Il DS gestisce l’organico dell’autonomia

da La Tecnica della Scuola

Il DS gestisce l’organico dell’autonomia

Con un decreto del Tribunale di Napoli, sezione lavoro, viene confermato in modo assolutamente chiaro che rientra nelle prerogative del dirigente della scuola l’assegnazione dei docenti alle attività previste nel PTOF, in coerenza con le priorità del RAV e con le azioni previste nel Piano di miglioramento, come del resto ricade sul dirigente della scuola la responsabilità dei risultati conseguiti.

L’Anp nel suo sito riporta il caso di una docente che è stata assegnata dal dirigente della scuola a svolgere attività di potenziamento, mentre la ‘sua’ cattedra è stata attribuita ad un altro insegnante. Il tribunale di Napoli ha rigettato il ricorso presentato dalla docente, che di fatto pone in discussione la “sussistenza del potere del dirigente scolastico di assegnare qualunque docente dell’organico dell’autonomia allo svolgimento di ore di potenziamento, ivi inclusi quelli che già sono docenti di ruolo, di materie curricolari, da prima dell’entrata in vigore della Riforma attuata con la legge 107/2015”.

Il giudice ha sottolineato che secondo la normativa di riferimento (art. 1 cc. 5, 64 e 68 della legge 107/2015) l’organico dell’autonomia è “un corpus unitario nel quale confluiscono senza distinzione alcuna tutti i docenti, oltre a quelli curricolari, di sostegno e di potenziamento anche quelli a cui vengono affidati compiti di coordinamento e progettazione”.  Se infatti l’organico dell’autonomia è funzionale a realizzare l’offerta formativa della scuola, tutti i docenti contribuiranno all’attuazione di tale offerta e potranno essere destinati a svolgere le attività previste “fermo restando il possesso dei titoli abilitanti e/o delle necessarie competenze“ (si veda a proposito la Circolare MIUR n. 2582 del 5 settembre 2016). L’assegnazione del docente alle attività, quindi, non può che avvenire in coerenza “con le esigenze didattiche della scuola, scaturite dalle priorità delineate nel RAV e dagli obiettivi indicati nel piano di Miglioramento”.

Fedeli: premiare i docenti che garantiscono continuità

da La Tecnica della Scuola

Fedeli: premiare i docenti che garantiscono continuità

In poco meno di 24 ore la ministra Valeria Fedeli ha fatto alcune dichiarazioni che meritano una riflessione.

Incominciamo con la questione dell’esame di Stato: nel corso dell’intervista rilasciata a Repubblica.it la ministra si è detta spiaciuta del fatto che le prove Invalsi non incideranno più sull’esito complessivo dell’esame, dimenticando forse che le prove Invalsi, per come sono state progettate e costruite, dovrebbero valere più per la valutazione di sistema e per l’autovalutazione di istituto che per misurare gli apprendimenti di ciascun alunno.

Lascia poi un po’ perplessi l’accenno alle assunzioni: Fedeli dice che i 400 milioni per consolidare in organico di diritto un tot di posti di organico di fatto ci sono; ma bisogna “trovare un punto di incontro” con il MEF per capire se i posti sono 25mila (tesi del Miur) o 10mila (tesi MEF). Come dire: quanto fa 100 diviso 4,  20  o  25 ? Parliamone e proviamo a trovare una mediazione!

Molto onestamente la Fedeli ha anche ammesso che il “gettone” che verrà erogato durante il tirocinio ai docenti che dovranno seguire il nuovo modello di reclutamento è davvero “poca roba”, ma ha cercato anche di “correggere il tiro” in fatto di stipendi: con quali risorse si invertirà la rotta non è ancora chiaro ma lo capiremo meglio dopo l’approvazione del Documento di Economia e Finanza che dovrà definire le linee guida per la prossima legge di stabilità.

Curioso l’accenno alla continuità e al contratto sulla mobilità: la Ministra non lo ha detto esplicitamente ma il senso sembra essere che i docenti che garantiscono continuità e stabilità dovrebbero essere in qualche misura premiati forse anche dal punto di vista stipendiale.

Ma c’è un’altra “battuta” di Valeria Fedeli che non va sottovalutata: “Quando sono arrivata al Ministero – ha detto in sostanza la Ministra – mi sono trovata con una delega che scadeva il 16 gennaio. Avevo solo un mese di tempo, ma ce l’abbiamo fatta”. Il senso è abbastanza chiaro ed è un evidente atto di accusa sia nei confronti di chi l’ha preceduta (Stefania Giannini) sia dell’apparato ministeriale.
La Ministra, insomma, ha detto – neppure tanto fra le righe – che quando è arrivata non c’era ancora nulla di pronto. Se è vera la sua versione, significa che a inizio dicembre i testi dei decreti erano ancora in alto mare. La Fedeli vuol forse dire che, se fosse rimasta la Giannini, forse le deleghe non sarebbero neppure arrivate in Parlamento?

Prove Invalsi, le scuole devono inserire i dati di contesto entro il 24 aprile

da La Tecnica della Scuola

Prove Invalsi, le scuole devono inserire i dati di contesto entro il 24 aprile

In vista delle prossime prove INVALSI, che prenderanno il via il 3 maggio con le prove di Italiano nelle classi II e V della primaria, le scuole devono procedere all’inoltro delle cosiddette informazioni di contesto.

I dati richiesti dall’INVALSI sono:

Entro il 24 aprile le istituzioni scolastiche dovranno procedere alla comunicazione dei dati, tramite l’inserimento e la convalida degli stessi su un apposito modulo online nell’Area riservata del sito INVALSI, accedendo con il ruolo di Segreteria scolastica.

In particolare, dovranno procedere all’aggiornamento dei dati di contesto già immessi e all’inserimento del voto di Italiano e Matematica del primo periodo di valutazione (trimestre, quadrimestre, ecc.) le scuole secondarie di secondo grado di tutte le regioni, delle provincia autonoma di Bolzano lingua tedesca, italiana e ladina e le scuole italiane all’estero, oltre alle scuole secondarie di secondo grado e IeFP della provincia autonoma di Trento.

Invece si tratta di un primo inserimento per le scuole primarie e secondarie di primo grado.

Buona Scuola, Fedeli: ‘Lavoriamo alla nona delega e sarà molto importante’

da Tuttoscuola

Buona Scuola, Fedeli: ‘Lavoriamo alla nona delega e sarà molto importante’

Riforma Buona Scuola, in arrivo una nuova delega, la nona per l’esattezza. Si tratterà di un testo unico sulla scuola e ad annunciarla è la ministra stessa dell’Istruzione, Valeria Fedeli, durante una video intervista a Repubblica Tv.

Buona Scuola: la nona delega

“Dopo l’approvazione delle otto deleghe su ‘La Buona scuola’ – ha affermato Fedeli – a breve ci metteremo al lavoro sulla nona che sarà un testo unico sulla scuola. Sarà un disegno di legge governativo, sarà molto importante e vorremmo avere tutto il tempo necessario per completarlo”.

 

Decreto inclusione: cancellato l’obbligo decennale nel sostegno, ma la continuità…

da Tuttoscuola

Decreto inclusione: cancellato l’obbligo decennale nel sostegno, ma la continuità…

La delega era chiara anche se osava invertire il tradizionale ordine dei soggetti: prima di dare risposta alla richiesta dei docenti per ottenere una sede di servizio migliore occorreva assicurare la continuità di sostegno all’alunno disabile. È sempre avvenuto il contrario.

La delega prevista dalla legge 107/15 aveva invece previsto espressamente: “garantire la continuità del diritto allo studio degli alunni con disabilità, in modo da rendere possibile allo studente di fruire dello stesso insegnante di sostegno per l’intero ordine o grado di istruzione”.

Si tratta(va) di una disposizione coraggiosa, che non metteva in discussione il diritto al posto di lavoro dei docenti di sostegno ma soltanto il loro interesse ad avere una sede migliore (diritto e interesse, come si sa, non sono sinonimi). Interesse più che legittimo, fino a quando è compatibile con il buon servizio reso agli studenti con disabilità e alle loro famiglie. Per gli alunni la continuità didattica è invece diritto allo studio.

Lo schema di decreto predisposto dal Miur ha ignorato del tutto la delega su questo punto, forse per non guastare le relazioni sindacali normalizzate per merito della Fedeli.

C’era tuttavia la tenue speranza che il Parlamento rimettesse lo schema in linea con la delega, ma le proposte, anche da parte delle associazioni, non si può dire che siano state determinate. E tanto meno alla fine sono risultate determinanti.

Travisando il senso della continuità di servizio come continuità didattica, molti hanno concentrato l’attenzione e le controproposte sulla previsione contenuta nello schema iniziale che prevedeva una illogica permanenza decennale nel ruolo di sostegno prima di transitare nei ruoli comuni.

Quella previsione è stata opportunamente cancellata nel decreto definitivo.

Quale il risultato finale? Resta la vecchia disposizione dell’obbligo del docente di permanenza quinquennale nel ruolo di sostegno, con diritto a muoversi nell’ambito del sostegno da una scuola all’altra, da un alunno disabile ad un altro: prima l’interesse del docente ad una sede migliore, poi il diritto alla continuità didattica dell’alunno disabile. Noi di Tuttoscuola, nel nostro piccolo e per quanto ci compete, ce l’abbiamo messa tutta per far cambiare le cose, a partire dalla denuncia con una documentata inchiesta giornalistica del caos delle cattedre che ha investito nell’anno in corso gli alunni, in particolare quelli con disabilità, e con numerosi altri servizi e analisi. Peccato aver perso questa occasione.

Dirigenti o dipendenti

Dirigenti o dipendenti

di Stefano Stefanel

 

Gli effetti della legge 107/2015, detta anche forse con troppa enfasi “La Buona scuola”, sono stati assorbiti dai docenti in maniera estremamente veloce e sorprendente, e infatti le organizzazioni sindacali trovano molte difficoltà a far sposare forme di lotta massicce contro la legge e i suoi effetti. E’ evidente a tutti coloro che lavorano nella scuola che la legge ha portato molti più soldi, molti più docenti e molte più possibilità ad un mondo che si è sempre lamentato di avere poche risorse e poco personale. Anche gli oggettivi disservizi sono stati vissuti come momenti necessari alla crescita e non come fallimento della legge. Questo non vuol dire che tutti sono contenti, ma solo che l’enfasi contro la legge e i suoi effetti ha avuto durata veramente brevissima.

Succede però che nel momento in cui il personale della scuola accetta gli esiti della legge, a suo tempo quasi unitariamente contestata, nasca la turbolenza nel mondo della dirigenza scolastica, che quella legge l’aveva fortemente appoggiata. A far scattare la scintilla del malcontento e della protesta dirigenziale è stata la valutazione dei dirigenti scolastici con ricaduta su carriera e retribuzione di risultato, che ha determinato una sotterranea ribellione in una parte consistente della categoria. Che i dirigenti scolastici non vogliano essere valutati non è una grande novità: nessun tentativo di valutazione dal 2000 ha avuto successo e nessun dirigente scolastico ha mai manifestato grandi dolori per la sua mancata valutazione. Che nascano proposte di reale mobilitazione da parte della categoria è invece un inedito, anche perché il sindacato che più aveva appoggiato la legge 107, e cioè ANP, ha dovuto scoprirsi improvvisamente movimentista per non perdere iscritti a vantaggio dei sindacati generalisti e da subito contrari alla valutazione (a qualunque tipo di valutazione che non valuti tutti positivamente allo stesso modo, direi io), ma anche di quelli piccoli che stanno nascendo e che si mostrano agguerriti a difesa di una categoria che scopre giorno dopo giorno una vocazione al “lavoro dipendente”.

Il dirigente statale per sua natura è lo stato e come tale gli riesce difficile dissociare il suo ruolo da quello del suo “datore di lavoro”. Questo diventa un vero problema quando il dirigente vive lo stato come una controparte. Nata come Associazione Nazionale Presidi, ANP ha mantenuto la sua denominazione anche dopo la trasformazione dei Presidi e dei Direttori didattici in Dirigenti. La dirigenza pare piaccia più sulla carta che nella sostanza e nella modesta retribuzione, tant’è che da varie parti se ne chiede un ridimensionamento o un annullamento.

Mi pare molto interessante, dal punto di vista professionale e culturale, analizzare il documento del 6 aprile 2017 di ANP titolato “Organizzazione della protesta – Istruzioni per l’uso”. Credo che la lettura di questo documento permetta di verificare nei dettagli la difficile convivenza nella stessa persona del concetto di dirigenza e del concetto di “dipendenza”: i dirigenti per loro natura rappresentano lo stato e sono chiamati a dare esecuzione, attraverso autonome decisioni, a ciò che lo stato stabilisce debba essere eseguito. I dipendenti invece per loro natura eseguono ciò che viene loro indicato da norme e contratti e hanno tutto il diritto di contrastare – entro regole stabilite – quanto il datore di lavoro (in questo caso lo stato) ha definito a livello di indirizzi.

Citerò dunque di seguito le azioni di protesta cercando di inserirle dentro un’analisi del rapporto tra l’essere dirigenti e l’essere dipendenti.

Azione n° 1 – Non compilare il portfolio per la valutazione dei DS. La valutazione dei dirigenti scolastici nasce da precise riserve di legge previste dal d.lgs 165/2001 e ribadite e dettagliate dalla legge 107/2015. Questa disubbidienza civile potrebbe prefigurare la liceità di altre “disubbidienze” del personale dipendente: se un dirigente “impone” determinate procedure previste dalle legge (ad esempio tutto l’iter documentativo dei docenti neo assunti) perché un dipendente non può rifiutarsi di ottemperare visto che il dirigente in quanto dipendente lo ha fatto? In che modo poi un obbligo (l’effettuare l’iter valutativo previsto) può essere disatteso da un dirigente? Anche perché una cosa è il dirigente che per problemi di tempo, di connessione, fisici o personali non riesce a compilare nei tempi previsti il portfolio e un’altra cosa è invece la rivendicazione di non aver compilato il portfolio per protesta. Nel primo caso ci troviamo di fronte a un dirigente che non riesce a far fronte ad una procedura obbligatoria e che si giustificherà o risponderà della mancanza, nel secondo caso invece c’è un dipendente che attua una forma di protesta. Questo dipendente protestatario poi è in una posizione dirigenziale per cui può sanzionare il personale che non attua un suo ordine di servizio. Ci troviamo di fronte ad un dirigente che può dare ordini di servizio al personale, ma che non può riceverli e che disobbedisce ad una precisa norma.

Azione n° 2 – Non operare la chiamata per competenze nel mese di agosto. La legge 107 ha dato al dirigente scolastico la competenza e il potere di effettuare una chiamata diretta dei docenti. Ciò ha una forte ricaduta sulla parte del personale docente interessato alla chiamata in una scuola invece che in un’altra. Più alto è il prestigio della scuola, più vicina è la scuola alla propria abitazione, più la scuola è consona alle proprie ambizioni, più questa chiamata diretta può pesantemente influire sulla vita di un docente. E’ questa una tipica competenza dirigenziale, che non può essere attribuita ad un dipendente. Il fatto che in prima applicazione questo esercizio di potere dirigenziale si sia ristretto a pochi casi, il fatto che tutto sia stato annacquato dentro procedure di mobilità atte a garantire i diritti dei docenti non significa che questa prerogativa non vi sia. In questo caso il dirigente che agisce come un dipendente, cioè antepone i motivi di una protesta legata alla propria retribuzione o alla propria valutazione non ritenuta consona ad una prerogativa stabilita dalla legge, sta anteponendo quelle che sono sue rivendicazioni nei confronti dello stato di cui è dirigente a quella che è una tipica competenza dirigenziale. Rifiutando di operare la chiamata il dirigente delega al Miur il compito di operare quel tipo di mobilità, trasformando una sua prerogativa nel mantenimento di un sistema che non prevede l’intervento dirigenziale nella scelta del personale da assegnare a una scuola.

Azione n° 3 – Manifestare l’indisponibilità ad assumere reggenze per il prossimo anno scolastico. Utilizzare il modello allegato 1. Da inviare entro aprile come preannuncio e come forma di pressione politica; da reiterare nel momento in cui i vari USR comunicheranno l’elenco delle sedi vacanti ed inviteranno a presentare manifestazioni di interesse. E’ noto che una parte delle reggenze viene attribuita a chi si candida e una parte invece viene attribuita d’ufficio. La reggenza è nata quando lo stato ha sancito che per svolgere la funzione dirigenziale bisogna essere dirigenti. Con questa decisione ha azzerato la possibilità che docenti diventino dirigenti facenti funzione (incaricati) acquisendo titoli per pretendere poi un concorso riservato e quindi anche la possibilità che qualcuno possa sostituire il dirigente impedito nelle sue funzioni. Da qui logicamente l’impossibilità di attribuire a docenti incarichi di presidenza o di lasciare scuole senza dirigente. In alcune regioni le reggenze sono veramente tantissime (a memoria direi che le regioni più in difficoltà attualmente sono Veneto, Lombardia e Friuli Venezia Giulia), ma ci sono anche molti idonei in altre regioni (mi pare soprattutto in Campania) che non hanno accettato di assumere una dirigenza in quelle regioni e non hanno perduto il titolo di idoneità. Le reggenze nascono perché il dirigente deve essere sostituito solo da un dirigente (i vicari non esistono più, ma tutti li nominano: altra bella questione dirigenziale, l’attribuzione di poteri delegati a chi non può averne) e questo rafforza la dirigenza. Laddove però ci fosse la possibilità di rifiutare la reggenza ricevuta ecco che ci si troverebbe di fronte ad una dimensione propria del dipendente, che può accettare o meno un incarico nell’ambito del suo rapporto di dipendenza, mentre per sua natura il dirigente deve semplicemente accettare – senza poter esercitare alcuna pressione di tipo politico – ciò che lo stato intende assegnargli. Le molte domande di reggenza indicano l’esistenza di un forte numero di dirigenti che ritiene necessario far funzionare lo stato anche laddove è più scoperto, l’invito a non accettare le reggenze significa invitare da una posizione dirigenziale a lasciare lo stato ad andare verso una sicura inefficienza (se non peggio).

Azione n° 4 – Non avanzare candidature per incarichi non obbligatori conferiti dall’Amministrazione e ricusarli qualora se ne fosse investiti d’ufficio. Per esempio, non candidarsi per assumere l’incarico di coordinatore dei gruppi di ricerca-azione o quella di supporto per la dimensione digitale nell’ambito delle iniziative per la formazione dei dirigenti, che gli USR stanno promuovendo in questi giorni. Dare le dimissioni dagli incarichi non obbligatori già rivestiti. Questo è un altro punto molto interessante, perché mentre l’invito a non candidarsi è un invito che naturalmente ognuno può seguire, anche al di fuori delle azioni di protesta, dimettersi da incarichi già ricevuti non per cause di forza maggiore, ma per decisione di contrasto e di protesta appare quantomeno strano, soprattutto se quell’incarico era stato conferito a seguito di domanda del dirigente. Entro questo perimetro si colloca la questione dei dirigenti scolastici che – come lo scrivente – si sono candidati a far parte dei Nuclei di Valutazione dei dirigenti scolastici. Sul web in gruppi chiusi sono volate parole forti e questa forma di collaborazione nei confronti dello stato e del sistema nazionale di valutazione è stato bollato da molti dirigenti più che come una collaborazione come un “collaborazionismo”. La legge prevede che nel Nucleo vi sia un dirigente, accanto ad un dirigente tecnico (anche facente funzione) e ad un esperto esterno (che potrebbe essere anche un docente). Non vi è motivo per cui un docente non possa valutare un dirigente entro i limiti previsti dalla legge, mentre la legge impone un dirigente nel Nucleo. Anche in questo caso il dirigente scolastico può ritenere non opportuno contribuire a valutare i colleghi (il Nucleo non valuta, trasmette un parare al Direttore generale) e in questo caso non si è candidato. Invece man mano che la valutazione andava avanti e appariva come reale è montata la protesta perché è una valutazione cartacea, perché priva di rapporti col lavoro reale del dirigente e, tra l’altro, effettuata da soggetti privi dei titoli per valutare. I dirigenti valutano i docenti (bonus premiante, anno di prova, chiamata diretta, ecc.) e lo fanno in quanto dirigenti. Ma nel comitato di valutazione ci sono anche docenti che valutano docenti, ecc. Vi è insomma un tentativo del sistema nazionale di istruzione di creare delle strutture valutative che siano parte integrante del sistema stesso. Il fatto di chiedere le dimissioni dagli incarichi significa ritenere che la funzione primaria del dirigente sia quella di essere un dipendente che difende i suoi diritti, che stanno sopra alla sua funzione di organo periferico dello stato. Il fatto poi che la presenza del dirigente scolastico nel Nucleo di valutazione dei dirigenti sia sancita ex lege pare per molti essere una novità nata oggi e che prima nessuno conosceva. La questione della rinuncia agli incarichi non obbligatori mostra la debolezza della dirigenza scolastica laddove si ritiene dipendente del sistema di istruzione e non parte attiva dello stesso.

Azione n. 5 – Manifestare l’indisponibilità a surrogare l’Avvocatura dello Stato per la difesa nel primo grado di giudizio dell’Amministrazione. Utilizzare il modello allegato 2. Da inviare entro aprile come preannuncio e come forma di pressione politica; da reiterare ogni volta che si sia investiti del compito su una vertenza specifica. Anche in questo caso siamo davanti a una scelta sorprendente, perché il rischio è che la scelta fatta da dipendente (non sono disponibile a surrogare l’Avvocatura dello stato) ricada sul dirigente, in quanto sarebbe di fatto una rinuncia alla difesa.

Azione n. 6 – Questionario scuola INVALSI: compilarlo solo nelle voci diverse rispetto allo scorso anno o in quelle in cui i dati siano cambiati. Non compilare le voci rimaste invariate. Applicare la stessa tecnica a tutti i monitoraggi, ricognizioni, richieste dati che dovessero pervenire da ora in avanti. Se vi è modo per inserire commenti liberi, scrivere: “le risposte lasciate in bianco corrispondono a dati già in possesso dell’Amministrazione – riferimento comma 140 articolo unico legge 107/15”. Questa azione in teoria può essere esercitata anche senza avere come scopo la protesta. L’Amministrazione pubblica per sua natura chiede più volte gli stessi dati, ma anche le scuole lo fanno. Le segreterie sono sorde ad ogni indicazione atta a non chiedere dati già in possesso. Anche qui come potrebbe fare un dirigente che si rifiuta di dare dati già in possesso dell’amministrazione a chiedere ai suoi docenti o agli utenti dati già in possesso della scuola? Questa azione applicata dal dirigente potrebbe avere come esito solo la persistenza di dati inesatti o di campi non compilati, applicata invece da parte dei docenti o degli utenti potrebbe produrre anche una paralisi amministrativa con perdite di tempo enormi.

Sono curioso di vedere come andrà a finire l’interessante protesta proposta da ANP o le azioni di contrasto indicate dagli altri sindacati decisamente più generiche. Forse finirà tutto nel nulla visto l’impegno ministeriale a non collegare la valutazione dei dirigenti con la retribuzione di risultato. C’è però una cosa veramente obsoleta che sta nei rapporti tra stato di dirigenti ed è la questione dell’onnicomprensività. Credo che sarebbe necessario rimuoverla (e anche facile farlo) permettendo così che la retribuzione possa essere migliorata da altri incarichi nell’amministrazione e fuori dall’amministrazione anche di tipo formativo. Ma qui entreremmo dentro l’idea di una dirigenza autonoma e poco controllabile da contratti nazionali, con forti tendenze alla differenziazione. Cosa che mi pare pochi vogliano.

Iran-Italy science technology innovation forum

Il 19 e 20 aprile 2017 si terrà a Teheran la prima edizione dell’Iran-Italy Science Technology & Innovation Forum, il primo evento, dopo la riapertura dei canali commerciali, dedicato allo scambio scientifico e tecnologico tra Italia e Iran, promosso dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale e il Ministero iraniano della Scienza, Ricerca e Tecnologia.
Il Forum rappresenta il momento di punta di un programma più ampio che, attraverso una piattaforma stabile di lavoro, coordinata da Città della Scienza di Napoli, consente ad università, centri di ricerca ed imprese a forte impatto innovativo di realizzare uno scambio costante implementando la cooperazione scientifica e tecnologica tra i due paesi.
Il Forum, che si articola in attività di networking e matchmaking, ha l’obiettivo di favorire il dialogo sui temi dell’innovazione e creare occasioni di incontri one-to-one finalizzati alla nascita di partenariati tecnologici, produttivi e commerciali tra enti di ricerca, università ed imprese innovative italiane ed iraniane.
La prima edizione del Forum, che sarà organizzato alternativamente in Italia e in Iran, si svolgerà il 19 e 20 aprile a Teheran nella sede della Shahid Beheshti University, alla presenza della Ministra Valeria Fedeli e del Ministro Mohammad Farhadi.
Il programma vede anche il coinvolgimento del CNR, dell’INFN, della CRUI, di NETVAL e di Confindustria al fine di presentare il sistema Paese con i principali soggetti attori sul tema dell’internazionalizzazione della ricerca e dell’innovazione.
La delegazione italiana è composta da 150 realtà in rappresentanza di università, centri di ricerca e imprese innovative. Tra le presenze istituzionali: il Presidente del CNR, Massimo Inguscio; l’Assessore all’Internazionalizzazione, alle Startup e all’Innovazione della Regione Campania, Valeria Fascione; l’Assessore allo Sviluppo Economico della Regione Lazio, Guido Fabiani e il Segretario Generale di Città della Scienza, Vincenzo Lipardi.

L’Iran-Italy Science Technology & Innovation Forum

Cos’è

L’Iran-Italy Science Technology & Innovation Forum è il primo evento dedicato all’internazionalizzazione ed allo scambio scientifico, tecnologico e commerciale tra il mondo della ricerca e dell’impresa italiano e quello iraniano. La manifestazione è il momento conclusivo di un lavoro più ampio che nasce con l’obiettivo di creare una piattaforma permanente di cooperazione ed internazionalizzazione tra Italia ed Iran promossa dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca italiano e dal Ministero della Scienza, Ricerca e della Tecnologia Iraniano.

Il format

L’evento è articolato in una parte istituzionale – alla presenza della Ministra Valeria Fedeli e del Ministro Mohammad Farhadi – e in una parte operativa dedicata alle attività di networking e matching. La parte operativa è finalizzata a creare partenariati tecnologici e commerciali ed è organizzata in seminari tematici, incontri one-to-one e visite a parchi scientifici e tecnologici, istituti di ricerca, incubatori ed aziende innovative.

Chi lo promuove

Da parte italiana il Forum è promosso dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale ed organizzato da Città della Scienza di Napoli. È coordinato da Città della Scienza, in collaborazione con la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane – CRUI, il Consiglio Nazionale delle Ricerche – CNR, l’Istituto di Fisica Nucleare – INFN, la rete NETVAL e con Confindustria.

Da parte iraniana l’iniziativa è promossa dal Ministero della Scienza, Ricerca e della Tecnologia ed è organizzata dall’Ufficio Affari Tecnologici del Ministero insieme all’Ufficio per la Cooperazione Scientifica.

Le finalità

Riunendo le priorità individuate dal Programma Nazionale per la Ricerca italiana e dal Piano Quinquennale cinese, l’evento mira a promuovere l’internazionalizzazione dei sistemi ricerca-impresa dei due Paesi, sviluppando, attraverso la costruzione di partenariati tecnologici, produttivi e commerciali, la cooperazione tra Italia e Cina nel campo dell’innovazione, della scienza e della tecnologia.

A chi è rivolto

Il Forum è rivolto a ricercatori, imprenditori, maker, startupper e a tutti i soggetti del mondo della ricerca, dell’impresa e dell’innovazione interessati a processi di internazionalizzazione e collaborazione con l’Iran.
Creare una piattaforma stabile di scambio per l’internazionalizzazione dei rispettivi sistemi accademici, scientifici e di impresa a forte caratterizzazione innovativa, nel settore della scienza, della tecnologia e dell’innovazione;

Presentare il sistema Italia in modo integrato e strutturato sul tema dell’internazionalizzazione della ricerca e dell’innovazione con l’Iran, coinvolgendo i vari Ministeri, i principali enti di ricerca, le università e Confindustria per il mondo delle imprese;

Alimentare il dialogo e lo scambio sulle principali tematiche scientifiche e tecnologiche di reciproco interesse per i due Paesi per presentare a ciascun sistema un’offerta di opportunità selezionate;

Favorire la nascita di partenariati tecnologici, produttivi e commerciali tra ricercatori, imprenditori e innovatori italiani ed iraniani;

Implementare lo sviluppo delle competenze del capitale umano indispensabile alla cooperazione con l’Iran, in ambito scientifico, tecnologico e umanistico, incoraggiando gli scambi accademici e la mobilità studentesca.

Settori chiave

I settori della manifestazione sono stati definiti incrociando quelli indicati nelle linee guida nazionali del Programma Nazionale per la Ricerca, il PNR, e quelli prioritari per il governo iraniano. In particolare i settori selezionati sono:

Scienze della Vita, Biotecnologie e Biomedicina,

Agroalimentare,

Chimica Verde,

ICT di Nuova Generazione,

Tecnologie per la protezione dell’Ambiente ed Energie Rinnovabili,

Tecnologie applicate alle energie da fonti fossili,

Scienze della Terra e geofisica,

Archeologia e tecnologie per i Beni Culturali,

Design ed industrie creative.