Tuta mimetica e piedistallo di cartone
di Vincenzo Andraous
A tredici anni vestito di tutto punto da veterano di una guerra mai stata sua, elmetto, telecamera e coltellaccio bene in vista.
Tutto tassativamente in live e connesso con quanti più squilibrati di lui se ne stanno in un angolo a sbirciare il film appena iniziato.
Se penso a questo adolescente imbizzarrito mi convinco a maggior ragione che per fare una scelta giusta occorre essere finalmente una persona responsabile, che ha imparato a conoscere le proprie capacità, i bisogni, i propri limiti, essere capace di custodire la propria libertà, dunque nel rispetto di noi stessi e dell’altro intorno a noi.
Ma questo youtuber de noantri in tuta mimetica senza trincea di rincalzo, che relazione ha potuto costruire con se stesso, con l’altro a un palmo del suo naso, senza provare alcun bisogno-necessità di averne cura.
Mentre accadeva questo nuovo episodio dentro una scuola, dentro un’aula, dentro il tempio ove mettersi a mezzo, di traverso, ai deliri di onnipotenza del solito più furbo e prepotente, nonché ai deliri di commiserazione, che non sono meno pericolosi o drammatici di chi vorrebbe giustificare e ricercare attenuanti inaccettabili.
Nel rivedere questo adolescente in procinto di fare male a una vittima innocente, mi convinco che a volte rimanere fermi è assai più faticoso e intelligente del fare il Peter Pan, perché la regola aurea è contare fino a dieci prima di prendere decisioni avventate, pilotate da rabbia e ira, dall’entusiasmo della troppa adrenalina, infatti le decisioni umorali portano guai non benefici, recano danno agli altri, a quelli che non hanno colpe, alcuna responsabilità.
Se ne avessi l’opportunita’ chiederei al nostro veterano di guerre combattute sottobanco, perchè fai ciò che fai, ritieni le tue azioni l’unica direzione di onore, di coscienza, una sorta di bussola per rimanere ancorati alla terraferma delle scelte possibili. In questa azione sconsiderata dove un adolescente tenta di accoltellare una docente, forte della complicità anonima di tanti altri zoppi mentali, sovviene l’interrogativo che morde, per cui la decisione di piantare quel coltellaccio nella carne e nel bene più grande di quella prof la sua dignità, è una scelta indotta dalla platea plaudente, o riconducibile alla tua mancanza di empatia verso te stesso, figuriamoci verso l’altro.
Quel ragazzino in tuta mimetica chissà se a casa sua aveva cognizione del limite violato, del confine sempre più distante, chissà se a casa propria c’era attenzione verso la propria incapacità ad avere reciprocità al primo ostacolo dapprima insormontabile e poi semplicemente la distanza necessaria a superarlo.
Ho sentito più volte la narrazione di questo agguato a una donna innocente, una maestra incolpevole, e sempre più mi convinco che l’essere umano ha urgenza di imparare una grande virtù: la capacità di scegliere, di mettere in atto scelte consone e condivise, perché chi non lo fa, autorizza altri a fare un passo al posto tuo, ma non sempre nella maniera più corretta.
Purtroppo.