APOSTOLATO EDUCATIVO TRA CATTEDRA E STRADA: LA PEDAGOGIA DI GIOVANNI MODUGNO PER IL XXI SECOLO
di Carlo De Nitti
L’approssimarsi di anniversari ‘rotondi’, di solito, stimola la riscoperta di autori, figure, eventi e momenti storici anche in relazione alle necessità teoretiche del presente. Quella di Giovanni Modugno è una situazione atipica, nonostante il 18 marzo 2027 ricorra il settantesimo anniversario della sua scomparsa. Negli ultimi anni, a far data dal 2020, sono stati pubblicati diversi volumi e studi sul suo pensiero: basti pensare a quelli degli storici Vincenzo Robles (Il volto umano del Vangelo, 2020; Giovanni Modugno e il suo ‘rifugio’ bresciano, 2023) e Giovanni Capurso (Due maestri del sud: Gaetano Salvemini e Giovanni Modugno: peraltro, il 6 settembre 2027 ricorre anche il settantesimo della scomparsa dello storico molfettese) ma soprattutto al Diario. Educazione, povertà, libertà, dello stesso Modugno, curato da Filippo Perrini (figlio dell’allievo prediletto e figlioccio del pedagogista) per la casa editrice Morcelliana nel 2025.
Oggi, tre valenti studiosi Emanuele Stellacci, educatore e dirigente scolastico, Armando Aufiero, postulatore diocesano della causa di beatificazione, ed Antonio Ruccia, presbitero e pastoralista, pubblicano il volume Giovanni Modugno Apostolo ed Educatore tra cattedra e strada, che ha visto la luce in questo settembre 2026 per i tipi della casa editrice partenopea La Valle del Tempo nella collana ‘Biblioteca di scenari’, con l’illuminante Prefazione di S.E.R. Mons. Giuseppe Satriano, Arcivescovo Metropolita di Bari-Bitonto: “Vi sono vite che non chiedono soltanto di essere ricordate, ma di essere nuovamente ascoltate. Vite che, pur appartenendo a un tempo ormai lontano, conservano una parola viva per l’oggi, perché hanno saputo abitare con profondità la storia, le sue ferite e le sue attese. Tra queste vite si colloca certamente quella di Giovanni Modugno: grande pedagogista, uomo di cultura, educatore appassionato, credente dalla fede concreta e operosa, testimone di un Vangelo non proclamato soltanto con le parole, ma inciso nella carne della storia […] Giovanni Modugno appartiene a questa costellazione spirituale. La sua santità, potremmo dire, ha il profumo della scuola, della strada, delle case visitate, dei poveri incontrati, dei giovani accompagnati, delle coscienze formate. E’ la santità di chi non cerca visibilità ma fecondità; di chi non si limita a denunciare le ferite del proprio tempo, ma vi entra con intelligenza, fede e amore; di chi crede che ogni persona, anche la più fragile e dimenticata, custodisca una dignità che va riconosciuta, educata e promossa” (pp. 9 – 11).
I tre Autori lumeggiano, da par loro, la figura del pedagogista bitontino che si staglia a tutto tondo per la sua originalità: la dimensione italiana ed europea del suo pensiero e la cogente attualità pedagogica, etico-politica e religiosa della sua riflessione, che si è snodata per circa un cinquantennio nella prima metà del XX secolo, lo ha reso un ‘maestro di senso’.
Attraverso i diversi passaggi in cui si articola il volume, gli Autori chiariscono il senso dell’essere Giovanni Modugno, contestualmente, un ‘Apostolo’ ed un ‘Educatore’, dimensione che non è stata solo esercitata dalla cattedra di filosofia e pedagogia che ha stabilmente occupato per oltre venticinque anni presso l’Istituto Magistrale Statale “Giordano Bianchi Dottula” di Bari, ma ha avuto molte altre modalità di esercizio, quali le iniziative di alfabetizzazione dei braccianti pugliesi ed anche il guardaroba dei poveri
In precedenti circostanze, chi scrive ha avuto l’opportunità ed il modo di sottolineare l’attualità del pensiero pedagogico modugnano, che è sicuramente una delle fonti del personalismo italiano ed europeo quale, ad esempio, quello propugnato da Jacques Maritain (1882 – 1973), filosofo ed amico di Papa Paolo VI (1897 – 1978) nella sua celeberrima Educazione al bivio, che ha visto la luce nel 1943.
In questo testo, di tutto ciò si trova ampia e sicura conferma: la formazione integrale della persona non può essere limitata da alcunché o essere sussunta ad alcuna entità o sovrastruttura (il Partito, lo Stato): il contrario dello Stato etico, propugnato dal fascismo, di cui fu sempre un fiero oppositore, non cedendo mai ad alcun compromesso e rifiutando per sé incarichi prestigiosi ed onori. Nel Modugno credente nella Resurrezione, coeriscono e si inverano le plurime dimensioni della sua personalità: il politico, l’antifascista, il ‘maestro’, l’educatore, il pedagogista, l’apostolo hanno una comune finalità nell’educazione integrale degli uomini, e delle donne, a cui, fin da giovanissimo, Modugno lottava per far ottenere loro ‘pane e libro’, gli strumenti di riscatto dalla miseria materiale e morale.
L’integralità della formazione dell’uomo propugnata da Giovanni Modugno è la conditio sine qua non per la fratellanza universale: un’idea forza nel pensiero del pedagogista bitontino, come nella Lettera Enciclica di Papa Francesco (Jorge Mario Bergoglio, 1936 – 2025), Fratelli tutti del 2020.
Appare a chi scrive di rilevante interesse per il nostro tempo la presenza di tracce del pensiero di Giovanni Modugno nelle idee del Concilio Vaticano II – aperto da S.S. Giovanni XXIII l’11/10/1962 e chiuso da S.S. Paolo VI l’8/12/1965 – di cui è da sempre un’icona (si vedano le pp. 97 – 104): “”
Arricchisce il volume una lettera che Giovanni Modugno inviò a Gaetano Salvemini nel 1947 come risposta ad una lettera aperta dello storico, pubblicata postuma, nell’ottobre 1957. In questa, il sessantasettenne Modugno riafferma le sue idee nonché le condizioni imprescindibili per un fecondo incontro con altre posizioni politiche e culturali: “Mentre prima, quando Lei mi ha conosciuto, mi occupavo con l’azione con gli scritti dell’educazione morale e civile dei giovani e dei fanciulli, ho allargato il mio compito, interessandomi vivamente anche dell’educazione etico-religiosa è […] In questo mi sono trovato d’accordo con F.W. Forster […] uno dei più strenui e tenaci avversari del nazismo e del fascismo […] Io voglio la libertà per tutti e mi sforzo di seguire coerentemente la massima evangelica: Non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te è […] Dopo la tragica esperienza della tirannia fascista, nazista e bolscevica, penso che si debba riconoscere tutto il valore del monito di Cristo: Rendete a Cesare quel ch’é di Cesare e a Dio quel ch’é di Dio […] Dato questo stato di confusione mentale, occorrono – lo dicevo e ripeto – molta comprensione e finissimo tatto per ‘defascistizzare’ le anime e fare del Cristianesimo cattolico una potente forza di rinnovamento non solo etico, ma anche politico […] E’ da augurarsi – non si ripeterà mai abbastanza – gli uomini di buona volontà cerchino di fare una serena opera di chiarificazione di pacificazione per dissipare gravi malintesi i quali rendono ancora più arduo e difficile l’immane compito di ricostruire in Italia quanto è stato distrutto dal passato regime e dalla guerra. A questo compito vorrei poter dare le energie che mi restano, giacché anche le mie condizioni di salute mi impediscono di fare parte di qualsiasi partito politico. Così, per quanto indirettamente, mi sarà possibile occuparmi di politica e lavorare. Non è tuttavia escluso che, dissipati funesti malintesi, potremmo ritrovarci a modo mio insieme con chi sinceramente e coerentemente vuole la salvezza dell’Italia e il trionfo degli ideali di libertà, di giustizia e di pace, che, ripeto, la loro scaturigine nella morale cristiana” (pp. 85 – 95 passim).
Da vera ‘icona laica’ del Concilio Vaticano II – aperto da S.S. Giovanni XXIII l’11/10/1962 e chiuso da S.S. Paolo VI l’8/12/1965 – (si vedano le pp. 97 – 104) che le sue idee, lo si è visto nelle righe precedenti, hanno anticipato: “Modugno sintetizza il volto del laico conciliare che si impegna per i poveri senza avere paura di essere messo ai margini ‘della e dalla Chiesa’ ” (p. 101), come asserirà la Gaudium et Spes, per ‘ascendere insieme’, tutti, educatori ed educandi.
Outdoor learning 0-6. La natura come seconda maestra
Imparare fuori cambia il modo di stare dentro
di Bruno Lorenzo Castrovinci
Quando si parla di educazione nella fascia 0-6, l’ambiente non può essere considerato uno sfondo neutro, perché ogni spazio suggerisce comportamenti, possibilità, relazioni e forme diverse di apprendimento. Un’aula ordinata, un giardino, un cortile, un prato o un piccolo bosco non offrono le stesse occasioni, né chiedono al bambino gli stessi gesti, la stessa attenzione e la stessa disponibilità a esplorare.
L’outdoor learning nasce proprio da questa consapevolezza, secondo la quale il fuori non rappresenta soltanto una pausa rispetto alle attività educative più strutturate, ma può diventare un vero ambiente di apprendimento, capace di sollecitare curiosità, movimento, osservazione, linguaggio, autonomia e relazione.
Nella fascia 0-6 questo aspetto assume un valore particolare, perché il bambino conosce il mondo prima di tutto attraverso il corpo, i sensi, il movimento e la possibilità di agire direttamente sulle cose.
La natura non è un fondale educativo
Portare i bambini all’aperto non significa automaticamente fare educazione in natura, perché la qualità dell’esperienza dipende dal modo in cui lo spazio viene vissuto, osservato e trasformato in occasione di ricerca.
Un cortile può restare un luogo di semplice ricreazione oppure diventare uno spazio nel quale raccogliere foglie, confrontare forme, ascoltare suoni, osservare insetti, misurare ombre, seguire trasformazioni stagionali e costruire domande.
La differenza non è data dalla presenza dell’erba o degli alberi, ma dallo sguardo educativo dell’adulto, che sa riconoscere il potenziale di ciò che accade e accompagnarlo senza trasformare ogni scoperta spontanea in una lezione preconfezionata.
La natura diventa così una seconda maestra non perché sostituisce l’adulto, ma perché offre una quantità di stimoli, variazioni e problemi reali che nessun ambiente completamente artificiale riesce a riprodurre nello stesso modo.
Il corpo è il primo strumento di conoscenza
Nei primi anni di vita l’apprendimento è profondamente corporeo, perché il bambino comprende distanza, equilibrio, peso, consistenza, velocità e relazione con lo spazio attraverso esperienze che coinvolgono l’intero corpo.
Camminare su un terreno irregolare, trasportare un ramo, raccogliere pietre di dimensioni diverse, superare un piccolo ostacolo o osservare quanto lontano può arrivare un oggetto lanciato significa costruire conoscenze che precedono la loro formalizzazione linguistica o matematica.
L’ambiente naturale introduce inoltre una variabilità che richiede adattamento continuo, perché il terreno non è sempre uguale, gli oggetti non hanno forme perfettamente standardizzate e le condizioni cambiano con il vento, la luce, l’umidità e le stagioni.
Questa variabilità obbliga il bambino a regolare il movimento, valutare possibilità e modificare strategie, contribuendo allo sviluppo di una competenza che nasce dall’esperienza concreta prima ancora di essere nominata.
Il fuori educa all’attenzione
Una delle qualità più interessanti dell’ambiente naturale riguarda la sua capacità di offrire stimoli senza necessariamente imporli.
Un rumore improvviso, il movimento di una foglia, una formica che cambia direzione o una pozzanghera che riflette il cielo possono attirare l’attenzione e generare domande senza bisogno di un compito precedentemente assegnato.
Per i bambini piccoli questa forma di attenzione spontanea è preziosa, perché nasce da una relazione diretta con ciò che accade e può essere sostenuta dall’adulto attraverso domande aperte, osservazioni e tempi sufficientemente lunghi.
Il rischio della didattica troppo programmata è quello di anticipare continuamente il significato delle esperienze, mentre l’outdoor learning permette anche di lasciare spazio a ciò che non era previsto e che proprio per questo può diventare educativamente significativo.
Il gioco libero non è tempo vuoto
Nella fascia 0-6 il gioco libero all’aperto rappresenta una delle forme più ricche di apprendimento, anche quando dall’esterno può sembrare poco strutturato.
Quando i bambini costruiscono un rifugio con rami e foglie, scavano, raccolgono materiali, inventano percorsi o attribuiscono nuovi significati agli oggetti naturali, stanno contemporaneamente negoziando regole, risolvendo problemi, sperimentando relazioni spaziali e utilizzando il linguaggio per coordinare azioni e intenzioni.
L’adulto non deve necessariamente intervenire in ogni momento, perché parte del valore educativo nasce proprio dalla possibilità di organizzare autonomamente il gioco.
Il suo ruolo consiste piuttosto nel predisporre condizioni di sicurezza, osservare, offrire materiali quando servono e riconoscere quando una situazione spontanea può diventare occasione di approfondimento senza interrompere il processo che i bambini stanno costruendo.
Conoscere la natura significa costruire relazione
L’educazione ambientale rischia talvolta di essere proposta attraverso messaggi astratti sulla necessità di proteggere il pianeta, mentre per un bambino piccolo il rapporto con l’ambiente nasce molto prima da esperienze quotidiane di conoscenza e familiarità.
È difficile prendersi cura di ciò che non si conosce e ancora più difficile costruire un legame con una natura incontrata soltanto attraverso immagini e racconti.
Toccare la terra, osservare una pianta crescere, riconoscere che uno stesso luogo cambia con le stagioni o accorgersi che dopo la pioggia compaiono forme di vita diverse permette di sviluppare una relazione concreta con l’ambiente.
La cura può allora nascere non come regola imposta dall’adulto, ma come conseguenza del riconoscimento che ciò che ci circonda è vivo, cambia e dipende anche dai nostri comportamenti.
Il rischio non coincide con il pericolo
L’educazione all’aperto introduce inevitabilmente una questione che riguarda la sicurezza, soprattutto nella fascia dei più piccoli, perché un ambiente naturale contiene asperità, ostacoli e situazioni meno prevedibili rispetto a uno spazio interamente controllato.
Eliminare ogni rischio, tuttavia, non significa necessariamente proteggere meglio i bambini, perché una parte della crescita consiste proprio nell’imparare a valutare le proprie capacità, riconoscere un limite e affrontare progressivamente situazioni nuove.
Il compito educativo non è esporre i bambini al pericolo, ma distinguere tra ciò che può produrre un danno non controllabile e ciò che rappresenta invece una sfida proporzionata alle competenze.
Un piccolo dislivello, un tronco da superare o un terreno sconnesso possono diventare occasioni per imparare a muoversi con maggiore consapevolezza, purché l’adulto sappia osservare e predisporre condizioni adeguate.
Anche il linguaggio cresce all’aperto
L’esperienza in natura offre molte occasioni per arricchire il linguaggio, perché mette il bambino nella condizione di dover descrivere ciò che vede, confrontare oggetti, raccontare trasformazioni e formulare ipotesi.
Parole come ruvido, fragile, pesante, umido, distante, sottile o profondo acquistano significato quando sono collegate a esperienze vissute e non soltanto presentate attraverso immagini.
Il linguaggio si sviluppa così dentro l’azione, accompagnando il passaggio dall’esperienza alla rappresentazione e permettendo al bambino di organizzare ciò che ha osservato.
Anche in questo caso il ruolo dell’adulto è delicato, perché deve ampliare il vocabolario senza sostituire troppo rapidamente le parole dei bambini con un linguaggio specialistico che rischierebbe di interrompere la spontaneità della scoperta.
Fuori non significa senza progetto
L’outdoor learning non coincide con la rinuncia alla progettazione, ma richiede una progettazione diversa, capace di predisporre contesti più che di prevedere in anticipo ogni risposta.
L’educatore osserva ciò che interessa i bambini, documenta i processi, rilancia domande e collega progressivamente esperienze diverse.
Un percorso nato dall’osservazione delle foglie può aprire questioni sul colore, sulla forma, sulla classificazione e sul cambiamento stagionale, mentre una pozzanghera può diventare occasione per esplorare profondità, galleggiamento, riflessi e trasformazioni dell’acqua.
La progettazione diventa quindi flessibile, perché mantiene intenzionalità educativa senza ridurre l’esperienza a una successione rigida di attività.
Una cultura educativa che deve coinvolgere gli adulti
Portare stabilmente l’educazione fuori dagli spazi chiusi richiede anche un cambiamento culturale, perché le resistenze non riguardano soltanto l’organizzazione, ma il modo in cui gli adulti immaginano ciò che è educativo.
Il bambino che torna con le scarpe sporche, si siede a terra o si bagna durante un’attività può essere percepito come qualcuno che ha semplicemente giocato, mentre in quelle stesse azioni possono essersi sviluppati apprendimenti difficili da racchiudere in una scheda.
Per questo l’outdoor learning ha bisogno di essere condiviso con le famiglie, documentato e spiegato, affinché sia chiaro che il valore dell’esperienza non dipende dalla quantità di prodotti visibili che il bambino porta a casa.
Anche la formazione degli educatori diventa decisiva, perché utilizzare l’ambiente naturale richiede competenza nell’osservazione, nella gestione del rischio e nella capacità di trasformare situazioni impreviste in possibilità educative.
La natura come seconda maestra
Nella fascia 0-6 la natura può diventare una seconda maestra perché offre un ambiente ricco di differenze, trasformazioni e domande, nel quale il bambino può apprendere attraverso il corpo, i sensi, il linguaggio e la relazione con gli altri.
Non occorre immaginare necessariamente grandi boschi o spazi straordinari, perché anche un cortile, un piccolo giardino o un angolo verde possono diventare luoghi di ricerca quando vengono osservati con continuità e intenzionalità.
La qualità dell’outdoor learning non dipende infatti dalla spettacolarità dell’ambiente, ma dalla possibilità di viverlo con tempo, curiosità e libertà sufficienti.
Educare fuori significa allora restituire al bambino una parte di quella relazione diretta con il mondo che spesso la quotidianità contemporanea tende a ridurre, riconoscendo che per imparare non è sempre necessario aggiungere stimoli, perché qualche volta è sufficiente uscire, osservare e lasciare che sia la realtà stessa a porre le prime domande.
Per l’Anno Scolastico 2025/2026 il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha bandito la seconda edizione del Concorso nazionale “Promuovere e diffondere il pensiero, l’opera, la cultura e l’eredità di San Francesco d’Assisi”, in collaborazione con il Comitato nazionale per la celebrazione dell’ottavo centenario della morte del Santo, istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Dal 2 al 5 ottobre 2026, alcune delegazioni delle scuole vincitrici del Concorso partecipano al viaggio “Sulle orme di San Francesco”, un percorso che ricostruisce la figura e l’opera del Patrono d’Italia, attraverso i luoghi principali della sua vita, fra Todi e Assisi.
Durante la Giornata celebrativa di oggi, 4 ottobre, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, gli studenti hanno partecipato alla celebrazione eucaristica presieduta dal Cardinale Matteo Maria Zuppi, nella Basilica Superiore di San Francesco ad Assisi.
Fra i numerosi momenti condivisi, anche una riflessione sulla tomba di Carlo Acutis, il giovanissimo studente che in questo tempo ha saputo vivere la santità.
Quest’anno, la celebrazione si è svolta per la prima volta in occasione della “Festa nazionale di San Francesco d’Assisi, Patrono d’Italia”, istituita ai sensi dell’articolo 1 della legge 8 ottobre 2025, n. 151.
URBAN NATURE: PREMIATE LE SCUOLE VINCITRICI DEL CONTEST WWF “NOI SIAMO BIODIVERSITÀ”
Dall’infanzia alle superiori, studenti e studentesse protagonisti di progetti innovativi per raccontare ai loro coetanei il valore della biodiversità attraverso arte, narrazione, digitale e fotografia
Si è svolta oggi online la cerimonia di premiazione del contest nazionale WWF “Noi siamo biodiversità: natura, relazioni e sguardi diversi” per il programma del WWF Italia dedicato all’educazione ambientale e alla riconnessione delle persone con la natura negli spazi urbani, iniziativa promossa nell’ambito dell’iniziativa Urban Nature, che si celebrerà questo weekend. All’iniziativa di coinvolgimento delle scuole, che quest’anno è alla sua nona edizione, si sono iscritte 97 classi con oltre 3mila studenti di ogni ordine e grado, da 9 regioni, dimostrando il sempre crescente interesse di giovani e giovanissimi sui temi della tutela della natura e del clima.
Il WWF Italia, attraverso questo Contest, ha invitato classi e docenti, per tutto l’anno scolastico scorso, a esplorare il tema della biodiversità nelle sue molteplici dimensioni, valorizzando creatività, osservazione, collaborazione e capacità di raccontare il mondo attraverso nuovi punti di vista. Nel corso dell’evento sono stati valorizzati i migliori progetti selezionati, ed è stata presentatala sezione sulla piattaforma WWF One Planet School dedicata a tutti gli elaborati delle scuole.
Per la scuola dell’infanzia è stata premiata la scuola Infanzia Comunale “G. Soglian” di Roma, con il progetto “Erbario Narrante”. Un percorso che ha trasformato il giardino scolastico in uno spazio di ricerca, scoperta e creatività, accompagnando bambine e bambini nell’osservazione della natura e nella costruzione di un erbario capace di intrecciare scienza, esperienza sensoriale e linguaggio.
Per la scuola primaria è stato selezionato “Voci dal Mondo Animale”: un viaggio digitale tra gli ecosistemi all’IC di Manzano di Udine, nato dalla naturale curiosità di bambine e bambini, che ha visto le classi protagoniste di un’esplorazione transcontinentale alla scoperta di habitat ed ecosistemi diversi. Attraverso la didattica laboratoriale e il digital storytelling, gli alunni hanno utilizzato Google Earth, testi scientifici e immagini per approfondire le caratteristiche di animali come scoiattoli, bisonti, pinguini e tucani, illustrandoli e “dando loro voce”, ponendo la cooperazione, l’inclusione e la partecipazione attiva al centro dell’esperienza didattica.
Tra le scuole secondarie di I grado è stato premiato l’IC San Nilo di Grottaferrata (Roma), con il podcast “Wildcast – Noi siamo biodiversità”. Un lavoro che ha saputo coniugare rigore scientifico e linguaggio divulgativo, coinvolgendo direttamente gli studenti nella produzione di contenuti capaci di raccontare il valore della biodiversità, le minacce che la mettono a rischio e le azioni necessarie per proteggerla.
Mentre per le scuole secondarie di II grado ha vinto il primo premio il Liceo Artistico “Caravaggio” di Roma, con il progetto fotografico “Le tante dimensioni della biodiversità”. Un racconto per immagini che, attraverso uno sguardo attento e creativo, mostra la ricchezza delle forme di vita e delle relazioni che caratterizzano gli ecosistemi, trasformando la fotografia in uno strumento di sensibilizzazione ambientale.
“Le proposte arrivate da tutta Italia dimostrano quanto le giovani generazioni siano capaci di osservare la realtà con sensibilità, consapevolezza e creatività”, ha sottolineato Martina Alemanno, Education Programme Manager WWF Italia, durante la premiazione. “Attraverso i loro elaborati, ragazze e ragazzi hanno raccontato la biodiversità come bene comune e patrimonio da conoscere, rispettare e tutelare, offrendo sguardi, riflessioni e idee capaci di costruire una visione ecologica più consapevole, partecipata e condivisa. Ora queste esperienze hanno un luogo condiviso sulla piattaforma WWF One Planet School dove possono diventare risorse condivise e ispirazione per ogni scuola”.
I tanti progetti selezionati e quelli premiati contribuiranno inoltre alla realizzazione di una nuova sezione dedicata sulla piattaforma One Planet School, dove le esperienze e gli sguardi degli studenti diventeranno una risorsa educativa condivisa, pensata da giovani per altri giovani.
PIENO SUCCESSO A RAGUSA PER IL IX CONVEGNO INTERNAZIONALE ROTTE DI MARE: LA RIVOLUZIONE COGNITIVA DELLA MACCHINA NAUTICA TRACCIA LE NUOVE COORDINATE DELLA RICERCA STORICA
L’importante assise scientifica promossa dal Laboratorio degli Annali di Storia chiude i lavori con un bilancio notevole. Sostenuto da folto gruppo di sedi universitarie, l’evento ha ridefinito il paradigma del mare come spazio di relazione e il nesso ontologico tra cantieristica antica e nascita della scrittura.
RAGUSA – Si è concluso con un bilancio di eccezionale rilievo scientifico il IX Convegno internazionale di studi intitolato Rotte di mare dal mondo antico al premoderno. Viaggi, navi e tecnologie che hanno connesso culture, dal lontano Nord e dal Mediterraneo fino al Pacifico. L’evento, svoltosi sabato 3 e domenica 4 ottobre 2026 presso il Laboratorio degli Annali di Storia a Ragusa, ha richiamato numerosi specialisti europei di alto profilo nel campo della paletnologia, della storia antica e moderna, della filologia, dell’archeologia, della sociologia e dell’epistemologia, trasformando la città siciliana in un centro nevralgico della riflessione storiografica contemporanea.
Ad aprire i lavori è stato il denso ragionamento storico di base di Carlo Ruta, direttore scientifico del Laboratorio e direttore scientifico dell’assise, il quale ha presentato una sintesi dinamica di anni di indagini sul campo della fenomenologia marina da lui condotti nell’ambito Laboratorio. La prolusione magistrale dello studioso ha impresso una svolta metodologica al dibattito, introducendo il paradigma del legno come materia generativa della storia umana. Attraverso il superamento del tradizionale bias della paletnologia, che tende a sovrastimare l’industria litica per ragioni legate alla mera conservazione dei reperti archeologici, Ruta ha dimostrato come la caducità biologica del legno sia stata in realtà il più potente stimolo per l’addestramento manuale e cognitivo della specie. L’indagine, maturata anche a contatto con le piroghe monossili del lago di Bracciano custodite presso il Museo Pigorini di Roma, ha svelato il momento zero della civiltà marittima, coincidente con il passaggio millenario dal monossile alla macchina nautica in legno tagliato, sagomato, curvato, assemblato e calafatato.
Tale transizione, compiutasi tra il quinto e il quarto millennio a.C. grazie all’innesco tecnologico della metallurgia del rame, ha ribaltato il principio logico della manifattura: l’uomo è passato dall’operare per sottrazione della materia da un singolo tronco all’operare per composizione discreta di parti differenziate, che devono corrispondere millimetricamente per forma e funzione idrodinamica. Questo salto qualitativo, come ha spiegato Carlo Ruta, ha liberato la razionalità dell’instabile, costringendo l’homo faber, costruttore e assemblatore di navi e di altri congegni, a misurarsi con la lunga distanza e con la dimensione ontologica della morte per mare. La tesi più innovativa e dibattuta della prolusione di apertura risiede nel riconoscimento dell’affinità strutturale tra la rivoluzione nautica e la rivoluzione segnica: la scomposizione del legno in assi connesse ha insegnato alla mente umana a concepire la scomposizione del linguaggio verbale in fonemi e caratteri grafici assemblati, istituendo un legame profondo sostenuto empiricamente dall’improvvisa fioritura di grandi navi strutturate e simboli visivi nella cultura protostorica di Naqada nell’alto Egitto.
Il rigore teorico della relazione di apertura ha trovato una spinta e un ampliamento sistematico nei contributi dei numerosi docenti che si sono avvicendati durante la prima giornata. Il sociologo Sergio Severino, ordinario dell’Università di Enna, ha analizzato il mare come infrastruttura sociale, evidenziando la metamorfosi delle rotte liquide in reti relazionali stabili, mentre l’epistemologo Giuseppe Varnier, docente dell’Università di Siena, ha esplorato lo statuto dell’elemento fluido all’interno della razionalità epistemica e della filosofia della scienza. La storia del pensiero antico è stata sviscerata da Arianna Fermani, docente dell’Università di Macerata, attraverso un affascinante viaggio nel lessico classico delle parole greche del desiderio legate allo spostamento nello spazio. La metodologia filologica ha trovato spazio con la ricerca di Concetta Sipione dell’Università di Catania, che ha tracciato il viaggio transmarino del termine germanico impiegato per definire il vascello strutturato dal Mare del Nord. I risvolti tragici della navigazione, specchio del limite umano, sono stati affrontati da Giovanna Minardi dell’Università di Palermo, che ha relazionato sui naufragi storici di Alvar Núñez Cabeza de Vaca, e da Sandra Origone dell’Università di Genova, che ha storicizzato la fenomenologia della sommersione e della perdita navale nell’età medievale.
La seconda giornata di lavori, domenica quattro ottobre, ha ampliato ulteriormente la mappa cronologica e geografica del convegno. Un momento di particolare rilievo internazionale è stato l’apporto congiunto del medievista Peter Heather del King’s College di Londra e dell’archeologo Jan Bill dell’Università di Oslo, curatore della celebre Viking Ship Collection; la loro relazione ha illustrato come la tecnologia della nave vichinga abbia costituito il vero fattore strutturale per la formazione dello spazio europeo settentrionale. Beatrice De Luca dell’Università degli Studi Internazionali di Roma ha aperto ha analizzato le rotte dell’Atlantico verso Lisbona attraverso la memoria letteraria premoderna.
Le fasi originarie della frequentazione marittima sono state nuovamente indagate dai paletnologi Alberto Cazzella e Giulia Recchia della Sapienza Università di Roma, i quali hanno esposto i dati d’archivio sulle prime navigazioni a lunga percorrenza nel Mediterraneo centro-occidentale. La mutazione delle macchine navali in età moderna è stata sviscerata da Emiliano Beri dell’Università di Genova con una riflessione sulla rivoluzione militare marittima tra galeoni e cannoni, mentre Tara Chapron della Sorbonne University di Parigi ha esplorato la mobilità e la rappresentazione dello status delle élite nell’età del bronzo. Laura Galoppini dell’Università di Pisa ha ricostruito le vicende umane e mercantili intercorse tra il Mediterraneo e il Mare del Nord nei secoli quindicesimo e sedicesimo, e infine l’egittologa Claire Somaglino della Sorbonne University ha ricondotto l’attenzione sui dati materiali e logistici del porto faraonico di Ayn Soukhna sul Mar Rosso.
Il convegno si è concluso nel pomeriggio di domenica con una conferenza che ha visto confrontarsi lo storico delle trasformazioni Carlo Ruta e l’epistemologo Giuseppe Varnier in un serrato dialogo volto a tracciare alcune linee per i futuri percorsi di ricerca. Il successo scientifico della manifestazione conferma la validità dell’approccio fortemente interdisciplinare promosso dal Laboratorio degli Annali di Storia, capace di far dialogare saperi diversi per illuminare la complessità dei processi di civilizzazione nati dall’interazione tra l’uomo, la tecnica e l’immensità instabile del mare.
A Ragusa il IX Convegno internazionale di studi
«Rotte di mare dal mondo antico al premoderno»
Viaggi, navi e tecnologie che hanno connesso culture, dal lontano Nord e dal Mediterraneo fino al Pacifico
Ragusa, 3-4 ottobre 2026 – Il mare come spazio di relazione, di attraversamento e di trasformazione; le navi come dispositivi materiali che hanno reso possibile la percorrenza delle grandi distanze; le tecnologie nautiche, le forme della conoscenza e i sistemi simbolici attraverso i quali le società hanno imparato a misurarsi con l’orizzonte marino. Sono questi alcuni dei grandi temi al centro del IX Convegno internazionale di studi «Rotte di mare dal mondo antico al premoderno», promosso dal Laboratorio degli Annali di Storia e dalle università e istituzioni scientifiche che partecipano all’iniziativa, in programma a Ragusa sabato 3 e domenica 4 ottobre 2026.
La direzione scientifica è di Carlo Ruta, storico delle società, delle culture e delle trasformazioni e direttore scientifico del Laboratorio degli Annali di storia.
Il Convegno nasce dall’idea di considerare il mare non come una semplice separazione geografica, ma come uno spazio mobile di relazione, nel quale, lungo la storia, uomini, comunità e culture hanno potuto entrare in contatto a distanze anche enormi. Le rotte marittime hanno infatti collegato territori lontani, favorito scambi, migrazioni, conflitti, trasmissioni di conoscenze, circolazioni linguistiche e trasformazioni culturali.
La macchina nautica e la scoperta navigata del mare
Ad aprire i lavori, sabato 3 ottobre, sarà il ragionamento storico di Carlo Ruta, intitolato «La macchina nautica, la scoperta navigata del mare, le lunghe distanze liquide, la morte per mare e la rivoluzione segnico-simbolica come fattori fondativi della storia umana. Avvio di un percorso di sintesi».
Si tratta di una riflessione che intende riportare al centro un elemento materiale spesso sottovalutato nella ricostruzione dei grandi processi storici: la nave come macchina.
La possibilità di affrontare il mare aperto non dipese infatti soltanto dal coraggio degli uomini o dalla conoscenza empirica delle acque, ma anche da una lunga successione di acquisizioni tecniche, costruttive e cognitive. La nave, nella sua evoluzione, è una macchina complessa, costruita attraverso l’assemblaggio di materiali, competenze, strumenti e saperi. La sua stessa realizzazione presuppone forme di organizzazione del lavoro, capacità di progettazione e trasmissione di conoscenze.
Da questa prospettiva, la navigazione diviene anche una particolare forma di scoperta del mondo. Attraversare il mare significa misurarsi con una distanza che non offre punti di appoggio stabili, elaborare sistemi di orientamento, trasformare l’esperienza in conoscenza e la conoscenza in memoria trasmissibile.
Il mare comporta inoltre un elemento radicale di rischio: la possibilità concreta della morte durante il viaggio. Il naufragio e la perdita della nave appartengono dunque alla storia della navigazione non come episodi marginali, ma come parte dell’esperienza umana delle grandi distanze liquide.
A questa dimensione materiale si accompagna quella segnico-simbolica. Navigare significa infatti anche costruire segni, mappe mentali, coordinate, racconti, immagini e forme di rappresentazione del mondo. In questo senso, la storia della navigazione può essere letta anche come una storia della progressiva trasformazione del rapporto fra esperienza, tecnica, conoscenza e rappresentazione.
È da questa prospettiva che il ragionamento di apertura propone l’avvio di un più ampio percorso di sintesi, nel quale la macchina nautica, il viaggio, la distanza, il rischio e la produzione simbolica vengono considerati come elementi intrecciati della lunga vicenda delle società umane.
Dalla sociologia alla filosofia, dalla filologia all’archeologia
Il programma della prima giornata propone quindi una serie di contributi che affrontano il tema da prospettive differenti.
Sergio Severino, sociologo e docente ordinario di Sociologia generale all’Università di Enna, discuterà «Il mare come infrastruttura sociale: dalle rotte marittime alle reti relazionali». Giuseppe Varnier, epistemologo e docente di Filosofia della Scienza all’Università di Siena, proporrà «Una nota sul mare nella filosofia e nella razionalità epistemica».
Alla storia del pensiero antico sarà dedicato l’intervento di Arianna Fermani, docente di Storia della filosofia antica all’Università degli Studi di Macerata, su «Viaggi filosofici tra le parole greche del desiderio». La filologia germanica entrerà nel percorso con Concetta Sipione, ricercatrice dell’Università di Catania, e il suo studio «Da knǫrr a cnearr: una parola attraverso il Mare del Nord».
Il tema del naufragio sarà affrontato da due prospettive diverse: Giovanna Minardi, docente di Letteratura ispanoamericana all’Università di Palermo, parlerà dei «Naufragi di Alvar Nuñez Cabeza de Vaca», mentre Sandra Origone, già docente di Storia medievale all’Università di Genova, interverrà su «Il naufragio nel Medioevo».
Alla dimensione giuridica sarà dedicato il contributo di Carmela Panella, docente ordinaria di Giurisdizione del Diritto Internazionale all’Università di Messina, sulle «Leggi del mare nel mondo antico e tardo antico». Chiuderà la prima sessione Gabriele Cifani, docente ordinario di Archeologia romana, Etruscologia e Antichità italiche all’Università di Roma Tor Vergata, con una riflessione sulle «Tecniche costruttive e risorse nautiche nella Roma del periodo tardo-imperiale».
Dal Mediterraneo all’Atlantico, dal Mar Rosso al Mare del Nord
La seconda giornata, domenica 4 ottobre, allargherà ulteriormente la prospettiva geografica e cronologica.
Beatrice De Luca, docente a contratto di Storia della letteratura portoghese all’Università degli Studi Internazionali di Roma, parlerà delle «Rotte dell’Atlantico verso Lisbona: viaggio e memoria nella testimonianza di padre Lourenço Kaulen».
Seguirà Pascal Arnaud, storico dell’antica Roma dell’Università di Lione, con «Il dominio del mare, la vastità dell’impero e il destino di Roma». Il contributo affronterà il rapporto fra potenza imperiale e controllo dello spazio marittimo.
Andrea Babuin, storico e docente di Storia bizantina alla University of Ioannina, proporrà uno studio sull’«Iconografia navale (affreschi-miniature) nell’area del Mediterraneo Orientale tra gli inizi del XIII e il XV secolo».
Particolare rilievo assume inoltre il contributo dedicato al mondo vichingo, affidato a Peter Heather, professore di Storia medievale al King’s College London, e Jan Bill, professore di archeologia dell’età vichinga all’Università di Oslo e curatore della Viking Ship Collection del Museum of Cultural History. Il loro intervento, «Ships, Navigation, and the Making of Viking Europe», porta nel Convegno il tema delle navi, della navigazione e della formazione dello spazio europeo in età vichinga. Bill è riconosciuto come uno specialista delle navi vichinghe, della navigazione nord-europea e dell’archeologia marittima.
Alle prime navigazioni in alto mare e sulle lunghe percorrenze nel Mediterraneo centro-occidentale sarà dedicato il contributo congiunto dei paletnologi Alberto Cazzella e Giulia Recchia, della Sapienza Università degli Studi di Roma.
Il rapporto fra navigazione e trasformazione della guerra sarà affrontato da Emiliano Beri, docente di Storia moderna all’Università di Genova, con «Navi, galeoni e cannoni: una riflessione sulla rivoluzione militare sul mare».
Tara Chapron, dottore di ricerca dell’Université Sorbonne di Paris, proporrà «Across the Sea, in Style: Elite Mobility and Representation in the Bronze Age», mentre Laura Galoppini, docente di Storia medievale all’Università di Pisa, affronterà le «Storie di uomini dal mare Mediterraneo al mare del Nord (XV-XVI sec.)».
Il percorso si spingerà infine verso il mondo egizio con Claire Somaglino, docente di egittologia alla Sorbonne University Paris, che presenterà uno studio sul pharaonic harbour of Ayn Soukhna on the Red Sea.
Un percorso interdisciplinare sulla lunga durata
Nel suo insieme, il IX Convegno si propone dunque come un percorso attraverso tempi e spazi differenti, nel quale il mare viene osservato contemporaneamente come ambiente fisico, infrastruttura sociale, spazio politico, luogo di rischio, campo tecnologico, oggetto di conoscenza e dimensione simbolica.
Dal Mediterraneo antico alle navigazioni vichinghe, dalle rotte atlantiche alle percorrenze del Mar Rosso, il filo conduttore è rappresentato dalla capacità delle società umane di costruire strumenti e conoscenze per attraversare la distanza, trasformando progressivamente il mare da limite percepito a spazio praticabile di relazione.
La pluralità delle discipline coinvolte – storia, archeologia, paletnologia, filologia, filosofia, epistemologia, sociologia, diritto, letteratura e storia dell’arte – risponde alla stessa esigenza: osservare il fenomeno marittimo nella sua complessità, senza ridurlo a una sola dimensione.
Il IX Convegno internazionale di studi «Rotte di mare dal mondo antico al premoderno» si terrà a Ragusa, presso il Laboratorio degli Annali di storia, via Pezza 108, sabato 3 e domenica 4 ottobre 2026.
La partecipazione sarà accompagnata dalla diffusione multimediale dei lavori, consentendo al dibattito di raggiungere anche un pubblico più ampio rispetto alla sede fisica del Convegno.
In occasione della Giornata Internazionale della Pace, che si celebra il 21 settembre, la Biblioteca “Luigi De Gregori” del Ministero dell’Istruzione e del Merito presenta l’esposizione bibliografica “Educare alla pace”, in programma dal 21 settembre al 4 ottobre 2026 presso la sede ministeriale di Viale di Trastevere 76/A, a Roma.
L’iniziativa prende spunto dal tema scelto dalle Nazioni Unite per il 2026, “Invest in Peace: For Everyone, Everywhere, Every Day”, e propone un percorso dedicato al ruolo dell’educazione nella costruzione di una cultura della pace, attraverso documenti e pubblicazioni conservati nelle collezioni della Biblioteca.
La mostra ripercorre alcune delle principali riflessioni pedagogiche e istituzionali sul rapporto tra educazione civica, pace e dialogo, evidenziando il ruolo della scuola come luogo privilegiato per promuovere consapevolezza, rispetto e convivenza.
La chiusura dell’esposizione, il 4 ottobre, coincide con la Giornata nazionale della pace, della fraternità e del dialogo, istituita in onore di San Francesco d’Assisi. L’iniziativa si inserisce inoltre nelle celebrazioni per l’800° anniversario della morte del Santo (1226-2026).
La Biblioteca “Luigi De Gregori” è aperta dal lunedì al venerdì, dalle 9.00 alle 13.00 e dalle 14.00 alle 15.00.
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