Archivi categoria: Informagiovani

Il carcere delle parole

Il carcere delle parole

di Vincenzo Andraous

Stavo riflettendo sul carcere italiano, sul nostro paese, sulla nostra Costituzione, sulla tragicità di certi accadimenti, nella mente scolpita l’immagine di questo sub-mondo devastato, tanti morti ammazzati in pochi giorni. Rischio contagio e isolamento, cittadini detenuti denunciati a migliaia, questo silenzio irriverente che avvolge colpevoli e innocenti.

Si fa presto a fare diventare le parole ferro bruciato, acciaio contorto, parole che hanno il sapore del sangue e  dell’ira che sale.

Quando c’è il carcere di mezzo le parole si piegano agli spazi, alle virgole, ai punti in sospensione, non concedono pausa, solamente lo sconcerto della disperazione.

Tutto questo dentro uno spazio sovraffollato da chi è disperato al fondo, di chi non ha più speranza.

Le parole ancora sbattono sui cancelli blindati, fanno pressione, spingono in avanti, incrinano la voce, fanno male al cuore, parole che urlano e gridano, graffiano e lacerano, sono parole che accatastano le emozioni, le fanno rimbalzare, disperdere, finchè non rimane più niente.

Quale scopo, quale utilità, questo carcere, se non rispetta la dignità delle persone, non educa al rispetto di se stessi e  degli altri, se non contempla norme, leggi, costituzione,  a tutela di ognuno e di ciascuno, ma invece stabilisce priorità al valore delle cose, degli oggetti, soprattutto dei numeri.

C’è necessità di parole sottovoce, in punta di piedi, parole di una preghiera per lo più sconosciuta, ma ben allacciata in vita a chi cammina in ginocchio, parole che urtano e scostano l’indifferenza dall’abitudine al male, parole che fanno bene alle coscienze,  parole che consentono ai piedi di stare ben piantati alla terra, parole che  si fanno avanti e non lasciano scampo alle giustificazioni.

Mi sono chiesto non di che colore è quel male che tanto dolore ha recato, non di che dialetto è quel silenzio di spalle alla propria dignità umiliata, non di che angolo di umanità derelitta e sconfitta proviene tanta dimenticanza del giusto.

Quel che è accaduto mi ricorda altri tempi in cui nel tentativo di umanizzare un territorio inumanizzato si è fatto soltanto il gioco di chi il carcere lo voleva disumanizzato.

La violenza  è sempre un comportamento sbagliato, non porta frutti, soltanto dolore.

Ugualmente mi domando come è possibile pretendere speranza e ritorno alla vita dentro un luogo di morte.

La risposta sta nella paura di esser tacciati buonisti,  di perdere consensi, in fin dei conti di che stiamo parlando se non di materiali in eccesso.

Ancora parole che non vengono, che non vanno, che rimangono a metà della strada tra giustizia, legalità, umanità, ancora parole, questa volta non più banalità, ritornelli di un canzone vecchia come il mondo, almeno questa volta, Dio, questa volta, siano parole profetiche di un inno al rispetto e alla pratica delle leggi, come ha detto più volte qualcuno assai più autorevole di me: “un’esigenza fondamentale della vita sociale per promuovere il pieno sviluppo della persona umana e la costruzione del bene comune”.

COVID-19 e la frantumazione di ogni certezza

COVID-19 e la frantumazione di ogni certezza

di Vincenzo Andraous

Stare sul pezzo, non indietreggiare di un mm, ribadire STAI A CASA,  che scienza e coscienza non sono astrazioni, significa una volta tanto avere l’obbligo di ascoltare, di eseguire, infatti l’argomento non è solo ostico, ma talmente irriverente nelle sue improvvise assenze, che davvero occorre prendere posizioni poco ortodosse, affinché irresponsabilità e trappole ideologiche dei singoli passino per accettabili liturgie.

C’è necessità di ascoltare e seguire il carico scientifico che non mente, che non rimanda ad alcuna menzogna.  

STAI A CASA non è cartellonistica d’accatto, sottende linearità di comportamenti, anche là, dove le differenze esistono, ma  tutte sono compatibili con la salute e il rispetto della vita di chicchessia.

Se qualcuno non è d’accordo con questo atteggiamento parente stretto di un vero e proprio interesse collettivo, allora è il caso di domandarci senza se e senza ma in che mondo vivi tu, perché  io vorrei vivere in uno spazio dove non vado a ingrossare le fila di una indifferenza sociale che non miete qualche nocciolina ma spicchi interi di umanità.

Questa pandemia  non ha bisogno di  una morale che instilla sapere pre-confezionato, necessita  invece di strumenti adeguati e disciplina per meglio renderci conto del pericolo che ci viene addosso quotidianamente, non soltanto per ciò che si  intuisce ma più per quello che è.

Sovente additiamo i giovani come irresponsabili in questo momento così tragico, eppure dovremmo parlare di una adultità infantilizzata, perché siamo noi  con la nostra testa dura che formiamo una sorta di  sottosocietà dove spesso il ruolo non è riconosciuto, di conseguenza neppure il valore della persona, della vita umana.

Con il nostro comportamento e le nostre sordità di comodo, scaraventiamo  dentro la pancia della bestia la possibilità e l’urgenza di una non più rinviabile prevenzione preziosa: quella che consente di tutelare chi si sente immortale e chi invece più fragile e malato è candidato a soccombere.

Non  sarà  facile mettere pancia a terra questo male, ma insieme è possibile farcela.

Con i piedi avanti

Con i piedi avanti

di Vincenzo Andraous

Dovevo andare a parlare ai giovanissimi di un oratorio, a causa del corona virus non è stato possibile farlo, ho deciso di buttare giù due righe per non disperdere quanto mi ero prefissato di raccontargli. Il carcere non è quello dei polpettoni a stelle e strisce, neppure quello delle stanze per vip come vanno inventando alcuni uomini politici a giorni alterni. Il carcere c’è, esiste, non soltanto nelle play station, c’è in tutta la sua illegalità,  violenza, ingiustizia, ma ognuno preferisce non vedere, sapere, conoscere, tanto è una realtà che non sta nel mio Dna, una sorta di esorcizzazione affinché  non debba mai finirci dentro. Eppure posso garantire ai tanti saggi e santi che non sono, che in quelle sezioni sgangherate, in quei cubicoli maleodoranti, in quegli spazi inesistenti, vi ho incontrato cittadini detenuti di ogni ceto; medici, operai, forze dell’ordine, giudici, studenti, pensionati, furbetti al latte e assassini professionali, miserabili e accattoni, irresponsabili al color del vino. Insomma in galera non ci finisce unicamente il delinquente incallito, pure chi è convinto di esser diventato maledetto per vocazione, trascinandosi nel mare sommerso, galleggiando tra maschere e inganni. Finchè la prigione sarà percepita come un ricettacolo di impossibili riparazioni, non ci sarà da stupirsi per i sempre più frequenti suicidi che coinvolgono uomini e donne, colpevoli e fin’anche innocenti, perfino con la  divisa ancora addosso. Questo agglomerato sub-urbano non compete soltanto chi ha sbagliato, ma anche chi dovrebbe esser lì per mandato, per missione, per volontaria espressione umana, Un contenitore che tempra potenziali devianti, non serve a nessuno, peggio, non fa sicurezza, al contrario un carcere che funziona rende la societa’ più sicura, senza la necessità  di usare arbitrariamente parole destinate agli intestini. Si muore in carcere, là, dove qualcuno si ostina a dire che è possibile esser liberi nel proprio cuore, si muore con la gola strozzata, con le vene spezzate, con l’anima strappata. Muoiono giovani e meno giovani, nel silenzio di una cella, solitudinarizzati dall’indifferenza di quanti pensano che buttare via la chiave risolva tutti i problemi, dimenticando che una volta scontata la condanna, dal carcere si esce, proprio in quel preciso istante occorrerà domandarci cosa è legalmente ritornato in seno alla collettività. Sì, dalla galera si esce anche prima di avere scontato il dovuto, si esce con i piedi avanti, senza disturbare alcuno, nella disattenzione di chi pensa: meglio così. Sì, come ha detto qualcuno in malafede, in carcere non ci sono innocenti, non ci va nessuno, ma il sovraffollamento avanza feroce, dal carcere si esce subito, dentro c’è gente da 30 o quaranta anni. L’interpretazione creata a misura di tastiera, è che non ci sono persone detenute, ma cose, oggetti, numeri. Ecco a quei giovani volevo raccontare come il carcere non serve a scontare la propria pena con dignità, ma a seppellire speranze per diventare persone migliori, insieme, architetti di una società  migliore.

Droga e corruzione della menzogna

Droga e corruzione della menzogna

di Vincenzo Andraous

Sul tema delle dipendenze c’è un continuo ricambio di plotoni di esecuzione pronti a destabilizzare ogni cosa che di buono produce la ricerca, la scienza, la realtà che non è quella virtuale o delle inutili contrapposizioni ideologiche. Anche il solo discuterne appare come un tortuoso girone dantesco costellato di frasi fatte corrotte dalle menzogne, in cui ognuno porta a casa la propria montagna di vuoti a perdere. Eppure dietro a ogni ragazzo che cammina in ginocchio in una comunità di recupero c’è la corresponsabilità di tutti, nessuno escluso. Una corresponsabilità che per molti versi si abbevera nei recinti di una certa indifferenza sociale. Questo luogo comune non penalizza soltanto il ragazzo piegato di lato che non ce la fa a rialzarsi da solo, ma anche le famiglie, e benché non se ne parli mai a sufficienza riguarda pure le vittime, i loro parenti, quanti a causa del famigerato tanto lo fan tutti, sono ragazzi, o ragazzate autorizzate a passare inosservate. Questo procedere assomiglia tanto a una libertà intesa e percepita come una puttana, dunque ciò che produciamo con le nostre alzatine di spalle, è un agglomerato sub-urbano in cui mettere sottochiave la nostra irresponsabilità, ma pure gli eventuali dubbi, quella stessa pena sorda e cieca che nella sofferenza e il dolore vorrebbe assolvere l’ingiustizia, la violenza, l’illegalità dei comportamenti che si protraggono nel silenzio più omertoso. Adesso anche ministri, uomini di potere, autorevoli potentati del diritto, abiurano le politiche del minor danno, vorrebbero in carcere anche chi spaccia lievi quantità, dimenticando che ieri l’altro è passata una legge che autorizza chiunque ( non i minori ma a me già scappa da piangere)  a coltivarsi la roba in casa propria. Diviene davvero un dovere raccontare di quel confine, sì, sottile, ma irrinunciabile, che separa sempre la vita dalla sua morte, oppure di quanto è difficile essere uomini per saper scegliere, per saper credere negli altri, per farsi aiutare a diventare architetti di domani. Noi continuiamo a parlare di roba, di tossicodipendenza, mai di professori e genitori in disarmo, perché divenuti autorevoli assolutori, ognuno indaffarato a delineare la soglia minima di attenzione, ciascuno a definire bravate le future scivolate.  Vent’anni in comunità a svolgere il mio servizio mi hanno insegnato che non si può insegnare il valore del rispetto ferendo la dignità  altrui, ecco perchè ovunque incontro giovani, studenti, genitori, affermo con la consapevolezza dell’esperienza come somma di errori, che non esiste una  droga  buona e una cattiva, una droga che fa bene,  esiste la droga e fa male, a volte, e accade, non fa male soltanto a se stessi, ma agli altri, agli innocenti. Forse occorre  sviluppare una serie di interventi, incluso il lavoro di prevenzione, come le attività di utilità sociale, posso affermarlo con cognizione di causa, hanno dimostrato di avere un impatto positivo, recuperando buona parte dei giovani.

Il carcere analfabeta

Il carcere analfabeta

di Vincenzo Andraous

Siamo davvero alla frutta, per giunta, nella disattenzione e nell’indifferenza più colpevole. A tal punto da affermare che in carcere non ci sono innocenti, e se ci sono perche’ scandalizzarsi, in fin dei conti si tratta di  eventi critici del tutto sopportabili. Sul carcere i plotoni di esecuzione, pronti a destabilizzare qualsiasi innovazione stanno sempre in agguato, sempre addosso a chi non può reagire.
In galera ci si ammazza, si rimane di lato,  piegati contro i muri insanguinati, nel tentativo di colmare il vuoto all’intorno, nella mancanza di riferimenti certi, di valori condivisi, stritolati dall’emarginazione, dalla violenza, dall’illegalità. A chi pensa che in carcere non ci sono persone innocenti, occorre rammentare che invece può finirci chiunque, anche tuo figlio, tua madre, tuo padre, tua sorella, e dunque sarà meglio imparare ad avere rispetto delle persone, e non soltanto dei numeri, delle cose, degli oggetti disordinatamente accatastati all’intorno, occorrenti la propria carriera professionale o politica. Il castigo è una cosa, la punizione anche, la tortura e l’induzione al suicidio è ben altro.  Se  i maestri, i conduttori, gli esempi sono questi, c’è un carcere privo di autorevolezza, premeditatamente privo  di allenatori alla vita, perché dispersi dalla delegittimazione. Le teorie si sprecano nei riguardi di questa terra di nessuno, un dispendio inusitato di tautologie inconcludenti, di dottrine pedagogiche che adottano la cattedra per ri-educare solamente gli altri, negando la necessità di doversi formare e rinnovare a un nuovo “sentire educativo “. Molto più semplice affidarsi al disamore istituzionale che permette fughe in avanti a quanti pensano di aggiustare le cose  con la prepotenza degli atteggiamenti saccenti che mettono in “sicurezza “ i pochi rispetto ai tanti inconsapevoli. Il rispetto è la prima forma d’amore tra gli esseri umani, se viene a mancare quello, c’è il rischio di arrogarsi il diritto di giudicare sbrigativamente la presenza altrui, sminuirla, offenderla o degradarla, tutti comportamenti che azzerano sul nascere l’instaurarsi di una relazione significativamente educativa. Il carcere, il suicidio, la recidiva infantilizzante, la rieducazione parola spoglia scarabocchiata sulla carta costituzionale e il più potente agente educativo: il rispetto, trucidato dall’indifferenza di chi invece dovrebbe costitutivamente promuoverlo. Qualcuno ha detto che in carcere non ci sono innocenti, come a voler sputare sulla fossa dei tanti incolpevoli massacrati dall’ingiustizia, proprio per questo penso che non si può insegnare il valore del rispetto continuando a azzoppare la dignità  altrui, anche dentro un carcere, dentro una cella.

Droga e mistificazioni

Droga e mistificazioni

di Vincenzo Andraous

Agenzie di controllo a pieno regime, forze di polizia schierate, cani antidroga e perquisizioni a sorpresa, scuole e strade perlustrate a tappeto, eppure la lotta alla droga è una guerra persa in partenza, o per lo meno questa è l’impressione che ne ricava. Una battaglia combattuta a suon di arresti, di ingenti sequestri di stupefacente, di titoloni e fiumi di parole. Eppure più si ribaltano le fosse create a misura, più il bacino di utenza s’allarga, come fosse un gioco di anelli concentrici, il ritmo incalzante di una contraddizione dentro l’altra, un’azione e un’inazione dentro l’altra, silenzio e rumore l’uno dentro l’altro, come a voler significare un’impossibilità studiata a tavolino a scardinare il sistema.  Governi in guerra, confini che si sgretolano, armi svendute e contropartite di quantitativi di droga da brivido. Da una parte la bandiera della giustizia ben innalzata al vento nel rispetto dei diritti umani, ma dietro al drappo sgargiante c’è il nero piratesco di quanti attendono la propria parte. La droga fa male, la droga non è la soluzione, la droga è da rigettare, tutta. La droga è illegale, si rischia la galera, si rischia la salute, si corre il rischio di farsi del male, peggio, di fare male anche agli altri, ai soliti innocenti che quasi sempre rimangono senza giustizia. C’è l’indicazione illuminata a non fare uso di stupefacenti mentre dall’altra parte c’è il via libera a coltivare in casa propria la droga necessaria al “fabbisogno”. Insomma l’incredulità aumenta a ogni piè sospinto di rinculi, un passo avanti e due indietro, all’occorrenza ce la caviamo con la solita frase usurata ma ben congegnata: non ci siamo accorti di niente, il nostro giardino è senza erbacce, non abbiamo mai visto nessuno spacciare. Eppure a ogni angolo di strada si spaccia, non è qualcosa di celato, di mimetizzato, è chiaro come il sole dove sta in vendita la roba, si fuma e ci si inebetisce di droga qui e là, senza problemi, se non quando l’overdose incoglie, il coma etilico entra a gamba tesa alle nove di mattina, oppure qualche incidente ci parla di umanità disintegrata da qualcosa che non è accettabile licenziare come una ragazzata. Incessante il dispendio di propaganda sui soliti mercanti di morte, da anni e anni, tutti andati a male, si sente parlare di questa assai poco reale casata, senza mai riuscire a debellarne la residenza. Di contro però poco si sente parlare dei tanti e bravi ragazzi che ogni giorno vanno alla loro ricerca. Chissà forse sarebbe buona cosa una volta per tutte investire in cultura e formazione, anche nella famiglia dove è fin troppo palese lo scollamento tra l’attenzione sensibile e il non sapere cosa fa tuo figlio. Affermare “ti voglio bene” contempla una grande responsabilità, perché significa esser presenti anche quando nostro figlio con noi non intende parlare.

Ma che bel Paese

Ma che bel Paese

di Vincenzo Andraous

Alla faccia del paese delle meraviglie, dei santi, poeti e navigatori, sui luoghi di lavoro si muore un giorno si e l’altro pure, sulle strade i corpi accatastati di uomini e donne senza vita non si contano più, così le donne prese a botte, accoltellate e ammazzate per delirio di onnipotenza ormai divenute incontabili,  overdose e coma etilici di giovani e meno giovani all’ordine del giorno, le carceri endemicamente sovraffollate, ma come niente fosse si passa il tempo a fare propaganda elettorale, a rinfacciare e accusare a questo e a quello, con l’intento neppure troppo celato di  giungere come ogni altra volta a una furbesca autoassoluzione. Mentre tutto ciò accade ci sono gli adolescenti come plotoni di esecuzione, i giovanissimi sono carte assorbenti, osservano e  imparano dal mondo adulto infantilizzato, dopodichè eccoci tutti pronti a parlare di bullismo ed eroi di cartone, furbi e codardia sospesa a mezz’aria, una dimensione di imbecillità con la patente a punti di bravi ragazzi, C’è davvero la sensazione urticante di un  presente dove scuola e famiglia appaiono prive di allenatori alla vita, perché dispersi dalla delegittimazione. In compenso c’è invece all’occorrenza un recinto dove incontrarsi per scontrarsi, in preparazione del botto finale da pagare al destino sempre in agguato. Le teorie si sprecano nei riguardi della trasgressione, della violenza giovanile, un dispendio inusitato di tautologie inconcludenti, per cui chi sta in cattedra ritiene di educare solamente gli altri, negando la necessità di doversi formare e rinnovare a un nuovo “sentire educativo “. C’è una società scollata e contrapposta, gli slogan arrembanti e la cartellonistica d’accatto  tentano di nascondere  un feroce disamore adulto, che permette fughe in avanti a quanti pensano di aggiustare la propria personalità inadeguata, con la prepotenza degli atteggiamenti omertosi, che mettono in “sicurezza “ i pochi “duri” dell’ultimo banco, mimetizzati dietro ai tanti in-consapevoli complici di molteplici vigliaccate.. Noi continuiamo a smanettare sui social, a fare i tuttologi, a origliare nei buchetti delle serrature, a sparare sulla croce rossa, in fin dei conti il tempo è quello che è,  meglio quindi la strada più breve degli autorevoli assolutori, ognuno indaffarato a delineare la soglia minima di attenzione, ciascuno a definire e licenziare come  bravate le future scivolate. Forse per arginare lo scempio, le tragedie, i feriti, gli scomparsi, non serve assumere quel falso interventismo di un momento, forse per rendere meno insopportabile il dolore e le sofferenze imposte agli innocenti occorre trovare il tempo per guardare negli occhi il male della trascuratezza, della indifferenza, non certamente ereditata dalle fatiche e dai sacrifici altrui.

Droga ricreativa

Droga ricreativa

di Vincenzo Andraous

Ci risiamo, è ripartito il convoglio dei ricchi premi e cotillon per il divertimento assicurato di giovanissimi e meno giovani, ma tutti insieme a sballarsi  appassionatamente. Non  costituirà più reato coltivare in minima quantità e per uso personale, la cannabis in casa propria. Questa pietra tombale erroneamente definita epocale è delle sezioni unite penali della Cassazione, il massimo organo della Corte. Così è stato deliberato, tra il bene e il male, il giusto e lo sbagliato, la farà franca nuovamente il detto-luogo comune: tranquillo popolo genitoriale-professorale, in fin dei conti sono solo ragazzate. Saranno solo poche piantine, poca roba per strafarsi comodamente in casa propria, il principio attivo passa in secondo piano, come il chi assume, perché sulla carta certamente saranno esclusi i minori dalla grande abbuffata, dopodichè quei giovanissimi saranno ospiti privilegiati di cortigiani furbacchioni e commensali delle grandi occasioni. Insomma nuovamente a pagare il dazio più pesante risulteranno i più giovani, proprio quelli che ipocritamente uno Stato dovrebbe maggiormente tutelare. Con tono roboante è stabilito che la salute pubblica non verrà inficiata, come collettività non pagheremo alcun che, se non gli inciampi, le cadute, le tragedie che ne scaturiranno, perché dietro questa apertura-ariete travestita di bene giuridico, c’è  la malattia, la sofferenza, infine anche le assenze che diverranno presenze costanti per chi alla propria coscienza non fa buona manutenzione. Insomma siamo il paese di un passo avanti e due indietro, del decido io, anche se non mi compete, in fin dei conti il legislatore è diventato poco più di un assente ingiustificato, ed anche se la scienza ci dice che è un suicidio autorizzare la roba, noi dobbiamo stare sereni, perché all’arrivo eventuale dei controlli, ogni cosa, ogni seme, ogni foglia, sarà al suo posto, come giusto e legale che sia, e se magari qualcosa di altro sarà fuori posto, sarà fuori quadro, addirittura mancherà all’appello, ah beh allora ce ne faremo una ragione, in fin dei conti è con questo metro di misura che anche la vita umana perde il suo valore. Siamo all’impatto e al ribaltamento di ogni principio fino a ieri sancito ed  erogato senza se e senza ma, come a voler significare che intuizione e creatività in ambito “ricreativo”adesso potranno esprimersi ai più alti livelli, sempre che l’artificio sia partorito in quantità abbordabili, in spazi del nucleo famigliare preferito o meglio apprezzato per il proprio divertimento. Ah dimenticavo, questa revolution giuridico sociale sarebbe l’antidoto per evitare  eventuali inserimenti nel mercato illegale degli stupefacenti, una difesa ben pensata per proteggere chi ne fa uso personale e non venderà né favorirà alcuno con la propria mercanzia. Mi chiedo se il rispetto sia ancora la prima forma d’amore tra gli esseri umani,  è importante dare risposta a questo quesito, perché in base all’interlocuzione, obbligatoriamente dovrà trasformarsi in una relazione educativa.  L’impressione è che questa nuova impostazione giuridico culturale sulle sostanze altro non sia che una ferita che mina profondamente il formarsi di una struttura psicologica tendenzialmente sana. Quando un adolescente si sentirà legittimato a farne uso ( anche rimanendone escluso per la minore età ma introdotto nelle quiete stanze dal gruppo dei pari e soprattutto dalle orde di adulti infantilizzati )  difficilmente potrà orientarsi verso la scelta consapevole che sta a libertà, e quindi nel rispetto per se stessi, per l’ambiente, per le cose, per gli altri. Non si può insegnare il valore del rispetto ferendo la dignità  altrui, perché avere dignità sottende la consapevolezza di ognuno e di ciascuno di valere qualcosa e soprattutto di non giungere mai a usare gli altri. Non si tratta di esprimere un’obiezione ideologica sulla droga, ma una opposizione basata sulla non accettazione che esistano droghe buone e droghe cattive, bensì esiste la droga e fa  male. Su questo solco invalicabile, la scelta di non andare a ingrossare le fila di una indifferenza sociale. Perché l’approccio alla salute pubblica ha un impatto positivo  recuperando buona parte dei giovani  e non certamente  affascinandoli con la roba non più agli angoli della strada ma addirittura dentro casa.

Natale un amore che non trema

Natale un amore che non trema

di Vincenzo Andraous

Sapranno queste feste natalizie indurci a “conoscere Gesù per riuscire veramente  a conoscere noi stessi?”.

Pensandoci bene potrebbe risultare un quesito da porre e fin’anche opporre in qualsiasi famiglia, scuola e società, senza per questo correre il rischio di incappare nel peccato di voler per forza dire qualcosa di nuovo.

Noi camminiamo la nostra vita, e come ha detto Papa Francesco, lo facciamo mettendo finalmente di lato il lievito vecchio, per esser infine pasta nuova, chi a testa bassa, chi con il viso in alto, ma con il coraggio del cambiamento, quel coraggio che non sta a irresponsabile sfida alle regole né alla morte, anche perché volenti o nolenti di dura cervice è sempre la morte a prendersi tutto il banco.

Quel coraggio che sta a chi ha cuore, per abbandonare la strada vecchia, i carichi inutili, i pesi superflui, la zavorra che ci tiene alla catena dei nostri  deliri di onnipotenza e deliri di commiserazione.

Siamo protesi allo scambio relazionale e delle idee, e, in forza di ciò prendiamo conoscenza e consapevolezza del carico e della somma che vestono questo Bambino, ecco perché nasce  in noi la voglia dell’interrogativo e della volontà di crescere insieme, dentro quella solidarietà che non è una parola in disuso, ma come ha ben detto Don Enzo fondatore della Comunità Casa del Giovane significa consegnare a ciascuno quel che ha bisogno, a ognuno ciò che gli compete, ed io aggiungo fin’anche il diritto di vivere e non più soltanto di sopravvivere.

Nel suono di questo messaggio si esplicita fortezza e credibilità sufficiente per frapporsi alle etichette e agli stereotipi fuori dall’uscio di ogni dimora così bene aperta alla critica eppure resistente alla partecipazione fattiva del miglioramento, perché ciò ci costringe a essere  tutti coinvolti, nessuno escluso.

Ci costringe a fare ricorso alle nostre energie interiori per pensare a quel Bimbo non come a un emarginato, a qualcuno  da mettere di lato ogni qual volta la vergogna ci fa nascondere dalla realtà preferendo il virtuale più comodo.

 “Vedere il Bambino Gesù” è  gioia di tutti,  non è un  fardello da  scaricare sulle generazioni del presente, quali unici ostacoli fragili delle mercificazioni, di quei “modelli” che favoriscono proiezioni infantili e aspettative fasulle.

Questo Natale è movimento per aprire al nuovo, quel respiro dentro la culla sta a pro-mozione verso qualcuno-altro, promuovendo il suo sviluppo, e la preghiera che dobbiamo alzare dovrà metterci di fronte a un senso profondo di corresponsabilità, disponibilità, solidarietà che ha il compito di limitare il disagio, il malessere di quest’epoca frammentata e dilacerata, questo malessere ospitato disabitando  la nostra stessa fede.

Dunque come orientarci e sentirci vicini a quel Bambino?

Domande che incalzano incessantemente ognuno nella propria azione morale, infatti noi  non siamo pietre rotolanti ai piè di chissà quale rupe, allora, perché il Santo Natale abbia un accesso  davvero leale, occorre stare in relazione con noi stessi per sentirci  impegnati ad agire, nella maniera e nella misura che ci consentiamo.

Il Bimbo nasce per aiutarci con l’amore a fare scelte coraggiose, importanti, per rendere gli uomini  liberi come ci ricorda ogni giorno don Enzo : “liberare la propria libertà”.

Ecco perché è importante la domanda-affermativa: “vediamo il Bambino Gesù”,  essa è insegnamento a pregare e sperare con responsabilità, in quanto scelta e responsabilità formano la più alta delle libertà.

La libertà di credere in Gesù.

Il rispetto prima forma educativa

Il rispetto prima forma educativa

di Vincenzo Andraous

La politica è un punto dolente per sua esplicita ammissione, gli uomini al vertice, quelli a metà, gli altri alla base della piramide, sono a disagio nell’agire comune per programmare minimi obiettivi, per cui diventa miraggio la pratica condivisa nell’impegno di una buona vita, molto meglio stare in ordine sparso, in attesa, pronti al balzo.

Un microcosmo di gestualità portate di taglio per fare più male, di parole lanciate come fossero cluster bomb per esser certi di conseguire il danno importante.

Atteggiamenti che diventano comportamenti quotidiani violenti, per esser primi, per rimanere con i primi, poco conta a quale prezzo stare a galla: persino il conflitto che diviene notte tempo violenza, la stessa droga una sostanza non del tutto malaccio, il valore della persona non più bene primario.

I giovanissimi, gli adolescenti, non parlano e così  non danno possibilità di parlare, sono lì a osservare, sono carta assorbente per non tralasciare niente di questa dinamica sgangherata del vociare, prendere a botte, gridare aiuto inascoltati.

Il tradimento culturale sta nel ribaltare lo stato delle cose, nel cambiare i connotati alla realtà, così i più giovani già per metà professionisti di domani, diventano armi contundenti di un pezzo di futuro che non è mai possibile ipotecare.

Una sorta di democratico rinculare nei simboli tribali, soprassedendo alle sacralità ridotte a comparsate maleodoranti, nel belare vittimistico  l’equilibrio delle rendicontazioni, tra il giusto avuto e il maltolto, la dignità di un rifiuto e la vergogna di un accordo comprato.

In questo botto a perdere del consumo della notizia, dello smercio informatico, della comunicazione istantanea sguaiata, c’è il rischio di interpretare il rumore di sottofondo come un ritmo incalzante, il movimento ondivago di una crociera della mente, dentro il paradosso di un benessere  apparentemente diffuso, perché portatore di sprechi incredibili: benessere non certo nei valori raggiunti e condivisi, piuttosto per traguardo economico da aggredire e acquisire.

Tutto ciò incide sulle personalità in costruzione? Su quelle più fragili? Sulle altre  cosiddette formate?  Forse è sufficiente osservare dove gli sguardi non sono di persone realizzate, ma di una umanità ripetutamente vinta.

Per essere portatori di una libertà che educa occorre arrischiare un passo indietro rispetto a ciò che ferocemente attualizziamo, perdendo di vista la sostanza delle cose, l’analisi, gli interventi da azionare senza ulteriori rimandi.

Un passo indietro dall’assuefazione a giudicare chi sta al passo e chi no, chi vince e chi perde, chi starà ai piani alti e chi invece nei sottoscala.

Forse c’è ancora tempo per procedere sul terreno delle nuove relazioni, nella coerenza generosa della libertà, scegliendo di non rimanere prigionieri delle stive colme di dobloni d’oro, del piccolo schermo eroe in tuta mimetica, chissà se c’è ancora spazio sufficiente per credere in qualcosa di autentico, non mercificabile, un valore che dia ancora senso alle persone, alle cose, persino alle Istituzioni: il rispetto come prima forma educativa dell’umanità.

I traditori e gli indifferenti

I traditori e gli indifferenti

di Vincenzo Andraous

A detta di molti affermati studiosi la guerra non riesce a piegarsi a nessuno scopo sociale condivisibile, eppure è guerra in ogni dove, in ogni quando, in ogni più sparuta regione del mondo. Sotto l’egida della pace, della fratellanza, dell’ingerenza umanitaria, oppure della intermediazione militare, c’è un dispendio forsennato di scarponi chiodati e pallottole per controfirmare le ragioni del contendere, per imporre accerchiamenti e trappole mortali. In queste ore tocca al popolo Kurdo morire falcidiato a causa dei tradimenti e interessi incrociati dei padroni del mondo che praticano barando spudoratamente l’arte della guerra. C’è chi avanza a testa bassa e chi arretra nel sangue della disperazione, personalmente non riesco neppure a sbalordirmi sulla giustizia e necessità di combattere questo o quell’altro tiranno, neanche sono interessato a fare del pacifismo a buon mercato, preferisco chiamare per nome le canaglie, i traditori, gli assassini impuniti e orgogliosamente impettiti con le alabarde spianate. Ho poca parentela con quanti dapprima annuiscono in favore di chi per troppo tempo ha subito angherie ingiustamente ma subito dopo per un accordo neppure troppo celato, usano ferocemente l’indifferenza per fare man bassa di deliri di onnipotenza e in via subordinata di deliri di commiserazione, chiaramente per non pagare dazio. La guerra è guerra e fa sempre schifo, di più se è il risultato di accordi sottobanco. Però di fronte a immagini ripetutamente mandate in onda di bambini con gli occhi sbarrati dal terrore, di bambine con il viso insanguinato, bimbi con le dita fatte a pezzi, con le gambe mancanti, con i vestitini inzuppati di sangue rattrappito, come è possibile rimanere imperturbabili, convinti di essere nella ragione, come è possibile non avere vergogna, non provare vergogna, non rimanere schiacciati dalla propria vergogna. Chi pensa di essere al di sopra delle parti, come chi ritiene di esser il potente intoccabile di turno, occorre costringerlo alla vergogna come compagna di viaggio, c’è necessità che il dolore e la sofferenza di questi innocenti non vengano subdolamente ribaltati dentro la narrazione in un anfratto remoto, in un angolo dove non è più possibile vedere niente. Penso che fino a quando non si comprenderà che l’ingiustizia perpetrata su un innocente per giunta un bambino, è qualcosa di indicibilmente inaccettabile, rimarranno le lacrime di coccodrillo a fare la differenza, a timbrare il passaporto a una inumanità bellamente riconosciuta come un inevitabile evento critico. Una riprova questa del potere della morte, le immagini di quegli incolpevoli divorati dalla miserabilità di quel potere, diventeranno messaggi cifrati, così artatamente contraffatti da non risultare più chiari né leggibili per tentare di rielaborarli. Quando il sentimento dell’amore è segregato, sei ancorato a una stanchezza che ti fa sentire perduto, hai in comune con il tuo simile solo un dolore sordo, che evita di guardare all’indietro né di pensare al domani, così facendo è un’impresa ardua perfino provare vergogna. Per tentare di cambiare questo stato delle cose sottosopra occorre una condizione: il diritto alla vita e alla tutela di ogni bimbo, di ogni innocente, passa attraverso un’azione collettiva, dove nessuno può chiamarsi fuori. Forse.

Droga e silenzi assordanti

Droga e silenzi assordanti

di Vincenzo Andraous

Chissà mai perché sul problema delle dipendenze, dell’assunzione di droga, c’è sempre a fare da voltagabbana la disinformazione, la politica d’accatto, come se fosse un disagio sociale del tutto periferico, appartenente ai soliti giovanissimi, invece che ai volti nuovi e alle conseguenti carni zigrinate dagli inciampi, dalle droghe tutte, dagli abbandoni seguiti a catena. C’è che la droga non conosce intoppi o rimandi, è sempre lì a ogni angolo di strada, sottocasa, proprio dove ti aspetti di trovarla.  

Viene da pensare agli abiti vecchi e al tempo che ogni cosa riporterà al suo posto, ma io che di tempo ne ho avuto tanto, a ben pensare non so ancora bene cos’è, figuriamoci se posso spiegarlo ad un giovanissimo che del tempo a venire non sa che farsene.

Mi rendo conto che nel tentativo di “tirare fuori”, di costruire e crescere insieme, non può resistere all’usura del tempo chi parte per “questa avventura” con un bagaglio di certezze inossidabili, di regole intransigenti, di binari singoli.

E’difficile sapere, conoscere e agire, quando un giovane se ne sta impettito, a muso duro, felice di avere scelto il vicolo cieco, è davvero difficile spiegargli quanto è doloroso, POI, il resto che se ne ricava.

Sulla droga prevenire con progetti condivisi e realizzabili rimane spesso una intuizione che soccombe alle pressioni economiche-politiche: reprimere costa meno che prevenire, ma il risultato è l’accettazione dell’esclusione, del “sei fuori dal gioco e ci rimani “.

Quando sento di un ragazzo o di una persona adulta che soccombono, che si uccide di eroina, o peggio che uccide gli altri, gli innocenti, perchè sballato guida o pensa di essere diventato invincibile, mi chiedo quale può essere il metro di misura da usare con chi è lacerato dentro, se poi questa vista prospettica richiesta è annebbiata dalla roba.

L’impressione che si ricava nel camminare insieme alle tante lentezze e devastazioni interiori, è che non solo è difficile ben operare a causa della marea di disagio dilagante, ma lo è anche soprattutto per l’avanzare di nuove forme di malessere, che non hanno più l’etichetta protestataria di un tempo. Malessere che si insinua più facilmente in chi non ha strutture mentali formate, in chi nell’evoluzione intellettuale ha ceduto sotto il peso di una libertà inconsciamente percepita come una prostituta, per l’incapacità ad onorare reciprocamente le proprie responsabilità. La droga è un disagio che intacca aree di vita in maniera sempre più esponenziale, ogni volta che un adolescente inceppa il potente meccanismo sociale, c’è qualcuno che innalza bandiere “giustificanti”, con qualche artificio clownesco portiamo in scena la rappresentazione sulla vita, poco importa se virtuale, su come viverla al meglio, infine, come sopravviverle quando non è di nostro gradimento.

Nel frattempo si ripetono accadimenti tragici, che non posseggono alcuna attrattiva se non quella di seminare indifferenza per chi è piegato in due dalle proprie fragilità e dalle proprie rese. Giovani alla spicciolata, uno sparo diritto a ogni banale conformità, a ogni inconfessabile obbedienza, che pesa come un macigno, insopportabile da trascinare appresso. Sulla droga sappiamo tutto, oppure per non pagare dazio non sappiamo niente, nonostante ciò si muore nel rumore e nel silenzio, in modo consapevole e più impertinente verso la vita trasformata in una danza inarrestabile in onore della sordità, del rigetto, del disamore. Si muore muovendo il corpo, ma non vedendo, non sentendo, non capendo più che c’è anche domani, si muore in gruppo, dentro il recinto, fuori da ogni reale condivisione, senza la pietà della compassione, privati di una mano amica a sorreggerti, accompagnarti, accoglierti. Mentre qualcuno si affanna a rimarcare che non tutta la droga fa male, che c’è quella buona e quell’altra cattiva, intorno ci sono quelli che allora provano per curiosità, per passioni incrociate che hanno l’esigenza di incontrarsi, di conoscersi, come fa la musica, alfabeto e vocabolario per riuscire a parlare tra irrequieti che in fondo non sono affatto. Forse occorrerebbe avere più attenzione sulle parole d’ordine, sulle immagini, che vorrebbero possedere carisma sufficiente per un pensiero di socialità, di unità e libertà. Forse è necessario usare le parole con un linguaggio che non fa curve inesistenti, dichiarando che l’alcol, la droga, qualche lama di coltello, non possono apparire come una periferia ambulante ove ognuno nel fine settimana può ritornare a “essere” qualcosa di non meglio definito. Continuo a pensare che siamo arrivati a un punto in cui c’è bisogno di una rinascita sociale di relazioni intelligenti, non perchè elitarie, ma perché sane e equilibrate, mai affidate a comportamenti che sbaragliano letteralmente la possibilità di continuare a crescere e migliorare insieme.  La droga c’è, forse il mondo adulto è scomparso.

Emergenza genitoriale

Emergenza genitoriale

di Vincenzo Andraous

Due bambini fracassati, due creature fatte a pezzi, due innocenti estinti per inadeguatezza umana, per imbecillità dis-umana, per immaturità genitoriale profondamente colpevole. Alla guida della propria auto completamente in balia della sorte, della sfida alla morte che sempre è destinata a vincere. Una mano sullo sterzo, l’altra a farsi un selfie, meglio, una bella diretta su facebook, con il piede martello ben calcato sull’acceleratore. Ma non basta, non è sufficiente la disarticolazione cerebrale dell’essere umano, a fare da regina incontrastata della propria devastazione psico-fisica, ecco allora anche la polvere bianca pippata senza troppi problemi di coscienza. Adesso non c’è niente e nessuno a sbarrare la strada, nessun ostacolo, nessuna curva, intersezione, niente e nessuno a poter fermare il missile che taglia a metà la città, la periferia, le strade sconosciute. Niente e nessuno a fermare quella corsa impossibile, il missile è diventato un bisturi che divide in due la ragione, la vita, quella degli altri, dei soliti innocenti. Non resta più niente e nessuno a fare da ponte, da percorso al centro, per non rimanere inerti rasenti ai muri. Ci saranno le solite voci grosse, gli aggettivi ricercati, i sostantivi di pressione, per rimarcare la gravità della tragedia, ora verrà il tempo del pugno duro per chi non rispetta le regole, per chi non rispetta gli altri oltre che se stesso. C’è necessità di fare tabula rasa anche dei cattivi esempi travestiti da miti, l’obice è puntato dritto su quanti pensano di poter fare e disfare a proprio piacimento pur di non sottostare a norme e regole largamente condivise. Però qualcosa non quadra, qualcosa è fuori dalle metrature appena elencate, qualcosa manca all’appello, sì, qualcosa è incredibilmente assente nella discussione da poco messa in atto a furor di slogan. Perchè quei due bambini sono stati ammazzati dal delirio di onnipotenza del proprio padre, non dal pirata stradale di turno, dal solito ubriaco irresponsabile alla guida, da qualcuno che disconosce la responsabilità paterna, da qualcuno che di educativo ha soltanto il proprio inciampo. No, quei due bambini sono stati eliminati dal loro stesso sangue, da chi era deputato alla protezione e cura amorevole. Da chi di rispettoso, dignitoso, autorevole non ha proprio un bel niente, neppure puo’ meritare la più scalcinata delle attenuanti, figuriamoci giustificazioni. Inutile fare chiacchiere da salotto, ricercare directory e sottodirectory esistenzialistiche per tentare di dare una spiegazione, occorre prendere atto di quanto coloro che dovrebbero essere veri e propri esempi siano invece i veri colpevoli, gli imputati da sbattere con le spalle al muro, coloro che sempre più spesso sono i veri assenti alla sbarra. Gli adulti.

Droga come vetro refrattario alla luce

Droga come vetro refrattario alla luce

di Vincenzo Andraous

Un ragazzino mi ha detto: io c’ero per intero in quel buco nero profondo, fino a esser diventato un pezzo di vetro trasparente, refrattario alla luce, tra le macerie sotto i miei piedi.

Sono parole dette da un ragazzo che fortunatamente ha avuto la forza di chiedere aiuto,  il coraggio maturo di alzare la mano per tentare di rialzarsi nella Comunità Casa del Giovane.

Da molti mesi rimbombano nelle orecchie autocelebrazioni e autoreferenzialità, pilotate da ideologie cadute in disuso, tarlate dalle storie personali di tanti uomini devastati ed a  volte “terminati” dalle sostanze.

Con questa idea della droga ricreativa, della droga buona e quella cattiva, si fa strada il messaggio che la droga sia un bene di consumo normale, a tal punto da pensare che assumere stupefacenti sia un passatempo accettabile, tutto all’interno di un’accezione diventata normalità.

Accapigliarsi tra  un incompreso uso e abuso ed una  ipotetica  riduzione del danno, serve solamente a tentare di spostare l’asse di un coordinamento sociale in fibrillazione, dimenticando che a mezzo ci stanno le persone,  i vissuti devastati e devastanti di uomini piegati, di adolescenti piagati, peggio scomparsi.

Pezzi di vita immatura ammucchiata addosso a giovanissimi inconsapevoli del cappio al collo, costruito da una diseducazione che è prettamente genitoriale, professorale, a tal punto da divenire cultura della fatica non eccessiva, della responsabilità che è sempre altrui, del male minore, sempre che ciò accada un passo, meglio due, più in là della nostra dimora illusoriamente intoccabile.

Non esistono altisonanti carichi scientifici, titoli, e ruoli ben definiti, che possono allontanare dalla consueta morte che attende alla curva dei rischi estremi, non esiste un Dio altro, altero e severo, che può elargire comandi salvifici, non ci possono essere davvero titubanze, su questo argomento, perché davvero non sopravvive alcuna speculazione filosofica.

Non è possibile entrare in una scuola e leggere negli sguardi dei ragazzi l’inquietudine della colpa, anestetizzata dallo scampato pericolo, perché stamattina il coma etilico è toccato a un altro.

Non è possibile incontrare quel giovane in una comunità, ridotto a un ammasso di niente, sotto vuoto spinto, e con la pazienza della speranza accoglierlo, accompagnarlo, in un percorso di ricostruzione e di riconciliazione, ciò attraverso l’esperienza dei fallimenti non certamente delle parole dette in fretta per non dire niente.

A una Giustizia giusta non appartiene la sanzione punitiva nei riguardi di una tossicodipendenza che annienta dignità e capacità di amare, aiutare non può significare  incarcerare né mutilare ulteriormente la personalità più fragile.

Chi scrive non è maestro di niente, neppure possiede grandi consigli da donare, o intuizioni geniali per arginare questo sgretolamento sociale, di certo però non riesco a pensare a una droga compatibile, o collettivamente tollerabile,  forse è necessario più semplicemente non tacere, non avere timori ad andare controtendenza, impattando senza indugio le icone della trasgressione, in forza delle tragedie che ci portiamo addosso, memoria indelebile per smetterla di sparare alle spalle dei più giovani.

Bambini innocenti e adulti colpevoli

Bambini innocenti e adulti colpevoli

di Vincenzo Andraous

Fino a qualche tempo fa il tamburo battente sulle pagine dei giornali, le drammatiche sequenze televisive, marcavano stretto il territorio annientato delle donne maltrattate, ferite, uccise, dagli uomini costantemente divorati dal delirio di onnipotenza, di possesso. Ultimamente sta prendendo piega un’altra devastazione dis-umana, una follia lucida, una piaga che incancrenisce la ragione, un disagio che altera la propria consapevolezza di essere umano, al punto da perdere contatto con la propria dimensione-ruolo di madre, di padre. Ci sta attraversando un tempo dove le ore sono scandite dalla miserabilità in-umana, dalla inaccettabilità di comportamenti annichilenti, è un tempo in cui ci stanno andando di mezzo i bambini, i più piccoli e indifesi, quelli che mai e poi mai dovrebbero essere anche solo sfiorati con un dito. Bimbi martoriati, picchiati, uccisi, bambini non più amati, venerati, protetti, soltanto rifiutati e oltraggiati, traditi da chi li ha messi al mondo, da chi riponevano piena fiducia, da chi avrebbe dovuto difenderli a costo della propria vita. Bimbi di due, tre anni, malmenati fino a spezzar loro le piccole ossa, condotti al pronto soccorso e poi nuovamente a casa, all’inferno dei maltrattamenti, delle umiliazioni, delle sofferenze e delle tragedie che incombono. Ma come è possibile rimandare al mittente  un bambino percosso brutalmente, quando i genitori mentono spudoratamente, quando le ferite non sono il risultato di una caduta, ma sono la sintesi di un rifiuto. Come è possibile che il mondo adulto, parentale, amicale, volga lo sguardo da un’altra parte, faccia finta di non sapere, di non conoscere, di esser all’oscuro di tanta infamia? Come è possibile fare gli omertosi in una situazione simile, come è possibile?  Si tace per la paura di eventuali ritorsioni, per il quieto vivere innanzitutto? Anche di fronte alla vergogna di un bimbo con gli occhi spalancati dal terrore e dal dolore? La paura si vince con l’indignazione, con il bisogno profondo di consentire giustizia a chi non vede riconosciuti i propri diritti fondamentali, un bimbo ha diritto di vivere più di chiunque altro, non certamente di silenzi colpevoli. Qualcuno si ostina a ripetere che fare, essere, diventare genitori, è un mestiere davvero difficile, complicato, complesso, forse è necessario approfondire questa tragedia dell’innocenza violata, non solamente con l’uso delle parole, ma con la consapevelozza dell’umanità di ognuno e di ciascuno che non può e non deve rimanere prostrata alla violenza più irraccontabile.