J. Otsuka, Venivamo tutte dal mare

Dalla voce dei “vinti”

di Antonio Stanca

otsukaNel 2002 quando scrisse il suo primo romanzo, When the Emperor Was Divine, che in Italia non è stato ancora pubblicato, ebbe molti riconoscimenti. Un classico della letteratura contemporanea fu considerata l’opera. Anche il secondo romanzo, The Buddha in the Attic, scritto nel 2011, è stato premiato nel 2012 col PEN/Faulkner Award for Fiction. Questo è stato ora pubblicato in Italia dalla Bollati Boringhieri di Torino, nella serie “Varianti”, col titolo Venivamo tutte dal mare (traduzione di Silvia Pareschi, pp. 140, € 13,00). La scrittrice è Julie Otsuka, nata in California, laureata in Belle Arti alla Yale University e con un Master of Fine Arts conseguito presso l’Università di Columbia. La Otsuka, che vive e  lavora a New York, è pure pittrice e questa sua attività spiega come in Venivamo tutte dal mare sembra di assistere ad una serie interminabile d’immagini che si susseguono e che, pur se legate dal tema dell’opera, valgono ognuna per proprio conto tanto sono cariche di significato e di effetto. Molto valore e molto colore contengono tali immagini, scrittrice e pittrice si rivela la Otsuka di questo libro che intende riscoprire, recuperare le tante storie delle tante giovani donne giapponesi che nel 1930-40 lasciarono il loro paese per recarsi in America, a San Francisco, dove le attendevano quegli immigrati, pure giapponesi, che prima di loro erano andati alla ricerca di un lavoro. Con questi si sarebbero dovute sposare senza averli mai visti né conosciuti se non mediante le  fotografie e le lettere che avevano ricevuto.
Il viaggio in mare sarà il primo dei loro problemi dal momento che si vedranno collocate in cabine sudicie e scarsamente illuminate, su cuccette maleodoranti ed avranno pochi alimenti a disposizione. Si sentiranno, però, animate dall’idea del matrimonio che hanno da fare, della famiglia che potranno formare. Molti pensieri facevano, molti discorsi correvano tra loro a questo proposito, senza fine risultavano le domande che si ponevano circa gli uomini che le attendevano, i nuovi ambienti, la nuova vita. Gravemente deluse rimarranno poiché niente di quanto avevano immaginato esisteva, gli uomini erano diversi da quelli delle fotografie e delle lettere, più vecchi e spesso prepotenti, le case che avevano sognato non c’erano ma solo baracche in luoghi periferici, non illuminati e non igienici, la vita  che dovevano condurre era quella del lavoro nei campi da fare per tutto il giorno in cambio di pochi soldi. Per sfuggire a questa situazione alcune giungeranno a prostituirsi, altre, le più fortunate, diventeranno domestiche nelle città  vicine. Verranno i figli e sarà difficile metterli al mondo e allevarli tra tanti stenti. Alcune moriranno. Si arriverà all’inizio della seconda guerra mondiale, all’attacco giapponese contro la base navale americana di Pearl Harbour e alla decisione del presidente Roosevelt di considerare nemici tutti i giapponesi presenti sul suolo americano. Si comincerà a deportarli, lo sgomento, la paura, il terrore si diffonderanno tra quelli rimasti e soprattutto tra quelle donne. Decideranno di andarsene insieme ai bambini e agli uomini. Dopo aver formato un lungo corteo partiranno senza che si sappia dove. Così si conclude il libro, con le immagini di questo grande esodo venuto dopo una serie infinita di umiliazioni e tribolazioni. Ancora ad una vita migliore penseranno, tuttavia, le tante donne in cammino ma stavolta non si sa cosa le attende.

Un documento indiscutibile può essere ritenuta l’opera, una testimonianza autentica visto che riporta la voce delle protagoniste, quella che diceva dei loro pensieri, dei loro sentimenti, dei loro dubbi, delle loro speranze, delle circostanze che erano loro occorse nel periodo compreso tra il viaggio d’inizio e quello di fine. Nel libro la Otsuka ha riportato le loro parole senza intervenire, ha fatto di esse il contenuto e la forma dell’opera. Un’idea originale e senz’altro riuscita se si tiene conto che in tal modo è stata recuperata una vicenda della quale poco o nulla si sapeva, la si è fatta rientrare nella storia, diventare un momento, un aspetto di questa.

Un volto, un nome, una voce hanno acquistato con la Otsuka persone che non li avevano mai avuti, dal buio, dal silenzio sono state sottratte, una vita è stata loro riconosciuta, un significato hanno acquistato.

Di alto valore umano e morale è l’operazione compiuta dalla scrittrice, un invito essa rappresenta a ricercare, riscoprire altri casi di vita individuale e collettiva rimasti sepolti nel tempo e restituirli alla loro verità, alla loro luce.

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