DSA: La scuola deve rispettare il progetto didattico personalizzato elaborato dal Consiglio di Classe
di Salvatore Nocera
Il TAR Liguria , con la sentenza n. 1178 del 20 Settembre 2012 ha annullato la delibera del Consiglio di classe di una scuola che aveva bocciato un alunno con certificazione di DSA.
La scuola aveva provveduto, appena ricevuta la certificazione, a predisporre , come impone l’art 10 del dpr n. 122/09 sulla valutazione e la l.n. 170/10 sui DSA, a un apposito progetto didattico personalizzato con l’indicazione delle misure compensative e dispensative da adottare nei confronti dell’alunno. A fine anno però il profitto dell’alunno era stato valutato negativamente ed egli non era quindi stato ammesso alla frequenza della classe successiva.
La famiglia impugnava la valutazione per violazione delle norme sopra citate.
Nel corso della causa, acquisita la documentazione relativa allo svolgimento dell’anno scolastico e delle valutazioni, il TAR rilevava che i singoli docenti non avevano per nulla rispettato il progetto didattico personalizzato che era stato predisposto all’inizio dell’anno.
Conseguentemente il TAR annullava la bpocciatura e ordinava al Consiglio di classe di ripetere la valutazione applicando le misure compensative e dispensative previste dal progetto didattico personalizzato.
OSSERVAZIONI
Correttamente il TAR non si è limitato ad annullare l’atto illegittimo, come purtroppo è avvenuto in altre sentenze, ma ha anche indicato il percorso giuridicpo che la scuola deve seguire, cioè la ripetizione della valutazione col rispetto delle misure previste dalla legge.
Ciò pone in evidenza lì’importanza della formulazione e del rispetto del progetto didattico personalizzato per gli alunni con DSA, così come altre decisioni hanno evidenziato l’obbligo della scuola di rispettare il piano educativo personalizzato degli alunni certificati con disabilità.
E questo è un aspetto assai rilevante; infatti troppo spesso i PDP ed i PEI vengono formulati con molta leggerezza e superficialità, talora ricopiando quelli dell’anno precedente addirittura anche di alunni diversi, come se si trattasse di un mero adempimento burocratico privo di qualunque valore didattico e giuridico.
I TAR , specie in questi ultimi anni, ci stanno dicendo che così non deve essere, perché la formulazione del PDP o del PEI, effettuata, per legge, insieme alla famiglia, costituisce un vero e proprio contratto formativo in cui l’alunno e la sua famiglia assumono doveri ed acquistano diritti nei confronti della scuola che si obbliga a rispettare quel determinato contratto.
Ciò non significa che basti la certificazione o la formulazione del PDP o del PEI perché l’alunno venga automaticamente promosso.Ciascun alunno dovrà comunque dimostrare il profitto che riesce a realizzare impegnandosi nell’attuazione del progetto; se il progetto viene rispettato dalla scuola ma non dall’alunno che non si impegna secondo le sue capacità, egli viene bocciato , come è stato deciso da una recente decisione del TAR che ha rigettato il ricorso contro la bpocciatura di un alunno con DSA, proprio a causa dello scarso impegno nello studio mostrato dall’alunno e documentatodal Consiglio di classe.
Però significa pure che , quando sia inadempiente ai propri obblighi la scuola, l’alunno ha diritto a far ripetere la valutazione con le misure di tutela previste dalla normativa; al termine di questo riesame l’alunno, dimostrazione che però deve essere data dall’alunno con DSA con le misure compensative e dispensative previste nel suo PDP e dagli alunni con disabilità con le prove equipollenti ed i tempi più lunghi e l’assistenza previste dall’art 16 comma 3 L.n. 104/92 e dall’art 17 comma 1 delll’O M n. 41/12 sugli esami di maturità , applicabile a tutte levalutazioni delle scuole di ogni ordine e grado.
Le conseguenze del mancato rispetto, da parte della scuola,del PDP e del PEI hanno pure conseguenze sul piano economico; infatti la scuola è stata condannata al pagamento alla famiglia delle spese di causa e l’Amministrazione potrebbe rivalersi sui docenti per danno erariale, poiché non sarebbe stata condannata a pagare, se i docenti avessero rispettato la normativa sui diritti degli alunni con DSA e potremmo aggiungere che lo sytesso deve dirsi anche nel caso di alunni con disabilità.
Nata ad Uta, presso Cagliari, nel 1979, quest’anno ha pubblicato con la casa editrice Einaudi di Torino, nella serie “Stile Libero Big”, il suo primo romanzo Dove finisce Roma (pp. 140, € 15,50). E’ Paola Soriga che ha studiato Lettere a Pavia, Barcellona e Roma ed ora, a trentatrè anni, vive e lavora a Roma. Per scrivere il romanzo le è servito, come dichiara, raccogliere molte notizie circa quanto è avvenuto nella capitale e soprattutto nelle sue periferie durante gli ultimi anni della seconda guerra mondiale quando i tedeschi in ritirata commettevano feroci azioni di rappresaglia anche contro i civili, combattevano le forze del nostro movimento partigiano mentre le truppe alleate stavano per arrivare. Alla fine dell’opera la Soriga ringrazia chi l’ha aiutata, l’ha informata di quel che era successo allora, di come si era vissuto nelle case, nelle strade della periferia romana. In un’ampia narrazione ha trasformato quanto ha saputo, sentito, in una narrazione dove hanno trovato posto molte persone, molti casi particolari, privati. Questi sono stati collegati con le vicende pubbliche, con la storia del momento e insieme sono diventati il suo romanzo. La forma, l’espressione sono risultate nuove dal momento che hanno assunto aspetti insoliti, non hanno distinto tra discorso diretto e indiretto, tra lingua dotta e popolare. Ha voluto essere libera da regole la Soriga nel suo linguaggio probabilmente perché le è sembrato il modo migliore per aderire alla realtà, per farvi rientrare passato e presente, vecchio e nuovo, pensieri e ricordi, speranze e delusioni, amore e odio, vita e morte, bene e male. Tutto quanto è dell’uomo ha voluto rappresentare mentre diceva di persone comuni, delle loro vicende, mentre le riportava fedelmente e le confrontava con un avvenimento diverso, la guerra, con le sue conseguenze soltanto negative. E per tenere insieme sì vasto materiale, per collegare le storie private con quelle pubbliche, per creare un percorso durante il quale tutto si potesse vedere e ascoltare ha pensato alla figura della giovane Ida, prima bambina in Sardegna e poi ragazza a Roma. Qui viene mandata a vivere presso la famiglia della sorella Agnese e qui diviene una staffetta dei partigiani mentre matura la sua conoscenza del posto, le sue amicizie, i suoi amori. La sua permanenza a Roma in un quartiere di periferia coincide con la fine della seconda guerra mondiale quando si era in attesa delle forze alleate e i tedeschi in ritirata seminavano terrore e morte. La Resistenza li attaccava e in questa Ida aveva accettato di entrare, il suo era il ruolo di staffetta perché meno sospetta data la giovane età ma non meno esposta a pericoli. Per sfuggire ad un rastrellamento fatto dai nazisti dovrà rimanere nascosta, sola, per intere giornate in una grotta umida e oscura. Un’amica le procurerà del cibo e sarà appena sufficiente per resistere ma neanche quando uscirà dalla grotta la sua condizione potrà dirsi migliorata. Povera, misera, pericolosa era la vita per tutti e spesso veniva sconvolta dalle notizie trasmesse alle famiglie circa morti avvenute lontano e relative ad un fratello o genitore o altro parente che era ancora in servizio militare o era diventato partigiano o disertore o spia. Di tutto c’era allora in Italia, molto altro c’era oltre i fascisti e i nazisti, di tutto succedeva e tra tanto disordine si sperava nell’arrivo degli americani perché lo s’identificava con la fine della confusione, dei pericoli, delle paure, della fame, della guerra, della morte. In un centro come Roma, nelle sue periferie, più evidenti erano i riflessi di tale situazione e coinvolta in essa era, più delle altre ragazze, Ida per la sua funzione di staffetta. A niente, tuttavia, questa le avrebbe giovato e ancora sfortunata si sarebbe scoperta. Come aveva dovuto rinunciare alla sua famiglia quando era stata mandata a Roma così dovrà rinunciare al ragazzo del quale, in questa città, si era innamorata. Niente le sarà possibile di quanto aveva sognato e il romanzo si conclude con tale triste constatazione che la confonde e la mostra smarrita per quelle strade di periferia “dove finisce Roma.”
Di tanti drammi ha detto la scrittrice nel romanzo ma di quello di Ida ha fatto il motivo ricorrente, di lei ha fatto la protagonista, intorno alla sua vita ha fatto muovere tante altre, la sua ha mostrato come la più desolata perché la più carica di sogni, di speranze. E sempre è riuscita la Soriga nell’intento di essere vera, di ottenere una testimonianza, una registrazione di quanto accaduto. Nel saper usare i temi e i modi necessari per un simile risultato è consistito l’impegno della scrittrice e ancor più nel saper procedere tra tanta, diversa umanità facendo emergere, quasi in continuazione, quello che era il suo giudizio, dimostrando che niente, nessuna particolare vicenda può riuscire ad alterare i confini da sempre stabiliti tra il bene e il male nella vita, nella storia.
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