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Donne speciali

Donne speciali

di Vincenzo Andraous

Festa di compleanno di mia figlia Marinella, felicità e tenerezza alle stelle, tanti suoi amichetti a sgambettare qui e là, tanti miei amici a sorridere della vita bella.

Festa davvero del cuore, una giornata da ricordare. Si da ricordare veramente.

Stiamo per fare ritorno a casa, il mio amico in moto davanti a me, a seguire la mia macchina con sopra mia figlia piccolina, la festeggiata, poco più indietro l’altra mia figlia grande e parenti sopra la sua auto.

Sulla via centrale del paese, andatura da maratona, a esagerare 30-40 all’ora.

Improvvisamente, sequenze da moviola, vedo una moto imbizzarrirsi, inerpicarsi nel vuoto, piegare di lato, e rimanere lì, ribaltata su un fianco, poco più in là, il mio amico disteso anch’egli ma scomposto. Immobile.

Mi volto verso la mia compagna e chiedo se ha visto anche lei quello che ho visto io. Inchiodo, scendo dalla macchina e mi precipito verso quel corpo che sembra addormentato.

Chiamo l’ambulanza e urlo a tutti i curiosi intorno di non toccarlo, di farsi da parte.

Disperato, sono disperato, tutto sembra cozzare con le certezze andate a farsi benedire, come se il Signore avesse deciso di tacere, di non farsi avanti.

A rompere ogni indugio, in veloce sequenza arrivano tre donne, che fermano la propria auto ed i propri impegni per correre in soccorso di chi è a terra esanime.

Tre donne con attributi ben più che maschili, tre donne di quelle vere, tre rianimatrici, prendono in mano la situazione in maniera non soltanto professionale, ma di chi ha nelle mani gli strumenti necessari per salvare chicchessia.

Il mio amico respira lentamente, in maniera impercettibile, poi il mare, il cielo svaniscono, tutto rimane fermo come le onde di un lago. Il mio amico non respira più.

I tre angeli ora sono leonesse, a turno fanno tutto quello che io non avrei mai pensato potesse esser fatto, instancabili, metodiche, precise, intubano, pompano il cuore arrestato, non si fermano, non danno resa, continuano senza un attimo di incertezza, come a volere dire a quel cuore di ricominciare a pulsare, perché non gli avrebbero consegnato alcuna tregua.

Minuti furiosi, le mani imperterrite massaggiano fortemente quel muscolo, sono mani che raccontano come la preghiera a volte non è soltanto una intercessione per qualcuno, ma una vera e propria irruzione dell’anima, un passo in avanti, in mezzo, là, dove infuria la tempesta.

Il mio amico ricomincia a respirare, arriva l’ambulanza, le tre guerriere, lo barellano, anch’io do una mano ad alzarlo da terra, a spingerlo sulla autolettiga.

Il Signore sembra tacere?

No, il nostro grande amico dei piani alti, è stato proprio lì, vicino a noi tutti, negli occhi di quelle tre donne che sanno di esempio che non muore, esempio che non retrocede, esempio che è amore. Dio è stato lì, senza tentennamenti in quelle donne magnifiche e speciali.

Il mio amico adesso è all’ospedale nelle mani di altri angeli.

Ma quelle tre grandi donne sono certo continueranno a non mollarlo per un solo istante.

Willy

Willy

di Vincenzo Andraous

Colpo dopo colpo,  con i pugni, i calci, le ginocchia.

Le nocche infrante sugli zigomi, la testa, lo stomaco, finchè a terra rimane un cencio scomposto, imbrattato di sangue, con gli occhi rovesciati.

Non c’è tempo per ricomporre nulla, anzi, ancora botte, calci e scaracchi, e ancora, ancora, ancora, non rimane alcunché, neppure l’ultima volontà di una compassione.

Anch’essa  frantumata dalla violenza bieca, perché priva di un qualsiasi scopo, utilità, una violenza inutile.

Gli assassini dicono siano combattenti di MMA, un mix di arti marziali, se così fosse sarebbero doppiamente colpevoli, doppiamente imbecilli, doppiamente inutili come la loro violenza nei riguardi di una persona mite, buona, innocente.

Perché lo sport non è mai veicolo di violenza, anche gli sport estremi come MMA sono combattimenti improntati al rispetto dell’avversario, delle regole, della vita umana.

Togliere la vita a un giovanissimo in questa maniera vile e in-umana sottende l’aver perduto domicilio con qualsiasi diritto civile, con qualsivoglia diritto di cittadinanza.

Fare del male fino a ammazzare, rapinare la vita,  rubare l’ultimo respiro, a una persona innocente, incapace di usare la più lontana maleducazione, significa avere perduto consapevolezza e prossimità con valori fondanti come la dignità, libertà, solidarietà.

Addirittura indicare chi non c’è più come una persona di colore quindi inferiore, spiega bene, inequivocabilmente, senza ombra di dubbio, a che punto siamo arrivati come società, dentro una collettività di presenze fuori luogo, fuori posto, inadeguate al punto che per esser presenti e apparire per ciò che invece non siamo, c’è bisogno di suddividere il mondo in menomati perché diversi e differenti, e per inverso normali in quanto elettivamente preparati al colpo duro e poco importa se inferto alle spalle, armati con il bazooka della vigliaccheria più disarmante.

La cultura del bicipite a discapito delle emozioni e sentimenti dell’amore, una violenza così diffusa e frequente da fare impallidire il più capace educatore.

Il cinismo di questa efferata violenza sta a significare che oramai siamo talmente abituati alla sopraffazione del più debole che non riusciamo neppure più a indignarci, figurarci a intervenire per  porre fine a questo massacro.

L’indifferenza che alberga nei gesti quotidiani mina alle fondamenta l’importanza dello stare insieme, del rispetto di ognuno e di ciascuno, tant’è che non è più sostenibile additare le periferie, i ghetti cittadini, come promotori della cultura della violenza.

E’ la nostra società, noi, perché la società siamo noi, persone e non numeri ben allineati,  a dover fare i conti nuovamente con quella sfida educativa troppo presto messa da parte, forse perché  troppo impegnativa.

L’indifferenza più feroce

L’indifferenza più feroce

di Vincenzo Andraous

La donna avvolta dalle fiamme grida, si contorce, brucia, rimane lì, tra i sussulti del corpo morente e l’indifferenza all’intorno più insidiosa del male stesso che ha indotto quella donna a farla finita.

Quel fagotto in fiamme non induce alla pietà figuriamoci all’attenzione, non scatena l’azione immediata per liberarla dalle fiamme.

No, quell’essere umano arreso e inginocchiato alla propria deriva, non suscita compassione, ma fascinazione del male, chi osserva rimane in seconda fila, mimetizzato dalla propria in-umanità.

Quella morte sta già a  tragedia che dovrebbe coinvolgere ognuno e ciascuno, invece oltre all’inaccettabilità  vile di chi non corre ad aiutare, a tentare di salvare una persona seriamente in difficoltà, s’aggiunge l’umiliazione e la freddezza del distacco per quanto sta accadendo sotto il proprio naso, ma stavolta non è replicanza del solito non vogliamo proprio vedere, stavolta è assai peggio, vogliamo assistere allo spettacolo, non intendiamo rischiare di perderci il più miserevole dei fotogrammi, quindi ecco i telefonini subito piazzati per ricercare  super inquadrature a doppia mandata.

Non so a voi che effetto provoca leggere questo tipo di accadimenti, perché sul serio non lascia soltanto esterrefatti, non è sufficiente fare spallucce, cambiare direzione alla nostra coscienza, a creare una torsione dolorosa c’è il colpo allo stomaco, al basso della colonna vertebrale, come uno schianto della ragione che provoca lacerazioni sanguinanti.

La donna brucia, un passante in auto rompe l’anello dell’omertosa indifferenza, si fa avanti, tenta l’impossibile, spegne le fiamme, aspetta un respiro che non ci sarà. La donna è morta, troppo tardi.

Alle sue spalle, poco più in là, la platea degli scrutatori a distanza continua a riprendere con il cellulare, morbosamente, registra il video e lo salva nella propria messaggistica istantanea, così ci sarà materiale da scambiarsi per passare qualche momento di relax in questa torrida estate. 

Qualcuno mi insegna che esser indifferenti è un comportamento dei più aggressivi e dolorosi che si possano assumere, ciò significa che mettiamo in soffitta ogni nostro sentimento verso qualcuno, al punto che per noi quel qualcuno neppure esiste più.

Forse siamo diventati per davvero un paese di leoni da tastiera, coraggiosi e sempre pronti a giustiziare chi sbaglia, chi commette errori, chi va in galera, chi trasgredisce le regole, chi ruba e chi fa il furbo, siamo in prima linea non c’è dubbio sul versante dei giudizi inappellabili, è senz’altro così, non ho il minimo dubbio quando si tratta degli altri e mai di noi stessi.

Non c’è più tempo

Non c’è più tempo

di Vincenzo Andraous 

Ho incontrato un ragazzo che non vedevo da qualche anno, sono rimasto di sasso, la roccia che era l’avevo di fronte franata, sgretolata.

Di quel palestrato naturale grazie a mamma sua, rimaneva l’altezza fisica, il resto una fotografia impolverata, immagine opaca di momenti andati. Il viso emaciato, occhi spenti, le parole lente, difficilmente comprensibili.

Nei pochi minuti trascorsi mi racconta delle cadute a curva dritta, delle risalite a metà, gli abbandoni della scuola e della famiglia, le denunce per reati da pochi cents, la galera fatta male, poi l’impatto devastante con la roba, la droga tutti i giorni, quella grigia, quella bianca, quella senza più colori né emozione di paura e di vergogna.

Mentre mi parla il suo dolore perde residenza, timbro sul passaporto, rimane carta straccia, mi accorgo che forse dobbiamo cambiare tutti perché davvero non abbiamo fatto abbastanza sul versante del disagio e della fragilità dei più giovani, dei giovani adulti, quelli che diamo ripetutamente per scontati, invece non lo sono per niente.

Mi parla di assenze e di deserti ravvicinati, parla in automatico, senza il coraggio necessario per chiedere aiuto, di alzare la mano, di farsi avanti alle parole tutte uguali, non fa un passo di lato per domandare un passaggio fin dall’altra parte della strada, per cambiare direzione, se ne sta schiacciato sul piedistallo, come a volere denigrare la sorte, ciò che gli sta attorno, soprattutto gli altri, sempre quegli altri a fare danni, a causare sofferenze, a rendere problematico il niente.

Le sue dita rimangono avvinte alle altre, si sforza a fare arringa, difesa, non s’accorge che il problema non sono come al solito gli altri, più semplicemente il problema siamo noi.

Lo ascolto, e penso convintamene che scaricare le responsabilità sulla famiglia è un vicolo cieco che non consente uscite di emergenza, forse ciò che è urgente è smetterla di raccontarci balle grandi come una casa, licenziando le tante e troppe rese, le morti per overdose da eroina, affermando che oggi non è più ieri, che lo zoo di Berlino nel frattempo se n’è andato in pensione.

È necessario veramente intervenire senza se e senza ma dove la roba circola a prezzi stracciati, e ogni qual volta il mercato a cielo aperto si sposta di qualche isolato perché giustamente spintonato, intervenire ancora, ancora, ancora, finché gli spazi della miseria umana si riducano sempre più, altro che pensare non serva a nulla.

Viene da chiedermi se parliamo ancora dovutamente di dipendenza, di sostanze, di droga, soprattutto nelle scuole, ai più giovani, a quelli che non credono a niente finché non ci sbattono il grugno.

Ritengo necessario domandarci ad esempio se non abbiamo abbandonato la comunicazione diretta, l’informazione corretta, che derivano dai vissuti disperati e disperanti che abbiamo colpevolmente in eredità, da quanti sanno stendere la mano e stringere forte quella dell’altro piegato e piagato, non solamente le parole, ma attraverso i respiri di tante esistenze ritrovate.

Il ladrone e quell’urlo inarrestabile

Il ladrone e quell’urlo inarrestabile

di Vincenzo Andraous

In questo angolo di mondo martoriato, mi coglie impreparato la presenza del  volto, il tuo, caro Gesù.

In questi giorni ripetuti senza alcun rumore, questo spicchio di terra colpita alle spalle, diventata un taglio dove ferire i colori, la scia luminosa di un airone, nella tua bocca improvvisamente dischiusa.

Ho rammentato la tua preghiera ai potenti e la tua richiesta di una dignità ritrovata per chi l’aveva perduta.

Ora, in questo momento di morte e di vita, mi chiedo quanto tempo è scivolato addosso ai corpi, alle menti, quanti secoli nella frazione di uno sparo, sono rimbalzati negli sguardi colmi di speranza di uomini incatenati e uomini liberi?

Caro Gesù, a me sembra di vederti con gli occhi stanchi, oppressi non dalla stanchezza degli anni sulle spalle, ma dal disincanto delle parole ricevute senz’anima, dal permanere di una società piegata dall’ingiustizia, illegalità, prevaricazione di quanti ottusi e conclusi la fanno da padrone.

Finanche il  carcere sopravvive a stesso ferito nella sua drammaticità fallimentare, nella sua solitudine creata a misura, rimane lì, negli scaracchi e nelle dimenticanze, indietro, dove non esiste attenzione per le persone.

Caro Gesù sospeso a mezz’aria, con le braccia allargate, il volto reclinato, ti vedo così in questi giorni di “passaggio”, nell’indicibile indifferenza con cui al tuo futuro, al nostro, sono state estirpate virtù teologali quali la fede, la speranza, la carità, che però dovrebbero sostenere la vita umana, il cammino di uomini bianchi e neri, dei buoni e dei cattivi, di colpevoli e innocenti.

Eppure è in questo angolo dove non c’è più luce che i miei sogni hanno il sapore del domani, il perdono è una voce che insegue, non barcolla, cresce e s’avventa al dubbio, nei chiodi  della Croce.

Caro Gesù mi rendo conto di quanto queste parole siano sgangherate, ma ti voglio bene da dentro una cella che tu hai visitato, ti voglio bene fuori dal coro dove tu hai insegnato, ti voglio bene in mezzo ai tanti santi e sapienti che non sono dove tu hai difeso gli ultimi come me.

Caro Gesù, ti ricordo semplicemente come un Uomo che mi ha fatto diventare più grande, soprattutto per avermi consegnato la possibilità di essere un uomo migliore.

Il carcere delle parole

Il carcere delle parole

di Vincenzo Andraous

Stavo riflettendo sul carcere italiano, sul nostro paese, sulla nostra Costituzione, sulla tragicità di certi accadimenti, nella mente scolpita l’immagine di questo sub-mondo devastato, tanti morti ammazzati in pochi giorni. Rischio contagio e isolamento, cittadini detenuti denunciati a migliaia, questo silenzio irriverente che avvolge colpevoli e innocenti.

Si fa presto a fare diventare le parole ferro bruciato, acciaio contorto, parole che hanno il sapore del sangue e  dell’ira che sale.

Quando c’è il carcere di mezzo le parole si piegano agli spazi, alle virgole, ai punti in sospensione, non concedono pausa, solamente lo sconcerto della disperazione.

Tutto questo dentro uno spazio sovraffollato da chi è disperato al fondo, di chi non ha più speranza.

Le parole ancora sbattono sui cancelli blindati, fanno pressione, spingono in avanti, incrinano la voce, fanno male al cuore, parole che urlano e gridano, graffiano e lacerano, sono parole che accatastano le emozioni, le fanno rimbalzare, disperdere, finchè non rimane più niente.

Quale scopo, quale utilità, questo carcere, se non rispetta la dignità delle persone, non educa al rispetto di se stessi e  degli altri, se non contempla norme, leggi, costituzione,  a tutela di ognuno e di ciascuno, ma invece stabilisce priorità al valore delle cose, degli oggetti, soprattutto dei numeri.

C’è necessità di parole sottovoce, in punta di piedi, parole di una preghiera per lo più sconosciuta, ma ben allacciata in vita a chi cammina in ginocchio, parole che urtano e scostano l’indifferenza dall’abitudine al male, parole che fanno bene alle coscienze,  parole che consentono ai piedi di stare ben piantati alla terra, parole che  si fanno avanti e non lasciano scampo alle giustificazioni.

Mi sono chiesto non di che colore è quel male che tanto dolore ha recato, non di che dialetto è quel silenzio di spalle alla propria dignità umiliata, non di che angolo di umanità derelitta e sconfitta proviene tanta dimenticanza del giusto.

Quel che è accaduto mi ricorda altri tempi in cui nel tentativo di umanizzare un territorio inumanizzato si è fatto soltanto il gioco di chi il carcere lo voleva disumanizzato.

La violenza  è sempre un comportamento sbagliato, non porta frutti, soltanto dolore.

Ugualmente mi domando come è possibile pretendere speranza e ritorno alla vita dentro un luogo di morte.

La risposta sta nella paura di esser tacciati buonisti,  di perdere consensi, in fin dei conti di che stiamo parlando se non di materiali in eccesso.

Ancora parole che non vengono, che non vanno, che rimangono a metà della strada tra giustizia, legalità, umanità, ancora parole, questa volta non più banalità, ritornelli di un canzone vecchia come il mondo, almeno questa volta, Dio, questa volta, siano parole profetiche di un inno al rispetto e alla pratica delle leggi, come ha detto più volte qualcuno assai più autorevole di me: “un’esigenza fondamentale della vita sociale per promuovere il pieno sviluppo della persona umana e la costruzione del bene comune”.

COVID-19 e la frantumazione di ogni certezza

COVID-19 e la frantumazione di ogni certezza

di Vincenzo Andraous

Stare sul pezzo, non indietreggiare di un mm, ribadire STAI A CASA,  che scienza e coscienza non sono astrazioni, significa una volta tanto avere l’obbligo di ascoltare, di eseguire, infatti l’argomento non è solo ostico, ma talmente irriverente nelle sue improvvise assenze, che davvero occorre prendere posizioni poco ortodosse, affinché irresponsabilità e trappole ideologiche dei singoli passino per accettabili liturgie.

C’è necessità di ascoltare e seguire il carico scientifico che non mente, che non rimanda ad alcuna menzogna.  

STAI A CASA non è cartellonistica d’accatto, sottende linearità di comportamenti, anche là, dove le differenze esistono, ma  tutte sono compatibili con la salute e il rispetto della vita di chicchessia.

Se qualcuno non è d’accordo con questo atteggiamento parente stretto di un vero e proprio interesse collettivo, allora è il caso di domandarci senza se e senza ma in che mondo vivi tu, perché  io vorrei vivere in uno spazio dove non vado a ingrossare le fila di una indifferenza sociale che non miete qualche nocciolina ma spicchi interi di umanità.

Questa pandemia  non ha bisogno di  una morale che instilla sapere pre-confezionato, necessita  invece di strumenti adeguati e disciplina per meglio renderci conto del pericolo che ci viene addosso quotidianamente, non soltanto per ciò che si  intuisce ma più per quello che è.

Sovente additiamo i giovani come irresponsabili in questo momento così tragico, eppure dovremmo parlare di una adultità infantilizzata, perché siamo noi  con la nostra testa dura che formiamo una sorta di  sottosocietà dove spesso il ruolo non è riconosciuto, di conseguenza neppure il valore della persona, della vita umana.

Con il nostro comportamento e le nostre sordità di comodo, scaraventiamo  dentro la pancia della bestia la possibilità e l’urgenza di una non più rinviabile prevenzione preziosa: quella che consente di tutelare chi si sente immortale e chi invece più fragile e malato è candidato a soccombere.

Non  sarà  facile mettere pancia a terra questo male, ma insieme è possibile farcela.

Con i piedi avanti

Con i piedi avanti

di Vincenzo Andraous

Dovevo andare a parlare ai giovanissimi di un oratorio, a causa del corona virus non è stato possibile farlo, ho deciso di buttare giù due righe per non disperdere quanto mi ero prefissato di raccontargli. Il carcere non è quello dei polpettoni a stelle e strisce, neppure quello delle stanze per vip come vanno inventando alcuni uomini politici a giorni alterni. Il carcere c’è, esiste, non soltanto nelle play station, c’è in tutta la sua illegalità,  violenza, ingiustizia, ma ognuno preferisce non vedere, sapere, conoscere, tanto è una realtà che non sta nel mio Dna, una sorta di esorcizzazione affinché  non debba mai finirci dentro. Eppure posso garantire ai tanti saggi e santi che non sono, che in quelle sezioni sgangherate, in quei cubicoli maleodoranti, in quegli spazi inesistenti, vi ho incontrato cittadini detenuti di ogni ceto; medici, operai, forze dell’ordine, giudici, studenti, pensionati, furbetti al latte e assassini professionali, miserabili e accattoni, irresponsabili al color del vino. Insomma in galera non ci finisce unicamente il delinquente incallito, pure chi è convinto di esser diventato maledetto per vocazione, trascinandosi nel mare sommerso, galleggiando tra maschere e inganni. Finchè la prigione sarà percepita come un ricettacolo di impossibili riparazioni, non ci sarà da stupirsi per i sempre più frequenti suicidi che coinvolgono uomini e donne, colpevoli e fin’anche innocenti, perfino con la  divisa ancora addosso. Questo agglomerato sub-urbano non compete soltanto chi ha sbagliato, ma anche chi dovrebbe esser lì per mandato, per missione, per volontaria espressione umana, Un contenitore che tempra potenziali devianti, non serve a nessuno, peggio, non fa sicurezza, al contrario un carcere che funziona rende la societa’ più sicura, senza la necessità  di usare arbitrariamente parole destinate agli intestini. Si muore in carcere, là, dove qualcuno si ostina a dire che è possibile esser liberi nel proprio cuore, si muore con la gola strozzata, con le vene spezzate, con l’anima strappata. Muoiono giovani e meno giovani, nel silenzio di una cella, solitudinarizzati dall’indifferenza di quanti pensano che buttare via la chiave risolva tutti i problemi, dimenticando che una volta scontata la condanna, dal carcere si esce, proprio in quel preciso istante occorrerà domandarci cosa è legalmente ritornato in seno alla collettività. Sì, dalla galera si esce anche prima di avere scontato il dovuto, si esce con i piedi avanti, senza disturbare alcuno, nella disattenzione di chi pensa: meglio così. Sì, come ha detto qualcuno in malafede, in carcere non ci sono innocenti, non ci va nessuno, ma il sovraffollamento avanza feroce, dal carcere si esce subito, dentro c’è gente da 30 o quaranta anni. L’interpretazione creata a misura di tastiera, è che non ci sono persone detenute, ma cose, oggetti, numeri. Ecco a quei giovani volevo raccontare come il carcere non serve a scontare la propria pena con dignità, ma a seppellire speranze per diventare persone migliori, insieme, architetti di una società  migliore.

Droga e corruzione della menzogna

Droga e corruzione della menzogna

di Vincenzo Andraous

Sul tema delle dipendenze c’è un continuo ricambio di plotoni di esecuzione pronti a destabilizzare ogni cosa che di buono produce la ricerca, la scienza, la realtà che non è quella virtuale o delle inutili contrapposizioni ideologiche. Anche il solo discuterne appare come un tortuoso girone dantesco costellato di frasi fatte corrotte dalle menzogne, in cui ognuno porta a casa la propria montagna di vuoti a perdere. Eppure dietro a ogni ragazzo che cammina in ginocchio in una comunità di recupero c’è la corresponsabilità di tutti, nessuno escluso. Una corresponsabilità che per molti versi si abbevera nei recinti di una certa indifferenza sociale. Questo luogo comune non penalizza soltanto il ragazzo piegato di lato che non ce la fa a rialzarsi da solo, ma anche le famiglie, e benché non se ne parli mai a sufficienza riguarda pure le vittime, i loro parenti, quanti a causa del famigerato tanto lo fan tutti, sono ragazzi, o ragazzate autorizzate a passare inosservate. Questo procedere assomiglia tanto a una libertà intesa e percepita come una puttana, dunque ciò che produciamo con le nostre alzatine di spalle, è un agglomerato sub-urbano in cui mettere sottochiave la nostra irresponsabilità, ma pure gli eventuali dubbi, quella stessa pena sorda e cieca che nella sofferenza e il dolore vorrebbe assolvere l’ingiustizia, la violenza, l’illegalità dei comportamenti che si protraggono nel silenzio più omertoso. Adesso anche ministri, uomini di potere, autorevoli potentati del diritto, abiurano le politiche del minor danno, vorrebbero in carcere anche chi spaccia lievi quantità, dimenticando che ieri l’altro è passata una legge che autorizza chiunque ( non i minori ma a me già scappa da piangere)  a coltivarsi la roba in casa propria. Diviene davvero un dovere raccontare di quel confine, sì, sottile, ma irrinunciabile, che separa sempre la vita dalla sua morte, oppure di quanto è difficile essere uomini per saper scegliere, per saper credere negli altri, per farsi aiutare a diventare architetti di domani. Noi continuiamo a parlare di roba, di tossicodipendenza, mai di professori e genitori in disarmo, perché divenuti autorevoli assolutori, ognuno indaffarato a delineare la soglia minima di attenzione, ciascuno a definire bravate le future scivolate.  Vent’anni in comunità a svolgere il mio servizio mi hanno insegnato che non si può insegnare il valore del rispetto ferendo la dignità  altrui, ecco perchè ovunque incontro giovani, studenti, genitori, affermo con la consapevolezza dell’esperienza come somma di errori, che non esiste una  droga  buona e una cattiva, una droga che fa bene,  esiste la droga e fa male, a volte, e accade, non fa male soltanto a se stessi, ma agli altri, agli innocenti. Forse occorre  sviluppare una serie di interventi, incluso il lavoro di prevenzione, come le attività di utilità sociale, posso affermarlo con cognizione di causa, hanno dimostrato di avere un impatto positivo, recuperando buona parte dei giovani.

Il carcere analfabeta

Il carcere analfabeta

di Vincenzo Andraous

Siamo davvero alla frutta, per giunta, nella disattenzione e nell’indifferenza più colpevole. A tal punto da affermare che in carcere non ci sono innocenti, e se ci sono perche’ scandalizzarsi, in fin dei conti si tratta di  eventi critici del tutto sopportabili. Sul carcere i plotoni di esecuzione, pronti a destabilizzare qualsiasi innovazione stanno sempre in agguato, sempre addosso a chi non può reagire.
In galera ci si ammazza, si rimane di lato,  piegati contro i muri insanguinati, nel tentativo di colmare il vuoto all’intorno, nella mancanza di riferimenti certi, di valori condivisi, stritolati dall’emarginazione, dalla violenza, dall’illegalità. A chi pensa che in carcere non ci sono persone innocenti, occorre rammentare che invece può finirci chiunque, anche tuo figlio, tua madre, tuo padre, tua sorella, e dunque sarà meglio imparare ad avere rispetto delle persone, e non soltanto dei numeri, delle cose, degli oggetti disordinatamente accatastati all’intorno, occorrenti la propria carriera professionale o politica. Il castigo è una cosa, la punizione anche, la tortura e l’induzione al suicidio è ben altro.  Se  i maestri, i conduttori, gli esempi sono questi, c’è un carcere privo di autorevolezza, premeditatamente privo  di allenatori alla vita, perché dispersi dalla delegittimazione. Le teorie si sprecano nei riguardi di questa terra di nessuno, un dispendio inusitato di tautologie inconcludenti, di dottrine pedagogiche che adottano la cattedra per ri-educare solamente gli altri, negando la necessità di doversi formare e rinnovare a un nuovo “sentire educativo “. Molto più semplice affidarsi al disamore istituzionale che permette fughe in avanti a quanti pensano di aggiustare le cose  con la prepotenza degli atteggiamenti saccenti che mettono in “sicurezza “ i pochi rispetto ai tanti inconsapevoli. Il rispetto è la prima forma d’amore tra gli esseri umani, se viene a mancare quello, c’è il rischio di arrogarsi il diritto di giudicare sbrigativamente la presenza altrui, sminuirla, offenderla o degradarla, tutti comportamenti che azzerano sul nascere l’instaurarsi di una relazione significativamente educativa. Il carcere, il suicidio, la recidiva infantilizzante, la rieducazione parola spoglia scarabocchiata sulla carta costituzionale e il più potente agente educativo: il rispetto, trucidato dall’indifferenza di chi invece dovrebbe costitutivamente promuoverlo. Qualcuno ha detto che in carcere non ci sono innocenti, come a voler sputare sulla fossa dei tanti incolpevoli massacrati dall’ingiustizia, proprio per questo penso che non si può insegnare il valore del rispetto continuando a azzoppare la dignità  altrui, anche dentro un carcere, dentro una cella.

Droga e mistificazioni

Droga e mistificazioni

di Vincenzo Andraous

Agenzie di controllo a pieno regime, forze di polizia schierate, cani antidroga e perquisizioni a sorpresa, scuole e strade perlustrate a tappeto, eppure la lotta alla droga è una guerra persa in partenza, o per lo meno questa è l’impressione che ne ricava. Una battaglia combattuta a suon di arresti, di ingenti sequestri di stupefacente, di titoloni e fiumi di parole. Eppure più si ribaltano le fosse create a misura, più il bacino di utenza s’allarga, come fosse un gioco di anelli concentrici, il ritmo incalzante di una contraddizione dentro l’altra, un’azione e un’inazione dentro l’altra, silenzio e rumore l’uno dentro l’altro, come a voler significare un’impossibilità studiata a tavolino a scardinare il sistema.  Governi in guerra, confini che si sgretolano, armi svendute e contropartite di quantitativi di droga da brivido. Da una parte la bandiera della giustizia ben innalzata al vento nel rispetto dei diritti umani, ma dietro al drappo sgargiante c’è il nero piratesco di quanti attendono la propria parte. La droga fa male, la droga non è la soluzione, la droga è da rigettare, tutta. La droga è illegale, si rischia la galera, si rischia la salute, si corre il rischio di farsi del male, peggio, di fare male anche agli altri, ai soliti innocenti che quasi sempre rimangono senza giustizia. C’è l’indicazione illuminata a non fare uso di stupefacenti mentre dall’altra parte c’è il via libera a coltivare in casa propria la droga necessaria al “fabbisogno”. Insomma l’incredulità aumenta a ogni piè sospinto di rinculi, un passo avanti e due indietro, all’occorrenza ce la caviamo con la solita frase usurata ma ben congegnata: non ci siamo accorti di niente, il nostro giardino è senza erbacce, non abbiamo mai visto nessuno spacciare. Eppure a ogni angolo di strada si spaccia, non è qualcosa di celato, di mimetizzato, è chiaro come il sole dove sta in vendita la roba, si fuma e ci si inebetisce di droga qui e là, senza problemi, se non quando l’overdose incoglie, il coma etilico entra a gamba tesa alle nove di mattina, oppure qualche incidente ci parla di umanità disintegrata da qualcosa che non è accettabile licenziare come una ragazzata. Incessante il dispendio di propaganda sui soliti mercanti di morte, da anni e anni, tutti andati a male, si sente parlare di questa assai poco reale casata, senza mai riuscire a debellarne la residenza. Di contro però poco si sente parlare dei tanti e bravi ragazzi che ogni giorno vanno alla loro ricerca. Chissà forse sarebbe buona cosa una volta per tutte investire in cultura e formazione, anche nella famiglia dove è fin troppo palese lo scollamento tra l’attenzione sensibile e il non sapere cosa fa tuo figlio. Affermare “ti voglio bene” contempla una grande responsabilità, perché significa esser presenti anche quando nostro figlio con noi non intende parlare.

Ma che bel Paese

Ma che bel Paese

di Vincenzo Andraous

Alla faccia del paese delle meraviglie, dei santi, poeti e navigatori, sui luoghi di lavoro si muore un giorno si e l’altro pure, sulle strade i corpi accatastati di uomini e donne senza vita non si contano più, così le donne prese a botte, accoltellate e ammazzate per delirio di onnipotenza ormai divenute incontabili,  overdose e coma etilici di giovani e meno giovani all’ordine del giorno, le carceri endemicamente sovraffollate, ma come niente fosse si passa il tempo a fare propaganda elettorale, a rinfacciare e accusare a questo e a quello, con l’intento neppure troppo celato di  giungere come ogni altra volta a una furbesca autoassoluzione. Mentre tutto ciò accade ci sono gli adolescenti come plotoni di esecuzione, i giovanissimi sono carte assorbenti, osservano e  imparano dal mondo adulto infantilizzato, dopodichè eccoci tutti pronti a parlare di bullismo ed eroi di cartone, furbi e codardia sospesa a mezz’aria, una dimensione di imbecillità con la patente a punti di bravi ragazzi, C’è davvero la sensazione urticante di un  presente dove scuola e famiglia appaiono prive di allenatori alla vita, perché dispersi dalla delegittimazione. In compenso c’è invece all’occorrenza un recinto dove incontrarsi per scontrarsi, in preparazione del botto finale da pagare al destino sempre in agguato. Le teorie si sprecano nei riguardi della trasgressione, della violenza giovanile, un dispendio inusitato di tautologie inconcludenti, per cui chi sta in cattedra ritiene di educare solamente gli altri, negando la necessità di doversi formare e rinnovare a un nuovo “sentire educativo “. C’è una società scollata e contrapposta, gli slogan arrembanti e la cartellonistica d’accatto  tentano di nascondere  un feroce disamore adulto, che permette fughe in avanti a quanti pensano di aggiustare la propria personalità inadeguata, con la prepotenza degli atteggiamenti omertosi, che mettono in “sicurezza “ i pochi “duri” dell’ultimo banco, mimetizzati dietro ai tanti in-consapevoli complici di molteplici vigliaccate.. Noi continuiamo a smanettare sui social, a fare i tuttologi, a origliare nei buchetti delle serrature, a sparare sulla croce rossa, in fin dei conti il tempo è quello che è,  meglio quindi la strada più breve degli autorevoli assolutori, ognuno indaffarato a delineare la soglia minima di attenzione, ciascuno a definire e licenziare come  bravate le future scivolate. Forse per arginare lo scempio, le tragedie, i feriti, gli scomparsi, non serve assumere quel falso interventismo di un momento, forse per rendere meno insopportabile il dolore e le sofferenze imposte agli innocenti occorre trovare il tempo per guardare negli occhi il male della trascuratezza, della indifferenza, non certamente ereditata dalle fatiche e dai sacrifici altrui.

Droga ricreativa

Droga ricreativa

di Vincenzo Andraous

Ci risiamo, è ripartito il convoglio dei ricchi premi e cotillon per il divertimento assicurato di giovanissimi e meno giovani, ma tutti insieme a sballarsi  appassionatamente. Non  costituirà più reato coltivare in minima quantità e per uso personale, la cannabis in casa propria. Questa pietra tombale erroneamente definita epocale è delle sezioni unite penali della Cassazione, il massimo organo della Corte. Così è stato deliberato, tra il bene e il male, il giusto e lo sbagliato, la farà franca nuovamente il detto-luogo comune: tranquillo popolo genitoriale-professorale, in fin dei conti sono solo ragazzate. Saranno solo poche piantine, poca roba per strafarsi comodamente in casa propria, il principio attivo passa in secondo piano, come il chi assume, perché sulla carta certamente saranno esclusi i minori dalla grande abbuffata, dopodichè quei giovanissimi saranno ospiti privilegiati di cortigiani furbacchioni e commensali delle grandi occasioni. Insomma nuovamente a pagare il dazio più pesante risulteranno i più giovani, proprio quelli che ipocritamente uno Stato dovrebbe maggiormente tutelare. Con tono roboante è stabilito che la salute pubblica non verrà inficiata, come collettività non pagheremo alcun che, se non gli inciampi, le cadute, le tragedie che ne scaturiranno, perché dietro questa apertura-ariete travestita di bene giuridico, c’è  la malattia, la sofferenza, infine anche le assenze che diverranno presenze costanti per chi alla propria coscienza non fa buona manutenzione. Insomma siamo il paese di un passo avanti e due indietro, del decido io, anche se non mi compete, in fin dei conti il legislatore è diventato poco più di un assente ingiustificato, ed anche se la scienza ci dice che è un suicidio autorizzare la roba, noi dobbiamo stare sereni, perché all’arrivo eventuale dei controlli, ogni cosa, ogni seme, ogni foglia, sarà al suo posto, come giusto e legale che sia, e se magari qualcosa di altro sarà fuori posto, sarà fuori quadro, addirittura mancherà all’appello, ah beh allora ce ne faremo una ragione, in fin dei conti è con questo metro di misura che anche la vita umana perde il suo valore. Siamo all’impatto e al ribaltamento di ogni principio fino a ieri sancito ed  erogato senza se e senza ma, come a voler significare che intuizione e creatività in ambito “ricreativo”adesso potranno esprimersi ai più alti livelli, sempre che l’artificio sia partorito in quantità abbordabili, in spazi del nucleo famigliare preferito o meglio apprezzato per il proprio divertimento. Ah dimenticavo, questa revolution giuridico sociale sarebbe l’antidoto per evitare  eventuali inserimenti nel mercato illegale degli stupefacenti, una difesa ben pensata per proteggere chi ne fa uso personale e non venderà né favorirà alcuno con la propria mercanzia. Mi chiedo se il rispetto sia ancora la prima forma d’amore tra gli esseri umani,  è importante dare risposta a questo quesito, perché in base all’interlocuzione, obbligatoriamente dovrà trasformarsi in una relazione educativa.  L’impressione è che questa nuova impostazione giuridico culturale sulle sostanze altro non sia che una ferita che mina profondamente il formarsi di una struttura psicologica tendenzialmente sana. Quando un adolescente si sentirà legittimato a farne uso ( anche rimanendone escluso per la minore età ma introdotto nelle quiete stanze dal gruppo dei pari e soprattutto dalle orde di adulti infantilizzati )  difficilmente potrà orientarsi verso la scelta consapevole che sta a libertà, e quindi nel rispetto per se stessi, per l’ambiente, per le cose, per gli altri. Non si può insegnare il valore del rispetto ferendo la dignità  altrui, perché avere dignità sottende la consapevolezza di ognuno e di ciascuno di valere qualcosa e soprattutto di non giungere mai a usare gli altri. Non si tratta di esprimere un’obiezione ideologica sulla droga, ma una opposizione basata sulla non accettazione che esistano droghe buone e droghe cattive, bensì esiste la droga e fa  male. Su questo solco invalicabile, la scelta di non andare a ingrossare le fila di una indifferenza sociale. Perché l’approccio alla salute pubblica ha un impatto positivo  recuperando buona parte dei giovani  e non certamente  affascinandoli con la roba non più agli angoli della strada ma addirittura dentro casa.

Natale un amore che non trema

Natale un amore che non trema

di Vincenzo Andraous

Sapranno queste feste natalizie indurci a “conoscere Gesù per riuscire veramente  a conoscere noi stessi?”.

Pensandoci bene potrebbe risultare un quesito da porre e fin’anche opporre in qualsiasi famiglia, scuola e società, senza per questo correre il rischio di incappare nel peccato di voler per forza dire qualcosa di nuovo.

Noi camminiamo la nostra vita, e come ha detto Papa Francesco, lo facciamo mettendo finalmente di lato il lievito vecchio, per esser infine pasta nuova, chi a testa bassa, chi con il viso in alto, ma con il coraggio del cambiamento, quel coraggio che non sta a irresponsabile sfida alle regole né alla morte, anche perché volenti o nolenti di dura cervice è sempre la morte a prendersi tutto il banco.

Quel coraggio che sta a chi ha cuore, per abbandonare la strada vecchia, i carichi inutili, i pesi superflui, la zavorra che ci tiene alla catena dei nostri  deliri di onnipotenza e deliri di commiserazione.

Siamo protesi allo scambio relazionale e delle idee, e, in forza di ciò prendiamo conoscenza e consapevolezza del carico e della somma che vestono questo Bambino, ecco perché nasce  in noi la voglia dell’interrogativo e della volontà di crescere insieme, dentro quella solidarietà che non è una parola in disuso, ma come ha ben detto Don Enzo fondatore della Comunità Casa del Giovane significa consegnare a ciascuno quel che ha bisogno, a ognuno ciò che gli compete, ed io aggiungo fin’anche il diritto di vivere e non più soltanto di sopravvivere.

Nel suono di questo messaggio si esplicita fortezza e credibilità sufficiente per frapporsi alle etichette e agli stereotipi fuori dall’uscio di ogni dimora così bene aperta alla critica eppure resistente alla partecipazione fattiva del miglioramento, perché ciò ci costringe a essere  tutti coinvolti, nessuno escluso.

Ci costringe a fare ricorso alle nostre energie interiori per pensare a quel Bimbo non come a un emarginato, a qualcuno  da mettere di lato ogni qual volta la vergogna ci fa nascondere dalla realtà preferendo il virtuale più comodo.

 “Vedere il Bambino Gesù” è  gioia di tutti,  non è un  fardello da  scaricare sulle generazioni del presente, quali unici ostacoli fragili delle mercificazioni, di quei “modelli” che favoriscono proiezioni infantili e aspettative fasulle.

Questo Natale è movimento per aprire al nuovo, quel respiro dentro la culla sta a pro-mozione verso qualcuno-altro, promuovendo il suo sviluppo, e la preghiera che dobbiamo alzare dovrà metterci di fronte a un senso profondo di corresponsabilità, disponibilità, solidarietà che ha il compito di limitare il disagio, il malessere di quest’epoca frammentata e dilacerata, questo malessere ospitato disabitando  la nostra stessa fede.

Dunque come orientarci e sentirci vicini a quel Bambino?

Domande che incalzano incessantemente ognuno nella propria azione morale, infatti noi  non siamo pietre rotolanti ai piè di chissà quale rupe, allora, perché il Santo Natale abbia un accesso  davvero leale, occorre stare in relazione con noi stessi per sentirci  impegnati ad agire, nella maniera e nella misura che ci consentiamo.

Il Bimbo nasce per aiutarci con l’amore a fare scelte coraggiose, importanti, per rendere gli uomini  liberi come ci ricorda ogni giorno don Enzo : “liberare la propria libertà”.

Ecco perché è importante la domanda-affermativa: “vediamo il Bambino Gesù”,  essa è insegnamento a pregare e sperare con responsabilità, in quanto scelta e responsabilità formano la più alta delle libertà.

La libertà di credere in Gesù.

Il rispetto prima forma educativa

Il rispetto prima forma educativa

di Vincenzo Andraous

La politica è un punto dolente per sua esplicita ammissione, gli uomini al vertice, quelli a metà, gli altri alla base della piramide, sono a disagio nell’agire comune per programmare minimi obiettivi, per cui diventa miraggio la pratica condivisa nell’impegno di una buona vita, molto meglio stare in ordine sparso, in attesa, pronti al balzo.

Un microcosmo di gestualità portate di taglio per fare più male, di parole lanciate come fossero cluster bomb per esser certi di conseguire il danno importante.

Atteggiamenti che diventano comportamenti quotidiani violenti, per esser primi, per rimanere con i primi, poco conta a quale prezzo stare a galla: persino il conflitto che diviene notte tempo violenza, la stessa droga una sostanza non del tutto malaccio, il valore della persona non più bene primario.

I giovanissimi, gli adolescenti, non parlano e così  non danno possibilità di parlare, sono lì a osservare, sono carta assorbente per non tralasciare niente di questa dinamica sgangherata del vociare, prendere a botte, gridare aiuto inascoltati.

Il tradimento culturale sta nel ribaltare lo stato delle cose, nel cambiare i connotati alla realtà, così i più giovani già per metà professionisti di domani, diventano armi contundenti di un pezzo di futuro che non è mai possibile ipotecare.

Una sorta di democratico rinculare nei simboli tribali, soprassedendo alle sacralità ridotte a comparsate maleodoranti, nel belare vittimistico  l’equilibrio delle rendicontazioni, tra il giusto avuto e il maltolto, la dignità di un rifiuto e la vergogna di un accordo comprato.

In questo botto a perdere del consumo della notizia, dello smercio informatico, della comunicazione istantanea sguaiata, c’è il rischio di interpretare il rumore di sottofondo come un ritmo incalzante, il movimento ondivago di una crociera della mente, dentro il paradosso di un benessere  apparentemente diffuso, perché portatore di sprechi incredibili: benessere non certo nei valori raggiunti e condivisi, piuttosto per traguardo economico da aggredire e acquisire.

Tutto ciò incide sulle personalità in costruzione? Su quelle più fragili? Sulle altre  cosiddette formate?  Forse è sufficiente osservare dove gli sguardi non sono di persone realizzate, ma di una umanità ripetutamente vinta.

Per essere portatori di una libertà che educa occorre arrischiare un passo indietro rispetto a ciò che ferocemente attualizziamo, perdendo di vista la sostanza delle cose, l’analisi, gli interventi da azionare senza ulteriori rimandi.

Un passo indietro dall’assuefazione a giudicare chi sta al passo e chi no, chi vince e chi perde, chi starà ai piani alti e chi invece nei sottoscala.

Forse c’è ancora tempo per procedere sul terreno delle nuove relazioni, nella coerenza generosa della libertà, scegliendo di non rimanere prigionieri delle stive colme di dobloni d’oro, del piccolo schermo eroe in tuta mimetica, chissà se c’è ancora spazio sufficiente per credere in qualcosa di autentico, non mercificabile, un valore che dia ancora senso alle persone, alle cose, persino alle Istituzioni: il rispetto come prima forma educativa dell’umanità.