Archivi categoria: Sociale

Malattie rare, la “disabilità nascosta” (e la solitudine) di Valentina

da Superabile INAIL

Il racconto a Omar della mamma, che ha trascorso un anno fuori dall’aula perché nessuno poteva gestire le sue “crisi di assenza”. Ma dopo il diploma oggi la ragazza non studia e non lavora. “Dice che va tutto bene, ma non è così”: il desiderio di aiutarla “a trovare un posto nel mondo”

ROMA – Valentina non studia, non lavora e trascorre l’intera giornata a casa, con o senza le restrizioni dovute all’epidemia da Covid-19. Da quando ha terminato l’istituto alberghiero le sue giornate sono diventate piatte e senza il conforto di un progetto. A raccontare la sua storia all’Osservatorio Malattie Rare è la mamma, Anna. Valentina, spiega l’organizzazione, ha un quadro patologico estremamente complesso, che comprende anche un’epilessia farmacoresistente (che non risponde quindi al trattamento farmacologico). Tuttavia ciò che preoccupa la madre è la sua solitudine. “Chi è come Valentina resta sola”, dice.

“Le compagne si sono dileguate da tempo, comprese le amiche di sempre – spiega a OMaR – Il problema è che mia figlia ha una disabilità nascosta, quando la vedi non ti rendi conto che c’è qualcosa che non va: ma più passa il tempo, più la sua diversità la condanna a stare da sola”. Valentina, ricorda l’organizzazione, “è nata con un blocco atrio ventricolare completo, a tre mesi ha avuto la meningite che le ha ‘bruciato’ la parte occipitale destra e a un anno ha dovuto mettere il pacemaker per regolarizzare il ritmo cardiaco. Sei anni dopo ha cominciato a soffrire di epilessia farmacoresistente, mentre a 17 anni ha avuto il primo ictus a sinistra, seguito tre anni dopo da un secondo ictus a destra”.

“La madre – prosegue il racconto di Omar – per stare accanto a sua figlia fa tutto quello che può: non ha né cerca un lavoro e continua imperterrita a prendersi cura della sua ragazza sotto ogni aspetto, nonostante abbia lei stessa una malattia rara autoimmune. Per permetterle di terminare la scuola e conseguire il diploma, Anna ha trascorso un intero anno scolastico fuori dall’aula di Valentina, perché nessuno tra personale scolastico ed extrascolastico era abilitato a gestire le sue ‘crisi di assenza’ che avevano e hanno luogo più volte al giorno, della durata di pochi istanti o fino a un quarto d’ora”.

“Dice che va tutto bene, ma non è così. Si sente giù di morale, perché non esce e non fa niente. Sotto un’apparente serenità si cela una depressione. Ha avuto anche delle crisi di rabbia, a volte. Ha bisogno di una mano – dice la mamma di Valentina – Troppo ‘normale’ rispetto a chi ha una disabilità e troppo ‘disabile’ rispetto ai cosiddetti normodotati, Valentina stenta a trovare un posto nel mondo. Un’assistente sociale le aveva proposto di frequentare un centro diurno ma lei non accetta di essere considerata disabile. D’altra parte la stessa neurologa che la segue aveva sconsigliato questa soluzione: il contatto con persone con problemi maggiori dei suoi potrebbe comportare una regressione. La mia idea sarebbe quella di farla entrare in un’associazione come volontaria, ma a quanto pare sembra una soluzione difficilmente praticabile. Nel frattempo mia figlia continua a rimanere da sola. E con lei tanti ragazzi e ragazze nella stessa condizione”.

Mufasana, lo yoga accessibile per persone con disabilità e difficoltà motorie

Mufasana, lo yoga accessibile per persone con disabilità e difficoltà motorie
Redattore Sociale del 17/07/2021

Giada Rossi, 27 anni, da quando ne ha 3 è stata colpita dall’artrite reumatoide giovanile. Oggi è insegnante di yoga e lancia il suo progetto incentrato sugli aspetti curativi e benefici della disciplina: “Lo yoga mi ha aiutata a riguadagnare mobilità articolare e a rinforzarmi a livello muscolare, ma soprattutto a riprendere contatto con il mio corpo”

BOLOGNA. “Quando conviviamo con una patologia, soprattutto se cronica, tendiamo a dissociarci dal nostro corpo e lo vediamo solo come malattia. Il regalo più grande che mi ha fatto lo yoga è stato proprio quello di permettermi di tornare al corpo: fermarmi e stare ad ascoltare, capire dove stanno le tensioni, dove sta il dolore, e attraverso il respiro diventare consapevole di quello che sono, che è anche malattia, ma non solo”. Giada Rossi, 27 anni, da quando ne ha 3 è stata colpite dall’artrite reumatoide giovanile, patologia cronica causata dall’infiammazione delle articolazioni. Dopo tanti anni di nuoto, quattro anni fa si è avvicinata alla disciplina dello yoga ed è diventata insegnante: oggi a Bologna lancia Mufasana, il suo nuovo progetto di yoga inclusivo e accessibile, pensato anche per persone con disabilità e difficoltà motorie. 
“Mufasana nasce nella mia testa come un simpatico gioco di parole tra Mufasa e asana – racconta Giada -. Mufasa è il papà di Simba nel cartone animato della Disney, un grande leone dalla chioma rigogliosa e dal piglio compiaciuto: anche io ho la chioma lussureggiante e ambisco a quel piglio. Asana invece è una parola sanscrita che significa ‘posizione’, ed è uno degli otto passi dello yoga. Io mi vedo come una leonessa ‘scomposta’ che cerca di r-esistere, nello yoga e nella vita”.
Il progetto nasce attraverso la pagina Instagram Mufasana.yoga, che diventerà il contenitore in cui mettere spunti da cui tutti possano attingere, e in cui riceverne se qualcuno ne vorrà condividere: storie, impressioni, passi, dubbi, errori. E naturalmente anche sequenze fisiche, meditazioni, esercizi di respirazione. Giada fa lezione su Zoom tre volte a settimana e offre anche lezioni private o a piccoli gruppi, e workshop tematici in presenza: i suoi corsi sono pensati per ogni tipo di pubblico, anche per chi ha difficoltà motorie o dolori articolari. 
“Lo yoga ha degli aspetti curativi molto potenti – spiega -. Io l’ho sperimentato in prima persona: mi ha aiutata a riguadagnare mobilità articolare e a rinforzarmi tantissimo a livello di muscolatura. Ovviamente la pratica va adattata a ogni situazione, a ogni corpo, a ogni realtà. Non tutte le posizioni sono adatte a tutti: è importante sperimentare sul proprio corpo che certe posizioni per noi non sono possibili, o che comunque non ci fanno bene. Io stessa modifico alcune posizioni nella mia pratica personale, e cerco di mostrare alle mie allieve e ai miei allievi che esistono sempre strade alternative, e che a volte sono proprio quelle ad essere le più magiche per noi. Questa è anche una metafora della vita, per ritrovare il cammino verso il sé autentico. Se non potessimo modificare quello che ci dicono i manuali, lo yoga diventerebbe un qualcosa di estremamente elitario e arido”.
Giada ha iniziato a praticare yoga nel 2017, come autodidatta, attraverso i video de “La scimmia yoga”, con l’insegnante Sara Bigatti. “Sono incappata in un suo video su YouTube e ho detto: ‘Proviamoci’. Era un periodo che mi sentivo staccata da me stessa, avevo smesso di nuotare e avevo bisogno di fare qualcosa per il mio corpo. Da lì non ho più smesso. Da subito ho iniziato con un’intensità abbastanza elevata: sentivo che lo yoga mi faceva talmente bene che quasi subito è diventata una pratica quotidiana, e progressivamente è entrato sempre di più nella mia vita”. L’anno scorso ha poi deciso di studiare yoga con alcuni insegnanti indiani della scuola Kashish yoga, che ha sede a Goa, e di diventare insegnante certificata. “Ho avuto l’opportunità di studiare anatomia, filosofia yoga, asana clinic – ossia gli allineamenti delle varie posizioni, e come usare il respiro – ma soprattutto gli aspetti curativi della pratica”.
Parallelamente, insieme al gruppo Anmar Young, in collaborazione con l’Associazione Nazionale Malati Reumatici, Giada organizza mensilmente delle dirette streaming su temi che riguardano le malattie reumatiche che colpiscono i giovani. “In primavera abbiamo organizzato una conferenza sullo sport e le malattie reumatiche – dice -. Lo yoga e il pilates sono attività estremamente indicate anche per persone con patologie croniche, perché sono considerate a basso impatto, e agiscono in modo positivo sul sistema nervoso, sulle articolazioni, e sulla percezione di se stessi. Di sicuro facendo yoga non si guarisce da una malattia cronica autoimmune, ma la pratica può essere considerata una seconda terapia”. 
Per il futuro, Giada ha il progetto di arricchire il progetto Mufasana con percorsi tematici legati allo yoga per chi ha problemi alle ginocchia, capendo come adattare determinate posizioni, oppure yoga sulla sedia per chi non ha possibilità di muovere le gambe, ad esempio per chi ha malattie reumatiche in fase acuta, per chi è sulla sedia a ruote, o per chi ha da poco affrontato un intervento. E poi ha intenzione di lavorare sull’esperienza dello yoga al buio, sia per persone ipovedenti o cieche, ma anche per persone vedenti che vogliono sperimentare una pratica che non sia basata sulla vista, per riuscire a portare maggiormente lo sguardo all’interno. “Sul tappetino scopro e costruisco uno spazio di riconnessione con tutta me stessa – conclude Giada -. Ritrovo il mio corpo imperfetto, il mio organismo confuso, le mie ginocchia disgraziate. Per me lo yoga è imperfezione, connessione, accessibilità, espressione, e soprattutto libertà”.

di Alice Facchini

Malattie rare, nodi e obiettivi in vista degli Stati generali

Malattie rare, nodi e obiettivi in vista degli Stati generali
Redattore Sociale del 14/07/2021

Stamattina un webinar ha lanciato il percorso degli “Stati generali delle malattie rare”, in programma il 28 e 29 ottobre prossimi nell’ambito del Forum Sistema Salute, organizzato a Firenze da Koncept

FIRENZE. L’epidemia da Covid-19 ha messo in evidenza le criticità del sistema di assistenza e cura dei pazienti affetti da malattie rare, ma ha anche permesso di sperimentare soluzioni innovative che devono essere conservate e valorizzate. È quanto emerso stamattina in un webinar che ha lanciato il percorso degli “Stati generali delle malattie rare”, in programma il 28 e 29 ottobre prossimi nell’ambito del Forum sistema salute, organizzato a Firenze da Koncept.
Gli Stati generali avranno un percorso preparatorio articolato su tre tavoli, in cui gli stakeholders si confronteranno per mettere a punto proposte e spunti di riflessione. I tavoli riguarderanno il percorso del paziente, con il tema delle case di comunità, della telemedicina, della teleassistenza; i nodi nazionali, con l’aggiornamento dei Lea, il percorso di riconoscimento della malattia rata e dell’invalidità, l’approvazione dei farmaci; la ricerca, anche alla luce degli obiettivi del Pnrr. Un focus speciale sarà poi dedicato all’integrazione lavorativa delle persone con disabilità.
“Passati i picchi di pandemia, il sistema cerca di riorganizzarsi anche sulla base delle indicazioni del Pnrr. Nella bozza del nuovo Patto per la Salute è delineata una nuova struttura per l’assistenza sanitaria, con un particolare incremento delle prestazioni sul territorio: come conciliamo tutto questo con il ‘sistema’ malattie rare e con le esigenze specifiche che hanno le persone?”. A chiederselo è Annalisa Scopinaro, presidente di Uniamo – Federazione italiana Malattie rare. 
Il percorso degli Stati generali, precisa, inizierà da settembre. “L’obiettivo è elaborare proposte concrete e fattive che sciolgano i nodi di sistema rilevati dal Rapporto MonitoRare elaborato dalla Federazione. Come ogni attività di Uniamo, i tavoli saranno multistakeholders, per comprendere tutti i punti di vista e rafforzare sempre di più la rete che deve sostenere i percorsi. Diagnosi precoce, centri di eccellenza e prossimità territoriale, disponibilità di trattamenti, home-care e home-delivery, terapie digitali e ausili, le sfide della teleassistenza e telemedicina, i decreti attuativi per le sperimentazioni cliniche, il lavoro, l’assistenza: ecco alcuni esempi degli argomenti in discussione, che potranno essere ampliati se le persone che aderiranno riterranno di sottoporre al vaglio del gruppo altre questioni prioritarie”.
“È una vera e propria rivoluzione quella degli Stati generali delle malattie rare, che si svolge ogni anno all’interno del Forum sistema salute”, commenta Giuseppe Orzati, amministratore di Koncept. “I pazienti che normalmente sono obiettivo di iniziative che li ‘mettono al centro’, prendono l’iniziativa e si mettono al centro di un confronto nazionale su questioni reali che determinano la qualità della loro vita e trovare soluzioni condivise. Una rivoluzione di prospettiva. In questa chiave va letto anche il premio Rare diseases award”. “Koncept, che organizza il Forum sistema salute, sta lavorando insieme a Uniamo – prosegue Orzati – per dare ai pazienti di malattie rare e alle loro associazioni tutti gli strumenti per essere protagonisti delle scelte per il futuro che li riguarda”.
In occasione degli Stati generali sarà anche assegnato il premio Rare diseases award, promosso da Koncept e da Uniamo per supportare e valorizzare progetti e iniziative innovative a favore delle persone con malattia rara. Il premio si rivolge a startup, imprese, centri di ricerca, università, Advocacy groups, operatori sanitari, reti ospedaliere e a tutte le organizzazioni che abbiano sviluppato un progetto nell’ambito delle malattie rare e del miglioramento della qualità della vita dei pazienti in due settori: quello dei servizi alla persona e quello della comunicazione a favore dei pazienti e dei loro familiari (https://forumdellaleopolda.it/gli-stati-generali-delle-malattie-rare). (DIRE)

Roma sblocchi subito fondi per legge 112

Disabilità-Barbieri: Roma sblocchi subito fondi per legge 112 come chiede Comitato Genitori “Dopo di noi”

(AGENPARL) – mar 06 luglio 2021 Roma, 6 lug Disabilita`, Pietro Vittorio Barbieri: Roma sblocchi fondi per legge 112, come chiede il Comitato Genitori “Dopo di noi”
Roma, 06 lug – Continua la battaglia dei genitori del comitato “Dopo di noi” per ottenere lo sblocco immediato dei fondi per L’autonomia residenziale, prevista dalla legge 112, in ciascun Municipio della Capitale. I fondi ci sono e basterbbero anche a coprire i progetti per singolo municipio ma va immediatamente convocata un’ assemblea Capitolina per superare le difficoltà burocratiche in capo al comune di Roma. Nonostante sia stata inviata alla sindaca di Roma Virginia Raggi ed all`assessora alle politiche sociali Veronica Mammi` una richiesta urgente di intervento per sbloccare i fondi stanziati per il 2021 per i servizi della legge 112, a tutt`oggi nulla è cambiato. Mi unisco
dunque alla voce del comitato genitori del “Dopo di noi” affinche` la sindaca di Roma, Virginia Raggi, convochi immediatamente l`assemblea capitolina per approvare la necessaria variazione di bilancio con decorrenza 1 gennaio 2021 senza la quale i Municipi sostengono che non sia possibile erogare i fondi finalizzati ai servizi del Dopo di noi. Tali servizi, ad oggi, sono tuttora in carico alle famiglie che non hanno più i mezzi per sostenere le spese. Il fallimento dei progetti di avvio e stabilita` residenziale, di autonomia ed autodeterminazione di questi ragazzi con disabilità, oltre alla chiusura delle Case, comprometterebbe il lavoro di anni con ripercussioni sociali per le famiglie e i ragazzi con disabilità e ripercussioni occupazionali per gli operatori che con il proprio lavoro hanno contribuito ai progetti. Il Comitato ha indetto una
manifestazione che si è tenuta in piazza del Campidoglio oggi, 6 luglio dalle ore 11:00, contro l`immobilismo e il disinteresse dell`amministrazione capitolina che nascondendosi dietro il paravento della burocrazia abbandona i propri concittadini piu` fragili e le loro famiglie. Ho partecipato anche io per vedere riconosciuto il diritto ad una vita autonoma ed indipendente delle persone con disabilità che è ciò per cui mi batto da tutta la vita. Così in una nota Pietro Vittorio Barbieri.

Un premio che promuove l’inclusione scolastica dei giovani con disabilità visiva

Un premio che promuove l’inclusione scolastica dei giovani con disabilità visiva
Superando del 02/07/2021

Dopo un anno di sospensione causato dalla pandemia, il MAC (Movimento Apostolico Ciechi), è tornato a indire il premio intitolato ad Antonio Muñoz, professore non vedente di Latina alla cui memoria è dedicato, con l’obiettivo di promuovere, come da quarant’anni a questa parte, la qualità dell’inclusione e dell’istruzione scolastica delle persone con disabilità visiva.
Vi possono partecipare, entro il 31 luglio prossimo, gli studenti, ciechi o ipovedenti, che abbiano frequentato nell’anno scolastico 2020-2021 la scuola primaria o quella secondaria di primo e secondo grado.
Verranno attribuiti sei premi di cui due per la scuola primaria (300 euro ciascuno), due per la scuola secondaria di primo grado (400 euro ciascuno) e due per la scuola secondaria di secondo grado (500 euro ciascuno). (S.B.)

Gli incentivi per l’assunzione di persone con disabilità psichica

Gli incentivi per l’assunzione di persone con disabilità psichica
SuperAbile INAIL del 02/07/2021

Le disposizioni sugli incentivi per i datori di lavoro sono più favorevoli per l’assunzione di lavoratori con disabilità intellettiva e psichica soprattutto per quel che riguarda la durata. 

Il sistema degli incentivi per i datori di lavoro che assumono persone con disabilità è profondamente cambiato con le modifiche all’art. 13 della legge n. 68/99 introdotte dall’articolo 10 del Decreto Legislativo 151/2015 emanato in attuazione della legge n. 183/2014 (Jobs Act).
Le disposizioni sugli incentivi per i datori di lavoro sono più favorevoli per l’assunzione di persone con disabilità intellettiva e psichica soprattutto per quel che riguarda la durata.
Le aziende possono usufruire di un contributo pari al 70% della retribuzione mensile lorda imponibile ai fini previdenziali per la durata di 60 mesi per ogni lavoratore con disabilità intellettiva e psichica che comporti una riduzione della capacità lavorativa superiore al 45% assunto a tempo indeterminato o anche a tempo determinato per un periodo non inferiore ai dodici mesi e per tutta la durata del contratto.
La circolare inps n. 99/2016 – punto 3 prevede che l’incentivo spetta per le assunzioni a tempo indeterminato e per le trasformazioni a tempo indeterminato di un rapporto a termine, anche a tempo parziale.
Per i lavoratori con disabilità intellettiva e psichica che comporti una riduzione della capacità lavorativa superiore al 45 per cento l’incentivo può essere riconosciuto – per tutta la durata del contratto – anche per le assunzioni a tempo determinato, purché tali rapporti abbiano una durata non inferiore a dodici mesi.
Comunque si ricordano di seguito quali sono gli incentivi di cui possono godere i datori di lavoro per le altre categorie di lavoratori con disabilità.
Le aziende possono usufruire per un periodo di 36 mesi, di un contributo pari al 70% della retribuzione mensile lorda imponibile ai fini previdenziali per ogni lavoratore disabile assunto con contratto a tempo indeterminato che abbia una riduzione della capacità lavorativa superiore al 79% o con minorazioni ascritte dalla I alla III categoria di cui alle tabelle annesse al DPR 915/1978.
L’ incentivo è pari al 35% della retribuzione mensile lorda imponibile ai fini previdenziali nel caso di riduzione della capacità lavorativa compresa tra il 67% e il 79% o con minorazioni ascritte dalla IV alla VI categoria di cui alle tabelle annesse al DPR 915/1978 e, anche in questo caso, ha la durata di 36 mesi.
Si ricorda che l’art. 9 comma 4 della legge 68/99 prevede che “I disabili psichici vengono avviati su richiesta nominativa mediante le convenzioni di cui all’articolo 11”.
Per ulteriori informazioni su inserimento lavorativo e modalità delle assunzioni di persone con disabilità psichica si rinvia alle specifiche schede di approfondimento.
 
Normativa di riferimento:
– Legge n. 68 del 12 marzo 1999: “Norme per il diritto al lavoro dei disabili” – art. 12;
– Legge 10 dicembre 2014, n. 183: “Deleghe al Governo in materia di riforma degli ammortizzatori sociali, dei servizi per il lavoro e delle politiche attive, nonché in materia di riordino della disciplina dei rapporti di lavoro e dell’attività ispettiva e di tutela e conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro”;
– Decreto Legislativo 14 settembre 2015, n. 151: “Disposizioni di razionalizzazione e semplificazione delle procedure e degli adempimenti a carico di cittadini e imprese e altre disposizioni in materia di rapporto di lavoro e pari opportunità, in attuazione della legge 10 dicembre 2014, n. 183”;
– Circolare inps 13 giugno 2016, n. 99: “Articolo 10, decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 151. Modifica dell’articolo 13 della legge 12 marzo 1999, n. 68. Nuovo incentivo per l’assunzione di lavoratori con disabilità. Indicazioni operative. Istruzioni contabili. Variazioni al piano dei conti”.

di Alessandra Torregiani

Verso l’iter per la legge sugli assistenti alla autonomia e comunicazione

Scuola disabili. Verso l’iter per la legge sugli assistenti alla autonomia e comunicazione  
Disabili.com del 01/07/2021

E’ stata calendarizzata per settembre la discussione sulla proposta di legge n. C2887-2021 per l’internalizzazione di questa figura scolastica a supporto degli alunni con disabilità.

Prende concreta possibilità di giungere a una legge la proposta di internalizzare nell’organico del MIUR (ovvero assumere direttamente da parte del Ministero dell’Istruzione) gli assistenti all’autonomia e comunicazione degli alunni con disabilità.
A comunicarlo è la FIRST – Federazione Italiana Rete Sostegno e Tutela Diritti delle persone con disabilità, che da tempo si batte per questo risultato. 

AVVIO DELL’ITER PARLAMENTARE
La Federazione ha fatto sapere che a breve inizierà l’iter parlamentare alla Commissione lavoro della Camera dei Deputati, congiunto con la Commissione Istruzione, della proposta di legge n. C.2887 – prima firmataria On. Bucalo: è stata infatti calendarizzata per il prossimo settembre la discussione.
Secondo la FIRST, qualora approvata, la legge assumerebbe una portata storica nel processo effettivo di inclusione per gli alunni che vivono una condizione di disabilità che necessitano dell’apporto imprescindibile delle citate figure professionali.

 CHI SONO GLI ASSISTENTI AD AUTONOMIA E COMUNICAZIONE
Gli assistenti alla autonomia e comunicazione, lo ricordiamo, sono figure professionali (previste dall’articolo 13 della Legge 104) che affiancano l’insegnante di sostegno, a supporto degli studenti con disabilità: si tratta di operatori socio educativi che supportano lo studente con disabilità sensoriale, psicofisica e con autismo, quando necessario. Il processo di inclusione scolastica, quindi, passa anche per queste fondamentali professionalità. 

LA SITUAZIONE ATTUALE E LA PDL
Tale legge è così attesa perché comporterebbe finalmente la normazione di questa importante figura. Attualmente, infatti, gli assistenti all’autonomia e comunicazione degli alunni con disabilità  pagano la mancanza di una definizione univoca per quanto riguarda ruoli, funzioni, percorsi formativi e trattamenti economici. La proposta di legge punta quindi a stabilizzarli, facendoli assumere dal MIUR, così da ottenere non solo una maggiore stabilità economica per gli interessati, ma anche più efficienza nel fornire fin dal primo giorno di scuola questa figura agli studenti con disabilità che ne abbiano bisogno. 

La FIRST, dal canto suo, auspica che tutti i gruppi parlamentari sostengano trasversalmente l’approvazione della citata proposta di legge, perchè vi è in gioco la condizione di vita e di inclusione effettiva di migliaia di alunni, delle famiglie e di riflesso di circa sessantamila assistenti specializzati.

Da Avatar e Comics una spinta all’inclusione

Da Avatar e Comics una spinta all’inclusione vera degli studenti con disabilità
Il Sole 24 Ore del 01/07/2021

Nello stato di emergenza dovuto alla pandemia anche la scuola ha faticato a esser un punto di riferimento per i ragazzi con disabilità. A seguito del DPCM del 3 novembre 2020 e del successivo DPCM del 2 marzo 2021, due note ministeriali hanno richiamato la garanzia alla frequenza in presenza per gli alunni con disabilità, nell’ambito del coinvolgimento di un gruppo di alunni della classe, per assicurare l’inclusione. Come docente di ruolo e specializzato per le attività di sostegno, ho riflettuto su quali potessero essere stati i motivi dell’increscioso ritorno, de facto, alle classi differenziali o alle scuole speciali generatosi quest’anno scolastico in molte realtà. Un momento particolarmente fragile ha smascherato un gap attuativo in merito a differenziazione didattica e a uso inclusivo della tecnologia digitale. 

Abitudine spesso consolidata è guardare agli alunni come tutti uguali. All’interno delle classi, a ben guardare, la complessità si inserisce come una costante, ricca di sfumature e sfaccettature, in merito a modalità di apprendimento, stili cognitivi, motivazioni, interessi e gestione delle emozioni. La differenziazione didattica viene a candidarsi come risposta pratico-operativa percorribile per raggiungere tutti e ciascuno. Essa rappresenterebbe un’alternativa reale alle modalità tradizionali di gestione della classe. Come sottolinea Carol A. Tomlinson, la differenziazione didattica è un potente moltiplicatore di equità, un volano efficace di accoglienza e inclusione che declina le migliori conquiste in campo pedagogico e didattico. 

Una spinta al rinnovamento didattico, in questo senso, potrebbe derivare proprio dall’esperienza fatta con la Dad. La versatilità didattica offerta dalle tecnologie digitali risponde in maniera funzionale, infatti, ai diversi stili di apprendimento, incrementando la motivazione e l’attenzione degli alunni. Un approccio pedagogico differenziato viene, quindi, a restituire al digitale il valore inclusivo, nell’ottica di un riadattamento della didattica, incontrando non solo le diversità e bisogni di ogni singolo alunno ma apprezzandone la ricchezza.

A sostegno di questa convinzione si inserisce una buona prassi educativa messa in campo in una classe di scuola primaria a me affidata come docente contitolare e specializzato, in un anno scolastico che ha visto l’alternarsi di periodi di didattica a distanza (Dad) a periodi di didattica digitale integrata (Ddi) e didattica in presenza. Nel progetto “DAD e Inclusione” la proposta di lavorare alla costruzione di Avatar – disegni divertenti rappresentativi di noi stessi e quindi originali, unici, diversi rispetto all’altro – è nata dalla scelta di voler accompagnare gli alunni alla riflessione – in modalità ludica- sulla unicità che caratterizza ciascuno di noi, curando l’ascolto e l’attenzione all’altro, soprattutto a sostegno delle fragilità. 

L’approccio al digitale nella costruzione degli Avatar prima e nelle realizzazione dei “Comics dell’Amicizia” poi – dove gli Avatar digitali degli alunni interagivano tra loro a supporto di una narrazione educativa ed inclusiva – si è scoperto funzionale a restituire alla didattica valore e forza. La realizzazione degli Avatar e dei Comics digitali si è rivelata utile a differenziare contenuti e abilità, modulando attività secondo processi diversi e realizzando attività a cui tutti hanno potuto partecipare, con forti ricadute sui vissuti di autoefficacia, stima di sé, sviluppo di abilità sociali, problem solving ed educazione alla reciprocità. 

Le tecnologie digitali possono costituire un nuovo modo – in una avvincente prospettiva – di fare scuola, a distanza e non solo, dove tutti gli alunni partecipano attivamente al percorso di apprendimento sperimentando il successo creativo, la cooperazione e la condivisione. L’esperienza della Dad è stata un po’ un ponte tra due mondi: il mondo della didattica digitale – che abbiamo sempre avuto a disposizione – e una didattica di stampo tradizionale – che ha mostrato alcuni suoi limiti ancora una volta. Il mondo digitale potrebbe rivelarsi un’enorme risorsa per le scuole in questo periodo di pandemia, protocolli e restrizioni.
L’approccio pedagogico differenziato, restituendo al digitale quel valore inclusivo che porta a incontrare le diversità e i bisogni di ogni singolo alunno apprezzandone la ricchezza, spinge a interrogare la scuola su un possibile – e necessario -rinnovamento didattico.

di Marianna D’Alessio

Quello che tu non vedi

“Quello che tu non vedi”: il valore delle relazioni nei disturbi mentali
SuperAbile INAIL del 29/06/2021

Per quanto un disturbo possa essere severo, non esaurisce mai la personalità e le possibilità di un individuo. La vita di Adam vista attraverso i suoi stessi occhi, nel testo della statunitense Julia Walton, tradotto in italiano da Sperling&Kupfer. Non un manuale, ma un romanzo per ragazzi.

ROMA. Adam sente le voci e non è quasi mai da solo: la sua vita è costantemente accompagnata da una folla di presenze che lo esortano, lo deridono, lo rassicurano. Voci e volti che è l’unico a vedere e che rendono la sua esperienza assolutamente insolita tra i ragazzi della sua età: perché la schizofrenia è un disturbo che, in genere, non si manifesta prima dei 20 anni e lui di anni ne ha soltanto 16. Adam, però, è anche un ragazzo come gli altri. E questo è il pregio principale di “Quello che tu non vedi”, romanzo per young adults della statunitense Julia Walton, tradotto in italiano da Sperling&Kupfer: nonostante il disagio mentale che lo affligge, il protagonista ha gli stessi desideri, pensieri, paure dei suoi coetanei. La storia ci dice, cioè, che, per quanto un disturbo possa essere severo, non esaurisce mai la personalità e le possibilità di un individuo.
In particolare, il romanzo, uscito nelle librerie italiane in contemporanea all’omonimo film diretto da Thor Freudenthal e disponibile su Amazon Prime Video, ci racconta la vita di Adam vista attraverso i suoi stessi occhi o, meglio, attraverso le sue parole, dal momento che il racconto è affidato alle pagine di un diario che ogni settimana consegna nelle mani del suo psicoterapeuta, a cui non rivolge la parola. È proprio da questo colloquio ideale con il terapeuta, da questo spazio sicuro in cui esprimersi, che apprendiamo che il ragazzo è entrato nella sperimentazione di un nuovo farmaco: il ToZaPrex. Se la cura avesse l’effetto sperato, Adam potrebbe tornare a fare una vita più o meno normale, respingendo quelle presenze che tanto lo spaventano e lo confondono. Ed è sempre dalle pagine del diario che veniamo a conoscenza di come abbia cominciato a vedere persone e animali che erano invisibili agli altri e di quanto a lungo abbia tenuto nascosta la cosa.
Ma siccome nessuno può fuggire troppo a lungo a se stesso, Adam ha una forte crisi durante il laboratorio di chimica e, in seguito a questo episodio, cambia scuola. È qui che lo incontriamo per la prima volta: in un istituto cattolico tradizionalista, frequentato da ragazzi di buona famiglia. Ed è qui che Adam, all’inizio distaccato e introverso, troverà nuovi amici e il primo amore. Saranno proprio queste nuove conoscenze, insieme all’infaticabile madre, la sorellina appena nata e l’avveduto patrigno ad aiutarlo quando una nuova e più devastante crisi rischierà di spazzare via quello che il ragazzo ha lentamente ricostruito.
È bene che temi come quello della salute mentale vengano affrontati in un romanzo per giovani adulti. È bene, soprattutto, che un romanzo sentimentale come “Quello che tu non vedi” spinga sulla leva giusta: è soprattutto la forza delle relazioni, e non la determinazione individuale, a salvare qualsiasi persona dalla “perdizione” della malattia mentale. In questo senso, il romanzo di Julia Walton non è un caso di letteratura pedagogica, è una piccola e godibile opera che racconta le cose così come stanno.

(La recensione è tratta dal numero di giugno di SuperAbile INAIL, il mensile dell’Inail sui temi della disabilità)

Urgente adeguare la legge 107/2010 per riconoscere i diritti delle persone sordocieche

Urgente adeguare la legge 107/2010 per riconoscere i diritti delle persone sordocieche
Vita del 26/06/2021

La Lega del Filo d’Oro e l’Unione italiana ciechi e ipovedenti in occasione della IV Giornata Nazionale delle persone sordocieche chiedono un urgente adeguamento della legge 107/2010 per la sua piena attuazione e per riconoscere alle persone sordocieche i loro diritti.
In occasione della IV Giornata Nazionale delle persone sordocieche del 27 giugno, la Lega del Filo d’Oro e l’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti tornano a chiedere modifiche urgenti alla Legge 107/2010 “Misure per il riconoscimento dei diritti alle persone sordocieche”. Sebbene infatti in Italia la sordocecità sia stata riconosciuta nel 2010, il testo di legge presenta incongruenze che assottigliano il numero dei sordociechi che possono essere riconosciuti tali. In Italia, una persona si può definire sordocieca se alla minorazione visiva – che può essere insorta durante tutto l’arco della vita – si aggiunge anche una disabilità uditiva purché la minorazione sia congenita o, se acquisita, sia insorta durante l’età evolutiva e sia tale da aver compromesso il normale apprendimento del linguaggio parlato. Di conseguenza, per la legge, non possono essere considerate sordocieche le persone che, pur non vedenti, siano diventate sorde dopo il dodicesimo anno di età, o coloro che, nati senza alcuna minorazione sensoriale, siano stati colpiti da sordocecità in età successiva ai 12 anni, lasciando quindi in un limbo normativo – e di conseguenza in un limbo di diritti – moltissime persone.

Secondo uno studio condotto dall’ISTAT in collaborazione con la Lega del Filo d’Oro, si stima che in Italia le persone affette da problematiche legate sia alla vista che all’udito siano 189mila. Di esse, circa 108mila sono di fatto confinate in casa, non essendo in grado di provvedere autonomamente a se stesse a causa di altre gravi forme di disabilità che si aggiungono ai problemi di vista e udito. Circa la metà circa delle persone sordocieche (il 51,7% del totale) presenta anche una disabilità motoria, per 4 disabili su 10 si riscontrano danni permanenti legati ad insufficienza mentale, mentre disturbi del comportamento e malattie mentali riguardano quasi un terzo dei sordociechi (il 32,5% dei casi).

Grazie alla Legge 107/2010, la sordocecità è stata riconosciuta come disabilità specifica unica. Eppure tale legge oggi appare inadeguata al fine di una tutela giuridica collettiva che includa tutte le persone con disabilità aggiuntive. È dunque necessario e urgente renderla più attuale, adattandola a un contesto sociale in evoluzione in cui i moderni strumenti di comunicazione e di conoscenza devono garantire un processo inclusivo, dando la possibilità a tutte le persone sordocieche di realizzare sé stesse e di accedere al mondo del lavoro

Per Rossano Bartoli, Presidente della Lega del Filo d’Oro, «per garantire pari opportunità alle persone con disabilità visive ed uditive nell’educazione, nell’accesso ai servizi, all’istruzione ed alla formazione occorre proseguire nel percorso del riconoscimento dei loro diritti. Risulta essenziale fare chiarezza sull’applicazione della legge 107/2010 e promuovere un coordinamento efficace fra il livello centrale e le regioni per superare le discrasie operative e soprattutto far in modo che siano riconosciute sordocieche le persone affette da una minorazione totale o parziale combinata della vista e dell’udito, sia congenita che acquisita, che comporta difficoltà nell’orientamento e nella mobilità, nonché nell’accesso all’informazione e alla comunicazione».

«La sordocecità è solo la punta di un iceberg che riguarda le disabilità plurime e complesse che affliggono oggi migliaia e migliaia di cittadini che attendono risposte specifiche, efficaci e innovative», aggiunge il Presidente di Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti Mario Barbuto. «Come UICI siamo impegnati per realizzare modelli di educazione e formazione dedicati, con attività di supporto, sostegno e accoglienza estesi anche alle famiglie. Ma dobbiamo oggi compiere un ulteriore e significativo passo in avanti che guardi alle necessità delle persone sordocieche anche oltre l’età scolare o giovanile, per accompagnarle in età adulta. Per queste ragioni riteniamo importante la creazione di idonee strutture di accoglienza che sappiano sostenere le persone sordocieche in un’ottica di lungo periodo, affinché possano individuare e costruire il loro progetto di vita, in autonomia e dignità. Le risorse attese con il PNRR e gli adeguamenti legislativi e normativi che sono divenuti una urgenza imprescindibile, saranno gli elementi fondamentali del nostro impegno accanto alle persone con pluridisabilità e in particolare con sordocecità».

Persone sordocieche

Persone sordocieche: “in molti in un limbo, urgente adeguare la legge”
Redattore Sociale del 25/06/2021

Lega del Filo d’oro e Unione italiana ciechi e ipovedenti accendono i riflettori sulla Legge 107/2010 in vista della Giornata nazionale (27 giugno). “Fare chiarezza sull’applicazione e riconoscere sordocieche le persone con minorazione totale o parziale, sia congenita che acquisita”

ROMA. Le persone con problematiche legate sia alla vista che all’udito in Italia si stima siano 189 mila. “Nel nostro paese una persona si può definire sordocieca se oltre alla minorazione visiva – che può essere insorta durante tutto l’arco della vita – si aggiunge anche una disabilità uditiva purché la minorazione sia congenita o, se acquisita, insorga durante l’età evolutiva e sia tale da aver compromesso il normale apprendimento del linguaggio parlato. Non sono, quindi, considerate sordocieche le persone che, pur non vedenti, siano diventate sorde dopo il dodicesimo anno di età, o coloro che, nati senza alcuna minorazione sensoriale, siano stati colpiti da sordocecità in età successiva ai dodici anni lasciando quindi in un limbo normativo, e di conseguenza di diritti, moltissime persone che nel nostro paese aspettano un riconoscimento della loro condizione. Lo sottolineano la Lega del Filo d’oro e l’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti che accendono i riflettori sulla Legge 107/2010 “Misure per il riconoscimento dei diritti alle persone sordocieche” in vista della Giornata nazionale (27 giugno).

“Grazie alla Legge 107/2010, realizzata sulla base degli indirizzi contenuti nella dichiarazione sui diritti delle persone sordocieche del Parlamento europeo del 12 aprile 2004, la sordocecità è stata riconosciuta come disabilità specifica unica (in precedenza si riferiva alla sommatoria delle due minorazioni). – si legge in una nota congiunta – Eppure, oggi appare inadeguata al fine di una tutela giuridica collettiva che includa tutte le persone con disabilità aggiuntive. È dunque necessario e urgente renderla più attuale, adattandola a un contesto sociale in evoluzione in cui i moderni strumenti di comunicazione e di conoscenza devono garantire un processo inclusivo, dando la possibilità a tutte le persone sordocieche di realizzare sé stesse e di accedere al mondo del lavoro”.

“Per garantire pari opportunità alle persone con disabilità visive ed uditive nell’educazione, nell’accesso ai servizi, all’istruzione ed alla formazione occorre proseguire nel percorso del riconoscimento dei loro diritti – dichiara Rossano Bartoli Presidente della Lega del Filo d’Oro. – Risulta essenziale fare chiarezza sull’applicazione della legge 107/2010 e promuovere un coordinamento efficace fra il livello centrale e le regioni per superare le discrasie operative e soprattutto far in modo che siano riconosciute sordocieche le persone affette da una minorazione totale o parziale combinata della vista e dell’udito, sia congenita che acquisita, che comporta difficoltà nell’orientamento e nella mobilità, nonché nell’accesso all’informazione e alla comunicazione”.
“La sordocecità è solo la punta di un iceberg che riguarda le disabilità plurime e complesse che affliggono oggi migliaia e migliaia di cittadini che attendono risposte specifiche, efficaci e innovative – ha dichiarato il Presidente di Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti Mario Barbuto – Come UICI siamo impegnati su questo fronte per realizzare modelli di educazione e formazione dedicati, con attività di supporto, sostegno e accoglienza estesi anche alle famiglie, grazie alla nostra rete di 107 sezioni territoriali, con strutture di ascolto, servizio di orientamento e assistenza psicologica, centri di consulenza tiflo-didattica. Ma dobbiamo oggi compiere un ulteriore e significativo passo in avanti che guardi alle necessità delle persone sordocieche anche oltre l’età scolare o giovanile, per accompagnarle in età adulta. Per queste ragioni riteniamo importante la creazione di idonee strutture di accoglienza che sappiano sostenere le persone sordocieche in un’ottica di lungo periodo, affinché possano individuare e costruire il loro progetto di vita, in autonomia e dignità. Le risorse attese con il PNRR e gli adeguamenti legislativi e normativi che sono divenuti una urgenza imprescindibile, saranno gli elementi fondamentali del nostro impegno accanto alle persone con pluri-disabilità e in particolare con sordocecità”.

La Giornata nazionale delle persone sordocieche, istituita nel 2018 dall’Unione Europea dei Sordociechi (EDbU) e fissata per il 27 giugno, promossa in Italia dalla Lega del Filo d’Oro e dall’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, è nata proprio con l’obiettivo di fare luce sulla condizione delle persone che vivono con questa disabilità sensoriale nel nostro Paese, al fine di garantire loro maggiore inclusione sociale, autodeterminazione e autonomia.

Secondo uno studio condotto dall’Istat in collaborazione con la Lega del Filo d’Oro, in Italia 108 persone con problematiche legate sia alla vista che all’udito sono confinate in casa, non essendo in grado di provvedere autonomamente a se stesse a causa di altre gravi forme di disabilità che spesso si aggiungono ai problemi di vista e udito. Più del 55% dei disabili sensoriali sperimenta importanti restrizioni alla propria autonomia non potendo uscire di casa a causa di altre forme di disabilità che si sommano a quelle di vista e udito: la metà circa delle persone sordocieche (il 51,7% del totale) presenta anche una disabilità motoria. Per 4 disabili su 10, invece, si riscontrano danni permanenti legati ad insufficienza mentale, mentre disturbi del comportamento e malattie mentali riguardano quasi un terzo dei sordociechi (il 32,5% dei casi).

Il dirigente può solo aumentare (e non ridurre) le ore di sostegno indicate nel PEI

Il dirigente può solo aumentare (e non ridurre) le ore di sostegno indicate nel PEI
Vita del 21/06/2021

Importante interpretazione da parte del TAR Lazio sulla quantificazione delle ore di sostegno. Il TAR Lazio con la Sentenza n. 6920 del 25 Maggio 2021 ha pronunciato un principio interpretativo dell’art. 10 del D.Lgs. n. 66/17 relativo al procedimento amministrativo che assegna il numero delle ore di sostegno agli alunni con disabilità. Una famiglia aveva proposto ricorso al Tar Lazio perché la scuola aveva fissato un numero di ore di sostegno nel PEI, senza aver convocato il GLO (Gruppo di Lavoro Operativo per l’inclusione scolastica) che, in forza dell’art. 12, comma 5 della l. n. 104/92 e dell’art. 7, comma 2 dello stesso D.Lgs. n. 66/17, ha sempre predisposto il PEI (Piano Educativo Individualizzato) nel quale indicare tutte le risorse necessarie per l’inclusione scolastica dei singoli alunni, compreso quindi anche il numero delle ore di sostegno. La scuola aveva subito convocato il GLO, il quale aveva confermato il numero di ore precedentemente stabilite nel PEI formulato dalla sola scuola senza la presenza della famiglia, che invece è membro indispensabile del GLO.

Con le modifiche introdotte all’art. 12, comma 5 della l. n. 104/92, operate dal D.Lgs. n. 66/17 e soprattutto dal D.Lgs. n. 96/19, che ha notevolmente modificato l’art. 10 dello stesso D.Lgs. n. 66/17, il TAR si è posto il problema pregiudiziale se la nuova formulazione dell’art. 10 cit. avesse sostanzialmente modificato il procedimento amministrativo previsto dalla l. n. 104/92, confermato successivamente sino alle modifiche introdotte dal D.Lgs. n. 96/19.

Infatti sino ad allora era interpretazione consolidata in Magistratura che il numero delle ore indicate nel PEI fosse una determinazione amministrativa definitiva ed immodificabile da nessun organo amministrativo; come tale, se la famiglia dell’alunno con disabilità voleva lagnarsi contro il numero di ore ritenuto insufficiente, impugnava direttamente il PEI come atto definitivo ed otteneva giustizia ottenendo l’aumento di ore. Ma la successiva formulazione contenuta nel D.Lgs. n. 96/19, integrativo del D.Lgs. n. 66/17, sembrava aver cambiato l’iter procedimentale per l’assegnazione delle ore di sostegno. Infatti la nuova normativa stabilisce che il GLO “propone” nel PEI un certo numero di ore e il Dirigente Scolastico, sentito il GLI (Gruppo di Lavoro di Istituto ed il GIT (Gruppo per l’Inclusione Territoriale, a livello provinciale), “invia all’ufficio scolastico regionale la richiesta complessiva dei posti di sostegno. Quindi ormai la “richiesta” del numero delle ore sembrerebbe non essere più contenuta nel PEI, ma nella “richiesta” effettuata dal Dirigente scolastico, secondo quanto stabilito nell’art. 10 cit.

A questo punto quindi il TAR si è posta la domanda se la formulazione dell’art. 10 avesse modificato l’art. 12 comma 5 della l. n° 104/92; infatti, mentre prima l’atto definitivo da impugnare era il PEI, adesso il PEI regredirebbe a semplice “atto endo-procedimentale” (cioè non definitivo e quindi non immediatamente impugnabile), mentre l’atto definitivo sembrerebbe essere divenuta la richiesta del Dirigente scolastico. Oltre a questo problema, il TAR si è posto un altro problema pregiudiziale e cioè se questa eventuale modifica, contenuta nella norma delegata, fosse frutto della delega contenuta nell’art. 1, comma 181, lettera c) della legge di delega n. 107/2015, cosiddetta legge sulla “buona scuola”.

Il Tar con un’analisi attenta ha stabilito che la legge di delega non conteneva assolutamente alcuna delega che autorizzasse soggetti diversi dal GLO di intervenire sul numero di ore di sostegno da assegnare. Con questa interpretazione il TAR avrebbe dovuto sollevare la questione di incostituzionalità dell’art. 10 cit. per “eccesso di delega”. Però, avvalendosi di Giurisprudenza precedente della Cassazione, ha deciso che si potesse accedere ad un’interpretazione che salvasse il significato originario del valore definitivo del PEI formulato dal GLO, come atto definitivo.

Eccone l’importante motivazione:

“Ad una prima lettura dei principi e criteri direttivi de quibus, il Collegio non può non rilevare l’assenza di specifiche deleghe al potere esecutivo in grado di giustificare una modifica sostanziale del procedimento di assegnazione delle ore di sostegno come quella apparentemente effettuata con l’art. 10 del D.Lgs. n. 66/17. 

Quest’ultima norma, così come interpretata in precedenza, finirebbe per ingenerare dubbi di legittimità costituzionale non solo, e non tanto, per eccesso di delega, ma anche per la violazione di limiti imposti in materia da fonti internazionali di 

rango pattizio che, una volta recepite nel nostro ordinamento, si pongono quale parametro interposto di costituzionalità ai sensi dell’art. 117, comma 1 della Costituzione, rappresentando un limite espresso alla libertà del legislatore. Al riguardo, si intendono richiamare le disposizioni contenute nella Convenzione dell’ONU sui diritti delle persone con disabilità ratificata dall’Italia con l. n° 18 del 2009″ (in particolare l’art. 24).

Inoltre il TAR , a conferma che il legislatore non può ridurre le garanzie degli alunni con disabilità, cita la sentenza della Corte costituzionale n. 80/10 secondo la quale il nucleo essenziale del diritto allo studio di tali alunni, costituito dal numero di ore di sostegno indicate nel PEI, non può essere ridotto o violato per motivi di limiti alle spese di bilancio. Pertanto l’unica interpretazione che possa evitare la questione di incostituzionalità della procedura indicata nell’art 10 cit. è quella di precisare che il Dirigente scolastico può solo modificare in più il numero delle ore di sostegno, ma non diminuirlo. Eccone la motivazione:

“Il Collegio ritiene che una lettura di tal fatta sia possibile nel caso di specie. In tal ottica, un’esegesi costituzionalmente conforme del richiamato art. 10 è quella di ritenere ammissibili eventuali modifiche alle misure di sostegno contenute nel P.E.I., sia proposte dagli organi territoriali dotati di poteri consultivi sia apportate dal dirigente scolastico al termine delle sue valutazioni discrezionali sulla struttura e sugli strumenti dell’istituto scolastico, solo se in bonam partem, (a favore dell’alunno) in quanto incidenti in melius sulla sfera giuridica degli alunni disabili, promuovendo un’armonizzazione delle misure di sostegno disposte dai diversi G.L.O., al livello scolastico e/o territoriale, al fine di rendere effettivo il principio di uguaglianza scolpito dall’art. 3 della Costituzione. 

Tale soluzione ermeneutica consentirebbe alla norma richiamata, da un lato, di garantire il rispetto della personalizzazione delle misure di inclusione scolastica, continuando a far assurgere le statuizioni del PEI a nucleo indefettibile di tutele che devono in ogni caso essere riconosciute allo studente disabile, tenendo fermo il consolidato orientamento della giurisprudenza amministrativa sul punto e, dall’altro lato, di uniformare dette garanzie al livello scolastico e territoriale mediante il loro livellamento verso l’alto, tendendo ad un’integrazione effettiva e territorialmente omogenea. 

Solo seguendo quest’interpretazione, pertanto, risulta possibile sciogliere i dubbi di costituzionalità dell’art. 10 del d.lgs. n. 66/2017, rendendo i suoi dettami conformi ai principi promananti dal diritto internazionale pattizio (Convenzione ONU cit.) nonché alla stessa Costituzione. 

In quest’ottica, dunque, il PEI deve ancora essere ritenuto, in continuità con la pregressa giurisprudenza, uno strumento fondamentale, qualificabile a guisa di provvedimento autonomamente ed immediatamente lesivo e, in quanto tale, ex se impugnabile.“ 

Però il TAR , a questo punto si è posto un ulteriore problema pregiudiziale e cioè il fatto che la scuola avesse riconvocato il GLO, quindi con la presenza indispensabile anche della famiglia, il quale aveva riconfermato il numero di ore indicate nel PEI formulato originariamente dalla sola scuola. E qui il TAR, costretto dalla Giurisprudenza della Cassazione, ha stabilito che questa seconda statuizione non era semplicemente confermativa del precedente PEI impugnato, ma, pur avendo contenuto identico, proceduralmente doveva considerarsi una nuova determinazione e come tale avrebbe dovuta essere impugnata, cosa che non era avvenuta. Quindi in conclusione il TAR ha dovuto dichiarare il ricorso “improcedibile” e quindi rigettarlo, compensando però le spese.

Osservazioni

La sentenza è estremamente importante, non tanto per l’esito negativo del ricorso per motivi esclusivamente procedurali, ma per il principio interpretativo enunciato che conferma la precedente Giurisprudenza consolidata anche sia dalla Cassazione, con sentenza n. 25011/14, che del Consiglio di Stato con sentenza n. 2023/17 secondo la quale il PEI è l’atto definitivo che fissa il numero delle ore di sostegno da assegnare e che tale numero non può essere ridotto.

In proposito è da osservare che questa sentenza del TAR è opposta alla sentenza di circa due mesi e mezzo prima n. 3084/21 stesa dalla medesima sezione terza bis del TAR Lazio, addirittura nella stessa composizione del collegio (vedi scheda n° 661. E’ veramente innovativa la sentenza del TAR Lazio sull’assegnazione delle ore di sostegno? (Sent. 3084/21). Tale precedente sentenza si fondava proprio sull’interpretazione del nuovo procedimento previsto dall’art. 10 cit. per sostenere però che ormai non era più il PEI l’atto definitivo da impugnare, ma quello col quale il Dirigente chiedeva il numero delle ore all’Ufficio Scolastico Regionale. Ora gli stessi giudici hanno modificato opinione e ciò non può che significare che quest’ultima sentenza è frutto di un attento e ragionato ripensamento, come può ricavarsi dalla motivazione molto articolata e puntuale, e sostituisce il precedente orientamento della stessa sezione del TAR Lazio.

Le motivazioni addotte nella nuova sentenza sono tali da indurre a supporre pure che l’esito del ricorso promosso contro il complesso normativo relativo ai nuovi PEI (D.I n. 182/20) possa essere infausto ai danni del Ministero. Pertanto sarebbe auspicabile che il ministero accolga prima dell’udienza di merito fissata per il 23 luglio 2021 le proposte emendative proposte dalla FISH già da questa estate e rinnovate subito dopo l’emanazione del D.I. n° 182/20 dal momento che gli argomenti fondamentali contenuti nel ricorso sembrano aver trovato già risposta nella Sentenza qui analizzata.

È pure da osservare che il Ministero dell’Istruzione credeva di aver superato quanto stabilito dalla Cassazione, abrogando con lo stesso D.Lgs. n° 66/17 i periodi terzo e quinto del comma 5 dell’art. 10 della l. n. 122/10, che imponeva l’obbligo di indicare nel PEI il numero delle ore di sostegno da assegnare.

Con questa ultima decisione del TAR Lazio sia la precedente sentenza dello stesso TAR, che la nuova formulazione contenuta nell’art. 10 cit. non modificano assolutamente la precedente Giurisprudenza.

È vero che questa decisione del TAR non è ancora definitiva e che può essere appellata in Consiglio di Stato o che, anche in mancanza di ciò, altro TAR potrebbe andare in avviso diverso, però la motivazione data, che si è voluta ampiamente riportare, conforme alle osservazioni che si erano sollevate nella scheda n° 661, sembra difficilmente contestabile. Alla fine l’importante principio affermato sembra abbondantemente compensare il disappunto dovuto al rigetto del ricorso per motivi esclusivamente procedurali.

di Salvatore Nocera e Nicola Tagliani,
membri dell’Osservatorio AIPD sull’inclusione scolastica 

Disabilità, sosta sulle strisce blu gratuita per i veicoli col contrassegno europeo

Disabilità, sosta sulle strisce blu gratuita per i veicoli col contrassegno europeo
SuperAbile INAIL del 21/06/2021

“Cittadinanza e Uildm scrivono ai ministri Giovannini e Stefani per chiedere la modifica della bozza di decreto legge Trasporti. “I diritti devono essere garantiti ovunque allo stesso modo”.

ROMA. “Pronta modifica dell’art.9 della Bozza di decreto legge Trasporti”: lo chiede Cittadinanzattiva, insieme all’Unione Italiana per la lotta alla distrofia Muscolare Uildm e alla società di consulenza Vera Studio in una lettera ai ministri delle infrastrutture Enrico Giovannini e per la disabilità Erika Stefani, per “rendere ovunque gratuita la sosta sulle strisce blu per i veicoli dotati di apposito contrassegno europeo”.

“La richiesta di modifica – si legge in un nota –  è da tempo all’attenzione del Governo e più volte il Parlamento ha chiesto di intervenire per far sì che nel nostro Paese le persone con disabilità abbiano tutti gli stessi diritti. Il diritto ad una piena e agevole mobilità non deve dipendere dalla buona volontà di un Sindaco. Oggi una persona con disabilità che vive a Roma non paga la sosta sulle strisce blu, mentre colui che vive a Taranto è tenuto a pagarla. Una situazione a macchia di leopardo unica in Europa che non ha nulla a che vedere con l’autonomia comunale”.

Per Anna Lisa Mandorino, segretaria generale di Cittadinanzattiva “i diritti devono essere garantiti ovunque allo stesso modo, mentre questa situazione mostra che alcuni Comuni fanno pagare la sosta oraria ai veicoli al servizio delle persone con disabilità, senza peraltro garantire alle stesse una adeguata mobilità”. “Basti pensare alle barriere architettoniche nelle nostre città, ai marciapiedi bloccati e ai pochi posti dedicati, spesso occupati abusivamente da automobilisti – prosegue –. Non si può pensare di far pagare la sosta sulle strisce blu quando i pochi stalli dedicati sono spesso già occupati.  Molti automobilisti che accompagnavano disabili sono stati persino multati per aver sostato nelle strisce blu senza pagare la tariffa oraria. Oltre al danno la beffa”.

“La cosa che più dispiace è che questa situazione – sottolinea Marco Rasconi, Presidente di Uildm – riguarda amministrazioni di città e comuni di medie e piccole dimensioni – spesso in località turistiche – che non vogliono rinunciare a modesti introiti, pur sapendo che la normativa, sia europea che nazionale, è improntata alla salvaguardia della nostra vita sociale. La mobilità sostenibile non è solo quella legata alla transizione ecologica delle auto o ai monopattini ma è soprattutto quella legata al rispetto dei diritti della persona, come prevede la stessa Agenda 2030 delle Nazioni Unite”.

“Nella bozza del decreto legge Trasporti del Governo non vi è alcuna traccia di quanto abbiamo chiesto e che il Governo si era impegnato a fare. Vi è solo una generica indicazione ai Comuni di prevedere degli stalli dedicati alle persone con disabilità. Si tratta di una previsione che non cambia nulla rispetto alla situazione attuale – prosegue Francesco Schlitzer, Amministratore Delegato di Vera Studio la società che affianca pro bono le associazioni civiche – Eppure il Governo si è recentemente impegnato con la Mozione presentata dall’on. Lisa Noja a procedere in questa direzione”.

Diritto alla mobilità per le persone con disabilità

Trasporti: il Governo si è dimenticato del diritto alla mobilità per le persone con disabilità
Vita del 18/06/2021

La bozza del decreto legge Trasporti in circolazione non prevede la gratuità della sosta sulle strisce blu per i veicoli dotati di apposito contrassegno europeo. Il Governo e il Ministro Giovannini hanno ancora tempo per colmare un vuoto ingiustificabile.

Cittadinanzattiva insieme all’Unione Italiana per la lotta alla distrofia Muscolare UILDM e alla società di consulenza VERA Studio hanno inviato una lettera ai Ministri Giovannini e Stefani per chiedere la pronta modifica dell’art.9 della Bozza di decreto legge Trasporti. La richiesta, a nome di tutte le associazioni impegnate nella difesa dei diritti delle persone con disabilità, è di rendere ovunque gratuita la sosta sulle strisce blu per i veicoli dotati di apposito contrassegno europeo.

La richiesta di modifica è da tempo all’attenzione del Governo e più volte il Parlamento ha chiesto di intervenire per far sì che nel nostro Paese le persone con disabilità abbiano tutti gli stessi diritti. Il diritto ad una piena e agevole mobilità non deve dipendere dalla buona volontà di un Sindaco. Oggi una persona con disabilità che vive a Roma non paga la sosta sulle strisce blu, mentre colui che vive a Taranto è tenuto a pagarla. Una situazione a macchia di leopardo unica in Europa che non ha nulla a che vedere con l’autonomia comunale.

“I diritti devono essere garantiti ovunque allo stesso modo – ha dichiarato Anna Lisa Mandorino, Segretaria Generale di Cittadinanzattiva – mentre questa situazione mostra che alcuni Comuni fanno pagare la sosta oraria ai veicoli al servizio delle persone con disabilità, senza peraltro garantire alle stesse una adeguata mobilità. Basti pensare alle barriere architettoniche nelle nostre città, ai marciapiedi bloccati e ai pochi posti dedicati, spesso occupati abusivamente da automobilisti – prosegue Anna Lisa Mandorino –. Non si può pensare di far pagare la sosta sulle strisce blu quando i pochi stalli dedicati sono spesso già occupati. Molti automobilisti che accompagnavano disabili sono stati persino multati per aver sostato nelle strisce blu senza pagare la tariffa oraria. Oltre al danno la beffa”.

“La cosa che più dispiace è che questa situazione – prosegue Marco Rasconi, Presidente di UILDM – riguarda Amministrazioni di città e comuni di medie e piccole dimensioni – spesso in località turistiche – che non vogliono rinunciare a modesti introiti, pur sapendo che la normativa, sia europea che nazionale, è improntata alla salvaguardia della nostra vita sociale. La mobilità sostenibile non è solo quella legata alla transizione ecologica delle auto o ai monopattini ma è soprattutto quella legata al rispetto dei diritti della persona, come prevede la stessa Agenda 2030 delle Nazioni Unite”.

“Nella bozza del decreto legge Trasporti del Governo non vi è alcuna traccia di quanto abbiamo chiesto e che il Governo si era impegnato a fare. Vi è solo una generica indicazione ai Comuni di prevedere degli stalli dedicati alle persone con disabilità. Si tratta di una previsione che non cambia nulla rispetto alla situazione attuale – prosegue Francesco Schlitzer, Amministratore Delegato di VERA Studio la società che affianca pro bono le associazioni civiche – Eppure il Governo si è recentemente impegnato con la Mozione presentata dall’on. Lisa Noja a procedere in questa direzione”.

Chiesa e disabilità

Chiesa e disabilità. Suor Donatello (CEI): “Le persone disabili abbiano posti di responsabilità…
Agenzia SIR del 18/06/2021

… non sono più sufficienti le quote”. 
“La Chiesa italiana non parla su di loro, ma parla con loro. Le persone disabili sempre più dovrebbero essere presenti nei nostri tavoli decisionali, negli eventi organizzativi e nei posti di responsabilità. Vogliamo che le indicazioni del magistero e la Parola di Dio siano trasformati in una prassi dell’ordinarietà”. Suor Veronica Amata Donatello, responsabile del Servizio CEI per la Pastorale delle persone con disabilità, parla all’indomani della pubblicazione della nota della Pontificia Accademia per la Vita

“La Chiesa italiana non parla su di loro, ma parla con loro. Le persone disabili sempre più dovrebbero essere presenti nei nostri tavoli decisionali, negli eventi organizzativi e nei posti di responsabilità. Vogliamo che le indicazioni del magistero e la Parola di Dio siano trasformati in una prassi dell’ordinarietà. Non basta mettere una persona disabile nell’organizzazione di un evento”. Suor Veronica Amata Donatello, responsabile del Servizio Cei per la Pastorale delle persone con disabilità, parla all’indomani della pubblicazione della nota della Pontificia Accademia per la Vita su “L’amicizia con le persone con disabilità: l’inizio di un nuovo mondo”.

Che novità è contenuta nel testo?
È un documento che ha una visione mondiale. Ognuno di noi ha diritto alla salute e all’informazione come persona. È un diritto fondamentale che non è possibile lasciare alla benevolenza o al buon cuore. Essere persona è quello che accomuna tutti e la pandemia ha mostrato quanto sia difficile rispettare questo criterio. La nota ribadisce con forza e autorevolezza tutto ciò. Non basta curare l’altro, perché l’altro ha anche una vita. Pensiamo alle persone con autismo che hanno avuto interrotte routine e abitudini, modificati stili di vita. Non c’è stato un accompagnamento per sostenerli in questo vissuto personale. Siamo stati carenti anche noi. Non c’è stata informazione che tenesse conto della pluralità dei linguaggi e, se non badiamo a questo aspetto, escludiamo il 60% delle persone con disabilità che hanno bisogno di comunicativi complessi.
C’è il diritto alla salute, ma anche all’informazione e all’accompagnamento. Dobbiamo accompagnare la famiglia e i caregiver, che non hanno gli strumenti per affrontare situazioni di crisi del genere. Ci sono genitori che hanno dovuto fare i fisioterapisti, gli infermieri, gli educatori, gli psicoterapeuti. E non è giusto.

La pandemia, si legge nella nota, ha avuto un impatto negativo sproporzionato sulle vita delle persone disabili e dei loro cargiver.
È stato uno shock enorme. La società si sta interrogando su come aiutare i giovani e le persone normodotate ad uscire da questo periodo. Pochi, però, si domandano come accompagnare la persona con disabilità. Ci sono famiglie con figli pluri-disabili che hanno timore di rimandarli a scuola a settembre, perché hanno vissuto un anno e mezzo chiusi in casa senza vedere parenti e colleghi. È stato un terremoto.
A volte siamo stati afoni, non abbiamo saputo parlare.
Il Papa ci ricorda che una delle pecche della Chiesa è la mancanza di ascolto. Dobbiamo riconoscerlo: talvolta non abbiamo ascoltato, pensando che ripristinare alcune prassi avrebbe riportato tutto alla normalità. Non è così e dobbiamo prenderne consapevolezza.

Eppure l’Italia rappresenta un’eccezione positiva nella capacità di accompagnamento…
L’Italia ha uno stile mediterraneo di accoglienza e di accompagnamento. Dove la comunità era viva e la famiglia era accanto alla comunità, il sostegno è stato fondamentale. Quando la famiglia non era legata a un ambito territoriale, invece, la fatica è stata tanta. La grande paura dei genitori è stata fonte di enorme stress: chi li accompagna ora? A volte le nostre risposte hanno rischiato di essere normalizzanti, la stessa soluzione per tutti. Non è così.

Il documento parla di “magistero della disabilità”.
Dal Concilio Vaticano II in poi, la maggior parte dei documenti riservano un’attenzione particolare alla disabilità. Non come quota di partecipazione alla vita della Chiesa, ma come coscientizzazione di appartenere al popolo di Dio.
Le persone disabili e le loro famiglie, se ascoltate, sono un grande dono per la comunità cristiana.
Non in chiave passiva. Il magistero ha una visione di parresia, la cui attuazione è purtroppo lasciata a noi. Che spesso siamo manchevoli.

È il momento di coinvolgere le persone disabili nella Chiesa?
La Chiesa italiana non parla su di loro, ma parla con loro. Le persone disabili sempre più dovrebbero essere presenti nei nostri tavoli decisionali, negli eventi organizzativi e nei posti di responsabilità. Vogliamo che le indicazioni del magistero e la Parola di Dio siano trasformati in una prassi dell’ordinarietà. Non basta mettere una persona disabile nell’organizzazione di un evento, ma questo deve diventare normalità.
Non sono sufficienti le quote, non è questa la Chiesa che vogliamo.
Il magistero è chiaro, le persone con disabilità hanno fatto un cammino durante il quale hanno scoperto il proprio valore. La Chiesa può fare la differenza e lo sta dimostrando. Dobbiamo avere il coraggio di essere uguali.

di  Riccardo Benotti