Il POF: ATTO o POTENZA

Il POF: ATTO o POTENZA

di Gerardo Marchitelli

Il piano dell’offerta formativa (pof) non è la carta d’identità della scuola, non sempre il seme diventa albero. Il POF, necessita di varie canalizzazioni affinchè possa essere considerato l’identità SCUOLA che risponde ai bisogni degli alunni.

Un uovo di struzzo sarà necessariamente struzzo in potenza e non potrà di certo essere gallina. Ogni cosa che si trasforma da potenza ad atto, ha bisogno che abbia in sé, qualcosa che sia già in atto.

Se non intervengono, all’interno del POF, i fattori necessari alla realizzazione del processo che determina la SCUOLA, esso non avviene o meglio, avviene, ma si tratta di un processo sganciato totalmente dal mondo reale dell’ alunno.

C’è da guardare-osservare-verificare-valutare “l’albero”, per appurare-individuare-scegliere il seme, che ha in sé, il progetto SCUOLA  che si vuole.

Il POF è come un pezzo di legno che può diventare non tutto, ma rispondere a piu’ cose:

  • ai processi di insegnamento-apprendimento;
  • alle esigenze degli alunni in merito alla continuità, all’orientamento, al sostegno e al recupero;
  • all’articolazione modulare del monte ore annuale di ciascuna disciplina e attività;
  • all’articolazione modulare di gruppi di alunni provenienti dalla stessa o da diverse classi;
  • alle modalità e ai criteri per la valutazione degli alunni;
  • all’organizzazione adottata per la realizzazione degli obiettivi  dell’azione didattica;
  • ai progetti di ricerca e sperimentazione.

 

Il tutto, è condizionato da una unica variabile: il rendimento, il profitto degli alunni. Non si può prescindere da questo, non si può fare a meno di conoscere “l’utile” di ogni azione didattica. Soltanto conoscendo il profitto degli alunni è possibile proporre prodotti didattici e valutarne il costo, la spesa. Il Pof non ha postulati, non ha nulla di scontato, prova a risolvere problemi di rendimento, ma ne solleva anche di nuovi, senza mai accontentarsi di provvisori traguardi, apre nuovi fronti, semina nuovi dubbi.

 

Siamo di fronte ad un’operazione che vede il molteplice, dato dalla realtà degli alunni e del mondo civile, trasformarsi in quell’ “uno”, rappresentato dal curricolo scuola, capace di  mutare al mutar delle condizioni interne ed esterne al sistema scuola.

Il Pof è l’obbligazione assunta dalla scuola verso i propri alunni, rappresenta il rischio delle proprie azioni, precisa il significato, il senso,  la valenza formativa e orientativa delle discipline. E’ l’insieme delle teorie fondanti, concetti chiave, mappe concettuali,

linguaggi specifici, procedure e operazioni specifiche, strumenti, ecc. Il pof, è il tempo della didattica che scorre inesorabilmente, è lo spazio educativo in cui tutto si ossida, in cui tutto è sussurrato con garbo, è la conoscenza capace di ampliare le matrici cognitive, le reti concettuali, il patrimonio culturale, ma soprattutto è lo strumento che detta le linee metodologiche affinché fornisca chiavi e strumenti di lettura della realtà delle cose e dei fenomeni.

E’ naturale chiedersi, se oggi la scuola ha al suo interno, capacità professionali tali, da essere capaci di valutare/si  al fine di “irrobustire le forze e lo sguardo della mente” di ognuno e dell’organizzazione scuola,  in vista di un cammino consapevole.

Si ha spesso, la percezione che si passi da segno a segno, da parole in parole, senza alcun tipo di comprensione. Un insieme di segni che puntualmente, ogni anno, si pronunciano senza sapendo che sono in pochi a possedere quei significati capaci di guardare-osservare-verificare-valutare “l’albero”, per appurare-individuare e scegliere il seme.

E’ superfluo dire che i segni significano e che la conoscenza dei significati vale di piu’ delle parole e dei segni stessi.

E’ possibile insegnare senza ricorrere ai segni? E’ possibile creare situazioni in cui si mostrano direttamente le cose?  Se si vede un uccellatore al lavoro, diventa facile comprendere il suo strano abbigliamento e il senso-significato degli attrezzi che porta.

Parafrasando, Agostino “nulla si impara mediante i segni con cui viene indicato”. Infatti, la consapevolezza che un segno è segno di qualcosa avviene soltanto se si conosce questo qualcosa, altrimenti nessuno se ne accorgerà.

Quanti collegi ancora, in cui i segni-suoni non significano. Quanti dipartimenti, consigli di classe in cui il segno viene prima della conoscenza. Quando sarà il tempo in cui sarà “il segno ad essere imparato in seguito alla conoscenza della cosa, anziché la cosa in seguito all’osservazione del segno”.

Quante ore di lezione ancora, in cui le parole non mostrano le cose, in cui la valutazione è legata alla sola conoscenza delle parole.

E’ forse arrivato il momento in cui è necessario creare formazione all’interno della scuola al fine di insegnare a “vedere-valutare” se stessi e se stessi all’interno dell’organizzazione-scuola, come via maestra per migliorarsi e per poter proporre dapprima le conoscenze e in seguito decidere quali segni.

Senza la formazione del “seme” è praticamente impossibile valutare-pianificare “l’albero” della vita, il Pof della scuola e il domani dell’alunno. L’Invalsi in merito, così come si propone, non è né potenza e né atto.

 

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