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Avere cura del Natale

Avere cura del Natale

di Vincenzo Andraous

S’avvicina il momento della stupefazione, gli attimi che fanno scomparire i dubbi sul mistero della gioia e della letizia.  Più s’avvicina la presenza del Bambino con gli occhi socchiusi di fiducia e amore, più è l’ora di mettersi di traverso, scacciando le comodità delle convenzioni, di ogni ricorrenza. E’ necessario farlo per arginare l’onda di una cultura dell’indifferenza, che sempre più spesso è feroce quanto l’incapacità di provare pietà, compassione, misericordia per i tanti e troppi bambini lasciati morire per incuria e delirio di onnipotenza. Natale è alle porte, ciò non vuol dire che ognuno ha il dovere di risultare più buono, piuttosto che ciascuno ha il diritto di fare un passo avanti di fronte a quella culla, in mezzo, là, dove occorre scavare con le dita nude il senso della giustizia, del rispetto della vita umana, di tanti e tanti e tanti bimbi dispersi a mare, al gelo, in preda alla sete e alla fame, tanti bambini tutti intorno a quella culla. S’avvicina la nota sottopelle, la sequenza dei comportamenti, dei gesti quotidiani ripetuti, affinché la libertà diventi la bandiera per chiunque resta schiacciato sotto gli scarponi di chi non sa volere bene, di chi non sa pregare quel Bimbo, non soltanto nelle parole di una preghiera recitata come una semplice poesia. Bambini che non ci sono più, bimbi che non hanno più voce, la più piccola speranza, in quel Bimbo che tra poco nasce, hanno il diritto di calpestare la terra dove tutto cambia, scoprendo il mondo dei giusti, degli innocenti. Non di quanti stanno nei luoghi delle grandi memorie perdute, dove incalza la convinzione che questa dimenticanza e abbandono non ci toccano, non ci riguarda, come se essere complici sia meno grave di essere colpevoli. Non so perché ma quest’anno ho l’impressione che sarà un Natale che lavora ai fianchi la nostra disattenzione, soprattutto come ha ben detto qualcuno metterà spalle al muro “l’indifferenza quale contenitore del maggior disprezzo”. Il Bimbo nasce, e pochi passi più in là, tanti bambini vengono dimenticati più ancora delle guerre, più ancora dei conflitti, più ancora della follia lucida del potere che non è servizio. S’avvicina Natale, ci saranno le luci, i fuochi, le canzoni, ma chi è più libero nel proprio cuore starà a mezzo, di traverso, tra i rifugi e le macerie, rimarrà come un fusto di quercia a difendere il bene più grande di quel Bimbo che viene al mondo, di quei bimbi innocenti che nessuno ha il diritto di dimenticare, di lasciare indietro. Caro Bambino anche quest’anno mi verrà da dirti in punta di piedi e sottovoce come ha detto Francesco: tutta questa indifferenza non è proprio da Gesù.

Il cappio dell’ingiustizia

Il cappio dell’ingiustizia

di Vincenzo Andraous

Tu pensi che in carcere si va per scontare la pena che ti è stata inflitta a causa dei tuoi comportamentisbagliati. Invece non è così, ne sconti una più del dovuto, ne sconti un’altra che non è contemplata in alcuna riforma penitenziaria, in alcun codice penale, in alcuna costituzione. La pena è una cosa, l’ingiustizia, l’illegalità, la violenza sono ben altre aggravanti che nessun carta magna contempla. Ci sono menzogne, negazioni improponibili, giustificazioni, accuse, rivendicazioni, ognuno coinvolto in questa prassi del fare di conto disordinato di suicidi, di assenze e carenze di dignità,tenta con ogni mezzo di tirarsene fuori. La conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà, parla di un dato impressionante, il numero di morti ammazzati più alto di sempre, 80, è l’indice di una generale mancanza di speranza nelle nostre carceri. Eppure la sintesi sbrigativa di una eventuale indagine conoscitiva, parla di strutture obsolete, di organico sottonumero, sempre e comunque di numeri si parla, si, di numeri, di cose, di oggetti. Mai di persone. Ognuno a dire e disfare di pena certa, di galere che vedono uscire chiunque in un batter d’occhio, e per questo di giustizia a tutto tondo offesa e umiliata. Eppure in carcere ci si va e come, anche per una banalità, ci si rimane per decenni, oppure si “esce” prima con le gambe in avanti, con un cappio al collo, sotto un carico insopportabile di sofferenza e indifferenza. Ma la verità quella che non si deve dire, continuiamo a metterla di traverso, persistiamo a colorare di giustificazioni una incultura che ormai ha travolto e sconvolto gli istituti penitenziari, non si tratta più della solita eccezionalità, casualità, dei soliti eventi critici con cui si licenzia il malcapitato di turno. Quell’incultura che ha ormai messo radice profonda, che autorizza ogni insubordinazione della coscienza, che mette al primo posto di ogni dis-valore l’indifferenza, non è la risultanza di una impossibilità a rispettare le norme, le regole, che impongono a ognuno e ciascuno il rispetto della dignità delle persone, il rispetto del valore della vita umana, anche quando queste esistenze sono detenute. Inoltre se non si affrontano le questioni legate alla tossicodipendenza, al bacino di utenza detenuta borderline, se non da doppia diagnosi, con persone che dovrebbero trovare una soluzione diversa dal carcere, si continuerà a parlarci addosso. Ottanta suicidi da gennaio di quest’anno, ottanta persone morte ammazzate, ottanta cadaveri tra giovani, adulti, anziani, ottanta esseri umani cancellati sommariamente più ancora della loro colpa da espiare con una qualche possibilità di essere trattati in quella umanità che dovrebbe contraddistinguere il dettato costituzionale della rieducazione. La tendenza sta non soltanto nel restringere spazi e diritti dei detenuti, ma pure a togliere il dovere di ogni cittadino detenuto a fare ricorso a tutte le proprie energie interiori per affrontare il cambiamento, l’esigenza di appropriarsi di una vista prospettica improntata soprattutto alla riparazione e al rispetto di se stessi e degli altri.

Cultura del bicipite

Cultura del bicipite

di Vincenzo Andraous

Tra un dibattito e l’altro sul fenomeno del bullismo, continua lo sfacelo della rappresentazione per niente virtuale di quanti si impegnano a fare i maledetti per forza. Tra un prof. che mena uno studente, adolescenti che sparano alzo zero verso la docente, altri ragazzotti che in gruppo menano un coetaneo, svastiche disegnate sulla cattedra e per chiudere in bellezza un bel cazzotto sul viso della malcapitata insegnante. C’è poco da stare allegri, dunque sarebbe ora di preoccuparsi un po’ di più delle nostre incapacità e superficialità erette a misura. Gli imputati sono chiaramente i nostri figli ma a quella sbarra sono assenti come minimo i corresponsabili, dovremmo esser lì anche noi, volenti o non volenti. Nei salotti buoni si fa bella mostra di aggettivi e superlativi assoluti per indicare il disagio giovanile,per fare man bassa di causa e effetto, di attenuanti e giustificazioni più o meno puerili, grammatiche immature più ancora dei protagonisti che imperversano nelle aule scolastiche. A mio avviso il primo punto fermo è la scelta educativa di non soffermarsi più sulla sospensione e sul richiamoverbale, quando l’azione posta in essere è violenta e subdola al punto da risultare un vero e proprio reato. Nella violenza gratuita, non vi è traccia alcuna di trasgressione o ribellismo eroico, la lezione al bullo deviante di turno non si può limitare al solito rimbrotto, ma all’allontanamento dall’istituto. Questa decisione prevista dal consiglio d’istituto non ha soltanto una funzione retributiva, ma risulta essere un percorso prodromo allo svolgimento di servizi socialmente utili, volontariato di pubblica utilità che ha la sua radice profonda nella fatica della risalita, non nel viaggio turistico da un istituto all’altro, nella performance da mettere in scena nel nuovo palcoscenico teatrale. In questa dinamica ripetuta come un disco incantato da una classe all’altra, c’è l’abitudine poco corretta di declinare pestaggi e prevaricazioni come un “gioco”, ma di scherzoso non c’è niente nel metter in scena il bicipite violento che distribuisce botte e umiliazioni. Quando le regole, il rispetto, l’educazione e la sua cura vengono asfissiati dal delirio di onnipotenza di iracondi e balbuzienti esistenziali, c’è un’insorgenza pericolosa che frattura la tutela salvavita della vittima naturalmente, ma anche del potenziale maledetto per vocazione. Credo che la severità necessaria al rispetto di se stessi e dunque per gli altri, debba essere radice profonda dell’autorevolezza che contraddistingue la scuola, proprio per evitare il ripetersi di eventi estranei al contesto educativo e relazionale a cui ognuno ha diritto e dovere appartenere. Credo sia comprensibile lo sdegno per tanta inutile violenza ma altrettanto impellente rimane la giusta risposta da dare nei riguardi di chi non salvaguarda i valori della comunità educativa che ti ospita e accompagna.

Navi fantasma

Navi fantasma

di Vincenzo Andraous

Navi e barche ferme in mezzo al mare, centinaia di persone alla deriva, donne, vecchi, adolescenti non accompagnati e tanti bambini in attesa di una mancia statuale, di una questua governativa.

Nel frattempo ci sono i pianti dei bimbi abbandonati in acqua alta, i lamenti di chi non ha più energie sufficienti a sopportare il dolore, gli occhi bassi di quanti non hanno più voce.

A detta di qualcuno non si tratta di navi salvavita, ma di navi fantasma, peggio di navi pirata, colorate di illegalità, di ingiustizia, di equipaggi rompiscatole che non si fanno gli affari propri.

Eppure nonostante questi capi di imputazione del tutto aleatori, rimangono navi in attesa di un segnale, di uno squillo di dignità, che finalmente libera le coscienze da una  feroce e imperdonabile vergogna.

È come sparare sulla crocerossa con i proiettili ideologici di ieri, di oggi, di domani, lo si fa senza il coraggio che deriva dall’umanità che non potrà mai venire cancellata da una sintesi sgangherata in poche righe di totale indifferenza.

Assai più consono l’inagire per chi ritiene la vita umana una possibilità di fare man bassa di consenso e piedistalli di cartone. In quel mare del disonore bambini annegano, bruciano, muoiono con gli occhi riversati all’indietro, quelli che vengono salvati da quelle navi fantasma e dunque poco vestite di regale legalità, rimangono al palo, in attesa di una elemosina morale, etica, dannatamente parente stretta di un ricatto, di una minaccia incombente, di una ulteriore sofferenza senza costi aggiuntivi.

La politica questa sconosciuta, non dovrebbe mai imbracciare il moschetto e sguainare la baionetta di fronte a persone arrese alla disperazione più indicibile, a bimbi con gli occhi appannati dalla paura, a madri private di ogni speranza.

Troppo facile e soprattutto inconcludente addossare le responsabilità-scaricabarile ad Atene, a Roma, a Malta che non ha mai firmato gli “addendum” alle convenzioni del mare che la obbligherebbero a soccorrere i natanti in difficoltà in acque internazionali ma di sua competenza.

Come è possibile di fronte a tanta tragedia che nessuno soccorra per tempo, come è possibile che le responsabilità vengano rimbalzate a destra e a manca, da uno stato all’altro, e nonostante questo sfacelo aberrante permanga l’indifferenza a non rafforzare i soccorsi  in mare, senza contare che questa opzione potrebbe licenziare l’antipatica presenza di quelle navi fantasma sostituendole con altre istituzionali.

L’inaccettabilità di queste stragi a mare, non possono essere interpretate come un mero dettaglio sotto gli scarponi chiodati della politica, se così fosse, ciò confermerebbe il poco valore della vita umana, volutamente dimenticata con una semplice scrollata di spalle.

Qui non c’è casacca di bottega che tenga, non c’è da rifugiarsi di qua o di là del Rubicone per evitare il dazio da pagare, c’è solamente da scegliere come ha ben detto qualcuno: tra lo sdegno della vergogna a non tutelare i bambini e il coraggio non più rinviabile di una vera e propria azione morale.

Come rapinare la dignità

Come rapinare la dignità della persona

di Vincenzo Andraous

A sentire certe notizie viene da chiedersi se non è il caso di smetterla con le giustificazioni, le attenuanti, il ricorso ai massimi sistemi per fare quadra con la perduta ragionevolezza. Come è possibile che una intera classe composta da qualche famoso per forza e dalle solite complici marionette di seconda e terza fila, si mettano d’accordo per espletare una sentenza di condanna nei riguardi di una docente, attraverso una vera e propria fucilazione a colpi di pallini di gomma. Indipendentemente dalla gravità del gesto, uno dei pallini ha colpito la malcapitata proprio sotto l’occhio, quindi poteva risultare assai più grave il danno fisico, è stato davvero imperdonabile avere deciso in gruppo, in quel famoso gruppo dei pari, di rubare, rapinare, il bene più prezioso di quella docente, la propria dignità personale. Mentre questa azione da veri “eroi” prendeva il sopravvento sulla coscienza sopita di ognuno, sulle emozioni gambizzate di ciascuno, persino la vergogna se la dava a gambe levate. Gli spari, i ridolini, i registi che filmano la scena, fotogramma dopo fotogramma, fino a confezionare un filmetto a loro giudizio niente male, da fare girare in fretta tra coetanei più o meno intellettualmente raffazzonati. Infatti è tutto un gioco, la vita è un gioco, i giorni sono un viatico del divertimento, la stessa classe di cui sopra non è un coacervo di delinquenti, di sbandati, di solitudinarizzati. Piuttosto un plotone di immaturi che non sanno fare i conti con la sofferenza altrui, con il dolore degli altri. Ho l’impressione che tutto questo sia assai più pericoloso da indurre il mondo adulto, professorale, genitoriale a chiederci se come dicono gli scienziati della materia, non è corretto puntare il dito, bollare a fuoco, questi ipotetici veterani di una guerra che non è mai stata loro, né mai lo sarà. Dunque a questo punto cosa è giusto fare, dire, agire per rieducare chi educato non è stato per niente. Mi ritorna alla mente un giovanissimo che ben conosco, nascosto tra gli ultimi banchi, la linea degli invisibili, il cancellino, la botta secca, la docente che scivola sulle ginocchia, l’omertà scambiata per solidarietà. Mi ricordo anche che il gioco non regalò più risate, ma profonde lacerazioni a quel ragazzo e soprattutto agli innocenti come questa docente presa a pistoletttate ad aria compressa. Come allora i disvalori vestono i panni dell’indifferenza, della banalità, senza mai alzare il braccio per chiedere aiuto, perché farlo significa fare parte della terza fila degli sfigati, il braccio si alza con bene in mostra il bicipite per asfissiare eventualmente il dazio da pagare. La volontà di voltare pagina è un giusto requisito per una scuola che educa al rispetto di se stessi e degli altri, ma questa scuola deve anche comprendere con chi ha a che fare, dunque forse è il caso di non limitarsi alla mera sospensione, piuttosto a rendere come principio fondante della giustizia, la sua riparazione, radice profonda che non teme intemperie.

Binge drinking e droga

Binge drinking e droga

di Vincenzo Andraous

C’è tanto da fare, una urgenza non più rinviabile la necessità di interrompere questo silenzio colpevole sull’uso e abuso di sostanze da parte soprattutto dei più giovani, di quanti si sentono ribelli nei binge drinking sparati nello stomaco nello spazio di pochi attimi, non sapendo che così facendo aumenta a dismisura la fascinazione della droga. Un silenzio irresponsabile, dentro una prevenzione che non avverte del pericolo incombente i ragazzi, ma addirittura neppure i genitori, le famiglie, coloro che sono deputati all’attenzione e cura dei propri figli. Quando si parla di giovani, di tragedie, di sofferenze, di dolore causati dall’assunzione di sostanze, la tendenza è di licenziare il problema, come si trattasse di un mero fastidio, esibendo frasi fatte, la retorica di chi non intende farsi carico di una vera e propria diaspora delle relazioni, delle emozioni, dell’amore che unisce e mai disunisce, soprattutto quando un giovanissimo è in grande difficoltà, non parla, non alza la mano per chiedere aiuto. C’è tanto da fare per tentare di rendere la vita un percorso straordinario, per  non accettare la resa, la sconfitta dei propri sogni, affogando la ragione e la propria libertà-responsabilità dentro un poliabuso  alla portata di tutte le tasche. C’è tanto da fare, oltre le parole valigia spese male, i sermoni, le filippiche nazional popolari, lo sappiamo bene che oggi non ci sono più per le strade i vecchi tossicodipendenti, umanità in ginocchio, accasciati sulle panchine, sui marciapiedi, ieri non è oggi davvero, è peggio, i giovani vanno per strada con gli zainetti in spalla, con la canna tra le dita, con la pasticca calata giù in fretta, sono giovanissimi, talmente giovani in preda alle assunzioni più disparate, che non riesci a capacitarti di tanto sfacelo. Il legame tra i giovani e la droga non può essere spiegato semplicemente con l’imitare i coetanei per sentirsi parte di un gruppo, per sperimentare un nuovo piacere, nella convinzione che sballarsi risolva eventuali fallimenti. C’è tanto da fare per rendere possibile la creatività e l’intuizione di un giovanissimo, senza il bisogno di fare i funamboli tra droga pesante e droga leggera, perché volenti o nolenti la verità è che esiste la droga. C’è tanto da fare per insegnare il valore del rispetto per se stessi e per gli altri, per non prediligere la fuga dalle responsabilità del mondo adulto, uno stratagemma da due soldi per evitare le scelte e gli impegni che invece occorre affrontare e non sostituire con la roba, quasi a voler disconoscere la consapevolezza e forza delle proprie energie interiori cui fare affidamento.    Come detto qualche tempo addietro, forse è il caso di farci carico di questo male, che trasferiamo sovente sugli altri,  radicando nei più giovani una solitudine per lo più imposta, dove travestiamo di mete educative le  nostre rese e  le nostre insoddisfazioni. Forse.

Chi sei tu

Chi sei tu

di Vincenzo Andraous

Un fagottino di pochi mesi di vita, un bimbo ancora in fasce, pochi kilogrammi di bellezza infinita, piccolissimo cielo dentro una culla deprivata di amore, dentro una stanza senza più colori. Creatura intoccabile e irraggiungibile a ogni miserabilità umana, eppure sono nuovamente parole, ancora parole, nefande e sporche più del male stesso perpetrato. Come è possibile prendere a botte, a calci, a pugni un esserino tanto indifeso, essenza della vita umana. Ma tu chi sei piccolo uomo, grande niente, indecifrabile mercanzia andata a male, chi sei tu, per riuscire a fare una cosa del genere. Non riesco a capacitarmi di ciò che hai fatto, di quanto sei stato capace di fare, proprio mi diventa irrinunciabile la necessità di comprendere questa efferatezza, talmente atroce e dolorosa da non poterla neppure avvicinare. Come può una persona adulta, mettere le mani addosso a un bimbo di pochi mesi, prendere quel visino di Dio, percuoterlo senza alcuna pietà. Come puoi avere fatto una cosa del genere, come? No, non riesco a immaginare neppure lontanamente una pratica tanto vile e a dir poco infame. Eppure tu ci sei riuscito. Tento disperatamente di capire questa violenza senza alcun senso, e l’unica cosa che mi viene facile intendere è che picchiare è il segno della debolezza degli adulti, in questo caso non c’è neppure da etichettare l’accaduto con un genitore autoritario privo di qualsiasi autorevolezza, che impone e non consegna alcun rispetto. Questa piccolissima innocente è stata ridotta in fin di vita da un uomo senza alcuna dignità, un esempio tragico di nullità valoriale e affettiva. Ma davvero tu chi sei, per aver commesso un atto così terribile, cosa può averti fatto un angelo di pochi giorni nella sua culla, il suo pianto, la sua richiesta di coccole, il suo bisogno di mangiare, di bere? Ma tu chi sei per arrivare a oscurare quel sorriso di cielo, chi sei davvero tu. Che rapporto, che relazione, che presente hai disegnato con quella bimba di sole, di luna, chi sei tu per scaricare su una innocente la tua pochezza, chi sei tu, chi sei tu. Parlare a te di strategie educative, di esempi autorevoli, di emozioni genitoriali,  è come interrogare un sasso, richiedere compassione a un corpo morto, attendere risposte da un bicchiere vuoto capovolto. Chi sei tu, più me lo domando più mi ferisco nel profondo, sarebbe umano sinceramente troppo umano consolare la disperazione per questa immane tragedia, prendendoti a scaracchi, nell’intento di renderti la vita un inferno. Invece ancora e ancora e ancora mi costringo a chiedermi, a chiederti chi sei tu. Chissà se avrai  come compagna di viaggio la colpa. Chi sei tu.

In nome e per conto di Loujin

In nome e per conto di Loujin

di Vincenzo Andraous

Ancora morti ammazzati dall’incuria e dalla politica fasso tutto mi e invece fasso proprio niente. Ancora morti alla deriva ma stavolta neppure come solitamente accade affogati tra le onde del mare. Peggio, bambini e bambine morti per sete e per fame, donne e uomini stremati, ustionati, morti nell’agonia più lenta, più terribile, più inaccettabile. A chi pensa di fermare questa persistente ecatombe con l’indifferenza, il ritardo organizzato, con la responsabilità rispedita al mittente giocando di sponda, con le motovedette regalate, con le navi da guerra a mezzo del mare, con i flussi di denaro e di armi, sarebbe bene ricordare il valore della vita umana, soprattutto è necessario ricordare quanto sia imperdonabile non salvare un bambino, non esser pronti per tempo, senza se e senza ma. Bambini se ne vanno senza un saluto, una preghiera, in assenza  di una costante e giornaliera operazione di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale, ricerca e salvataggio che prenda in carico questa umanità derelitta per una porzione di terra che faccia accoglienza. Troppo facile trincerarsi dietro il rifiuto, l’impossibilità, la scelta politica di barricare ogni entrata, infischiandocene di quei fagottini privi di vita. Troppo facile e troppo vile, alla luce delle scelte armate, finanziarie, economiche politiche, a favore di altri paesi a noi assai vicini, per cui siamo costretti a innestare le baionette, a dimenticare tante cose, autorizzando così  la dimenticanza del barcone rimasto per giorni in mare tra fame e sete. Ben sapendo che il soccorso in mare è un imperativo umanitario contemplato a caratteri cubitali nel diritto internazionale. C’è un pensiero che scava a fondo la ragione, ma è mai possibile, accettabile, che nessuno abbia raccolto un allarme, nessuno si è accorto di niente, radar e strumentazioni sofisticate dormienti,  nessuno disposto ad aiutare se non a salvare? L’impressione che se ne ricava è che la politica, l’Europa, il mondo, finchè lo scempio rimane a debita distanza, si ostina a guardare con noncuranza, soprattutto a non vedere la mattanza continua di innocenti, la tragica disperazione di chi intraprende il viaggio spesso sempre più spesso ultimo, nella totale indifferenza che marca a fuoco una disumanità travestita a forza di una non meglio identificata legalità. 

In fondo al mare sta la vergogna

In fondo al mare sta la vergogna

di Vincenzo Andraous

Stavo cenando e ascoltavo il tg, la notizia è stata così maledettamente fisica da ricevere una mazzata alla bocca dello stomaco, sono rimasto lì senza fiato per tanta infamia La voce parlava di migranti e gommoni alla mercè dei venti, uomini e donne affogati, decine, centinaia, scomparsi tra le onde.

Tra loro tre bambini galleggiavano con gli occhi aperti riversati all’indietro.

C’è tutta la pietà del mondo adagiata in quei corpicini che ora sembrano stracci, stanno adagiati sulla mano di chi li ha raccolti privi di vita. La commozione di chi non sa guardare da una altra parte, la rabbia furiosa che scaturisce dall’inaccettabilità di queste assenze la fanno da padrona.

Bambini che non ci sono più entrano nelle case, sulle tavole imbandite, negli occhi chiusi di quanti non resistono a vedere tanto male fatto a chi non ha colpe, a chi innocente lo è per davvero.

Bimbi galleggiano senza più respiro, sono lì, in tutta la loro disperazione, in tutta la vergogna che dovrebbe assalire, eppure c’è qualcuno, i soliti oracoli indefessi, sibilano che forse si tratta di manipolazione comunicazionale, delle solite notizie false, orchestrate ad arte da questa o quell’altra sponda politica.

Così persino la tragedia più grande, quella che dovrebbe farci esplodere i polsi dal dolore, diviene un residuo perimetrale di parole contraffatte per non inorridire, per non farci diga insormontabile, per non metterci a mezzo, di traverso, nell’intento non più rinviabile di mettere con le spalle al muro tanta indegna indifferenza.

Il mare e i suoi abissi infernali, inghiotte l’umanità innocente, la nasconde senza usare aggettivi teatrali, la toglie dall’imbarazzo più miserabile.

C’è il mare con il suo sommerso che a volte, ci dicono soltanto qualche volta, ma invece sempre più spesso, accade che imprigiona al suo fondo ogni speranza.

In questa sequenza di immagini “inguardabili” che si riversano nelle nostre case, nei piatti e nei bicchieri colmi di ogni ben di Dio ( ma oggi Dio è morto un’altra volta ) continuiamo a trangugiare e a bere, perché noi vorremmo fare qualcosa, ma non abbiamo strumenti, idee, intuizioni, per fermare questo scempio, questa indegna sfida alla morte per ottenere pochi grammi di libertà, di dignità, di amore.

Eppure sappiamo alzare la voce quando un’ingiustizia ci coglie alla sprovvista, quando subiamo una offesa o una umiliazione, siamo artefici di manifestazioni, di cortei, di girotondi, per rivendicare i nostri diritti, però non siamo capaci di tutelare i diritti inalienabili dei più poveri, dei più piccoli, degli innocenti che spesso sempre più spesso rimangono nell’angolo più buio dove non esiste alcuna GIUSTIZIA.

Alto tradimento

di Vincenzo Andraous

Un altro e un altro ancora, adolescenti, ragazzini, giovanissimi, allo sbaraglio senza protezione, il salto nel vuoto, neppure un grido, il silenzio scomposto della morte.

Come è possibile non tenere in debita considerazione il reato di bullismo, cyberbulling, come è possibile liquidare questa diaspora esistenziale con percentuali e tabelle variopinte che vorrebbero rassicurarci che il fenomeno della violenza adolescenziale sta calando, anzi, è calato drasticamente.

Mentre queste risoluzioni strategichevengono sbandierate a destra e a manca, il rumore sordo che ne deriva; è il maledetto tonfo a terra, l’inaccettabilità delle assenze che si sommano a quelle dei coetanei feriti ma almeno salvi per un qualche miracolo.

Giovani abbandonano la lotta, si vestono dei colori della resa, come disperati alla deriva, e chi è disperato nella testa, nel cuore e nella pancia, è davvero senza più speranza.

Ora si identificheranno i presunti autori dei messaggi di insulti e minacceinviati sul suo telefonino, nei loro confronti si cercherà di provare il reato di istigazione al suicidio, e una volta appurata la vigliaccheria di questo e di quell’altro, a terra rimarrà ugualmente la sconfitta più grande, il sangue degli innocenti, la smorfia dolorosa di quella famosa prevenzione, di quegli interventi roboanti con appresso le tante parole spese male.

Offese, insulti, minacce, contro qualcuno inerme, indifeso, incolpevole, se non della propria educazione, gentilezza, tenerezza, fino al punto di augurare a chi non conosci, non sai nulla della sua storia, di togliersi di mezzo, di farla finita, di uccidersi.

Messaggistica istantanea che non fa prigionieri, cela le armi improprie della irresponsabilità disumana, di quanti si sentono onnipotenti per un bicipite infingardo di chi tira il sasso e poi nasconde il braccio.

Adolescenti accerchiati da una violenza miserabile, da un dolore così insopportabile da trovare naturale la morte più incomprensibile.

Forse oltre alle commozioni degli addii, è tempo davvero di difendere a ogni costo la preziosità dei più giovani, la loro fragilità, proteggerli a tutti i costi per non continuare a vergognarci.

Oltre agli interventi, ai progetti di contrasto del fenomeno, ci vuole un cambio di passo che muova da dentro.

Questa cultura che buca il vetro degli smartphone la indossi pensando che non hai spesa di impegno ulteriore, invece non la tocchi, non senti profumi nè sapori, introietti balzi in avanti di protagonisti che non posseggono coscienza. Le leggi, le norme, le regole, le ripetiamo come dischi incantati, lo facciamo così malamente che appaiono insufficienti, inefficaci, veri e propri pourparler.

Ma forse più semplicemente senza incorrere in ulteriori raggiri intellettuali, la drammaticità di questi accadimenti scaturisce anche da una deresponsabilizzazione non più accettabile, da incuria e disattenzione, che invece dovrebberorisultare segnali importanti per rafforzare e confermare una sana costituzione interiore.

Siamo proprio alla frutta

Siamo proprio alla frutta

di Vincenzo Andraous

Siamo il paese più capace di stupirsi, di provare sbigottimento, di restare perennemente scandalizzati, nel sentire quanti morti ammazzati sul lavoro. In un sol colpo quattro morti tutti in un giorno, d’acchito sembra una notizia eclatante, così urticante e insopportabile, proprio perché accadimenti del genere non succedono tutti i giorni. Invece di eccezionale non c’è proprio niente, tutt’altro, un giorno si e l’altro pure, rimangono a terra scomposti giovani e padri di famiglia, uomini e donne, senza un attimo di tregua, manco si trattasse di uncombattimento senza esclusione di colpi, sì, maestremamente bassi.  Statistiche, analisi, rilevazioniper seguire da vicino questo fenomeno sull’estinzione umana più disumana. Dati esponenziali ci dicono senza uno scossone di vergogna da parte di chi dovrebbe tutelare i vari territori del lavoro e le persone, che siamo intorno ai due morti al giorno, per non parlare dei feriti e degli azzoppati. Sì, siamo il paese degli attori professionisti delle parole, degli aggettivi e dei superlativi, delle promesse di sconquasso per rimettere tutto in ordine. Potere politico, legislativo, amministrativo, tutti insieme appassionatamente per cercare e ricercare una soluzione, un percorso nuovo per far si che queste disgrazie annunciate, non abbiano a ripetersi, figuriamoci aumentare smisuratamente. Allora nei tavoli programmatici, nelle equipe di specialisti del settore, tutti a parlare della necessità non più procrastinabile della prevenzione e formazione. Ribadendo l’importanza di educare-insegnare-rispettare le norme di sicurezza, e non solo mi permetto di dire io, ma rispettare soprattutto le capacità e le possibilità di ogni operatore lavoratore,  senza creare le condizioni perché un diritto sancito dalla nostra Costituzione diventi la strada più breve per finire se va bene all’ospedale, peggio, alcamposanto. Eppure nonostante questa degenerazione sociale che non ammette giustificazioni tanto meno le solite e reiterate assoluzioni per quella tanto sbandierata e mai del tutto correttamente applicata formazione, prevenzione, vigilanza attiva in ogni luogo di lavoro. Ciò imostra l’inconsistenza di una azione collegiale, perché non pervicacemente alimentata da una vera e propria volontà politica. Qualcuno ha fatto l’esempio di come gli ammazzati di mafia facciano più scandalo degli ammazzati dal lavoro, scatenando la giusta e pronta reazione statuale. Si, siamo un paese alla frutta, perché minimizzare la gravità di un fenomeno come questo significa badare assai di più agli interessi e assai di meno alla preziosità delle risorse umane. Come sempre di fronte alla tragedia di questi lutti sentiremo nuovamente le solite parole valigia: “inammissibile che un uomo si fosse trovato a dover salire su un’impalcatura a 72 anni. Il fatto sarà oggetto di particolari indagini”. 

Sì è davvero inammissibile.

Finalmente se ne parla

Finalmente se ne parla, a vanvera, ma se ne parla

di Vincenzo Andraous

C’era da aspettarselo, ora tutti o quasi ne parlano, ne discutono con sentimenti di umana pietà, di totale intolleranza per qualsiasi eventuale indifferenza. Ognuno e ciascuno ribadisce le proprie alchimie di prevenzione per rendere la galera meno palesemente violenta, illegale e zittita costantemente dall’ingiustizia.

Ora se ne parla, a fronte dell’ennesimo suicidio, stavolta di una ragazza ammazzata dalla disperazione e dalla solitudine, ora se ne parla, e nuovamente c’è un dispendio inusitato di giustificazioni, di dimenticanze, di attenuanti generiche prevalenti alle aggravanti. Insomma ora se ne parla, additando a destra e a manca le cause per tanta insopportabile privazione della vita e non soltanto della libertà. Ora se ne parla stando bene attenti però a non calpestare i piedi a nessuno, se ne parla sottovoce e in punta di piedi per non disturbare il macchinista, se ne parla e viene accertato che il colpevole per tanta inumanità è l’acqua calda che manca, non l’acqua fredda che non scende. Se ne parla del sovraffollamento e degli spazi che mancano, campi da calcio, palestre, laboratori, meglio adibirli a nuove celle, nuovi padiglioni, altro che pensare a percorsi di risocializzazione.

Se ne parla sommessamente di angolazioni sub-urbane, di incultura ideologica, di disvalori, di deliri di onnipotenza, se ne parla tra una briscola e una scopetta, se ne parla per non dire tutto e il contrario di tutto. Proprio per non dire niente. Ci sono le elezioni, i voti da acchiappare, la pancia deve essere consolata e ben farcita, quindi non si può parlare di galera che uccide, annienta, commercia le cose, i corpi quelli vivi e quelli morti ammazzati in celle inagibili, con servizi igienici rotti, acqua stagnante nel lavabo, finestre sigillate, materassi ricoperti da fogli di giornale, invasi dalle formiche e con il sangue alle pareti. Ci sono le elezioni quindi tutti muti e via andare. La prima a temere la Giustizia è proprio la politica, lo dimostra in questi silenzi assordanti, in questa omertà dell’alzata di spalle, peggio, affermando che non ci sono notizie di denunce per violenze e illegalità. La politica teme la verità, quella scomoda, quella urticante, quella che dimostra la disumanità di trattamenti di gamma varia, contrari al senso di umanità nell’esecuzione della pena, principio garantito dalla nostra Costituzione, non dalla carta straccia.         

“Solo quando nessun uomo subirà in carcere un trattamento disumano la ferita costituzionale potrà dirsi rimarginata”.

Con i piedi in avanti

Con i piedi in avanti

di Vincenzo Andraous

Il fenomeno ha assunto un rilievo che deve mettere tutti sul chi va là, anche coloro che sanno fare spallucce da veri professionisti dell’indifferenza sociale e purtroppo elettorale. Ben cinque morti ammazzati in nove mesi, cinque persone e non cinque cose, oggetti, numeri, lasciati a morire in perfetta solitudine senza provocare un sussulto di pietà. Forse è necessario che se ne parli, per essere vigili e attenti nei confronti di chi sta in carcere per scontare giustamente una pena ma non certamente per essere trattati come scarti da rendere sotto vuoto spinto da una volontaria e colpevole esclusione sociale. Non si tratta dei soliti più che sbandierati casi di tentativo di suicidio, tanto per assolvere e anche autoassolversi, ma di vere e proprie solitudini imposte fino alla morte. La società odierna, non ha commentato, non ci sono parole di buon senso, tanto meno di compassione, soltanto un muro di silenzio. Come a volere nascondere questa ulteriore derisione della vita umana dentro un perimetro in cui è stato insinuato ad arte il senso di solitudine, di abbandono, di vuoto, al punto da non riuscire più a consegnare al carcere alcuna percezione di sé, Ben cinque morti in poco tempo, colpevoli e innocenti accatastati l’uno sull’altro che decidono di farla finita, nello stesso luogo, nello stesso penitenziario, nella stessa indifferenza. Persone da poco entrate o poco prima di uscire con i piedi in avanti, mentre qualcuno si ostina a dare spiegazioni da sistemi complessi: “è il terrore dello stigma che manda in frantumi ogni certezza”, il che potrebbe anche avvicinarsi a una parvenza di verità. Ma il punto resta un altro, un carcere che non consente riscatto, risocializzazione, riparazione, rimane un carcere deprivato volutamente e colpevolmente della propria utilità e scopo. Un carcere che non tiene in considerazione il dettato costituzionale tanto meno della severità del castigo e dell’umanità della pena, permane un luogo ove la presunzione di onnipotenza aumenta l’ingiustizia di una sopravvivenza resa impossibile perché disperata. Cinque corpi scomposti stanno a significare la violenza e l’illegalità con cui le istituzioni predicano l’importanza del rispetto per gli altri, accantonando quell’umiltà che determinati ruoli dovrebbero mantenere per risultare davvero autorevoli. Cinque suicidi in pochissimi mesi, non inducono le coscienze alla necessaria vergogna, figuriamoci a una riflessione costruttiva partendo dalle inculture, disvalori e punti deboli, su cui continuano a poggiare le fondamenta del mondo penitenziario.  “È un uomo chi sa che non è il solo ad affrontare le difficoltà, e perciò non ne ha paura, è un uomo chi sa vedere se stesso negli altri, riconoscendo la propria forza, ma anche la propria fragilità”.

La fragilità

La fragilità

di Vincenzo Andraous

C’è un ritornello che impazza da un po’ di tempo a questa parte, incentrato sulla fragilità dei giovani in un’epoca di continui cambiamenti.

Quando accade qualcosa di spiacevole, di incomprensibile, di tragico, che vede protagonista un giovane, la consuetudine è stigmatizzare il tutto con una certa instabilità esistenziale in cui camminano in ginocchio tanti adolescenti.

Come a dire nuovamente oggi se già non lo si è fatto a sufficienza ieri, che i ragazzi sono e resteranno i veri ultimi di questa nostra bella società.

Nel frattempo imperversano le didascalie delle cause di questo franare irrefrenabile, escludendo la povertà, quella c’era ieri, eppure a pensarci bene viviamo in un paese dove gli indigenti stanno diventando numericamente ingestibili.

Oppure a scarnificare la carne c’è l’abuso dell’agio, dove non c’è limite alla pretesa e all’ottenimento della medaglietta appuntata sul petto.

Ragazzotti fragili come grissini, a cui releghiamo l’angolo dei mille esempi da seguire, forse davvero troppi, al punto che alla fine della fiera neppure uno ne rimane a destare la coscienza.

Ogni volta che la montagna ci viene addosso per il male perpetrato da questo o da quello, non ci rendiamo conto del bene che invece vorrebbero fare i più giovani.

Mi convinco sempre di più che la mancanza di consapevolezza e idee chiare nei ragazzi, permane la cattiva lezione del mondo adulto, genitoriale, della collettività social, che ogni cosa divora e vomita fuori al primo intoppo esistenziale.

Per cui quella tanto decantata e mal interpretata libertà responsabile diventa immediatamente una libertà prostituta, che si può comprare, picchiare, offendere, umiliare, vendere-svendere alla bisogna, infine pure annientare. I riflettori stanno perennemente puntati sulle scazzottate, le violenze di gruppo, i coltelli e fin’anche le pistole, per ogni incomprensibile interrogativo, migliaia le risposte, i toccasana, i salva vita che accorrono a frotte.

Ma sono santoni e mendicanti delle parole, del tik tok de borgata, dello smanettamento ossessivo compulsivo. I salva vita non sono le filippiche nazional popolari, bensì il rispetto delle regole, quelle regole che vanno rispettate anche quando appaiono noiose, ingiuste, urticanti, perché le regole salvano, tutelano, proteggono la vita e anche il futuro di ognuno e di ciascuno, soprattutto dei più fragili.

La fragilità e il non rispetto delle regole, un connubio che ha come primo attorecolui che mai vediamo alla sbarra del colpevole, che scorda il proprio ruolo e furbescamente consegna al proprio piccolo campione la possibilità di scegliere senza averne capacità e esperienza come somma degli errori.

Tu sei la mia mamma

Tu sei la mia mamma

di Vincenzo Andraous

Quell’immagine alla scuola dell’infanzia, dove tu arrivi e aspetti a braccia aperte la tua principessa, lei ti abbraccia, tu la abbracci e sono baci a non finire. Quell’immagine poco prima dell’annientamento indicibile, incomprensibile, ancorchè inaccettabile nella sua estensione piu’ drammatica, rende tutto più atroce e doloroso, perché in quell’abbraccio materno, in quel sorriso di bimba felice, c’è tutta l’incapacità a comprendere l’efferatezza di un rifiuto così profondamente defenestrato della ragione, a danno della parte più importante della tua vita di mamma e di essere umano. Proprio l’umanità mandata in frantumi, tolta di mezzo, cancellata dalle righe quotidiane, mi riporta a quell’immagine iniziale, dove a umanità sta amore, attenzione e cura in quegli abbracci tanto attesi, talmente attesi da somigliare alla follia più lucida, dove non può esserci soltanto l’implosione del momento. Mi è veramente difficile mettere a fuoco il gesto, il comportamento, l’estromissione da ogni giustificazione, spiegazione, dove alla memoria della tragedia si sostituisce la rimozione dello sbalordimento, dell’amore incondizionato di una bambina, improvvisamente tradita e messa da parte per sempre. Quale la spinta a rinunciare al bene più prezioso, a raccogliere tempesta tra le dita e scagliare lontano l’amore che non ha confine, la fiducia di una figlia per sua mamma, umiliando l’accompagnamento in una vita appena iniziata. Non ci sono spiegazioni comprensibili, accettabili, eppure in questo tempo scardinato e percosso più volte senza pietà, le madri azzerano la propria eredità più importante e inviolabile, negando ai propri figli una crescita consapevole d’amore. Questa madre senza più la sua bimba, la creatura innocente non c’è più perché una follia ossessiva- compulsiva ha deciso di porre fine alla sua giovane vita. Di fronte a accadimenti così incomprensibili e terribili, la ragione vacilla, i pensieri cadono all’indietro senza più il salvataggio della propria storia che corre in soccorso. Nulla è immaginabile di quanto accaduto, nulla, e meno ancora il motivo scatenante, la causa vera della follia, del rancore, del dolore indicibile ricevuto da questo e da quello, a tal punto da rispedire al mittente ogni speranza di umanità. In questa ennesima assenza rimane a fare testimonianza il più terribile dei crimini perpetrato da una madre.