Qualità della scuola e problema occupazionale

Qualità della scuola e problema occupazionale

di Stefano Stefanel

Il dibattito attuale attorno alla scuola si frange contro una dicotomia mai risolta e cioè il rapporto tra aumento delle risorse per la scuola e risultati ottenuti dagli studenti. Ci sono in giro sempre più “negazionisti” che contestano tutti gli impianti valutativi, individuando alcuni oggettivi problemi che, invece di essere collocati dentro la giusta critica al fine della loro risoluzione, vengono usati per dimostrare che il sistema valutativo è da buttare in toto. L’Invalsi fa alcuni errori o presunti tali e dunque non vanno fatte le rilevazioni (e in questa direzione si è mosso anche Tiriticco); l’Ocse parte da principi economici e non tiene conto della specificità italiana e dunque serve solo ai tecnocrati dediti alle statistiche; il mondo del lavoro non assorbe più laureati o diplomati e allora è necessario un massiccio intervento statale sull’occupazione, ma non modificare ordinamenti e apprendimenti; le statistiche mettono in luce un rapporto troppo basso di alunni per docente allora sostiene che questa statistica non vale niente perché non tiene conto degli insegnanti di sostegno (quando poi si chiarisce che ne tiene conto si obietta che comunque i sistemi non si possono comparare);  il tempo scuola italiano è il più alto del mondo, ma il dato non interessa perché stare più a scuola significa avere risultati migliori anche se nessuno certifica questo. E via di seguito.

Poiché mi è chiaro il problema occupazionale, ma mi è anche chiaro il problema della qualità della scuola italiana presa nel suo complesso (con ampie sacche di eccellenza unite a spaventosi vuoti dispersivi) ho difficoltà ad orientarmi in un dibattito che collega direttamente il numero degli occupati a scuola con i risultati della stessa. Sembra quasi che la scuola prima dei tagli della Gelmini fosse un sistema efficiente ed efficace. La scuola era in crisi prima e i tagli sono stati applicati alla crisi. E’ possibile tagliare le risorse ad un soggetto in crisi ed avere un miglioramento della situazione? A questa domanda risponderanno le rilevazioni Ocse Pisa di quest’anno, ma io prevedo che saranno migliori di quelle precedenti, anche perché credo che nelle rilevazioni del 2009 (precedenti dunque ai tagli) il sistema scolastico italiano abbia toccato il suo fondo. Temo però anche che se i risultati saranno migliori non si aprirà un dibattito per verificarne il reale motivo, ma il centrodestra dirà che la Gelmini ha salvato la scuola italiana e il centrosinistra e i sindacati che la scuola si è dimostrata più forte anche dei tagli della Gelmini. E quindi si tornerà punto daccapo.

Ho fatto questa premessa per dare qualche risposta alle giuste domande di Cinzia Mion nell’ambito di un ragionamento che mi trova concorde (Giù le mani dal gioiello di famiglia, su scuoaoggi.org del 23 marzo 2012). Lo faccio in modo sintetico, anche perché la proposta di Tiriticco (Ipotesi di riordino del sistema dell’istruzione, su edscuola.it  del 19 marzo 2012) nel complesso mi pare molto interessante e anche perché credo che comunque la mia opinione non sposterà nulla e nessuno (e dunque meglio farla breve).

La Scuola dell’Infanzia deve rimanere triennale ed è un’assurdità andare a toccarne l’organizzazione visto che è effettivamente il “gioiello di famiglia”. Però non va lasciata nell’immobilismo, pena una perdita di qualità. Ci sono dei segnali di piccolo allarme, dovuti all’aumento dei figli unici, ad una sorta di tradizionalità degli sfondi integratori, ad una difficoltà delle docenti di scuola dell’infanzia ad incidere nella curricolarità degli istituti comprensivi. Inoltre va detto che né le sezioni primavera, né gli anticipi hanno prodotto i problemi che venivano ventilati. Entrambe le novità sono figlie del tempo e come tali dovrebbero diventare un elemento caratterizzante la didattica della scuola dell’infanzia.

Questo però deve far riflettere sulla scuola primaria: anche le organizzazioni di eccellenza devono cambiare per rimanere tali. Invece nel caso della scuola primaria si invocano i buoni risultati per cercare di rimanere immobili. Stanno affiorando difficoltà reali in quel segmento di scuola e l’organico funzionale non viene quasi mai usato come tale, ma spesso per irrigidire le compresenze (“secondarizzare le compresenze”). E’ vero che l’organico è stato diminuito, ma rimane funzionale, anche se tende a produrre sovrapposizioni rigide e non flessibilità didattica.

Il secondo ciclo dell’istruzione deve invece diventare quadriennale e licenziare gli alunni a 18 anni, come avviene in tutto il mondo. Questo crea un problema occupazionale e ulteriori tagli. Sembra però paradossale tenere in vita un anno di scuola che rende meno competitivi i nostri ragazzi perché sennò diminuisce l’occupazione. Credo si possa anche diminuire di un anno il ciclo, mantenere inalterato l’organico e attivare un vero organico funzionale. Soprattutto credo sia necessario abolire il valore legale del diploma e quindi trasformate l’ultimo anno del secondo ciclo da anno condizionato dall’esame di stato e dalle sue modalità ad anno conclusivo di un ciclo di studi in cui l’esame di fine ciclo sia un completamento valutativo del percorso e non una sorta di mega-quiz che annulla ricerca, innovazione e approfondimento culturale perché finalizzato al prodotto finale.

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