La scuola è aperta a tutti

La scuola è aperta a tutti

di Margherita Marzario

Abstract: L’Autrice propone un breve commento dell’art. 34 1° comma della Carta costituzionale alla luce delle tesi di alcuni pedagogisti e altri umanisti

Una delle affermazioni costituzionali suscettibili di più interpretazioni è quella contenuta nel 1° comma dell’art. 34 della Costituzione: “La scuola è aperta a tutti”.

“Scuola” è un nome collettivo che si riferisce a un soggetto collettivo, che interagisce con altri soggetti (quel “tutti” che è complemento di termine). La scuola è aperta a tutti, non a tutto: non può essere mercificata, bistrattata, contesa, fino a essere annientata. Il Costituente ha usato una proposizione breve (la più corta in tutto l’articolato), netta e precisa, senza l’aggiunta di altre condizioni. Sembra un’affermazione apodittica che richiama altre disposizioni costituzionali fondamentali, come “La libertà personale è inviolabile” (art. 13 comma 1 Cost.).

Scuola che suscita gratitudine in molti, come nelle parole di Claudio Imprudente, giornalista e scrittore “diversabile”: “Guardiamo con occhi di gratitudine anche alla nostra scuola statale che, nonostante le difficoltà economiche, rimane un’eccellenza per l’integrazione degli alunni con disabilità. Specie quando intercetta insegnanti che ben interpretano il loro splendido ma complicato ruolo”.

Scuola che desta tanti interrogativi, come nell’analisi dello psicoanalista Massimo Recalcati[1]: “Non respira, non conta più nulla, arranca, è povera, marginalizza, i suoi edifici crollano, i suoi insegnanti sono umiliati, frustrati, scherniti, i suoi alunni non studiano, sono distratti o violenti, difesi dalle loro famiglie, capricciosi o scurrili, la sua nobile tradizione è decaduta senza scampo. È delusa, afflitta, depressa, non riconosciuta, colpevolizzata, ignorata, violentata dai nostri governanti […]. È già morta? È ancora viva? Sopravvive? Serve ancora a qualcosa oppure è destinata a essere un residuo di un tempo ormai esaurito?”.

Scuola che rappresenta la memoria di tutti: “Ricordati che sei polvere: d’accordo. Se però posso scegliere di cosa: non dell’oro, non della conchiglia, ma polvere di gesso di una parola appena cancellata dalla superficie di lavagna. E intorno un’aula di scolari applaude la fine della scuola” (lo scrittore Erri De Luca in “Polvere”). La lavagna tradizionale rappresenta un patrimonio di ricordi per tantissime generazioni: lo stridore del gesso che provocava i brividi ad alcuni, le nuvolette di polvere quando cadeva il cassino (cancellino), la gara dei bambini per cancellare la lavagna o per andare a prendere i gessetti dalla bidella. La LIM (lavagna interattiva multimediale) non dovrebbe sostituire la lavagna tradizionale ma la dovrebbe affiancare. La scuola deve essere multimediale, digitale, tecnologica, “2.0”, “3.0”, ma continuare a essere emozionale. Essa stessa deve essere “lavagna” su cui docenti e discenti devono scrivere e leggere esperienze culturali. Anche questo realizza l’inciso costituzionale: “La scuola è aperta a tutti”.

Ada Fonzi, esperta di psicologia dello sviluppo, afferma che la scuola: “È una palestra per la formazione cognitiva ed emotiva dell’individuo. Offre l’occasione di conciliare bisogno di affermazione e appartenenza a un gruppo. Per questo, tutelata da squilibri e prevaricazioni, va riprogrammata nell’interesse di tutti”. Sia questo uno dei significati dell’asserto costituzionale: “La scuola è aperta a tutti”.

La scuola, senza significato, senza scopo, diventa un luogo di detenzione e non di attenzione (dal pensiero del sociologo statunitense Neil Postman). Qualsiasi luogo, anche la famiglia, senza significato, senza scopo, rischia di diventare un luogo di detenzione e non di attenzione.

Illuminante l’intervento di Eric Hanushek, uno dei più grandi esperti internazionali di economia dell’istruzione: “Disponiamo oggi di un’importante serie di ricerche che ci indicano con chiarezza quanto la qualità degli insegnanti abbia un’enorme influenza sugli studenti e il loro futuro. […] Nell’arco di un singolo anno scolastico, lo scarto fra le conoscenze acquisite dagli studenti di un insegnante eccellente rispetto a quelli che hanno seguito un insegnante scadente equivale alla frequenza di un intero anno di un gruppo medio di riferimento” (,)[2]. L’insegnamento è esplicazione della libertà e educazione alla libertà (art. 33 Cost.). È il lavoro che prepara le nuove generazioni ai lavori futuri: è il lavoro che più concorre al progresso materiale o spirituale della società (art. 4 comma 2 Cost.). Anche per questo dovrebbe essere eccellenza (da “salire oltre tutti”) e dovrebbe mirare all’eccellenza.  L’insegnamento fa la scuola e non il contrario; non a caso, la scuola (art. 34 Cost.) è disciplinata dopo l’insegnamento nel testo costituzionale.

La storica e giornalista Lucetta Scaraffia richiama: “La scuola innanzitutto deve insegnare a scrivere e a leggere correttamente nella propria lingua, in modo da avere accesso alla cultura e all’informazione, ma anche in modo da non essere ingannati da un cattivo avvocato, da un contratto disonesto, da una falsa notizia. Avere il possesso della propria lingua è un requisito fondamentale per essere rispettati e capiti, per non restringere la propria rete di rapporti alle persone che già si conoscono e che fanno parte di un ambiente limitato”. La scuola è luogo deputato all’educazione alla libertà personale (art. 13 Cost.) e all’esercizio della libertà personale: libertà di e da, libertà della persona e di essere persona. Quell’essere cui si riferiva don Lorenzo Milani, “profeta dell’educazione”[3]: “Spesso gli amici mi chiedono come faccio a far scuola e come faccio ad averla piena. Insistono, perché scriva per loro un metodo. […] Sbagliano la domanda, poiché non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna “fare” per fare scuola ma solo di come bisogna “essere” per poter fare scuola!”.

Anche lo scrittore Simone Perotti coniuga scuola e libertà: “A scuola si dovrebbe parlare soprattutto del concetto chiave della vita del singolo: la libertà. Quel difficile percorso che può portarci a vivere in un modo molto simile a come vogliamo, sconfiggendo i draghi sputafuoco dei condizionamenti, i limiti imposti dal sistema economico, le trappole commerciali, fiscali, edonistiche, e riappropriandoci in tempo utile della nostra esistenza”. “Il fanciullo ha diritto alla libertà di espressione. Questo diritto comprende la libertà di ricercare, ricevere e diffondere informazioni e idee di ogni genere, a prescinderne dalle frontiere, sia verbalmente che per iscritto o a mezzo stampa o in forma artistica o mediante qualsiasi altro mezzo scelto dal fanciullo” (art. 13 par. 1 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia). La scuola non sempre è stata e non sempre è fucina di libertà perché spesso presa da altre occupazioni e preoccupazioni. Ci vorrebbero più “scuole di Barbiana”, perché come diceva don Milani: “In Africa, in Asia, nell’America Latina, nel mezzogiorno, in montagna, nei campi, perfino nelle grandi città, milioni di ragazzi aspettano d’esser fatti eguali”[4]. Lo scrittore e insegnante Eraldo Affinati precisa: “[…] don Milani ha insistito di più sulla necessità di assicurare l’uguaglianza delle condizioni di partenza, di fare cioè in modo che la gran parte dei giovani si muova, inizialmente, dalla stessa linea. Combattere le disuguaglianze, dunque, per favorire lo sviluppo intellettuale degli studenti, non certo per tentare di appiattirne la personalità”[5]. La scuola non deve attenersi solo ai due articoli ad essa dedicati nella Costituzione, articoli 33 e 34, ma innanzitutto ai principi espressi nei primi articoli della Costituzione, articoli 1-4, dalla democrazia al lavoro.

Operando in tal modo la scuola realizza quanto previsto nelle “Nuove indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione” (settembre 2012), tra cui: “Alla scuola spetta il compito di fornire supporti adeguati affinché ogni persona sviluppi un’identità consapevole e aperta. […] La scuola raccoglie con successo una sfida universale, di apertura verso il mondo, di pratica dell’uguaglianza nel riconoscimento delle differenze. […] Le finalità della scuola devono essere definite a partire dalla persona che apprende, con l’originalità del suo percorso individuale e le aperture offerte dalla rete di relazioni che la legano alla famiglia e agli ambiti sociali. […] L’elaborazione e la realizzazione  del  curricolo  costituiscono  pertanto  un  processo  dinamico  e  aperto, e rappresentano per la comunità scolastica un’occasione di partecipazione e di apprendimento continuo. […] La presenza di  comunità  scolastiche,  impegnate  nel  proprio  compito,  rappresenta  un  presidio  per la  vita democratica e civile perché fa di ogni scuola un luogo aperto, alle famiglie e ad ogni componente della società, che promuove la riflessione sui contenuti e sui modi dell’apprendimento, sulla funzione adulta e le sfide educative  del  nostro  tempo,  sul  posto  decisivo  della  conoscenza  per  lo  sviluppo  economico,  rafforzando  la tenuta etica e la coesione sociale del Paese”.

L’art. 34 della Costituzione è l’unico in cui è usato il termine “aperta”, che evoca direttamente quella rimozione degli ostacoli di cui al 2° comma dell’art. 3 sulla cosiddetta uguaglianza sostanziale e le locuzioni “rendere utilizzabili, accessibili, disponibili, alla portata di tutti i fanciulli” dell’articolo 28 (relativo all’istruzione) della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia. Così la scuola è inclusiva e non esclusiva e occlusiva. Inclusività: quel concetto che ingloba e supera tutti quelli adottati sinora, compresa l’integrazione, perché accoglie tutti e ognuno, insieme e individualmente, la totalità e la singolarità.


[1] M. Recalcati in “L’ora della lezione. Per un’erotica dell’insegnamento”, edizioni Super ET Opera viva (Einaudi), 2014

[2] In un convegno a Roma il 12 dicembre 2013.

[3] L. Milani in “Esperienze pastorali”, 1958

[4] L. Milani in “Lettera a una professoressa”, 1967

[5] E. Affinati in “L’uomo del futuro. Sulle strade di don Lorenzo Milani”, edizioni Mondadori, 2016

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