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Tuta mimetica e piedistallo di cartone

Tuta mimetica e piedistallo di cartone

di Vincenzo Andraous

A tredici anni vestito di tutto punto da veterano di una guerra mai stata sua, elmetto, telecamera e coltellaccio bene in vista.

Tutto tassativamente in live e connesso con quanti più squilibrati di lui se ne stanno in un angolo a sbirciare il film appena iniziato.

Se penso a questo adolescente imbizzarrito mi convinco a maggior ragione che per fare una scelta giusta occorre essere finalmente una persona responsabile,  che ha imparato a conoscere le proprie capacità, i bisogni,  i propri limiti, essere capace di custodire la propria libertà, dunque nel rispetto di noi stessi e dell’altro intorno a noi.

Ma questo youtuber de noantri in tuta mimetica senza trincea di rincalzo, che relazione ha potuto costruire con se stesso, con l’altro a un palmo del suo naso,  senza provare alcun bisogno-necessità di averne cura.

Mentre accadeva questo nuovo episodio dentro una scuola, dentro un’aula, dentro il tempio ove mettersi a mezzo, di traverso, ai deliri di onnipotenza del solito più furbo e prepotente, nonché ai deliri di commiserazione, che non sono meno pericolosi o  drammatici di chi vorrebbe  giustificare e ricercare attenuanti  inaccettabili.

Nel rivedere questo adolescente in procinto di fare male a una vittima innocente, mi convinco che a volte rimanere fermi è assai più faticoso e intelligente del fare il Peter Pan, perché la regola aurea è contare fino a dieci prima di prendere decisioni avventate, pilotate da rabbia e ira, dall’entusiasmo della  troppa adrenalina, infatti le decisioni umorali portano guai non benefici, recano danno agli altri, a quelli che non hanno colpe, alcuna responsabilità.

Se ne avessi l’opportunita’ chiederei al nostro veterano di guerre combattute sottobanco, perchè fai ciò che fai, ritieni le tue azioni l’unica direzione di onore, di coscienza, una sorta di bussola per rimanere ancorati alla terraferma delle scelte possibili. In questa azione sconsiderata dove un adolescente tenta di accoltellare una docente, forte della complicità anonima di tanti altri  zoppi mentali, sovviene l’interrogativo che morde, per cui la decisione di piantare quel coltellaccio nella carne e nel bene più grande di quella prof la sua dignità, è una scelta  indotta dalla platea plaudente, o riconducibile alla tua mancanza di empatia verso te stesso, figuriamoci verso l’altro.

Quel ragazzino in tuta mimetica chissà se a casa sua aveva cognizione del limite violato, del confine sempre più distante, chissà se a casa propria c’era attenzione verso la propria incapacità  ad avere reciprocità al primo ostacolo dapprima insormontabile e poi semplicemente la distanza necessaria a superarlo.

Ho sentito più volte la narrazione di questo agguato a una donna innocente, una maestra incolpevole, e sempre più mi convinco che l’essere umano ha urgenza di imparare una grande virtù: la capacità di scegliere, di mettere in atto scelte consone e condivise,  perché chi non lo fa, autorizza altri a fare un passo al posto tuo, ma non sempre nella maniera più corretta.

Purtroppo.

Non mi interessa niente del carcere

Non mi interessa niente del carcere

di Vincenzo Andraous

Quante volte ho sentito questa frase ripetuta all’infinito da chi sta al governo, all’opposizione e da chi sopravvive tra scaracchi e aculei accuminati.

Al bar come a Montecitorio, in strada come all’Università, in ogni avamposto del vivere civile non si guarda al carcere come a un pezzo della società, bensì come a una sorta di terra di nessuno dove scaricare proiezioni d’ombra e deliri di commiserazione.

Eppure nella mia lunga carcerazione, anni e decenni di galera fino a diventare io stesso un pezzo di edilizia penitenziaria, ormai un’era jiurassica, cretacea, ricordo bene che a fianco della mia cella non ho incontrato soltanto delinquentoni e pregiudicati come era lo scrivente, tutt’altro, adulti appena passati maggiorenni, esacerbati e incrinati in una torsione del tutto innaturale prodotta da fascinazione ed emulazione  incollate al piedistallo di cartone.

Ho conosciuto dottori, operai, giudici, agenti, avvocati, maestri e professori, padri e madri di famiglia, come a dire che in quel putridume creato a misura, non per un accidente ma per una volontà politica creata a tavolino chiunque può andare a farci i conti; tuo padre, tuo figlio, tua madre, tua sorella, tuo fratello e il tuo amico più caro, chiunque, fino a ieri irreprensibile cittadino libero. Ieri, oggi, domani, sul carcere ognuno spara ad alzo zero, butta via la chiave e andiamo oltre.

Come a voler significare che a casa mia non ci sono delinquenti, ladri, tossici, neppure bulli e maranza, per cui non mi frega un accidente di chi sta in una cella perché ha commesso un reato, in fin dei conti male non fare paura non avere.

Eppure in quella galera ultimo baluardo della sicurezza della collettività, non ci sono per comodo istituzionale soltanto cose o colpevoli, ma persone e anche degli innocenti.

Ci sono persone che hanno prossimità con il futuro, nella realizzazione dell’integrazione sociale, del raggiungimento di almeno alcuni degli obiettivi che la società e la nostra Costituzione indica come meritevoli di essere raggiunti. 

Perché allora smantellare quelle poche esperienze carcerarie  rimaste che ottemperano al dettato costituzionale di riscatto, riconciliazione e riparazione. 

Il carcere del 70% di recidiva, di 70-80-90 suicidi all’anno, di imposizione alla violenza, illegalità e ingiustizia che però non sono contemplate in alcun codice penale, riforma penitenziaria e costituzione, significa non voler avere a che fare con nessuna politica che sia servizio. 

Forse.

Un’altra donna

Un’altra donna

di Vincenzo Andraous

Anche oggi una donna è stata afferrata, buttata nel baule di un’auto, scaraventata giu’ dal cavalcavia.

Un’altra donna terminata con la solita violenza, accompagnata da un piramidale di parole a contorno per rendere predominante il potere dei maschietti sempre pronti a reclamizzare il proprio delirio di onnipotenza, travestito da un’autorità morale che non sta scritta da nessuna parte, neppure dentro la più lucida follia.

Siamo talmente immersi in un  brodo di violenza famigliare che facciamo fatica a comprendere le tragedie un giorno si e l’altro pure producono assenze e sofferenze indicibili.

Saggi e profani di periferia insistono a farci credere che aggravando le pene, il reato diminuisce, invece rimane la donna oltraggiata e ammazzata, il reato punito con l’ergastolo, che però non fa prevenzione né combatte e vince l’infamia del reato di femminicidio.

C’è un dispiegamento di strumenti penali inusitati, di testi e fattispecie che non essendo irrobustiti da politiche che agiscano sul piano sociale e culturale, permangono detriti all’intorno. 

Quella poveretta, percossa, sbattuta sul vano della macchina, afferrata e lanciata dalla balaustra del ponte, per rancore, odio, rabbia e ira, per effetto di un possesso ossessivo compulsivo, in cui mai c’è stata la valenza di un accompagnamento relazionale, a tempo pieno e alla pari, dove non potrebbe mai avere metri di vantaggio qualsiasi limitazione della libertà della donna. 

Disegni di legge, decreti, urla roboanti di correttivi che strada facendo pagano pegno al non impegno sociale a formare e consapevolizzare già in età adolescenziale che la donna non è un oggetto, una cosa, un numero da usare e scartare, ma una preziosa componente dell’umanità che dobbiamo rispettare e custodire, umanità come valore e cura dell’altro/a. 

Forse sarebbe il caso di interessarci a questi accadimenti drammatici non soltanto parlando di uomini malati dentro, di uomini che acquistano e non amano, forse è arrivato il momento di parlare di persone e di cultura dell’amore per lo più sconosciuta, di persone pericolosamente intrufolate nell’indignazione di questo e di quello, ma senza opporre la minima coscienza critica.

Chi oltraggia, violenta e uccide una donna è una persona anormale, senza se e senza ma. 

Questa consapevolezza va raccontata e disegnata nelle classi delle scuole, gli adolescenti vanno informati e formati, occorre accorciare le distanze con le donne che saranno e soprattutto con gli uomini di domani, nel rifiuto di ogni forma di discriminazione.

La cultura dello scarto

La cultura dello scarto

di Vincenzo Andraous

Un paese di numeri che di fronte alla morte di una detenuta, di un detenuto, di una persona azzerata senza la benchè minima giustificazione, tenta di cavarsela con una sorta di fastidio nel dover ammettere che con quella assenza tutto il sistema ha fallito. 

C’è un grande dispendio di superlativi assoluti per dare colore al sudiciume divenuto catena che non si spezza.

Tutto il male possibile e impossibile non dipende da chissà che cosa, ogni sottrazione di bene, di speranza, di rispetto, di dignità, sono effetti collaterali, risultanze provenienti da una sorta di induzione a regredire a nome sovraffollamento.

Questo inferno creato a misura non ha responsabilità di alcuno, ogni piaga, malattia, follia, rimangono discordanze sull’ondata eccezionale di caldo.

Non esistono fragilità a detta di qualcuno, invece il carcere è una sorta di terra di nessuno dove ogni spazio è occupato dalla disperazione, e chi è disperato non sconta la propria pena, non la vede né la sente la propria colpa.  

A dire di tanti addetti ai lavori ci sarebbe una cronica carenza di organici, soprattutto quello specializzato, ruolo più che mai richiesto alla luce delle condizioni da doppia diagnosi conclamata in tanti e troppi detenuti. 

Eppure con questa assenza di servizi inaccettabile, il mantenimento in carcere di ogni detenuto costa allo Stato 150 euro al giorno. Sarebbe opportuno sapere come vengono investiti questi dobloni, certamente per la sìcurezza, certamente per realizzare gli obiettivi umani che la detenzione si propone per abbattere una recidiva intollerabile che sta a significare un vero e proprio fallimento della funzione della pena, la dimensione carceraria deumanizzata, la finalita’ rieducativa della pena ridotta a una concessione assai poco edificante.

In questo balilamme verticistico privo di ascolto e accompagnamento ci sono le linee guida per la prevenzione dei suicidi, eppure ragazzi sempre più giovani e fragili non ce la fanno a resistere a tanta indifferenza, la corda e il laccio diventano ultimi compagni di un viaggio non contemplato in alcun ordinamento penitenziario. 

Le carceri continuano a generare morte, violenza e sofferenza, anche di coloro che operano e vivono nelle galere. Forse c’è da domandarsi con una certa onestà intellettuale perchè le condizioni di sopravvivenza nelle prigioni sono ulteriormente peggiorate.

Forse è arrivato quel momento. 

Forse.

Veterani di una guerra sconosciuta

Veterani di una guerra sconosciuta

di Vincenzo Andraous

Anche oggi un nuovo episodio di violenza giovanile, c’è scappato il morto, e non si contano i feriti lasciati a terra per pura smania di apparire, di confezionare nuove tacche sul manico del coltello. I giovani arrestati riempiono gli istituti minorili, 

Sì, è vero, vengono presi e ammanettati, ma non hanno alcuna paura della nuova legislazione punitiva, un continuum di aggressioni con lame di ogni foggia e dimensione, molte volte azioni prive di scopo, di utilità, una violenza priva di motivazioni.

A tutto ciò occorre aggiungere l’uso e abuso delle droghe illegali, quale pass necessario a essere veterano di una guerra che però non è mai stata tua né mai lo sarà, ma nel frattempo rendono ingestibile la vivibilità delle periferie come delle città.

Tutto ciò è davvero inaccettabile, ma pensare di combattere questa deriva esistenziale soprattutto nei più giovani, con la sola riposta repressiva, carceraria, è pura follia.

Queste generazioni 2.0, sono identiche a quelle di ieri, di domani, di oggi, perché tutte inchiodate ai totem  della ribellione adolescenziale, ai nuclei famigliari disintegrati, dalle nuove povertà che non consentono di migliorare i rapporti con l’altro, le relazioni nel rispetto delle regole e della legalità. 

Sì, certo, la galera è il giusto castigo, la punizione la conseguenza, ma ugualmente i coltelli girano, colpiscono, fanno sangue e disperazione. 

Le galere per minori stanno collassando, dunque non è la minaccia della reclusione che ferma un irresponsabile di 14 o 15 anni che disconosce la realtà: in prigione non esistono eroi ma soltanto uomini sconfitti.

Già abbiamo detto a sufficienza dell’assenza ingiustificata dei protagonisti dell’educazione di base del cittadino, della famiglia, della scuola, della stessa comunicazione manipolata a briglia sciolta. Sono secoli che lo diciamo, eppure questo è il risultato. 

Di fronte a questo sfascio sociale, dove le parole sono usate male e tutto viene circoscritto con il problema dei maranza ( lo sono )  con l’innalzamento delle pene.

Mi rendo perfettamente conto di non essere un tecnico del diritto, della strategia preventiva, non so quale sia la strada migliore da percorrere con buona speranza di successo, sò soltanto che  il dolore per qualcuno ferito, ucciso, per un innocente vittima designata, è un cratere di profondo dolore che nasconde e spesso nega la necessarietà dell’educare al rispetto dell’altro.

La nave dei folli

La nave dei folli

di Vincenzo Andraous

E’ proprio così, il carcere italico è stato ridotto a un container di carne umana, dove si dimenano innocenti e colpevoli, giusti e ingiusti che si scambiano di posto all’occorrenza.

C’è chi si ostina ancora a chiamarlo carcere, Istituzione, luogo di pena e di rieducazione, mentre occorrerebbe un pò più di onestà intellettuale e  chiamarlo con il suo vero nome: la nave dei folli vivi e quelli morti. 

Una giovane donna si è tolta la vita nei giorni scorsi in un sovraffollato carcere del nord, altri giovani detenuti e meno giovani, si sono ammazzati a più riprese in più carceri del sud, ognuno e ciascuno lasciati morire nell’indifferenza eretta a sistema, a potere di controllo, nella ricerca folle di una risoluzione dei problemi endemici dell’Amministrazione Penitenziaria. 

Quest’anno siamo già a 30 morti ammazzati, a 30 evasi con i piedi in avanti, a 30 buchi neri sullo scafo di questa nave di folli  irresponsabili. Negli anni scorsi, anno dopo anno, abbiamo contato con una postura falsamente contrita i cadaveri scomposti lasciati qua e là, sbirciando con malavoglia malcelata i documenti stropicciati di ognuno depositati sulle casse accatastate.

Anche quest’anno ne conteremo le carcasse, sbrigativamente, senza trovare il tempo di conoscerne la storia personale di quei volti in preda alla disperazione, alla solitudine imposta, in quella ultima torsione del tutto innaturale dettata dall’asfissia della corda stretta al collo. Anche quest’anno autorevoli dispensatori di garanzie e tutele alla vita, al rispetto della dignità di chi deve scontare giustamente la propria pena, si eleveranno più alte ancora nel camposanto creato a misura del carcere se ancora vogliamo definirlo tale, affinchè la legge sia davvero uguale per tutti, i diritti siano veramente riconosciuti per chi sbaglia e tenta disperatamente di scontare la  propria pena con dignità.

Questa galera ridotta ad essere un non luogo ove uomini e donne privati della libertà hanno la possibilità di ricostruire dalle macerie un cammino condiviso, nella fatica e nell’impegno ri-accendere il valore della relazione, del rispetto per se stessi e per gli altri, perché senza ciò la vita stessa permane un inutile corpo morto.

Questa sorta di nave dei folli serve soltanto a sfornare statistiche, chi entra e chi esce, chi muore e chi sopravvive, quanti trattamenti inumani e degradanti fanno la differenza, e quante volte ancora ascoltare come note stonate che il sistema carcerario italiano è dunque e semplicemente al capolinea di ogni più inaccettabile giustificazione di comodo.

Cratere scavato a misura

 Cratere scavato a misura

 di Vincenzo Andraous

A guardare il cratere che un giorno si e l’altro pure s’allarga sotto i nostri piedi apparentemente ben piantati  al terreno, non c’è da stare troppo allegri.

Neppure aiuta il vocio sgangherato di grandi esperti  che pontificano sulle cause e sulle eventuali responsabilità in merito a tanta tracotanza giovanile, a tanta violenza espressa, a tanto sangue sparso nelle aule scolastiche, nei parchetti, nelle strade delle città come nelle periferie assonnate soltanto per indifferenza e calcolo politico alla bisogna.

Una sorta di caleidoscopio della cruda cronaca sparpagliata nei commenti social che non lasciano spazio a un equilibrio del ragionamento che abbisogna di cuore e di coscienza per riconsegnare dignità ad una convivenza collettiva resa monca dalla débacle di tanti e troppi esempi che non sono. 

Ricordo un grande educatore, uno di quelli che non aveva paura di sporcarsi le mani, tanto meno della fatica che c’è da fare per portare avanti una solidarietà costruttiva basata sul crescere insieme, sul salvarsi insieme, sul migliorarsi insieme.

Diceva sempre che i giovani sbagliano, a volte fanno anche del male, ma sognano di fare del bene.

La fragilità e il disagio con le sue derive nel mondo giovanile, è più incerta che mai, presa in mezzo tra la crisi della famiglia, dei valori che dovrebbero formare le persone, barattati invece con i dis-valori del denaro a tutti i costi.

Alle parole istituzionali che calano dall’alto a ogni fattaccio che fa rumore, c’è sempre in agguato il successivo disallineamento e gli incredibili “distinguo” per questo o per quello, come se la legge non fosse uguale per tutti, o più semplicemente per qualcuno. 

Se un giovanissimo è preda di una insignificanza che è assenza di relazioni importanti, se la tua vita disconosce la bellezza di  relazioni che fanno la differenza, allora la tua  esistenza non contempla l’altro, gli altri, di conseguenza non può trattarsi di vita, bensì di mera sopravvivenza. 

Tra una guerra sbagliata e l’altra, un grido di battagliastonato, una manciata di bombe sparse qua e là, i riferimenti autorevoli vanno in pezzi, gli esempi quelli importanti diventano carta straccia.

C’è un mondo giovanile che avrebbe bisogno di altri colori e di altre idee, della possibilità di non dover spesso sempre più spesso tacere, mimetizzando ogni possibile dissenso, eventuale mediazione, eppure sono i nostri figli che correggeranno il nostro camminare claudicante.

I giovani non sono un’isola incontaminata, dunque le chiacchiere di ieri servono soltanto a ribadire la nostra poca volontà al cambiamento.

A 13 anni…

A 13 anni…

di Vincenzo Andraous

Nuovamente i coltelli, le lame, i pugnali fanno scempio dei luoghi del sapere, dell’incontro, delle relazioni che sono tali perché insegnano il valore del rispetto per l’altro.

Questa volta il ribelle inconcludente non ha l’età neppur per essere perseguito penalmente.

Un adolescente con il bicipite in bella mostra, con le mani in tasca e le gambe larghe, con l’arroganza della sfida, della scommessa, del rischio che rimarrà un rimorso che scava per ogni giorno a venire.

A 13 anni senza parole per chiamare le cose con il proprio nome, senza alcuna capacità di vedere e sentire l’emozione di una vita interpretata con il cuore, bensì percepita come una linea banale e sonnolenta. 

A scuola un giovanissimo leader del delirio di onnipotenza, tra violenza, illegalità, ingiustizia.

Un leader malconcio e straziato da ben altro delirio, forse ancora peggiore, quello della perenne commiserazione, tutto ciò che mi accade, che mi perseguita, che la vita mi riserva non è mai dovuto a mia incapacità o irresponsabilità,  la colpa è sempre di qualcun altro, dell’intorno che non risparmia e addita, la colpa è sempre di questo o di quello, io non sono il carnefice di me stesso e degli altri.

Io sono la vittima predestinata, innocente, ben intruppata tra le vittime che spesso sempre più spesso rimangono senza giustizia. 

Una scuola e una docente prese a coltellate, una scuola che insegna ai ragazzi lo strumento salvavita di alzare la mano per chiedere aiuto e una professoressa incolpevole della tragedia che incombe.

Quando accadono fatti così eclatanti diviene assai difficile immaginare un futuro in cui la rabbia e l’ira di un giovanissimo non siano la risultanza  prodotta dall’indifferenzadel mondo adulto e delle istituzioni che pensano supinamente di risolvere questa vergogna del sangue con la sola bacchetta calata con forza sulle dita.

Quando un adolescente non sente il bisogno di  avvicinare la libertà alla propria responsabilità, forse occorre avere più tempo e più occhi del cuore per accorgersi dei risultati dell’uso e abuso dell’agio, di quanto malessere esonda da un benessere privo di impegno e fatica.

Forse in questo presente così drammatico dove la sfida educativa appare soltanto uno slogan, sarà bene usare le parole con la dovuta onestà,  prendere atto che non esistono ragazzi “senza problemi” ma ragazzi a cui prestare cura e attenzione. Senza se e senza ma.

Il Paese dei cipressi ammutoliti

Il Paese dei cipressi ammutoliti

di Vincenzo Andraous

C’è una Italia che soccombe alle parole usate come clave, che arretra dove il dolore non è solo un’emozione che sale alta al cuore, ma un perenne disfacimento che non consente sguardo dietro le spalle, un perimetro dove non c’è più  spazio per una riflessione capace di suscitare un brivido al basso della schiena.

Figuriamoci una risposta condivisa, partecipata per tentare di sostituire il vuoto costruito a misura, che però non rimane indifferente, non s’arrende alle intemperie umane che il tempo preso a gomitate fa diventare disumane.

Un paese in cui un giorno si e l’altro pure agonizza tra gli echi delle assenze ingiustificate, dei morti ammazzati, dai silenzi protratti degli innocenti, così pure dei colpevoli spesso portati in trionfo dalle solite parole elargite in fretta proprio per non dire niente. 

Sembra tutto così insopportabile, sbalorditivo, quanto la resistenza ostinata a un dolore che non consente tregua. Una Italia intontita dalle ingiustizie, dalle illegalità, dalle prepotenze, dall’uso inusitato della violenza.

Oppressa dagli abusi e dai soprusi non soltanto da chi si sente un ribelle inconcludente, ma pure da chi si sente al di sopra della legge, delle regole, di qualsiasi ordinamento.

Pellerossa e giubbe blu, delinquenti e tutori della legge,  guardie e ladri, ma nonostante i tanti luoghi comuni rimane quell’impronta che così non si “va avanti” davvero. 

La rincorsa a difendere, a giustificare, a neutralizzare ad ogni costo i  giorni che scorrono pesanti rendendo vani quelli più leggeri, perché giusti nella loro essenza, nel significato profondo della propria dignità.

Ci si ammazza non soltanto ai bordi delle strade, anche in carcere, quest’anno siamo già a nove detenuti che non hanno retto l’urto dell’appropriazione indebita della loro dignità, non gli è stato concesso neppure di onorare il proprio desiderio di riparazione.

Cè una Italia che richiama ognuno e ciascuno al rispetto delle regole, ognuno e ciascuno, affinchè quelle regole costituiscano costitutivamente l’autorevolezza insita in ogni esempio di comunità, di società, di vita.

A fronte di accadimenti tanto inquietanti sarà bene sottolineare ulteriormente che il rispetto per noi stessi e per gli altri non lo si apprende attraverso una formuletta disegnata alla lavagna per quanto bravo il maestro di turno, ma solo e unicamente attraverso l’esempio, quello davvero autorevole, che ci deve accompagnare e accogliere.

Le lame del disonore

Le lame del disonore

di Vincenzo Andraous

Il sangue della vergogna imbratta le speranze, il futuro, la fatica dell’impegno dentro una vita tutta ancora da percorrere nella salita come nella discesa.

Un giovanissimo accoltellato, ammazzato senza un sussulto di pietà.

Lo scontro non avviene in strada, ai margini della carreggiata, nel solito vicolo cieco dove non èpossibile giocare alla play station, non è consentito resettare, ritornare indietro.

In quel vicolo cieco si rimane lì, non sei autorizzato adafferrare a tuo piacere il copione e gettarlo via insieme alle proprie responsabilità.

Oltrepassato il limite non è possibile gridare “io scendo da questo palcoscenico, questo film non mi piace più”.

E’ troppo tardi,  si rimane lì con le mani sporche di sangue degli innocenti a scavarti la fossa.

Questa sequenza drammatica ma non virtuale come qualcuno può pensare, non prende corpo e sostanza nei luoghi sub-urbani della nostra coscienza, non si presenta con le mani in tasca e le gambe larghe in mezzo alle strade della movida.

La botta letale irrompe nelle aule di una scuola, negli spazi dove si trasmettono non soltanto e non solamente le nozioni, ma i valori del rispetto e delle relazioni, quel rispetto e quelle relazioni che sono importanti proprio perchè senza non esiste l’altro, di conseguenza la vita stessa piega di lato, la vita stessa soccombe alla violenza, la vita stessa è un retrovia dove non s’avverte alcuna reciprocità, dove la prossimità appare un disfacimento così profondo che confonde l’amore con l’appropriazione indebita, con la prepotenza dei gesti, delle azioni, dei comportamenti che non hanno cittadinanza alcuna con il cuore, bensì con il freddo di una lama quale timbro sul passaporto del tutto mi è concesso.

Anche toglierti la vita. 

Nel sentire la notizia di questo accadimento, mi è ritornato alla mente un incontro di qualche anno addietro che ho svolto con una quarta o quinta superiore, si parlava di rispetto, dignità, relazione, di violenza che non sana altra violenza, di bullismo e di come i dazi si pagano sempre. In molte sostenevano una certa omertà, alcune ripetevano come dischi incantati “ io non faccio l’infame “,  usando uno slang altamente inflazionato.

Al termine dell’evento alcune ragazze sono venute a salutarmi ed a parlarmi.

Una di loro ha aperto la sua borsa e mi ha fatto vedere che si portava appresso un serramanico: “io non ci sto a farmi mettere sotto, a farmi fare del male, lo uso per difendermi”.

Sono riuscito a farmi dare quel pezzo di identità confusa e l’ho buttato nell’immondizia, il suo vero posto.

Forse di fronte a drammi come questo, per giunta avvenuto in una scuola, in una scuola, in una scuola, reprimere e vietare non è più sufficiente, c’è bisogno di investimenti economici di peso, di interventi e risorse umane capaci di prevenire le difficoltà, soprattutto quelle emotive dei più giovani, dove il disagio non è più una parola qualunque. 

Forse

Maranza o adolescenti imbizzarriti

Maranza o adolescenti imbizzarriti

di Vincenzo Andraous

Plotoni di veterani di una guerra che non è mai stata loro, mettono in live una violenza grezza, mollette e bastoni la fanno da padrone, in gruppo accerchiano la vittima, indifesa, innocente.

Rimane il sangue e le urla inascoltate, una solitudine imposta che attraversa ancora più a fondo delle ferite ricevute. In questo andirivieni di emozioni raccattate a basso prezzo perché sconosciute, ci si incontra per fare rumore, per le nocche infrante sui denti, le lame che tagliano la carne, le tasche gonfie di vento.

Le impronte sui detriti lasciati alle spalle,  ci parlano di azioni disturbanti, inaccettabili per la spietatezza elargita a piene mani.

Migranti 3.0, maranza d’importazione, gli imputati facili da esibire, condannare, carcerare, eppure c’è un incremento di follia autoctona, di asini de noantri a fare diventare i giorni più pesanti.

L’uso ricorrente nei media dell’espressione baby gang ogni volta che i ragazzi sono protagonisti di comportamenti devianti, non aiutano a fare chiarezza, le etichette contano poco, anzi pochissimo, come i pregiudizi a priori, che non rendono meno grave la situazione, anzi ne acuiscono l’intolleraanza al rispetto delle regole, quali uniche e vere salvavita, al punto da fare indossare agli adolescenti più esposti le casacche scarlatte dei comportamenti prepotenti e violenti.

La richiesta di sicurezza nei riguardi dei propri figli, di giustizia per quanti ne rimangono dissanguati, di legalità dipinta con il pennarello che scolora, non creda serva a molto se intesa con il solo ricorso del carcere minorile, già allo stremo per i tanti accessi con le nuove normative entrate in vigore. L

Questo problema che assilla un giorno si e l’altro pure, non è più circoscrivibile ai soli maranza in circolazione, bensì alle scorribande di italianissimi grissini che si spezzano al primo imbocco, ma che sfogano il vuoto di senso che li circonda facendo del male ai più deboli, agli  incolpevoli.

Un grande educatore diceva” i giovani è vero a volte fanno del male, ma sognano di fare del bene”.

Per vincere quella sfida educativa tanto decantata, ho l’impressione occorra impegnarsiconcretamente in alternative all’assenza di opportunità, per non avere a che fare con i soliti “nemici” con cui fare a botte per non essere disarcionato dal piedistallo di cartone creato a misura.

Caro Onorevole ti ri-scrivo

Caro Onorevole ti ri-scrivo

di Vincenzo Andraous

Sento l’obbligo di riesumare questo articolo scritto tanto tempo fa, perché è la conferma di come il tempo a volte non sia inteso come un grande educatore. In carcere ancora uomini a morire, ancora giovani a cadere, suicidi camuffati da numeri che si accatastano in una fossa comune, dove la somma dei cadaveri, siamo arrivati a 80, non crea che qualche fastidio passeggero, usato per non concedere spazio alla pietà. In carcere si muore, è una continua discesa all’inferno, forse non è più praticabile alcuna osservazione e trattamento del recluso, alcun progetto di ricostruzione interiore, se non fosse per l’eroicità di qualche direttore, agente, operatore penitenziario. Mi tornano in mente le parole di un grande poeta: la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione. Come è possibile trattare di libertà, di dignità, di diritti e di doveri, in un perimetro relegato a discarica delle speranze, a contenitore muto di invivibilità, come è possibile parlarne quando ogni giorno dal carcere arrivano grida di aiuto e imprecazioni inascoltate. Libertà è partecipazione persino dentro la terra di nessuno, dentro la colpa che non è ancora consentito arretrare, così cantava il Gaber nazionale, e in questo presente di spot elettorali, c’è da svolgere una riflessione, un compito che possiede una sua obbligatorietà; se davvero intendiamo il carcere e la pena e le Istituzioni che ne compongono il senso e lo scopo per una effettiva utilità sociale, un progetto di vita futuro non solo per i detenuti, ma per la collettività intera. Non è possibile aggirare il problema insito in quel “libertà è partecipazione”, non è più plausibile trattare la questione in termini prettamente matematici, di contenitore, di numeri, di somme disumane, di detrazioni inumane. Partecipare significa prendere parte a qualcosa, perché ne siamo diventati parte, costruire un ponte comune su cui camminare insieme, svolgere un tragitto insieme, fare un pezzo di strada insieme. Partecipare sottende capacità di vista prospettica da parte di chi conduce, ma anche di chi intende ricostruire ciò che rimane, partecipare è lo spirito, è il propulsore di quel percorso di rinnovamento che realizza un giusto equilibrio tra diritti e doveri nei riguardi di chi sconta con dignità (diritto) la propria pena, e rispetta con lealtà quel patto sociale (dovere) intrapreso con il consorzio civile. Libertà non è solo uno spazio libero che aiuta a uscire dall’angolo costretto dei nascondimenti, il carcere non è perimetro che sarà mai libero, non è facile pensare a una collettività senza più prigioni, filo spinato, ma abbandonare gli errori divenuti analfabetizzanti, questo sì che è possibile. Carcere e partecipazione per rendere meno offensiva la disperazione, quella che deriva dalle morti inaccettabili, ma ugualmente nel menefreghismo meglio congeniato, continuano a imperversare nel panorama penitenziario italiano. Nonostante parlarne appaia sempre più come la ricerca di una elemosina pietistica, di una solidarietà buonista, è utile ostinarsi a farne dibattito, con l’intensità di una partecipazione attenta, accorciando le distanze da un preciso interesse collettivo, rimettere al centro di una riforma urgente e improrogabile, la persona, il detenuto-cittadino, che dovrà fare ritorno in società, a cui consentire di rimettere alla prova la propria prossimità umana, la propria coscienza della libertà.

Arriva Natale

Arriva Natale nel ricordo degli uomini mai distanti

di Vincenzo Andraous

Quando si parla o si scrive di una persona che non c’è più, a cui ci si è legati per un lungo tragitto di vita insieme, a dispetto di qualsiasi avversità, c’è sempre il rischio di  incorrere in una idealizzazione, di appiccicare addosso medaglie e nastrini, sommando parole che non confortano il dolore di questa assenza.

Padre PierSandro Vanzan non era solamente un Gesuita senza paura, un giornalista e uno scrittore arguto e instancabile di Civiltà Cattolica, della carta stampata, è stato soprattutto un amico, un fratello, un padre, e un orizzonte a vista per tutti noi della Comunità Casa del Giovane, una “consueta” coscienza critica, a volte aspra e ammonitrice, ma sempre colma di amore, in nome dell’amicizia con don Enzo Boschetti, fondatore di questa grande casa-comunità di servizio-terapeutica.

Per ogni suo amico, indipendentemente dalla fede che si professa, c’è bisogno di ricordare ciò che questo uomo diceva, scriveva, faceva, perché da questa esperienza personale e comunitaria potranno sorgere e rafforzarsi nuove energie cui fare leva, nuove forze interiori per imparare a amare con ardimento: i Santi non sono cartoline illustrate da acquistare nei giorni di festa, ma il respiro di cui non possiamo fare a meno per avere fede e credere a quella Croce dove ora Padre Vanzan sta al suo legno.

Per chi segue il solco di un Vangelo mai ripiegato su se stesso, non è difficile tradurre dalle intenzioni di tante storie tramandate, più che mai attuali, lo stile di vita, i comportamenti quotidiani, e non è irriguardoso accostare Padre Vanzan a un prosieguo della storia più antica e giovane, per continuare ad avvicinare le parole che ci ha lasciato, senza per questo disegnare una verità folgorante che gia c’è, il rischio è più palese e vicino alla terra sotto i nostri piedi, cioè di raccontare e narrare senza sosta la vita di quel legno stretto alle sue mani, facendo ulteriore prossimità con Dio, e non più a quel dubbio che ci serve a nascondere le nostre stanchezze, i nostri limiti, le nostre incapacità ad abbandonarci a ciò che è.

Nei tanti anni che ci hanno visti accanto, ho conosciuto “sottopelle” Padre Vanzan, siamo stati insieme, come lo è stata tutta la Casa del Giovane, fino a diventare la sua grande casa, non era mai un pensiero scontato, non era semplice seguire le sue tracce, le sue orme, perché a volte parevano così profonde da incutere timore, manco fossero di un orso eretto al cielo.

Sono tanti gli episodi che danno l’idea del carico di autorevolezza di questo sacerdote profeta nella santità profetica di chi lo attraversava e accompagnava come don Enzo Boschetti e le sue intuizioni, la sua vista prospettica, il coraggio delle scelte, la generosità della coerenza. Insieme hanno cresciuto un albero della vita importante, la Casa del Giovane, una radice formidabile perché affondata nel loro amore.

C’è un bisogno sincero di onorare persone come queste, di ancorarle al cuore, alla vita spirituale di ognuno, alle fatiche dell’esistenza, per farne esempio da rileggere ogni volta che servirà. Ecco sta arrivando Natale.

Maranza, bulli e quant’altro

Maranza, bulli e quant’altro

 di Vincenzo Andraous

Non c’è giorno in cui una donna non venga offesa, umiliata, uccisa dal prepotente incompetente umano di turno.

 Non passa settimana che un giovanissimo non venga preso di mira a gomitate e finanche a coltellate perché educato, gentile, erroneamente inteso più debole, più fragile, differente nei modi e negli atteggiamenti.

Drappelli sconclusionati di adolescenti imbizzarriti mettono a soqquadro quartieri e periferie, lo fanno con metodo, senza batter ciglio, come se il dolore non fosse un disfacimento, la creazione di un recinto dove tutto può essere condiviso, dunque anche le cose più inaccettabili.

C’è un brusio, un disturbo programmato, che fa dell’ascolto e dell’attenzione a quanto accade nelle nostre case, nelle strade, nelle città, una sorta di persistente assenza di domande lasciate rasenti i muri senza bisogno di risposte, le quali si trasformano in ferite che non si rimarginano.

Ogni volta la panacea sta nell’aumentare il tetto delle condanne, delle pene, nelle grida scomposte che tanto nessuno finisce in carcere per i reati che commette, c’è un continuo moltiplicatore di impunti, di delinquenti qua e là per giunta senza fissa dimora.

Eppure è sotto gli occhi di tutti come invece il carcere sia incancrenito da un sovraffollamento endemico, a dir poco mostruoso.

Una sequela infinita di persone abusate, ferite, terminate a un palmo dal nostro naso, eppure permane la dimenticanza, la smemoratezza, che si è necessaria la severità di una giustizia spesso sempre più spesso poco schierata dalla parte delle vittime, ma proprio per questo c’è urgenza di investire in interventi che sappiano parlare alle coscienze dei più giovani, a coloro che domani avranno il dovere e anche il diritto di mettersi a mezzo, di traverso a una cultura della prepotenza, dell’illegalità, dell’ingiustizia.

Un problema sociale è tale perché coinvolge tutti, nessuno escluso, continuare a parlarne per slogan, per etichette vetuste, serve a poco, se non a creare ulteriore confusione, peggio, assuefazione.

La violenza non ha mai ragione, eppure attraverso di essa c’è la convinzione di poter galleggiare dentro una vita che non invece non c’è.

Una marginalità che accomuna i giovani nella ricerca sconclusionata di un’identità in cui ritrovarsi, riconoscersi.

Forse per arginare le tante e troppe parole d’ordine, bisognerà proporre per davvero alternative credibili, per un giovanissimo che pensa di risolvere ogni cosa con una gomitata, per un adulto che ritiene di possedere l’amore a proprio uso e consumo.

Il silenzio più colpevole

Il silenzio più colpevole

di Vincenzo Andraous

Da tanti anni il carcere minorile del Beccaria sta nell’occhio del ciclone.

Da tanti e troppi anni c’è un silenzio tombale come unica risposta a quanto oggi esplode e implode con tutta la forza di una ingiustizia eretta a sistema.

Oggi se ne parla attraverso testimonianze, video-filmati, indagini a tutto campo divenute ormai inevitabili e certamente più che opportune sebbene in ritardo.

A leggere i giornali,  ascoltare le televisioni, a vedere le immagini di video rubati, le sequenze delle violenze messe in pratica nei riguardi di giovanissimi detenuti, si evince l’assenza del più derelitto moto di vergogna, nella più tumefatta delle coscienze.

Ebbene questo corpo a corpo con una umanità sconfitta, solo apparentemente ci fa tremare le vene dei polsi, perché a ben guardare, pensare, riflettere, sono una riedizione  inaccettabile di accadimenti ripetuti con tanto di residenza dentro cattedrali nel deserto, così ben edificate per meglio rendere silenziati comportamenti e atteggiamenti che nulla hanno a che vedere con le Leggi, gli Ordinamenti, la Costituzione.

Ritornando con la mente agli anni in cui il Beccaria prorompeva nelle cronache nazionali per i ben noti  fatti inerenti la metodologia del detenere e accompagnare attraverso la vituperata parolaccia del ri-educare giovani e giovanissimi,  brandendo gli strumenti mai vetusti della forza e della violenza fine a stessa, con i corposi arresti dei vari operatori conducenti la piccola cittadella, viene da chiedersi in questo presente di nuove e rinnovate indagini, ricerca di riscontri, di messa in accusa di altri operatori e volontari operanti nella struttura; ma quando tutto questo costante scempio accadeva, quando tutto questo dispendio inusitato di  infrazioni a ogni legge statuale riconosciuta, quando i corpi stavano scomposti e segnati dalle percosse, dalle sevizie, dove erano coloro che oggi si scandalizzano, si stracciano le vesti per non aver saputo, visto, letto tra le righe la storia vera e non quella recitata in qualche palcoscenico di periferia.

Autorevoli esperti, saggi, conoscitori del genere umano, soprattutto quello in catene che hanno scelto autonomamente di aiutare in un percorso di rinascita, come hanno potuto non rendersi conto di quanto giornalmente veniva portato a temine con scientificità. Io non sapevo, tu non sapevi, egli non sapeva, in questo spintonamento autoassolutorio, rimane lo sguardo “comprendente” improvvisamente assente nel silenzio più colpevole.

E nonostante questo sfacelo di disumana disumanità, occorre persistere a immaginare un futuro in cui il rispetto della dignità delle persone, anche di quelle ristrette, minori e adulti, uomini e donne che scontano la propria pena, non siano umiliate e costrette a una sofferenza  imposta nell’indifferenza delle istituzioni e della collettività.