oltre i confini del finito, del compiuto, estendere i luoghi, i tempi, gli eventi. Scrittore molto prolifico, Zafón non ha mai smesso di concepire e realizzare opere, di affidare loro i significati cercati, di farne i messaggeri delle sue intenzioni. Generalmente sono ambientate nella Barcellona dei primi anni del ‘900, nella Spagna della guerra civile, delle periferie, dei bassifondi dove la povertà, la miseria e quanto di cattivo, di violento, di pericoloso vi è allegato, sono gli aspetti propri dell’umanità rappresentata. C’è, però, in Zafón, nelle sue opere, in tutte le sue opere, la volontà, l’aspirazione a liberarsi da una simile condizione, a lottare contro di essa, ad emergere su di essa, a contrastare gli ostacoli, le difficoltà per quanto grosse possano essere ed a vincerle. C’è nell’autore, nei suoi protagonisti, una forza d’animo, un coraggio che li porta a non arrendersi alla rovina, ad andare oltre, a cercare un altro modo, un’altra vita. C’è esemplificato lo scontro tra il bene cercato e il male sofferto, la vita voluta e quella subita, la bellezza sognata e l’orrore diffuso.

Sono questi elementi così diversi, così contrari, è il loro confronto a fare di quelle di Zafón delle favole, come nelle favole in esse il bene è destinato a vincere anche sedopo interminabili lotte. Sono questi aspetti così ampiamente umani, così eroici a far amare la sua scrittura da milioni di lettori. E’ questo filo così continuo a percorrere l’intera produzione dello scrittore, dai primi libri per bambini al postumo La città di vapore. Qui i personaggi, gli interpreti, i protagonisti dei racconti sonodiversi, hanno diversa provenienza, condizione, età, hanno diverse aspirazioni ma tutti sono presentati tra problemi, impedimenti, nemici di ogni genere. Tutti passeranno dal piacere al dolore, dalla speranza alla paura, dalla fiducia alla disperazione, dalla sicurezza allo smarrimento, tutti si muoveranno tra luci ed ombre, verità e menzogna, angeli e demoni, cielo e terra, mari e monti, vita e morte. Non ci sarà luogo, tempo, pensiero, ricordo, proposito che non partecipi del movimento che Zafón riuscirà ad avviare in questi racconti come nelle altre sue opere. Tutto, vero e inventato, sarà da lui usato, costruito, guidato verso lo scopo ultimo, il fine desiderato.

Leggere questo autore appassiona, coinvolge al punto da pensare che non finisca mai di dire, di essere nuovo.Ad una serie infinita di sorprese potrebbe essere paragonata la sua scrittura, ad un’interminabile rivelazione, ad una dimensione allargata, dilatata della vita.