Ambienti scolastici da rifare

Ambienti scolastici da rifare
Per una teoria pedagogica intorno alla costruzione/ricostruzione dello spazio scolastico
 
di Agostina Melucci*

Si scrive e si parla molto di edilizia scolastica, di scuole insicure per problemi statici o igienici (es. per amianto) oppure dai soffitti che cadono a pezzi, o semplicemente inadatte a una moderna gestione della didattica. Molti edifici, splendidi per progetto, specie al Sud sono stati iniziati, mai terminati e lasciati lì a marcire.

Ora si predispongono, pare sia la volta buona, significativi stanziamenti per l’edilizia. Occorre evitare alcuni errori del recente passato: costruzioni astratte dall’intenzionalità educativa, invivibili a causa delle troppe superfici vetrate, fredde d’inverno e caldissime già in un aprile soleggiato oppure disegnate da architetti a prescindere dalla loro funzione. Costruire/ricostruire dunque ma come, in che senso, con quali accorgimenti?

La pedagogia come scienza filosofica ha sempre considerato lo spazio, insieme al tempo, come agente che influisce profondamente sulla qualità della vita e dell’educazione.

Il processo educativo avviene infatti non solo nel, nello spazio e nel tempo, ma per, attraverso  lo spazio e il tempo. Se i decisori tenessero maggior conto dei pedagogisti disporrebbero che le scuole fossero disegnate in termini non solo di tempo e di spazio ma di spazio-tempo e dei processi didattici e comunicativi che vi si verificheranno. L’essere di un bambino e di un insegnante è un essere  “qui e ora”;  ed  è da   questo “qui e ora” (spazio della coincidenza,  tempo della fruizione) che i restanti spazi e tempi possono essere intenzionalmente pensati.  L’ “adesso” e “in questo luogo”   rappresentano le coordinate  che fondano  le altre dimensioni e aprono  alla co-scienza dell’altrove, all’in-tensione verso il mondo, a un’intenzione di vita. Le belle, dunque buone strutture architettoniche fanno eco alla natura (linee del suolo, alberi, acque) e pre-dicono un desiderabile mondo venturo.

La miglior pedagogia e in particolare la scuola fenomenologica (Bertolini, Contini, Iori) ha inteso e scientificamente sviluppato l’idea che l’esperienza dello spazio e del tempo, universali non interamente concettualizzabili, trovi accoglienza in forme virtualmente contenute anche nei propri predicati.

Sono contro l’architettura seriale, alle scuole tutte uguali, tutte squadrate e innaturali come disegnate da cattivi geometri iper-razionalisti e volute da politici incolti indifferenti alla sorte di chi le dovrà abitare. Una scuola felice non può che disegnarsi la propria casa a seconda del contesto fisico e umano con cui si trova a che fare.

…………………….Anche la struttura interna e la disposizione dei tavoli, i segni e le figure appesi alle pareti, il materiale ludico e didattico costituiscono aspetti che articolano il vissuto spazio-temporale.   Noi siamo anche i luoghi che abitiamo, gli oggetti che manipoliamo (e che ci manipolano); ne interiorizziamo i suggerimenti impliciti o espliciti.

Un’ articolazione degli spazi in cui tutto sia previsto, tirata con la riga e la squadra, senza quelle linee curve in cui si articolano ordinariamente i vissuti dell’esistente umano irrigidisce l’operare  della persona  che vi è inserita;  viceversa   un’ articolazione non statica,   capace di ripensamenti, riallocazioni, ridistribuzioni in evoluzione favorisce un pensiero libero.

Una scuola di qualità è anche un luogo dell’abitare in cui ci si sente ospitati (e ospitanti) da spazi  amici e non intimorenti, accolti da persone che non ci ignorano,  tra cose che dicono e pre-dicono il nostro vissuto. Gli insegnanti dovrebbero esseri i “primi architetti” della loro scuola.

Comunque, un edificio con scopi educativi progettato da architetti e ingegneri entro un disegno pedagogico e dunque orientati da pedagogisti e da educatori dovrebbe porsi sia preliminarmente che successivamente almeno alcune delle seguenti domande:

Quali forme e suggestioni di vissuto comunicano gli spazi della scuola da costruire?
L’ambiente è  gradevole e ben progettato anche grazie al nostro concorso?
E’ curato esteticamente o pare prodotto seriale che prescinde da coloro che ci vivranno?
Sono preferibili spazi monovalenti o polivalenti? Fissi o mobili? Identificati o in cambiamento? Sociali e  privati in quale proporzione?
Come lo spazio può chiudere o invitare l’esplorazione dell’esterno?
Stimola o inibisce la relazione?  L’autonomia?  Il movimento?………………….

*Già insegnante nelle scuole dell’infanzia, ora dirigente UST di Ravenna

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