Bullismo e violenze nelle scuole: no all’uso improprio della videosorveglianza

Bullismo e violenze nelle scuole: no all’uso improprio della videosorveglianza

Leggiamo in queste ore dalle agenzie di stampa che nel dibattito che si sta sviluppando sui casi di bullismo e violenze a scuola vengono avanzate proposte sull’opportunità di estendere anche alle aule della scuola secondaria di primo e secondo grado la videosorveglianza già proposta per le scuole dell’infanzia.

La presenza delle telecamere in classe sarebbe, secondo alcuni, un ottimo deterrente a violenze e aggressioni sia nei confronti dei compagni di classe che verso gli insegnanti.

Ribadiamo qui, e con forza, la contrarietà della FLC CGIL ad ogni uso improprio, e soprattutto di controllo, della videosorveglianza nelle aule scolastiche. Non è con le campagne di legge e ordine che si risolve un problema come quello che sta emergendo in queste ore di crisi e messa in discussione dell’autorevolezza e del prestigio della scuola e dei docenti.

Lo abbiamo detto e lo ribadiamo: è venuto meno, da tempo, il fondamento stesso su cui si basa il sistema di istruzione. Le famiglie, che prima consegnavano alle scuole bambini e adolescenti abituati al no e al rispetto delle regole, mostrano oggi crescenti difficoltà a svolgere il loro compito educativo e a riconoscere e sostenere la funzione fondamentale svolta dalla scuola come agenzia di acquisizione dei saperi e delle conoscenze. Ma la scuola è, e rimane, l’unico vero presidio educativo e culturale del Paese per il quale occorre investire, per evitare di compromettere il suo prestigio sociale, consentendo le conseguenze a cui tutti stiamo assistendo.

“Siamo contrari a queste scelte per molteplici ragioni”, dichiara Francesco Sinopoli, segretario generale FLC CGIL. “Siamo innanzitutto convinti che le telecamere non possano essere utilizzate per sottoporre a controllo il lavoro dei dipendenti, e i docenti sono dipendenti dello Stato. Vanno dunque sistemate all’esterno, o comunque distanti dai luoghi dell’insegnamento e dell’apprendimento. In secondo luogo, non costituiscono un ‘deterrente’ contro fenomeni di volenza o bullismo, perché quei fenomeni si risolvono solo mediante azioni educative affidate alla sapienza della comunità scolastica e non  con tecnologie repressive. C’è infine una ragione di carattere culturale: non si combatte il narcisismo di alcuni, veicolato sui social dalle telecame dei cellulari, con analoghi dispositivi e mezzi tecnici, che potrebbero addirittura fomentare una reazione esattamente contraria: ci sono le telecamere? Ne approfittiamo, e ci esibiamo.”

“Esprimiamo enorme disappunto per la deriva che il dibattito su bullismo e violenza sta assumendo in questi giorni sui media. Al di là dei singoli episodi, ribadiamo la nostra fiducia in quella ‘comunità educante’ che chiamiamo scuola, l’unica in grado di rispondere con saggezza e determinazione pedagogica alle sfide che quotidianamente le vengono poste dalla modernità tecnica e culturale. Lasciamo le telecamere nei parcheggi e nelle aree esterne e confidiamo nelle capacità straordinarie delle comunità scolastiche. Dietro ogni fenomeno violento o di bullismo c’è una storia umana, che coinvolge studenti e scuole, e che da essi deve essere affrontata e risolta. Una verità che viene spesso dimenticata o omessa. Noi non la dimentichiamo”, conclude Sinopoli.

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