L. Levi, La sposa gentile

Come raccontare la storia

di Antonio Stanca

È nata a Pisa nel 1931 da una famiglia piemontese di origine ebraica che nel 1938, quando lei aveva sette anni, si è trasferita a Roma. Qui ha letto molto, ha studiato, si è laureata in Filosofia, si è sposata, ha avuto figli, qui ancora risiede all’età di ottantuno anni. È stata giornalista, sceneggiatrice, scrittrice. Ha fondato e diretto per trent’anni “Shalom”, una rivista mensile della comunità ebrea di Roma. Alla narrativa è approdata in età matura con il romanzo Una bambina e basta del 1994 ed ha continuato fino ai giorni nostri mostrandosi molto prolifica e impegnandosi in romanzi per ragazzi e per adulti. E’ stata più volte premiata. Si tratta di Lia Levi della quale nel 2011 è comparsa, nella serie Tascabili della casa editrice e/o di Roma, l’opera più recente, il romanzo La sposa gentile.

Anche in quest’ultima narrazione ritornano temi e problemi legati alla condizione degli ebrei in Italia durante la prima metà del secolo scorso. Stavolta si dice di una famiglia ebrea vissuta nel primo Novecento nella provincia di Cuneo, a Saluzzo, dopo che i suoi antenati avevano sofferto le pene del vicino ghetto. Lontana da tali tristi esperienze la famiglia si è ricomposta, ha fatto la sua fortuna, si è inserita nel contesto urbano e nei rapporti con gli altri ebrei del posto, pratica la sua religione, osserva le regole di questa  all’interno della casa, segue la crescita e la formazione dei quattro figli.

Dai primissimi anni del ‘900, dalla monarchia sabauda, dalla prima guerra mondiale, dal socialismo riformista e rivoluzionario, dalle leggi circa l’emancipazione femminile all’avvento del fascismo, all’alleanza col nazismo, alle leggi razziali, alla seconda guerra mondiale, dalla luce delle candele a quella elettrica, dalle carrozze alle automobili corre il tempo del romanzo e la vita della ricca famiglia ebrea Segre di Saluzzo con quanto le avviene intorno  è in esso inserita durante la sua fase migliore, quella lontana dal vecchio ghetto e dalle future persecuzioni, sospesa tra i due momenti e rivolta, dedita a fare, a realizzare. Tra i fratelli Segre sarà il più giovane, Amos, a distinguersi per l’intraprendenza, la capacità di decidere, agire,  accrescere le proprie ricchezze, potenziare la banca ereditata dal padre. Sarà lui ad avere una “sposa gentile”, una donna che gli starà sempre vicino, che, grazie alle attenzioni mostrate per la casa, per i figli, riuscirà a farsi accettare dagli altri familiari, tutti ebrei, che prima l’avevano esclusa perché non ebrea. Amos vedrà così realizzati i suoi sogni, compiute le sue aspirazioni ad accumulare una notevole ricchezza e farla godere dalla moglie e dai figli. Ma non dureranno molto queste vittorie ché già dalla prima guerra mondiale, dalle sue conseguenze in ambito politico e sociale giungeranno i segnali dei pericoli ai quali andavano incontro la famiglia di Amos e quelle dei fratelli. A causa di una malattia egli morirà prima del tempo e prima delle altre finirà la fortuna sua, dei figli e della moglie.

Ad un fallimento fa assistere, infine, la Levi, alla triste conclusione di una vicenda veramente accaduta come tante altre delle quali ha detto in altre opere. “Il racconto della storia” è stato definito il suo modo di narrare poiché sempre nei suoi romanzi è possibile rinvenire avvenimenti verificatisi effettivamente e possibili di essere ricondotti ai tempi della vita dell’autrice e della sua famiglia. Più scoperto è l’autobiografismo in alcune narrazioni a conferma della tendenza della scrittrice a dire della realtà, della vita senza escludere la propria dal momento che quello della difficile condizione degli ebrei e dei loro bambini nell’Italia del primo Novecento è un suo motivo ricorrente. È lei la bambina ebrea che si trova in tanti romanzi compreso quest’ultimo, la bambina che ha seguito la famiglia in città, in case diverse, che non ha potuto frequentare scuole pubbliche, che ha sofferto tante privazioni. E più numerose sono le opere della Levi destinate ai bambini perché una testimonianza ha cercato con esse alla sua vita da bambina, perché interprete è stata la sua scrittura dell’antica concezione ebraica che le affida il compito di insegnare, istruire i più piccoli, legarli al sapere, unirli nella cultura, formarli all’unità della famiglia, trasmettere loro la memoria del passato ebreo affinché sia continuata. Nella scrittura l’unione, la saggezza, la salvezza ha perseguito la Levi da vera scrittrice ebrea, con la scrittura tutto della storia sua, della sua gente, delle tradizioni, dei costumi, della religione, delle leggende di questa ha voluto salvare e sempre capace si è mostrata di saper combinare la verità con l’immaginazione, la realtà con l’idea, l’azione con il pensiero, il corpo con l’anima, di saper procedere con un linguaggio chiaro, semplice. Piace leggere la Levi tanto ricco e tanto facile è il suo “racconto della storia”.

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