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In attesa della preannunciata(?) parola del Ministero…

di Francesco G. Nuzzaci

Lettera alla Ministra

Noi studenti gladiatori

Siamo studenti gladiatori, cara Ministra della scuola.

Otto milioni di cervelli senza tetto, giovani monadi senza più finestre, pseudovacanzieri senza gioia né mare né sole, solo vacatio, vuoto, buco nero, che tutto inghiotte nel suo vorace niente.

Solo nella mia stanza, sirene e megafoni strillano incubi in attesa della videolezione. Non è scuola ma mimesi, idoli virtuali, ombre di volti amici nella caverna del pensiero.

Dove sono odori, rumori, scherzi, risa e pianti, tra banchi e lavagne dipinte di formule di gesso? Quanto rimpiangiamo quella sveglia la mattina.

Tiriamo avanti grazie ai nostri professori, scudi di quiete nella tempesta che infuria, carezze d’amore per noi quasi figli.

Non è questo virus maledetto, che forse nel suo male può insegnare, ma la realtà che ci bandisce nel limbo dell’attesa.

Esami? Università? Domande negate di un mondo che ci sottovaluta perché non maturi, a stento maturandi, risposte che nessuno ha ancora proferito.

Ma nell’arena siamo noi, e chi mi spaventa son quelli  nei posti d’onore, laggiù sugli spalti, che decideranno delle nostre piccole grandi vite.

Che starà pensando il nostro imperatore, il suo pollice ci salverà o condannerà alla paura?

Io gladiatore urlo e sobillo il pubblico, che diventi finalmente parte dello spettacolo e non sprechi il nostro sangue tra discorsi astratti e fantasiosi, perché negare l’evidenza ci fa cibo per leoni, sconfitti da un esame offline dalla realtà.

Non basterà la promozione e una medaglia di latta sui nostri petti glabri, la nostra prova sia a misura di studente e non d’informatico demiurgo.

Io gladiatore, soldato della mia cultura, voglio la verità, non questa arena angusta; solo così saremo vincitori, semineremo questo campo di battaglia per donare ai nostri successori un giardino di bellezza, non una diretta webcam senza cuore.

Francesco Cosimo Andriulo – Classe V M Indirizzi Scienze Applicate – Liceo “Cartesio” di Triggiano (BA)


Una lettera non ministeriale

Una lettera non ministeriale

di Maurizio Tiriticco

Nel maggio del 1967 don Milani e i suoi alunni della Scuola di Barbiana pubblicano la “Lettera a una professoressa”. Lamentano il fatto che troppe professoresse, in genere di origine socioculturale piccolo-borghese, insistano nel bocciare molti dei loro alunni. Ed, ovviamente, quelli provenienti da classi sociali disagiate. Si tenga presente che l’avvio della scuola media unica obbligatoria – con conseguente abolizione dei tre anni postelementari dell’avviamento al lavoro – ha avuto inizio con l’anno scolastico 1963-64. Ed i primi della nuova scuola anni furono proprio contrassegnati da un alto numero di bocciature. La “professoressa”, abituata a confrontarsi con alunni provenienti dalle classi borghese e piccolo-borghese, ovviamente “faceva fatica” a confrontarsi con alunni provenienti a volte in larga misura da famiglie scarsamente acculturare ed alfabetizzate.

Va anche detto che molti di quei “nuovi” alunni mal sopportavano di dover frequentare la scuola dopo aver conseguito la licenza elementare. Anche perché intendevano accedere direttamente al mondo del lavoro senza troppe remore e laccioli. In seguito, con il trascorrere degli anni, stante anche il fatto che il mondo del lavoro richiedeva soggetti sempre più acculturati, la frequenza della scuola media unica non fu più avvertita come un’imposizione! Anzi! E occorre ricordare che l’accesso agli istituti secondari, soprattutto tecnici e professionali, divenne con il trascorrere degli anni pressocché “naturale”.

In questi giorni, il non potere accedere alle aule scolastiche, all’istruzione che vi è veicolata, stante le limitazioni imposte dalla lotta contro il corona virus, non è avvertito come un “piacere” da parte dei nostri studenti, perché sanno benissimo che perdere giorni e giorni di scuola pregiudica non tanto l’anno scolastico quanto l’acquisizione di quelle conoscenze, abilità e competenze che oggi ed ancor più domani sono indispensabili per qualsiasi loro scelta futura. E non è avvertito come un “piacere” neanche dai nostri insegnanti, dirigenti e personale tutto della scuola. Perdere “giorni di scuola” oggi è come perdere “giorni del nostro futuro”!

In tale difficile contesto/scenario. oggi, dopo tanti anni, abbiamo una nuova “lettera a una professoressa” – rivolta anzi a tutti i nostri insegnanti, dirigenti, studenti e mondo della scuola tutto – ma in una situazione estremamente diversa rispetto a quella del lontano 1967. Si tratta della lettera che la Ministra delI’Istruzione, Lucia Azzolina, scrive agli studenti e alle loro famiglie, agli insegnanti, agli Italiani tutti. E’ una lettera lunga, argomentata, ricca di considerazioni e di consigli anche! Anche perché oggi – rispetto al lontano 1967 – la scuola può disporre di una strumentazione allora forse neanche immaginabile! Alludo, ovviamente, alle TIC, a quelle Tecnologie dell’Insegnamento e della Comunicazione di cui oggi possiamo disporre in larga misura e con ampie possibilità di successo.

Anche se oggi il vis à vis tecnologico non è pari al vis à vis interpersonale, le risorse che offre. In effetti, sono indubbiamente di ottimo livello ed importanti. Se, date certe condizioni, è possibile oggi il telelavoro, può essere possibile anche il telestudio! Un vocabolo che ora il pc mi segnala in rosso, ma che domani mi riconoscerà come corretto. Mi piace concludere con alcuni passaggi e con le ultime parole della lettera della Ministra Azzolina:

“Sono pienamente consapevole che questo cambiamento repentino non è sempre facile da gestire, che ci sono difficoltà tecniche, logistiche, ma so anche che tutti Voi state facendo il meglio che potete, non solo per portare avanti un programma, ma per trasmettere ai ragazzi, e in generale a tutta la nostra comunità, che si può e si deve guardare avanti, con fiducia, nell’attesa di superare la fase di emergenza.

“La didattica a distanza deve tenere al centro l’esperienza e la sensibilità dei docenti, ed è quello che sta avvenendo ogni giorno in più istituti e territori. Così riscopriamo il valore della comunità educante, del confronto costruttivo, che va oltre umane divisioni e personalismi: la scuola funziona grazie all’unione, cooperazione tra le componenti che lavorano insieme a famiglie, studenti e portatori di interessi sul territorio. Questo è il momento di ricorrere alle nostre migliori risorse, perché l’eccezionalità della situazione lo richiede, e so che lo state facendo. Quando si è alla guida di un istituto, l’imperativo, come sa bene ogni dirigente scolastico, è quello di tenere unite tutte le componenti della scuola, di stare vicino ad ogni dipendente e ad ogni studente per affrontare insieme il dolore e le difficoltà, di far sentire la propria presenza con discrezione e disponibilità

“Vi saluto con l’augurio che presto la nuova comunità educante che nascerà da questa esperienza, con una ritrovata capacità di far bene, possa stringersi attorno alle nostre ragazze e ai nostri ragazzi, mentre la campanella li chiamerà a tornare in classe.

Della didattica e della giusta distanza

Della didattica e della giusta distanza

di Alessandra Condito

Da settimane non si fa altro che parlare, come è giusto che sia, di didattica a distanza.

Se ne parla con toni diversi e da prospettive private e professionali differenti.

C’è l’entusiasmo di chi vede finalmente avverarsi il sogno di una scuola digitale, “al passo coi tempi” e chi insiste nel dire che “questa non è scuola. La scuola si fa sui banchi. Punto”. Questo per dire solo delle posizioni estreme. In mezzo, ovviamente, tante sfumature.

Le prospettive con cui si affronta il tema della didattica a distanza sono altrettanto variegate, perché il tema coinvolge dirigenti scolastici, docenti, educatori, studenti, genitori, ma anche studiosi della società che, in un tempo “in cui siamo tutti sulla stessa barca” di fronte al virus, ci ricordano che le barche non sono tutte uguali. E che ci sono interi pezzi del paese per i quali usufruire della didattica a distanza è impossibile, per mancanza di strumenti fisici e culturali che ne consentano la fruizione.

Ma non è di questo che voglio scrivere. Altri meglio di me, e con più autorevolezza, lo hanno fatto. Vorrei per un momento concentrarmi sul tema della distanza, che è poi tema fondativo di ogni relazione.

Distanza tra me e l’altro da me, distanza tra me e l’oggetto amato desiderato irriso temuto, distanza tra me e il diverso da me. Qual è la giusta distanza in ognuno di questi rapporti? Quanti centimetri di distanza dall’oggetto amato, affinché mi ami senza inglobarmi a sé, quanti chilometri dall’oggetto temuto, affinché non mi faccia del male, quanti metri dal diverso da me, affinché ci sia lo spazio per conoscersi senza provare (reciproca) paura?

E nella scuola, qual è la giusta distanza?

“Una compagnia di porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono il dolore delle spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di scaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro tra due mali: il freddo e il dolore. Tutto questo durò finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.” (Arthur Schopenhauer, Parerga e paralipomena, capitolo XXI)

Metafora abusata, mi si dirà. Concordo. Ma la risposta alla domanda successiva forse non è così risaputa.

Siamo sicuri che nella scuola docenti e studenti abbiano trovato la “moderata distanza reciproca”? Quella giusta misura che consenta, dovendo condividere uno stesso spazio, di provare piacere a fare delle cose insieme, cose che, nella scuola, hanno a che fare con la costruzione di conoscenze e competenze, che non è roba da poco?

Da persona che da più di trent’anni lavora nel mondo della scuola mi trovo a rispondere a questa domanda come farebbe qualsiasi persona che, anche solo per una parte limitata della propria vita (e chi non lo ha fatto?) sia stato in una scuola o abbia i figli che ancora la frequentano.

La risposta è: dipende, e per lo più dipende dal caso. Se sei fortunato avrai incontrato docenti capaci di interessarsi ai propri studenti, non come oggetti da riempire e valutare, ma come soggetti intenzionali con cui è piacevole, oltre che necessario, costruire relazioni, perché è solo nella relazione che si costruiscono i saperi, se per essi non intendiamo nozioni ma mondi.

E allora. Cosa c’entra tutto questo con la didattica a distanza?

C’entra. C’entra come non mai. Ed è qui, non sui dispositivi e sulle piattaforme, che si giocherà la tenuta di questi mesi di “scuola”.

Solo ai docenti capaci di tenere la giusta distanza dovremo essere grati se, alla fine di questo forzato isolamento, i nostri ragazzi non avranno perso il gusto (forse anche il dis-gusto, perché per provare disgusto bisogna comunque fare lo sforzo di provare) di apprendere.

Si è molto parlato, in queste settimane, di docenti impegnati a formarsi sull’uso di piattaforme digitali per le quali molti di loro, indipendentemente dall’età, avevano provato se non disgusto di certo disinteresse fino a pochi giorni prima.

Alcuni organi di stampa scrivono che ci voleva il virus per svegliare dal torpore la classe docente italiana, ma siamo sicuri che i nostri docenti stessero davvero dormendo o peggio ancora che fossero incapaci, nonostante gli sforzi profusi, di apprendere l’uso delle nuove tecnologie nella didattica, come diciamo a fine anno di quegli studenti che “poverini, si impegnano ma non ci arrivano”?

Dal mio osservatorio ho visto docenti, compresi i più refrattari, imparare in pochi giorni, al più in una settimana, l’uso di dispositivi utili a svolgere didattica a distanza, seppure con gradi diversi di interazione e complessità. Come a dire, se serve, ho gli strumenti culturali per imparare. Detto altrimenti, se finora non ho utilizzato gli strumenti digitali, è perché ho ritenuto che altri mediatori didattici fossero più funzionali al setting di apprendimento in uso. Non inerzia dunque, ma intenzione. C’è una bella differenza, se ne converrà.

Diversamente, a più di un mese dalla sospensione delle lezioni, dal mio stesso osservatorio vedo ancora docenti in difficoltà rispetto alla giusta distanza da tenere con gli studenti.

Ci sono i docenti (gli stessi che a scuola entrando si stringono nei loro cappotti come in un’armatura) che, timorosi che la rete li faccia intravedere vulnerabili, amplificano la distanza con i propri studenti, scegliendo gli strumenti di comunicazione più asettici e mantenendo tempi contingentati per le lezioni e le consegne dei compiti. In genere, dopo pochi giorni, cala un gelo che bisogna accendere il calorifero anche se è primavera.

Ci sono i docenti (per lo più quelli che a scuola si fermano a parlare nei corridoi con i ragazzi, e che dai ragazzi sono cercati) che, preoccupati di non dare abbastanza, rischiano di pungersi coi propri stessi aculei. Incapaci di fissare la giusta distanza, lavorano sedici ore al giorno, rispondono alle chat, inviano compiti su classroom, registrano video su youtube, si collegano la mattina via skype. Sono ammirevoli, ma rischiano di farsi male. Sono per lo più giovani, impareranno. Ne hanno il desiderio e la capacità. Hanno solo bisogno di più tempo.

Infine ci sono gli altri, forse ancora una minoranza, che hanno già imparato a gestire la (didattica a) distanza. Quelli che, per esperienza e attitudine, avevano già trovato, nella scuola e nella vita, la “giusta posizione”.

E’ davvero difficile saper stare nella relazione, ancor più essere capaci di costruirne. Ma è proprio questa la competenza richiesta al docente: saper costruire una relazione tra sé, lo studente e l’oggetto della conoscenza, sapendo che prima o poi il docente dovrà farsi da parte, ma non dovrà venir meno, pena il fallimento dell’azione formativa, la relazione tra lo studente e il sapere.

E’ per questo che saper mantenere la giusta distanza tra docente e discente è così importante. E al contempo è così maledettamente difficile. Però è su questo che bisognerà investire e ricominciare a confrontarsi in futuro. Non su computer e dispositivi digitali da donare alle scuole e alle famiglie meno abbienti. Certo è lodevole e giusto che si investano milioni di euro per sopperire al digital divide, sebbene questo tema si porti dietro miliardi di osservazioni che meriterebbero altri articoli e altri approfondimenti. Perché solo ora? Non sapevamo che in Italia ci sono, tra Nord e Sud, differenze abissali in ordine alla copertura digitale ma ancor più alla copertura culturale? E perché, oltre ai tablet, non dare alle famiglie meno abbienti libri giochi colori? Un tablet e 10 libri per ogni casa. E’ così complicato?

Domande che rimarranno inevase, come forse inevasa rimarrà la domanda di autentica formazione pedagogica per i docenti di tutti i gradi di scuola, dall’infanzia alle superiori.

Se vogliamo che la didattica, in presenza o a distanza, funzioni, è sulla professionalità docente e sul suo sapere pedagogico che dovremo investire. Non facciamo l’errore, già fatto in anni passati, di investire in via preferenziale sul digitale. Gli strumenti digitali sono un mezzo. Servono? certo che servono, in alcuni momenti più che in altri, e i docenti italiani hanno dimostrato in questi giorni di sapersi formare al loro utilizzo senza bisogno di spendere neanche un euro dei soldi pubblici. Ricordiamoci che la scuola ha bisogno di saperi che hanno a che fare con il corpo, l’uso modulato della voce, l’ironia, i contenuti essenziali derivati da libri, letture, sottolineature, numeri e rette che si incontrano. Distanze che via via si accorciano.

Su questo (soprattutto) bisognerà investire quando proveremo a ricostruire il Paese. Scuola, Ricerca e Sanità. Tre spazi da difendere per sempre dal freddo e dal dolore.

FAQ Handicap e Scuola – 65

Domande e risposte su Handicap e Scuola
a cura dell’avv. Salvatore Nocera e di Evelina Chiocca


Archivio FAQ


Scrivo per chiedere informazioni relative ad una studentessa autistica, che frequenta la V liceo e che segue una programmazione per obiettivi differenziati.
Al termine dell’esame di maturità, venendo promossa, potrebbe continuare a frequentare la scuola per un altro anno scolastico?
Può essere pensato un anno integrativo o la studentessa, per poter continuare a frequentare, dovrebbe necessariamente essere respinta agli esami?

Quando si concludono gli esami di maturità col diploma o, se è stato predisposto un PEI differenziato, con l’Attestato, termina il percorso scolastico e, quindi, legalmente non è possibile proseguire la frequenza scolastica.  Anche nel caso in cui uno studente non si presenti agli esami di Stato, le verrebbe comunque rilasciato un Attestato di credito formativo, come stabilito dall’art. 20 del decreto legislativo n. 62/17, con relativa conclusione del percorso di studio. Vi suggeriamo di rivolgervi al Comune di residenza e richiedere la predisposizione di un “Progetto individuale (progetto di vita)”, che preveda, ad esempio, un possibile inserimento lavorativo, un insieme di formazione professionale, attività per il tempo libero, etc. Ciò è previsto dall’art 14 della legge n. 328/2000, richiamato dall’art 6 del decreto legislativo n. 66/17.


Sono un’insegnante di sostegno in una scuola secondaria di 1°, come voi sapete, in questi giorni di sospensione delle attività didattiche in presenza (causa Coronavirus), si sta provvedendo a interventi educativo-formativi a distanza. Il quesito che desidero porvi è questo: il docente di sostegno può avere una sua classe virtuale in cui inserire materiali e interventi calati sui bisogni educativi speciali per gli alunni H? Il Ds oggi, in un consiglio di classe virtuale, ha sostenuto che questo non è possibile. Mi sembra un’assurdità, considerato che la classe virtuale servirebbe anche per interventi individualizzati o personalizzati a seconda delle esigenze.

Il dirigente, correttamente, interpreta l’approccio inclusivo, che vede il docente incaricato su posto di sostegno come risorsa a vantaggio di tutti gli alunni della classe. Promuovere attività “in solitaria” – è bene tenerlo presente – corrisponde a consolidare il fenomeno della delega e a rafforzare la deresponsabilizzazione dei docenti curricolari. In questa fase, particolarmente complessa per il nostro Paese, quindi anche per la scuola italiana, è quanto mai necessario promuovere modalità di lavoro coordinato e coeso. Ecco perché le attività vanno realizzate in sinergia con i colleghi curricolari, collaborando per un intervento adeguato (personalizzato) dei materiali da rendere disponibili a ciascun alunno. Per quanto riguarda, poi, l’accesso mediante le aule virtuali, queste vanno opportunamente calibrate (non è, infatti, pensabile che si possano collegare troppi docenti nella stessa giornata); il docente incaricato su posto di sostegno potrà intervenire nella stessa aula virtuale del docente di matematica o di italiano o di altra disciplina. Il docente di sostegno può anche avere dei propri interventi personalizzati a favore dell’alunno con disabilità, interventi rispetto ai quali – va puntualizzato – non devono essere esclusi i compagni. 


Sono docente di sostegno di un istituto comprensivo. La nostra dirigente, senza consultare il collegio ha attivato la didattica a distanza. Io ed altre  colleghe abbiamo  mostrato  le nostre perplessità  a riguardo,  visto che questa  didattica non è  efficace per molti  degli alunni disabili  nel nostro istituto . Ora a distanza di qualche giorno sempre ci rendiamo  conto che non solo gli alunni disabili, ma anche altri alunni con svantaggio non riescono a seguire i compiti e e lezioni proposti perché sprovvisti di mezzi e strumenti. Mi chiedo la scuola non sta ledendo il diritto  all’ istruzione? La scuola può  attivare qualcosa che non garantisce  a tutti lo stesso diritto? Una didattica a distanza che aumenta la disuguaglianza è  veramente una didattica da perseguire?

Finché rimane in vigore il decreto, che impone a tutti di rimanere a casa, la scelta della Dirigente ci sembra un mezzo per non trascurare gli alunni con disabilità. Peraltro la didattica a distanza, come indicato dalla Nota MIUR n. 368/2020, prevede attenzione alla “socializzazione”, ancor più con bambini che frequentano la scuola primaria. Nell’adottare la modalità a distanza, in sintesi, è bene evitare di “insegnare” contenuti nuovi” e di effettuare “valutazioni”, che risulterebbero improprie; meglio puntare, per quanto e se possibile, su attività di potenziamento, di ripasso, di dialogo e, sempre per quanto possibile, favorire e creare attività ludiche, magari mettendo in contatto “telematico” fra loro i bambini della classe.


Sono una docente  di sostegno e  funzione strumentale per l’ inclusione  di una scuola primaria. Durante la riunione dello staff,  ho sollevato il problema di come intervenire a sostegno di alunni disabili gravissimi ( come tetraplegici, autismi non verbali etcc) che sono presenti nel nostro istituto e che in questi giorni di sospensione  delle attività  didattiche si trovano soli a casa con le loro famiglie. Ovviamente per loro la didattica a distanza non è  efficace, e aumenta le distanze invece di diminuire. La scuola per loro è  soprattutto relazione e socializzazione, ma in questo periodo di sospensione  cosa possiamo attivare per loro? Ho proposto alla dirigente di attivare l’ istruzione domiciliare per alcune ore, o di far intervenire  a casa degli alunni gli educatori che li seguono a scuola. , ma la risposta è  stata negativa. Come muoversi? Loro più di altri hanno bisogno in questo momento!

È importante premettere che devono essere rispettati i provvedimenti emanati dal Governo in data 1 e 4 marzo 2020, in virtù dello stato di emergenza che sta interessando l’intero Paese. Potrebbero sussistere, in alcune zone, le condizioni per la fattibilità di un intervento presso il domicilio di alcuni alunni, in particolare degli alunni con disabilità. La didattica a distanza, che si avvale dell’e-learning e degli strumenti tecnologici dell’informazione e della comunicazione, se può essere valida per buona parte degli studenti, non lo è per molti altri (e ciò riguarda anche alunni non con disabilità). Nel caso specifico è possibile, quindi, ipotizzare che gli assistenti all’autonomia e/o alla comunicazione possano svolgere le loro ore presso il domicilio, anziché presso la sede scolastica, purché ciò sia reso possibile dai Comuni o dagli Enti interessati (sussistono, infatti, vincoli contrattuali che non possono essere ignorati ma che, stante la situazione di emergenza, potrebbero trovare in una nuova disposizione delle ore, un possibile consenso). Nel caso delle figure addette all’assistenza, la richiesta all’Ente locale deve essere formulata dai genitori. Per quanto riguarda l’invio dei materiali a domicilio, essi devono essere il frutto di un lavoro di sinergia fra gli insegnanti, e non una solitaria decisione di uno dei docenti della classe (nello specifico quello incaricato su posto di sostegno). La FISH, in questo momento, sta dialogando con il MIUR per l’istruzione domiciliare effettuata dai docenti per il sostegno; la Federazione ritiene che la sospensione della didattica non impedisca ai docenti di recarsi a scuola per lavorare a distanza e quindi per recarsi anche a domicilio. Anche il CIIS, insieme a un gruppo di genitori (Fb “Non c’è PEI senza condivisione), sta cercando di sollecitare l’attenzione degli amministratori affinché siano garantite, ove ne sussistano le condizioni e su base volontaria, le ore di assistenza all’autonomia presso il domicilio. Al riguardo si fa presente che più di un comune si è già attivato e altri stanno valutando la fattibilità di questo servizio


Sono una  docente della scuola primaria, nella classe 5 della scuola primaria  della mia scuola è  stata fatta una selezione tra gli alunni per poter accedere alla sezione musicale della scuola secondaria di primo grado. Tra gli alunni che hanno partecipato  alla selezione c’era anche un allunno disabile con 104 che la commissione giudicatrice ha eliminato, poiché  la commissione  esaminatrice ha valutato l’alunno non idoneo a svolgere attività  musicali (canto, uso strumento). So che la commissione  ha usato criteri  di valutazione uguali per tutti, non considerando la patologia dell’alunno che ha difficoltà  di relazione e di interazione per cui durante la prova è  riuscito solo in parte a cantare e ha riprodurre un ritmo come gli era stato richiesto. Io ed altre docenti avevamo informato la commissione  di questa difficoltà  che rientra nella sua patologia. Ora mi chiedo perché  non sono stati adottati criteri diversi? È  legale l’esclusione di un alunno 104 dalla sezione musicale in una scuola dell’obbligo? Dal verbale che ha redatto la commissione  non si evince nulla riguardo a prove differenziate per l’ alunno. Quello che sospetto è  che sia stato escluso semplicemente  per una questione  di numeri, perché  con un disabile la sezione musicale va costituita con 22 alunni, senza il disabile con 28 alunni. Possiamo fare qualcosa? La famiglia può  fare qualcosa?

Il Tribunale di Pisa, con l’Ordinanza Pisa 4 settembre 2014, ha stabilito che è discriminazione sottoporre un alunno con disabilità a prove selettive per l’ammissione ad un liceo musicale. È da ritenere che il principio della sentenza sia estendibile anche ai fini dell’ammissione alla sezione musicale di una scuola secondaria di primo grado.


Sono un’insegnante di Scuola dell’infanzia, mi restano ancora due anni di servizio e sono portatrice di protesi acustiche in quanto affetta da ipoacusia bilaterale dalla nascita. Premetto di aver ottenuto diplomi e passato il concorso ordinario quando ancora non portavo nessun tipo di protesi. Una mia collega, responsabile di plesso, mi ha detto che avrei dovuto comunicare al dirigente il mio problema. Questo nell’ottica delle visite attitudinali che lui ha dichiarato saranno effettuate per stabilire l’idoneità allo svolgimento delle funzioni lavorative. La mia domanda e’… sono obbligata a dare questa comunicazione al mio dirigente?

Se lei sta insegnando con le protesi e ciò non le impedisce un buon rapporto educativo con gli allievi, non dovrebbe aver timore di comunicare al DS la sua personale situazione; anzi, potrebbe precisare che lavora bene con i suoi alunni.  Se poi il DS ritiene di inviarla a una visita di controllo, è ipotizzabile che siano confermate sia le sue condizioni di salute che l’idoneità all’insegnamento. Se poi l’esito dovesse essere negativo, dovrebbe svolgere, in quest’ultimo biennio di servizio, altre mansioni, come per esempio la biblioteca, oppure potrebbe chiedere il diritto di pensionamento anticipato come lavoro usurante. Ai ciechi vengono dati 5 anni di scivolo.


Sono un Assistente specialistica in favore di un’alunna con disabilità psicofisica che ormai seguo da 5 anni.
Durante un Glh mi è stato conferito il compito di accompagnare l’alunna dalla sede centrale dell’Istituto fino alla sede distaccata dove è collocata la classe della studentessa ogni giorno, nonostante fossi assente durante i lavori d’equipe. Ho sottolineato il problema ai referenti per il sostegno ma continuano a voler affidare l’incarico solo a me. Dal punto di vista normativo questo incarico è tra i compiti dell’assistente specialistica?

Lo spostamento degli alunni con disabilità all’interno dell’edificio scolastico (o di più edifici, fra loro vicini, in quanto collocati all’interno di uno stesso spazio chiuso) è dei collaboratori scolastici, come previsto dal CCNL. La decisione assunta in sua assenza non può esserle imposta, e non solo per le motivazioni sopra descritte, ma anche perché, non rientrando questo fra i suoi compiti, oltre al consenso dei componenti del GLO, era necessario anche il suo (e, ovviamente, quello successivo del capo d’istituto). 


Sono la mamma di un bambino disabile grave con disturbo del comportamento, mio figlio frequenta la 1 media e dall’inizio dell’anno mi è stato chiesto di effettuare un suo inserimento graduale  a scuola. Di fatto mi chiedevano di riprenderlo prima dopo la seconda ora poi la terza infine alla quarta ora, con il risultato che mio figlio frequenta 20 ore a settimana anzichè 30.Io ingenuamente ho firmato le richieste di uscita anticipata indicando come motivo “come concordato” poi quando mi sono resa conto che l’intento del dirigente scolastico era di lasciare l’orario così ridotto ho firmato le richieste con la dicitura “su richiesta della scuola”, anche perchè io e mio marito non abbiamo mai concordato un orario ridotto in via definitiva.Mi ritrovo che a seguito dell’ultimo GLHO la scuola si riserva di valutare l’orario a 30 ore per l’inizio del prossimo anno scolastico sempre a seguito di valutazione del comportamento di mio figlio. A ciò si aggiunga che mio figlio è stato escluso dal campo scuola di due giorni perchè nessun insegnante se la sente di accompagnarlo, ma la cosa più grave è che non se la sentono di portalo in gita anche solo per un giorno. Cosa devo fare? 

È vero che sussistono situazioni per le quali è opportuno un inserimento graduale, ma ciò è opportunamente concordato in sede di GLO o GLHO, da parte di tutti i componenti (insegnanti della classe, genitori dell’alunno, specialisti ASL) e a fronte di motivazioni documentate. Da quanto lei scrive, più che un inserimento graduale, la scuola ha deciso, unilateralmente, la riduzione dell’orario di frequenza; e ciò è decisamente improprio. Suo figlio, per il quale sussiste l’obbligo scolastico, ha diritto a partecipare a tutte le attività promosse dalla scuola, comprese le uscite didattiche e i viaggi di istruzione programmati per le classi alla quale egli è iscritto, diritto garantito dalla legge 104/92 che, all’art. 12 comma 4, afferma che nessuna disabilità può essere causa di esclusione o riduzione della frequenza scolastica; se i docenti, come lei scrive, “non se la sentono di accompagnarlo”, allora l’uscita o il viaggio va annullato, se invece viene effettuato vietando la partecipazione all’alunno, allora potete procedere per discriminazione, perseguibile ai sensi della legge 67/2006. Analogamente per quanto riguarda la frequenza scolastica: vostro figlio ha diritto all’intera frequenza, esattamente come i compagni. Se sussistono reali criticità, riferibili al comportamento dello studente, potreste, in sede di GLO, prevedere anche un certo numero di ore, da indicare nel PEI, di personale addetto all’autonomia personale dell’alunno da richiedersi all’Ente Locale (comune). Come genitori fate presente alla scuola che vostro figlio, da oggi stesso, resterà a scola per tutto il tempo previsto, proprio come i compagni, e che parteciperà (previa vostra libera adesione) alle uscite didattiche o ai viaggi di istruzione programmati per la classe alla quale è iscritto; fate presente inoltre che, in caso di diniego da parte della scuola, procederete per discriminazione ai sensi della legge 67/2006 e per interruzione di pubblico servizio.


Ho un ragazzo con disabilità (art. 1 comma 3) con ripetenza. La mamma per motivi che non sto qui ad elencare vuole fare richiesta di istruzione parentale. L’alunno compirà 16 anni a dicembre.  Può farla?

La madre può sicuramente fare la richiesta. Nella richiesta che invierà alla scuola, la madre deve precisare che si impegnerà a garantire l’istruzione o direttamente o tramite docenti privati e quindi sottoporre l’alunno a fine anno agli esami presso la stessa o in altra scuola (stesso percorso di studio). Contestualmente deve darne comunicazione al sindaco del paese, in quanto l’alunno è ancora soggetto all’obbligo scolastico.


Sono una insegnante di sostegno specializzata di scuola primaria. 
Le scrivo in merito alla questioni insegnante di sostegno e supplenze: la circolare Miur 9838 del 2010 sulle supplenze temporanee precisa di non sostituire i docenti assenti con gli insegnanti di sostegno “salvo casi eccezionali non altrimenti risolvibili”. Le chiedo gentilmente cosa si intende con “casi eccezionali non altrimenti risolvibili”? Chi stabilisce quali siano questi “casi eccezionali non altrimenti risolvibili”? Il dirigente scolastico? I genitori dell’alunno disabile possono opporsi e secondo quali modalità al fatto che l’insegnante di sostegno del loro figlio venga usato sovente per fare supplenze nella scuola, non garantendo così all’alunno l’approccio personalizzato e l’inclusione di cui necessita? L’insegnante di sostegno può rifiutarsi di fare supplenze e in base a quali criteri normativi? 

I casi eccezionali non altrimenti risolvibili si sostanziano in condizioni eccezionali, che possono verificarsi una o due volte l’anno; è responsabilità del dirigente scolastico provvedere alle sostituzioni e/o alla nomina dei supplenti ed è quindi suo compito valutare se sussistano o meno le condizioni di “eccezionalità”, tali da giustificare l’eventuale utilizzo del docente incaricato su posto di sostegno per una non derogabile supplenza limitatamente al primo giorno di assenza del docente da sostituirsi. Nel ricordare che il garantire all’alunno con disabilità il diritto allo studio è compito di ogni insegnante della classe, e non di uno in particolare, i genitori possono sicuramente agire, in caso di utilizzo del docente di sostegno per reiterate supplenze, intervendo presso le sedi competenti per interruzione di pubblico servizio e per discriminazione. Anche il docente incaricato su posto di sostegno può opporsi, esprimendo il suo dissenso di fronte al primo ordine di servizio scritto che riceve (si ricorda che l’ordine di servizio deve contenere: la data del giorno della supplenza, la classe e l’orario, nonché la firma del dirigente scolastico); dopo il secondo ordine di servizio scritto ricevuto, il docente deve provvedere alla sostituzione, informando successivamente la famiglia, il proprio sindacato e il Referente regionale per l’inclusione scolastica operante presso l’USR. Si rammenta che senza ordine di servizio il docente non può lasciare il suo posto, in quanto incorrerebbe in abbandono del posto di lavoro.


Sono un assistente specialistico di una scuola superiore. Quest’anno abbiamo un insegnante di sostegno, su 2 casi gravi (art. 3 comma 3) e non autonomi, che si assenta 2 giorni tutte le settimane e quindi dobbiamo togliere le ore di assistenza ad alunni h, ma non gravi, tutte le settimane e coprire le ore dell’insegnante di sostegno. Tutto ciò crea danni agli alunni che seguono obbiettivi minimi ministeriali e anche ai casi gravi perché spesso noi assistenti dobbiamo stare con il nostro alunno e quello scoperto (non potendo stare soli). Senza parlare della progettualità didattica 

L’assistente ad personam o AEC è assegnato ad un alunno con disabilità e deve garantire, per le ore indicate, il suo apporto professionale, senza sottrarre ore o tempo dedicato all’alunno. Il docente assente deve esser sostituito con un insegnante, figura analoga, e non con una figura professionale differente (peraltro già impegnata nell’orario richiesto). Se le venisse rivolta ulteriore richiesta, si rifiuti, facendo presente al dirigente che lei, in quanto assistente o AEC, è assegnata ad un alunno e non può togliere ore a quell’alunno; nel caso di insistenza, informi la sua cooperativa, affinché intervenga presso il DS. Contestualmente lo faccia presente anche alla famiglia, in modo che intervenga a garanzia del diritto allo studio del figlio, per evitare una interruzione di servizio.


Sono un’insegnante di scuola secondaria di primo grado e mi trovo nella delicata circostanza di essere accompagnatrice al campo scuola di un alunno certificato che a causa di forti stati di ansia non desidera partecipare, nonostante l’insistenza della famiglia. Come garantire una adeguata tutela?

La responsabilità degli alunni, durante un’uscita didattica o un viaggio di istruzione, è di tutti i docenti incaricati come accompagnatori, in egual misura. Se lo studente non vuole partecipare, non si capisce perché la famiglia insista, dovrebbe, infatti, non obbligarlo a fare un’attività che può metterlo in difficoltà; probabilmente ci saranno altre motivazioni. Le suggeriamo di chiedere un incontro con la famiglia, al quale devono partecipare tutti i docenti della classe; in tale sede affrontate serenamente la questione.


Sono un insegnante di sostegno di una prima classe di scuola superiore.Alcuni giorni fa è stato effettuato il GLH operativo di un alunno che al momento  frequenta seguendo una programmazione per obiettivi minimi. Gli insegnanti presenti hanno suggerito alla neuropsichiatra e alla famiglia di approvare un percorso differenziato per una riduzione oraria in quanto il ragazzo, che presenta una problematica di carattere psichiatrico, non riesce, in generale, a seguire le attività didattiche e formative soprattutto nelle ultime ore della mattinata durante le quali manifesta grande disagio (per due giorni la settimana una settima ora che termina alle 14.35). La neuropsichiatra chiede, in virtù del fatto che Il ragazzo possiede sufficienti potenzialità intellettive, la possibilità di poter ridurre l’orario ma seguendo una programmazione per obiettivi minimi. Tale richiesta può formalizzarla dietro una sua dettagliata relazione. Se tale percorso è possibile, ci sono dei riferimenti normativi?

Nella scuola secondaria di secondo grado sono previsti due percorsi: Pei semplificato o Pei differenziato. Mentre per il Pei semplificato decide autonomamente il Consiglio di classe, per adottare il Pei differenziato il Consiglio di classe deve acquisire il consenso firmato della famiglia, non degli specialisti ASL. Ciò premesso, appare chiaro che la scelta di un percorso semplificato sia stata effettuata dal Consiglio di classe che, in base alle capacità e alle potenzialità dell’alunno e dopo aver acquisito gli elementi utili, ha ritenuto di poter procedere in tal senso. Per quanto riguarda la riduzione dell’orario di frequenza nelle due giornate in cui le attività didattiche si concludono alle 14.35 è corretto (ed è necessario) ridurre il carico orario a favore di tutti gli studenti della scuola (a parte il fatto che ciò consentirebbe all’alunno con disabilità di non perdere le ore di frequenza per discipline che fanno parte del PEI semplificato); risulta, infatti, eccessivo e controproducente anche da un punto di vista didattico, a parere di chi scrive, un orario che costringa gli studenti a stare a scuola fino alle 14.35.


Sono una mamma di un bambino di 7 anni con disturbi dell’attenzione. Dimesso per aver terminato le terapie essendo stato promosso in tutte le attività proposte. L’insegnante della scuola può richiedermi il sostegno?

L’insegnante di sostegno viene assegnato per promuovere l’integrazione scolastica degli alunni con disabilità. La richiesta del docente è inoltrata dal Dirigente dopo che la famiglia ha consegnato alla scuola copia del Verbale di accertamento e della Diagnosi Funzionale rilasciati dall’ASL (in alcune regioni è richiesto anche il CIS, il “Certificato di inclusione scolastica”, che viene rilasciato sempre dall’Unità multidisciplinare dell’ASL).


Sono la mamma di un ragazzo tetraplegico di 12 anni. Frequenta la seconda media e segue la programmazione della classe(purtroppo senza semplificazioni). È impegnato con le terapie 4 giorni a settimana. Potrebbe essere esonerato dai compiti per casa? C’è una legge che lo tuteli?

La norma prevede che, per gli alunni con disabilità, siano garantite forme individualizzate, anche a fronte dello stesso percorso dei compagni della classe alla quale egli è iscritto. Non possono, cioè, essere ignorate forme di personalizzazione che possono consistere in modalità di verifica differenti (stessi contenuti culturali, ma impostazione diversa, come per esempio test a scelta multipla o vero/falso o prova orale sostitutiva interamente o parzialmente di quella scritta ovvero utilizzo di forme di comunicazione alternative, come la CAA o tabella Etran o altro); al tempo stesso devono essere indicati criteri di valutazione “personalizzati”, coerentemente con le capacità e le potenzialità manifeste dall’alunno.
In sede di GLO o GLHO, ovvero durante la stesura del PEI, si possono concordare a fronte di impegni (come possono essere le sedute di terapia) o di particolari altre situazioni l’assegnazione completa o parziale dei compiti (ovvero la non assegnazione in determinati giorni). Se ciò non fosse stato concordato, suggeriamo di chiedere la convocazione del GLO e di inserire nel PEI tali indicazioni (nel caso l’ASL non potesse partecipare, chiedetele di intervenire mediante videoconferenza; in caso di assenza dell’ASL, voi procedete con l’incontro, indicando l’assenza nel verbale dell’incontro). 


Sono un’insegnante di sostegno vorrei sapere se nel caso di rinuncia al sostegno di un alunno iscritto al primo anno delle superiori bisogna depositare la diagnosi agli atti. Se non fosse obbligatorio sarebbe giusto informare il consiglio di classe al fine di agevolare il percorso educativo?

Se la famiglia rinuncia al sostegno, ritirando tutta la documentazione, da quel momento essa dovrà essere tolta dal fascicolo personale dell’alunno. Resterà la documentazione pregressa, in quanto sono stati prodotti documenti sulla base di una precisa richiesta fornita alla scuola dalla famiglia: tale documentazione andrà archiviata. È bene precisare che, con il ritiro della documentazione da parte della famiglia, l’alunno non è più da considerarsi con disabilità (e perde tutti i diritti previsti).
Se invece la famiglia esprime formale rinuncia del “docente per il sostegno” e non ritira la documentazione inserita nel fascicolo dell’alunno, allora l’alunno, in quanto alunno con disabilità, continua ad avvalersi di tutti gli altri diritti, tranne del sostegno (docente); per lui, pertanto, dovranno essere predisposti i documenti previsti (PEI per ciascun anno scolastico e aggiornamento periodico del Profilo dinamico funzionale); l’alunno, inoltre, potrà avvalersi, ad esempio, delle prove equipollenti (in caso di PEI semplificato), di modalità di verifica e di criteri di valutazione personalizzati, di obiettivi individualizzati, della presenza dell’assistenza all’autonomia personale e/o alla comunicazione (se previsto), dei sussidi e degli ausili per lui necessari e di ogni altra forma prevista e a lui utile per garantire l’esercizio del diritto allo studio. Alla predisposizione della documentazione (aggiornamento PDF ed elaborazione del PEI annuale) provvedono congiuntamente: tutti i docenti della classe, i genitori dell’alunno e gli specialisti ASL, con la partecipazione dell’assistente, se trattasi di figura professionale prevista


La qualifica di maestro d arte è considerata una qualifica professionale o liceale?

Il diploma di maestro d’arte, della durata triennale, è oggi non più conseguibile, in quanto, con la riforma del 2010, gli istituti d’arte sono stati convertiti in licei artistici (la cui durata è quinquennale). Per accedere all’università, ovvero per conseguire un titolo liceale, è necessario frequentare il biennio aggiuntivo.


Sono una docente e avrei un dubbio nella gestione delle verifiche per un’alunna. La studentessa ha un lieve ritardo e segue una programmazione per obiettivi minimi. La famiglia chiede la suddivisione delle verifiche scritte in più momenti per poter affrontare un argomento alla volta. È possibile? Oppure La verifiche già strutturata per gli obiettivi minimi è sufficiente?

In base al principio di personalizzazione è possibile concordare la programmazione delle interrogazioni, in modo da rendere meno pesante lo studio dell’alunno, come pure suddividere le verifiche scritte (o. orali) in più momenti, affrontando un argomento alla volta.


Sono l’insegnante di sostegno nella scuola secondaria di I grado. Nella classe assegnatami all’inizio dell’anno sono presenti due alunni DVA, art. 3 comma 1. Il mio orario prevede 18 ore settimanali (9+9), ma un’ora di sostegno è stata sottratta agli alunni aventi diritto per essere attribuita alla copertura dell’ora di alternativa in un’altra classe (la distribuzione autorizzata dal DS). Nel corso dell’anno (inizio dicembre) alla scuola giunge la documentazione completa di attestazione di handicap, art. 3 comma 3, di un altro alunno, presente in classe in cui svolgo le mie 17 ore di sostegno. Per cui, gli alunni disabili ne diventano 3, di cui il neocertificata con handicap grave (avrebbe diritto soltanto lui a 18 ore settimanali di sostegno). Fino ad oggi (febbraio) non vi é stata nessuna assegnazione delle ulteriori ore di sostegno alla classe. Mi viene detto che, essendo io l’insegnante di sostegno assegnata alla classe, devo prendermene carico, con la stesura del relativo PEI e di tutti i relativi annessi. In mese di novembre il CDC ha steso il PDP per l’alunno che all’epoca era in fase di certificazione. Tale PDP è ancora in funzione. È coretto che venga sostituito con un PEI reddato in assenza delle effettive ore di sostegno assegnate?

1) Le ore di sostegno assegnate agli alunni non possono essere sottratte nel corso dell’anno, ed è ciò che, invece, è avvenuto con l’ora che le è stato richiesta di svolgere altrove (il fatto che contempli l’autorizzazione conferma che si tratta di modalità impropria, che poteva essere “tollerata” per un giorno, come condizione straordinaria, ma che non poteva e non può essere la normalità).
2) La mancata assegnazione delle ore di sostegno all’alunno certificato nel mese di dicembre: per questo alunno le ore devono essere garantite; il diritto alle ore di sostegno è un diritto di ciascun alunno con disabilità, sancito dall’art. 13, comma 3, della legge 104/92 e ribadito in più sentenze della Corte Costituzionale (dalla n. 80/2010 alla n. 275/2016, secondo la quale tale diritto non può essere violato con motivi di problemi di bilancio); il Consiglio di Stato, inoltre, con la sentenza n. 2023 del 2017 ha stabilito che il dirigente scolastico ha l’obbligo di chiedere la cattedra completa per gli alunni con articolo 3, comma 3, e se l’Ufficio Scolastico si rifiuta, il Dirigente Scolastico deve inviare una Nota alla sezione regionale della Corte dei Conti e, per conoscenza, allo stesso Ufficio Scolastico, dichiarando che non si sente responsabile per il danno erariale che tale rifiuto produrrà a causa della perdita della causa da parte dell’amministrazione, in caso di ricorso promosso dalla famiglia.
3) La stesura del Pei: il PEI, Piano Educativo Individualizzato, deve essere elaborato congiuntamente dal gruppo di lavoro, i cui componenti effettivi sono tutti i docenti della classe, la famiglia dell’alunno con disabilità e gli specialisti dell’ASL. Il fatto che sia o che non sia ancora stato assegnato il docente di sostegno alla classe non sottrae i docenti (tutti) dagli obblighi previsti dalla norma (come, nello specifico, la stesura del PEI, insieme agli altri componenti del gruppo di lavoro)


Sono la mamma di una bambina con una disabilità intellettiva grave, certificata 104 art 3 comma 3.La bambina frequenta la quarta elementare e noi genitori , in accordo con il servizio di neuropsichiatria, vorremmo che questo anno venisse bocciata per poterla iscrivere il prossimo anno in una scuola afferente ad un centro riabilitativo, dove potrebbe affrontare la scuola secondaria di primo grado in un ambiente a lei più confacente. La dirigente si oppone alla bocciatura, dicendo che la normativa non lo permette in alcun modo. È corretto? Se la bocciatura è richiesta e motivata da necessità certificate della bimba non si può derogare in qualche modo?

Il decreto legislativo 62 del 2017 prevede che l’ammissione alla classe successiva avvenga “anche in presenza di livelli di apprendimento parzialmente raggiunti o in via di prima acquisizione”. La non ammissione (o bocciatura) è contemplata solamente per “casi eccezionali e comprovati da specifica motivazione”, in tali casi l’eventuale non ammissione alla classe successiva (ovvero la bocciatura) viene assunta “all’unanimità” da parte di tutti i docenti della classe. Spetta, dunque, unicamente ed esclusivamente ai docenti della classe, che valutano l’alunno sulla base del PEI predisposto per l’anno scolastico in corso, decidere se ammettere o se non ammettere l’alunno alla classe successiva.


Mio figlio è portatore di handicap legge 104 e legge 45 per disgrafia. Può essere bocciato  a scuola in 3 anno superiore

In terza superiore, se l’alunno non raggiunge gli obiettivi del suo PEI semplificato o differenziato, può essere bocciato.


Sono la mamma di un bambino affetto da sindrome di down, dopo un ricovero ospedaliero, sotto consiglio del medico, causa ricadute, ci è stato consigliato l’istruzione a domicilio. Mi sono recata presso l’istituto dove va a scuola mio figlio che frequenta la seconda elementare, per attivare tutto ciò con tanto di certificato del medico, ma la scuola che naturalmente non è contenta, richiede 2 fogli precisi compilati dal medico (che non ne è a conoscenza) che indicano anche il tempo richiesto, senza darmi altre precise istruzioni su di essi. Chiedo gentilmente se potete aiutarmi a reperire tali informazioni per poter accedere a questa documentazione per poter attivare tale richiesta.

Per attivare il servizio di istruzione domiciliare, la famiglia deve presentare alla scuola (al dirigente scolastico) i seguenti documenti:
–       formale richiesta di attivazione del servizio di istruzione domiciliare,
–       idonea e dettagliata certificazione sanitaria, in cui è indicata l’impossibilità a frequentare la scuola per un periodo non inferiore ai 30 giorni (anche non continuativi), rilasciata dal medico ospedaliero (C.M. n. 149 del 10/10/2001) o comunque dai servizi sanitari nazionali (escluso, pertanto, il medico di famiglia) e non da aziende o medici curanti privati (i 30 giorni sono trenta giorni di lezione, non trenta giorni consecutivi e basta). 
Gli insegnanti della classe, dopo la presentazione della domanda della famiglia, elaborano un progetto formativo, indicando il numero dei docenti coinvolti (ovvero dei docenti che si sono resi disponibili a insegnare al domicilio), gli ambiti disciplinari cui dare la priorità, le ore di lezione previste.
Il progetto deve essere approvato dal collegio dei docenti e dal consiglio d’Istituto e inserito nel Piano triennale dell’offerta formativa (se nel PTOF è già inserito il servizio di istruzione domiciliare, non vi è necessità di effettuare questi passaggi). 
Il dirigente invia all’USR la richiesta, corredata dalla documentazione sanitaria e dal progetto: in questa sede, l’apposito Comitato tecnico regionale procederà alla valutazione della documentazione presentata, ai fini della successiva assegnazione delle risorse. 
In genere, il monte ore di lezioni è indicativamente di circa 4/5 ore settimanali per la scuola primaria. Se, però, il docente di sostegno dà la disponibilità a espletare il suo orario (o parte del suo orario) presso il domicilio (alternandosi con i colleghi) le ore potranno corrispondere a quelle previste per il sostegno. Infatti, le Linee guida prevedono che pere gli alunni con disabilità l’istruzione domiciliare può essere garantita dall’insegnante di sostegno (al riguardo si cita la sentenza del TAR del Lazio, che ha condannato l’USR ad assegnare al domicilio tutte le ore di sostegno assegnate all’alunno).
In sintesi, la scuola non può rifiutare questo servizio, previsto per garantire il diritto allo studio e, al tempo stesso, per la tutela della salute del minore.
Norme di riferimento: d.lgs. 66/17 come riformato dal d.lgs. 96/19; DM 461/19 e allegate Linee di indirizzo nazionali sulla scuola in ospedale e l’istruzione domiciliare.


Un’alunna diversamente abile  in terza media ha effettuato un numero di assenze del 70 per cento. Per i docenti è impossibile una valutazione, si può mettere “Non classificata” al primo quadrimestre? O si deve esprimere ugualmente una valutazione in base ai pochi elementi a disposizione?

La norma stabilisce che per l’ammissione alla classe successiva o all’esame di Stato si debbano considerare le “presenze”.  Per il vincolo della frequenza, fissato a tre quarti del monte ore personalizzato, il Decreto legislativo n. 62/17 prevede che il Collegio docenti adotti – “per casi eccezionali” – motivate e straordinarie deroghe (documentate, per gli alunni con disabilità, da certificazioni riguardanti lo stato di salute). Se il Consiglio di classe dispone di sufficienti elementi, procede alla valutazione (e il 30% da lei indicato indicherebbe un tempo utile pe acquisire gli elementi necessari). Se il Consiglio di classe non dispone di sufficienti elementi di valutazione, può indicare “non classificato” nel primo quadrimestre. Non avete pensato di attivare il servizio di istruzione domiciliare?


Sono un assistente specialistico e quest’anno per ripetute assenze di un insegnante di sostegno (almeno 2 giorni a sett) sono costretta a coprire anche alunni non miei, ritrovandomi o a lasciare scoperti i miei alunni meno gravi o a coprire alunni che non sono a me assegnati. Mi chiedevo se l’assistente specialistico può rifiutarsi di fare da tappa buchi. 

L’assistente per l’autonomia e la comunicazione deve svolgere il suo compito a favore dell’alunno al quale è assegnato, per le ore stabilite nel PEI; l’assistente non può essere distolto dalle sue mansioni e dallo svolgimento delle ore, che deve garantire all’alunno assegnato e, ancor meno, può essere utilizzato per sostituire un insegnante assente: 
–       in primo luogo, perché il docente deve essere sostituito da un insegnante (e il dirigente non può provvedere una figura professionale differente); 
–       in secondo luogo perché vengono sottratte ore all’alunno al quale l’assistente è stato assegnato, determinando una interruzione di pubblico servizio; 
–       in terzo luogo perché la presenza dell’assistente accanto ad un alunno che non è quello al quale è stato assegnato non è autorizzata, né lo può essere, da un ordine di servizio del D.S.; in caso di infortunio o di un danno recato o subito dall’assistente, come verrebbe giustificata la sua presenza in sede diversa rispetto alla quale egli era stato destinato?
Le suggeriamo di far presente al D.S., nel caso venisse ancora invitato a “supplire” un insegnante assente, che lei, in quanto assistente o educatore, non può sostituire un insegnante e che non può abbandonare l’alunno al quale è stato assegnato, perché andrebbe a determinarsi una interruzione di un servizio che deve essere garantito all’alunno.Se ciò non bastasse, ne parli con la cooperativa o con l’Ente dal quale ha ricevuto l’incarico, illustrando i rischi cui si esporrebbe effettuando supplenze “improprie” e chieda loro di farsi portavoce presso il D.S.


Sono un docente di sostegno in una V classe di una scuola secondaria superiore. L’alunna che seguo con un Ritardo mentale grave, a causa della sua disabilità e dell’ambiente deprivante in cui vive, ha una frequenza molto irregolare. (solo 15 gg in questo primo quadrimestre). Cosa bisogna fare in questi casi? Può non essere ammessa agli esami per mancanza di validità dell’anno scolastico? In riferimento al primo quadrimestre alcuni docenti curricolari lamentano la mancata presenza durante le proprie ore di lezione. Si può comunque attribuire la valutazione tenendo conto degli obiettivi fissati nel PEI?

In base al DPR 122/09 il Collegio dei docenti può fissare alcune “deroghe straordinarie” al numero massimo di assenze, al fine di assicurare la validità dell’anno scolastico; il Consiglio di classe, sulla scorta di tali deroghe e se in possesso di sufficienti elementi di valutazione, può procedere con l’ammissione all’esame di Stato; in caso contrario, scatta l’invalidità dell’anno scolastico. Per completezza ai fini dell’ammissione va considerata anche la partecipazione alle prove Invalsi che, da quest’anno, riguarda tutti gli studenti delle classi quinte (d.lgs. 62/2017): il recentissimo Protocollo di somministrazione delle prove standardizzate, pubblicato da Invalsi alla pagina https://invalsi-areaprove.cineca.it/docs/2020/Protocollo_somministrazione_GR13_ITALIA_2019_2020.pdf, indica tre possibili opzioni per gli alunni con disabilità (anziché due), fra queste il “non svolgimento delle prove” (per questi alunni la scuola può predisporre prove adattate, coerenti con il PEEI). 


Sono un’insegnante di scuola primaria e chiedo cortesemente di ricevere una risposta con i riferimenti normativa, circa la valutazione di alunni dva gravissimi. Se nel PEI di un DVA gravissimo è previsto un percorso differenziato, che non include l’apprendimento delle discipline, bensì favorisce l’integrazione e la socializzazione, l’autonomia e la comunicazione n.v., come è possibile inserire voti in decimi nelle materie curricolari?

Premesso che per gli alunni con disabilità intellettiva la valutazione, per il suo carattere formativo ed educativo e per l’azione di stimolo che esercita, deve sempre avere luogo (OM 90/2001), si rammenta che la legge 104/92 afferma che l’esercizio del diritto all’educazione e all’istruzione non può essere impedito da difficoltà di apprendimento “né da altre difficoltà derivanti dalle disabilità connesse all’handicap” (art. 12, comma 4). A ciò si aggiunga che l’art. 16 della legge n. 104/92 prevede la possibilità di adottare attività integrative e di sostegno, anche in sostituzione delle discipline; ora, poiché il D.lgs. 62/2017 stabilisce che la valutazione degli alunni con disabilità deve essere effettuata in base al PEI e che tale valutazione deve essere espressa in decimi (e ciò vale per tutti gli alunni), coerentemente con quanto previsto, anche per l’alunno che lei definisce “gravissimo” la valutazione deve essere formulata in sulla base del PEI (e deve essere riportata nella scheda di valutazione in “decimi”, esattamente come avviene per gli altri studenti). Trattandosi di scuola Primaria (e ciò vale per la scuola del primo ciclo e per gli alunni per i quali è adottata una valutazione semplificata nel secondo ciclo) nella scheda di valutazione non deve essere fatto alcun riferimento al PEI (d.lgs. 62/17).  L’occasione è utile anche per rammentare che la scuola deve garantire, a ciascun alunno, gli apprendimenti, coerenti con le capacità e le potenzialità presenti; non può limitarsi alla sola socializzazione (lo stabiliscono la legge 104/92 e le Linee Guida ministeriali del 4 agosto 2009).


Mia figlia frequenta la prima liceo applicato scienze e biotecnologia ma, a causa di una serie di eventi traumatici, è crollata in una forte forma depressiva con forte ricaduta sulla frequentazione scolastica. Premetto che mia figlia è nata con una malformazione grave per la quale ha un riconoscimento con legge 104 e indennità di frequenza. Stiamo tentando di aiutarla con una equipe di psichiatri e psicologi ma il progresso è molto lento visto anche l’età che non aiuta. La mia domanda è: quali certificazioni devo far produrre dai medici per tutelarla sia per l’obbligo scolastico che per la privacy?

Le certificazioni sono quelle relative all’attuale stato di salute di sua figlia. Il Decreto legislativo n. 62/17, all’art. 13, stabilisce che, per l’ammissione alla classe successiva o all’esame di Stato, sia necessaria la frequenza di almeno tre quarti del monte ore personalizzato; lo stesso decreto richiama il DPR 122/2009 che, all’art. 14 comma 7, contempla di poter adottare – per casi eccezionali – motivate e straordinarie deroghe, purché le assenze non pregiudichino, a giudizio del Consiglio di classe, la possibilità di procedere ad una valutazione degli alunni interessati. Chieda pertanto che il Collegio dei docenti adotti una delibera relativa a tali deroghe.


Sono una docente di sostegno a tempo indeterminato e scrivo per un parere su come muovermi a seguito della circolare inviata dal mio Dirigente Scolastico a tutto il personale scolastico. Un alunno, pur essendo un disabile grave, usufruisce di 18 ore settimanali ed ha un’assistente materiale per 2 ore a settimana. I genitori hanno perso la causa al TAR per ottenere la copertura totale delle ore di sostegno. Dal 3 febbraio la docente che lo segue per 12 ore settimanali è assente e non si sa fino a quando. Il Preside dispone che tutti i docenti di sostegno debbano fare delle ore di supplenze sull’alunno anche se impegnati con altri alunni disabili. La domanda che mi pongo è la seguente: un docente di sostegno può lasciare il proprio alunno per andare a supplire un ragazzo con una disabilità più grave? è possibile contestare la circolare in oggetto dato che in questo modo non vengono più garantite le ore di sostegno come stabilite nei P.E.I. agli altri ragazzi?

Le “Linee guida” ministeriali, del 4 agosto 2009, vietano di spostare per supplenza in altra classe il docente per il sostegno, che opera con l’alunno nella classe alla quale è stato assegnato. La recente circolare sulle supplenze impone al Dirigente scolastico di nominare un supplente “dopo il primo giorno di assenza di un docente incaricato su posto curricolare o incaricato su posto di sostegno”


Sono una supplente precaria e lavoro in una scuola secondaria di istruzione superiore.
Una persona con disabilità grave si trovava seguito da me e una collega che da più di 20 giorni è in maternità. La scuola non si è attivata per trovare un supplente ed attualmente la persona si ritrova a non avere 9 ore di sostegno su 18. Dopo il ritiro di un altro alunno con disabilità, la dirigente ha incaricato la referente di dipartimento di ridistribuire le ore del personale e coprire quindi le 18 ore, lasciando scoperte altre persone che hanno diritto al sostegno ma si vedono ridotto il servizio senza spiegazioni. 
La referente di dipartimento sostiene che noi insegnanti non abbiamo possibilità di fare alcunché per migliorare la situazione. È legale questa soluzione? Quali sono i diritti della famiglia?  È buona norma che la persona sia seguita da 3 o 4 docenti diversi?

La recente circolare sulle supplenze ribadisce il principio che dopo il primo giorno di assenza il dirigente scolastico debba nominare un supplente. Se, come nel vostro caso, si sono rese disponibili ore di sostegno per il ritiro di uno o più alunni, queste ore (e solamente queste. ore) possono assegnate all’alunna, senza toccare le ore già assegnate agli altri frequentanti. Pertanto se mancano ancora ore per l’alunna il dirigente scolastico ha l’obbligo di nominare un supplente per tali ore. Fatelo presente alla famiglia. Sottrarre ore già assegnate ad alunni frequentanti è un atto illegittimo, forse anche con risvolti penali.


Sono la mamma di una ragazza tetraplegica con certificazione del 2014 in cui si evince un insufficienza mentale media ,tale certificazione è in possesso della scuola superiore di secondo grado in cui mia figlia frequenta la quinta con una programmazione semplificata ricondocibile al programma Ministeriale. Tempo fa per l’esattezza a dicembre abbiamo  consultato un Neuropsichiatra specializzato ,perché nostra figlia ha espresso la sua opinione sulla sua diagnosi funzionale così negativa e voleva essere sottoposta a nuovi test ,in effetti aveva pienamente ragione perché la nuova diagnosi parla di parametri normali anzi un pochino più alti .Il problema nasce solo con il linguaggio che inficia qualsiasi prova orale(il medico scrive che è impossibile fare prove orali) sia per l’ansia da prestazione che per problemi di coordinazione del linguaggio  (parla con difficoltà )e i suoi tempi di prestazione, sono molto più lunghi della norma. Abbiamo prodotto la nuova certificazione alla scuola chiedendo un GLH  per discutere del PEI in cui si era già chiarito che le verifiche orali erano controproducenti e si dovevano usare solo come compensazione dello scritto, Il risultato è stato pessimo perché ad ogni verifica scritta fanno seguire sistematicamente quella orale ,inoltre non rispettano ne’ tempi ne’ modalita’ concordati a suo tempo e specificati nel PEI ,la ragazza è in forte crisi perché le insegnanti quasi tutti i giorni le dicono che all’esame dovrà per forza fare la prova orale. Il GLH sarà a febbraio, come far capire che il PEI è disatteso? mi può aiutare a capire se mia figlia può sostenere l’esame di stato, senza per forza produrre la prova di cui sa già di non poter fare ?È possibile farla in forma scritta? 

Considerato quanto riportato nella documentazione sanitaria, in realtà, oltre all’eventuale completamento orale, era necessario prevedere forme “equipollenti” di somministrazione delle prove, previste a garanzia del diritto allo studio degli alunni con disabilità; al riguardo, si rimanda all’articolo 6 comma 1 del DPR 323 del 1998 che, nel definire il concetto di prove equipollenti, precisa che queste possono essere sia differenti da quelle ufficiali per i contenuti che per le modalità. È fondamentale, pertanto, che tali indicazioni siano coerentemente definite nel PEI, in quanto documento cui bisogna far riferimento per la predisposizione delle prove dell’esame di Stato conclusivo del secondo ciclo di istruzione.  In sede di esame, la prova orale può sicuramente essere affrontata con modalità differenti (che possono andare dalla lettura fatta da terzi di un testo scritto dalla stessa studentessa all’utilizzo di “ausili”, che sostituiscono il linguaggio verbale), ovvero “equipollenti” (DPR 323/98). A conferma di forme differenti, ovvero con modalità equipollente, si può citare la LIS: lo studente che si avvale della LIS in sede di esame di Stato fruisce dell’assistente alla comunicazione.  In sede di PEI, a febbraio, occorre esplicitare questi passaggi, richiamando il riferimento normativo e individuando le modalità maggiormente funzionali e fruibili da parte dell’alunna. È il caso che, a questo incontro, sia presente la studentessa che, meglio di altri, può dare indicazioni su quali siano le modalità migliori per poter sostenere le performance richieste dalla scuola.


Sono la madre di una bimba che ha la legge 104 per un problema neurologico (art. 33,  comma 3). La bimba frequenta una scuola primaria paritaria dove l’insegnante di sostegno, già poco attrezzata per il suo problema, non la segue affatto in alcuni momenti per lei molto delicati (es. intervallo dopo il pranzo). Ho sentito parlare della possibilità di richiedere un educatore al comune ad ulteriore supporto della permanenza a scuola. Potete darmi qualche indicazione?

Se nella vostra Regione la legge sul diritto allo studio prevede gli assistenti anche nelle scuole paritarie, in sede di GLO potete esplicitare la necessità di poter fruire della presenza di un assistente all’autonomia personale dell’alunna, riportando nel verbale dell’incontro e nel PEI tale indicazione; sarà poi cura del dirigente scolastico chiedere all’Ente locale di competenza l’assegnazione di tale figura. Se, invece, tale figura non è prevista per le scuole paritarie, sarà la famiglia a sostenere le spese per la presenza di questa figura, mentre il docente è a carico della scuola paritaria.


Sono una docente  della  scuola  primaria, l’anno prossimo si iscriverà  alla scuola primaria  un alunno disabile con sostegno di 11 ore settimanali. Premetto che nella nostra scuola ci sono classi a 30 ore settimanali  e classi a 40 ore settimanali. La dirigente ha detto alla famiglia di iscrivere il bambino a 40 ore settimanali premettendo che lui avrà  una riduzione di orario (30 ore settimanali). Questo molto probabilmente prevederà  che il bambino non potrà  seguire tutte le materie. Io ed altre docenti ci chiediamo se non sia più  funzionale un’ iscrizione a 30 ore settimanali, visto che in tal modo l’alunno seguirebbe tutte le attività. Lo so che spetta alla famiglia decidere il tempo scuola, ma non so quanto la famiglia abbia capito bene la situazione. Inoltre la riduzione d’ orario suppongo che  do  andrà  concordata durante il PEI.  La scuola può far iscrivere un bambino ad un tempo scuola e poi far frequentare un tempo scuola a 30 ore che è  previsto nel suo assetto?

Non sono previsti, per gli alunni, “riduzioni di orario” di frequenza, peraltro per un ordine di scuola per il quale è contemplato l’obbligo. Se per l’alunno è migliore un tempo di frequenza pari a 30 ore settimanali, non si capisce perché suggerire il tempo-pieno per poi prevedere una frequenza ridotta pari a 10 ore; ciò, peraltro, costituisce un danno all’erario. Spetta sicuramente alla famiglia decidere il tempo-scuola da scegliere e se ritiene che le 30 ore siano adeguate per il bambino, deve sicuramente optare per le 30 ore settimanali.


L’insegnante di mia figlia che frequenta l’asilo è in malattia in classe c’è la maestra di sostegno e non stanno nominando la supplente perché comunque quando non c’è la maestra di sostegno si appoggiano al plesso di un altro paese. Noi genitori cosa possiamo fare per far nominare un’altra maestra perché i bimbi solo lasciati a loro stessi e non controllati

La recente circolare sulle supplenze stabilisce che il dirigente scolastico ha l’obbligo di nominare un supplente dopo il primo giorno di assenza. 


Sono insegnante di sostegno nella scuola secondaria di secondo grado. 
Mi sono stati assegnati due ragazzi disabili, (9 ore ciascuno) in due classi diverse. 
In una delle due classi è presente un altro ragazzo disabile seguito da un’altra insegnate di sostegno per 12 ore settimanali. 
Quindi nella stessa classe abbiamo due insegnanti di sostegno, una presente 12 ore ed io presente 9 ore. I nostri alunni seguono un pei differenziato ed un orario differenziato, tutti i giorni dalle 9:00 alle 13:00.  Quindi, in alcune ore, nella stessa classe sono presenti tre insegnanti: due di sostegno più l’insegnante delle varie discipline. 
La vicepreside non vuole assolutamente che ci sia questa presenza contemporanea di due insegnanti di sostegno e vuole che ce ne sia sempre uno solo che segua ambedue i ragazzi che, ribadisco hanno esigenze estremamente diverse. Che dobbiamo fare? 

Non esiste una norma che impedisca la presenza di più docenti di sostegno, peraltro è prevedile la presenza contemporanea, in virtù dell’abolizione del tetto che fissava un numero definiti di alunni con disabilità per classe. Per motivazioni didattiche e organizzative è bene che il Consiglio di classe valuti e concordi quanto è bene che queste figure siano presenti ed eventualmente che lo condividano in sede di GLO (al quale partecipano tutti i docenti della classe, compresi i due docenti incaricati su posto di sostegno). Si consideri anche che le ore assegnate non possono essere sottratte a ciascun alunno, ma devono essere garantite, a tutela del diritto allo studio. Non spetta certo al docente incaricato come vicario del dirigente entrare nel merito del “quando” la risorsa “sostegno” debba essere presente in classe, ma solamente invitare i docenti del consiglio di classe a valutare l’opportunità, da un punto di vista organizzativo, in considerazione dell’efficacia e dell’efficienza degli interventi, considerazioni che competono al Consiglio di classe e che coinvolgono i componenti del GLO.


Sono una docente di un istituto di scuola secondaria superiore, scrivo in merito alla possibilità di utilizzare in classe la smartpen. Personalmente non ho mai avuto problemi a consentire ai miei allievi di registrare le lezioni o utilizzare la smartpen per prendere appunti, ma alcuni colleghi si oppongono, e ritengono di non essere obbligati a consentirne l’uso, anche  ad allievi con certificazione DSA, pur in presenza della richiesta di tale strumento compensativo da parte della famiglia, in quanto indicato dallo specialista che ha rilasciato la diagnosi (come da certificazione in possesso della scuola). Mi risulta che il vademecum del garante per la privacy abbia già dato parere positivo sulle registrazioni delle lezioni in classe, naturalmente ad esclusivo uso didattico personale. I miei colleghi, però, sostengono che il docente possa negare il permesso per tutelare la privacy degli altri allievi e per motivi didattici non meglio chiariti. Chi ha ragione? La famiglia, in caso di bocciatura di un allievo cui sia stato negato l’uso di tale strumento, può rivalersi nei confronti della scuola?

Per gli alunni con diagnosi di DSA è consentito registrare le lezioni a scuola: l’uso, da parte dello studente, è strettamente personale, mentre la registrazione riguarda “la lezione”. Questa indicazione, ripotata nel Piano didattico personalizzato, condiviso con la famiglia e con lo studente, va rispettata da tutti i docenti. In merito alla questione posta, va rispettato quanto indicato nel PDP (il problema privacy non è pertinente all’argomento).


La didattica a distanza

La didattica a distanza (DAD): emergenza e non solo

di Carlo De Nitti

Una prova della correttezza del nostro agire educativo è la felicità del bambino. Maria Montessori

La didattica a distanza – resa acronimo, come ormai da lungo tempo usa fare nello “scolastichese” – nella forma di DAD non può essere una didattica che si realizzi mediante le medesime pratiche attraverso cui si manifesta ogni giorno, nelle aule, nei laboratori, nelle palestre delle scuole di ogni ordine e grado, quella in presenza, in cui docente e discenti coeriscono nel medesimo spazio/tempo aprioristicamente definito. Parimenti, spesso definito è il copione. Lezione/spiegazione, sovente oro-auricolare(diciamoci la verità, quella vera, quella politicamente scorretta), verifica delle performances degli studenti e nuovalezione/spiegazione.

La DAD, nonostante escluda la compresenza fisica all’interno di un medesimo spazio fisico dei protagonisti della scuola, può vivere solo ricreando, eventualmente con diversa semantica, i vissuti tipici di quella relazione. Lo sguardo, il sorriso, la smorfia, la parola, la pacca sulla spalla, in una parola, la “cura” che caratterizzano (utinam…) la scuola reale e che sono parte integrante del processo di insegnamento/apprendimento devono essere re-inventati al tempo della DAD, pena il fallimento della sua azione.  

Non è possibile immaginare per quanti, come chi scrive, abbiano maturato una lunga esperienza di scuola, che una video-lezione possa essere un asettico contenitore unidirezionale di informazioni trasmesse da un emittente ad un ricevente: una video-lezione non può che prendere abbrivo da un momento “cordiale”. 

Non va dimenticato che i docenti entrano nelle vite private degli studenti, nelle loro case, nella loro “intimità” domestica: perché non iniziare la lezione prendendo un caffè insieme, con una canzone o un brano da film … magari scelti a turno da* ragazz* o, penso ai colleghi di scienze motorie, con un “risveglio muscolare”. Parimenti pure i giovani entrano nelle vite “private” dei loro docenti, nelle loro abitazioni, nei loro studi, scelti quali“set” della scena. Insomma, ci si mette reciprocamente “a nudo”: penso alla stanza in cui un docente faccia lezione con vista sui suoi libri e su qualcuno in particolare, per lui/lei particolarmente significativo non è forse un forte messaggio subliminale?

Se la DAD non riesce ad essere anche colloquio, empatia, reciprocità, fallisce il suo scopo: la scuola non è né può essere il semplice veicolo di trasmissione di contenuti disciplinari. Se lo fosse, sarebbe la bancarotta! Con l’aggravante della fraudolenza…

Ecco perché le verifiche e le valutazioni non possono essere effettuate in modo abituale, come se nulla fosse accaduto: chi pensa in termini di interrogazioni, di verifiche scritte, divalutazione numerica, di debiti è fuorviato da un’idea erronea di DAD. Chi garantirebbe la genuinità delle eventuali performances valutate? Ogni giudizio numerico sarebbe inappropriato e, absitinuria verbis, da un lato, foriero di possibili contenziosi in cui ogni istituzione scolastica sarebbe certamente perdente, dall’altro, segno evidente di una scuola “fuori dal tempo”

Le criticità finora evidenziate, nate in questo frangente in cui la DAD ha dovuto ex abrupto sostituire la fisiologica prassi scolastica – grazie al lodevolissimo impegno volontaristico di tante migliaia di docenti – non cesseranno una volta terminata l’emergenza scaturita per il COVID-19. Il ruolo delle TIC era argomento già ampiamente dibattuto in precedenza e lo sarà, ancor di più, dopo la conclusione, la più rapida possibile, della pandemia.

Questo drammatico tornio di tempo “in cui ci tocca di vivere” ha il non trascurabile pregio di mettere tutti in condizioni di prendere contezza che la scuola come luogo fisico è insostituibile (molte ragazze ed altrettanti ragazzi la stanno rimpiangendo…) anche come luogo deputato da parte della Repubblica a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Senza interventi correttivi, in primo luogo di tipo economico –cui, invero, il potere esecutivo ha già posto mano per dotare tutti i discenti di apparecchiature elettroniche in comodato d’uso gratuito – la DAD può creare esclusione sociale: chi può accedere e chi no, chi è dentro e chi rimane obtorto collo fuori. La DAD non può – né deve – contravvenire ai principi costituzionali, fondativi dell’essere scuola ovvero, come diceva don Lorenzo Milani, “fare parti eguali tra diseguali”.

In quest’ottica vanno considerate tutte le condizioni: dalla diversabilità, ai disturbi specifici dell’apprendimento, ai bisogni educativi speciali. A loro, agli alunni speciali, le scuole debbono dedicare la massima cura, sia in termini di accessibilità alla DAD sia di curvatura alle loro esigenze specifiche che non sono classificabili nella loro scansione temporale. Anche per loro la DAD va pensata su misura, in ogni senso.

Uno dei modi per capitalizzare e socializzare tutte le forme di DAD può essere, ad esempio, la creazione di archivi di risorse digitali delle scuole o reti di esse, disponibili per chiunque ne voglia usufruire per migliorare sempre di più una nuova forma di didattica che non è detto debba essere del tutto accantonata, una volta superata l’emergenza della pandemia che in questo marzo 2020 imperversa. Penso ad una mediateca delle buone pratichecondivisibile a tutti i livelli.

Da questa emergenza, la scuola italiana non potrà che venirne fuori diversa come era prima: diventerà più accessibile, più inclusiva, più performante, in una parola, migliore? E’ l’auspicio di tutti: se così fosse, le nuove generazioni ci ringrazierebbero.

Alcune note sulla didattica a distanza

Alcune note sulla didattica a distanza

di Stefano Stefanel

         La Didattica a distanza è una Didattica digitale e dunque in questo momento (iniziato improvvisamente, ma destinato a durare a lungo) è l’unica possibile. Dopo una fase iniziale di entusiasmo, alimentato di chi si è esposto a sostenere che la Didattica a distanza poteva sostituire quella in presenza, si sta passando a una sorta di dubbio collettivo, alimentato da voci sempre più persistenti di studenti stremati, famiglie oberate e crisi di nervi in arrivo. Il Ministero fa bene a temporeggiare sulle così dette “promozioni di massa” che poco piacciono ai tifosi della selezione, ma una cosa è certa: sono gli studenti più deboli, svogliati, assenteisti che hanno maggior bisogno della Didattica in presenza, cioè della “vecchia scuola”. Già deboli dentro un sistema cooperativo e comunitario questi studenti sono dispersi nel web e nelle loro lacune, dentro uno sfondo che non li ha dotati di competenze sufficienti per reggere l’urto della scuola in presenza, immaginarsi cosa gli sta succedendo nella scuola a distanza. Se quindi era già terribile prendersela con i più deboli in periodo “di pace”, immaginiamo quanta violenza ci sarebbe nel prendersela con i più deboli “in tempo di guerra”. Ma di questo ci sono ancora due mesi di tempo per parlarne, cercando, comunque e giustamente, di non dare alibi a nessuno studente che intende limitarsi a sbadigliare invece che a studiare.

         Il punto cruciale da affrontare, però, oggi è quello di una Didattica a distanza e di una Didattica digitale (non sono la stessa cosa, ma in questo momento sono l’unica cosa) che sono utilizzate anche da molti docenti che nulla in precedenza avevano sperimentato in merito, molti dei quali erano addirittura strenui combattenti contro il digitale. Il trasferimento delle metodologie in presenza alle metodologie a distanza, delle metodologie cartacee a quelle digitali può permettere di coprire qualche vuoto, può aiutare gli studenti bravi o bravissimi, ma rischia di gravare il sistema di un nuovo errore, cioè quello di cercare di fare stare il vecchio nel nuovo. La strada da percorrere è quella che permette di ribaltare alcuni stereotipi, per posizionarsi nell’altrove in cui siamo precipitati. Per questo di seguito indico, in questo intervento, dieci “accorgimenti pedagogici” che potrebbero essere utili per aiutare a definire i confini di una Didattica a distanza che sia una vera Didattica digitale.

1. Dalle domande agli studenti alle domande degli studenti. L’attività didattica in chat o in videoconferenza permette un’interazione diretta con soggetti lontani, situati dentro ambienti spesso difformi e non tutti idonei all’apprendimento. La vecchia modalità dell’ “a domanda risponde”, propria ormai solo dei tribunali e delle aule scolastiche, non serve a niente, perché semplicemente mima una situazione in presenza dove prevalgono la memoria e non l’iniziativa. E’ necessario passare dalle domande fatte dall’insegnante allo studente alle domande fatte dallo studente all’insegnante. Da quelle domande si percepiranno la profondità, l’interesse, la competenza. Va ribaltato lo schema: l’interrogazione non parte dalla domanda dell’insegnante, ma da quella dello studente.

2. Dall’interrogazione al colloquio colto. I video incontri anche individuali possono permettere uno spostamento dal concetto di interrogazione a quello di “colloquio colto”. Che cos’è un colloquio colto? E’ un colloquio tra due persone che condividono punti di riferimento culturali di livello elevato (e connessi all’età del soggetto più giovane). Chi non ha mai sentito parlare dei Promessi sposi non è in grado di discutere i motivi per cui don Rodrigo non voleva che Renzo e Lucia si sposassero, né l’eventuale esistenza di punti di contatto tra la pesta milanese del ‘600 e questa nostra epidemia. Ma il concetto di colto si estende anche alla trigonometria e alla geografia, alla geometria e all’ecologia. Cioè a tutti quei settori in cui è possibile parlare solo con chi ne sa qualcosa. Ad esempio: per stabilire che cosa è un virus, come si trasmette, come si distrugge.

3. Dall’esperienza di classe all’esperienza personale. Ogni studente (dai 3 ai 19 anni) sta vivendo un’esperienza diversa. Queste esperienze con colonne musicali personali, dentro luoghi diversi (case grandi con giardini, case piccole piene di gente, case su più piani, case con grandi saloni, case con piccole camere, ecc.) e dentro stili di vita diversi possono diventare il centro della narrazione e il punto di origine della conoscenza. L’apprendimento per sviluppo prossimo di cui parlava Vygotskij è il punto di partenza dell’esperienza didattica e di quella dell’apprendimento. Poiché non ci sono più ambienti simili, perché mediati ormai da esperienze di convivenza non comuni, le esperienze personali di vita nell’emergenza devono essere proiettate attraverso il web dentro lo spazio comune. Con racconti, foto, musiche, filmati, selfie, cioè con tutto quello che in questo momento attraverso il web restituisce significato che ognuno di noi assegna a quello che sta accadendo.

4. Dai compiti per casa ai compiti di realtà. Questo è forse uno dei passaggi più difficili: passare, cioè, da un meccanismo didattico ripetitivo e connesso alla successiva verifica sul raccordo tra quello che sta insegnando e quello che si deve imparare, alla descrizione della realtà dentro cui si vive. Questo mutamento di prospettiva importante per gli studenti adulti diventa necessario per quelli più piccoli che non possono essere inseriti dentro un sistema di semplici apprendimenti teorici, avendo perso anche quella laborialità logica che si trova dentro qualunque classe del primo ciclo dell’istruzione. Dunque cercare di stimolare la realtà e di portarla nella teoria, non fare viceversa costringendo lo studente dentro una realtà in cui con i compiti per casa si cerca di coprire la mancanza della vita scolastica quotidiana.

5. Dalla verifica di quanto trasmesso alla ricerca della complessità: dal disciplinare al pluridisciplinare.  Se già la Didattica in presenza fatta di lunghe spiegazioni e di lunghissime conferenze mostrava il passo e veniva intaccata sempre più spesso da progetti, laboratori, incontri pubblici, viaggi, stage, ecc. la Didattica a distanza fatta attraverso lezioni frontali diventa insostenibile. Se è possibile apprendere attraverso filmati perché non lo si faceva anche prima? Lo studente debole che si annoiava in classe a sentire lunghe narrazioni solitarie davanti ad un filmato tende a fare altro (guardare il suo cellulare se non è connesso con quello, ad esempio). E’ necessario allora verificare il processo di apprendimento attraverso la complessità. Non chiedere nozioni o conoscenze secche, ma chiedere un ragionamento attraverso temi molto complessi e articolati, che non si possano risolvere copiando da internet, ma richiedano pensiero ed elaborazione per fare emergere le competenze reali. La complessità per sua natura esige competenze, quindi bisogna dare compiti difficili per cercare l’eccellenza, non per sanzionare i peggiori. Questa difficoltà deve valorizzare gli studenti migliori, che attraverso la loro competenza approfondita aiuteranno a migliorare la Didattica a distanza. La complessità disciplinare deve raccordarsi con quella pluridisciplinare di cui è ormai pregna la nostra società. Per questo è importante costruire contenuti pluridisciplinari che stimolino gli studenti dentro ragionamenti complessi e non ripetitivi.

6. Dal fare i compiti allo scrivere libri. La possibilità di condividere testi dentro cloud permette di passare dall’elaborazione di compiti alla scrittura di libri. Poiché questi libri saranno multimediali, possono essere di qualunque formato, contenuto, durata. L’insegnante è il soggetto ordinatore, la scuola è l’editore, i ragazzi sono gli scrittori. Il passare da una scrittura che trasmette quello che ha recepito a una scrittura che recepisce quello che trasmette permette di mettere allo scoperto la genialità o la pochezza del prodotto. Il lavoro collettivo diventa anche una traccia delle individualità e della loro capacità di adeguarsi o no alle attività di gruppo. In questo caso l’emergenza non produrrà compiti, ma permetterà di editare (sul web) un libro sull’emergenza, che sarà diverso per ogni classe, per ogni gruppo, per ogni elettività.

7. Dalla penna alla tastiera. La gestione della tastiera (sia quella di un PC, sia quella di uno smartphone, sia quella di un tablet) è diversa dalla gestione della penna. Il passaggio da penna a tastiera ribalta quello che è il normale senso del procedere. Per moltissimi studenti la tastiera ha già preceduto la penna: ora non si tratta solo di applicare una sostituzione, ma di comprendere che, dentro una Didattica a distanza che è una Didattica digitale, di nuovo “il mezzo è il messaggio”. Digitare non è mai scrivere con la penna, partendo anche dal semplice fatto che molto spesso ciò che manca al digitale è la pazienza della rilettura di quello che si è scritto. La scuola deve entrare in questo meccanismo e, in questo momento, deve ribaltare la sua priorità iniziale (la penna) per passare alla priorità digitale dei suoi studenti (la tastiera), avendo bene in mente che scrivere con la penna non produce gli stessi effetti che scrivere con la tastiera e pertanto anche su questo è necessario fare scuola (primaria: anche quando si frequenta il liceo).

8. Da segnalare libri (letture) a segnalare link. In questa fase è necessario che i docenti segnalino correttamente link dove individuare questo o quell’argomento sviluppati in modo corretto. Questo è un lavoro nuovo ed è un lavoro immane. E’ possibile credere ancora che lo studente studi volentieri sul manuale cartaceo, ma forse qualche dubbio in questa fase è necessario farselo venire. Bisogna imparare a linkare (parola pessima: ma ce n’è un’altra?) in forma approfondita, dopo aver girato ore e ore sul web per cercare qualcosa di veramente utile, interessante, ben scritto, ben organizzato. Qui entriamo nel settore delicato della ricerca didattica, che non può limitarsi a cambiare nomi o a cercare di portare il vecchio programma dentro un nuovo curricolo. L’emergenza chiede un aumento di profondità e quindi la possibilità di accedere in forma critica e intenzionale ai moltissimi contributi di altissimo livello che si trovano sul web. Diventa perciò necessario “saper linkare”: quando il docente parla agli studenti, deve segnalare riferimenti digitali facilmente reperibili, quando lo studente parla, deve indicare precisamente la fonte da cui ha tratto spunto per quello che sta dicendo. Va ripristinata la logica didattica di san Tommaso d’Aquino, che pretendeva, durante il quolibet, che i suoi studenti citassero sempre la fonte delle loro affermazioni. A quel tempo avevano solo la memoria, oggi abbiamo un web così enorme che ci sta asciugando la memoria, per cui dobbiamo dare riferimenti chiari, non generici richiami a testi che non sono oggettivamente alla portata fisica (perché cartacei) di nessuno.

9. Dalla lingua madre al plurilinguismo. Il plurilinguismo dovrebbe diventare la cifra della lontananza. A scuola non si può più parlare solo italiano, ma si deve iniziare a interagire in tutte le lingue con cui abbiamo familiarità, siano esse vive o morte. E’ un lavoro complesso non alla portata di tutti, ma credo sia necessario avviare degli incontri via chat o video con più insegnanti presenti contemporaneamente. Quelli di lingua straniera avrebbero così la possibilità di presidiare le competenze linguistiche degli studenti dentro importanti contenitori scientifici, umanistici o anche esperienziali. Sia nel primo ciclo sia nel secondo ciclo è importante dare allo spettro plurilinguistico possibilità di spaziare di farsi valere come veicolo. La didattica dentro il plurilinguismo è una didattica molto complicata e che per questo si sposa con la complessità virtuosa di cui parlavo sopra. Per questo è necessario affinare le competenze del lavoro in team, dentro spettri linguistici differenti su azioni pluridisciplinari complesse. Il senso dell’operazione diventa non solo quello di testare conoscenze, ma soprattutto quello di vedere in che modo si sono sviluppare le competenze, che solo dentro una dimensione plurilinguistica collocano lo studente (anche molto giovane) nella società che si evolve.

10. Dall’orario dei docenti all’orario degli apprendimenti. Pensare che Didattica a distanza possa rispettare gli orari della Didattica in presenza è una pericolosa perdita di tempo. Mimare da remoto, attraverso video incontri o lezioni frontali, i tempi della presenza significa stare dentro un medium senza averne capito nulla. I consigli di classe, i team docenti, i dipartimenti dovrebbero attivarsi per rivedere la propria progettazione curricolare slegandosi dall’idea (morta) di programma. I programmi non si potranno finire né quest’anno né mai, ma bisogna, invece, costruire curricoli anche temporalmente al passo con il processo di apprendimento degli studenti. Era una cosa che bisognava aver fatto prima, ma che adesso diventa imprescindibile e come tale deve essere attuata nell’emergenza. Passata la prima fase accompagnata dall’entusiasmo dei neofiti, degli avanguardisti, degli estremisti del web e di quelli della carta, si deve transitare alla mediazione processuale per capire qual è il tempo migliore per sviluppare apprendimenti e per cementate conoscenze. Inutile rimanere ancorati all’orario: il mattino si spiega il pomeriggio si studia. Il tempo non è più quello che conoscevamo, le giornate sono più brevi di prima perché la solitudine annulla i tempi e cambia i ritmi. E quindi anche la scuola deve essere diversa. Il tempo della Didattica a distanza e della Didattica digitale non può essere quello della Didattica in presenza, scandita oltre che dalle sveglie mattutine anche dagli autobus, dai treni, dagli scuolabus, dalle mense, dai rientri, dagli orari dei genitori, dallo sport, dalla dottrina, dai gruppi musicali e culturali, dalle feste, dagli incontri, ecc. Bisogna ripensare il tempo della scuola, collegandolo a quello dell’apprendimento in situazione di emergenza. Serve un tempo nuovo, magari un tempo senza tempo, in cui ci siamo perché apprendiamo, non perché siamo obbligati a esserci.

Il Rinascimento francese

IL RINASCIMENTO FRANCESE: UNA GRANDE CORRENTE ARTISTICA

di Giovanni FERRARI *

Il Rinascimento, nel XV secolo, è stato un periodo di cambiamenti in architettura, nella vita intellettuale, nella letteratura e nel campo religioso.

Le guerre d’Italia fatte da re  Francesco I, la scoperta di una civiltà raffinata porterà in Francia degli artisti come Leonardo da Vinci e i re francesi imitarono lo stile italiano. Sulle rive della Loira si costruisce per abbellire i castelli di Blois, d’Azay-le-Rideau, di Lude, d’Amboise, di Chenonceaux e in fine di Chambord.

Allo stile decorativo italiano si aggiunge un desiderio di purismo nato dal modello antico: il Cortile Quadrato del Louvre a Parigi rimane l’esempio più bello.

Le trasformazioni delle conoscenze e del mondo richiedono delle nuove formazioni e la creazione di nuove scuole: il Collegio di Francia (1530), le Accademie come l’Accademia di poesia e della musica (1530). Queste scuole sono affidate agli umanisti.

Erasmo, Guillaume Budé hanno partecipato alla costruzione della cultura umanistica: ritorno all’Antichità e ai suoi grandi testi, riflessione sui testi, creazione di una cultura universale, volontà di porre l’uomo al centro di tutte le cose.

In letteratura, Marot, Rabelais, la Pléiade (Ronsard, Du Bellay), Montaigne  illustrarono con le loro opere questa volontà di fondare la felicità su una vita in pieno accordo con la natura. Il francese, pertanto diviene allora la lingua della creazione letteraria: Défense et illustration de la langue française (Du Bellay, 1549) è un suo manifesto e sulla saggezza degli Antichi; è all’origine della Riforma che vuole imporre una riforma del credo e delle nuove pratiche religiose ossia quella profonda crisi ideologica e religiosa che dividerà il mondo cristiano.

TRADUZIONE IN FRANCESE: LA RENAISSANCE.

La Renaissance, au XV siècle, a étè une période de changements en architecture, dans la vie intellectuelle, en littérature et dans le domaine religeux.

Les guerres d’Italie faites par le roi François 1°, la découverte d’une civilisation  raffinée vont amener en France des artistes comme Leonard de Vinci et les roi français vont imiter le modèle italien. Sur les bords de la Loire se construisent ou s’embellissent les châteaux de  Blois, d’Azay-le Rideau, du Lude,  d’Amboise, de Chenonceaux et enfin Chambord.

Au style décoratif italien va s’ajouter une volonté de purisme née du modèle antique: la Cour Carrée du Louvre à Paris en reste le plus bel exemple.

Le trasformations des  connaissences et du monde nécessitent de nouvelles formations et la création de nouvelles écoles: le Collège de France (1530), les académies, comme l’Académie de poésie et de musique (1530). Ces écoles sont confiées aux humanistes.

Érasme, Guillaume Budé ont participé à la construction de la doctrine humaniste:retour à l’Antiquité et à ses grands textes, réflexion sur ces textes, croyance en une culture universelle, volonté de placer l’homme au centre de toute chose.

En littérature, Marot, Rabelais, la Pléiade (Ronsard, Du Bellay), Montaigne illustrent par leurs oeuvres cette volonté de fonder le bonheur sur une vie en accord avec la nature. Le français devient alors la langue de la création littéraire: Défense et illustration de la langue française (Du Bellay 19499 et son manifeste.

L’humanisme s’appuie sur une lecture évangélique du christianisme et sur la segesse des Anciens; il est à l’origine de la Réforme qui veut s’imposer une réforme de la croyance et de nouvelles pratiques religeuses: C’est cequi va entrainer la profonde crise indéologique et religeux qui va diviser le monde chrétien.


QUESTIONARIO SULLE GRANDI CORRENTI ARTISTICHE DEL RINASCIMENTO.

  • Domanda:Comment l’Italie a-t-elle contribué à la Renaissance en France?

Risposta: La Renaissance italienne a précédé la Renaissance française qui  commence pendant le règne de François 1° (1515-1547). Ce roi fait venir en France des artistes italiens qui introduisent un nouveau style d’architecture et de décoration (les chateax de la Loire). Ce style devient plus pur quand, aprés 1550, les artstes s’inspirent de l’Antiquité (le Louvre).

  • Domanda: Où se trouvent les principaux châteaux construits en France à l’époque de la Renaissance?

Risposta: Dans la vallée de la Loire. La Bretagne, la Normandie et le Pays de la Loire forment la région Ouest.

La Bretagne est célèbre pour ses paysages,  ses légendes celtes, sa culture en plein renouveau (Festival interceltique de Lorient). C’est une terre de marins avec de nombreux ports de pêche  (Lorient, Douarnenez, Roscolf). Son agriculture et son élevage se son beaucoup developpés (légumes, porcs). L’industrie automobile les télécommunications, la recherche océano-graphique, le tourisme (Saint-Malo, le Mont-Saint-Michel) et la balnéothérapie ont tranformé la Bretagne pauvre en une région riche et dynamique: Rennes compte parmi les villes les plus perfomantes et les plus appréciées.

La Normandie, avec ses célèbres paysages de bocage, reste une grande terre d’élevage, de production laitière et d’industrie agroalimentaire. Rouen et le Havre sont les deux ports industriels dominés par le pétrolchimie. Terre de villégiature pour les parisiens (Deauville, Trouville, Honfleur, Etretat), c’est aussi une terre de mémoire avec les plages du Débarquement de la  Seconde Guerre Mondial et le Mémorial de Caen.

Les pays de la Loire sont tournés vers la mer et bénéficient du dynamisme des deux grands ports., Nantes etr Saint- Nazaire, principaux centres de construction navale et d’importation du pétrole. Ils attirent un tourisme nombreux grâce à leurs  plages et à leur patrimoine historique (les célèbres châteaux de la Loire: Chambord, Chenonceau…). Les activités tertiaires (assurance) y occupent una place importante.

La Normandie comme la Bretagne ou le s Pays de la Loire, sont des pays de terre et d’eau. La géographie touristique de la mer est synonyme de ports (Dieppe, Le Havre, Cherbourg, Lorient, Brest, Saint-Nazaire et Nantes), de cités balnéaires (Etretat, , Deauville, Cabourg, Dinard, La Baule, Les sables-d’Olonne).  De lieux synonymes d’aventures et de découvertes (Sant-Malo, Honfleur), d’îles (Bréhat, Belle-île,  Noirmoutiers, Yeux) et de mémoire (les plages du Débarquement). La terre offre ses  légendes, ses mystères, ses beuatés, son histoire (Carnac, Brocéliande, Rennes, Dinard, le Mont-Saint- Michel, Bayeux, Caen, Rouen, Angers,Saumur,Fontevraud).

Il y a aussi une table formidable: à  l’ouest, en Bretagne, les crêpes sucrées ou salées (galettes), en Normandie, le camembert et le cidre, dans les Pays de la Loire, les vins de Saumur et le biscuit nantais Le Petit LU sont parmi les spécialistes gastronomiques de ces régions.

  • Domanda: QU’EST-CE QUI CARACTÉRISE:

a)La doctrine humaniste: Cette doctrine rejette le monopole de l’Église sur la vie intellectuelle et culturelle. Comme les philosophes de l’Antiquité, les penseurs humanistes ont centré leur réflexsion sur l’homme (plutôt que sur Dieu et sur les textes anciens (plutôt   sur la Bible). Les humanistes croyaient en une culture universelle fondée sur le libre examen des textes anciens et libérée de la doctrine religeuse.

B) La littérature del la Renaissance: les poète de la Renaissence ont remplacé le latin par le français pour exprimer avec   lyrisme des émotions inspirées par la nature: Rabelais célèbre la nature et la vie. Montaigne dans ses Essais a élaboré sa philosophie humanistes à partir de sa propre expérience du monde et des ses souffrances personnelles. Pour les écrivains de la Renaissance, le bonheur résulte d’une vie menée en accord avec la nature.

  • Domanda: Pourquoi la Réforme a-t-elle divisé le monde chrétien qui avait  été  dominé  jusque-là  par l’Église  catholique?  

Risposta: Les hunmanistes ont entrepris  l’étude critique des  écritures chrétiennes aussi bien que des textes  anciens. Martin Luther (1483-1546) et Jean Calvin (1509-1564), ont été à l’origine de la Réforme. Ce mouvement religeux critique les abus de l’Église catholique et propose un retour aux sources bibliques. Il est devenu le protestantisme. En 1560 ont commencé entre les protestants et les catholi ques les guerres de Religion, dont le massacre des protestants de Paris la nuit de la Saint-Barthélemy (24 août 1572) reste célèbre: elles ont pris fin avec l’instauration de la tolérance religeuse par l’édit de Nantes (1598).

  • Domanda: Voici quelques citations d’écrivains de la Renaissance:

 Rabelais (1494-1553): “L’appétit vient en mangeant (…) la soif s’en va en buvant”. (Gargantua, Livre 1,5)

Du  Bellay (1522-1560): “ France, mère des arts, des armes et des lois”. (Les Regrets)

Ronsard(1524-1585): “Cuillez, cueillez votre jeunesse: Comme cette fleur, la vieillesse Fera tenir votre beauté”. (Odes, “A’ Cassandre”.1,17).

 Montaigne (1533-1592): “ Quand je pourrais me faire craindre, j’aimerais encore mieux me faire aimer”.  (Essais).

Choisissez l’une de ces citations et expliquez l’idée ou le sentiment exprimé.

Risposta: Pour Rabelais, manger et boire beaucoup sont indispensables à la vie. On entretient le même rapport avec le soir, lui aussi indispensable.- Pour Du Bellay, la France est pour excellence le pays de la vie culturelle et artistique, des combats et des lois.- Ronsard incite Cassandre à profiter de sa jeunesse car la vie, comme une rose, perd sa beauté avc l’âge.- Montaigne dit que l’affection quel es gens expriment pour lui est un sentiment plus important que la crainte qu’il pourrait leur inspirer.


* Dipartimento di Studi Umanistici
Università degli Studi  Napoli “FEDERICO 2”

Mobilità 2020/2021

Calendario Mobilità

a cura di Dario Cillo


Mobilità 2020-2021 – Ministero Istruzione


Tipo di personaleTermine presentazione domandeTermine acquisizione domandeDiffusione risultati
Docenti Scuola Infanzia (1)
28 marzo  – 21 aprile5 giugno26 giugno
Docenti Scuola Primaria (1)
28 marzo – 21 aprile5 giugno26 giugno
Docenti Scuola Secondaria I grado (2)
28 marzo – 21 aprile5 giugno26 giugno
Docenti Scuola Secondaria II grado (2)
28 marzo – 21 aprile5 giugno26 giugno
Docenti Discipline spec. Licei Musicali
28 marzo – 21 aprile5 giugno26 giugno
Personale Educativo (3)
4 – 28 maggio22 giugno10 luglio
Personale ATA (4)1 – 27 aprile8 giugno2 luglio
Personale IRC (5)13 aprile – 15 maggio19 giugno1 luglio

NB: Sono indicate in rosso le date che hanno subito variazioni


(1) Il dirigente scolastico competente provvede, entro i 15 giorni successivi al termine fissato dall’O.M. per la presentazione delle domande di mobilità, alla formazione e pubblicazione all’albo dell’istituzione scolastica delle graduatorie comprendenti sia agli insegnanti titolari su scuola, sia i docenti titolari di incarico triennale. (art. 19, c. 4, CCNI)

(2) I dirigenti scolastici, entro i 15 giorni successivi alla scadenza delle domande di trasferimento, formulano e affiggono all’Albo le graduatorie per l’individuazione dei soprannumerari comprendenti sia i docenti titolari su scuola sia i docenti con incarico triennale. (art. 21, c. 3, CCNI)

(3) Il dirigente scolastico competente, provvede – entro 10 giorni dalla data di pubblicazione della tabella organica – alla formazione e pubblicazione all’albo della direzione delle graduatorie relative al personale educativo interessato al fenomeno delle soppressioni. (art. 31, c. 4, CCNI)

(4) I dirigenti scolastici, entro i 15 giorni successivi alla scadenza delle domande di trasferimento, formulano e affiggono all’albo le graduatorie per l’individuazione dei perdenti posto. (art. 45, c. 5, CCNI)

(5) Gli insegnanti di religione cattolica che si vengano a trovare in posizione di soprannumero rispetto alle dotazioni organiche di ogni singola diocesi sono individuati sulla base della graduatoria articolata per ambiti territoriali diocesani, predisposta dall’Ufficio scolastico regionale competente. (art. 27, c. 7, CCNI)


Utilizzazioni e Assegnazioni provvisorie

Tipo di personaleTermine presentazione domande
Personale Docente
Scuola Infanzia e Primaria
Personale Docente
Scuola Secondaria I e II Grado
Personale Educativo
Personale IRC
Personale ATA

Scuola, Ministero: su mobilità ci sarà supporto per il personale con help desk e guida alla compilazione della domanda

(24marzo 2020) Con riferimento alla mobilità 2020/2021 del personale della scuola (docenti, personale educativo e Ata) il Ministero dell’Istruzione fa sapere che ci sarà il massimo impegno per supportare i dipendenti coinvolti. Si lavora, infatti, a sistemi di aiuto per la compilazione delle domande. Si va dall’attivazione di help desk su base regionale, a una guida con le istruzioni dettagliate, per aiutare chi dovesse incontrare difficoltà.

Si ricorda che è già previsto, da anni, che la domanda sia compilata online, in versione digitale. Si tratta di una mobilità ordinaria, di una procedura che si verifica tutti gli anni, nel rispetto e sulla base del Contratto collettivo nazionale integrativo firmato dal Ministero con le organizzazioni sindacali. L’ultimo è stato siglato il 6 marzo del 2019, un anno fa. Sono procedure note. L’ordinanza ministeriale di ieri non fa che declinarne termini e modalità.

Sulla mobilità il Ministero si è mosso nel rispetto delle aspettative e dei diritti di quanti vogliono poter chiedere il cambio di sede, in vista del prossimo anno scolastico, come è sempre avvenuto, ogni anno. Rinunciare all’apertura dei termini per la presentazione delle domande avrebbe significato il blocco totale della mobilità per l’anno in corso e avrebbe comportato un grosso disagio, nonché la lesione di un diritto per migliaia di persone. Farla saltare o slittare ulteriormente avrebbe impattato poi negativamente sull’avvio del prossimo anno scolastico, il 2020/2021, a danno degli studenti e di tutto il personale. La mobilità è, infatti, passaggio necessario, come noto, per poter definire gli organici per il prossimo anno. 

Con riferimento alle polemiche sul mancato confronto con il sindacato, il Ministero sottolinea che le organizzazioni sindacali, il 5 marzo scorso, hanno partecipato a un incontro in cui sono state concordate le modalità e anche lo slittamento temporale dei termini di presentazione delle domande di mobilità per l’anno 2020/2021, proprio per tenere conto dell’emergenza in atto che non deve, però, e non può immobilizzare lo Stato: tanti dipendenti stanno lavorando, in modalità agile o in presenza, per garantire che procedure come questa possano avvenire. 

La sollecitazione a spostare in avanti le date di presentazione delle domande è stata pienamente accolta, modificando l’iniziale bozza di ordinanza. E il Ministero ha anche contattato le proprie sedi periferiche per assicurarsi che tutto possa svolgersi come dovuto. E si impegna, sin da ora, per monitorare tutte le attività e il buon esito delle operazioni, sperando in un fattivo e sinergico impegno dell’Amministrazione e delle Parti Sociali.


Scuola, pubblicata l’ordinanza sulla mobilità. Per i docenti domande dal 28 marzo al 21 aprile

Disponibile l’Ordinanza relativa alla mobilità del personale docente, educativo ed Ausiliario,Tecnico e Amministrativo (ATA) per l’anno scolastico 2020/2021.

Disponibile anche l’ordinanza per i docenti di religione cattolica. Il personale docente potrà presentare domanda dal 28 marzo al 21 aprile 2020. Entro il 5 giugno si concluderanno gli adempimenti di competenza degli uffici periferici del Ministero. Gli esiti della mobilità saranno pubblicati il 26 giugno.

Il personale educativo potrà fare domanda nel periodo 4-28 maggio 2020, gli adempimenti saranno chiusi il 22 giugno, la pubblicazione dei movimenti avverrà il 10 luglio.

Gli A.T.A. potranno presentare domanda fra l’1 e il 27 aprile 2020, gli adempimenti saranno chiusi entro l’8 giugno, gli esiti saranno pubblicati il 2 luglio.

Per i docenti di religione cattolica, la presentazione delle domande è prevista dal 13 aprile al 15 maggio 2020. Mentre gli esiti dei movimenti saranno pubblicati l’1 luglio 2020.

Titanic Italia

Titanic Italia: per evitare che affondi, correggere il paradigma

di Carlo Ruta

(storico e saggista)

I numeri dell’infezione in Italia si confermano enormi. La cifra dei morti registrata da domenica 22 febbraio ad oggi, cioè in appena 5 giorni, ha superato quelli che la Cina ha contato in quattro mesi. E il cauto ottimismo che veniva esibito da vari ambienti da qualche giorno, per la lieve flessione nell’aumento dei contagi, ha lasciato il posto, ancora una volta, alla disillusione, ad una realtà che, come si è cercato di documentare da un po’ di giorni, sfugge ormai ad ogni controllo e che richiede, è il caso di ribadirlo ancora, uno sguardo più lungo e una correzione severa del paradigma.

Le semplificazioni, in una fase di emergenza come questa, non aiutano infatti a comprendere e a muoversi nel modo più idoneo. Bisogna cominciare a scomporre i dati, molto differenti da regione a regione, guardare in faccia la realtà mettendo da parti la superbia del restare fedeli ai propri modelli, anche quando si dimostrano inefficaci, e, infine, cominciare a prestare una maggiore attenzione all’ascesa virulenta dell’infezione in altri Stati europei, che rischia di abbattersi sul Paese come un’onda di ritorno. Spero di riuscire, una volta ancora, a farmi capire e continuo a sperare che esista un qualche «giudice a Berlino».

Ad una lettura disincantata delle cose, continua ad emergere in realtà che l’emergenza sanitaria non è più risolvibile nei tempi brevi con i mezzi di contrasto che sono stati impiegati: le ragioni, suggerite anche da uno sguardo retrospettivo, dall’anamnesi delle grandi epidemie del passato, sono state già esposte e non è il caso di ritornarci. Ma la situazione va aggravandosi perché, da un lato il morbo, dall’altro una serie di misure adottate senza i dovuti distinguo, stanno producendo una ulteriore emergenza, economica, quindi sociale e civile, mentre peggiora la scena complessiva, globale.

Il morbo avanza appunto in tutta Europa, con picchi esorbitanti in Spagna, dove i ritmi sempre più ricalcano quelli italiani, e si sta radicando negli Stati Uniti, con epicentro a New York, megalopoli irradiante per definizione, con tutto quel che di tragico può derivarne. Il maggiore focolaio del contagio in questo momento rimane comunque l’Italia, dove è fin troppo facile prevedere che tra 4-5 giorni i morti supereranno i 10.000, ossia tre volte tanto quelli contati dalla Cina da novembre ad oggi, mentre si aggrava la situazione nelle aree del Paese che nella prima fase sono risultate meno colpite.

Malgrado l’isolamento in casa delle famiglie italiane e l’arresto di gran parte delle attività economiche, il contagio diventa sempre più impetuoso nel Nord, sale pericolosamente nelle regioni del Centro, come testimonia tra l’altro il caso Fondi, e rischia d’impennarsi nelle aree meridionali, dove cresce intanto il disagio economico. In Sicilia, dove i livelli di povertà, di sottoccupazione e di precariato sono elevati a prescindere, e dove la chiusura delle attività economiche può sfocare in fenomeni sociali destabilizzanti, sono stati ufficializzati già oltre mille contagi, e non è facile prevedere cosa potrà accadere nelle prossime settimane, anche a causa delle decine di migliaia di persone che dal Nord si sono riversate nei luoghi d’origine.

Non ci si può fermare allora ad una lettura semplificata dei dati e dei fatti, che chiamano invece ad atti consapevoli delle comunità, del paese civile, dell’opinione pubblica, e non solo di chi è chiamato a responsabilità di governo e di intervento sanitario. Un paese civile bene informato e consapevole può riuscire ad impedire infatti che si vada ad esiti ancora più catastrofici. Mi si consenta allora, ancora una volta, una breve digressione, alche per fugare alcuni possibili equivoci di fondo.

La storia delle grandi epidemie documenta che il morbo finisce solitamente con lo sconvolgere il sentire comune. La paura di un’entità enigmatica che corrode i corpi tende a generare una sorta di «virus» percettivo e rappresentativo, che corrode le menti, sobilla l’immaginario, alimentando stati di tensione in grado di procurare ulteriori danni materiali. Determina in sostanza uno stato d’insicurezza, impedisce lo sguardo sul futuro, mentre viene meno la facoltà di attingere, in tutto o in parte, al consueto paniere di risorse. Tale condizione è capace di sommuovere i costumi identitari, le regole morali, le dinamiche di gruppo e perfino familiari, mentre tende a intrecciarsi biecamente con il tarlo del pregiudizio, preesistente e connaturato ad ogni epoca, che in contesti simili porta a bollare come responsabili del contagio le «alterità» sociali, etniche, politiche, religiose, ideologiche, e così via. Tutto ciò interagisce quindi con le questioni sociali, le tensioni economiche e le conflittualità di ceto, offrendo anche l’opportunità di regolare ogni sorta di conti preesistenti. Nella peste del 1347-50 crebbe la caccia agli Ebrei, ritenuti responsabili del contagio. Nel colera dell’Ottocento si andava a caccia degli avvelenatori, che venivano individuati spesso in ambienti istituzionali, negli organi di polizia e nei ceti più facoltosi, accusati spesso di voler ridurre la popolazione per difendere le loro ricchezze.

Il quadro odierno presenta purtroppo anche questo tipo di «ricorsi», esaltati peraltro dai social, con la parte dell’avvelenatore attribuita di volta in volta ad una Cina cospiratrice contro l’Occidente, ad un Putin lanciato contro l’Europa e l’America di Trump, alle grandi case farmaceutiche interessate al controllo globale dei vaccini, ai sistemi politici decisi a liberarsi di un bel po’ di anziani, e così via farneticando. Ma a fronte di queste assurdità, possono rivelarsi ancora più spiazzanti gli atteggiamenti fatalistici, catatonici e afasici, che possono ravvisarsi, purtroppo, anche là dove non dovrebbero esistere proprio.

Per vincere occorre lanciare una sfida di consapevolezza, liberandosi da ogni filtro distorcente, deformante o riducente. Se mi si consente di impiegare ancora una volta, con un po’ di disagio, la metafora della guerra, dal Cesare del De bello gallico si evince con chiarezza l’atteggiamento e la strategia di fondo dei Romani al cospetto dei Galli e dei Germani, nelle fasi in cui tali popoli, «barbari», impedivano l’estensione del limes. Era ben chiaro ai comandanti delle legioni che la percezione non corretta dello scenario bellico costituisce un danno a prescindere, e tale consapevolezza contribuì di certo alla longevità di Roma. Da gennaio di quest’anno, la visione delle cose difetta radicalmente. Appare perciò ben chiaro il rischio che l’Italia sta correndo.

COVID-19 e la frantumazione di ogni certezza

COVID-19 e la frantumazione di ogni certezza

di Vincenzo Andraous

Stare sul pezzo, non indietreggiare di un mm, ribadire STAI A CASA,  che scienza e coscienza non sono astrazioni, significa una volta tanto avere l’obbligo di ascoltare, di eseguire, infatti l’argomento non è solo ostico, ma talmente irriverente nelle sue improvvise assenze, che davvero occorre prendere posizioni poco ortodosse, affinché irresponsabilità e trappole ideologiche dei singoli passino per accettabili liturgie.

C’è necessità di ascoltare e seguire il carico scientifico che non mente, che non rimanda ad alcuna menzogna.  

STAI A CASA non è cartellonistica d’accatto, sottende linearità di comportamenti, anche là, dove le differenze esistono, ma  tutte sono compatibili con la salute e il rispetto della vita di chicchessia.

Se qualcuno non è d’accordo con questo atteggiamento parente stretto di un vero e proprio interesse collettivo, allora è il caso di domandarci senza se e senza ma in che mondo vivi tu, perché  io vorrei vivere in uno spazio dove non vado a ingrossare le fila di una indifferenza sociale che non miete qualche nocciolina ma spicchi interi di umanità.

Questa pandemia  non ha bisogno di  una morale che instilla sapere pre-confezionato, necessita  invece di strumenti adeguati e disciplina per meglio renderci conto del pericolo che ci viene addosso quotidianamente, non soltanto per ciò che si  intuisce ma più per quello che è.

Sovente additiamo i giovani come irresponsabili in questo momento così tragico, eppure dovremmo parlare di una adultità infantilizzata, perché siamo noi  con la nostra testa dura che formiamo una sorta di  sottosocietà dove spesso il ruolo non è riconosciuto, di conseguenza neppure il valore della persona, della vita umana.

Con il nostro comportamento e le nostre sordità di comodo, scaraventiamo  dentro la pancia della bestia la possibilità e l’urgenza di una non più rinviabile prevenzione preziosa: quella che consente di tutelare chi si sente immortale e chi invece più fragile e malato è candidato a soccombere.

Non  sarà  facile mettere pancia a terra questo male, ma insieme è possibile farcela.

Francesco, Il nome di Dio è misericordia

Bergoglio parla della misericordia

di Antonio Stanca

    A Luglio di quest’anno è stato ristampato, per conto della Pickwick, un piccolo libro, Il nome di Dio è misericordia. Risale al 2016 e contiene un’intervista fatta da Andrea Tornielli a Papa Francesco.

   Tornielli è giornalista e scrittore oltre che vaticanista e Direttore editoriale del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede. L’idea dell’intervista al papa gli era venuta a Marzo del 2015 mentre ascoltava l’omelia della liturgia penitenziale durante la quale Francesco aveva dichiarato Anno Santo Straordinario quello che sarebbe andato dall’8 dicembre 2015 al 20 novembre 2016 e che avrebbe compreso il Giubileo della Misericordia. A muovere il Tornielli verso l’intervista erano state le parole del papa circa la Misericordia e l’idea di sapere di più al riguardo, di porgli domande che andassero più a fondo. E’ l’intervista di questo libro, è la spiegazione, l’interpretazione più ampia possibile del concetto di Misericordia. Si va dal Vecchio al Nuovo Testamento, dal Padre al Figlio, dai Dottori della Chiesa ad autori, scrittori dei tempi moderni e sempre risalta il significato, la funzione, il valore che nei secoli ha assunto questo concetto. Comprensive di passato e presente, teoria e pratica, realtà e idea, storia e religione, cultura e società, saranno le risposte che Bergoglio darà alle domande del Tornielli. Da esse risulterà come la Misericordia sia stata fondamentale per la religione cristiana, come alla Misericordia si sia essa sempre riferita, come l’idea stessa di Dio, il suo stesso “nome” vada identificato con quello della Misericordia, come Cristo le abbia dato corpo, l’abbia attuata.

   «Chi tra voi è senza peccati scagli per primo una pietra contro di lei» fa dire Giovanni, nel suo Vangelo, a Gesù rivolto agli scribi e ai farisei che stavano per lapidare la donna adultera. Essi lasceranno cadere le pietre che avevano in mano mentre lui dirà alla donna: «Neppure io ti condanno; va’ ma d’ora in poi non peccare più» (8,11).

  E’ uno degli esempi più importanti, dice il Papa a chi lo intervista, della Misericordia divina. Gesù l’ha fatta vedere, l’ha resa concreta, ha mostrato come essa significhi non solo perdono, assoluzione del peccatore ma anche sua redenzione, suo riscatto, suo recupero. Dopo aver preso coscienza della sua colpa, dopo essersi pentito e ripromesso di non peccare più il peccatore deve sentirsi accolto, ricevuto, integrato nella vita, nel mondo degli altri, di questo deve tornare a far parte, con questo deve ricominciare a stare, a vivere.

  Di tale disposizione ad accogliere, a ricevere si compone in particolar modo il concetto di Misericordia, è con la sua pratica che la Chiesa ha proceduto nel tempo, ha accresciuto il numero dei suoi fedeli, lo ha esteso al mondo intero. E’ una pratica che dall’ambito religioso è passata a quello civile, sociale, che è stata condivisa dai nuovi sistemi di educazione, formazione dei più giovani, di riabilitazione, reinserimento di quanti prima rimanevano esclusi, isolati. Si è proceduto non solo a far loro prendere atto della propria colpa, a perdonarli ma anche e soprattutto a farli tornare insieme agli altri, a farli sentire come gli altri, a far sì che riprendessero a vivere.

  Dalla religione alla società: tanto importante è stata l’attuazione del concetto di Misericordia divina da aver interessato anche la vita privata, pubblica, da essersi esteso ovunque.

  Di questo fenomeno vogliono essere espressione le parole del papa, della sua vastità vogliono dire, di come pur in tempi moderni come i nostri siano valse regole così tradizionali.

Bisogna saper scegliere in tempo

Bisogna saper scegliere in tempo; non arrivarci per contrarietà…

di Maria Grazia Carnazzola

Inizio con i versi di una canzone di moltissimi anni fa. Quanto mai attuale ora se pensiamo a ordini, contrordini, aggiustamenti di misure assunte, via via che il virus si diffondeva, ogni volta con la tecnica dell’aggiungere una pezza. Con gli esiti che tutti conosciamo. A volte non serve aggiungere, bisognerebbe avere il coraggio di “togliere”, per riuscire a vedere le cose comerealmente stanno, per guardare i fatti, che in questo caso devono essere letti e analizzati scientificamente, e non per puntare sull’intrattenimento o su meschini calcoli elettorali.

1. I fatti.

Misure sempre più restrittive, contagi e decessi in aumento.  La Cina ci è passata prima di noi, ma quello che sta accadendo ora in Italia, al nord e in Lombardia in particolare, non ha paragoni. 

Le cause sono tante, si intrecciano e si sovrappongono e riuscire a spiegare, a trovare il bandolo della matassa per capire non è facile. Da una parte c’è la crescita della conoscenza scientifica, in aumento esponenziale con i suoi linguaggi tecnici sempre meno accessibili al grande pubblico, dall’altra il numero crescente di “esperti” che snocciolano opinioni contrastanti, generando la convinzione che nessuna posizione sia accoglibile, che tutti esprimano pareri più o meno fondati e più o meno interessati. Le informazioni ci giungono da canali diversissimi, in un clima ditotale confusione che ne offusca la scientificità, l’attendibilità e la veridicità.

Dovremmo tutti avere ben chiaro che le informazioni veicolano valori di verità differenti: la conoscenza scientifica è cosa diversa dall’opinione; l’opinione fondata su evidenze è altra cosa rispetto all’opinione arbitraria; l’opinione interessata e strumentale non è la stessa cosa dell’opinione disinteressata. I media non possono porre sullo stesso piano competenti e incompetenti, perché in questo modo impediscono, di fatto, ai cittadini di comprendere a fondo la gravità della situazione e del momento che stiamo vivendo. La pericolosità del virus non si decide per alzata di mano. Non si può fingere che questo sia uno sgradevole passaggio, certamente “ha da passà ‘a nuttata”, ma non èaltrettanto certo che all’alba tutto sarà di nuovo come prima.

2. L’informazione scientifica e i ciarlatani

L’informazione scientifica postula che si possano distinguere i fatti dalle opinioni: le tesi dei diversi “esperti”- in questo caso scienziati, medici, ricercatori…-, per quanto influenzate dagli orientamenti politici e dai contesti sociali di appartenenza, possono essere oggettive, cioè intersoggettivamente valide in un confronto tra veri esperti che al centro pongono le evidenze dei fatti, osservandoli e cercando ogni volta di verificare fino a quando l’ipotesi formulata resiste( principio di falsificazione). Il coronavirus è pericoloso, è un’opinione. A oggi, 20 marzo 2020, la Provincia di Bergamo è quella che registra il maggior numero di contagi con 4.645 casi, è un fatto. Qual è il senso del ragionare sulle opinioni dei seminatori di dubbi e di sedicenti competenti che si possono raccogliere sotto l’etichetta di “ciarlatani?”. La controllabilità e la critica delle ipotesi sono il fondamento di tutte le scienze che giustificano davanti all’opinione pubblica le proposte di soluzione. “La giustificabilità è un valore etico fondamentale in tutte le pratiche umane, perché è legato alla responsabilità delle opinioni che adottiamo” (M. Dorato) e di cui rispondiamo, aggiungo. Perché scelta si coniuga necessariamente con responsabilità: chi decide e sceglie, risponde.

Anche in questo nostro mondo globalizzato dove tutto è (o era) a disposizione qui ed ora, virus compresi.

3. Perché facciamo così fatica a comprendere la gravità della situazione?

C’è il nostro particolare modo di funzionare come umani. Pensiamo che il mondo sia realmente come ci appare, come lo interpretiamo sulla base delle personali conoscenze, credenze o miscredenze, delle aspirazioni, dei nostri interessi a volte meschini. Tra due informazioni discordanti sullo stesso evento, privilegiamo quello che conferma la nostra visione delle cose, quello che va nella direzione della percezione del reale, fortemente influenzata dalle aspirazioni, dalle aspettative, dai desideri. Lo ha spiegato bene Leon Festinger con la teoria della dissonanza cognitiva, che riguarda tutti gli aspetti della vita e la nostra necessità di mantenere una certa coerenza tra le conoscenze che possediamo, e che determinano il nostro modo di vivere, e gli eventi perturbanti che accadono. Cerchiamo di rimuovere e di ridurre il disagio cioè la dissonanza che ne deriva, minimizzando quegli elementi che ci creano maggior disagio cognitivo edevitiamo attivamente tutte quelle situazioni e conoscenze che potrebbero riproporcelo. Cioè selezioniamo la parte di informazione che più si accorda con la nostra visione del mondo,ricercando e selezionando quelle informazioni che confermano e avvalorano i nostri comportamenti. È faticoso e molto oneroso mettere in pratica le regole imposte per difendersi dal Covid-19, più semplice è convenire che il virus non sia poi così contagioso né pericoloso: si sceglie quello che richiede meno sforzo. Allora la colpa non è solo delle notizie false o tendenziose, per tornare al tema della responsabilità: se ho la febbre, non è colpa del termometro, per dirla con leggerezza.

4.Per concludere

Leggerezza dicevo. Leggerezza di cui avremmo estremo bisogno e che deve partire esattamente da dove siamo: dalla paura e dal disorientamento che proviamo tutti, giovani e meno giovani,sentimenti che vanno riconosciuti come “normali” in questa situazione che normale non è, perché non diventino disperazione e angoscia. La scuola anche di questo dovrebbe parlare, nei modi e con le parole che i docenti scelgono perché sanno essere le più adatte ai bambini/ragazzi delle loro classi o dei loro gruppi di apprendimento, perché la scuola, al di là delle polemiche, non tutte infondate, che l’insegnamento a distanza ha innescato, è il luogo dove si possono costruire significati e senso di quello che accade. E la scuola non è solo didattica a distanza.