Aspettando la formazione in servizio “obbligatoria”

Aspettando la formazione in servizio “obbligatoria”
Cosa “mettiamo” nel PTOF?

di Giancarlo Cerini

 

Le novità della “Buona Scuola”

Il tema della formazione in servizio dei docenti ritorna al centro dell’attenzione, con la legge 107/2015, dopo anni di marginalità[1]. Ci sono delle novità (l’obbligatorietà, la card di 500 euro per i docenti, un investimento finanziario per organizzare le attività formative). Occorre però evitare che il tutto si risolva nell’obbligo di frequentare generici corsi di aggiornamento. Anzi, la parola “corso di aggiornamento” dovrebbe essere abolita dal lessico corrente ed essere sostituita con altri termini come: formazione in servizio, sviluppo professionale, sistema di opportunità formative, ecc.

La formazione in servizio già oggi è parte integrante della funzione docente (articoli 26 e 29 del Contratto di Lavoro 2006-2009), ma è regolamentata debolmente. Il diritto-dovere non è una prospettiva sufficiente. Invece, la programmazione delle attività formative deve essere inserita da ogni istituto scolastico nel POF triennale per il 2016-17 ed il MIUR deve elaborare un quadro di riferimento (il Piano nazionale di formazione, anch’esso triennale) a far tempo dal 2016. A tal fine, la legge 107/2015 destina annualmente un fondo di 40 milioni alla formazione. Ma al di là degli aspetti formali, occorre rinnovare a fondo il “senso” ed i metodi della formazione degli insegnanti.

La formazione dei docenti neo-assunti con la “Buona Scuola”, organizzata da MIUR e INDIRE (DM 27-10-2015, n. 850), fa intravvedere qualcosa di diverso. Il modello formativo per il periodo di prova[2], infatti, comprende: l’elaborazione di un bilancio di competenze (è una vera novità), la sottoscrizione di un patto per lo sviluppo professionale, la partecipazione a laboratori formativi “mirati”, la gestione di sequenze di peer review (osservazione in classe, reciproca tra docenti junior e senior), l’elaborazione di un portfolio personale. Si tratta di un messaggio forte, anche se deve misurarsi con i tempi sempre stringati dell’anno di formazione e con le incertezze sull’utilizzo dei docenti dell’organico potenziato (la cosiddetta fase C delle assunzioni)[3].

 

Quantità (di ore) o qualità (dei metodi)?

La questione dell’obbligatorietà è importante, ma ancora di più è la “qualità” della formazione, da realizzare con modalità innovative, ad es: visitare scuole innovative, partecipare a gruppi di ricerca-formazione (sperimentando in classe soluzioni didattiche con un tutoraggio “esperto”), far parte di community di studio e approfondimento, trasformare iniziative a scuola in occasione di apprendimento. Anche per la formazione in servizio degli insegnanti dovremmo parlare di un ambiente di apprendimento professionale per gli adulti…. Se proponiamo “compiti di realtà” agli allievi, possiamo ben farlo anche tra insegnanti. Questa è la metodologia del “laboratorio adulto” praticato nelle migliori esperienze di rapporto Scuola-Università e da talune associazioni professionali.

Coltivare la propria formazione in servizio è un impegno giuridico obbligatorio. Ma in attesa dei necessari presupposti contrattuali e amministrativi, è utile vedere l’obbligatorietà come una scelta etico-professionale (…se non ci formiamo che immagine riverberiamo verso i nostri allievi e la società?...). Giuridicamente occorre riprendere gli articoli 26, 29 e 65 del Contratto Nazionale di Lavoro (2006-2009) ponendoli in relazione con la legge 107/2015[4]. In sintesi, ogni collegio dei docenti dovrebbe prendere in considerazione i bisogni della scuola (il RAV, il Piano di miglioramento, il Piano triennale, le innovazioni curricolari) e i bisogni dei singoli docenti (senza dimenticare le altre professionalità) definendo un primo livello di formazione che impegna tutti i membri della comunità professionale, anche su attività diverse ma convergenti…

Il 2015-16 è certamente un anno scolastico di transizione, durante il quale però si possono mettere a fuoco metodi formativi innovativi (bilancio di competenze, laboratori formativi, certificazione delle attività), si comincia a prefigurare un quadro di riferimento giuridico innovativo (compatibile comunque con il CCNL e legge 107/2015), si sperimenta un approccio diverso al problema. Se da un lato c’è la CARD (con le sue risorse finanziarie assegnate al singolo docente), dall’altro c’è un obbligo professionale di “rispondere” all’idea di uno sviluppo professionale permanente: le due prospettive possono confluire nel progetto formativo della scuola (nella “narrazione” da inserire nel Piano dell’offerta formativa triennale).

 

Oltre la frequenza dei corsi

Ma come dovrebbe essere una buona formazione in servizio? Non basta frequentare attività formative per un certo numero di ore. Occorre darsi consapevolmente degli obiettivi di crescita professionale, mettere al centro l’acquisizione di competenze effettive (anche su applicazioni micro), vedere esempi didattici concreti, ritornarci sopra, discutere gli effetti sugli apprendimenti (…cos’è che ostacola l’apprendimento di molti allievi?…), documentare i percorsi svolti, rendere conto… in alcune realtà si stanno sperimentando gli open badge [cioè forme di riconoscimento visibile di ciò che si è imparato, un po’ come fanno gli scout che documentano visivamente con “label” sulla loro divisa le cose che via via sanno fare]. In questa prospettiva è assai utile la costruzione di un portfolio.

Il portfolio è uno strumento personale per ricostruire il proprio stile di lavoro e diventarne consapevole. E’ una forma di autovalutazione[5]. Nel suo formato elettronico consente di documentare esperienze didattiche, produzione di risorse, situazioni didattiche innovative, accompagnandole con una rielaborazione cognitiva. L’autovalutazione non basta, occorre promuovere un percorso di “validazione” esterna, che potrebbe essere curata da un collega esperto, un tutor (mentor) che aiuta i nuovi insegnanti, ma non solo, ad organizzare e “sistemare” le proprie competenze. Il Rapporto TALIS-OCSE rivela che gli insegnanti italiani sono quelli che ricevono meno feed-back su “come insegnano”[6].

La “buona” formazione deve smuovere qualcosa “dentro”: ritrovare il piacere di imparare con gli altri, mettersi in gioco, provarci, averne un aiuto, essere accompagnati… Non va scarta l’idea che ci siano incentivi per chi svolge un ruolo di stimolo dentro la scuola. Il bravo “formatore della porta accanto” che fa crescere la formazione, organizza eventi formativi (gruppi, laboratori, work-shop, ecc.), mette a disposizione risorse didattiche innovative. Questo principio trova riscontro anche tra i criteri individuati dalla legge 107/2015 per riconoscere il merito dei docenti, ove si citano: “la collaborazione alla ricerca didattica, alla documentazione e alla diffusione di buone pratiche didattiche”, nonché le “responsabilità assunte nel coordinamento organizzativo e didattico e nella formazione del personale” (comma 129).

 

Una ipotesi sull’obbligo di formazione

In questa fase di prima attuazione del principio dell’obbligo occorre costruire un sistema di opportunità formative differenziate. Al centro ci sta il piano formativo della scuola (rispetto al quale non ci si potrà chiamare fuori, poi ciascuno potrà anche sfruttare le opportunità della CARD ed altri impegnarsi come libera scelta in azioni intensive per approfondire le proprie competenze.

Possiamo immaginare tre livelli di impegno:

  • una formazione personale, di gusto, libera, che segue interessi culturali “forti” (di cui magari dar conto con un sistema di reporting alla scuola cui si appartiene). La CARDda 500 euro è lì per questo (anche se si può ipotizzare una forma di autogestione collettiva di una quota del bonus personale)[7];
  • una formazione a livello di scuola, a partire dalle esigenze rilevate nei piani di miglioramento o di sviluppo dell’autonomia curricolare ed organizzativa;
  • una formazione di secondo livello, opzionale, attraverso percorsi più articolati, ricchi, impegnativi (CLIL, digitale, competenze per funzioni intermedie, stage, ecc.). Questi percorsi potrebbero essere adeguatamente incentivati e almeno riconosciuti, certificati, inseriti nel portfolio…in forma di crediti formativi, a valere per futuri riconoscimenti.

Molto può avvenire nella propria scuola (che resta centrale). Una buona scuola fa crescere gli insegnanti e viceversa. Oggi al dirigente (cfr. legge 107/2015) si chiede di prendersi cura e valorizzare le risorse umane[8]. Ma dovrebbe essere la comunità professionale dei docenti a prendersi cura – a spingere per una “buona formazione”. Occorre trasformare una domanda spesso disordinata di formazione (…oddio, come spendo i 500 euro? ma la formazione è veramente obbligatoria? mi devo iscrivere a un corso…) in un progetto culturale (la formazione permanente come costitutiva della professione docente….).

 

La formazione come sistema

Attorno alla scuola ci possono essere ulteriori opportunità: attività tra reti di scuole su target specifici, il ruolo delle associazioni (se si impegnano in chiave di didattica innovativa possono dar voce a nuovi talenti…), enti locali sensibili (centri risorse e laboratori), Fondazioni (vedi lo science center della Fondazione Golinelli di Bologna), le Università (se escono dalla torre d’avorio dei saperi accademici…di nicchia). La formazione ha bisogno di un SISTEMA.

Una questione da affrontare nell’ambito del Piano Nazionale di Formazione, richiesto dalla legge 107/2015 (comma 124),è certamente la certificazione della formazione: profili di attività, tempo, metodi, documentazione prodotta, verifiche. Si potrebbe “profilare” una unità di misura come il credito formativo pari a 25 ore riconosciute come all’Università: ad esempio 6-8 ore di attività in presenza, 6-8 ore di ricerca, studio personale, ricerca in classe, ecc. 10-12 ore di networking, documentazione, project work, restituzione. Da considerare anche la validazione esterna, che dà consistenza alla rielaborazione personale del corsista.

 

A.A.A. Buone pratiche formative cercasi

Possiamo immaginare un decalogo di punti di attenzione da considerare nell’imminenza della elaborazione del Piano Nazionale di Formazione, raccolti anche ascoltando docenti e operatori della scuola in incontri, seminari e sui social network[9]:

  1. Non basta un aggiornamento “purchessia per accumulare attestati di corsi di aggiornamento: la formazione va ripensata a fondo.
  2. E’ condivisa l’idea di legare maggiormente la formazione alla vita delle classi, alla qualità dell’insegnamento, alle buone imprese di squadra.
  3. Il bonus (la CARD di 500 euro) ha un forte impatto simbolico… bisogna usarla bene, orientarla verso una effettiva crescita culturale e professionale… il tablet (di per sè) non fa primavera…
  4. A fronte della CARD dovrebbe essere naturale la disponibilità a mettere la formazione al centro della vita di istituto (con una seria analisi di bisogni, risorse, talenti, che ci sono… in una prospettiva di crescita dell’istituto, attraverso un investimento triennale non marginale da inserire nel PTOF.
  5. Occorre mettere ordine nel “riconoscimento” della buona formazione… non basta il tempo, la quantità, il pezzo di carta (attestato)… bisogna profilare un percorso formativo di qualità, fatto di momenti diversi, documentabile, visibile, riconoscibile…
  6. Deve crescere un sistema della formazione, che risponda ad alcune essenziali domande: chi fa cosa? cosa pensano, fanno, decidono gli insegnanti? cosa pensa, fa, decide il dirigente? cosa pensa, fa, decide, l’amministrazione (dal MIUR agli USR ai Provveditorati). Quali altri alleati si possono trovare?
  7. Ci sono strumenti che possono agevolare un percorso vero di formazione: il bilancio di competenze, il patto per lo sviluppo professionale, il portfolio, i protocolli per l’osservazione in classe, la ricerca-azione-formazione, l’outdoor learning, le visite e gli scambi tra scuole e piccole delegazioni di docenti “curiosi”, rendicontazione: occorre far crescere la formazione, anche con idee originali dal basso.
  8. Contrattualmente parlando, una buona formazione (dentro la scuola, nella rete, con scelte personali, percorsi intensi, ecc.) va considerata come elemento di pregio di una buona professionalità (assieme al lavoro in classe e alle responsabilità che si assumono a scuola). Bisogna trovare le forme giuste per riconoscerla. Una politica per il “merito” (ed ogni scuola nei prossimi tre anni è chiamata a sperimentare una propria politica per il merito, avendo anche un piccolo gruzzolo da utilizzare…) deve stimolare TUTTI e non solo ALCUNI a dare il meglio di sè[10].
  9. Un buon contratto di lavoro si farà solo se ci sono idee forti sul lavoro del docente: e queste idee devono tradursi in standard professionali (cosa si aspetta e cosa chiede un Paese ai suoi insegnanti).
  10. Pensare alla formazione in servizio è pensare ad un rapporto con la cultura, i saperi, con l’idea di insegnamento/ e apprendimento, con la costruzione di un lavoro a scuola creativo, ma preciso, professionalmente strutturato, con sistemi di supporto.

 


 

[1] Vedi il saggio di G. Cerini, Formazione in servizio, in: G. Cerini, M.Spinosi (a cura di), Una mappa per la riforma, Tecnodid, Napoli, 2015.

[2] In sintesi, le novità del percorso formativo sono descritte da G.Cerini in: http://www.notiziedellascuola.it/istruzione-e-formazione/la-buona-scuola/come-potrebbe-essere-il-nuovo-anno-di-formazione

[3] Sul blog della “Vita Scolastica” (Giunti) Lorella Zauli presenta gli aspetti innovativi dell’anno di formazione, attraverso dialoghi immaginari tra i diversi protagonisti del percorso formativo (il neo-assunto, il tutor, il dirigente scolastico, il provveditore agli studi). http://www.giuntiscuola.it/lavitascolastica/magazine/articoli/il-dirigente-e-il-provveditore

[4] Il CCNL 2006-09 inserisce la formazione in servizio tra gli elementi costitutivi della professionalità docente (art. 26), ma nel momento di declinarla operativamente non individua la “collocazione” di tale attività nel plafond delle prime o delle seconde 40 ore di attività connesse alla funzione docente, né in quelle non quantificate (art. 29). In un ulteriore articolo (64) vengono previsti 5 giorni di permessi per partecipare ad attività formative, che vengono equiparate ad attività di servizio qualora siano promosse dall’amministrazione. Non si parla però, in forma esplicita, di retribuzione aggiuntiva per le ore di formazione. Una ricostruzione dei profili giuridici della formazione in servizio dei docenti, precedente alle innovazioni contenute nella legge 107/2015 è compiuta da M.Spinosi, nella voce tematica “Formazione insegnanti e dirigenti” nel “Repertorio 2015” (a cura di S.Auriemma), Tecnodid, 2015.

[5] G.Cerini (a cura di), La strategia del portfolio docente, USR ER, Tecnodid, Napoli, 2011. Presenta gli esiti di una ampia sperimentazione condotta in Emilia-Romagna per l’elaborazione di un portfolio professionale. Il testo è reperibile gratuitamente in rete: http://ww2.istruzioneer.it/pubblicazioni

[6] G.De Sanctis, I docenti italiani nel Rapporto TALIS, in “Rivista dell’istruzione”, n. 6, novembre-dicembre 2014, Maggioli.Un’ampia sintesi del Rapporto TALIS è riportata nel sito istituzionale del MIUR: http://www.istruzione.it/allegati/2014/TALIS_Guida_lettura_con_Focus_ITALIA.pdf

[7] La proposta di destinare una quota della CARD ad imprese formative autogestite è stata da me avanzata in numerose iniziative e sui social. L’ipotesi è stata ripresa e “concettualizzata” da Franco De Anna con un intervento sul sito “Pavone Risorse”: “Non solo per 500 euro”: http://www.pavonerisorse.it/buonascuola/bonus_500euro.htm

[8] Sul nuovo profilo del dirigente scolastico che emerge dalla legge 107/2015

[9] I punti di sintesi sono ripresi da un dibattito in rete, svoltosi il 18-12-2015, nell’ambito della comunità virtuale di “Chiamalascuola” (che opera su Facebook e raccoglie oltre 10.000 docenti), che vede come amministratori Marco Renzi, Lucio Benincasa, Alessandra Silvestri, Giorgio Ragusa, Caterina Mariano, Stefania Giovanetti.

[10] G.Cerini, Valutare o valorizzare i docenti, in Edscuola.eu (2015): http://www.edscuola.eu/wordpress/?p=59384