D. F. Wallace, Una cosa divertente che non farò mai più

Come ridere del male

di Antonio Stanca

wallaceL’anno scorso nella serie “Coast to Coast” (Autori americani contemporanei) promossa da “Il Sole 24 ORE” è comparso al numero 16 Una cosa divertente che non farò mai più dello scrittore americano David Foster Wallace. La traduzione era di Gabriella D’Angelo e Francesco Piccolo. Si trattava di un saggio che Wallace aveva pubblicato nel 1997 e nel quale mostrava la maniera che ormai distingueva la sua scrittura fosse saggistica o narrativa, quella, cioè, di evidenziare i problemi sopraggiunti nei rapporti privati e pubblici della moderna società americana, la serie di contraddizioni nelle quali si dibatteva e di coglierle attraverso un umorismo che non escludeva il turbamento, la pena di chi scriveva.

Wallace aveva esordito nel 1987, a venticinque anni, con il romanzo La scopa del sistema, nel 1983 aveva pubblicato la prima raccolta di racconti, La ragazza dai capelli strani, e nel 1996 il secondo romanzo Infinite Jest che è considerato il suo capolavoro. Sarebbe stato autore di altri racconti, di altri saggi e incompiuto sarebbe rimasto il terzo romanzo Il re pallido poiché improvvisa e cercata sarebbe stata la sua morte il 12 Settembre 2008 nella casa di Claremont, California, dove viveva con la moglie. Aveva solo quarantasei anni, era nato ad Ithaca nel 1962. Aveva compiuto i primi studi nell’Illinois, li aveva continuati e portati a termine ad Urbana dove si era laureato, nel 1985, in Letteratura inglese e Filosofia. Dopo si era specializzato in Logica Modale e Matematica ed infine presso l’Università di Harvard aveva iniziato a frequentare il corso di Filosofia. Premiata è stata la sua tesi in Filosofia sulla Logica Modale e negli anni Novanta Wallace è stato incaricato presso la Illinois State University. Dal 2002 è stato docente di scrittura creativa e Letteratura inglese presso il Pomona College, California.

Molto ha fatto nonostante la sua breve vita, si sono distinti l’uomo e l’autore e il loro nome è ormai compreso tra quelli dei maggiori scrittori americani contemporanei. Con Wallace è comparso un tipo di scrittura nuovo dove la realtà sta accanto ad una surrealtà, la verità all’invenzione, il rigore allo scherzo, la protesta alla partecipazione. Accesa e infinitamente varia è la posizione del Wallace, qualunque sia il suo genere di scrittura, contro i tanti difetti, le tante situazioni di degrado che i moderni ambienti di vita presentano in America. In Infinite Jest è attraverso il gioco del tennis, praticato dallo stesso autore, che egli fa risaltare i guasti che si sono creati nella società americana dei suoi tempi, le rivalità, le competizioni che si sono accese tra persone e tra gruppi, la crisi che è avvenuta negli scambi, nelle comunicazioni, la funzione determinante che hanno assunto i mezzi di comunicazione di massa, il condizionamento da essi comportato, la penetrazione delle droghe nella vita privata e pubblica e tante altre forme negative di pensare, di fare, di stare, di vivere. Egli le fa diventare oggetto d’ironia, motivo di comicità ma non nasconde di essere allarmato per quanto vede, sente, per non saper indicare una via d’uscita, una soluzione per problemi tanto vasti e tanto gravi. Ad essere urtata è la sua sensibilità di persona libera da compromessi, capace di ergersi sopra le convenzioni. E’ il suo spirito di autore, di scrittore che lo fa andare oltre l’immanenza e riferirsi a quanto non c’è più, a quanto dell’uomo è stato perso e forse per sempre.

Sono stati questi significati perseguiti ed i modi con i quali lo ha fatto a rendere Wallace un autore noto fin dal suo primo apparire, a procurargli numerosi riconoscimenti in patria e all’estero.

Nel saggio Una cosa divertente che non farò mai più dice di una crociera da lui fatta negli anni Novanta nel mare dei Caraibi perché incaricato di un’indagine da parte di un giornale. Stavolta è questa la circostanza dalla quale muove per dire dei costumi, dei pensieri, dei gusti dei compagni di viaggio americani, stavolta è lo sconosciuto giornalista che tra loro si è inserito per una crociera di sette giorni e tanto gli è sufficiente per rilevare i difetti, i vizi più nascosti dei suoi connazionali. Sulla nave non c’è posto, stanza da letto o da pranzo o da bagno, ponte o piscina o biblioteca, sala per intrattenimenti o per proiezioni, non c’è situazione interna o esterna, le escursioni, non c’è americano solo o in gruppo che non renda il celato giornalista accorto di quanto di poco chiaro, d’irregolare, di scorretto avviene ormai nel comportamento individuale, nei rapporti, nelle relazioni tra persone o tra gruppi o tra loro e le cose, che non lo faccia preoccupare dal momento che non riesce ad intravedere una soluzione e naturale gli viene scivolare nell’umorismo, nell’ironia. Come mezzi per salvarsi giungono questi, come gli unici rimasti. Fare critica attraverso l’ironia significa cogliere bene il problema, farlo capire con più facilità. Non porterà alla sua soluzione ma ne diventerà il segno, non lo farà passare inosservato.

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