F.G. Ledesma, La dama del Kashmir

Dalla strada alla grande scrittura

di Antonio Stanca

ledesmaMercoledì 2 Marzo 2015 a Barcellona è morto Francisco Gonzales Ledesma, famoso, instancabile, inguaribile scrittore spagnolo di racconti e romanzi di vario genere e soprattutto dei romanzi di genere poliziesco che avevano costituito la serie dell’ispettore Méndez, avevano creato un personaggio diventato noto al gran pubblico della Spagna e di altri paesi. Ledesma aveva ottantotto anni, era nato a Barcellona nel 1927. Di famiglia povera, era cresciuto per strada, aveva cominciato a scrivere a dodici anni ed anche a lavorare aveva cominciato precocemente perché aveva dovuto sostenersi negli studi. Era diventato avvocato ma quella per la scrittura era rimasta la sua passione principale. All’inizio aveva fatto parte di un gruppo di giovani scrittori anonimi ingaggiati dall’Editioral Bruguera per la produzione di opere di carattere popolare. Poi si era dedicato al giornalismo senza smettere di scrivere di narrativa. Nel 1948, quando aveva ventuno anni, scrisse Ombre vecchie, romanzo che gli procurò il Premio Nacional de Novela ma che non venne diffuso a causa della censura franchista. Questo divieto durò fino al 1977. In seguito Ledesma si mostrerà capace di muoversi tra diversi generi di narrazione, di scrivere in continuazione, di pubblicare assumendo nomi diversi, di ottenere riconoscimenti importanti quali il Premio Planeta e due volte il Premio Mystère, di superare i confini della propria nazione, di essere tradotto in molte lingue. Nel 1983, a cinquantasei anni, scriverà Destinazione Barcellona, un romanzo di successo, il primo con l’ispettore Méndez. Sarà la prima apparizione di quel personaggio che avrebbe incontrato il favore di tanto pubblico, che avrebbe fatto rientrare Ledesma nella storia della letteratura spagnola, lo avrebbe collocato tra i maggiori autori della rinascita della “novela negra” in una Spagna che passava dalla guerra civile al franchismo alla monarchia costituzionale.

Molto si diffonderà la figura dell’ispettore Mèndez, molto amata sarà perché diversa si rivelerà da quella solita del poliziotto che non conosce altre ragioni se non quelle della legge, altro ufficio se non quello di scoprire i colpevoli, altra maniera se non quella di punirli. Méndez si mostrerà più vicino agli ambienti, agli eventi tra i quali è incaricato d’indagare, più disposto a capire i motivi che portano all’azione criminale, più propenso a penetrare nella vita, nell’anima dei colpevoli, più votato a spiegarli, giustificarli. La sua non sarà un’azione improvvisa, rapida, non poggerà sulla forza, sulla determinazione. Sarà un’azione lenta, calma, che arriverà a risolvere i “casi” senza rumore, senza chiasso, che li farà apparire normali, naturali, propri dei posti dove si verificano, delle persone che ne sono responsabili. Sono i posti, le persone della Barcellona di periferia, dei quartieri poveri, malfamati, delle case fatiscenti, dei vicoli bui, dove si vive alla giornata, succede di tutto e il reato è giunto a far parte della vita, ad essere un suo elemento. Tra queste case, queste strade Ledesma mostrerà Méndez intento ad indagare, a scoprire chi ha offeso, insultato, rubato, violentato, sodomizzato, ucciso senza, però, alcuna fretta, alcuna tensione quasi rassegnato all’idea che non poteva succedere diversamente.

Una situazione simile ritorna nel romanzo La dama del Kashmir che Ledesma pubblicò nel 1986 e che a Marzo del 2016 è comparso in Italia per conto della casa editrice BEAT di Trebaseleghe (Padova). La traduzione dallo spagnolo è di Silvia Sichel. Anche qui c’è la solita, lunga, interminabile peregrinazione dell’ispettore Méndez tra la povertà, la miseria, il vecchiume, la sporcizia, la malavita, il malcostume, l’illecito che possono regnare nei quartieri barcellonesi del degrado, anche qui Méndez mostra di non respingere, di non escludere tanto male ma di capirlo, di conoscere chi lo commette, chi lo vive, come lo vive, di far parte del posto avendovi condotto tante indagini. Non è egli un nemico che si aggira ma uno che vuole aiutare, correggere quando non consolare, confortare. Questi gli aspetti che hanno fatto di Méndez una figura così popolare e di quella del suo inventore una scrittura così cercata.

Nel romanzo sono tre gli omicidi sui quali Méndez s’incarica d’indagare contrariamente alla volontà dei suoi superiori che ormai lo ritengono vecchio e scarsamente abile. Riuscirà, invece, anche stavolta a scoprire i colpevoli dopo una ricerca che si rivelerà più lunga, più difficile del previsto, che lo impegnerà nel corpo e nella mente, che lo vedrà in una serie infinita di circostanze ma che non gli farà mai pensare di non riuscire. Riuscirà Méndez a scoprire chi ha ucciso Paquito e Abel Gimeno, i due uomini che nella stessa casa di Paquito e della moglie Esther vivevano il loro amore, riuscirà a scoprire chi ha ucciso Eulalia, la bellissima donna che per inseguire i suoi sogni si era costruita la figura di un amante ricco che le faceva condurre una vita elegante, che aveva assunto nomi diversi perché diversi erano gli uomini con i quali era stata e diverse le vite che aveva vissuto, che era finita nella peggiore prostituzione. Méndez scoprirà gli autori di questi omicidi, li collegherà, li capirà e, come altre volte, saprà che a muoverli erano state ragioni più vere di quelle apparenti, più profonde di quelle credute.

Prima l’uomo, i suoi valori, le sue fedi, i suoi affetti e poi la legge, le sue regole, i suoi ordini: questo ha voluto dire Ledesma col suo Méndez. Mostrare ha voluto, tramite le sue indagini, la vita che avviene nei recessi di una città come Barcellona, nelle sue profondità, nei suoi tuguri, liberarla dal silenzio dei secoli, dall’accusa degli uomini, farla conoscere, mostrarla capace di sentire i richiami dell’anima, dello spirito pur nella miseria delle sue condizioni, nella gravità delle sue azioni.

La volontà dello scrittore è diventata quella del suo personaggio, ampiamente estesa, largamente comprensiva e così la sua lingua. Di tanto ha saputo dire, tanto ricca, tanto varia, tanto sicura è la forma espressiva di Ledesma da procedere senza mai fermarsi, da passare tra toni diversi, opposti, alti e bassi, comici e drammatici, volgari e solenni. Una storia a tantissime voci, tantissimi nomi, tantissimi volti diventa ogni romanzo di Ledesma, di una vita nel suo immenso procedere vuol dire senza trascurare di cogliere quanto di essa non finisce, quanto diventa storia.

Strategie di Decarbonizzazione della Economia

Strategie di Decarbonizzazione della Economia

Il mercato globale ha condotto a consumi di energia e a un consumismo alimentare che è divenuto la prinipale causa del non piu sostenibile cambiamento climatico .Il condurre e modificare il sistema energetico su base delle energie non fossili  e di nuove pratiche di produzione  per la innovazione alimentare indirizzate a ridurre il rischio del cambiamento climatico richede una rielaborazione della “climate economy” attuata su base di incentivi alla  produzione locale  .

La Transizione tra economia globale e la decarbonizzazione della economa locale è la via maestra per ridurre il rischio distruttivo del cambiamento Climatico.

Quest’ ultimo acquisisce l’ aspetto di una “ribellione della natura della vita ” in contrasto ad un pesante squiilbrio del Ciclo del Carbomio tra la Bio-sfera ( terra ed oceani), la quale è inserita tra la Geosfera e l’ Armosfera.

Tale squilibrio altera la Termoregolazione della Biosfera degenerando progressivamente in un rapido Cambiamento Climativo.

Il Ciclo del Carbonio permette l’ evoluzione della vita nel nostro pianeta sulla base di due fondamentali reazioni (reodox) :

La Fotosintesi delle piante  avviene  in presenza di Cloroplasti ( batteri fotosintetici)  che trasformano la energia luminosa  (quanti di luce “q”) in energia biologica ATP + NADPH .

CO2+ H2O + q.Luce <–>  CH2O (carboidrati) + O2

La reazione di direzione inversa e quella di di ossidazione <–  si attua sia come   fermentazione operata de batteri ovvero come  respirazione  degli animali piu’ evoluti.

Pertanto per mitigare l’ emisione di CO2 , vanno aumentati i processi fotosintetici per la cattura e immagazzinamento di CO2 in prodotti dei batteri ( es cianobatteri come la spirulina)  e delle piante , diminuendo al contempo i processi di reazione inversa alla fotosintesi.

Sulla base di tale riferimento teorico i processi di decarbonizzazione della economia rappresentano in sostanza un netto superamento delle concezioni meccaniche lineari che ci stanno conducendo al disastro eco-economico e al rischio di alterare gli equilibri della vita a cui la “natura nella sua vitale intelligenza si sta ribellando “.

Paolo Manzelli <egocreanet2016@gmail.com>

Il rinnovo delle reti

Il rinnovo delle reti

di Mavina Pietraforte

 

L’ontologia delle reti

Gli accordi di rete di cui al regolamento dell’autonomia, art. 7 del dpr 275/99, rappresentano una modalità organizzativa proficua sia per il coinvolgimento dei soggetti esterni che per il miglioramento dell’offerta formativa. Le scuole in rete possono affrontare   congiuntamente molte attività istituzionali:   didattiche, di ricerca, sperimentazione e sviluppo, di formazione e aggiornamento, di amministrazione e contabilità, ferma restando, a legislazione vigente, l’autonomia dei singoli bilanci.

Mettersi in rete risponde a criteri di efficienza ed efficacia, in quanto razionalizza ed economizza i costi di gestione, realizzando economie di scala, e in questo cogliendo appieno gli obiettivi prioritari posti dallo Stato alle scuole autonome, ovvero quello di autodeterminarsi e finanziarsi. Non a caso, molti dei passati, ma anche dei più recenti finanziamenti statali o regionali per vare progettualità, tra cui quelle finalizzate al miglioramento, hanno avuto la rete come parametro preferenziale per la loro assegnazione.

 

L’organico delle reti

I vantaggi organizzativi della modalità in rete, si riflettono e si estendono anche e soprattutto nelle forme di reclutamento del personale della scuola, aprendo scenari in materia di organici, che la legge 107/15 non ha mancato di delineare, costituendo anzi un punto di forza e di novità della legge stessa.

Non mancano peraltro gli antefatti, nei timidi passi legislativi verso dapprima un contingente di organico, a seguito dei regolamenti di riordino del secondo ciclo,dpr 87/88/89 del 2010, per poi passare alla previsione dell’assegnazione di un organico funzionale, concepito dall’allora Ministro Profumo, nell’ambito del decreto legge sulla semplificazione e sviluppo, n. 5 del 2012, convertito in L. n. 35.

La svolta però la si avrà solo con l’organico dell’autonomia della L. 107/15, id est organico di rete. A questo fine, nell’art. 1, c. 66, della l. 107/15, si prevede che, a decorrere dall’a.s. 2016/17, i ruoli del personale docente siano regionali e articolati in ambiti territoriali, definiti dai competenti Uffici Scolastici Regionali secondo i criteri fissati dallo stesso c. 66, ovvero in ambiti “inferiori alla provincia e alla città metropolitana”.

Gli ambiti territoriali ormai sono stati realizzati, previo un complesso meccanismo procedurale ad iniziare dalla nota ministeriale del Capo Dipartimento per il Sistema educativo di istruzione e formazione, che ha fornito indicazioni per la definizione degli ambiti territoriali, per proseguire con i decreti direttoriali dei singoli Uffici Scolatici Regionali, che hanno determinano la consistenza territoriale degli ambiti, in relazione alle loro peculiarità geo politico e e di popolazione scolastica.

 

Le reti di ambito e di scopo

Fatto questo primo step, ecco il secondo da affrontare, questa volta chiamando a raccolta le singole istituzioni scolastiche, le quali dovranno definire gli accordi di rete per la costituzione degli ambiti territoriali, prodomici agli accordi relativi alle reti di scopo, entro il prossimo 30 giugno.

In tal senso, si veda la recentissima nota Miur prot. 2151 del 07/6/16, avente per oggetto: Costituzione di reti di cui all’art. 1, comma 70 e ss. della legge 13 luglio 2015 n. 107.

Nella nota, si intende “facilitare il processo organizzativo di costituzione delle suddette reti che, ai sensi dell’art.1, comma 70, della legge 107/2015 dovrà essere concluso entro il 30 giugno 2016”, proponendo a tal fine appositi modelli per gli accordi di rete di ambiti e di scopo.

Si distingue quindi tra reti di ambito, che riunisce stabilmente tutte le scuole statali, dell’ambito territoriale, individuato dall’USR; e le reti di scopo, “che si costituiscono spontaneamente tra le scuole, anche oltre l’ambito di appartenenza, per il perseguimento di precisi scopi che trovano riscontro nelle priorità individuate per il territorio dell’ambito o in più specifiche esigenze locali e/o nazionali.”[1]

In sintesi, le reti di ambito andranno a costituire la nuova governance del rapporto centro/periferia, allo scopo di “raccogliere e incontrare le esigenze delle scuole che ne fanno parte e riuscire a distribuire le risorse con più efficienza,[2] mentre le reti di scopo rispondono alla volontà politica di dare gambe e fiato a quell’autonomia sancita dal lontano ’99, [3] ma che ancora stenta a decollare.

Non rimane che attendere per vedere i frutti e gli sviluppi di questo rinnovato disegno legislativo che punta sul modello della rete, e che fa uso degli strumenti legislativi, giuridici ed amministrativi connessi a tale modello, dalla forma negoziale dell’accordo, alla previsione della Conferenza di servizi , ex legge 241/90, ma non manca portare alla luce i fondamenti organizzativi e didattici di un tale modello, ciò che si vorrebbe brevemente evidenziare in questa sede.

 

Gli aspetti della rete

In questa sede vorrei tre aspetti rilevanti e connessi del fare rete: l’aspetto giuridico e amministrativo, quello gestionale organizzativo e, last but not least, quello didattico.

 

  • Aspetto giuridico amministrativo

Sotto l’aspetto gestionale amministrativo l’accordo di rete, su proposta del ds, deve essere approvato dal Consiglio di Istituto e, se riguarda attività di ricerca, sperimentazione e sviluppo, anche dal Collegio dei docenti.

La natura giuridica dell’accordo di rete   è quella negoziale, nella specie un accordo di programma per la cui conclusione è prevista la forma scritta, aperto all’adesione di tutte le scuole che intendano parteciparvi e deve essere   depositato presso le segreterie delle scuole, ove gli interessati possono prenderne visione ed estrarne copia. L’accordo individua l’organo responsabile della gestione delle risorse e del raggiungimento delle finalità del progetto, la sua durata, le sue competenze e i suoi poteri,   indica le risorse professionali e finanziarie messe in comune e può prevedere lo scambio temporaneo dei docenti che abbiano uno stato giuridico omogeneo.

Nei modelli allegati all nota Miur sopra citata, sia per le reti di ambito che per quelli di scopo, si parla infatti di delibera del C.I, oltre che della previsione di un’apposita Conferenza dei servizi, per le reti di ambito, e di Conferenza dei dirigenti scolastici della rete di scopo, ai sensi dell’art. 14 della L. 241/90, nonché della designazione della scuola capofila.[4]

In particolare, l’attenzione è da porsi sulle reti di scopo, quelle più vicine alla progettualità delle scuole e volano dell’autonomia.

Una volta formalizzato l’accordo di scopo,   spetta poi al ds il compimento dell’attività negoziale inerente, esercitando così una leadership   effettiva, volta a fare “governance” locale con gli altri soggetti pubblici e privati.

 

– Aspetto gestionale organizzativo

Dal punto di vista gestionale organizzativo, il paradigma della rete è quello più confacente all’organizzazione moderna della scuola, definita come un modello complesso a legami deboli da Weick, un sistema aperto da Von Bertalanffy, basato sulla interazione dei soggetti che vi operano. Secondo l’ approccio psicosocioanalitico allo studio delle organizzazioni di cui è un esponente G. Varchetta, docente presso l’Università di Milano Bicocca,   all’interno dell’organizzazione pensata come rete, ogni singolo è un punto della rete, venendosi così a determinare una alleanza tra il soggetto e l’organizzazione.

Alleanza che si rinsalda con una condivisione interna del lavoro in rete, anche attraverso una documentazione delle buone pratiche per un Know how di base per elevare le competenze professionali dei docenti.

 

– Aspetto didattico

Non sfugga altresì la rilevanza didattica del fare rete, che facilita ed implementa attraverso forme di condivisione, l’utilizzo della piattaforma Web 2.0, nei suoi suoi applicativi, quali Moodle, Twitter, Google docs, al fine di esaltare le opportunità non solo di scambi documentali e di esperienze con altre scuole, basti pensare a e-twinning (comunità delle scuole europee), ma anche di docenti, come era nel dettato dell’art. 7 del dpr 275/99.

Tutto ciò va a favorire la didattica laboratoriale, in un ambiente di apprendimento virtuale, che è poi il dispositivo organizzativo cui il Miur ha dato vita dapprima con il suo programma “Piano digitale” dove usa la metafora del Web 2.0 (cl@ssi 2.0) per spingere le scuole ad attualizzare potenzialità ancora non espresse, ed infine con l’apposito Piano nazionale per la scuola digitale, di cui al comma 56 della L. 107/15, che prevede anche la formazione dei docenti, strutturale e permanente.

 

Le nuove tecnologie nella didattica

Come fondamento epistemologico dell’uso delle nuove tecnologie nella didattica, basti citare Pier Cesare Rivoltella, docente alla Cattolica di tecnologie dei media,   che nel distinguere tra strumenti e dispostivi, per cui anche la penna è il dispositivo con cui si scrive sullo strumento, (la carta), parla di “ virtualizzazione” della didattica.

E’ parimenti obbligo citare   C. Scurati, tra i primi studiosi italiani di tecnologie didattiche e multimedialità, che ha sottolineato il contributo indubbiamente prezioso che le tecnologie informatiche offrono allo sviluppo e al potenziamento dell’innovazione e della sperimentazione educativa, secondo le procedure della ricerca-azione.

L’uso delle nuove tecnologie è altresì coerente con il paradigma costruttivista, in quanto consentono un apprendimento fondato sulla centralità del discente per promuovere un apprendimento significativo, che è tale, secondo   Jonassen, quando è contestualizzato,intenzionale, attivo.

Si realizza pure un c.d. un nuovo attivismo pedagogico, che si richiama alla grande lezione di Dewey ma anche alla didattica del fare dei nostri pedagogisti, da Montessori alle sorelle Agazzi.

 

Conclusioni

Per finire, dopo questa breve disamina sul modello delle reti che oggi torna prepotentemente alla ribalta e costituisce adempimento stringente in questo mese da parte delle scuole, non può non dirsi che le reti non sono solo una possibilità dell’autonomia, ma ne rappresentano l’ulteriore e naturale sviluppo nei suoi assetti   organizzativi, gestionali, e costituire un’idea fondante di scuola nei suoi aspetti didattici.


[1]Cfr. “Indicazioni per la formazione delle reti”, in allegato alla nota Miur 2151 del 07/6/16

[2]Ibidem.

[3] Cfr. dpr 275/99, e in particolare l’art. 7

[4] Cfr. sempre i modelli di verbali allegati alla nota ministeriale già citata.

Assegnazione del bonus ai docenti: una proposta di decreto

Assegnazione del bonus ai docenti: una proposta di decreto

di Alessandro Basso

 

Una piccola premessa introduttiva.

Con la fine dell’anno scolastico, si avvicina il momento in cui il Dirigente Scolastico provvederà ad assegnare i fondi per la valorizzazione del merito ai docenti, secondo gli importi che il MIUR ha appena comunicato, attraverso specifica propria nota.

I passaggi prodromici all’assegnazione del bonus sono diventati gradualmente noti alla comunità scolastica, sono riassumibili, per completezza di informazione, in :

  • costituzione del comitato di valutazione;
  • determinazione dei criteri di valutazione;
  • valutazione da parte del D.S.;
  • assegnazione del Bonus;
  • informativa (sull’ammontare degli importi, non sui nominativi) alla delegazione di parte sindacale.

Il contributo presente rappresenta un tentativo di ragionamento su come poter impostare la “motivata valutazione” che il Dirigente Scolastico deve effettuare per assegnare il bonus.

Come si può notare, l’approccio seguito è fedele alle indicazioni del MIUR e non prevede passaggi con le OO.SS. al tavolo contrattuale, perché la norma non li prevede.

Ciò che suggerisce la nota MIUR citata è piuttosto un coinvolgimento allargato della comunità scolastica che ciascun dirigente scolastico, in cuor suo, interpreterà motu proprio.

Per meglio comprendere il contenuto del decreto sottoposto umilmente all’attenzione dei lettori, è necessario esplicitare che i criteri individuati dal comitato di valutazione sono partiti dalla proposta di lavoro dell’associazione ANP, poi calati nella realtà dell’istituto.

A seguito della formulazione dei criteri, gli stessi sono stati posizionati in una tabella Excel, di cui si riporta un semplice esempio.

docente  

Programmazione accurata delle attività didattiche, tenuta efficace della documentazione didattica esemplificativa delle innovazioni praticate (cooperative learning, classe capovolta, didattica laboratoriale, didattica per progetti, webquest…)

 

 

 

   
Mario ROSSI X   X

Alla fine delle operazioni, si è suddiviso l’importo totale per il numero di criteri soddisfatti da tutti i docenti dell’istituto e la quota è stata moltiplicata per il numero di evidenze disponibili per ciascun docente.

Il decreto di assegnazione, oltre a tracciare la presenza del docente all’interno dei criteri, propone una motivazione che deve far riferimento alle evidenze documentali (le “prove”) sulla base delle quali il dirigente ha assegnato il bonus.


ASSEGNAZIONE DEL BONUS AI DOCENTI UNA PROPOSTA DI DECRETO

Critica della ragion MIUR

Critica della ragion Miur

di Gabriele Boselli

 

La conoscenza “modo maxima rerum, tot generis natisque potens, nunc trahor exul, inops”.

Citazione da Ovidio , ripresa da Kant, pref. KRW 1781

 

Nella frase a margine, Kant si riferisce alla metafisica ma oggi lo stesso può dirsi oggi della conoscenza stessa, almeno quella che (non) compare nei documenti ufficiali del Miur. Documenti alieni dallo state of the art della ricerca, da una cultura ormai divenuta pluriassiale e incrementata dalla globalizzazione: la letteratura generale, le scienze umane e quelle del mondo fisico procedono a passi giganteschi, dentro a una rivoluzione del pensiero di potenza analoga a quella che si ebbe nei primi vent’anni del secolo scorso.

Poco di questi progressi arriverebbe nelle scuole, non fosse per la personale consuetudine di studio e di ricerca di tanti insegnanti, dirigenti e ispettori divenuti tali per concorso e che continuano a studiare. Dal MIUR, segnali di contatti culturali significativi con il Novum non sono pervenuti e quelli con il classico si vanno dissolvendo, ormai da molto tempo a questa parte. Penso alle clamorose inconsistenze e i ritardi su cui si muove la cultura ministeriale degli ultimi venti anni; alle prediche seriose e noiose, certo per nulla appassionanti dei corsi di aggiornamento che costituiscono sostrato e a volte alibi di non-pratiche (pratiche avulse da ogni pensare l’Intero). Penso all’ Analitica del Vuoto delle Indicazioni, alla programmazione per competenze, alla valutazione di docenti e dirigenti, a una del tutto sproporzionata e fuori dal contesto alternanza scuola-lavoro; creature meramente casuali, frutti generati da infausti connubi avvenuti negli asfittici circoli di viale Transtevere. Constato anche la quasi totale assenza di studiosi di chiara fama in quei paraggi e lo scarso impegno di quelli che hanno concesso il nome.

Ma forse il vento del nulla che spira da quei luoghi come pure tutto quel che compare sulla plancia di comando, sullo snapchat o si attiva dal chip endocranico dei DS-manager (ancor minoranza nella categoria ma in rapida diffusione) non sono del tutto casuali. Costituiscono Indicazioni nascoste e inducono in non pochi operatori scolastici incapacità di pensiero critico e creativo, inibiscono la produzione di innovazione non asservita. Cercherò in questo scritto di delinearne i tratti.

 

Non conoscenza ma competenze

I giovani dovrebbero essere indotti a consumare (e a mostrare con i testi INVALSI di avere ben digerito) hamburger di pensieri precotti, appena passati al forno a microonde degli apparati d’inculturazione destinati alle masse. Il sapere promosso non è quello che abita nel circuito tra la ricerca e quanto avviene in interiore homine ma quello che imperversa sulla superficie delle reti tecniche di comunicazione dell’apparato economico. Poco spazio va lasciato in ogni disciplina al pensiero autentico (personale, critico, creativo) e allora si tenta di appesantire la generalità dei soggetti sotto il peso dei prodotti verificabili e dunque controllabili fabbricati per le masse. Quel che chiamano “valutazione di sistema”.

Le circolari ministeriali ci chiamano agli obiettivi, micro-fini privi di prospettive e di ulteriorità, più insensati degli atomi di Lucrezio (quelli almeno avevano un clinamen originario), I DS-manager incitano a correr dietro a questi senza sosta, come cagnolini addestrati a inseguire gli oggetti lanciati dal padrone. Ci si vorrebbe de-realizzati dal “Pensiero unico dominante” (Enzo Tiezzi “Fermare il tempo, Raffaello Cortina) della Grande Macchina virtuale delle informazioni, controllata da un potere anonimamente oligarchico che tende solo a ingrandirsi e intensificarsi con gli strumenti della tecnica senza sapere neanche lui a qual fine. La macchina MIUR apprezza e alimenta non le conoscenze (difficilmente dominabili dal potere) ma le competenze, ovvero conoscenze servili, capacità pratiche utili in quanto rigorosamente definalizzate.

Non succede solo nelle scuole MIUR o non-MIUR: ai margini della galassia nascente della grande letteratura e della nuova scienza ignorate dalle pagine ufficiali, un buco nero tenta ovunque di divorare il pensiero antico e quello nuovo. Tra la fine del Novecento e l’inizio di questo secolo il gorgo ha introiettato la forza della tecnica e dunque aumentato ogni anno la sua potenza di annichilamento; costellazioni di stelle ricche di luce rischiano di spegnersi nel suo fondo. Ma non sarà così.

 

Tradizione rinnegata, chiusura dello spettro d’innovazione

Socrate ci aveva insegnato la priorità della domanda sulla costituzione del sapere, dell’apertura sulla scena, della finestra sulla luce; Heidegger a interrogare le domande, aprire e mobilizzare le fessure, rifrangere le luci ad ampio spettro traendone infinite e mutevoli sfumature; Foucault ci chiama a evadere dal carcere del politicamente corretto, a giocarci, con le parole stantie dell’ufficialità. Certa cultura ministeriale e particolarmente quella INVALSI è invece la cristallizzazione sporca dell’ufficialità del fenomeno, delle risposte prevedibili che comprende solo quelle attese e condanna quelle imprevedibili, che non consolidano ma trasformano. I sistemi precostituiti di verifica delle competenze sono i nuovi cimiteri della conoscenza.

La forma di non-pensiero meglio individuabile nei testi trasteverini è quella che seleziona, incasella, archivia e tratta le idee come puri oggetti in sé, indipendenti dal loro essere-ad-altro e dal contesto, semplificati e perfettamente amministrabili e verificabili da qualunque collaboratore amministrativo.

I dirigenti scolastici rischiano con il nuovo sistema di valutazione; non più dirigenti (dirige chi ha autonoma intelligenza del fine e individua gli obiettivi) ma di fatto collaboratori amministrativi. Anche per gli insegnanti che continuassero a nutrire idee maturate in un personale confronto con la cultura e la scienza è stato introdotto il deterrente del bonus, strumento di controllo della libertà di insegnamento, finora protetta da una Costituzione presto forse liquidata.

 

Scuola luogo di pensieri liberi

Certo, constatiamo con Severino la progressiva dominazione della tecnica sulle altre forme del pensiero. Ma la scuola non dovrebbe esserne dominata. j

Non è invero tutta colpa della Minerva romana: la macchina mondiale del non pensiero è ovunque diretta contro le strutture di pensiero complesso, autonomamente ordinato, distinto tra piani soggettivi e intersoggettivi, articolato su grandi costellazioni di idee. Produce pertanto (la grande quantità determina impressioni di qualità) enormi flussi di pensiero semplice, reso in un linguaggio costituito da frasi correlate da meri rapporti di successione, impone gerarchie estrinseche e “passanti” solo per forza di ripetizione. S’imprigionerà la progettualità del soggetto in visioni ristrette e schiacciate sul presente e sulla funzionalità economica. E niente atti ma “Fatti”, atti depotenziati e pesanti sul soggetto con tutta la loro gravità aliena.

Il pensiero unico dell’economia combinata con la tecnica, le gravità intellettuali del sistema informativo-formativo globale, lo psicologismo da fabbrica e le impostazioni settoriali della questione pedagogica (didatticismo etc.), i saperi aziendali come saperi egemoni del mondo dell’istruzione: questi i nostri avversari.

 

Fuoriuscire

Nella scuola italiana e nell’università italiane sono partiti o stanno partendo apparati di valutazione finalizzati a sottoporre a verifica attraverso test la capacità di queste istituzioni di modellare il pensiero secondo le esigenze dell’economia finanziaria e di neutralizzare le anime irriducibili. Le rilevazioni condotte dagli inquisitori istituzionali (quali comunque non si ridurranno a essere gli ispettori provenienti da veri concorsi per titoli ed esami) serviranno poi ai dirigenti (pardon, managers) eterodiretti per individuare meglio chi “rema contro”, colpire le teste pensanti e premiare con la serie A o B e congrui premi di qualità quelle piene solo di “pensiero unico”.

 

Ho raccontato di alcune delle tante forme della trionfante “pedagogia” ministeriale, aliena dalla complessità e dalla ricchezza di infinite storie di vita e di pensiero.

Ci sarebbero molti motivi di pessimismo, ma forse non è proprio così. Forse il sapere costituente –aiutato da una pedagogia che non conduca ma introduca- potrebbe rifarsi. Credo che la maggioranza pensante che lavora nella scuola meriti e saprà conquistarsi di meglio. Dobbiamo cominciare a svegliarci e a parlare, ridestando chi ci è vicino. Credo nella possibilità di restare (e di educare a divenire) soggetti non situati nella cronaca ma nella storia; soggetti intellettualmente, eticamente e perfino politicamente consapevoli, critici e impegnati, cioè attivamente soggetti. Non sarà possibile eliminare per catalogazione e valutazione “meritocratica” tutte le forme di pensiero pensante; né mortificare tutti i maestri autentici, quelli capaci di pensieri culturalmente fondati e originali. Tremila anni di pensiero occidentale, la recente ripresa della ricerca scientifica di base, l’entrata nel circuito mondiale della conoscenza di culture antichissime come quella indiana e cinese non possono essere cancellati e l’ipersistema della tarda modernità non è onnipotente; nemmeno il Palazzo.

Per fortuna del mondo, la scuola –dal nido all’università- c’è.


 

Bibliografia

 

Severino Il destino della tecnica Rizzoli, Milano, 1998

Schutz Don Chisciotte e il problema della realtà, Roma, Armando

Erbetta, Educazione ed esistenza, Torino, Il Segnalibro 1998

G.Boselli Non-pensiero e oltre, Erickson, Trento, 2007

Sassen Territorio, autorità, diritti. Assemblaggi dal Medioevo all’età globale, B. Mondadori, 2008

Melucci Scuola e mutamenti antropologici nel tempo della singolarità e della pluralità: appunti per una pedagogia della trans-formazione in Studi e documentazione, riv. USRER dicembre 2013

A. Rovatti Una società di sonnambuli da Il Piccolo del 20 giugno 2014

Lavorare manca

Lavorare manca

di Giovanni Fioravanti

 

Siamo una repubblica fondata sul lavoro, ma pare che proprio questo sia il nostro anello più debole. Nella nostra cultura si mescolano ancora contraddizioni che finisco per impaniarci. Non abbiamo mai considerato il lavoro come nobile; molto più nobili gli “otia studiorum”.

Del resto ci siamo formati all’interno di un sistema di istruzione che anche nominalmente relega il lavoro agli ultimi gradini della scala scolastica. Perché, per retaggio gentiliano e non solo, le scuole che con il lavoro si sporcano le mani da noi sono “tecniche” o “professionali”, le altre che si occupano delle superiori funzioni della mente sono “licei”: luce della scienza e delle arti.

Neppure la sinistra, che storicamente del lavoro ha fatto la sua forza, è riuscita a liberarsi dall’idea del lavoro come condanna biblica da cui affrancarsi. In compenso a liberarci del lavoro sarà la progressiva finanziarizzazione dell’economia, non come conquista sociale, ma come condanna a un’esistenza sempre più triste ed inutile.

In tempi di istruzione permanente, di istruzione per l’intero arco della vita, sarebbe giunta l’ora di rivedere radicalmente il nostro sistema formativo e di ricondurre ad unità, in nome dell’istruzione e del lavoro per tutti, licei, istituti tecnici, istituti professionali e sistema di istruzione e formazione professionale, che resta un ibrido, una sorta di figliastro nelle mani di regioni e enti professionali. Ma guai rivoluzionare il sistema formativo nel nostro paese, perché subito si leverebbero le voci di protesta dei fautori della superiorità dell’istruzione classica da un lato e dall’altro coloro che, di fronte alla contaminazione tra scuola e lavoro, griderebbero contro la precoce professionalizzazione e contro lo sfruttamento dei giovani.

Così nel nostro paese appena il 4% degli studenti studia e lavora, contro l’oltre il 20% della Germania. Il sistema tedesco di alternanza studio-lavoro si chiama Practicum. Scuola e mondo delle imprese si incontrano e s’intrecciano. Gli studenti sono tenuti a svolgere un’attività pratica retribuita durante il liceo o l’università, di conseguenza la disoccupazione giovanile è di poco superiore al 6% contro il nostro 40 e passa.

In genere il Practicum dura otto settimane scaglionate durante l’anno scolastico, al termine viene sostenuto un esame e rilasciato un patentino. L’aver seguito un corso da infermiere durante il liceo fa guadagnare punti e rende possibile l’accesso alla facoltà di medicina anche se a numero chiuso. Altra cosa è la sperimentazione dell’alternanza scuola-lavoro avviata nel nostro paese in attuazione del Jobs act. Sotto questo aspetto ben venga la Buona scuola che ha reso la formazione on the job obbligatoria, anche se con sole 200 ore per i licei contro le 400 per istituti tecnici e professionali.

Far incontrare l’apprendimento d’aula con quello di bottega pare però incontrare degli ostacoli secondo le ultime dichiarazioni del ministro Poletti che accusa alcune scuole e professori di boicottare ciò che con la riforma è divenuto legge. Secondo il ministro i docenti farebbero resistenza, mettendo il compito in classe il giorno dopo le ore di alternanza. È vero che il ministro Poletti sui giovani e la scuola finora ci ha sempre azzeccato poco. Come è altrettanto vero che nelle nostre scuole non manca chi non vede di buon occhio stage ed alternanza scuola-lavoro.

Il progetto a regime coinvolgerà oltre un milione e mezzo di studenti, un impatto notevole su un sistema caratterizzato soprattutto da un tessuto di piccole e medie imprese dove è più difficile accogliere gli studenti e dalle aree del Sud dove le aziende non sono numerose, a questo si deve aggiungere l’organizzazione e la preparazione degli insegnanti tutor, la stipula delle assicurazioni e il registro delle aziende disponibili che ancora non è pronto.

Per il momento i dati a disposizione non sono per nulla promettenti, secondo i numeri forniti dal sondaggio del portale “skuola.net”, solo il 25% degli studenti coinvolti fa esperienza in azienda, mentre oltre il 50% lo stage lo fa per finta a scuola, attraverso la simulazione d’impresa.

Può essere che la nostra scuola non brilli per la capacità di preparare al meglio gli studenti ad entrare nel mondo del lavoro, anche se non è così dappertutto e non mancano progetti di eccellenza.

Il problema vero, considerati i dati che indicano quanto sia faticosa da noi la ripresa economica, è che il nostro sistema di imprese nella maggioranza dei casi non è in grado di aggiornarsi né di aumentare le competenze dei lavoratori. Da un’indagine di AstraRicerche risulta che solo il 33% delle nostre imprese monitora regolarmente le necessità del proprio mercato di riferimento in termini di competenze, mentre il 36% lo fa in modo saltuario.

Già questo rende difficile la diffusione del dialogo tra scuole e aziende che è la condizione preliminare perché l’alternanza tra scuola e lavoro garantisca poi ai nostri giovani un concreto sbocco occupazionale e alle aziende il vantaggio di poter contare su una manodopera qualificata.

L’impressione è che dobbiamo ancora fare i compiti a casa e che li debbano fare soprattutto il sistema scolastico e il sistema dell’imprese.

Intanto è necessario acquisire culturalmente l’importanza dell’intreccio tra formazione scolastica e formazione sul lavoro, coniugare sapere e lavoro come condizione necessaria alla piena espressione e realizzazione di se stessi.

Fare sì che il dialogo tra istituzioni scolastiche e imprese divenga un fatto normale, finisca d’essere guardato con sospetto o per interesse di bottega, ma come imprescindibile nella preparazione dei nostri ragazzi e per lo sviluppo del paese. Che non è cosa di poco conto.

E. Ferrante, Storia del nuovo cognome

“Storia del nuovo cognome” ( secondo volume de “L’amica Geniale“) di Elena Ferrante, edizioni e/o, 2015

di Mario Coviello

ferrante2Come vi avevo promesso (http://www.edscuola.eu/wordpress/?p=77525) eccomi qui con il secondo capitolo della storia di Elena e Lila la sua amica geniale “ Storia del nuovo cognome” di Elena Ferrante.

La forza della narrazione, la limpidezza della scrittura mi hanno preso ancora una volta e ho divorato le quattrocento settanta pagine di questo secondo romanzo che mi aspettava ad ogni angolo, che non ho potuto fare a meno di portare con me ovunque andassi in questi giorni, sperando sempre di avere tempo per poterlo leggere.

Mentre leggevo volevo ricordarne brani, afferrarne il senso e non bastavano gli appunti, le frasi, “le orecchie alle pagine” che non riuscivo a segnare. Non amo sottolineare, scrivere note a margine. Ho l’impressione di sporcare le pagine che crocchiano tra le dita perché sono il primo a sfogliarle. Avere i soldi per comprare un libro è stata per me una grande conquista e Elena che studia con i libri usati comprati dalla sua maestra Oliviero il primo anno di ginnasio e li ruba nella libreria di via Mezzocannone a Napoli dove lavora in questo secondo capitolo mi somiglia.

Elena Ferrante implacabile racconta e scava nell’animo delle due protagoniste e il lettore segue le loro vicende con animo sospeso.

Scava in Lila Cerullo che si fa ora chiamare signora Marriacci per riscattare la miseria da cui proviene e che presto non si ritrova in questo nuovo cognome. La sua identità forte e fragile si slabbra e la Ferrante racconta i suoi sforzi disperati per ritrovarsi, ritornare ad essere se stessa. Ma è sforzo vano( sembra dirci la Ferrante), la vita ci cambia irrimediabilmente. E Lila, sempre eccessiva, geniale, crudele, va a fino in fondo in tutto quello che fa, consumandosi. Va fino in fondo come moglie tradita e percossa da Stefano, marito inadeguato e violento ; come donna innamorata di Nino Sarratore, il giovane intellettuale insoddisfatto con il quale, fuggendo dalla casa del marito, vive ventitrè indimenticabili giorni d’amore. Lila madre di Rinuccio, il figlio di Nino,che torna ad essere la signora Mariacci, vivendo solo per il figlio che cresce con dedizione assoluta. Lila che va via di casa per far posto ad Ada , l’amante del marito che aspetta una figlia da lui. Lila ritorna ad essere solo Cerullo, operaia il un lercio salumificio.

E con lei sempre indissolubilmente, da vicino e da lontano, l’amica Elena che finisce il liceo in modo brillante e vince una borsa di studio alla Normale di Pisa. Affronta la sua paura atavica,nasconde soldi sudati con la fatica nel reggipetto e lascia per la prima volta Napoli, va a vivere a Pisa dove per la prima volta ha un letto, un tavolo,un cesso solo suo. Continua a studiare, ad avere rapporti con uomini che non ama “ perché ero incapace di avere sentimenti veri “ ma che la aiutano a capirsi e scrive il suo primo romanzo che inaspettatamente viene pubblicato.

Alla prima presentazione della sua opera in una libreria a Milano ritrova Nino Sarratore, l’unico uomo che ha amato veramente. Nino che Lila le aveva “rubato” durante una “ indimenticabile” vacanza ad Ischia.

Vi ho riassunto in maniera grossolana solo una parte infinitesimale di quello che troverete in questo secondo romanzo. Negli ultimi anni dell’adolescenza Lila e Lenù ( Elena ) maturano a velocità vertiginosa nello stesso minuscolo rione napoletano dell’infanzia: un microcosmo governato da leggi arcaiche, semplici nella loro crudeltà. Intorno a loro, ritroviamo all’inizio lo stesso coro di personaggi indimenticabili, forgiati dalla storia delle loro famiglie e del loro quartiere, in lotta tra di loro e contro la miseria

Elena Ferrante continua a raccontare Napoli e il sud degli anni 60 , i ricchi e i miserabili, gli intellettuali e gli ignoranti. Racconta le adolescenti che diventano donne, la loro diversa capacità d’amare rispetto agli uomini. Racconta la fatica dello studio, la parola conquistata che fa crescere e diventare consapevoli.

Racconta il rapporto fra queste due amiche, un rapporto sempre più difficile, tormentato e necessario. La realizzazione di Elena è scrivere un libro e ci riesce solo grazie ad una continua,incessante “ gara sanguinosa” con l’amica. Lila si “ disfa”perché vive fino in fondo tutto : l’amore vero,finalmente incontrato, quello di madre, senza paura ,senza sconti, prima di tutto con se stessa.

Nella quarta di copertina di “ Storia del nuovo cognome” vengono riprese queste parole di Elena che, dopo un anno va a trovare la sua amica per dirle che ha scritto un romanzo …” volevo mostrarle ciò che lei aveva perso e ciò che io avevo vinto…Lei ( Lila) naturalmente se ne era accorta fin dal primo momento in cui le ero comparsa davanti e ora stava reagendo spiegandomi di fatto che non avevo vinto niente, che al mondo non c’era alcunché da vincere, che la sua vita era piena di avventure diverse e scriteriate quanto la mia, e che il tempo semplicemente scivolava via senza alcun senso. Ed era bello solo vedersi ogni tanto per sentire il suono folle del cervello dell’una echeggiare dentro il suono folle del cervello dell’altra”  E’ proprio così ? Lila, dopo la matematica,il disegno,l’ideazione di scarpe uniche , la capacità di far soldi vendendo salumi e scarpe, la letteratura , il teatro, la politica, con il suo ultimo compagno di vita Enzo, nonostante la fatica per guadagnarsi da vivere che la stronca e la fa sfiorire, ha scoperto l’algebra booleana e i diagrammi a blocchi nelle notti insonni, in una stanza lercia a San Giovanni a Teduccio. Dopo la difficile ricostruzione, gli anni del boom e il 68, siamo agli albori dell’era dei computer. Staremo a vedere.

Vi aspetto per il nostro terzo appuntamento “ Storie di chi fugge e di chi resta.”

Maturità 2016, 1 studente su 7 non sa le date degli scritti. Caos anche su tipologia prima prova e punteggi

da Il Fatto Quotidiano

Maturità 2016, 1 studente su 7 non sa le date degli scritti. Caos anche su tipologia prima prova e punteggi

Secondo un sondaggio di Skuola.net, per il 2% dei maturandi il tema di attualità e quello storico non esistono. In più uno su 4 non sa quale voto corrisponda alla sufficienza nelle prove scritte. E anche quello del colloquio orale provoca molti dubbi

Concorso docenti, sui ricorsi degli esclusi giustizia amministrativa a singhiozzo

da La Tecnica della Scuola

Concorso docenti, sui ricorsi degli esclusi giustizia amministrativa a singhiozzo

Ogni giorno che passa, si fa sempre più complicato il fronte giudiziario sul concorso a cattedre del 2016.

Dopo le centinaia di ricorsi depositati al Tar Lazio che hanno messo in crisi l’organizzazione del Tribunale di via Flaminia, dove si è dovuto distribuire fino a luglio i ricorsi per la discussione delle istanze cautelari proposte, il quadro si complica sempre di più man mano che intervengono le prime pronunce.

Se in primo grado il Tar ha mantenuto fermo il proprio orientamento iniziale, accogliendo soltanto i ricorsi proposti dai docenti di ruolo e rigettando, per il momento solo con ordinanze rese in fase cautelare, le altre tipologie di ricorsi (dei diplomati magistrale ad indirizzo linguistico, dei non abilitati, dei docenti in procinto di conseguire l’abilitazione mediante Pas e Tfa, degli specializzandi di sostegno e degli aspiranti Itp), si registrano pronunce contraddittorie in sede d’appello.

In un primo momento infatti, il Consiglio di stato aveva dato un segnale ben preciso, sospendendo la prima sentenza negativa emessa dal Tar sui diplomi ad indirizzo linguistico, e consentendo la partecipazione con riserva ai docenti privi di abilitazione.

In attesa del deposito delle sentenze “brevi” preannunciate dal Tar sui ricorsi discussi all’udienza del 5 maggio, dopo le decisioni rese sui ricorsi discussi all’udienza del 19 maggio, si registra ora un diverso approccio da parte del Consiglio di Stato in sede d’appello.

Con due ordinanze depositate il 10 giugno, infatti, il Consiglio di Stato sembra aver rimesso in discussione la propria originaria apertura.

Su uno dei ricorsi relativi al diploma ad indirizzo linguistico, i Giudici di Palazzo Spada hanno infatti negato l’ammissione con riserva al concorso, disponendo una sollecita discussione nel merito, rassicurando però sul fatto che “che le posizioni giuridico-soggettive degli appellanti, in caso di eventuale esito positivo del contenzioso, potranno trovare tutela in una sessione riservata di esami”, mentre su uno dei ricorsi dei non abilitati, ha clamorosamente rigettato la richiesta di ammissione con riserva rilevando che “il ricorso non risulta assistito da fumus boni iuris (n.d.r. apparente fondatezza), atteso che l’abilitazione all’insegnamento quale ulteriore requisito necessario per essere ammesso al concorso trova un puntuale fondamento normativo, che opera anche con specifico riferimento al concorso oggetto del giudizio (non risultando applicabile la deroga prevista dal regime transitorio)”.

Resta fermo invece, l’orientamento positivo in ordine ai docenti in procinto di conseguire l’abilitazione mediante i Pas ed i Tfa.

A pochi giorni dalla conclusione delle prove scritte per tutte le classi di concorso, e quindi ormai a cose fatte, ci si aspettava, in verità, una presa di posizione più netta da parte della Giustizia amministrativa la quale, però, quantomeno in sede d’appello, sta lanciando segnali assolutamentecontraddittori, emettendo pronunce di tenore opposto da un giorno all’altro.

Di contro, il Tar si è preso – stranamente – già fin troppo tempo per depositare le sentenze “brevi” preannunciate in esito all’udienza del 5 maggio.

L’unico soggetto che fin’ora non ha avuto grane è proprio il ministero dell’Istruzione, che grazie anche all’insolita lentezza del Tar Lazio, ha potuto condurre in porto con una relativa tranquillità le prove scritte, rinviando sine die ipensieri circa eventuali sessioni suppletive d’esame, se e quando verranno ordinate dai giudici amministrativi.

Esami, prima prova: guida pratica allo scritto di italiano

da La Tecnica della Scuola

Esami, prima prova: guida pratica allo scritto di italiano

È giunta l’ora degli Esami di Stato: lunedì 13 giugno toccherà agli studenti di terza media, mentre mercoledì 22 sarà la volta dei maturandi.

In entrambi i casi, la prova di italiano dà ufficialmente inizio alle prove scritte e, più in generale agli esami. Nonostante la maggior parte degli studenti la ritenga la prova più facile, il tema di italiano molto spesso viene sottovalutato.

Per evitare di arrivare davanti al foglio delle tracce senza avere nemmeno la vaga idea di cosa aspettarsi, ecco qualche informazione utile sullo scritto di italiano.

Innanzitutto bisogna tener presente che lo scopo principale della prima prova è quella di accertare la padronanza della lingua italiana, delle capacità espressive, logico-linguistiche e critiche dello studente. Ma ad essere valutate saranno anche le abilità prettamente creative.

Il modo migliore per valorizzare le proprie conoscenze è quello di scegliere in modo corretto la traccia.

Nel caso degli esami di terza media lo studente avrà tre possibilità:

–    l’ambito personale, che può essere una pagina di diario o una lettera ad un amico;

–   la relazione (di un libro, di un’esperienza in laboratorio o una gita);

–   il tema di attualità, nel quale l’alunno viene invitato ad analizzare e a riflettere su una problematica fortemente vivida nell’opinione pubblica.

I ragazzi alle prese con la maturità invece dovranno destreggiarsi tra:

–    analisi del testo;

–   saggio breve o articolo di giornale, nel quale di solito vengono date varie possibilità, dall’argomento di carattere tecnico-scientifico a quello socio-economico;

–   tema storico

–   tema di ordine generale.

La traccia va scelta a seconda delle proprie abilità di scrittura: di sicuro i temi liberi, che apparentemente possono sembrare agli studenti più facili, sono in realtà insidiosi, proprio perché mettono subito in risalto il livello di padronanza della lingua, l’originalità e soprattutto la capacità di attenersi a ciò che viene richiesto.

Per quanto riguarda i saggi e gli articoli bisogna ricordare di seguire sempre lo schema inizio – svolgimento – conclusione, avendo cura di argomentare la propria tesi in modo esauriente.

Ciò che può considerarsi universalmente valido è la necessità di esporre chiaramente, così da rendere la lettura piacevole, facile e comprensibile.

Sono da evitare errori di punteggiatura, errori di ortografia e una sintassi eccessivamente complessa, soprattutto se non rientra nel proprio stile: la semplicità non è mai banale.

Poi, a seconda dell’argomento che si affronta, bisogna scegliere un lessico ed un linguaggio appropriato, consono alla scelta.

In ultimo, non per importanza, non è mai da considerare una perdita di tempo la scaletta.

Anzi, di sicuro scongiura il pericolo di finire fuori tema, aiuta a rendere il discorso omogeneo e ad inserire collegamenti validi. Senza dimenticare che è un valido aiuto per chi si dilunga sempre troppo. Se rimane tempo, è bene curare anche l’aspetto estetico: in fin dei conti la prova di italiano può considerarsi a tutti gli effetti il biglietto da visita del candidato.

Concorso docenti, il Consiglio di Stato lascia fuori laureati non abilitati e diplomati magistrale

da La Tecnica della Scuola

Concorso docenti, il Consiglio di Stato lascia fuori laureati non abilitati e diplomati magistrale

Disco rosso, almeno per il momento, da parte del Consiglio di Stato sull’accesso al concorso a cattedra per laureati e diplomati magistrale.

L’atteso parere del 9 giugno, cui ne seguirà un secondo nella terza decade del mese, ha infatti prodotto, con ordinanza n. 2163/2016, la negazione dei provvedimenti cautelari già resi un mese fa e disposto la discussione urgente del merito, perché potrà essere sempre predisposta “una prova riservata di esami” in caso di accoglimento.

“Ciò vuol dire che dopo mesi o anni, il concorso dovrà essere rifatto, se saranno accolte come in passato le doglianze dei ricorrenti per la scuola dell’infanzia e della primaria”, tuona il sindacato Anief, patrocinante di un numero altissimo di ricorsi.

“Ma fa ancora più discutere l’ordinanza n. 2162/16 che – continua l’Anief – ignora una prima ordinanza di accoglimento con cui la stessa sezione del Consiglio di Stato ha ammesso due laureati al concorso, e una seconda di riesame, negata al Miur, con cui in assenza di fatti nuovi la stessa Sezione ha respinto la richiesta dell’avvocatura dello Stato di sospensione dell’ordinanza di accoglimento. La legge ora sembra chiara e nessuno senza abilitazione può chiedere di entrare; peccato, però, che già alcuni hanno potuto partecipare su ordine degli stessi giudici”.

La battaglia legale finisce quindi qui? Nemmeno per sogno. Almeno a leggere le intenzioni palesate dal sindacato autonomo. Il quale annuncia di voler “reinvestire il Collegio della questione e richiedere, persino, il coinvolgimento dell’Adunanza plenaria, in caso di palese contrasto giurisprudenziale”.

Ad oggi, rimane confermato, invece, il via libera al concorso per gli Insegnanti Tecnico Pratici e i docenti di ruolo. E anche per i docenti che stanno conseguendo un titolo di abilitazione o una specializzazione presso le Università: in base al decreto monocratico n. 2057/2016, sempre il Consiglio di Stato li ha ammessi alle prove, anche per loro suppletive, nel rispetto delle “esigenze di parità di trattamento e tutela del legittimo affidamento”.

“Sempre che non ci ripensi il Collegio visti i precedenti perché, a questo punto, la giustizia sembra agire ad orologeria o a giorni fasti e nefasti. Se discuti la causa, un giorno hai ragione, un altro hai torto”, commenta ancora l’Anief. Per poi concludere, amaramente: “tutti gli altri ricorrenti dovranno o aspettare una terza e diversa pronuncia del Consiglio di Stato entro quest’estate o la discussione di merito dei ricorsi quando potrebbe essere, persino dopo anni, ordinato lo svolgimento per gli stessi di una prova suppletiva”.

Certamente, ci auguriamo tutti, probabilmente in testa proprio chi ha presentato ricorso, che le cose non vadano così: attendere anni per svolgere una prova concorsuale rappresenterebbe un’amarissima vittoria. Anche perchè nel frattempo, gli stessi ricorrenti potrebbero aver conseguito l’agognata abilitazione . E forse anche aver svolto il “concorsone”, dalla porta principale e senza aver più bisogno delle carte bollate e del sì del giudice.

Col diploma alberghiero è più facile trovare lavoro. E si guadagna di più

da La Tecnica della Scuola

Col diploma alberghiero è più facile trovare lavoro. E si guadagna di più

Il boom del settore della ristorazione si rintraccia nella scelta della scuola superiore da parte dei giovani. E’ quanto emerso da un incontro tra gli studenti dell’istituto alberghiero “Pellegrino Artusi” di Roma che, nelle tre aree di specializzazione (accoglienza, servizio di sala e cucina) hanno dato prova del know how acquisito al cospetto di tre chef stellati, Marco Martini, Riccardo di Giacinto e Giuseppe di Iorio.
Quindi, come riporta l’ANSA, il lavoro nel settore ristorazione, appena conseguito il diploma all’Alberghiero, si trova ed è anche piuttosto ben retribuito, oltre 1500 euro; uno stipendio che realisticamente pochi ventenni possono vantare. E per quelli che scelgono di partire all’estero, da Dubai a Londra, le possibilità di essere assunti per aspiranti chef e maitre aumentano ulteriormente. Tuttavia, ci sono anche gli studenti che, una volta raggiunto il fatidico pezzo di carta rinunciano a offerte di lavoro stagionale per fare la vacanza con gli amici.
“E’ boom di iscrizioni ma una volta preso il diploma – ha lamentato il docente Enrico Camelio – c’è anche chi rinuncia all’ingresso nel mondo lavorativo per i sacrifici che richiede. E noi non riusciamo a evadere le richieste di stagionali, neanche per una esperienza lavorativa a Ponza”. L’istituto, nominato “Polo eccellenza” per la valorizzazione dei prodotti tipici e titolare del progetto europeo Leonardo da Vinci Pro Terris, conta 1610 iscritti, ha precisato la preside Antonietta De Angelis, sottolineando che la proporzione è di 5 a 2 tra gli aspiranti chef e addetti alla sala, e una proporzione di 5 a 1 sempre tra cucina e l’accoglienza.

Trasmissioni televisive del momento come Masterchef, hanno sicuramente rafforzato le aspirazioni dei futuri chef, ma sottolinea Di Iorio, lo chef dell’Aroma Restaurant che ha studiato all’alberghiero Tor Carbone, “il lavoro di chef non è quello che si vede in tv. Lì ormai siamo i nuovi calciatori, ma il nostro è un lavoro di fatica e di responsabilità, un mestiere che ti offre molto ma ti chiede altrettanto impegno”.

Anche nella capitale comunque, qualcuno riesce a sfondare: “come capo partita – ha detto Michele Bernardini – ho già ricevuto l’offerta di un contratto a 4 anni rinnovabile. Realizzo il mio sogno, a 13 anni mi piaceva più tendere la sfoglia che giocare a pallone. E ora posso proporre il baccalà a modo mio, con la nduja”.

“Guardiamo alla ristorazione top – ha aggiunto la preside – ma anche a quella collettiva e alle trattorie perché ogni allievo ha la sua vocazione. L’inclusione è il fiore all’occhiello della scuola. Cerchiamo di inserire ragazzi stranieri (Brandan è un filippino campione per la pasta alla carbonara) e giovani con la sindrome di Down e autistici dando loro opportunità lavorative in base alle loro capacità”. Negli ultimi due anni sono 400 le ore previste di alternanza scuola/lavoro. Nel prossimo anno scolastico l’Artusi promuove corsi per giovani “in abbandono morale, quelli che né studiano né cercano lavoro”.

Concorso docenti, come si svolgerà la prova orale

da La Tecnica della Scuola

Concorso docenti, come si svolgerà la prova orale

Mentre gli U.s.r. stanno iniziando a pubblicare gli avvisi riguardanti gli ammessi alle prove orali del concorso docenti, riepiloghiamo i contenuti del D.M. 95/2016 circa le modalità di svolgimento delle prove orali.

Sono ammessi alla prova orale i candidati che hanno superato la prova scritta ovvero scritto-grafica per i posti comuni e di sostegno e la prova pratica anche a carattere laboratoriale.

La prova orale è finalizzata all’accertamento della preparazione del candidato secondo quanto previsto dall’Allegato A del D.M. n. 95/2016.

La prova orale ha una durata massima complessiva di 45 minuti, fermi restando gli eventuali tempi aggiuntivi per le persone con disabilità, e si compone:

  • per massimo 35 minuti, di una lezione simulata preceduta da un’ illustrazione delle scelte contenutistiche, didattiche e metodo logiche compiute;
  • per massimo 10 minuti, da interlocuzioni con il candidato, da parte della commissione, sui contenuti della lezione e anche ai fini dell’ accertamento della conoscenza della lingua straniera.

La prova orale per i posti comuni, distinta per ciascuna classe di concorso o aggregazione delle stesse in ambiti disciplinari, oltre che per tipologia di posto, ha per oggetto le discipline di insegnamento, e valuta la padronanza delle discipline stesse, nonché la relativa capacità di trasmissione e di progettazione didattica, anche con riferimento alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione.

Con la prova orale verrà valutata anche la capacità di comprensione e conversazione nella lingua straniera prescelta dal candidato almeno al livello B2 del Quadro Comune Europeo di Riferimento per le lingue.

Per la scuola primaria, la lingua straniera è obbligatoriamente l’inglese, ferma restando la valutazione almeno al livello B2 del Quadro Comune Europeo di Riferimento per le lingue, nonché della specifica capacità didattica del candidato in relazione alla fascia di età dei discenti.

Per le classi di concorso di lingua straniera la prova orale si svolge interamente nella lingua stessa, inclusa l’illustrazione delle scelte contenutistiche, didattiche e metodo logiche compiute, nonché la fase di interlocuzione con la commissione.

Per i posti di sostegno, la prova orale verte sul programma di cui al medesimo Allegato A, valuta la competenza del candidato nelle attività di sostegno all’alunno con disabilità volte all’apprendimento della lezione curricolare, nonché la relativa capacità di trasmissione e di progettazione didattica con riferimento alle diverse tipologie di disabilità, anche mediante l’impiego delle tecnologie normalmente in uso presso le istituzioni scolastiche. La prova orale valuta anche la capacità di comprensione e conversazione nella lingua straniera prescelta dal candidato almeno al livello B2 del Quadro Comune Europeo di Riferimento per le lingue.

Per i posti di sostegno per la scuola primaria, la lingua straniera è obbligatoriamente l’inglese, ferma restando la valutazione almeno al livello B2 del Quadro Comune Europeo di Riferimento per le lingue, nonché della specifica capacità didattica del candidato in relazione alla fascia di età dei discenti.

Prova nazionale Invalsi: gli adempimenti per le scuole

da La Tecnica della Scuola

Prova nazionale Invalsi: gli adempimenti per le scuole

La prossima settimana, per l’esattezza giovedì 16 giugno, si svolgerà la prova nazionale Invalsi nell’ambito degli esami del I ciclo.

Le sessioni suppletive si svolgeranno invece il 22 giugno e il 2 settembre.

Tutte le indicazioni per lo svolgimento della prova e delle successive rilevazioni (nazionali e a campione) sono contenute nell’allegato tecnico pubblicato dall’Invalsi.

Il documento illustra nel dettaglio tutte le operazioni da eseguire, dal ricevimento dei pacchi contenenti le prove, alla distribuzione dei plichi, fino allo svolgimento della prova, che dovrà svolgersi, su tutto il territorio nazionale, nelle sedi centrali, con l’apertura dei plichi, alle ore 8.30 e nelle sezioni staccate e nelle succursali non appena siano pervenuti, dalla sede centrale, gli appositi plichi contenenti i fascicoli.

Tutti i candidati, in tutte le sedi d’esame, devono, comunque, essere presenti in classe entro le ore 8.30. Nessun candidato può essere ammesso nell’aula d’esame dopo le ore 8.30.

Anche quest’anno, al termine delle prove, si effettueranno le consuete rilevazioni:

Rilevazione nazionale

Per la sessione ordinaria della prova nazionale (16 giugno 2016) le sottocommissioni devono riportare le risposte di ciascun candidato su di una maschera elettronica da scaricare, a partire dalle ore 12.00 del 16 giugno 2016, dal sito dell’INVALSI https://invalsi-areaprove.cineca.it/index.php?form=area_riservata

Le maschere elettroniche, compilate in ogni loro parte, devono essere caricate per le classi non campione (per quelle campione vedasi successivo punto b) dalla segreteria della scuola sul sito dell’INVALSI secondo il calendario che sarà pubblicato su tale sito.

È previsto anche l’inserimento dei voti assegnati dalle singole sottocommissioni alle prove scritte di italiano e matematica di istituto; qualora tali voti non siano stati formalizzati, ovvero se le prove non siano state ancora effettuate, è possibile utilizzare la voce “dato non disponibile”.

Per le prove suppletive i dati sono riportati su schede risposta cartacee, che potranno essere scaricate, dall’indirizzo di cui sopra, a partire dal 20 giugno 2016 per la sessione del 22 giugno e dal 31 agosto 2016 per la sessione del 2 settembre. Il presidente della Commissione raccoglie tali schede e, terminate le operazioni d’esame, le scansiona e le invia all’indirizzo di posta elettronica  esameprimociclo@invalsi.it  non oltre il 2 luglio 2016 per la prima sessione suppletiva e non oltre il 9 settembre 2016 per la seconda sessione suppletiva.

I fascicoli compilati dagli studenti non devono essere trasmessi, ma devono essere conservati unitamente alla documentazione relativa agli esami di Stato della quale fanno parte integrante.

Rilevazione a campione

Tale rilevazione interessa i candidati di una sola classe per ciascuna delle scuole individuate, mediante un campione articolato a livello regionale per rendere disponibile alle scuole l’esito di tale monitoraggio nel mese di luglio.

A partire dal 9 giugno 2016, ogni scuola può visualizzare se tra le sue classi è stata estratta una campione collegandosi al sito INVALSI https://invalsi-areaprove.cineca.it/index.php?form=area_riservata

A partire dalle ore 12.00 del 16 giugno 2016, le sottocommissioni devono riportare le risposte di ciascun candidato su di una maschera elettronica da scaricare dal sito dell’INVALSI: https://invalsi-areaprove.cineca.it/index.php?form=area_riservata

Dalla maschera debitamente compilata per ogni alunno è possibile stampare la scheda risposta studente.

È previsto, anche per le classi campione, l’inserimento dei voti assegnati dalle singole sottocommissioni alle prove scritte di italiano e matematica di istituto; qualora tali voti non siano stati formalizzati, ovvero se le prove non siano state ancora effettuate, è possibile utilizzare la voce “dato non disponibile”.

A partire dalle ore 13.00 del 16 giugno 2016 e fino alle ore 13.00 del 17 giugno 2016, la maschera elettronica relativa alla classe campione, debitamente compilata, deve essere caricata a cura della segreteria della scuola sul sito dell’INVALSI https://invalsi-areaprove.cineca.it/index.php?form=area_riservata

Giannini: “Con asse scuola-impresa l’80 dei diplomati trova lavoro

da La Tecnica della Scuola

Giannini: “Con asse scuola-impresa l’80 dei diplomati trova lavoro

La ministra dell’Istruzione, Stefania Giannini, nel corso di un’audizione alla commissione Attività produttive della Camera sulla digitalizzazione delle filiere industriali nazionali, ha sostenuto che la scuola “è una delle leve fondamentali per produrre le competenze necessarie alla Manifattura 4.o e oggi i diplomati dell’istruzione tecnica superiore hanno un tasso di occupazione che supera l’80%.

Nel nostro paese il manifatturiero coinvolge più di 400mila imprese e 4 milioni di addetti e il fenomeno delle Quarta Rivoluzione Industriale e della Manifattura 4.0 stanno cambiando profondamente la produzione”, spiegando che “per formare le figure professionali necessarie a questi nuovi modelli produttivi stiamo lavorando sulle scuole, ma anche sull’università e la ricerca”.

Oggi in Italia, riporta Il Sole 24 Ore, le fondazioni Its – di cui fanno parte scuole superiori, imprese, enti locali, università, camere di commercio e strutture di ricerca – sono 87, con 516 corsi e 4.224 diplomati. Attualmente seguono i percorsi 6.343 studenti.

Nel corso dell’audizione Giannini ha illustrato le attività delle reti di Its – tra cui analisi dei fabbisogni del territorio, moduli didattici di industria 4.0, sinergie con università mondo della ricerca – e ha sottolineato che dai dati aggiornati a maggio 2016 emerge che a un anno dal completamento del percorso l’81,1% dei diplomati trova un’occupazione (il 78,3% nel 2015), e il 90,2% di questi (l’86,4% nel 2015) trova un lavoro in un’area coerente con il proprio percorso di studio. La percentuale di occupati più alta si registra nei corsi sulla mobilità sostenibile che è del 90,8%.