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Gli ultimi, ma proprio ultimi

Gli ultimi, ma proprio ultimi

di Vincenzo Andraous

Ogni volta che il mondo adulto ne parla, usa parole vetuste, logorate, consunte dalla realtà che non è però quella di volta in volta trattata.   Stasera nuovamente è così, si parla di giovani e movida, di giovani senza lavoro, di giovani mai pronti a cogliere l’occasione, quasi a voler intensificare presunte inefficienze socio-culturali.

Ho la sensazione che se ne parli per mettere da parte eventuali responsabilità, in una sorta di effimera autoassoluzione. Sul tema della famiglia, della scuola e del lavoro giovanile, l’assunto credo debba muovere i passi dalla consapevolezza che stiamo parlando di ultimi, si, proprio così, ULTIMI.

Come infatti sono percepiti da qualche tempo i giovani, dunque c’è necessità di parlare del valore degli ultimi, che non sono come banalmente è dato pensare angolazioni di qualche piramidale per quanto ben fatto. Si tratta innanzitutto di persone, forse ultimi che invece sono i primi, parrà strano, ma lo sono senza se e senza ma, quegli ultimi che sono pezzi di noi da rimettere insieme, pezzi di futuro sparsi all’intorno. Sono quelli che spesso releghiamo tra le nostre pretese più scontate, i nostri possedimenti che non sono da mettere in discussione. Un grande educatore ha detto: a volte fanno male, ma sognano di fare il bene. Aggiunge una docente: la tentazione più subdola per me che insegno, è quella di “dare per perso” un ragazzo che a 17 anni ha la faccia e gli occhi di un vecchio quando rinuncia a vivere, uno che sa già tutto, uno che ha visto già tutto, una che “non gliene frega niente”, uno che “vengo a scuola perchè sono obbligato”, uno che ti vuole convincere che la mariuana è una medicina, uno che……Se lo molli non va perso lui, forse sei tu che ti sei persa. È come arrancare dentro una solitudine imposta, soprattutto quando un adulto in ritirata dice: bè è vero, inutile negarlo, a volte noi grandi, noi maturi, noi genitori, facciamo gli stessi errori dei nostri figli, lo diciamo sottovoce e in punta di piedi, perché in questa affermazione si nasconde colpevolmente il più incredibile dei tradimenti culturali e affettivi, perché si tratta di una menzogna enorme e terribile.

Infatti è vero l’opposto e il suo contrario, sono i nostri figli a fare i nostri errori, a imitarci, a seguire le nostre orme, mentre noi sgomitiamo, sgambettiamo, loro ci prendono le misure, e vanno via, anzi, spesso sono già andati via.

Il fascino della sfida a perdere

Il fascino della sfida a perdere

di Vincenzo Andraous

Il ragazzo entra in classe, estrae la pistola, la punta alla testa del suo professore.

Sembra la scena tratta da qualche fattaccio di sangue accaduto nelle scuole americane, dove ogni tanto, spesso, qualcuno la mattina si alza e fa fuoco a destra e a manca, con le armi vere, con un finale a dir poco tragico.

Qui invece il maledetto per vocazione usa una pistola finta, come fosse un giocattolo da portare appresso e sfoggiare nelle migliori occasioni.

Dimenticando che con una pistola finta sono morti in tanti per fare uno scherzo, sono morti personaggi assai noti e protagonisti sconosciuti, ma sono morti tutti quanti.

Infatti all’adolescente imbizzarrito, come all’adulto infantilizzato, occorre ribadire che sedersi a tavola con la morte e sfidarla, significa disconoscere che la morte vince sempre.

In questo caso però c’è dell’altro a fare la differenza, a rendere l’accadimento un’eredità da non accettare né giustificare, tanto meno licenziare con una scrollata di spalle, con qualche ammenda che somiglia a una medaglietta appuntata sul petto.

In quella classe c’erano i compagni di questo bullo di cartone, c’era la platea plaudente, quelli del silenzio assordante, dell’omertà scambiata per solidarietà.

Si, c’erano, e come, ma impegnati a guardare il film del maledetto per forza, da co-protagonisti travestiti da veterani di una guerra che non è mai stata loro né mai lo sarà.

Si, stavano tutti in classe, i coetanei, impegnati a smanettare con il cellulare, a filmare da registi impenitenti le sequenze dell’oltraggio e dell’umiliazione, a fare comunicazione istantanea in rete del furto e della rapina del bene più grande di quel docente: la sua dignità.

Il Professore, il Dirigente, l’Istituzione, prendendo il coraggio a due mani hanno deciso di sporgere querela, comprendo benissimo la fatica e il peso della decisione di denunciare, ma ritengo abbiano fatto la cosa giusta, non è un discorso di severità e autorità da espletare in corso d’opera, piuttosto c’è la consapevolezza che limitarsi al giudizio scolastico per le regole infrante e comportamenti apparentemente trasgressivi  ma già forieri di devianza minorile, non possano essere circoscritti con una semplice sospensione seppure esemplare.

Lavoro socialmente utile, ecco la sintesi del dazio da pagare, la pena giusta, equa, riparatrice.

Lavoro di pubblica utilità.

Tante ore a raccogliere i pezzi mancanti, tanti giorni a rimettere insieme energie interiori per voltare pagina, per non esser colto dal panico nel riempire di parole con il loro corretto significato quelle pagine bianche adagiate sotto il naso.

Soprattutto mesi per tentare di conquistare o meglio riconquistare la propria dignità personale.

Coltelli spuntati

Coltelli spuntati

di Vincenzo Andraous

Gruppi contrapposti di adolescenti si danno appuntamento in qualche strada della città per darsele di santa ragione.

Gli esperti ci parlano dibaby gangs, di plotoni composti da veterani di una guerra che non è mai stata loro né mai lo sarà.

Sinceramente faccio fatica a pensarla in questa maniera, i ragazzi ripresi nei video non mi sembrano affatto componenti di qualche gangs latinos o nostrana, appaiono piuttosto come la rimanenza di due anni di pandemia e di depressione opacizzata da alcool e roba calata giù, soprattutto sono il risultato di una mancanza-assenza culturale che ha ammainato la propria bandiera sotto i colpi di una libertà troppo spesso resa monca e imbellettata di soporiferi sermoni.

Quando si vedono giovanissimi prendersi a bastonate, a coltellate, fin’anche a cannonate, viene da pensare che sotto sotto ci sono danari e grammate di interessi a fare la differenza.

Invece non è sempre così.

In questa rudimentale e frontale battaglia che di volta in volta s’accende nelle piazze e nelle strade, appare evidente che si tratta di ragazzi aggrediti dalla noia, dalla sottocultura del bicipite e dal fotogramma che induce a credere di esser il più forte, peggio, emulazione scoscesa dei dis-valori della strada.

Ragazzi che si sentono malavitosi ma non lo sono, ragazzi tra trasgressione e devianza da lì a un passo, dentro una problematicità che non riesce a disegnare una risposta accettabile, per comportamenti criminali che non posseggono tornaconti utilitaristici se non quelli del bullo per forza.

Stento a credere che si tratti di professionisti dello spaccio o dello scippo, non si tratta di delinquenza che nasce unicamente dal disagio famigliare, ho l’impressione che ci sia in atto una sorta di appropriazione indebita, un furto di percezione critica della coscienza.

Un vero e proprio decadimento di valori e di impegno a sostenere quell’umanità che appartiene a tutti.

Nonostante le indagini per chiarire le responsabilità, rimangono le zone d’ombra che non hanno spiegazioni plausibili, a cui non è semplice prendere le impronte per anticiparne le prossime mosse devianti.

Giovani e meno giovani fanno scuola di antitesi, usano le tabelline per fare conto della propria efferatezza, tracciano i perimetri dove collocare le parole che sono minaccia, i gesti che diventano ferite, i comportamenti che lasciano sul campo le emozioni messe a tacere, con la ovvia conseguenza di una generazione che nasce sull’onda della prevaricazione, della prepotenza, che “ illusoriamente aiuta” a raggiungere gli obiettivi prefissati, altrimenti inarrivabili.

Violenza che traduce la propria infantilità in una pratica di vita quotidiana, dove la capacità a gestire i conflitti, quelli personali e sociali, scivola sempre più nell’incapacità a onorare il valore di ogni persona.

Il carcere dei numeri e delle miserie

Il carcere dei numeri e delle miserie

di Vincenzo Andraous

Il carcere delle parole e delle tante intenzioni, ma opere ben poche, se non quelle del redigere rapporti di morti sopravvenute e utopie tutte a venire.

Nonostante le dimensioni di una disumanità ormai divenuta regola, di un moltiplicarsi tragico di suicidi, di autolesionismi, di miserie umane così profondamente deliranti, colonne sgangherate di esseri perduti, senza più inizio né fine, senza più una professione di fede, neppure quella della strada.

Oggi rimangono in quelle celle, file male intruppate di uomini privi di lingua, di simboli, di segni, soprattutto di memoria da tradurre e rielaborare.

Del carcere si parla per distanziare un fastidio pressante, non per rendere giustizia a chi è stato offeso né a chi l’offesa l’ha recata.

Se ne parla per rendere nebulosa e poco chiara ogni analisi, per nascondere l’ingiustizia di una giustizia che tocca tutti, ma in cui il messaggio trasmesso impedisce di intervenire.

La realtà che deborda da una prigione è riconducibile all’umiliazione che produce il delitto, ogni delitto nella sua inaccettabilità. È proprio questa irrazionalità che ingenera pericolose disattenzioni, a tal punto da ritenere il recluso qualcosa di lontano, estraneo, pericoloso, qualcosa di non ben definito.

Ecco allora che ingiustizia, violenza, illegalità, divengono eventi critici da sopportare senza tante crisi di coscienza.

Dimenticando che stiamo parlando di persone, di pezzi di noi stessi scivolati all’indietro.

Ma oggi che il carcere non rappresenta più uno zoo umano, ma un contenitore di numeri e di miserie, a che prò riproporre le armi della sola repressione.

A che prò rifiutare una realtà infarcita di membra piegate e piagate. A che prò, proprio ora, che il lamento non è più un grido di guerra.

Forse siamo preda di una visione che ci obbliga a rifiutare la realtà che c’è. O forse siamo addirittura dei bugiardi incalliti, e ciò ci obbliga a raccontare una realtà che non c’è.

È vero, il detenuto non è la vittima, infatti le vittime sono senz’altro altri, feriti, offesi, scomparsi, ma il detenuto è persona che sconta la propria pena, che vorrebbe riparare, se posto nella condizione di poterlo fare.

Coloro che hanno fatto del male, hanno soltanto una via da percorrere per ritornare a essere uomini nuovi, una via che non è soltanto quella dei venti o trent’anni di carcere da scontare, ma quella della ricerca di azioni nuove per tentare di rimediare e quindi accorciare le distanze.

A ben pensarci, se io riconosco il diritto alle regole da rispettare, quel diritto a sua volta disciplina i rapporti con l’altro, e implica il riconoscimento di tutte le persone, fin’anche del detenuto.

Forse è proprio questo che si vuole cancellare, affinchè il carcere debba essere inteso un involucro chiuso alle persone, alle idee, ai cambiamenti, così premeditatamente chiuso e imbullonato al pregiudizio, che persino la pietà è divenuta un sentimento buonista.

Vergogna a piedi nudi

Vergogna a piedi nudi

di Vincenzo Andraous

Sanremo s’è concluso tra mille applausi e ricchi premi e cotillons, dunque possiamo ritornare alle nostre incombenze più rilassati e tranquilli. Se non fosse per quei bimbi a piedi nudi nella neve, con quei pochi stracci fradici addosso, i capelli pieni di ghiaccio, gli occhi trafitti dalla sofferenza. Imperterriti corriamo avanti in una sorta di impalpabile tritatutto annichilente, che alimenta un effetto spostamento e soggioga incondizionatamente la coscienza. Tant’è che rammentiamo bene lo sfarzo sanremese e meno, assai meno, gli ultimi due bambini morti assiderati in uno dei tanti e troppi campi profughi sparsi per questa indecorosa Europa.

Guerre in corso, altre in preparazione a breve, un coacervo di tiratori scelti, dove ognuno mira ad abbattere l’altro, ciascuno indaffarato a celarne momentaneamente l’intrigo da impallinare a tempo debito, una sorta di guerra dove non è lecito fare prigionieri, chi non spara alla nuca è out rispetto agli obbiettivi da raggiungere a qualunque costo.

In questa perenne battaglia di grandi interessi e guadagni, a fare la differenza c’è la vergogna, che non è una emozione primaria, che esplode istintivamente, essa è una meditata condizione di consapevolezza della perdita di valori, una opprimente precarietà esistenziale.

Vergogna è ciò che dovrebbe assalire tutti gli uomini che permettono uno scempio tanto miserabile e infame, tutti coloro che acconsentono di fare morire bambini che nulla hanno commesso se non rimarcare il diritto di vivere. Vergogna che accompagna quanti non intercedono, non si mettono a mezzo, non fanno niente per difendere dall’oltraggio più infame degli esserini indifesi e innocenti. Vergogna che dovrebbe mordere quanti inondati di corpicini nudi, privi di vita, vengono messi da parte dal potere del più forte. Vergogna quando siamo investiti dalle miserie umane travestite di buone intenzioni, dalla disumanità delle parole incapaci di nascondere l’umiliazione che infertono.

Bambini al gelo, alla fame, con la paura che scarnifica la pelle, la vergogna è quanto spetta a chi non sente i colpi della propria dignità ridotta a scaracchi. Vergogna in quel carico insopportabile che sta a responsabilità lacerata, che non intende riconoscere il rumore del silenzio imposto, di chi commette le ingiustizie più incoffessabili, impossibili da giustificare perfino per il più “autorevole” degli eserciti dittatoriali, da quelli insorgenti, dagli altri pseudo rivoluzionari. Violenza allo stato puro che non risparmia nessuno, innocenti e colpevoli, le vittime sono quotidiano conto di mano per colorare di altre bugie la carne morta e i silenzi, le urla e i lamenti sono echi  che la televisione non ci rimanda, ci racconta un altro film per distoglierci dal fare i conti con quelle atrocità.

Mani in tasca e gambe larghe

Mani in tasca e gambe larghe

di Vincenzo Andraous

Stavo camminando sopra pensiero per le vie della città, quando un gruppetto di giovanissimi si parano davanti a un signore, chiedendogli una siga.

Portate pazienza ma ho smesso di fumare, mi spiace. La risposta buttata lì malamente: ma vai a quel paese, e passando oltre gli rifilano una spallatina, tanto per non farsi mancare niente.

Non è accaduto nulla di grave, non occorre fare paternali o esagerare il fatterello, ma forse è il caso di sottolineare come la maleducazione e la mancanza di rispetto siano diventate corrosioni importanti della nostra società.

Mentre i nostri eroi si allontanano, mi sono fermato a osservarli, mani in tasca e gambe larghe, occupano tutto il marciapiede, come a significare che qui  passiamo prima noi e dopo voi.

Mi ricordano un’altra epoca, un’altra era, un altro momento incendiato e fortunatamente scomparso, ma come in questo caso, spesso foriero di cattivi incontri e somme importanti da pagare, perché volenti o non volenti, i dazi prima o poi si pagano e come.

A volte proprio con un comportamento sgrammaticato di educazione, con un atteggiamento sgangherato si incorre in inciampi e cadute rovinose, a volte, certo, non sempre, ma a volte accade di fare i conti con l’ostacolo insormontabile, quello che ti mette a nudo, ti spoglia di ogni presunzione, arroganza, aggressività, e qualche volta si rimane lì in ginocchio, con l’unica risposta il silenzio.

Non bisogna esagerare, farla tanto grave, è vero, ma la maleducazione non conosce fermata né limite da osservare, dunque può diventare veicolo non programmato per collisioni imminenti, spesso non contemplate nel proprio modo di vivere.

Persisto a guardarli mentre si smanazzano a vicenda, tra risate e gridolini, ai miei occhi appaiono come gli adolescenti che conosco, come l’adolescente che sono stato io, come un adolescente abituato a fare da sé, perché a suo modo di vedere, fa per tre.

Sono questi piccoli incontri ravvicinati che rafforzano in me il valore del rispetto, il più potente agente educativo. Il rispetto per noi stessi, senza, non si ha rispetto neppure degli altri.

Ciò significa non cedere mai alla tentazione della prevaricazione, dell’usare il prossimo.

Mani in tasca e gambe larghe ora sono lontani, ho l’impressione che il tempo saprà dare le risposte che ognuno di noi ricerca, il tempo con i suoi abiti sdruciti, consumati, ma con l’autorevolezza che possiede il grande educatore, il grande dottore, quando ci insegna ad avere cura di noi stessi, a fare manutenzione quotidiana degli anni che abbiamo tra le dita, così pure degli anni che passano, perché come ha detto qualcuno non ritornano.      

Ritorna a casa ragazzo

Ritorna a casa ragazzo

di Vincenzo Andraous

“Torna a casa ragazzo, ritorna a casa”. Gli ha detto al cellulare la mamma. Poi invece è arrivata la telefonata dei carabinieri, purtroppo suo figlio è morto.

Rammento quei giorni, a tutta pagina sui quotidiani la notizia di un minorenne che non ce l’ha fatta a resistere alle umiliazioni, alle offese, alle percosse, alla solitudine delle parole imposte e costrette a subire la prepotenza dei vigliacchi, peggio, di chi scaglia il sasso e nasconde la mano. Ricordo bene l’urto e il fastidio per tanta omertà e indifferenza, soprattutto l’incredibile assenza di un’emozione che non consente baratto, né lontananza a una possibile prossimità, men che meno a una vergogna che schianterebbe il più irresponsabile dei maledetti per forza. E’ passata tanta acqua sotto i ponti da allora, fiumi di parole, relazioni corpose e riassunti strutturati, per tentare di comprendere, di capire, non per ultimo, per dare sollievo a chi non ha più il suo bene più grande in casa, il proprio figlio.  In scuole, oratori, università, associazioni, per incontrare i più giovani, gli adulti, per fare rete con l’altro, i più fragili ed anche i più tosti solo a parole, affinchè questo male lacerante non abbia più a mietere vittime innocenti. Eppure ancora e ancora e ancora, giorno dopo giorno,  negli spazi differentidella relazione umana, un metro a seguire l’altro,vengono messe al muro vite appena iniziate e già compromesse. Ragazzi dimezzati dalla poca attenzione alla salita, alla porta chiusa da aprire con garbo, studenti fermi all’angolo ad aspettare un passaggio, un tiramisù che stende senza fare complimenti.

Il ragazzo non c’è più, ha rassegnato le dimissioni da questa vita, nei suoi occhi sbarrati c’è tutta l’incomprensione per questa trasgressione e devianza di non subordinare mai le passioni alle regole. Mentre riceveva l’ingiustizia di una violenza priva di scopo e utilità, dove valori e disvalori si cambiano di abito, di posto, si nascondono, si mimetizzano, costringendo all’appropriazione indebita, a rubare, rapinare, uccidere la dignità di un adolescente.

Troppo facile sollecitare con fermezza una maggiore prevenzione, un maggiore impegno a rispettare le parole, le forme, i contenuti, a chiamare con il proprio nome gli indicatori di pericolo sparsi all’intorno, l’approssimarsi di una desolazione intellettuale che toglie spessore e importanza alle regole, al rispetto dei ruoli, delle competenze, al valore stesso della vita umana.

Quel giovane additato a diverso, a sfigato, tolto di mezzo dalla disperazione di una solitudine imposta, chissà che non induca sapienti e saccenti,  a smetterla di pensare “nel mio orto non ci sono di questi inciampi, nella mia scuola c’è il giardino pulito, nella mia casa è tutto in ordine” .

Occorre farne a meno delle solite strategie discorsive per contrastare il verificarsi di accadimenti dichiarati semplicisticamente “accidentali” lungo il percorso scolastico. Oltre che scandalizzarsi per la tragedia di una scomparsa così inaccettabile, forse c’è urgenza di imparare qualcosa in più di noi, così conosceremo meglio i nostri figli, quelli maledetti per vocazione, gli altri più fragili di tante inutili parole.

Nessuno si salva da solo

Nessuno si salva da solo

di Vincenzo Andraous

Scorro le pagine di un quotidiano con cui ho collaborato, mi imbatto nella risposta di una suora a un mio intervento sul carcere.

Non è d’accordo su quanto poco abbia da fare stare tranquilli questo carcere così com’è, afferma che sono troppo negativo sul dentro e pure sui suoi dintorni.

Elenca il grande fare del volontariato, delle associazioni, la scuola, gli incontri, la cultura, la chiesa e tutti gli uomini di buona volontà.

Se c’è una persona che crede in questi valori, in questa prevenzione preziosa del fare, più che del dire, negli uomini che sanno essere esempi autorevoli da seguire e ascoltare. Ebbene quella persona sono io, perché da quel buco nero profondo sono stato letteralmente sradicato e riportato in vitaproprio da quelle persone che insegnano a credere che Dio c’è anche in una cella, Dio c’è in ogni loro orma e traccia che lasciano al loro passare.

Conosco molto bene il valore della gratitudine e del rispetto ritrovato per me stesso e per gli altri, ciò non toglie che il carcere attuale non è quello del fiore all’occhiello, tanto meno della rieducazione tanto decantata.

Non c’è bisogno di elencare le tante cose belle che il volontariato porta avanti tra mille difficoltà, i tanti percorsi positivi portati a termine e proseguiti fuori dal muro di cinta.

Ma altrettanto bene conosco l’ingiustizia, la violenza, l’illegalità, che si alimentano dentro una galera, nonostante quanto appena detto, nonostante quanto non si deve dire, nonostante quanto rimane sotto una coltre di indifferente omertà.

Una violenza che solo poche volte deflagra in superfice, per il resto è diventata composta, silenziosa, riservata nei tanti suicidi che si verificano nell’indifferenza generale. Incredibilmente negli uomini detenuti ancora c’è la spinta per un   nuovo orientamento esistenziale, tanti  uomini nuovi nel vivere civile, non più carnefici di se stessi né degli altri. Ciò accade perché altri uomini e donne, operatori e volontari comprendono il significato vero della pena da scontare, il valore insito della cura e dell’attenzione, dell’accompagnamento.

Dio è morto in una cella, scrivevo negli anni trascorsi, da uomo disperato, e chi è disperato è senza speranza, poi invece dentro quella cella Dio non è morto, è venuto avanti, senza tentennamenti, per un tratto di strada che dura ancora oggi, con il braccio sulla mia spalla, ha il volto della suora, del prete, dell’operatore, del prof, dello scrittore, di tanti uomini che non ci stanno a fare numero, tanto meno acqua calda delle solite parole. Nonostante tutto questo però non può passare inosservata la drammatica situazione in cui versa il carcere italiano, tanto meno è intelletualmente onesto sbalordire e rimanere di sasso allorchè si verifica lo scoperchiamento di una violenza e di una illegalità non più azzerata di rumore.

Qualcuno ha detto che nessuno si salva da solo, è verissimo, soprattutto dentro un carcere, ma aggiungo che nessuno ha ragione da solo, finchè non ci domandiamo cosa accade dentro una prigione o che non è correttamente applicato. Forse è giunto il momento di chiederci chi entra e cosa esce da una cella, se parliamo di persone oppure di cose, oggetti, numeri.

L’acqua calda delle solite parole

L’acqua calda delle solite parole

di Vincenzo Andraous

Sui quotidiani appaiono articoli e interviste più o meno strabordanti buone intenzioni da parte della politica, mentre gli operatori scrivono di concerto il copione delle disfunzioni che generano disumanità e intollerabilità nel carcere italiano.

Sfogliando le pagine dei giornali si nota un metodo artigianale poco propenso a educarci a conoscere il mondo penitenziario, riducendolo a qualcosa che appare lontano e sembra non dover preoccuparci, perché noi siamo sicuri che non ci finiremo mai lì dentro. Invece, la carta stampata non ce lo dice, ma in quel calderone di misfatti e illegalità ci continua a finire dal lattaio al meccanico, dal dottore al professore, dall’uomo di legge al malvivente meno incallito, nessuno escluso.

Forse più maldestramente si tratta di un vero e proprio pasticcio delle intenzioni, creato ad arte per non prendere per le corna le tante magagne da risolvere, per non mettere in campo una giustizia equa, una solidarietà costruttiva, che non dimentica le priorità di tutela a garanzia delle vittime, degli innocenti, ma che da questo punto di partenza rilancia nuove opportunità di conciliazione da parte del detenuto. C’è un uso sconsiderato di parole valigia, parole consunte e logorate, proprio per non approdare a niente, ma con lo scopo di rimandare al cittadino l’immagine di una conoscenza e sapienza a dir poco folgorante.

In questo periodo di buone intenzioni, di proposizioni illuminate, di interventi letterari ma poco figurativi una realtà a dir poco sconcertante, c’è la sequela di errori reiterati, il morire distante, una sorta di evasione con i piedi in avanti, uno, due, tre suicidi in un mese per giunta nello stesso lazzaretto disidratato, come a significare che dal primo rantolo all’ultimo, a fare da ponte rimane l’indifferenza.

C’è chi viene ammazzato e ritrovato soltanto qualche giorno dopo, come a dire che la carenza di personale non consente attenzione, cura, quella famosa e bistrattata buona regola della vita anche dentro una cella.

In ogni convegno, tavola rotonda, incontro sul tema carcere, professionisti del diritto, operatori sul campo da decenni, voci ben intruppate in fila per tre, ho l’impressione che vorrebbero azzardare in coerenza e coscienza una risposta alla violenza, illegalità, ingiustizia che alberga in un istituto penitenziario. Ma al dunque che ci dicono? Che mancherebbe l’acqua calda, non ci sono i bidè, e come collante a tanta lungimiranza la carenza di personale.

Sono vecchio e l’alzheimer mi morde il collo, seppure a fatica rammento però che dentro una cella un nuovo orientamento esistenziale, può essere raggiunto unicamente operando con lo strumento dell’educare, non con la solita reiterata tergiversazione per impedire la comprensione, la possibilità di una parete di vetro, dove osservare quel che accade, o purtroppo non accade per niente, perché il diritto è sottomesso e violentato dal sovraffollamento, dagli eventi critici, dai problemi endemici all’Amministrazione.

Ricordo bene che il rispetto per il valore di ogni persona ha urgenza di essere inteso non come qualcosa di imposto, ma come una condizione quotidiana  da raggiungere attraverso l’esempio di persone autorevoli, anche là, dove incombe lo spazio ristretto di un cubicolo blindato, là dove non dovrebbe mai essere annientata la dignità del recluso.

Se è vero che le vittime sono quelle che soffrono dimenticate nella propria solitudine, se i parenti delle vittime se la passano peggio dei colpevoli, occorre davvero fermarci a riflettere, e non rimanere indifferenti a una prigione ridotta dapprima all’ ingiustizia dei fatti e poi delle parole. Se la galera costringe deliberatamente alla sopravvivenza e quindi alla violenza, non è certo a causa della mancanza di acqua calda, ma perché non ci sono i presupposti per un ripensamento culturale sulla pena e sulla sua utilità e scopo, non ci sono regole chiare su cosa significhi applicare quelle norme, e se tali norme e regolamenti sono davvero applicati, o vegetano nell’impossibilità di avvicinarsi a una emancipazione sostanziale da quella sopravvivenza.

Come ho più volte detto c’è urgenza di chiederci quale persona entra in un carcere, e quale “cosa” ne esce, quale trattamento ha ricevuto quella persona, se oltre alla doppia punizione impartita, ha avuto possibilità di imparare qualcosa di positivo, o se invece rieducazione sta più semplicemente a un mero copia incolla.

Tutti i bimbi sono Gesù. Tutti

Tutti i bimbi sono Gesù. Tutti

di Vincenzo Andraous

Anche quest’anno ci saranno in prima fila ben allineati i ciechi ed i sordi che non sono, i soliti furbetti dell’albero di Natale. Come l’anno scorso e quello prima ancora, la Croce rimarrà nell’angolo scuro, dove vedere diventa opportunatamente difficile. Ci saranno in compenso le solite dolcezze e carezze per il nuovo nato, le preghiere di buona attesa e i canti di giubilo del consueto arrivo. Anche quest’anno però le immagini sono sempre quelle, anzi, peggiori delle precedenti, quel Bimbo Gesù da poco nato, non potrà sbalordirsi per quanto l’umanità abbia perduto il senso, lo scopo, la strada maestra da seguire.

Nei campi dell’abbandono e della crudeltà più ottusa, c’è quella bambina vestita di niente, quei suoi piedini nudi nella neve fredda dove non è dato giocare. Rimane scalza nel ghiaccio con intorno gli sguardi della più vergognosa impotenza, con addosso i morsi disperanti della sopravvivenza.

Quel Bimbo nella culla fortunatamente non potrà ancora stupirsi per la dis-umanità che appare di volta in volta sempre meno giustificata, per gli ultimi tra gli ultimi depredati di ogni salvezza e dignità. Quella bimba con il volto trafitto dal dolore e dalla sofferenza non potrà rendersi conto di esser stata appiedata a mezzo metro di distanza da ogni giustizia. Per quel Bimbo che nasce non è ancora tempo di grida dal basso, di fosse alla terra, di squarci al cielo, in mezzo al mare sommerso di prossimità  che non riescono più a sollevarsi. Quella bimba vestita di indifferenza e strattonata dalla meschinità del più forte, riporta la realtà nel suo significato preciso, c’è bisogno, c’è necessità, di quel Bimbo che arriva frutto di evoluzione, di bontà e onestà, che diventa sangue, che diventa lotta, piu’ ancora di mille preghiere, di tante e troppe promesse. Quel viso di bambina innocente, che nulla ha commesso,  sebbene a quell’età avrebbe tutti i diritti del creato per commetterne,  rimane il viso contratto dal freddo e dal gelo,  in  quegli occhi disperati di chi più nulla si aspetta di ricevere, neppure la compassione di un aiuto irrimediabilmente tradito e umiliato.

I bimbi sono Gesù, lo sono in ogni anfratto martoriato dalle etiche e dalle morali d’accatto, nel fallimento di generazioni tradite e colpite alle spalle, dalla politica dei potenti e dagli interessi che non bisogna assolutamente rimestare. Sono tutti Gesù, e chiunque faccia orecchie da mercante, peggio, da insignificante mercante di morte,  sarà bene che lo ricordi, perché volente o nolente sarà sospinto nel vicolo cieco, dove non c’è copione da correggere, storia da barare.

Quel bimbo che nasce, sta dentro gli occhi di quella bimba rifiutata, ferita, spinta alle spalle al baratro,  dunque, almeno quest’anno, il Natale ci costringa a uscire dal nostro comodo rifugio, dalle lontananze imposte, dalle nostre preghiere prive di intercessione. Quel volto di bimba rimanga avvinghiato su tutti i muri, su tutti i fili spinati, su tutti i confini in fiamme che questo Natale dovrà rammentare.

Bambini dimenticati

Bambini dimenticati

di Vincenzo Andraous

In questo periodo ci sono inondazioni di notizie e informazioni più o meno d’elite, tutte grondanti di interesse collettivo e politico, riguardano noi tutti, la nostra vita, il nostro presente e il nostro futuro.

Vaccini, green pass, manifestazioni autorizzate, ribelli veri e ribelli inconcludenti, sindacati sul piede di guerra, governi e governicchi in linea di s-partenza. Insomma non ci facciamo mancare niente a prima vista.

Poi accade che poco lontano dai nostri confini, in altri paesi, con cui facciamo affari, ma recitiamo la parte della non condivisione per la strabordante politica della disumanità, ebbene, ci arrivano le immagini di migliaia di persone ammassate nei campi, al gelo, alla fame, soprattutto di donne e bambini ricoperti di stenti, di stracci, di disperata speranza.

Immagini di persone nei sacchi a pelo sparse nei campi, di guardiani armati fino ai denti che prendono a calci quelle sagome malamente accasciate, che aizzano i cani a mordere. Sono immagini, soltanto immagini lontane qualcuno s’appresterà a dire. Ecco però che arrivano altre notizie, non sono più comunicazioni di elite, non sono più o meno accettabili, posseggono un preciso interesse collettivo, quello della richiesta insindacabile al rispetto della vita umana.

La morte di ogni innocente infatti accorcia drammaticamente le distanze.

Ci sono persone che muoiono, ci sono bimbi che muoiono di stenti, di fame, di freddo, bambini lasciati morire.

Faccio dannatamente fatica a pensare che possa accadere ancora e nuovamente una cosa del genere, per quanto mi sforzi non riescodavvero a prendere coscienza che oltre a togliere la vita ad una persona c’è anche la più sgangherata programmazione perché accada un tale miserabile evento.

Non può essere compresa alcuna indifferenza, alcun rispetto per qualsiasi altro paese, per qualsivoglia sovranità statuale, forma di governo che non si adoperi senza se e senza ma a salvare con immediatezza soprattutto i bambini.

Lasciare morire una creatura volutamente tra sofferenze indicibili significa non possedere alcuna autorevolezza, credibilità, nessuna radice profonda per alcun potere condiviso.

Lasciare morire intenzionalmente all’agghiaccio, nel gelo della paura, nel freddo dell’abbandono, per accoglienza negata un innocente, non è cosa che possa essere risolta con una alzata di spalle, con le solite giustificazioni; in fin dei contisono ingiustizie che pesano su altri stati, quindi seppure a denti stretti non ci riguardano.

In questo macabro conteggio di chi vive e di chi muore, ci sono a sovvenzionare il baro del gioco delle tre carte, le politiche d’accatto, quelle che non consentono di sentire ma di ascoltare, quelle che non vedono ma guardano sbrigativamente al colore della sofferenza, al colore colpevole per le vittime innocenti, al colore spento di quei bambini dimenticati.

Giornata mondiale dei poveri

Giornata mondiale dei poveri

di Vincenzo Andraous

Da poco abbiamo festeggiato la giornata mondiale dei poveri, mentre nella grande sala della comunità le persone entravano e si sedevano compostamente per pranzare, tra me e me pensavo, ma che roba strana la festa dei poveri del mondo. Come se ci fosse qualcosa da celebrare, da esser felici per tanta disperata esistenza. Sotto gli occhi si presentava senza maschere, senza orpelli, senza parole superflue, peggio, compassioni ipocrite, la fotocopia di tante e troppe alzate di spalle, ciò che spesso l’indifferenza crea a dismisura. I poveri hanno le sembianze deigiorni che non sono mai nostri, eppure nell’accogliere, accompagnare, ascoltare, le persone in riserva permanente con le emozioni costrette a camminare rasenti ai muri per non rischiare di cadere ancora più giù, c’è la possibilità di intravedere un piccolo pertugio dove fare convergere le residue energie interiori per tentare di risalire la china. C’è la possibilità rimasta sottopelle di una intuizione apparentemente sopita, strappata da una fatica di vivere vissuta male, una sconfitta esistenziale mai del tutto accettata. I poveri camminano con lo spartito tra le mani, sempre quello, sempre più sdrucito, perchè non mutano mai le problematiche che li riguardano. E’ povertà di là, di qua, dovunque ci sono montagne di parole nuove, dove ognuno ha fatto bene i propri compiti, ma gli ultimi non hannoricevuto sollievo da alcuna giustizia, soltanto nuove e consunte parole.

Rimango lì a osservare quell’umanità derelitta che non può essere colmata dal cibo offerto, dalla generosa prossimità dei volontari, ci sono sorrisi e ci sono sguardi persi lontano, c’è una sorta di silenziosa insubordinazione a un quotidiano che drammaticamente non coinvolge alcuno, dentro un consorzio sociale che ha coscienza di questa fetta di realtà ai margini, soltanto quando ne è costretta, quando è con le spalle al muro da questa povertà che sta alimentandosi delle sottrazioni, le divisioni, le moltiplicazioni che comportano perdite e mancanze.

Nuovamente la comunicazione non aiuta ad accorciare le distanze, fagocita uno stile di vita basato sulle fandonie, sulla manipolazione delle emozioni,fino a trattenerle, perché per qualcuno forse è meglio così. Nella grande sala della comunità c’è lo stare insieme quale origine ontologica dell’uomo, ma più guardo le persone che s’aggirano tra cibo e volontari, più tocco con mano il degrado del cambiamento indotto dalla miseria. Nonostante questa ingiustizia che rende le persone men che mai emancipate, lapolitica arrogante rende gli incapaci dei formidabili utopisti, così le parole si sprecano, le promesse anche, mentre la povertà trasale nella mancanza di beni essenziali per la vita, di cibo, di medicine, di una casa, figuriamoci di un lavoro, quale unico strumento di ritorno alla vita.

La teatralità dell’irresponsabilità

La teatralità dell’irresponsabilità

di Vincenzo Andraous

Certo che a intelletto scardinato da ogni umana condivisione ultimamente andiamo alla grande, anzi alla grandissima. Mentre leggevo e guardavo i no green pass sfilare per le strade con indosso la casacca dei campi di concentramento nazisti per crearsi più visibilità nonchè una  robusta gran cassa mediatica, la mente mi ha riportato sui detriti indelebili della Shoah, a quella bimba Czeslawa Kwoka polacca cattolica, 14 anni, morta nel campo di sterminio di Auschwitz.  Terminata con un’iniezione di fenolo nel cuore. Una bambina innocente, colpevole di nulla, imputabile di niente.

Poco prima dell’esecuzione, malmenata senza alcuna pietà.

In molti, in tanti, sopraffatti da questa storia che ci portiamo addosso, da questa memoria che non può cadere all’indietro non farci rimanere annientati dal dolore dell’ incomprensibilità, dalla ferocia non solo dell’immagine, ma da come l’umanità spesso, sempre più spesso, ne esca con le ossa rotte, demolite.  Citiamo giustamente  questi accadimenti affinché tutti sappiano e nessuno dimentichi. Eppure qualcosa sta fuori posto, non quadra, come a dire che ricordare, rammentare, sottolineare, non lascia spazio sufficiente alla coscienza di ognuno e di ciascuno per “circondare” con immediatezza queste manifestazioni di teatralità della morte e della sofferenza, dell’ingiustizia, affinchè l’umana condivisione-compassione per un genocidio  non debba essere schernito da una strumentalizzazione che ne sottolinea l’ ipocrita non conoscenza. In corteo con la casacca sdrucita a righe verticali, senza sapere quale sofferenza è stata imposta a un popolo, a una, a dieci o cento generazioni. In colonna per protestare facendo leva sul dolore inenarrabile di milioni di innocenti andati al macero per una ideologia. In ordine sparso ma ben irreggimentati per gridare il proprio dissenso-diniego usando l’ingiustizia più grande da grimaldello della propria irresponsabile superficialità. Quella foto di bimba non può passare inosservata, tanto meno smanettata via senza un rigurgito di dignità fin’anche di vergogna, quanto meno perché non è possibile celarne lo sbalordimento e annichilimento per chi ha usato tanto maldestramente quell’innocenza. Oppure perché chi è sopravvissuto a tanta vita infranta, vita fatta a pezzi, vita smembrata e buttata, dentro il fumo salito per mille camini. Chi miracolosamente sopravvissuto ha potuto raccontare il freddo dell’ìabbandono, la tragedia del sangue e della tortura, il silenzio della morte di tanti e troppi innocenti. Chi sopravvissuto al potere assoluto dell’uomo, è costretto ancora oggi a fare i conti con l’irresponsabilità delle parole, dei comportamenti, degli atteggiamenti teatralmente scomposti.

Senza alcuna pietà

Senza alcuna pietà

di Vincenzo Andraous

Ci sono accadimenti che per l’abitudine a non farci i conti passano inosservati, ci sono assenze così drammatiche che neppure riusciamo a comprendere fino in fondo il dolore che arrecano. Ci sono morti ammazzati di cui non ricordiamo più neppure il nome. Sono donne innocenti prese alle spalle, afferrate a tradimento, colpite da parte a parte, senza un accenno di compassione, di umanità. Donne e mamme, ognuna umiliata, sopraffatta, sottomessa, dapprima castrata senza tanto andare per il sottile, a seguire terminata. Donne senza un fiore tra le dita, una carezza di intesa, un bacio di intima complicità, donne dal rispetto strappato, calpestato. Donne innocenti il più delle volte deprivate di ogni giustizia. Anche oggi, un’altra donna allo sbaraglio, strappata alla vita, trafitta e abbandonata, senza alcuna pietà. Rincorsa, spintonata, uccisa. Giornali, televisioni, social, a parlare di questo e di quello, a fare del furfante spesso un eroe, oppure a creare il caso, a fare del colpevole un mezzo innocente, peggio, dell’innocente un mezzo colpevole. Parole scardinate di ogni contenuto, significato, valore, parole a valanga, per rendere meno palese la gravità dei comportamenti, degli atteggiamenti, della libertà intesa malamente, più importante per me, che per te, al punto da toglierti la vita, accadimento di per se gravissimo e imperdonabile, ma in aggiunta c’è pure l’aggravante di non poco conto del pensare di essere nel giusto nel farlo, nel giusto a rapinarti la vita. Ogni volta che una donna cade, che urla senza essere aiutata, che rimane a terra con gli occhi sbarrati dal terrore, ogni volta che una donna non c’è più per mano del solito “possessore di cose di turno”, ognuno di noi, diventa spettatore, ascoltatore, persona non informata dei fatti, un cittadino che non sapeva o magari non voleva proprio sapere, ben piantato con tutti e due i piedi sull’adagio mai superato: fatti gli affari  tuoi e campi cent’anni. Certamente non siamo tutti indifferenti, recalcitranti a intervenire, a mettersi a mezzo di fronte a una ingiustizia grande come una casa, ma questa moria colpevole di donne innocenti fatte a pezzi dalla ferocia del possesso e dal delirio di potenza di chi si sente proprietario della vita altrui,  a questo punto abbisogna di interventi legislativi, urgenti, non più rinviabili, c’è necessità di rendere la tutela alla vita della donna un segno tangibile e non solamente una riga sgangherata a delimitare l’imposizione a non avvicinarsi. Una dopo l’altra tra agguati e inganni fatali le donne vengono abbattute, cancellate, c’è somiglianza con il corpo a corpo  con la mafia, il terrorismo, la politica corrotta, la corruzione, c’è identico il frastuono di colpi, ma non la stessa intensità della lotta, come a voler significare che forse non c’è più speranza per queste donne di tutti i giorni a lutto,  senza lode né medaglie scintillanti, nell’attesa della prossima sventurata, nella postura scomposta causata del giuda di turno che racconterà una verità disconnessa dall’altra, da quella che è per davvero causa di tante dipartite sconosciute.

Adolescenti allo sbaraglio

Adolescenti allo sbaraglio

di Vincenzo Andraous

Stavo tornando a casa dopo una giornata di lavoro piuttosto pesante, a rendermi ancora più insofferente, sul telefonino leggo di quel furgoncino che si schianta in tangenziale con un’altra auto. Ho pensato a un incidente come ne accadono tanti, invece non era proprio così. Tre adolescenti hanno rubato “per gioco”, non per una qualche utilità seppure delinquenziale, ma “ per gioco” un furgone, iniziando a pigiare con il piede martello sull’acceleratore. Tra una morsa allo stomaco e un digrignare di denti, mi sono ritrovato negli occhi il sequel di un vecchio film. A volte, non sempre, ma accade, il passato sta disegnato in un presente da apnea asfissiante. Tre giovanissimi alla ricerca di qualcosa, la postura inquieta, poi, accade tutto come nella frazione di uno sparo, e colmo della sfiga, perché di sfiga si tratta, le chiavi sono inserite nel cruscotto. Un rombo, una sgommata, l’auto parte come una scheggia impazzita, adesso è un siluro che taglia a metà la città, un bisturi che divide in due il proprio destino e purtroppo quello degli altri.

Niente e nessuno può fermare quel bolide, il piede ben calcato sul pedale dell’acceleratore, le risate sempre piu’ alte, la musica a paletta. E’ tutto un dritto, non ci sono curve, intersezioni, stanno volando. Niente e nessuno li può fermare. Però d’improvviso ecco l’ostacolo, quello che non t’aspetti, duro come pietra che dura, ben più duro di te. L’impatto è inevitabile, si frana per terra, si rimane lì, con il respiro imprigionato nei polmoni. Si rimane sulle ginocchia, con la fronte imperlata di sudore, e quel sudore ha un nome preciso;è la paura. Ora lo spaccone, il duro, il bullo di cartone è scomparso, s’è dileguato, portandosi via ogni altra certezza. Ma c’è di più, non è ancora finita la sofferenza, il dolore, la disperazione, perché dalla fronte c’è qualcosa che si mischia con quel sudore, scende e sbatte sulle palpebre, sul naso, sulle labbra. Sì, quello è il tuo sangue. No, non è ancora finita la tragedia che segue a questa irresponsabile follia, perché quello non è più soltanto il tuo sangue, ma è il sangue degli altri, degli innocenti, di quelli, che spesso, sempre più spesso rimangono senza giustizia. Tre giovanissimi, nella trasgressione ormai divenuta devianza, la spinta a non subordinare mai le passioni alle regole, disconoscendo la carta di identità della libertà, della responsabilità, nella capacità di fare delle scelte consapevoli, interpretando malamente quellalibertà con il fare tutto quello che voglio. In questa sequenza di reati, perché di reati si tratta, c’è la sfida, la voglia di primeggiare con gli strumenti dell’illegalità e della violenza, c’è il “coraggio” di sfidare la morte, finchè non rimani piegato e piagato sulle ginocchia, se ti va bene, perché è bene sapere che chi scommette contro la morte, è destinato a perdere, al più misero dei fallimenti, perché la morte vince sempre. Non ci sono eroi in questi accadimenti, gli eroi sono ben altra cosa, qui abbiamo tre ragazzini allo sbaraglio e una platea plaudente o forse soltanto distratta, anch’essa colpevole in tutta la sua indifferenza.