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Adolescenti allo sbaraglio

Adolescenti allo sbaraglio

di Vincenzo Andraous

Stavo tornando a casa dopo una giornata di lavoro piuttosto pesante, a rendermi ancora più insofferente, sul telefonino leggo di quel furgoncino che si schianta in tangenziale con un’altra auto. Ho pensato a un incidente come ne accadono tanti, invece non era proprio così. Tre adolescenti hanno rubato “per gioco”, non per una qualche utilità seppure delinquenziale, ma “ per gioco” un furgone, iniziando a pigiare con il piede martello sull’acceleratore. Tra una morsa allo stomaco e un digrignare di denti, mi sono ritrovato negli occhi il sequel di un vecchio film. A volte, non sempre, ma accade, il passato sta disegnato in un presente da apnea asfissiante. Tre giovanissimi alla ricerca di qualcosa, la postura inquieta, poi, accade tutto come nella frazione di uno sparo, e colmo della sfiga, perché di sfiga si tratta, le chiavi sono inserite nel cruscotto. Un rombo, una sgommata, l’auto parte come una scheggia impazzita, adesso è un siluro che taglia a metà la città, un bisturi che divide in due il proprio destino e purtroppo quello degli altri.

Niente e nessuno può fermare quel bolide, il piede ben calcato sul pedale dell’acceleratore, le risate sempre piu’ alte, la musica a paletta. E’ tutto un dritto, non ci sono curve, intersezioni, stanno volando. Niente e nessuno li può fermare. Però d’improvviso ecco l’ostacolo, quello che non t’aspetti, duro come pietra che dura, ben più duro di te. L’impatto è inevitabile, si frana per terra, si rimane lì, con il respiro imprigionato nei polmoni. Si rimane sulle ginocchia, con la fronte imperlata di sudore, e quel sudore ha un nome preciso;è la paura. Ora lo spaccone, il duro, il bullo di cartone è scomparso, s’è dileguato, portandosi via ogni altra certezza. Ma c’è di più, non è ancora finita la sofferenza, il dolore, la disperazione, perché dalla fronte c’è qualcosa che si mischia con quel sudore, scende e sbatte sulle palpebre, sul naso, sulle labbra. Sì, quello è il tuo sangue. No, non è ancora finita la tragedia che segue a questa irresponsabile follia, perché quello non è più soltanto il tuo sangue, ma è il sangue degli altri, degli innocenti, di quelli, che spesso, sempre più spesso rimangono senza giustizia. Tre giovanissimi, nella trasgressione ormai divenuta devianza, la spinta a non subordinare mai le passioni alle regole, disconoscendo la carta di identità della libertà, della responsabilità, nella capacità di fare delle scelte consapevoli, interpretando malamente quellalibertà con il fare tutto quello che voglio. In questa sequenza di reati, perché di reati si tratta, c’è la sfida, la voglia di primeggiare con gli strumenti dell’illegalità e della violenza, c’è il “coraggio” di sfidare la morte, finchè non rimani piegato e piagato sulle ginocchia, se ti va bene, perché è bene sapere che chi scommette contro la morte, è destinato a perdere, al più misero dei fallimenti, perché la morte vince sempre. Non ci sono eroi in questi accadimenti, gli eroi sono ben altra cosa, qui abbiamo tre ragazzini allo sbaraglio e una platea plaudente o forse soltanto distratta, anch’essa colpevole in tutta la sua indifferenza.

Il carcere che ancora non c’è

Il carcere che ancora non c’è

di Vincenzo Andraous

Quante volte l’ho ripetuto incontrando spallucce ambigue e smorfie di malcelato disappunto.

Oggi leggo il fior fiore degli operatori di giustizia e chiaramente non sto parlando dei soliti detenuti buontemponi, che ammettono candidamente in galera c’è un sistema al collasso, che si accanisce sui più deboli, che fa perdere alla pena la sua reale funzione, scopo e utilità.

In sintesi e senza sottolineare i fatti e misfatti che accadono e si ripetono nel silenzio e nell’indifferenza generale, l’apparato penitenziario e il sistema giuridico composto di leggi e norme ben definite, invece di produrre risultati accettabili, non corrisponde alla collettività la giusta richiesta sicurezza, tanto meno ne rispetta il dettato costituzionale.

Senza tanti giri di parole chi le leggi le applica e le fa soprattutto rispettare o almeno tenta di farlo con onestà intellettuale, senza raccontare delle panzane o realtà inesistenti per far contento qualcuno, afferma che “non è possibile all’interno di una prigione svolgere un’attività di rieducazione del condannato, e allorchè una finalità di risocializzazione si verificasse, ciò accade per fatti propri”.

Dunque non perché il sistema di ordinamenti e umana condivisione di intenti rieducativi crea le condizioni perché ciò accada.

A ben vedere questa sorta di inquietante eredità, è il risultato di una mia convinzione profonda, che da molti anni sostengo e porto avanti naturalmente da solitudinarizzato: è possibile diventare persone migliori NONOSTANTE il carcere.

Il problema di fondo però rimane e si moltiplica dentro una cella abitata da numeri, cose, oggettistica da scartare, ciò significa disegnare in maniera non sindacabile l’eccezione che conferma la regola di un vero e proprio fallimento.

Quando si sente parlare di una pena vendicativa, di una pena dis-umana, di una pena doppia rispetto a quella erogata dal giudice naturale, c’è come un’impossibilità forzata a misura a comprendere la drammaticità di asserzioni come queste. Infatti come dice un autorevole giudice: ciò starebbe a significare una pena e una riparazione del tutto incompatibile con la nostra Costituzione, ma soprattutto con la nostra coscienza.

Forse hanno ragione coloro che sostengono che “più che di legalità occorrerebbe parlare di responsabilità” per ridurre il tasso di recidiva inaccettabile, e perché violenza e illegalità non hanno mai creato le condizioni minime necessarie per favorire il reinserimento del detenuto.

La cultura della disattenzione

La cultura della disattenzione

di Vincenzo Andraous

In alcune città italiane spadroneggiano non solo  le grandi organizzazioni criminali ma veri e propri squadroni adolescenziali del malaffare.

In altri sobborghi esistenziali giovanissimi annoiati mettono sotto il malcapitato, spesso un coetaneo, tanto per passare un po’ di tempo in allegria. In spazi scolastici ben definiti bulli oramai professionalizzati mantengono saldamente in mano il loro conosciutissimo territorio.

In agglomerati cittadini e periferici gruppi di adolescenti si danno appuntamento per darsele di santa ragione armati di  mazze e lame fredde dei coltelli. Insomma c’è da preoccuparsi,  e non poco.

Anche perché per  licenziare senza troppo rumore la deriva che incombe sui più giovani, ci sono le voci dei soliti fautori degli eventi critici che non sono mai numeri esponenziali ma statistica tutto sommato accettabile.

E’ fin troppo facile scaricare ogni responsabilità sulla famiglia, imputata assente alla sbarra del tribunale che non c’è mai.

Per non parlare della disattenzione dei genitori, dell’abitudine a  permettere sempre, perché costa meno fatica e impegno di fronte a un bel no, tutto da spiegare e chiarire.

Forse non si tratta di vera e propria emergenza come si ostina a ripetere qualcuno, eppure le comunità di servizio e terapeutiche brulicano di duri dagli anni corti, e unitamente ai  servizi sociali ne contano i numeri e ne relazionano le sofferenze e le reiterate sconfitte.

Di fronte a questa ecatombe di sistemi educativi dove il rispetto per se stessi e gli altri non nasce dagli esempi autorevoli bensì dai modelli super accessoriati messi in bella mostra dal mondo adulto, dalla messaggistica istantanea, dai film che sfornano eroi disposti a tutto per arrivare alla meta, c’è il vicolo cieco dietro l’angolo, dove non solo la realtà diventa virtuale ma addirittura l’illegalità accompagnata dallo strumento della violenza diviene sfida e scommessa  al dazio eventualmente da pagare.

Spesso i giovani raccontano con la postura che assumono, con gli occhi che parlano, l’insoddisfazione e la ribellione per una collettività che fa spallucce alle problematiche inerenti il disagio giovanile, una società collassata dalla pandemia e dalle preoccupazioni montanti per un futuro che ancora zoppica, inciampa, cade rovinosamente.

Il mondo adulto tenta di non affondare e rimanere con i piedi ben piantati ai valori in cui crede, nel frattempo in-cultura e povertà,  uso e abuso dell’agio dall’altra, costringono la coscienza a smetterla con le parole e passare ai fatti, quelli dell’attenzione e della responsabilità, quali percorsi certi per  una prevenzione preziosa. 

Dunque gli assenti ingiustificati di quel tribunale che non c’è mai, la famiglia, la scuola, quanti educano alla vita da vivere e non da abbattere, sarà bene facciano un passo avanti e battano forte un colpo per non arrendersi all’attuale momento che viviamo tutti.

Nessuno escluso.

Mi ricordo eccome di te

Mi ricordo eccome di te

di Vincenzo Andraous

Se ripenso al giorno in cui ti ho conosciuto è impossibile non ricordare il tuo volto, le tue gambe larghe, le mani in tasca, stavi lì piantato davanti a me e ai tuoi compagni, a ben pensarci un passo avanti a tutti. No, non era casuale. Tra me e me mi sono detto: ecco un’anima inquieta, di quelle che sanno tutto del mondo e di cio’ che sta dietro l’angolo, di quelle che non hanno bisogno di nessuno, perché i problemi se li risolvono da se. Mi hai squadrato per bene, come a volermi dire: e tu che vuoi, chi sei, che cerchi da queste parti? Ero lì perché il mio amico don, mi aveva chiamato per svolgere qualche incontro, per rappresentare un testo teatrale, per fare due chiacchiere con la parte più giovane che mi ha attraversato e che soprattutto mai più ritorna. Ascoltavo le tue scorribande, osservavo la tua mimica, mi rammentavi gli errori, le scelte sbagliate, quando anch’io ero inquieto, un’anima ribelle, che non voleva più niente, più nessuno, volevo godermi la vita, così come veniva. La sera c’è stata la rappresentazione teatrale, seguita dall’incontro, le tante domande, i silenzi più rotondi di qualsiasi perfetta comprensione. Ah tu sei Vince? Ma quanti anni hai, da quanto sei ritornato in libertà? Una sequela di interrogativi sparati come certezze risapute, conosciute, quasi riducendo tutto a qualcosa di banale. Mi ricordo eccome di te, di me come ero prima di incontrare te. Talmente bene che mi sono sentito in dovere di tacere e ascoltarti, consapevole del rischio dell’impatto in cui andavi incontro, quando quasi gridando mi dicevi che e’ meglio non fidarsi mai di nessuno perché tutti ti fregano, meglio fai da te e fai per tre. Mi veniva su dalla pancia una rabbia da fare paura, perché era una sorta di copia-incolla visto troppe volte, per le persone sbagliate incontrate, per la convinzione che è sempre colpa di qualcun altro, mentre più semplicemente il vero problema sei tu. Tu in attesa del botto, della battaglia, del salto nel buio, tu che scommetti con la morte, ma lei vince sempre e non lo sai. Non so perché ma quel giorno sono ritornato a casa con l’amaro in bocca, non riuscivo a darmi pace, mi domandavo se tu eri il risultato di una rappresentazione della realtà criminale in quanto tale o dalla spettacolarità del modo in cui essa è rappresentata. Ecco allora l’emulazione, la fascinazione del male, avevo di fronte a me, il maledetto per vocazione, ma anche quello che è convinto che mal che vada, è tutto un gioco alla play station, si resetta e si ritorna da capo. Invece non è stato così. Mi ricordo eccome di te.

Joseph con gli occhi riversati all’indietro

Joseph con gli occhi riversati all’indietro

di Vincenzo Andraous

A volte penso a come la politica sia davvero poca cosa di fronte alle sciagure più indicibili, ben poca cosa per il suo silenzio e per le parole d’accatto usate per non dire niente.

Uomini che guardano ma non vedono, ascoltano ma non sentono straziante il dolore degli altri.

Tanti uomini che a giro corto se ne stanno da un’altra parte, dove non c’è rischio di sbattere sull’ostacolo improvviso di un fagottino di pochi chili, un bimbo di pochi mesi soffocato e fradicio di abbandono, con gli occhi riversati all’indietro.

Mare e migranti tra urto e fastidio, mare e disumana accettazione dell’assenza, mare che non ha più tuono da restituire all’ingiustizia, soltanto altro silenzio.

Noi possiamo fare speculazioni politiche o filosofiche, senza avere timore delle ritrattazioni, degli attacchi e dei rinculi della storia che sovente prendiamo a calci nel deretano.

Possiamo addirittura convincerci di non rimanere invischiati da una certa indifferenza che sta facendo più vittime della pandemia. 

Possiamo fare gli estremisti realisti di quella casacca o di quell’altra, possiamo indossare i colori sgargianti della retorica,  possiamo fare i santi e i diavoli a seconda degli interessi che premono alle porte.

Addirittura potremmo fare tante altre e diverse cose di fronte a una creatura  annegata per la nostra incuria, la nostra disabitudine a fare seguire alle parole i fatti, per la nostra incapacità di  fare veramente qualcosa di importante per un moto di compassione, per un principio inalienabile di umanità, per quell’amore nei riguardi di tutti i bambini.

Quei bambini che non sono migranti, non sono extracomunitari, non sono delinquenti in trasferta,  non sono muscoli  per il mercato della carne. Invece non facciamo niente, peggio, non intendiamo proprio vedere a un palmo dal nostro naso.

Sono bambini, sono innocenti, sono quella parte di noi che mai dovrebbe fare i conti con la nostra furba vigliaccheria e crudeltà nei riguardi dei soliti altri. I soliti altri, anche dei più piccoli, quelli che durante le famose guerre giuste e necessarie sono  i primi a rimetterci la vita.

Quando penso alle tante discussioni sullo straniero, su quelli che hanno la pelle nera, su quanti vengono da noi a rompere le scatole, penso con la stessa intensità che correrebbe l’obbligo di non fare politica sulla pelle di un bimbo di pochi mesi, un bimbo raccattato e ricomposto alla bell’e meglio per non dover farci i conti per davvero.

Quando penso a Joseph nell’imminenza del Natale, penso a mia figlia che prepara il presepio, l’albero, penso al Bambino Gesù che nasce, penso a come i bambini e le loro madri non dovrebbero mai ricevere il diniego della perdita-assenza  più grande.

Quanta fatica Francesco

Quanta fatica Francesco

di Vincenzo Andraous

Stavo giocando con la mia bambina, tra una risata e un bacetto, mi è scappato l’occhio sullo schermo della televisione. Parlavano di Papa Francesco, delle sue aperture spacca popolo, delle sue decisioni senza se e senza ma in merito alle reiterate sottrazioni ingiustificate, usando un eufemismo elargite malamente. Indipendentemente dallo scandalo che incoglie sovente la Chiesa, è innegabile la presa di posizione di quest’Uomo, il tormento che incombe nella sua solitudine imposta, a ben osservarlo sembra essere diventata una sua caratteristica comune. Gli occhi di questo Papa parlano, almeno a me fanno pensare quanto il destino sia crudele con chi ce la mette tutta per riuscire a reinventare una società credente, una collettività pronta a fare i conti con gli errori passati e con le nuove idealità che non necessitano di ulteriori ritardi.           

Me lo ricordo bene quell’incredibile “Buonasera a tutti”, quegli occhi belli, quelle mani ferme nel saluto a ognuno e ciascuno. Sì, rammento la rivendicazione del rispetto dei diritti dell’uomo e anche della più piccola forma di dignità umana. Papa Francesco e i suoi sette anni di pontificato, chissà perché mi appaiono secoli e non mesi né giorni, spesso lo osservo avanzare e indietreggiare, appoggiato alle sue parole importanti perché ne conosce a fondo il significato. Sta eretto e piegato dalla fatica sotto il peso delle responsabilità per raggiungere finalmente un cambiamento epocale, attraverso una progettualità ri-educativa non semplicemente facendo riferimento ai soliti altri, ai soliti ignoti che poi così sconosciuti non sono mai, ma da dentro la sua cameretta, la sua cucinetta, a partire dalle rumorose quiete stanze dei palazzi che sempre più spesso somigliano a sepolcri imbiancati. C’è la tanta fatica di mettere un piede avanti all’altro, un passo dopo l’altro, per scrollarsi di dosso i carichi inutili, i pesi superflui, la zavorra delle medagliette appuntate sul petto.   

C’è fatica per davvero dis-umana nel tentare di costruire insieme ai credenti e non,  una strada nuova da intraprendere per ridurre al minimo il rischio di cadute all’indietro. Questo Papa è così simile al mio santo povero ma Francesco, lo è di primo acchito per il naturale fastidio del potere che non è servizio, lo è perché entrambi hanno conosciuto la lama dei coltelli dell’ingiustizia, degli innocenti che pagano sempre per i colpevoli, desaparecidos e crociate, riscatto e pietà del perdono. Caro Papa Francesco la tua stanchezza non è certamente paragonabile alla mia, ben altri sono i tuoi macigni da portare e spostare, ma ogni volta che incontro il tuo sguardo comprendo la tua lotta per una Chiesa di vita e non più di sopravvivenza, credendo nella possibilità di abitare una realtà senza più l’abitudine a soffocarne emozioni e amore per le grandi innovazioni dell’uomo.

Meglio un innocente in galera

Meglio un innocente in galera

di Vincenzo Androus

Il carcere e gli innocenti, il carcere e i colpevoli, insomma non sembra neppure un gioco di parole, piuttosto una competizione al massacro.

Ancor di più quando il fior fiore dei più sapienti tecnici del diritto ammettono candidamente che in galera è fisiologico ci finiscano estranei al reato e colpevoli di nulla.

Detta così sembra una boutade per personaggi in cerca di autore, nei fatti significa annientare le persone, togliergli diritti e libertà senza alcuna giustificazione, se non quella di affermare candidamente che eventualmente gli innocenti potranno sempre esser assolti… dopo.

A supporto di queste tesi in contrasto con qualsivoglia  vista prospettica, ci sono le varie accezioni giuridiche a fare da ponte alla disumanità di una carcerazione inaccettabile perché ingiusta e perché fondata sulla privazione violenta e illegale della propria dignità personale.

Quando in galera ci finiscono gli altri, sempre gli altri, mai noi, poco importa se colpevolmente o meno, ce la caviamo affermando che si tratta per lo più di esigenze cautelari, se poi si viene assolti, la definiamo ingiusta detenzione, infine se proprio siamo costretti dall’evidenza dei fatti ce la caviamo sbrigativamente con la dicitura errore giudiziario. Stato di diritto e democrazia dicono meglio un colpevole fuori che un innocente in galera, ma nell’indifferenza che dilaga la preferenza intestinale attesta che è meglio un innocente in galera che un colpevole fuori.

Checché ne dica il marpione di turno, in Italia finiscono in carcere anche tanti innocenti e ciò non è da ascrivere al solito evento critico di una amministrazione oberata di lavoro, tutt’altro.

A un carcere disarticolato dalle intemperie delle menti, dalla violenza e illegalità, s’aggiunge costantemente la menzogna, nessuno mai che si prenda le proprie responsabilità,  neppure quando la magistratura fa il suo corso, ci si dimentica con troppa facilità che  la legge è legge nei riguardi di ognuno e di ciascuno, dei colpevoli e soprattutto degli innocenti, di quanti  commettono reati, di quanti  seviziati dall’ingiustizia perdono vita e libertà.

Le vicende che stanno imperversando nel nostro paese, nelle nostre  prigioni, vengono alla luce nella fatica, grazie alla coscienza pulita di chi crede nella pena doverosa da scontare per chi sbaglia, ma nella giustizia altrettanto più giusta, che non soccombe alla barbarie di chicchessia.

Meglio un innocente in galera che un colpevole fuori, ribaltamento ideologico che partorisce un qualsiasi rotocalco televisivo per indurre in tentazione o in errore l’ascoltatore, soltanto che in questi casi parliamo di persone, di tuo padre, tua madre, tuo fratello, tuo figlio, un parente o un amico, non di cose, oggetti, numeri, accatastati gli uni sugli altri.

Rendere ridicolo il dramma delle sofferenze imposte a freddo in un carcere, nei riguardi di chi è vittima di una ingiustizia, è un’atteggiamento poco consono a qualsiasi  capoverso del diritto penale, penitenziario e costituzionale.

” Quello che si sa è che una volta gettati in un angolo buio non si è più cittadini, colpevoli o innocenti,  ma pietre, pietre senza suono, senza voce, che a poco a poco  si ricoprono di muschio”.

Donne speciali

Donne speciali

di Vincenzo Andraous

Festa di compleanno di mia figlia Marinella, felicità e tenerezza alle stelle, tanti suoi amichetti a sgambettare qui e là, tanti miei amici a sorridere della vita bella.

Festa davvero del cuore, una giornata da ricordare. Si da ricordare veramente.

Stiamo per fare ritorno a casa, il mio amico in moto davanti a me, a seguire la mia macchina con sopra mia figlia piccolina, la festeggiata, poco più indietro l’altra mia figlia grande e parenti sopra la sua auto.

Sulla via centrale del paese, andatura da maratona, a esagerare 30-40 all’ora.

Improvvisamente, sequenze da moviola, vedo una moto imbizzarrirsi, inerpicarsi nel vuoto, piegare di lato, e rimanere lì, ribaltata su un fianco, poco più in là, il mio amico disteso anch’egli ma scomposto. Immobile.

Mi volto verso la mia compagna e chiedo se ha visto anche lei quello che ho visto io. Inchiodo, scendo dalla macchina e mi precipito verso quel corpo che sembra addormentato.

Chiamo l’ambulanza e urlo a tutti i curiosi intorno di non toccarlo, di farsi da parte.

Disperato, sono disperato, tutto sembra cozzare con le certezze andate a farsi benedire, come se il Signore avesse deciso di tacere, di non farsi avanti.

A rompere ogni indugio, in veloce sequenza arrivano tre donne, che fermano la propria auto ed i propri impegni per correre in soccorso di chi è a terra esanime.

Tre donne con attributi ben più che maschili, tre donne di quelle vere, tre rianimatrici, prendono in mano la situazione in maniera non soltanto professionale, ma di chi ha nelle mani gli strumenti necessari per salvare chicchessia.

Il mio amico respira lentamente, in maniera impercettibile, poi il mare, il cielo svaniscono, tutto rimane fermo come le onde di un lago. Il mio amico non respira più.

I tre angeli ora sono leonesse, a turno fanno tutto quello che io non avrei mai pensato potesse esser fatto, instancabili, metodiche, precise, intubano, pompano il cuore arrestato, non si fermano, non danno resa, continuano senza un attimo di incertezza, come a volere dire a quel cuore di ricominciare a pulsare, perché non gli avrebbero consegnato alcuna tregua.

Minuti furiosi, le mani imperterrite massaggiano fortemente quel muscolo, sono mani che raccontano come la preghiera a volte non è soltanto una intercessione per qualcuno, ma una vera e propria irruzione dell’anima, un passo in avanti, in mezzo, là, dove infuria la tempesta.

Il mio amico ricomincia a respirare, arriva l’ambulanza, le tre guerriere, lo barellano, anch’io do una mano ad alzarlo da terra, a spingerlo sulla autolettiga.

Il Signore sembra tacere?

No, il nostro grande amico dei piani alti, è stato proprio lì, vicino a noi tutti, negli occhi di quelle tre donne che sanno di esempio che non muore, esempio che non retrocede, esempio che è amore. Dio è stato lì, senza tentennamenti in quelle donne magnifiche e speciali.

Il mio amico adesso è all’ospedale nelle mani di altri angeli.

Ma quelle tre grandi donne sono certo continueranno a non mollarlo per un solo istante.

Willy

Willy

di Vincenzo Andraous

Colpo dopo colpo,  con i pugni, i calci, le ginocchia.

Le nocche infrante sugli zigomi, la testa, lo stomaco, finchè a terra rimane un cencio scomposto, imbrattato di sangue, con gli occhi rovesciati.

Non c’è tempo per ricomporre nulla, anzi, ancora botte, calci e scaracchi, e ancora, ancora, ancora, non rimane alcunché, neppure l’ultima volontà di una compassione.

Anch’essa  frantumata dalla violenza bieca, perché priva di un qualsiasi scopo, utilità, una violenza inutile.

Gli assassini dicono siano combattenti di MMA, un mix di arti marziali, se così fosse sarebbero doppiamente colpevoli, doppiamente imbecilli, doppiamente inutili come la loro violenza nei riguardi di una persona mite, buona, innocente.

Perché lo sport non è mai veicolo di violenza, anche gli sport estremi come MMA sono combattimenti improntati al rispetto dell’avversario, delle regole, della vita umana.

Togliere la vita a un giovanissimo in questa maniera vile e in-umana sottende l’aver perduto domicilio con qualsiasi diritto civile, con qualsivoglia diritto di cittadinanza.

Fare del male fino a ammazzare, rapinare la vita,  rubare l’ultimo respiro, a una persona innocente, incapace di usare la più lontana maleducazione, significa avere perduto consapevolezza e prossimità con valori fondanti come la dignità, libertà, solidarietà.

Addirittura indicare chi non c’è più come una persona di colore quindi inferiore, spiega bene, inequivocabilmente, senza ombra di dubbio, a che punto siamo arrivati come società, dentro una collettività di presenze fuori luogo, fuori posto, inadeguate al punto che per esser presenti e apparire per ciò che invece non siamo, c’è bisogno di suddividere il mondo in menomati perché diversi e differenti, e per inverso normali in quanto elettivamente preparati al colpo duro e poco importa se inferto alle spalle, armati con il bazooka della vigliaccheria più disarmante.

La cultura del bicipite a discapito delle emozioni e sentimenti dell’amore, una violenza così diffusa e frequente da fare impallidire il più capace educatore.

Il cinismo di questa efferata violenza sta a significare che oramai siamo talmente abituati alla sopraffazione del più debole che non riusciamo neppure più a indignarci, figurarci a intervenire per  porre fine a questo massacro.

L’indifferenza che alberga nei gesti quotidiani mina alle fondamenta l’importanza dello stare insieme, del rispetto di ognuno e di ciascuno, tant’è che non è più sostenibile additare le periferie, i ghetti cittadini, come promotori della cultura della violenza.

E’ la nostra società, noi, perché la società siamo noi, persone e non numeri ben allineati,  a dover fare i conti nuovamente con quella sfida educativa troppo presto messa da parte, forse perché  troppo impegnativa.

L’indifferenza più feroce

L’indifferenza più feroce

di Vincenzo Andraous

La donna avvolta dalle fiamme grida, si contorce, brucia, rimane lì, tra i sussulti del corpo morente e l’indifferenza all’intorno più insidiosa del male stesso che ha indotto quella donna a farla finita.

Quel fagotto in fiamme non induce alla pietà figuriamoci all’attenzione, non scatena l’azione immediata per liberarla dalle fiamme.

No, quell’essere umano arreso e inginocchiato alla propria deriva, non suscita compassione, ma fascinazione del male, chi osserva rimane in seconda fila, mimetizzato dalla propria in-umanità.

Quella morte sta già a  tragedia che dovrebbe coinvolgere ognuno e ciascuno, invece oltre all’inaccettabilità  vile di chi non corre ad aiutare, a tentare di salvare una persona seriamente in difficoltà, s’aggiunge l’umiliazione e la freddezza del distacco per quanto sta accadendo sotto il proprio naso, ma stavolta non è replicanza del solito non vogliamo proprio vedere, stavolta è assai peggio, vogliamo assistere allo spettacolo, non intendiamo rischiare di perderci il più miserevole dei fotogrammi, quindi ecco i telefonini subito piazzati per ricercare  super inquadrature a doppia mandata.

Non so a voi che effetto provoca leggere questo tipo di accadimenti, perché sul serio non lascia soltanto esterrefatti, non è sufficiente fare spallucce, cambiare direzione alla nostra coscienza, a creare una torsione dolorosa c’è il colpo allo stomaco, al basso della colonna vertebrale, come uno schianto della ragione che provoca lacerazioni sanguinanti.

La donna brucia, un passante in auto rompe l’anello dell’omertosa indifferenza, si fa avanti, tenta l’impossibile, spegne le fiamme, aspetta un respiro che non ci sarà. La donna è morta, troppo tardi.

Alle sue spalle, poco più in là, la platea degli scrutatori a distanza continua a riprendere con il cellulare, morbosamente, registra il video e lo salva nella propria messaggistica istantanea, così ci sarà materiale da scambiarsi per passare qualche momento di relax in questa torrida estate. 

Qualcuno mi insegna che esser indifferenti è un comportamento dei più aggressivi e dolorosi che si possano assumere, ciò significa che mettiamo in soffitta ogni nostro sentimento verso qualcuno, al punto che per noi quel qualcuno neppure esiste più.

Forse siamo diventati per davvero un paese di leoni da tastiera, coraggiosi e sempre pronti a giustiziare chi sbaglia, chi commette errori, chi va in galera, chi trasgredisce le regole, chi ruba e chi fa il furbo, siamo in prima linea non c’è dubbio sul versante dei giudizi inappellabili, è senz’altro così, non ho il minimo dubbio quando si tratta degli altri e mai di noi stessi.

Non c’è più tempo

Non c’è più tempo

di Vincenzo Andraous 

Ho incontrato un ragazzo che non vedevo da qualche anno, sono rimasto di sasso, la roccia che era l’avevo di fronte franata, sgretolata.

Di quel palestrato naturale grazie a mamma sua, rimaneva l’altezza fisica, il resto una fotografia impolverata, immagine opaca di momenti andati. Il viso emaciato, occhi spenti, le parole lente, difficilmente comprensibili.

Nei pochi minuti trascorsi mi racconta delle cadute a curva dritta, delle risalite a metà, gli abbandoni della scuola e della famiglia, le denunce per reati da pochi cents, la galera fatta male, poi l’impatto devastante con la roba, la droga tutti i giorni, quella grigia, quella bianca, quella senza più colori né emozione di paura e di vergogna.

Mentre mi parla il suo dolore perde residenza, timbro sul passaporto, rimane carta straccia, mi accorgo che forse dobbiamo cambiare tutti perché davvero non abbiamo fatto abbastanza sul versante del disagio e della fragilità dei più giovani, dei giovani adulti, quelli che diamo ripetutamente per scontati, invece non lo sono per niente.

Mi parla di assenze e di deserti ravvicinati, parla in automatico, senza il coraggio necessario per chiedere aiuto, di alzare la mano, di farsi avanti alle parole tutte uguali, non fa un passo di lato per domandare un passaggio fin dall’altra parte della strada, per cambiare direzione, se ne sta schiacciato sul piedistallo, come a volere denigrare la sorte, ciò che gli sta attorno, soprattutto gli altri, sempre quegli altri a fare danni, a causare sofferenze, a rendere problematico il niente.

Le sue dita rimangono avvinte alle altre, si sforza a fare arringa, difesa, non s’accorge che il problema non sono come al solito gli altri, più semplicemente il problema siamo noi.

Lo ascolto, e penso convintamene che scaricare le responsabilità sulla famiglia è un vicolo cieco che non consente uscite di emergenza, forse ciò che è urgente è smetterla di raccontarci balle grandi come una casa, licenziando le tante e troppe rese, le morti per overdose da eroina, affermando che oggi non è più ieri, che lo zoo di Berlino nel frattempo se n’è andato in pensione.

È necessario veramente intervenire senza se e senza ma dove la roba circola a prezzi stracciati, e ogni qual volta il mercato a cielo aperto si sposta di qualche isolato perché giustamente spintonato, intervenire ancora, ancora, ancora, finché gli spazi della miseria umana si riducano sempre più, altro che pensare non serva a nulla.

Viene da chiedermi se parliamo ancora dovutamente di dipendenza, di sostanze, di droga, soprattutto nelle scuole, ai più giovani, a quelli che non credono a niente finché non ci sbattono il grugno.

Ritengo necessario domandarci ad esempio se non abbiamo abbandonato la comunicazione diretta, l’informazione corretta, che derivano dai vissuti disperati e disperanti che abbiamo colpevolmente in eredità, da quanti sanno stendere la mano e stringere forte quella dell’altro piegato e piagato, non solamente le parole, ma attraverso i respiri di tante esistenze ritrovate.

Il ladrone e quell’urlo inarrestabile

Il ladrone e quell’urlo inarrestabile

di Vincenzo Andraous

In questo angolo di mondo martoriato, mi coglie impreparato la presenza del  volto, il tuo, caro Gesù.

In questi giorni ripetuti senza alcun rumore, questo spicchio di terra colpita alle spalle, diventata un taglio dove ferire i colori, la scia luminosa di un airone, nella tua bocca improvvisamente dischiusa.

Ho rammentato la tua preghiera ai potenti e la tua richiesta di una dignità ritrovata per chi l’aveva perduta.

Ora, in questo momento di morte e di vita, mi chiedo quanto tempo è scivolato addosso ai corpi, alle menti, quanti secoli nella frazione di uno sparo, sono rimbalzati negli sguardi colmi di speranza di uomini incatenati e uomini liberi?

Caro Gesù, a me sembra di vederti con gli occhi stanchi, oppressi non dalla stanchezza degli anni sulle spalle, ma dal disincanto delle parole ricevute senz’anima, dal permanere di una società piegata dall’ingiustizia, illegalità, prevaricazione di quanti ottusi e conclusi la fanno da padrone.

Finanche il  carcere sopravvive a stesso ferito nella sua drammaticità fallimentare, nella sua solitudine creata a misura, rimane lì, negli scaracchi e nelle dimenticanze, indietro, dove non esiste attenzione per le persone.

Caro Gesù sospeso a mezz’aria, con le braccia allargate, il volto reclinato, ti vedo così in questi giorni di “passaggio”, nell’indicibile indifferenza con cui al tuo futuro, al nostro, sono state estirpate virtù teologali quali la fede, la speranza, la carità, che però dovrebbero sostenere la vita umana, il cammino di uomini bianchi e neri, dei buoni e dei cattivi, di colpevoli e innocenti.

Eppure è in questo angolo dove non c’è più luce che i miei sogni hanno il sapore del domani, il perdono è una voce che insegue, non barcolla, cresce e s’avventa al dubbio, nei chiodi  della Croce.

Caro Gesù mi rendo conto di quanto queste parole siano sgangherate, ma ti voglio bene da dentro una cella che tu hai visitato, ti voglio bene fuori dal coro dove tu hai insegnato, ti voglio bene in mezzo ai tanti santi e sapienti che non sono dove tu hai difeso gli ultimi come me.

Caro Gesù, ti ricordo semplicemente come un Uomo che mi ha fatto diventare più grande, soprattutto per avermi consegnato la possibilità di essere un uomo migliore.

Il carcere delle parole

Il carcere delle parole

di Vincenzo Andraous

Stavo riflettendo sul carcere italiano, sul nostro paese, sulla nostra Costituzione, sulla tragicità di certi accadimenti, nella mente scolpita l’immagine di questo sub-mondo devastato, tanti morti ammazzati in pochi giorni. Rischio contagio e isolamento, cittadini detenuti denunciati a migliaia, questo silenzio irriverente che avvolge colpevoli e innocenti.

Si fa presto a fare diventare le parole ferro bruciato, acciaio contorto, parole che hanno il sapore del sangue e  dell’ira che sale.

Quando c’è il carcere di mezzo le parole si piegano agli spazi, alle virgole, ai punti in sospensione, non concedono pausa, solamente lo sconcerto della disperazione.

Tutto questo dentro uno spazio sovraffollato da chi è disperato al fondo, di chi non ha più speranza.

Le parole ancora sbattono sui cancelli blindati, fanno pressione, spingono in avanti, incrinano la voce, fanno male al cuore, parole che urlano e gridano, graffiano e lacerano, sono parole che accatastano le emozioni, le fanno rimbalzare, disperdere, finchè non rimane più niente.

Quale scopo, quale utilità, questo carcere, se non rispetta la dignità delle persone, non educa al rispetto di se stessi e  degli altri, se non contempla norme, leggi, costituzione,  a tutela di ognuno e di ciascuno, ma invece stabilisce priorità al valore delle cose, degli oggetti, soprattutto dei numeri.

C’è necessità di parole sottovoce, in punta di piedi, parole di una preghiera per lo più sconosciuta, ma ben allacciata in vita a chi cammina in ginocchio, parole che urtano e scostano l’indifferenza dall’abitudine al male, parole che fanno bene alle coscienze,  parole che consentono ai piedi di stare ben piantati alla terra, parole che  si fanno avanti e non lasciano scampo alle giustificazioni.

Mi sono chiesto non di che colore è quel male che tanto dolore ha recato, non di che dialetto è quel silenzio di spalle alla propria dignità umiliata, non di che angolo di umanità derelitta e sconfitta proviene tanta dimenticanza del giusto.

Quel che è accaduto mi ricorda altri tempi in cui nel tentativo di umanizzare un territorio inumanizzato si è fatto soltanto il gioco di chi il carcere lo voleva disumanizzato.

La violenza  è sempre un comportamento sbagliato, non porta frutti, soltanto dolore.

Ugualmente mi domando come è possibile pretendere speranza e ritorno alla vita dentro un luogo di morte.

La risposta sta nella paura di esser tacciati buonisti,  di perdere consensi, in fin dei conti di che stiamo parlando se non di materiali in eccesso.

Ancora parole che non vengono, che non vanno, che rimangono a metà della strada tra giustizia, legalità, umanità, ancora parole, questa volta non più banalità, ritornelli di un canzone vecchia come il mondo, almeno questa volta, Dio, questa volta, siano parole profetiche di un inno al rispetto e alla pratica delle leggi, come ha detto più volte qualcuno assai più autorevole di me: “un’esigenza fondamentale della vita sociale per promuovere il pieno sviluppo della persona umana e la costruzione del bene comune”.

COVID-19 e la frantumazione di ogni certezza

COVID-19 e la frantumazione di ogni certezza

di Vincenzo Andraous

Stare sul pezzo, non indietreggiare di un mm, ribadire STAI A CASA,  che scienza e coscienza non sono astrazioni, significa una volta tanto avere l’obbligo di ascoltare, di eseguire, infatti l’argomento non è solo ostico, ma talmente irriverente nelle sue improvvise assenze, che davvero occorre prendere posizioni poco ortodosse, affinché irresponsabilità e trappole ideologiche dei singoli passino per accettabili liturgie.

C’è necessità di ascoltare e seguire il carico scientifico che non mente, che non rimanda ad alcuna menzogna.  

STAI A CASA non è cartellonistica d’accatto, sottende linearità di comportamenti, anche là, dove le differenze esistono, ma  tutte sono compatibili con la salute e il rispetto della vita di chicchessia.

Se qualcuno non è d’accordo con questo atteggiamento parente stretto di un vero e proprio interesse collettivo, allora è il caso di domandarci senza se e senza ma in che mondo vivi tu, perché  io vorrei vivere in uno spazio dove non vado a ingrossare le fila di una indifferenza sociale che non miete qualche nocciolina ma spicchi interi di umanità.

Questa pandemia  non ha bisogno di  una morale che instilla sapere pre-confezionato, necessita  invece di strumenti adeguati e disciplina per meglio renderci conto del pericolo che ci viene addosso quotidianamente, non soltanto per ciò che si  intuisce ma più per quello che è.

Sovente additiamo i giovani come irresponsabili in questo momento così tragico, eppure dovremmo parlare di una adultità infantilizzata, perché siamo noi  con la nostra testa dura che formiamo una sorta di  sottosocietà dove spesso il ruolo non è riconosciuto, di conseguenza neppure il valore della persona, della vita umana.

Con il nostro comportamento e le nostre sordità di comodo, scaraventiamo  dentro la pancia della bestia la possibilità e l’urgenza di una non più rinviabile prevenzione preziosa: quella che consente di tutelare chi si sente immortale e chi invece più fragile e malato è candidato a soccombere.

Non  sarà  facile mettere pancia a terra questo male, ma insieme è possibile farcela.

Con i piedi avanti

Con i piedi avanti

di Vincenzo Andraous

Dovevo andare a parlare ai giovanissimi di un oratorio, a causa del corona virus non è stato possibile farlo, ho deciso di buttare giù due righe per non disperdere quanto mi ero prefissato di raccontargli. Il carcere non è quello dei polpettoni a stelle e strisce, neppure quello delle stanze per vip come vanno inventando alcuni uomini politici a giorni alterni. Il carcere c’è, esiste, non soltanto nelle play station, c’è in tutta la sua illegalità,  violenza, ingiustizia, ma ognuno preferisce non vedere, sapere, conoscere, tanto è una realtà che non sta nel mio Dna, una sorta di esorcizzazione affinché  non debba mai finirci dentro. Eppure posso garantire ai tanti saggi e santi che non sono, che in quelle sezioni sgangherate, in quei cubicoli maleodoranti, in quegli spazi inesistenti, vi ho incontrato cittadini detenuti di ogni ceto; medici, operai, forze dell’ordine, giudici, studenti, pensionati, furbetti al latte e assassini professionali, miserabili e accattoni, irresponsabili al color del vino. Insomma in galera non ci finisce unicamente il delinquente incallito, pure chi è convinto di esser diventato maledetto per vocazione, trascinandosi nel mare sommerso, galleggiando tra maschere e inganni. Finchè la prigione sarà percepita come un ricettacolo di impossibili riparazioni, non ci sarà da stupirsi per i sempre più frequenti suicidi che coinvolgono uomini e donne, colpevoli e fin’anche innocenti, perfino con la  divisa ancora addosso. Questo agglomerato sub-urbano non compete soltanto chi ha sbagliato, ma anche chi dovrebbe esser lì per mandato, per missione, per volontaria espressione umana, Un contenitore che tempra potenziali devianti, non serve a nessuno, peggio, non fa sicurezza, al contrario un carcere che funziona rende la societa’ più sicura, senza la necessità  di usare arbitrariamente parole destinate agli intestini. Si muore in carcere, là, dove qualcuno si ostina a dire che è possibile esser liberi nel proprio cuore, si muore con la gola strozzata, con le vene spezzate, con l’anima strappata. Muoiono giovani e meno giovani, nel silenzio di una cella, solitudinarizzati dall’indifferenza di quanti pensano che buttare via la chiave risolva tutti i problemi, dimenticando che una volta scontata la condanna, dal carcere si esce, proprio in quel preciso istante occorrerà domandarci cosa è legalmente ritornato in seno alla collettività. Sì, dalla galera si esce anche prima di avere scontato il dovuto, si esce con i piedi avanti, senza disturbare alcuno, nella disattenzione di chi pensa: meglio così. Sì, come ha detto qualcuno in malafede, in carcere non ci sono innocenti, non ci va nessuno, ma il sovraffollamento avanza feroce, dal carcere si esce subito, dentro c’è gente da 30 o quaranta anni. L’interpretazione creata a misura di tastiera, è che non ci sono persone detenute, ma cose, oggetti, numeri. Ecco a quei giovani volevo raccontare come il carcere non serve a scontare la propria pena con dignità, ma a seppellire speranze per diventare persone migliori, insieme, architetti di una società  migliore.