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Verticale che passione!

Verticale che passione!
In ricordo di Giancarlo Cerini

di Marisa Bracaloni

Ho letto con profondo dispiacere della morte di Giancarlo Cerini, è stata una notizia improvvisa e inaspettata che mi ha gettata nello sconforto.

Quando scompare una persona importante ci si aggrappa al passato per fissare meglio il suo ricordo nella memoria, ma la figura di Giancarlo Cerini resterà invece nel presente e continuerà ad influenzare il futuro per gli importanti contributi offerti nel suo lavoro. 

Come possiamo dimenticare le sue idee pedagogiche leggendo i bellissimi “Orientamenti per la scuola dell’infanzia”, alla cui stesura partecipò attivamente e in modo determinantenegli anni novanta.

Lavorando a quel tempo nella scuola dell’infanzia, apprezzai molto quel documento che orientava il lavoro e valorizzava un segmento di scuola che Cerini riteneva molto importante per lo sviluppo del bambino e a cui sempre dedicò attenzione e cura considerandolo “Il gioiello di famiglia”.

Agli inizi del 2000 Cerini fu presente nello scenario italiano per la sua posizione a favore dell’autonomia scolastica e per il sostegno alla creazione di nuove figure professionali quali ad esempio le funzioni obiettivo.

Posizione molto scomoda allora perché erano ruoli mal visti che creavano sospetti e timori e, poiché nessuno sapeva chiaramente “chi doveva fare cosa” gli insegnanti cercavano coraggio e chiarezza tra di loro, creando gruppi di lavoro.

Cerini dotato di lungimiranza incoraggiava le novità e viveva le scommesse sul futuro con forza e coraggio, partecipando alle discussioni e dando il suo contributo personale. Pur essendo convinto sostenitore di una scuola democratica e inclusiva, era favorevole a diversi ruoli in base alla disponibilità, capacità e vocazione di ciascuno.

Durante la partecipazione ad un forum virtuale lo conobbi ed iniziò così una collaborazione durata un decennio.

Prima per la diffusione degli Istituti Comprensivi. La valorizzazione ed espansione di queste scuole che raggruppavano infanzia, primaria e secondaria di primo grado, veniva vista come importantissima in quanto seguiva un percorso coerente di sette anni accompagnando l’alunno fino alle soglie dell’adolescenza.

Nacque su questo tema una rubrica in Edscuola a cui Cerini volle dare il nome “Verticale che passione!

E la passione nel fare le cose fu proprio la caratteristica con cui si dedicava al suo lavoro.

Passione ma anche misura e sobrietà, a Cerini non piaceva la confusione, la sciatteria, le urla. Era un uomo tollerante e rispettoso, ma anche esigente e chiedeva ai collaboratori professionalità e impegno. I suoi silenzi erano significativi, se non rispondeva o ignorava una domanda o uno scritto o un pensiero, voleva dire che quella domanda o quel pensiero andava corretta o riscritta perché non andava bene. Per collaborare con lui, bisognava studiare e molto.

Nel 2004 la diffusione dei comprensivi si arrestò e si temette anche la loro soppressione a favore di altri modelli di scuola.

Fu allora che Cerini promosse varie iniziative sia sulla composizione dei Comprensivi sia sul curricolo che costituisce la base degli Istituti e che egli riteneva fondamentale per il fluire armonioso del percorso di ogni bambino. 

Per molti anni si è visto impegnato in presenza nelle scuole per aiutare gli insegnanti a risolvere le problematiche. I suoi interventi, che poggiavano su un semplice canovaccio di idee, erano interessanti, coinvolgenti e chiari. Accompagnati sempre da esempi pratici e indicazioni didattiche.

La scuola era dentro di lui e non aveva bisogno di preparare un discorso preconfezionato, lui parlava e raccontava “cosa e come una cosa si poteva fare”.

E’ stato un uomo disponibile, che non si tirava mai indietro anche quando gli veniva richiesto un gran sacrificio.

Come ad esempio quando gli chiesero aiuto i dirigenti e gli insegnanti delle piccole scuole di montagna, destinate a scomparire per la riorganizzazione del servizio.

Cerini cominciò a seminare chilometri su e giù per l’Appennino, raggiungendo anche zone isolate, per incontrare quelle realtà.

Durante un paio di convegni organizzati da queste piccole scuole di montagna a cui volli partecipare, mi resi conto di quanto fosse conosciuto e stimato. Insegnanti e genitori si rivolgevano a lui con simpatia ed emozione. Ha coniugato passionalità e sobrietà, teoria e pratica, autorevolezza e rispetto, amore per la scrittura e per la tecnologia, disponibilità alle innovazioni e rispetto delle buone tradizioni.

Ha costituito un vero modello da seguire.

Ricordando Giancarlo Cerini

Giovedì 29 aprile, alle ore 14.00, presso la biblioteca del Ministero dell’Istruzione si svolge un evento per ricordare la figura e il lavoro di Giancarlo Cerini.

Parteciperà il Ministro Patrizio Bianchi

https://youtu.be/MOTv2OzAYIs


RiformeOnLine a cura di Giancarlo Cerini

Il CSPI piange Giancarlo Cerini

Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione

«Il CSPI piange Giancarlo Cerini. Un riferimento costante e prezioso per la scuola italiana. Un uomo mite e instancabile, sempre disponibile al confronto, ha dato il suo contributo entusiasta e illuminato al sistema scolastico, sempre presente nei momenti di cambiamento e di innovazione.

Il suo lavoro e la sua disponibilità hanno accompagnato con passione e con un sapere pedagogico unico generazioni di maestre e maestri, di insegnanti e di dirigenti scolastici, con cui ha condiviso il senso dell’impegno professionale, nella convinzione che le persone fanno la differenza per la scuola e per i bambini.

Molti dei documenti basilari della scuola italiana portano la sua firma e consentono di ritrovare il suo pensiero: gli Orientamenti della scuola dell’Infanzia, le Indicazioni Nazionali per il primo ciclo, ma prima ancora i Programmi per la scuola primaria del 1985, il significato pedagogico e sociale del Tempo Pieno, le possibilità degli istituti comprensivi, ma anche la valutazione formativa, un concetto ancora così attuale.

Anche quando le proposte erano lontane dal suo pensiero e dalle sue posizioni aveva un atteggiamento costruttivo e orientato a portare sempre avanti la riflessione e l’azione in senso istituzionale.

Ancora il 31 marzo ha voluto essere presente all’iniziativa del Ministero per lo zero-sei, perché la scuola dei piccoli era per lui il riferimento costante.

Ha svolto un’attività instancabile in giro per le scuole di tutta Italia, anche quelle più piccole, per portare avanti l’idea di una scuola della Costituzione, sapendo quanto essa richieda grande attenzione, professionalità e formazione.

Tutto questo ha lasciato in eredità al mondo della scuola.

Che io possa avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare, che io possa avere la pazienza di accettare le cose che non posso cambiare, che io possa avere soprattutto l’intelligenza di saperle distinguere” (Tommaso Moro)»

22 aprile 2021

Un grande uomo di scuola: Giancarlo Cerini

Un grande uomo di scuola: Giancarlo Cerini

Avvertiamo il bisogno, in questo giorno della nostra esistenza che induce a riflettere sulla grandezza e la fragilità della condizione umana, di ragionare, pensando al magistero di Giancarlo Cerini, sul senso della funzione ispettiva. Il modo in cui il nostro collega ha sentito e interpretato tale funzione rimanda al significato più profondo del termine, ossia un guardare che sa vedere, un essere-per-altro e per-gli-altri. Ciò ha costituito un in-segnamento, un insegnamento vissuto nella piena consapevolezza e testimonianza dell’essenza dell’educare e dell’educare a scuola, come luogo di sviluppo delle potenzialità di ogni soggetto -soprattutto di chi fa più fatica- e di emancipazione sociale per un’autentica scuola “di tutti e di ciascuno”.

Con Giancarlo la funzione ispettiva viene ulteriormente ad assumere i nobili tratti dell’impegno pedagogico, civile e politico. Possiamo ben testimoniarlo, noi che per anni abbiamo avuto la fortuna di averlo come collega e in seguito Coordinatore del corpo ispettivo dell’Emilia-Romagna.

Vorremmo che persone siffatte potessero continuare per sempre nella loro missione. Non sarà interrotta la lettura dei Suoi lavori. Permarrà certo il ricordo delle parole appassionate, dei significativi interventi, delle numerose iniziative, della saggezza e della passione di questo grande uomo di scuola. Ognuno di noi ha un tempo assegnato; conta come riusciamo a viverlo e come sentiamo la nostra appartenenza alla comunità umana. La morte fisica ci ricorda che non duriamo sempre, ma pure che i nostri pensieri e il nostro agire non terminano con la scomparsa dal visibile. Morire non significa fuoriuscire dall’essere. Coloro che -come Giancarlo o Annamaria Benini- hanno avuto qualcosa da dire ne partecipano prima e dopo la loro vita materiale.

Ricorderemo la Sua lezione nel ripensare la funzione del corpo ispettivo cui Giancarlo ha contribuito con numerosi scritti e con la testimonianza di professione e di vita.

Le colleghe e i colleghi ispettori dell’Ufficio scolastico per l’Emilia-Romagna

Claudio Bergianti

Gabriele Boselli

Anna Bravi

Chiara Brescianini

Paolo Davoli

Marco Guspini

Raffaele Iosa

Agostina Melucci

Maurizia Migliori

Anna Morrone

Francesco Orlando

Luciano Rondanini

Il Ministro Patrizio Bianchi: “Dolore per la scomparsa di Giancarlo Cerini”

Il Ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi ha appreso con dolore della scomparsa di Giancarlo Cerini, uomo di scuola e servitore dello Stato. Il Ministro esprime “grande vicinanza alla famiglia”.

Direttore didattico fin da giovanissimo, per molti anni Ispettore e Dirigente tecnico del Ministero dell’Istruzione, ha dedicato tutta la sua vita all’educazione e al mondo dell’istruzione.

“Tutta la scuola italiana ha conosciuto Giancarlo Cerini, la sua dedizione intelligente e instancabile all’educazione. Il modo migliore per ricordarlo sarà continuare insieme il suo lavoro”.

Una vita per la scuola

Una vita per la scuola: lutto nella comunità professionale scolastica

L’Ufficio Scolastico Regionale per l’Emilia-Romagna apprende con dolore la notizia della perdita dell’Ispettore Giancarlo Cerini, colonna portante delle scuole emiliano-romagnole e dell’intero Paese.
Persona illuminata e illuminante, dopo un periodo di lotta coraggiosa vissuta con dignità e forza, ha subito il sopravvento della malattia, lasciandoci esterrefatti e stupefatti per la mancanza, incolmabile dal punto di vista umano e professionale.
Attivo da decenni sui temi della formazione, pensatore fine, saggista, scrittore, curatore di pubblicazioni che hanno accompagnato stagioni di riforme e di innovazioni, ha saputo guidare le comunità professionali scolastiche con passione e dedizione instancabile. Percorrendo la penisola con entusiasmo, si appassionava nel parlare con le maestre e i maestri, con gli educatori tutti nei tanti momenti di convegni e seminari cui era costantemente invitato.
La sua penna sagace ha scritto parti importanti dell’attuale scuola, tra le azioni più recenti il contributo alla stesura delle Indicazioni Nazionali per la scuola dell’infanzia e del 1°ciclo di istruzione, ai grandi piani per la formazione dei docenti e per l’apprendimento della lingua inglese, alla redazione delle linee pedagogiche del curricolo 0-6 anni.
L’Ispettore Cerini lascia un’eredità preziosa fatta di umanità sopraffina, di attenzione per tutti condita da ironia e leggerezza romagnola.
L’Ufficio Scolastico Regionale per l’Emilia-Romagna esprime il più sentito cordoglio alla famiglia e si stringe nel dolore in un abbraccio ai suoi cari.

Ricordando Giancarlo

Ricordando Giancarlo

di Maurizio Tiriticco

“Una valutazione a tre dimensioni” — La valutazione è un oggetto pedagogico assai complesso: si presenta infatti come punto di incrocio tra diversi piani di attenzione.

“Una prima prospettiva si riferisce alla valutazione degli alunni, o meglio, all’apprendimento dei loro ‘punti di partenza e di arrivo, dei processi, delle difficoltà riscontrate e degli interventi compensativi attuati’, e quindi degli esiti della formazione scolastica, come sottolineano i programmi didattici nazionali (dpr n. 104 del 10 febbraio 1985). Appartengono a questa dimensione temi cruciali per la scuola di base, quali il concetto di diritto all’educazione (anzi, al successo scolastico), la sostanziale eguaglianza dei risultati (che ‘debbono essere equivalenti qualunque sia l’itinerario metodologico scelto’, dpr 104/85), la prescrittività (cioè l’obbligatorietà) di alcuni traguardi essenziali, l’idea di standard formativi (cioè di livelli di competenza confrontabili).

“Una seconda prospettiva attiene alle modalità di regolazione per controllare, regolare, verificare l’intervento intenzionale delle scuole. L’adulto che in essa opera è un professionista responsabile, attento ai bisogni di relazione dei bambini, ma al contempo impegnato ad organizzare situazioni di apprendimento e capace di riequilibrare i propri interventi in base alla qualità delle risposte che osserva. Affermano chiaramente i programmi: ‘Il complesso delle osservazioni sistematiche effettuate dagli insegnanti nel corso dell’attività didattica costituisce lo strumento privilegiato per la continua regolazione della programmazione, permettendo agli insegnanti di introdurre per tempo quelle modificazioni o integrazioni che risultassero opportune’ (dpr 104/85).

“Infine la valutazione implica un piano alto di riflessione. Ci si riferisce qui alla valutazione della qualità del sistema educativo, cioè a quegli indicatori (sia quantitativi, esprimibili con numeri, sia qualitativi, cioè di tipo descrittivo) che possono portare ad esprimere giudizi di valore su una singola scuola o su ‘categorie’ di scuole (ad esempio le scuole elementari del ‘benessere vitale’ individuate dal Censis nel corso del ‘monitoraggio’ della riforma) o su un intero segmento del sistema formativo (ad esempio, la scuola elementare italiana, vista nell’ambito del contesto europeo  dove – sia detto per inciso e senza falsa modestia – la comparazione ci vede belle posizioni di testa”.

E potrei continuare a copiare. Si tratta dell’incipit del primo paragrafo del primo capitolo “Valutare perché e come”, del volume collettaneo che io e Giancarlo pubblicammo insieme nel lontano 1994 per i tipi della Tecnodid di Napoli. La parte prima riguardava la scuola elementare (allora si chiamava ancora così); la parte seconda, scritta da me, riguardava la scuola media.

E la nostra collaborazione, che in effetti veniva da lontano, continuò. In forme diverse: ad esempio nei tanti convegni organizzati dalla Tecnodid ad Ischia, nel periodo estivo. Convegni, per altro affollatissimi, di insegnanti e dirigenti scolastici! Chi legge penserà: sì ad Ischia! Con tutto quel mare… è vero! Nonostante “tutto quel mare”, al mattino interventi preziosi e stimolanti, e al pomeriggio lavori di gruppo. Ma la Tecnodid non dava tregua né agli insegnanti né ai suoi esperti: in autunno, altri convegni, a Scanno.

E Giancarlo era sempre presente, con i suoi interventi ricchi, articolati: tante carte sul tavolo e le sue mani a farle scorrere, a ritrovare i mille spunti che arricchivano i suoi interventi. Per tutte queste cose, e per mille altre, Giancarlo rimarrà sempre nei nostri ricordi, nella nostra mente e nel nostro cuore.

Sul sito della Tecnodid leggo:

Salutare qualcuno è sempre difficile, ancora di più se dobbiamo salutare una persona a cui vogliamo bene, perché a Giancarlo tutti vogliamo bene. Da ieri sera il mondo della scuola ha perso una delle sue guide più illuminate e lungimiranti, un pedagogista sensibile e attento, un Maestro. Per noi Giancarlo era e resta un amico, con cui abbiamo condiviso un lungo percorso, ricco di intuizioni e di successi, professionali e umani. Il sentimento che assale tutti quelli che hanno avuto la fortuna di incontrarlo è quello della perdita, il vuoto incolmabile di una figura del suo calibro. A noi, però, piace ricordare quello che ci ha lasciato: l’amore per la scuola, la passione per le idee, la cura e l’attenzione per i più piccoli, la caparbietà delle scelte, la fierezza delle posizioni, il rispetto dell’altro, l’onestà intellettuale, la capacità di fare squadra. Ci stringiamo con affetto alla sua famiglia, lo stesso affetto che ci ha fatto sorridere insieme tanto a lungo.

Ciao Giancarlo, resterai sempre con noi.

Addio Giancarlo

Addio Giancarlo – Omaggio ad un grande della scuola Italiana

di Bruno Lorenzo Castrovinci

Giancarlo Cerini, maestro, direttore didattico, ispettore del Miur, una laurea in pedagogia, tanto amore per i bambini.

Oggi il mondo della scuola saluta e piange un grande, uno che nella sua vita ha scritto tanto, soprattutto sui piccoli, della scuola dell’Infanzia e Primaria.

Citare gli innumerevoli incarichi che ha ricoperto è pressappoco impossibile, così come sono tante le 40 pubblicazioni a stampa che portano il suo nome oltre gli innumerevoli articoli e saggi sulle maggiori riviste specialistiche Italiane.

Leggerlo per me è sempre stato un’emozione, pagine intrise di un amore infinito per i bambini, uno stile comunicativo unico, che ti fa innamorare della scuola, anche delle cose che di fatto non funzionano bene, o che necessariamente andrebbero cambiate.

Uno dei maggiori sostenitori del sistema 0-6 che riprende gli ECEC promossi dall’Europa, per una delle migliori scuole dell’infanzia, del mondo, lui nato e cresciuto in quell’Emilia Romagna, culla di tantissimi pedagogisti che hanno fatto la storia, e ai quali ancora oggi il loro pensiero sopravvive a loro stessi.

Dalle pagine di Scuola7 che curava con Mariella Spinosi, alla direzione della Rivista Istruzione, il suo pensiero riecheggiava sulla rivista Notizie della Scuola da anni, con saggi di notevole spessore culturale, dove però leggendolo emergeva sempre l’amore per i bambini.

Scrivere e raccontare di un grande, è difficile, un uomo prolifico, uno che ha scritto tanto e che non ci si stanca mai di leggere, lascia una bellissima eredita a tutti noi, soprattutto perché lui ha attraversato la lenta riforma della scuola, in lotta continua per un’autonomia scolastica mai effettivamente nata.

Se penso al portfolio e al sistema di valutazione dei dirigenti, scolastici, su cui tanto ha lottato, e sul quale nonostante fosse amato da tantissimi protagonisti della scuola di oggi, è stato a volte criticato, forse non capito, si comprende come ha cercato di responsabilizzare gli addetti ai lavori a trovare una rotta o meglio una Bussola nel mare in tempesta di una scuola che per quanto ci sforziamo stenta a distaccarsi da vecchi modelli ormai superati da tempo.

Ascoltarlo, in uno dei suo convegni o interventi di formazione, era un’esperienza unica, ti trasportava con le sue parole e quella cadenza del dialetto Bolognese, in un mondo fatto di bambini per i bambini, con un amore cosi grande per gli stessi che solo un maestro può dare, lui che maestro lo è stato, ma anche direttore didattico, ovvero immerso in quel mondo dell’infanzia e della prima scolarizzazione che oggi è transitato negli istituti comprensivi alla cui costituzione lui ha contribuito.

Portando in lungo e in largo, nelle scuole più nascoste e sconosciute d’Italia, dal Nord a Sud, un’intensa attività di formatore, un pioniere, un autonomista, i suoi interventi sulle Indicazioni Nazionali sono straordinari, così com’è stato il suo lavoro per la Buona Scuola, che ha contribuito a scrivere, quella legge 107 che doveva cambiare tutto e su cui molti speravano compreso lui.

Oggi che non c’è più riecheggiano nella mia mente i ricordi della Summer School di Ischia, dove lui, un grande della scuola italiana, uno che noi nuovi dirigenti scolastici, l’avevamo letto, riletto, che ci aveva confortato con le sue parole nei momenti più difficili della nostro percorso, era li insieme a noi, ad aiutarci, incoraggiarci, darci una buona parola, uno che forse più di tanti aveva creduto su questa figura di nuovo leader educativo, di dirigente per la scuola, e per i bambini, cosi distante da quell’essere manager, che di fatto è la trappola in cui molti poi, una volta immersi nel ruolo, cadono e non riescono più ad uscire.

Una bussola certo, per non perdersi, in un mare a volte tempestuoso, fatto di infinite note, adempimenti, riforme, controriforme, leggi che si susseguono una dopo l’altra, un mondo dove i piccoli bambini che lui ha amato e che in fondo non ha mai dimenticato, vengono a volte dimenticati per una managerialità, mai cercata, mai voluta, fino in fondo.

Noi che dopo un lungo percorso, immersi nei suoi scritti, abbiamo dovuto affrontare, uno periodi più bui della scuola italiana, fatta, di chiusure, paure, innovazioni obbligate, che con quella figura di leader educativo nel cuore, abbiamo dovuto affrontare momenti difficili, con genitori in ansia, per la paura di un virus che uccide prima l’anima che il corpo.

Dalle pagine digitali di “Riforme online” di questo editoriale, un saluto al grande Giancarlo, resterà il suo lavoro, che ha accompagnato tutta la riforma della scuola italiana, dai banchi di scuola con i piccoli bambini della scuola elementare alle grandi riforme del sistema 0-6 che guarda agli ECEC europei e ai grandi del mondo dell’educazione di oggi.

In questo momento di tristezza, per chi rimane, mi piace ricordarlo con una sua frase” Sono entrato a scuola con i calzoni corti, e dalla scuola non ne sono uscito più” e cosi è stato fino alla fine.

Dieci schede per la Scuola

Ritrovate le 10 schede del “Progetto COLAO” dedicate alla Scuola

Un autorevole collaboratore di Edscuola ha ritrovato casualmente nei giardini di Villa Pamphilj (ove si stanno svolgendo gli Stati Generali) un plico con dieci schede relative ai temi della scuola.

Ora sappiamo che le schede del progetto COLAO sono 102, ma tra di esse mancano schede specifiche sul sistema di istruzione (a parte alcuni richiami all’alta formazione, all’eccellenza educativa, ai nidi d’infanzia).

Chissà se le dieci schede ritrovate  (ma sarà vero?) nei pressi del Casino del Bel Respiro della villa sono autentiche o sono un semplice esercizio di fantasia.

Comunque hanno una loro fondatezza e sono accompagnate da obiettivi precisi e dal budget necessario.

Un esercizio di concretezza sul futuro della scuola, che potrebbe essere di buon auspicio. (gc)


PUBBLICA ISTRUZIONE

L’esame finale del primo ciclo

L’esame finale del primo ciclo

Un’ occasione per rivedere la collegialità e le discipline

di Rita La Tona e Maria Rosa Turrisi

Lo scenario normativo

L’emergenza COVID-19 ha reso necessario rivedere l’intera procedura dell’Esame di Stato del Primo Ciclo, per altro già rivisitato dal D.Lvo 62/2017 e dal D.M. 741/2017. L’O.M. n. 9 del 16/05/2020 ha messo nero su bianco le modalità di svolgimento e precisato che gli studenti saranno chiamati a realizzare e ad esporre in modalità telematica un elaborato finale su una tematica assegnata dal Consiglio di classe. Come specificato nell’art.3 si andranno ad evidenziare conoscenze, abilità e competenze acquisite sia nell’ambito del percorso di studi, sia in contesti di vita personale, in una logica trasversale di integrazione tra discipline, mentre vengono definite e diversificate le modalità di realizzazione del prodotto che, coerente con la tematica assegnata, potrà essere presentato sotto forma di “testo scritto, presentazione anche multimediale, mappa o insieme di mappe, filmato, produzione artistica o tecnicopratica o strumentale per gli alunni frequentanti i percorsi a indirizzo musicale”.

Un nuovo contesto di apprendimento

Seppur semplificata, la procedura si presta a una stimolante lettura didattico-pedagogica nella direzione della valorizzazione delle attitudini e degli interessi dei discenti, ma anche dello sviluppo delle competenze professionali e, di conseguenza, di una significativa riorganizzazione in ottica collaborativa dei momenti collegiali e dei processi decisionali.

Sembra potersi rintracciare un significativo momento finale di costruzione partecipativa e riflessiva all’interno del quale:

– il discente si cimenta con situazioni reali, individua soluzioni concrete utilizzando le proprie conoscenze, abilità e competenze e sperimenta la valenza d’uso del sapere e la spendibilità di quantoha appreso a scuola;

– il docente, attraverso un processo di negoziazione, definisce il contesto reale in cui l’alunno dovrà agire con le discipline eindividua gli standard di qualità della prestazione rispetto ai quali il prodotto sarà valutato.

Proveremo a ragionare su come tutto questo potrebbe essere sviluppato nell’immediato e messo a sistema, nella prassi ordinaria, al di fuori dell’attuale emergenza. 

Le possibili risposte delle scuole

Le possibili  risposte  delle scuole all’eccezionalità di questa  procedura di esame che, in ogni caso,  rappresenta un  importante “rito di passaggio” verso la secondaria di secondo grado, saranno certamente legate da una serie di variabili intervenienti che agiranno o a favore dello sviluppo di un approccio significativo che possa favorire un possibile  atteggiamento professionale innovativo e riflessivo o, di contro, rappresentano una risposta al dettato normativo senza lasciare poi traccia in un futuro, non lontano, di revisione della progettualità didattica.

I vantaggi della nuova procedura

Nel primo caso le variabili positive intervenienti potrebbero essere cosi sintetizzate:

• la storia progettuale e didattica di ciascuna scuola e il grado diinvestimento nella costruzione di percorsi inclusivi e personalizzati per valorizzare gli studenti attraverso la realizzazione di prodotti in un contesto esperienziale significativo nell’ottica di una didattica orientata allo sviluppo di competenze;

• un ambiente didattico dove l’apprendimento individuale è prodotto della costruzione attiva del soggetto, è ancorato alcontesto e si svolge attraverso forme di collaborazione e negoziazione degli apprendimenti;

• la collegialità vissuta come luogo e strumento per leggere insieme la realtà, l’esperienza plurale, il compito educativo comune rivisitando le discipline;

• il ruolo del Dirigente Scolastico che interviene nei processi didattici non solo come garante delle norme, ma come leader per l’apprendimento che esercita il presidio della didattica, attraverso l’affiancamento e il supporto ai docenti. In questa direzione le competenze organizzative del Dirigente scolastico sono fondamentali per promuovere processi significativi nei Consigli di classe, favorire l’approccio dialogico dei docenti nell’ottica della personalizzazione, ragionare sulla valutazione degli aspetti che sottendono la competenza, orientare al riconoscimento delle contiguità fra le discipline.

In queste scuole l’approccio all’elaborato finale sarà vissuto come una nuovo traguardo, un’opportunità per rileggere il processo di insegnamento-apprendimento, anche a distanza nel tempo.

Gli aspetti critici del “vecchio” esame

Nel secondo caso, le variabili che potrebbero non favorire lo sviluppo di un pensiero innovativo e valorizzante potrebbero essere:

• adottare un approccio burocratico nell’organizzazione e nella didattica con adesione al dettato normativo senza mettere in discussione procedure e pratiche consolidate, facendo semplicemente una operazione di restyling dell’esame;

• considerare il colloquio come semplice restituzione orale del prodotto.

• ricondurre il prodotto alla famigerata “tesina”, con presunti equasi forzati collegamenti disciplinari che lo trasformano in un’accozzaglia di contenuti restituiti dall’alunno con scarso coinvolgimento personale.

Una sorta di “copia e incolla” di pratiche d’esame obsolete, ma purtroppo ancora diffuse, che rimandano a una didattica trasmissiva, centrata su contenuti, meccanicamente restituiti e non proiettata verso l’acquisizione di un sapere competente e durevole, con scarsa attenzione alle caratteristiche personali dello studente e basso grado di condivisione collegiale.

Nuove dimensioni della collegialità e cultura della valutazione

A nostro avviso, questa potrebbe essere invece una occasione per destrutturare le vecchie procedure e per costruire una nuova dimensione della collegialità attraverso:

• la condivisione delle scelte da parte di tutti i docenti nella mediazione didattica; l’attenzione all’individualità degli alunni e dei loro percorsi personali nel triennio;

• la negoziazione sui contenuti significativi per l’individuazione di un prodotto a partire dagli interessi individuali e dalle esperienze didattiche condivise e l’appropriazione da parte degli alunni del proprio processo di apprendimento;

• la costruzione di una conoscenza condivisa fra docenti e studenti;

• il superamento dei confini delle discipline: l’elaborato non deve necessariamente prevedere tutti i saperi delle discipline di studio;

• la possibilità per i docenti di osservare il processo e il prodotto nel momento della restituzione riconoscendo il valore formativo per ciascun alunno.

Tutto ciò comporta sicuramente di avere a disposizione tempi più distesi; i tempi stretti con cui hanno dovuto lavorare la scuole rispetto all’esame conclusivo sono stati un amplificatore di criticità a conclusione di un anno scolastico difficile, che ha fatto emergere tutti problemi del sistema scuola e le difficoltà di ciascuna realtà scolastica. 

Sarà inoltre necessario avviare una riflessione più complessiva sul processo valutativo nel Primo Ciclo dell’istruzione coerentemente con le Indicazioni Nazionali, la certificazione delle competenze e con le nuove forme di didattica collegate al digitale. Ciò rimanda alla necessità di avviare un’azione formativa diffusa sulla valutazione non soltanto rivolta ai docenti ma anche ai dirigentiscolastici non solo per condividere paradigmi teorici, ma per operare una vera e propria rivisitazione delle procedure valutative strettamente interrelate con le scelte didattiche e organizzative.

Cosa salvare dell’esame in emergenza?

Cosa salvare allora di questa inedita esperienza dell’esame? Sicuramente la responsabilità collegiale del percorso di insegnamento/apprendimento che vede la sua rappresentazione nel prodotto elaborato dall’alunno; l’attenzione all’individualizzazione del processo di apprendimento; il superamento dei confini delle discipline nell’ottica della costruzione di un sapere competente.

Quando l’esperienza si sarà conclusa sarebbe interessante avviare una riflessione con le scuole per capire le difficoltà incontrate, le risorse professionali mobilitate e le possibili ricadute nell’attività di progettazione didattico-organizzativa a partire dal prossimo anno scolastico.

Non serve uno sterile monitoraggio burocratico su quanto avvenuto, ma l’avvio di una attività di ricerca che possa costituire un vero e proprio momento di formazione anche attraverso il coinvolgimento di gruppi di scuole all’interno delle Reti di ambitopresenti nelle varie realtà territoriali. A tale attività potrebbe essere agganciato un ragionamento più complessivo sulle pratiche valutative anche alla luce dei più recenti provvedimenti normativi (Legge 6 giugno 2020, n. 42) che attualmente non riguardano la scuola secondaria di primo grado, ma che sicuramente influenzeranno la cultura della valutazione della scuola del Primo Ciclo.

La scialuppa della DAD

La scialuppa della DAD

di Marco Macciantelli

Una situazione eccezionale

            Come spiega il dizionario Devoto-Oli eccezionale significa straordinaria, unica. E’ la situazione in atto a causa del Codiv-19. Non senza persistenti preoccupazioni e incognite, sul piano sanitario, sociale, economico. Lasciando da parte il terribilismo verbale, non una guerra, una pandemia, vale a dire un’epidemia globale. Qualcosa di sufficientemente grave senza bisogno di far ricorso al linguaggio bellico.

         Facciamo bene a raccontarci che ce la faremo. Penso anch’io che ce la faremo. Ma prima dovremo attraversare questa crisi, senza sapere quando, a quali condizioni, ovvero in quali condizioni, potremo traguardarne la fine.

Scuole aperte

         E’ bene precisare che, in questo contesto, la scuola non ha chiuso, come si continua a ripetere. La scuola è rimasta aperta, al lavoro, e ha potuto farlo grazie ad una didattica che, per l’impegno dei suoi docenti, dei suoi dirigenti scolastici, dei suoi DSGA, del personale ATA, dalla presenza ha saputo riorganizzarsi da remoto.

         Cosa sarebbe stato del diritto all’apprendimento, costituzionalmente tutelato, di oltre 8 milioni di alunni e studenti, se non vi fosse stata a disposizione la risorsa della didattica a distanza?

         Certo, tra luci e ombre, incertezze e fatiche, tuttavia non senza qualche risultato.

         Certo, con il rischio di nuove sperequazioni, tra chi è dotato di un p.c. e chi no, tra chi ha la connessione e chi no, tra una famiglia nelle condizioni di essere partecipe e una famiglia troppo presa da altre comprensibili urgenze.

Un necessario check-up

         Problemi che non vanno ignorati, che meritano risposte ulteriori a quelle date sin qui, durante l’emergenza, se non vogliamo che la forbice della diseguaglianza si allarghi e si aggravi in un Paese già pesantemente esposto.

         Ma non parliamo male della DAD, sarebbe come se il naufraugo si lamentasse della scialuppa mentre si ritrova in un mare in tempesta.

         L’organizzazione del lavoro nella scuola, contrattualizzato dal 1992, grazie agli istituti previsti dalla normativa, merita un check-up, o meglio un aggiornamento, in relazione a problematiche che vanno dalla regolamentazione dei tempi di lavoro a distanza al diritto alla disconnessione, sino al fondamentale valore sociale della salute e della sicurezza.

         Tutte questione meritevoli della massima attenzione e che, nelle sedi appropriate, devono essere affrontate. Anche a livello di singola istituzione scolastica, com’è giusto, in vista dell’inizio del prossimo anno scolastico, insieme alla RSU e alle OO.SS.

Verso gli scrutini

         Il Covid-19 ha indubbiamente colto tutti di sorpresa, ma in parte il sistema scolastico italiano non è risultato del tutto sprovvisto di orientamenti, già in precedenza assunti, a favore della competenza digitale, tra i presupposti – anche se non l’unico – della didattica a distanza.

         Ora l’impegno di questi mesi deve avere un approdo verso un’ordinata conclusione dell’anno scolastico.

         Provo a dire cosa cosa si può fare dal punto di vista dell’autonomia scolastica.

         Della serie: “non chiederti cosa il tuo Paese può fare per te, chiediti cosa puoi fare tu per il tuo Paese”.

         Partendo dalla fine.

         Ci sarà un momento, secondo quanto previsto nel Piano annuale delle attività, in cui i Consigli di classe si riuniranno per gli scrutini. Qualche giorno prima ciascun docente dovrà avanzare delle proposte di valutazione. Nessuna novità. E’ sempre stato così.

         L’esercizio responsabile della professione docente in presenza o a distanza, da questo punto di vista, non fa differenza.

Il Registro da cartaceo a elettronico

         Il registro ha una storia.  

         Un secolo fa il regio decreto n. 965 del 1924 ne ha istituito l’obbligo. Poi, con il decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, coordinato con la legge di conversione 7 agosto 2012, n. 135, art. 7, comma 31, siamo passati al registro elettronico.

         Dall’anno scolastico 2012-2013.

         Secondo i dati Miur nell’a.s. 2014/2015 già il 73.6% dei docenti italiani utilizzava il registro elettronico.

         Sono passati altri cinque anni e questa modalità si è rapidamente diffusa. All’inizio sembrò un impaccio, per alcuni un fastidio, poi è diventata un’abitudine, un indispensabile strumento di lavoro. Al punto che sarebbe inimmaginabile tornare ai registri cartacei.

         Bene, qualche giorno prima degli scrutini, ciascun docente sarà chiamato, come ogni anno, come già nella didattica in presenza, ad avanzare delle proposte valutative, da inserire nel registro elettronico, perché possano comparire nel tabellone che sarà sottoposto all’attenzione del consiglio di classe.

Trasparenza e tempestività

         Ciascun docente dovrà dedicare un po’ di tempo all’inserimento dei dati, non senza un supplemento di riflessione.

         Ci sono docenti che formulano voti già chiaramente definiti, altri che presentano al consiglio voti in via di definizione. Ciò accade proprio perché il consiglio è chiamato ad esprimere l’ultima parola, all’unanimità o a maggioranza, valutando se e in quali o in quante materie ogni singolo studente può conseguire giudizi positivi o negativi.   

         Ovviamente ogni valutazione deve avere un fondamento. Quel fondamento poggia su due criteri: la trasparenza e la tempestività.

         Mi riferisco al dpr n. 122 del 22 giugno 2009, art. 1, comma 2:

“La valutazione è espressione dell’autonomia professionale propria della funzione docente, nella sua dimensione sia individuale che collegiale, nonché dell’autonomia didattica delle istituzioni scolastiche. Ogni alunno ha diritto ad una valutazione trasparente e tempestiva…”

         Ciò secondo quanto in precedenza aveva indicato il dpr n. 249 del 24 giugno 1998, all’art. 2, Diritti, relativo allo Statuto delle studentesse e degli studenti, integrato dal dpr n. 235 del 21 novembre 2007 relativo al Patto educativo di corresponsabilità.

Maggio, il mese più faticoso

         L’attribuzione del voto nelle singole discipline assume dunque il profilo di un atto collegiale su proposta dei singoli docenti.

         Siamo nella prima decade di maggio.

         All’inizio della Terra desolata Thomas Stearns Eliot, circa un secolo fa, scriveva: “Aprile è il mese più crudele”.

         Per la scuola si potrebbe dire: “Maggio è il mese più faticoso”. Ma – a compimento dell’a.s. – è anche il più ricco di soddisfazioni.

         Lo è sempre stato. Anche nella didattica in presenza. Forse perché in questo mese si concentrano le attese del pentamestre e, al contempo, quelle dell’intero anno scolastico. L’esigenza di completare i temi da trattare – i programmi, come è noto, non esistono più da tempo – si sovrappone alla responsabilità conclusiva della valutazione.

         La quale dovrebbe distribuirsi nel tempo, siccome, tanto più si dà una congrua provvista di prove e verifiche, tanto meglio è.

L’ansia per le scadenze

         Solo che, nonostante i propositi, a maggio si dà come un’ansia che progressivamente si accentua con l’approssimarsi delle scadenze.

         Sin qui, giustamente, si è detto di non limitarsi al dato cognitivo, di considerare la relazione, la partecipazione, il ruolo attivo e propositivo degli studenti, di ciascuno studente. Come ha osservato Daniel Goleman, c’è anche una intelligenza emotiva.

         Trasparenza significa saper rendere conto delle ragioni, dei criteri, dei metodi.

         Una verifica senza un’evidenza pubblica non ha questi caratteri. Tempestività nel comunicare gli esiti, nel modo più sollecito. Quindi meglio subito. Avendo riguardo alla delicatezza della comunicazione. Se poi la valutazione è negativa, essa va riferita con particolare riguardo, chiarendo che non si tratta di un giudizio sulla persona, ma di una presa d’atto dello stato di avanzamento di un percorso che comporta sempre nuovi stimoli e incoraggiamenti.

         E’ prassi che il coordinatore di classe si faccia carico di trasmettere le criticità alle famiglie: anche questo è un modo per rafforzare le ragioni della trasparenza unita alla tempestività.

Attesa per le Ordinanze

         I presupposti di fondo per un retto valutare tali erano nella didattica in presenza e tali sono nella didattica a distanza.

         Nei giorni scorsi si sono svolti due incontri promossi dal Ministero dell’Istruzione con le OO.SS.

         In data 6 maggio per l’illustrazione di tre Ordinanze Ministeriali: una per la valutazione di fine anno degli studenti e per il recupero degli apprendimenti; una per gli Esami del primo ciclo; una per gli Esami del secondo ciclo.

         In data 7 maggio sulle condizioni di sicurezza degli edifici scolastici in relazione allo svolgimento dell’esame di Stato in presenza.

         Le OO.MM. dopo essere state presentate ai sindacati, sono state inviate al Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione per il parere prima della pubblicazione.

Cautela sui testi ancora in bozza

         Circola una bozza anche dell’Ordinanza concernente la valutazione finale degli alunni per l’anno scolastico 2019/ 2020 e prime disposizioni per il recupero degli apprendimenti.

         Ovviamente va considerata con estrema cautela.

         All’art. 4 (Scuola secondaria di secondo grado – Valutazione delle classi non terminali) si spiega che:

         “Nel verbale di scrutinio finale sono espresse per ciascuno alunno le eventuali valutazioni insufficienti relative a una o più discipline. I voti espressi in decimi, ancorché inferiori a sei, sono riportati nel documento di valutazione finale”.

             “Per gli alunni ammessi alla classe successiva in presenza di votazioni insufficienti o comunque di livelli di apprendimento non adeguatamente consolidati, il consiglio di classe predispone il piano di apprendimento individualizzato di cui all’art. 6, in cui sono indicate, per ciascuna disciplina, gli obiettivi di apprendimento da conseguire o da consolidare nonché le specifiche strategie per il raggiungimento dei relativi liveli di apprendimento”.

             “Nei casi in cui i docenti del consiglio di classe non siano in possesso di alcun elemento valutativo relativo all’alunno, per cause non imputabili alle difficoltà legate alla disponibilità di apparecchiature tecnologiche ovvero alla connettività di rete, bensì a situazioni di mancata o sporadica frequenza delle attività didattiche, già perduranti e opportunamente verbalizzate per il primo periodo didattico, il consiglio di classe, con motivazione espressa all’unanimità, può non ammetterlo alla classe successiva”.

             “Sono fatti salvi di provvedimenti di esclusione degli scrutini o dagli esami emanati ai sensi dello Statuto delle studentesse e degli studenti”.

         Per chi sarà ammesso alla classe successiva con votazioni inferiori a 6 decimi o, comunque, con livelli di apprendimento non consolidati, sarà predisposto dal consiglio di classe un piano individualizzato per recuperare, nella prima parte di settembre, quanto non è stato appreso. Resta ferma la possibilità di non ammettere all’anno successivo, con motivazione espressa all’unanimità, gli studenti con un quadro carente fin dal primo periodo scolastico.

Sollecitazione all’impegno

         Quindi bisogna utilizzare bene questo mese, come già i precedenti, per sollecitare tutti gli studenti alla partecipazione attiva, dell’impegno, alla disponibilità alle verifiche.

         Senza dimenticare che da più di vent’anni esiste l’autonomia scolastica, e ancor prima, dal 1° gennaio del 1948, con la Costituzione, la libertà d’insegnamento, le quali entrambe, nel rispetto del quadro normativo, comportano una particolare responsabilità di ciascuna istituzione scolastica e di ciascun consiglio di classe.

Serenità

         E’ bene che ogni docente si prenda il tempo per promuovere un’occasione di comunicazione, o se si preferisce di meta-comunicazione, con i propri studenti, per trasmettere loro un consuntivo sull’andamento didattico, evidenziando, senza toni allarmistici, ma argomentati e sinceri, positività e criticità.

         In questi mesi sono uscite qualificate considerazioni, in particolare su “Scuola7” e su “Edscuola”, su come prendere nota, su come lasciare traccia di questo lavoro, redigendo un diario di bordo (Franca Da Re). Oppure producendo un feed-back costruttivo, un effetto scaffolding (Giancarlo Cerini).

         Sapendo che verrà il momento in cui, nell’esercizio responsabile della libertà di insegnamento, dalla valutazione formativa si passerà a quella sommativa e tutto questo avrà un punto di approdo nel giorno fissato per lo scrutinio del consiglio di classe.

         Karl Weick, diventato famoso per la teoria dei legami deboli nella scuola, ha spiegato che: “La superiorità di una mente collettiva rispetto a una pluralità di menti individuali sta nella capacità di affrontare eventi inattesi con molta maggiore efficacia”.

         Di qui l’esigenza di confidare gli uni negli altri, specie nella vita di una comunità scolastica, in una situazione eccezionale come quella nella quale attualmente si deve operare.

         Non senza una condivisa serenità, nella predisposizione paziente degli ultimi passaggi, nei ponderati giudizi in itinere e conclusivi.

         Buon lavoro.

La scuola del primo ciclo oggi e domani: una riflessione a più voci

La scuola del primo ciclo oggi e domani: una riflessione a più voci

L’emergenza del coronavirus ha destrutturato la nostra vita ordinaria, quella delle istituzioni e del mondo produttivo. L’istituzione più colpita è stata senza dubbio la scuola, mantenuta in vita, grazie agli encomiabili sforzi dei docenti e dirigenti scolastici, con la cosiddetta didattica a distanza che ha mostrato le sue grandi potenzialità, ma, comprensibilmente, anche i suoi limiti, soprattutto per gli alunni più giovani. In questa fase di destabilizzazione molte sono state le analisi, le riflessioni e le proposte tese sia a migliorare l’esistente sia ad avanzare ipotesi di “rinascita formativa” con la riapertura delle scuole a settembre. Abbiamo provato anche noi, già componenti del Comitato Scientifico Nazionale per l’accompagnamento delle Indicazioni nazionali della scuola dell’infanzia e del primo ciclo (2012), a proporre una riflessione che si pone in continuità con il lavoro svolto nei sei anni di incarico e che ci sembra doveroso condividere con i docenti e dirigenti che ci hanno seguito nelle iniziative a suo tempo realizzate. Crediamo che l’apporto di più voci possa aiutare a reperire soluzioni ampiamente condivise e più rispondenti ai bisogni degli allievi, dei docenti e degli stessi genitori, anche nella prospettiva della ripresa delle attività nel prossimo anno scolastico.       

Oltre l’emergenza

L’emergenza sanitaria che sta sconvolgendo la vita di tutti noi impone un serio ripensamento del modo di fare e di essere scuola. Il contesto è radicalmente cambiato. La nostra immagine di scuola, costruita intorno ad alcuni schemi apparentemente intoccabili: la classe, la cattedra, la comunicazione verbale, le verifiche formali… risulta oggi superata. Si rende necessario un ripensamento profondo, a partire dal superamento della logica burocratico-amministrativa che si preoccupa di conservare, anche in queste condizioni di emergenza, le stesse routine (e la stessa mentalità) della scuola tradizionale: scadenze, orari, obblighi contrattuali, modalità di insegnamento e di verifica, adempimenti formali. Si comprende quanto sia difficile modificare la didattica sotto il peso dell’emergenza, nella parte finale di un anno scolastico che era stato avviato nei modi consueti, e che probabilmente dovrà chiudersi con qualche soluzione di inevitabile compromesso. Ma pensare di iniziare un nuovo anno ancora con le stesse formule sarebbe un errore, oltre che un’occasione perduta. E già fin d’ora è facile prevedere un avvio del prossimo anno scolastico con delle criticità. 

Ecco perché è importante utilizzare questo momento di prova e riflettere su di esso non solo come un’emergenza da fronteggiare cercando la riduzione dei danni, ma come una sfida educativa e didattica capace di generare una scuola nuova. 

         L’emergenza ha visto una grande mobilitazione di dirigenti e docenti, che cercano in vari modi di ricreare una relazione educativa e didattica significativa con gli allievi e di contrastare l’isolamento, le solitudini, le varie forme di nuova povertà che si stanno evidenziando. Una esperienza difficile, ma anche una risorsa preziosa da interrogare e valorizzare, per ripartire in modo nuovo.

Rinnovare l’ambiente di apprendimento

 Nelle esperienze avviate in questi mesi di “distanziamento sociale” e di “didattica a distanza” si sono imposte scelte di massima flessibilità, che hanno messo e metteranno alla prova alcune rigidità tipiche del nostro sistema. 

Da un lato ci sono gli orari di insegnamento, che non possono coincidere con quelli istituzionali in cui l’insegnante è in relazione con l’intero gruppo classe: nella didattica a distanza si rendono necessarie soluzioni personalizzate che impongono una diversa distribuzione del tempo. Per esempio, risulta opportuno, ovunque, ma soprattutto nel primo ciclo, alternare momenti di lezioni a distanza, che coinvolgono l’intera classe, con altri in cui l’insegnante lavora in piccoli gruppi, avendo così modo di differenziare i suoi interventi, ascoltare le diverse reazioni, favorire l’interazione tra gli alunni. Organizzare parte del lavoro in piccoli gruppi favorisce anche gli alunni con bisogni educativi speciali, che soffrono maggiormente questa situazione di isolamento.

Dall’altro c’è la preoccupazione per la verifica degli apprendimenti, talvolta concentrata solo su modalità usuali (svolgimento di prove scritte e prove orali), sottovalutando il valore formativo e pro-attivo della valutazione, con la restituzione all’alunno di informazioni sul suo lavoro, indicazioni su come procedere per il miglioramento e soprattutto riflessione metacognitiva e autovalutativa dell’alunno sul proprio processo di apprendimento. 

Al di là delle valutazioni finali, legate a scrutini ed esami che si dovranno svolgere in forme semplificate, si dovrà pensare per il futuro alla possibilità di riorganizzare la didattica su tempi lunghi e su periodizzazioni almeno biennali, che consentano di promuovere e di verificare – come è giusto che sia – la conquista di competenze complesse più che l’adempimento di un compito. 

In ogni caso, la riorganizzazione dei tempi e degli spazi, anche virtuali, non deve far dimenticare il senso dell’esperienza educativa e l’importanza dell’ambiente di apprendimento come “contesto idoneo a promuovere apprendimenti significativi”. Tornano, in questo senso, utili i riferimenti delle Indicazioni nazionali per il curricolo del 2012, che, seppur declinati in modo diverso, ricordano l’importanza di valorizzare l’esperienza e le conoscenze degli alunni, attuare interventi adeguati nei riguardi delle diversità, favorire l’esplorazione e la scoperta, incoraggiare l’apprendimento collaborativo, promuovere la consapevolezza del proprio modo di apprendere, realizzare attività didattiche in forma di laboratorio.

Ripensare il curricolo e gli insegnamenti

Poiché non è possibile in alcun ciclo scolastico attuare e seguire i curricoli messi a punto prima della chiusura delle scuole, è importante mettere a fuoco, discutendo collegialmente, i contenuti imprescindibili delle discipline e individuare i nodi interdisciplinari da affrontare, proporre e approfondire, soprattutto qualora il rientro a scuola dovesse rendersi difficoltoso anche per il prossimo anno scolastico. 

      I contenuti strumentali e funzionali delle singole discipline non vanno certamente esclusi, ma acquistano efficacia se non rappresentano un carico eccessivo e soprattutto se sono riorganizzati in nuclei essenziali irrinunciabili in quanto riferiti allo statuto epistemologico delle discipline e propedeutici ad apprendimenti successivi. La selezione dei nuclei portanti è anche una conseguenza della contrazione dei tempi di apprendimento. Bisogna recuperare il concetto che non si insegnano le discipline, ma si insegna con le discipline.

      Gli apprendimenti, comunque, sia a distanza che in presenza, risultano più efficaci se sono proposti in forma problematica, se si pongono interrogativi e problemi che richiedano agli alunni la ricerca delle informazioni necessarie ad avanzare ipotesi risolutive. Si tratta in fondo di fare maggiore ricorso a compiti di realtà (significativi, autentici) e alle esperienze, già avviate da molte istituzioni scolastiche, di flipped classroom. Occorre abbandonare, o perlomeno limitare, lo schema classico della lezione frontale. Nel nuovo contesto didattico sono preferibili testi brevi, schemi essenziali, esemplificazioni operative, semplici “istruzioni per l’uso”, anche se non sono da escludere, specie per gli alunni più grandi, eventuali lavori di ricerca, relazioni su compiti pratici, esperimenti, ecc., di respiro più ampio.

Non solo digitale

L’entusiasmo con cui ci si è affidati alle tecnologie per superare gli obblighi del reciproco isolamento non deve far dimenticare che si tratta di soluzioni praticabili per periodi limitati, anche per non ridurre tutta la vita dei più giovani, in particolare degli alunni della scuola primaria, al solo rapporto virtuale con uno schermo dal quale attendersi la soluzione di ogni problema. Inoltre, se nelle fasce d’età più alte si può presumere che gli studenti dispongano di attrezzature personali per collegarsi con gli insegnanti, man mano che si scende nei livelli inferiori di scolarità l’uso del pc/tablet e del collegamento internet rivela diverse criticità. L’intermediazione dei genitori diventa spesso indispensabile e si devono fare i conti con le loro disponibilità di tempo e con la presenza degli stessi strumenti informatici, che potrebbero servire agli adulti per il loro lavoro.

Nonostante ciò sia difficile, è opportuno, gravare il meno possibile su genitori, provati dalla prolungata coabitazione e da un futuro incerto, anche riguardo al lavoro. È auspicabile, specie con il protrarsi della necessità della didattica a distanza, che inizia a evidenziare disaffezione e stanchezza, proporre a bambine e bambini attività e compiti che possano svolgere il più possibile in autonomia, chiedendo alle famiglie di incoraggiarli verso una progressiva assunzione di iniziativa e responsabilità. La capacità degli alunni di organizzare il proprio lavoro in più o meno completa autonomia diventa, ora più che mai, una competenza fondamentale di cui tenere conto anche nel processo di valutazione. 

Peraltro, educazione a distanza non è sinonimo di esclusiva educazione digitale e, quindi, molte attività si possono svolgere utilizzando diversi linguaggi e materiali: letture, scritture, disegni, audio, video, ma anche compiti pratici, manipolazione di oggetti, costruzione di manufatti legati a temi di studio, problemi in forma di gioco, tenuta di diari autobiografici… In sintesi, anche nella didattica a distanza è opportuno valorizzare e potenziare l’apprendimento attivo, la problematizzazione, la riflessione, la contestualizzazione nell’esperienza. Gli appuntamenti di lezione in sincrono, potranno servire a presentare, discutere, approfondire quanto fatto a casa e per avviare altri lavori, nonché – cosa non trascurabile – per condividere con gli altri pensieri, vissuti, emozioni e sentimenti. 

Ciò rappresenta anche un importante banco di prova per il futuro, poiché questi, che sono a tutti gli effetti esempi di “classe rovesciata”, andrebbero portati nella normalità della didattica usuale, così come le forme miste di impiego delle tecnologie tradizionali e di quelle digitali.

La ripresa del nuovo anno, probabilmente, ci costringerà a pensare a forme miste di didattica in presenza e a distanza, ad organizzazioni di gruppi variabili che operano a scuola, a casa, nel territorio e l’esperienza di questi mesi potrà essere estremamente utile.

La promozione di attività che sviluppino autonomia e responsabilità, di concerto con i genitori, può riguardare anche una progressiva assunzione di compiti che riguardano la cura della propria persona, delle proprie cose, degli spazi domestici, la partecipazione – secondo l’età – all’organizzazione familiare, la presa in carico degli animali, l’aiuto ai fratelli minori o a vicini che abbaino particolari necessità. Sono tutte attività che, accompagnate dall’opportuna riflessione e condivisione, costruiscono competenze diverse e necessarie alla vita personale, sociale e alla cittadinanza e che nell’ordinario sono spesso sottovalutate e finanche sottratte all’esperienza dei bambini e dei giovani.

Relazione educativa e “narrazione” dell’emergenza

La didattica a distanza non può consistere nella prosecuzione on line della didattica in presenza, limitata alla costruzione di conoscenze e abilità connesse alle discipline di studio. In questo periodo emergenziale si tratta, innanzitutto, di mantenere la relazione educativa con una attenzione particolare alla cura del vissuto individuale, così come sarebbe necessario fare anche a scuola. 

Ciò è soprattutto necessario nella scuola dell’infanzia, dove le attività si realizzano attraverso il contatto diretto, la sperimentazione, l’esplorazione e il gioco. Con i bambini più piccoli la didattica a distanza risulta essere una contraddizione in termini, sostenibile solamente per un periodo di tempo limitato e nella misura in cui si realizza in forme di contatto indiretto, finalizzate a rassicurare, sostenere, incoraggiare.

Il mondo psicoaffettivo degli alunni richiede sempre l’attivazione di una “relazione calda” che si affidi, in modi diversi in relazione all’età, a narrazioni, interlocuzioni, scritture riflessive e diaristiche, tutte mirate ad aiutare gli allievi ad interpretare e attribuire significato a quanto sta accadendo in loro e intorno a loro. Sperimentare più linguaggi possibili per narrare e narrarsi, offrire riferimenti scientifici, storici e matematici, selezionando quei contenuti delle discipline che hanno maggiore “potere ermeneutico” anche sull’emergenza, è la grande scommessa culturale a cui la scuola non può sottrarsi. Si  tratta del più gigantesco “compito di realtà” che docenti e allievi si trovano a dover sperimentare. 

Una valutazione formativa 

In questa fase emergenziale la valutazione deve essere più che mai essenzialmente formativa,  proattiva e autovalutativa. È importante che la valutazione fornisca agli alunni informazioni sul loro processo di apprendimento, indichi gli aspetti da potenziare e le modalità per ottenere il miglioramento, motivi l’alunno ad apprendere attraverso l’apprezzamento dei progressi effettuati, anche se piccoli. Vanno incoraggiate l’autovalutazione e la condivisione dei criteri di valutazione.  Il senso del “valutare” interpella anche gli insegnanti e deve trasformarsi, a maggior ragione in questa situazione di forzata separazione, nel riconoscimento e nella restituzione agli allievi della qualità, del valore e del senso del lavoro svolto durante questo difficile percorso “scolastico”.

Il ruolo delle famiglie

I docenti si trovano nella condizione inedita di entrare per diverse ore nelle case dei propri allievi. E’ necessario farlo con discrezione e cautela, prestando la massima attenzione alle differenze e alle difficoltà che si stanno vivendo nelle famiglie. Del resto la presenza dei genitori (quando ci sono) diventa una variabile importantissima, da cui non si può prescindere e che impone nuove forme di corresponsabilità educativa e didattica.

Siamo in presenza di una radicale rimessa in discussione delle relazioni tra la scuola e le famiglie. Difficoltà e incomprensioni precedenti sembrano d’un tratto azzerarsi, di contro si manifestano nuovi  bisogni ed esigenze che aprono spazio a forme di comunicazione e collaborazione fino a poche settimane fa impensabili. I genitori sono chiamati in causa in un ruolo diverso, di supporto alla continuità della didattica, che li impegna a partecipare, come mai prima, alla complessità dei processi di apprendimento dei loro figli. Entrambi, famiglie e docenti, stanno cercando la strada per raccontarsi e per affrontare i limiti e le barriere personali, sociali e culturali che la quarantena può aver esposto. Da un lato emergono i disagi e le insicurezze del docente nell’uso di metodologie innovative meno consolidate, dall’altro il senso di inadeguatezza e frustrazione del genitore di fronte alle richieste della scuola, che vanno crescendo con il perdurare della sospensione delle lezioni e ancor più con la progressiva riapertura delle attività lavorative. È fondamentale ricercare il confronto e la mediazione per conquistare il giusto equilibrio che scongiuri l’insorgere di nuove o latenti forme di allontanamento.

Si apre dunque la possibilità di stabilire nuovi patti educativi per una collaborazione attiva tra insegnanti e genitori, fondati sull’ascolto e sulla fiducia reciproca. 

Evitare nuove forme di esclusione e disuguaglianza

Non vanno sottovalutate le condizioni particolari in cui si trovano molte famiglie, in particolare immigrate, a cui è bene che la scuola presti particolare attenzione perché i loro figli non rischino di restare emarginati. Ci sono, come già detto, le carenze, più a meno gravi, che stanno emergendo quotidianamente: pc e tablet inesistenti o vetusti, collegamenti assenti o incerti, competenze tecnologiche modeste o decisamente limitate (anche in tanti insegnanti). Va anche considerata la disponibilità degli spazi fisici per svolgere contemporaneamente (e con comodità) attività diverse o anche le difficoltà che le famiglie culturalmente povere incontrano nel supportare i propri figli. 

È necessario sostenere, per il presente e per il futuro, il lavoro educativo di un grande numero di insegnanti impegnati nel tentativo di raggiungere e coinvolgere tutti gli allievi in pratiche di didattica a distanza attraverso diverse forme di contatto, anche informali e personalizzate, di assistenza a problemi di vario genere anche attraverso indagini discrete sui bisogni strumentali (devices, connessioni ecc.), relazionali, psicologici. I docenti hanno sperimentato in questo periodo, con la massima duttilità e senza preclusioni a priori, l’uso di diverse piattaforme, lezioni a distanza, messaggi scritti o vocali, comunicazioni whatsapp o telefoniche, considerando l’età dei bambini e ragazzi coinvolti, gli strumenti tecnologici di cui dispongono (spesso in comune con altri familiari), le condizioni abitative e le connessioni disponibili. D’altra parte, scelte o imposizioni rigide avrebbero rischiato di aumentare difficoltà ed esclusioni che non possiamo in alcun modo rinunciare a contrastare. La medesima duttilità dovrà necessariamente essere impiegata anche per il futuro, poiché le ineguaglianze nelle opportunità non si potranno colmare in tempi brevi.

Una nuova comunità educante 

Nelle singole scuole, negli istituti comprensivi o nelle piccole reti va sostenuta e potenziata al massimo la costituzione – già avviata in questo periodo – di gruppi orizzontali di cooperazione tra insegnanti di “mutuo soccorso tecnologico”, per mettere a disposizione le competenze dei più esperti per costruire e ricalibrare ogni proposta per la didattica a distanza, ma anche per forme miste. Il ruolo del Dirigente Scolastico diviene fondamentale per promuovere e favorire la massima creatività pedagogica per scelte innovative che si possono alimentare con i suggerimenti e la partecipazione di tutte le componenti della comunità professionale ed educativa. Tutti dovranno essere coinvolti in questo processo di rinnovamento, comprese le strutture periferiche degli enti locali e delle associazioni che svolgono sostegno educativo extrascolastico nel territorio, specie in zone particolarmente a rischio, dove la collaborazione di tutta la comunità risulta determinante.

Ciò sarà particolarmente necessario con la ripresa nel prossimo anno scolastico, se si dovranno garantire condizioni di sicurezza che dovranno ridurre il numero di alunni presenti contemporaneamente negli edifici scolastici. 

Tuttavia, le virtuose collaborazioni avviate potranno svolgere anche la funzione di laboratorio per la messa a punto di didattiche che vedano la possibilità di fruire ordinariamente di tutti gli spazi che il territorio può offrire per lo sviluppo di apprendimenti significativi.

La valutazione finale nel primo ciclo

Mentre dall’analisi del presente possono scaturire buone prospettive per la riapertura delle scuole a settembre, è ancora possibile compiere qualche posso per chiudere bene questo anno scolastico caratterizzato dall’emergenza. Il ministero si accinge ad emanare, ai sensi del decreto legge 8 aprile 2020 n. 82,  l’ordinanza relativa agli scrutini ed esami nel primo ciclo di istruzione. In questo ordine di scuola esiste una collaudata tradizione pedagogica sul valore formativo della valutazione cui giustamente in questo periodo è stato dato rilievo attraverso il ricorso a strumenti poco formalizzati che vanno dall’ascolto attivo, al dialogo, alla verifica e al feed-back costruttivo, alla costruzione di un “sentimento di riuscita” e di consapevolezza. 

Questa delicatezza della valutazione è difficilmente rappresentata dall’espressione di voti numerici in decimi per ogni disciplina e quindi invita ad adottare, a maggior ragione nella straordinarietà della situazione di emergenza, una valutazione finale narrativa e descrittiva che dia valore alle conquiste e ai progressi negli apprendimenti effettuati dai bambini e dai ragazzi. Sarebbe quanto mai opportuno chiedere alle scuole un sobrio profilo che descriva, in termini pro-attivi, lo sviluppo degli apprendimenti e dei comportamenti (cognitivi, sociali, personali) da riportare nel documento di valutazione degli allievi, nell’apposito spazio già ora previsto per il giudizio globale, omettendo l’indicazione del voto finale sulle singole discipline.

L’esame di fine primo ciclo

Appare del tutto coerente con la situazione di emergenza richiedere agli allievi di fine primo ciclo la produzione di un elaborato (testo, ricerca, ipertesto, video, manufatto con istruzioni, produzione artistico-espressiva, ecc.) che presenti un tema di carattere pluridisciplinare, sviluppato attraverso l’apporto di diverse discipline e delle esperienze di apprendimento sviluppate anche a distanza (comma b, lettera 4 dell’art. 1 del decreto legge 22/2020). Lascia qualche perplessità la previsione del legislatore di eliminare, a differenza di quanto è stabilito per il secondo ciclo, un momento finale, di valore anche formativo e simbolico, in cui il candidato sostenga, sia pure in modalità telematica, un breve colloquio di fronte al consiglio di classe ed al dirigente scolastico. Senza appesantire le operazioni di fine anno scolastico, sia per gli allievi (e le loro famiglie), sia per i docenti, si suggerisce di mantenere una forma di incontro – a distanza o, se le condizioni lo permettessero, in presenza – del candidato con il proprio consiglio di classe per presentare il lavoro predisposto, dare conto del significato delle attività svolte anche a distanza,  consentire un saluto ed un dialogo sulle prospettive di impegno futuro dell’allievo. Questo breve colloquio avrebbe il significato di un impegno di responsabilità da assumere, anche in un periodo di emergenza, di fronte ai propri insegnanti, che oltretutto possono restituire valore al percorso formativo svolto.

Italo Fiorin, Maria Patrizia Bettini, Giancarlo Cerini, Sergio Cicatelli, Franca Da Re, Gisella Langè, Franco Lorenzoni, Elisabetta Nigris, Carlo Petracca, Franca Rossi, Maria Rosa Silvestro, Rosetta Zan. Collaborazione di Daniela Marrocchi 

La Scuola in remoto

La Scuola in remoto: quali soluzioni a livello internazionale

di  Marina Imperato

‘L’esperienza non è quello che succede all’uomo. E’ quello che l’uomo fa con quello che gli succede’ (Karl Weick)

Il futuro è adesso (?)

      Negli ultimi giorni di febbraio, Indra, società spagnola di tecnologia e consulenza, ha annunciato di aver sviluppato una nuova torre di controllo digitale gestita da remoto, senza la necessità dell’intervento umano, per la gestione del traffico aereo in grado di garantire livelli mai raggiunti prima di sicurezza grazie all’uso dell’intelligenza artificiale. Il sistema sviluppato si basa su architetture avanzate di ‘deep learning’ addestrate per eseguire molteplici processi operativi attraverso una visione artificiale autonoma, in grado di rilevare anche eventuali anomalie dell’aeromobile durante l’atterraggio o il decollo, oppure minacce di varia natura per la sicurezza e di comunicarle al controller per gli opportuni interventi. Considerate le dimensioni raggiunte dal traffico aereo a livello mondiale, siamo di fronte ad una nuova – e per certi aspetti clamorosa – fase dello sviluppo a cui le applicazioni del digitale possono condurre.

      Più o meno negli stessi giorni, sull’Italia iniziava ad addensarsi l’ombra lunga dell’epidemia di COVID-19 che, partita dalla Cina, aveva raggiunto velocemente l’Iran dove si era manifestata in modo inaspettatamente violento. Neppure questa ‘velocità’ ha allarmato le nazioni occidentali che, sulla base della esperienza tutto sommato circoscritta dell’epidemia di SARS sviluppatasi tra il 2002 e il 2003, hanno valutato come adeguate, per circoscrivere il contagio, le misure restrittive adottate nei confronti della Cina. 

      Viene da chiedersi quale dei due ‘eventi’ avrà maggiore impatto a lungo termine: quello di origine ‘naturale’, oppure quello determinato dal genere umano? Certo è che l’evento naturale è entrato a gamba tesa in tutti gli ingranaggi sociali, fermandoli, rallentandoli, creando disorientamento, mentre quello tecnologico è passato sotto silenzio.

      La portata di comprensibile emotività che sempre si lega alle catastrofi naturali si confronta con la impassibilità con la quale vengono accolte notizie riguardanti innovazioni tecnologiche, sia pure potenzialmente rivoluzionarie. E perciò è interessante riflettere sul tipo di risposta che la stragrande maggioranza delle nazioni, con sempre maggiore determinazione, ha dato al dilagare dell’epidemia: interrompere qualsiasi attività sociale. Si tratta di una risposta ‘primitiva’, ancestrale: di fronte al pericolo e in mancanza di strumenti per affrontarlo, l’istinto e la ragione – anche nel caso dell’epidemia COVID-19 – hanno concordato sull’unica soluzione possibile.

Choc simmetrico, ma condizioni (e soluzioni) asimmetriche

      La Scuola, proprio perché custode delle generazioni più giovani, è stata il primo avamposto dell’ingranaggio sociale da mettere in sicurezza, dunque la sospensione delle attività didattiche (e, in seguito, la chiusura degli edifici scolastici) è stato il vero segnale di allarme lanciato in Italia. Sull’esempio italiano, l’ondata si è estesa alle nazioni europee, alla Turchia, al Medio Oriente, al continente asiatico e a quello africano, così come riportato dalla infografica UNESCO in cui si presenta la situazione mondiale aggiornata al 4 aprile.

      L’espressione ‘choc simmetrico’, utilizzata dal ministro dell’Economia e delle Finanze, Roberto Gualtieri, sintetizza in modo efficace la situazione anche per quel che riguarda il campo dell’educazione/istruzione: la sospensione delle attività didattiche in presenza riguarda infatti oltre il 91% della popolazione studentesca mondiale di ben 138 nazioni di tutti i continenti. Quindi, i Governi di queste nazioni insieme con i rispettivi Ministeri dell’Istruzione/Educazione si sono trovati ad affrontare, sia pure in tempi diversi, problemi che mai prima si sono posti in termini di tale ampiezza e durata: assicurare il diritto allo studio, assicurare la continuità della didattica, sostenere l’apprendimento, fornire indicazioni e procurare soluzioni alle scuole, assicurare il funzionamento amministrativo, fornire i mezzi per arginare/evitare/mitigare le situazioni di gap che le crisi amplificano. Detto in altri termini, la sospensione delle attività didattiche in presenza ha amplificato la necessità di assicurare una connessione da remoto per garantire a tutti gli studenti il diritto all’istruzione in termini concreti.

[Infografica UNESCO aggiornata al 4 aprile 2020]

      Lo choc simmetrico riguarda, come si evince dalla infografica UNESCO, quasi 1miliardo e 600milioni di giovani, ma anche milioni di docenti, milioni di dirigenti scolastici che in contemporanea, ciascuno per il proprio ruolo e funzione, hanno cercato di ‘attrezzarsi’ per attenuare le conseguenze, non solo educative e culturali, di questa forzata interruzione.

      Le aule sono vuote ovunque, tuttavia le misure prese dalle singole nazioni sono diverse tra loro, così come le soluzioni per la didattica di cui si elencano quelle maggiormente praticate:

      Soluzione-base: La maggior parte delle nazioni, tra cui l’Italia, stanno provvedendo alla erogazione del servizio mediante l’utilizzo di piattaforme online (Cina, Francia, Grecia, Giappone, Portogallo, USA, Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Argentina, Messico, …) per connettersi con gli alunni e svolgere lezioni live, oppure – in aggiunta – ricorrere alla registrazione MOOC (Massive Online Open Courses). Con ogni probabilità, però, il mezzo più utilizzato per mantenere la continuità e la contiguità comunicativa tra i docenti e gli alunni sono le apps.

      Soluzione-base implementata: agli strumenti precedenti alcune nazioni (tra cui Argentina, Cina, Francia, Spagna, Arabia Saudita) hanno affiancato anche la televisione ed altri media per l’erogazione del servizio scolastico. Anche in Italia si sta pensando a come meglio utilizzare tale mezzo, attualizzando ormai lontani e famosi programmi televisivi, tra cui quello iniziata nel 1958 con il progetto pilota ‘Telescuola’ programma a carattere «sostitutivo», diretto a consentire il completamento del ciclo di istruzione obbligatoria ai ragazzi residenti in località prive di scuole secondarie (4 milioni di ascolto giornalieri), e alcune esperienze sono già partite a livello locale.

      Tuttavia, la diffusione e il possesso dei devices uniti alla oggettiva problematica della connettività che non garantisce la copertura in zone impervie e/o disagiate rappresentano l’ostacolo maggiore per evitare e/o per mitigare situazioni che, altrimenti, rischiano di far scivolare definitivamente nel dropping out gli alunni più deboli. Le condizioni di asimmetria sociale, peraltro già ampiamente diffuse ‘a macchia di leopardo’ anche nelle nazioni occidentali, possono pertanto amplificarsi velocemente in maniera imprevedibile e irrecuperabile per milioni di giovani. Soluzioni per poter raggiungere lo scopo in maniera rapida ed estesa sono state individuate quasi ovunque: in Cina, gli studenti in condizioni disagiate sono stati dotati di ‘pacchetti dati mobili’, mentre in Francia si è optato per la strategia del ‘prestito’ di devices e di altri servizi informatici per quel 5% di alunni (la maggior parte di origini immigrate) che non accedono ad Internet e/o che non possiedono un computer. In Italia, invece, la soluzione al momento ‘attiva’ è quella di destinare fondi specifici a tutte le scuole affinché provvedano in autonomia all’acquisto di beni informatici da assegnare agli alunni disagiati.

      Anche l’Unione europea e l’UNESCO hanno cercato di offrire sostegno predisponendo materiali ed informazioni su siti dedicati (https://ec.europa.eu/education/resources-and-tools/coronavirus-online-learning-resources_en; https://en.unesco.org/covid19/educationresponse/solutions), ma la vera ‘partita’ si gioca ‘in solitaria’ nelle nazioni che, singolarmente, rispondono all’emergenza sulla base dei propri mezzi, della propria cultura e della propria normativa.

L’organizzazione scolastica e le ‘tecnostrutture’

      Grazie ad interventi diffusi attivati negli anni scorsi, ma soprattutto grazie alla Legge 107/2015 che ha introdotto il Piano Nazionale Scuola Digitale creato per rispondere operativamente alle sfide di innovazione anche nel settore scolastico, il sistema di istruzione italiano possiede una ‘infrastruttura’ basata sulle professionalità (Animatori digitali, Team dell’Innovazione) che, in questo momento, si è rivelata quantomai utile. Poter contare su questa ‘tecnostruttura’, presente in ogni scuola, ha reso più agevole – passato il primo comprensibile momento di disorientamento – l’avvio della didattica digitale che, però, necessita di interventi ragionati, condivisi e programmati soprattutto in vista della conclusione dell’anno scolastico e degli imminenti esami di Stato.

      Contestualmente bisogna considerare anche l’aspetto relazionale, concomitante quello dell’apprendimento, che a dispetto della diffusione dei mezzi di comunicazione digitale, resta fondamentale per la crescita e lo sviluppo personale dei giovani, per il confronto sociale e per la comprensione della ‘regolazione’ della vita collettiva. La Scuola è il macro-luogo dove tutto questo avviene quotidianamente, in maniera diversamente organizzata da nazione a nazione, e il suo denominatore universale – al di là delle differenze – consiste appunto nell’accogliere all’interno dei suoi spazi, far incontrare e far vivere insieme quotidianamente giovani per prepararli all’età adulta.

      Da oltre un mese, l’hub dell’istruzione a livello mondiale è fisicamente deserto e chissà per quanto tempo ancora tale resterà, anche se il flusso delle relazioni non si è spezzato: alcune nazioni, come la Cina, il Giappone, la Spagna e gli USA offrono assistenza psicologica h24 a tutti coloro che manifestano seri problemi nel sostenere la situazione di isolamento e di distanziamento sociale forzato. In Italia, alcune singole scuole, nell’ambito della loro autonomia, stanno offrendo questo tipo di supporto attraverso consulenti individuati ad hoc. Manca, invece, nella scuola italiana una ‘tecnostruttura’ dedicata in maniera specifica ed esperta al supporto psicologico individuale degli studenti, slegata dai bisogni degli alunni con disabilità per i quali la ‘rete’ di sostegno (gruppo GLHO) esiste da tempo.

      La realtà è che esiste una Scuola ‘profonda’ più incline alla laboriosità, alla soluzione dei problemi, che non si sta tirando indietro neanche davanti ad un evento di dimensioni gigantesche, che sta trovando – nella maggior parte dei casi – le risposte da sé, in autonomia di ricerca, di organizzazione, di flessibilità. La gestione da remoto di un processo così complesso e dalle dimensioni immense sta mettendo in circolo esperienze, riflessioni ed esperimenti: in pratica, tutte le categorie dei lavoratori della Scuola stanno affrontando – in modo simmetrico – una esperienza di apprendimento collettivo che ha caratteristiche di unicità e di simultaneità.

      Dunque, il futuro è adesso: le tecnologie digitali stanno consentendo, pur con tutti i limiti che ogni ‘prima volta’ comporta, la gestione da remoto della didattica, ma anche degli aspetti organizzativi ed amministrativi. Sarà necessario, quando la Scuola riaprirà i battenti, non archiviare questa esperienza considerandola un inciampo, ma valutarla in tutte le sue potenzialità, e ragionando in termini di ‘prospettiva del possibile’ e della ricerca continua.

      Anche la Scuola non può più tirarsi indietro nel considerare le potenzialità del digitale, nella piena consapevolezza di avere un compito ‘immateriale’ ed etico, profondamente diverso rispetto a quelli che contraddistinguono le altre Amministrazioni. Eppure, forse la sfida più complessa per la ricerca tecnologica sta proprio nel confrontarsi con la Scuola e trovare soluzioni per un ‘traffico’ di persone altrettanto numeroso di quello che ogni giorno – in condizioni normali – affolla gli hub di tutto il pianeta.

La scuola, prima e dopo il Covid-19

La scuola, prima e dopo il Covid-19

di Marco Macciantelli

Cambiano le forme della conoscenza

La prima Raccomandazione europea per le competenze chiaverisale al 18 dicembre 2006. La versione più recente al 22 maggio 2018. In entrambe, in posizione centrale, la competenza digitale. Non ce lo chiede l’Europa; ma la società in trasformazione. Il Piano Nazionale Scuola Digitale solo in parte ha saputo cogliere il senso di questa direzione di marcia.

         Nel frattempo, nell’arco di un paio di generazioni, siamo passati dal pennino intinto nell’inchiostro al web, senza dover rinunciare né alla lettura né alla scrittura.

         So bene che la lezione dalla cattedra, con i libri di testo, in formato cartaceo, ha avuto – e tuttora ha – delle ragioni. So anche che il mondo reale ci sollecita a volgere lo sguardo verso altri orizzonti.

         Senza produrre steccati. Una varietà di esperienze non è solo, come si ama ripetere, una ricchezza, ma – più semplicemente – un fatto. I libri erano e restano essenziali. Ma non è detto che debbano continuare ad essere veicolati attraverso l’invenzione della stampa del buon Gutenberg (vissuto tra il 1400 e il 1468), anch’essa, nel corso del tempo, segnata da significativi cambiamenti.

         Giusto riconoscere il diritto a coltivare il gusto antico della carta, la nobile attitudine alla scrittura chirografica, il piacere, anche estetico, della calligrafia, valori che meritano di essere custoditi come un patrimonio di civiltà; ma non c’è innovazione, dotata di pubblica utilità, a cui si possa rinunciare a cuor leggero.

Ambienti di apprendimento in emergenza

         Da qualche anno è molto à la page parlare di ambienti di apprendimento.

         Il comma 153 della Legge 107 del 13 luglio 2015 ne tratta in termini, non agiografici, ma concreti, strutturali, spiegando che occorre “favorire la costruzione di scuole innovative dal punto di vista architettonico, impiantistico, tecnologico, dell’efficienza energetica e della sicurezza strutturale e antisismica”. In tal modo rendendole coerenti con la transizione ecologica in atto, a favore dei valori della salute e della sicurezza (D.Lgs. 81/2008), recuperando il filo di quella parte di autonomia – volta alla ricerca e alla sperimentazione – già presagita, più di vent’anni fa, dall’art. 21, comma 10, della legge 59/1997 e dall’art. 6 del DPR 275/1999.

         Talvolta le situazioni di emergenza possono costituire uno sprone ad accelerare ciò che da tempo è nelle condizioni per essere, non solo immaginato, anche agito e praticato.

         Il DPCM dell’8 marzo 2020 ha previsto che “I dirigenti scolastici attivano, per tutta la durata della sospensione delle attività didattiche, modalità di didattica a distanza, avuto anche riguardo alle esigenze degli studenti con disabilità”. In base all’art. 25, comma 2, del D.Lgs.165/2001 “nel rispetto delle competenze degli organi collegiali scolastici”.[1]

         Sta emergendo, nella situazione data, un modello che porta il Governo, ovvero il Ministero dell’Istruzione, anche attraverso i suoi Capi di Dipartimento, ad interloquire più direttamente con i dirigenti scolastici, mentre la didattica a distanza evidenzia il ruolo essenziale dei team digitali.

La leadership del dirigente scolastico

         La responsabilità del dirigente scolastico orientata all’esercizio di una discrezionalità correttamente intesa come la scelta migliore tra quelle legittime con un accento posto sulla leadership educativa oltre che sulla capacità gestionale.

         A causa del Coronavirus, oltre il Coronavirus.

         Non si tratta di un ripiego, ma di una strategia, impostata prima dell’emergenza e che l’emergenza, sino alla proclamazione della pandemia, in data 11 marzo 2020, da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha ulteriormente sollecitato.

         In tal modo si sta cercando di garantire, con la didattica a distanza per i docenti,[2] e,ai sensi dell’articolo 87 del decreto legge 17 marzo 2020 n. 18, con il lavoro agile per il personale ATA, il funzionamento dell’istituzione scolastica; lavoro agile considerato, da ultimo, come la “modalità ordinaria di svolgimento della prestazione lavorativa”. [3]

         Non sappiamo quando l’attività didattica in presenza potrà riprendere. Timing in atto, al momento, sino al prossimo 3 aprile. Sappiamo che l’attività didattica a distanza sta diventando un patrimonio di valori, etici e civili, oltre che educativi e culturali, di cui potremo giovarci anche dopo l’emergenza sanitaria. Da questo impegno la scuola uscirà rafforzata. La didattica a distanza come un ponte gettato verso la speranza di un’ordinata ripresa dell’attività scolastica quando ci saranno, speriamo presto, le condizioni per farlo.

Dall’adempimento formale alla cultura del risultato

Detto questo, siamo di fronte ad un cambio di senso del sistema che non va sopravvalutato, che non va sottovalutato. Qualcosa di destinato a segnare un passaggio d’epoca e di mentalità. Dal lavoro legato alla presenza al lavoro agile o a distanza. Dal formalismo degli adempimenti alla cultura dei risultati. Qualcosa che può comportare cambiamenti più profondi di quelli perseguiti, tra luci e ombre, dall’innovazione amministrativa nell’ultimo trentennio, dalla Legge n. 241 del 7 agosto 1990 (comunemente detta della trasparenza) e dalla Legge 421 del 23 ottobre 1992 (sulla contrattualizzazione del rapporto di lavoro dei dipendenti pubblici) in avanti.

         I fatti si determinano anche in relazione alle sfide che si pongono e le sfide provocano la necessità di qualche più repentina accelerazione, nell’organizzazione sociale, negli stili di vita, nel ricorso alla tecnologia.

Riannodare la relazione di fiducia tra il Paese e la sua scuola

         La scuola italiana, nell’annuale Rapporto di Demos curato da Ilvo Diamanti, risulta, tra le istituzioni, quella col maggior gradimento dell’opinione pubblica, sopra il 50%; per avere un metro di misura, il Parlamento non va oltre il 10%, i partiti non oltre il 5%.

         In questa fase sta esprimendo uno sforzo non banale. La didattica a distanza, per lo più da costruire ex novo, è senz’altro più impegnativa di quella, che può avere caratteri di routine, in presenza.

         Va dato atto al corpo docente, insieme ai dirigenti scolastici e al personale ATA, di una fattuale assunzione di responsabilità, a presidio della conoscenza, non dissimile, seppur diversa, dall’impegno di quanti, in questa fase, stanno cercando di garantire la tenuta del Paese.

         E’ anche questo tessuto di impegno sociale e civile che contribuisce a tener viva, nella notte del Coronavirus, la luce di una speranza.

La scuola secondo Costituzione

         La scuola è tutt’uno con i valori costituzionali che rappresenta: dal pieno sviluppo della persona umana, a proposito del diritto all’apprendimento degli alunni e al successo formativo, all’esercizio della responsabilità educativa delle famiglie, sino alla libertà di insegnamento, intesa anche come ricerca e innovazione metodologica e didattica.

         Vorrei concludere ricordando due parole, semplici e sorprendenti, dell’art. 97 della Costituzione. Ecco: buon andamento. Danno l’idea di un dinamismo ben orientato. Non l’inerte staticità tipica dell’atteggiamento burocratico, preoccupato del mero adempimento delle procedure; ma la sollecitudine verso un fare ben istruito.

         Questa la scommessa. Questo il compito. Ora più che mai.


[1] All’inizio è stato il Decreto-Legge 23 febbraio 2020, n. 6, Misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19 con chiusura delle scuole di ogni ordine e grado dal 24 febbraio e il 1° marzo. Poi il DPCM, a firma del Presidente del Consiglio dei Ministri e del Ministro della Salute, del 25 febbraio 2020; la Direttiva n. 1/2020 della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Ministro per la Pubblica Amministrazione – del 26 febbraio 2020; il DPCM 1° marzo 2020che ha previsto da lunedì 2 marzo sino a domenica 8 marzo la sospensione dell’attività didattica tuttora in atto; il DPCM 4 marzo 2020; il DPCM 8 marzo 2020; il DPCM 9 marzo 2020 con sospensione delle attività didattiche in presenza fino al 3 aprile 2020; ultimo, in ordine di tempo, il DPCM dell’11 marzo 2020, nel quale le misure sono estese all’interno territorio nazionale. Il DPCM del 1° marzo 2020 prevedeva dal 2 marzo sino a domenica 8 marzo la sospensione dell’attività didattica in presenzae, al contempo, all’art. 4, lettera d) spiegava che “i dirigenti scolastici delle scuole nelle quali l’attività didattica sia stata sospesa per l’emergenza sanitaria, possono attivare, sentito il collegio dei docenti, per la durata della sospensione, modalità di didattica a distanza avuto anche riguardo alle specifiche esigenze degli studenti con disabilità”. Nel DPCM del 4 marzo 2020, all’art. 1 lettera g) è stato precisato che: “i dirigenti scolastici attivano, per tutta la durata della sospensione delle attività didattiche nelle scuole, modalità di didattica a distanza avuto anche riguardo alle specifiche esigenze degli studenti con disabilità”.

[2] Cfr. il Decreto-Legge pubblicato sulla “Gazzetta Ufficiale”, serie generale, n. 70, del 17 marzo 2020, n. 18, in particolare l’art. 120 (Piattaforme per la didattica a distanza).


[3] Sul lavoro agile cfr. la Legge 22 maggio 2017, n. 81, capo II, Lavoro agile, art. 18; la Nota n. 300 del 9 marzo 2020, laddove si spiega, nel punto 3) Lavoro agile, che “si ritiene che, per il corrente mese, possano autorizzarsi ulteriori esperienze continuative di lavoro agile, fino a un massimo di 15 giornate lavorative complessive”; la Nota n. 300, sempre del del 9 marzo 2020, laddove, nel punto 3) Lavoro agile, si evidenzia che il personale che fruisce del lavoro agile deve dichiarare, sotto la propria responsabilità, “di disporre di una connessione Internet dal proprio domicilio e di una strumentazione informatica per lo svolgimento dell’attività lavorativa, idonea all’eventuale configurazione da parte dell’amministrazione”; la Nota 323 del 10 marzo, in relazione alla legge 12 giugno 1990, n. 146, in riferimento all’esigenza di garantire “servizi pubblici essenziali”;
la Direttiva n. 2/2020 del 12 marzo del Ministro per la Pubblica Amministrazione Fabiana Dadone; la Nota del 12 marzo 2020 del Ministero dell’Istruzione sul lavoro agile a firma della Dott. Giovanna Boda, Capo Dipartimento per le risorse umane, finanziarie e strumentali, Direzione Generale per le risorse umane, finanziarie e contratti; sino alla Nota n. 392 del 18 marzo 2020 a firma del Dr. Marco Bruschi, Capo Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e di formazione, successiva e interpretativa del Decreto-Legge, n. 18, del 17 marzo u.s., specie in riferimento all’art. 87, con il lavoro agile considerato come“modalità ordinaria di svolgimento della prestazione lavorativa”.

Riflessioni dalla zona rossa

Formazione all’…insicurezza
Riflessioni dalla zona rossa

di Bruno Sozzi

Piacenza, domenica 8 marzo 2020

Dopo le prime anticipazioni di mercoledì 3 (chiusura delle scuole sino al 15 marzo) di primo mattino arriva la certezza che il Corona virus va presa molto sul serio! Dalla rassegna stampa apprendo della conferenza stampa del Capo del Governo e dell’assalto ai treni nella stazione di Milano. La nipote dalla Sardegna mi chiama preoccupata e, nel dialogo, mi conferma l’avvenuto arrivo, nella settimana precedente, di numerosi “continentali” proprietari di seconde case “fuggiti” dal temuto pericolo di contagio. I tanti dibattiti ruotano attorno a termini precisi: informazione,consapevolezza del pericolo e responsabilità verso terzi.

Nel primo pomeriggio nella trasmissione In ½ ora emerge una buona dose di irresponsabilità di tanti giovani “assembrati” dopo le ore 23 in una piazza di Roma; si abbracciano, minimizzano e ironizzano sulle misure di cautela suggerite dalle autorità e, da non credere, affermano pure: se non fossero chiuse le scuole noi non saremmo qui (!?). I due esperti virologhi presenti al dibattito commentano preoccupati e riconfermano il ruolo della responsabilità individuale.

A questo punto la mente di un formatore alla sicurezza (sul lavoro) del personale scolastico e delle “future generazioni” va al primo comma dell’art. 20 del d.lgs, 81/2008 (Obblighi dei lavoratori) sempre presentato e sottolineato come un caposaldo, prima di tutto culturale: Ogni (lavoratore) deve prendersi cura della propria salute e sicurezza e di quelle altre persone (presenti sul luogo di lavoro), su cui ricadono gli effetti delle sue azioni o omissioni, conformemente alla sua formazione, alle istruzioni e ai mezzi forniti (dal datore di lavoro).

La funzione dell’«insicurezza»

Nella presentazione dei 4 termini usati spesso impropriamente come sinonimi (pericolo, rischio, incidente, infortunio) ho sempre sottolineato che per poter possedere la sicurezza di comportamento occorre essere anche dubbiosi e insicuri: sicurezza e insicurezza sono strettamente connessi e non vi può essere educazione alla sicurezza che non sia anche educazione all’insicurezza, cioè al dubbio e alla critica. Il dubbio mantiene quel clima di tensione che suscita le energie migliori dell’uomo mettendolo alla prova attraverso il rischio calcolato, per restituirgli poi integro e più ricco il senso di sé, la fiducia e la sicurezza del proprio io. Il dubbio non deve ridursi a paura e timore (con il decadimento del tono vitale, un senso di sfiducia, di povertà interiore); il dubbio e l’insicurezza devono avere una funzione animatrice nel senso di problematizzare l’esperienza umana, per poter operare le scelte giuste che sgombrino il cammino da ciò che ci si oppone e ci insidia.

Sull’argomento ho spesso esemplificato: se vado in bicicletta sulla ciclabile rallento il mio stato di attenzione (mi sento abbastanza sicuro di non incontrare pericoli), diversamente da quando percorro una strada con a destra una fila di auto dalle quali posso attendermi l’apertura disattenta di una portiera (mi sento insicuro).

Aperti una visione d’insieme

Queste considerazioni ci confermano che l’educazione è una questione importante e complessa, risultato di azioni intenzionali, specifiche (età e ambiente) e mirate all’obbiettivo. E’ indispensabile un buon equilibrio tra prudenza e capacità di dominare paure (appresa durante le prove di evacuazione!), oscillando sempre tra sottovalutazione e sopravalutazione del rischio o tra superficialità ed eccesso di cautela; spesso non riusciamo a reagire razionalmente e sbagliamo sia a  non preoccuparci affatto che a preoccuparci troppo. 

E’ comunque indispensabile una corretta e completa formazione/informazione e la visione d’insieme propria dell’uomo pienamente umano. Per questo l’OMS nel suo recente rapporto “A future for the worldd’s chidldren?” ci ricorda le tante attuali sfide: i cambiamenti climatici e gli stili di vita delle nazioni ricche che provocano il degrado ambientale, la malnutrizione diffusa, i conflitti e le migrazioni…E proprio oggi il Papa durante l’Angelus ha ringraziato quanti, in piazza S. Pietro, hanno invitato con un manifesto a non dimenticare quanto accade nella provincia siriana di Idlib.

Per chiarire il concetto riporto nel riquadro una “favola” e la sua “morale” accolta sempre con favorevole sorpresa dai miei discenti.


La meravigliosa storia dell’elefante

Nel tempo antico, in un paese dell’Arabia Felice, regnava il califfo Omar an-Numàn, uomo ricchissimo e benvoluto da tutti per la sua saggezza. Il califfo Omar an-Numàn era di larghe vedute e non si arrestava all’apparenza delle cose. Prima di esprimere un giudizio si sforzava sempre di capire le relazioni e i legami che ci sono tra i fatti, anche se a prima vista questi possono sembrare isolati e diversi. Il califfo perciò veniva rattristato dalla grettezza di spirito dei suoi ministri, che non vedevano più in  là del loro naso. «Va’ in giro per il mio regno -disse un giorno il califfo ad un suo servo fidato- e trova, se ti  riesce, tutti quegli uomini sfortunati che sono ciechi fin dalla nascita, e che non hanno mai sentito parlare degli elefanti». Il servo fedele eseguì l’ ordine e dopo qualche tempo ritornò con alcuni uomini ciechi fin dalla nascita. Essi erano cresciuti in villaggi sperduti tra le montagne; perciò degli elefanti non  avevano mai sentito parlare, e non ne supponevano nemmeno l’ esistenza. Il califfo Omar an-Numàn fece allora preparare un gran ricevimento e invitò a cena tutti i suoi ministri. Alla fine del banchetto il califfo batté le mani e da una grande porta di bronzo entrò nella sala un gigantesco elefante. Subito dopo, da un’ altra porticina, avanzarono i ciechi. «Mi sapreste dire che cos’è un elefante?» chiese Omar an-Numàn tra lo stupore dei convitati. «No. -risposero in coro i ciechi- È la prima volta che sentiamo questa parola». «Ebbene -riprese il califfo -di fronte a voi c’è un elefante. Toccatelo, palpatelo, cercate di comprendere di cosa si tratta. Colui che darà la risposta giusta riceverà cento dinàr d’oro». I ciechi si affollarono attorno all’animale e cominciarono a toccarlo con attenzione, soffermandosi via via a riflettere sulle sensazioni ricevute. Un cieco stava lisciando da cima a fondo la grossa zampa dell’animale; la pelle dura e rugosa gli sembrava pietra, la forma era quella di un lungo cilindro. «L’elefante è una colonna» esclamò soddisfatto, certo di aver guadagnato per primo la ricompensa.  «No! -gridò un secondo cieco -L’elefante è una tromba!» Egli aveva toccato la proboscide e rivolto la sua attenzione solo a questa parte dell’animale.  «Niente affatto. L’elefante è una corda!» disse il cieco che aveva toccato la coda.  «Ma no! L’elefante è un grosso ventaglio» ribatté chi aveva toccato l’orecchio.  «Vi sbagliate tutti; l’elefante è un pallone gonfiato! » urlò il cieco che aveva toccato la pancia. Tra i ciechi regnava il disaccordo perché ognuno aveva la presunzione di conoscere l’intero elefante pur avendone toccato solo una piccola parte Il saggio Omar an-Numàn, soddisfatto , si rivolse allora ai ministri: «Chi non si sforza di avere della realtà una visione più ampia possibile, ma si accontenta degli aspetti separati e parziali senza metterli in relazione tra loro, si comporta come questi poveri ciechi. Egli potrà conoscere a fondo tutte le rughe che ci sono in una zampa dell’elefante, ma l’intero elefante non lo vedrà mai; anzi, non saprà nemmeno che esiste un siffatto animale».