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Embodied Learning

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L’apprendimento incarnato come paradigma educativo contemporaneo

 di Bruno Lorenzo Castrovinci

La crescente attenzione verso l’apprendimento incarnato rappresenta uno dei segnali più evidenti della trasformazione epistemologica che sta attraversando il mondo dell’educazione e delle scienze cognitive. Per secoli la conoscenza è stata concepita come un processo mentale separato dalle dinamiche corporee, quasi sospeso in una dimensione astratta e immateriale. Oggi, invece, grazie a ricerche che spaziano dalla fenomenologia alle neuroscienze, dalla psicologia dello sviluppo alla pedagogia attiva, emerge una prospettiva radicalmente diversa.

La mente non è un’entità isolata, ma il risultato di un sistema complesso e interdipendente che unisce corpo, ambiente e relazione. In questa visione il sapere non è un deposito di contenuti, ma un movimento, una forma dell’esperienza, un modo di abitare il mondo attraverso il linguaggio, l’azione e l’emozione.

L’apprendimento incarnato si propone di ricomporre questa unità originaria, restituendo al corpo la sua funzione generativa nella costruzione del significato. Ne deriva un paradigma educativo che riconosce la profondità delle esperienze sensoriali, motorie e affettive, poiché esse costituiscono il fondamento primo della comprensione. Educare in una prospettiva incarnata significa, quindi, riconoscere che ogni atto cognitivo è radicato nella vita vissuta e che la scuola non può disinteressarsi alle condizioni concrete, corporee e relazionali entro cui l’apprendimento prende forma.

Il corpo come luogo della conoscenza

Il corpo rappresenta il primo ambiente cognitivo dell’essere umano. Prima di imparare a parlare, pensare e concettualizzare, il bambino costruisce la propria intelligenza attraverso il movimento, il tatto, l’esplorazione dello spazio e l’intersoggettività primaria che lega il suo sguardo a quello dell’adulto. La scuola ha spesso ignorato questa evidenza, adottando metodologie centrate sulla verbalizzazione e sulla linearità del ragionamento astratto. L’apprendimento incarnato recupera, invece, la dimensione preverbale e sensoriale della conoscenza, riconoscendo che ogni concetto possiede una radice corporea.

La percezione non è un semplice input, ma una forma di interpretazione del mondo. Quando uno studente manipola un oggetto, quando sperimenta il peso, la consistenza, la resistenza alla pressione, attiva un sistema complesso di rappresentazioni che guideranno successivamente la concettualizzazione. Il corpo seleziona, organizza e interpreta le informazioni molto prima che intervenga la riflessione consapevole.

Le neuroscienze confermano questo legame profondo tra percezione, azione e cognizione. Il sistema dei neuroni specchio ha mostrato come l’osservazione e l’esecuzione di un gesto condividano strutture neurali comuni, suggerendo che comprendere significhi in qualche modo rivivere corporeamente l’azione osservata. La conoscenza diventa così incarnata perché nasce dall’esperienza concreta e dalle risonanze interne che essa attiva, permettendo allo studente di costruire significati non come entità astratte, ma come forme vitali connesse alla sua presenza nel mondo.

Il ruolo dell’azione nella costruzione del sapere

L’azione possiede una forza epistemica che la scuola tradizionale ha spesso sottovalutato. Quando un soggetto agisce, non si limita a modificare l’ambiente, ma trasforma anche la propria percezione, la propria comprensione e la propria identità cognitiva. Il gesto è una forma di pensiero che precede la parola e che la completa, permettendo al concetto di incarnarsi in una dinamica motoria.

Nel momento in cui uno studente costruisce un modello, traccia una figura, manipola materiali, compie esperimenti o si cimenta in un’attività artistica, attiva un processo complesso di anticipazione e verifica che è alla base del pensiero scientifico. L’esperienza del fare permette di osservare direttamente le conseguenze delle proprie azioni, di correggere strategie inefficaci, di sviluppare senso critico e di consolidare la memoria procedurale. Ogni oggetto utilizzato nella didattica diventa un mediatore cognitivo che aiuta lo studente a transitare dall’esperienza concreta alla formulazione simbolica.

La manipolazione non rappresenta, quindi, un momento ludico, ma la fase fondativa della concettualizzazione. In questo contesto la scuola si configura come un laboratorio dinamico, in cui il sapere è costruito attraverso l’interazione continua tra corpo, materiali e ambiente. Il movimento stesso, spesso limitato o scoraggiato nelle aule tradizionali, assume un ruolo determinante. La postura, il ritmo del corpo, le strategie di orientamento nello spazio contribuiscono a modellare l’attenzione e la capacità di problem solving. L’azione diventa così una forma di ricerca e un linguaggio attraverso cui il pensiero prende forma.

Corpo, emozione e relazione educativa

La conoscenza non nasce mai in uno spazio neutro, ma è sempre legata a un vissuto emotivo. Gli studi di neurobiologia affettiva dimostrano che le emozioni modulano la plasticità sinaptica, rafforzano la memoria e orientano la motivazione. L’apprendimento incarnato integra pienamente questa dimensione, riconoscendo che il corpo non percepisce soltanto, ma sente e reagisce, e che queste risonanze emotive influenzano profondamente il modo in cui lo studente costruisce significato.

Le emozioni non sono un ostacolo alla razionalità, ma una componente della sua struttura. Un concetto legato a un’esperienza affettivamente significativa sarà ricordato con maggiore facilità e investirà lo studente di una motivazione più autentica. L’apprendimento incarnato domanda, dunque, alla scuola di creare ambienti emotivamente sicuri, in cui la fiducia e la cura relazionale non siano percepite come accessori, ma come parte integrante del processo cognitivo.

La relazione educativa rappresenta una delle forme più alte di incarnazione. Lo sguardo del docente, la postura, il tono della voce, la vicinanza fisica o la distanza diventano segnali corporei che costruiscono o minano la possibilità di apprendere. Ogni atto educativo è un incontro tra corpi prima ancora che tra menti. In questa prospettiva la scuola diventa uno spazio in cui si apprendono non soltanto concetti, ma modi di stare nel mondo e di percepire se stessi.

L’ambiente di apprendimento come estensione del corpo

Ogni ambiente scolastico imprime una forma al pensiero, in quanto la disposizione dei banchi, l’illuminazione, i materiali a disposizione, la possibilità di muoversi o di rimanere ancorati alla propria postazione determinano ciò che si può fare e ciò che si può comprendere.

L’apprendimento incarnato invita a concepire gli spazi come luoghi aperti, flessibili e adattivi, capaci di accogliere posture diverse, momenti di esplorazione, manipolazione e collaborazione. Gli ambienti naturali rappresentano un’estensione privilegiata del corpo perché stimolano simultaneamente percezioni multiple, offrono dinamiche motorie complesse e permettono allo studente di instaurare un rapporto diretto con la realtà.

Il contatto con la natura rafforza la regolazione emotiva e amplifica la memoria sensoriale, creando un terreno fertile per un apprendimento radicato nell’esperienza. Le tecnologie digitali aggiungono un livello ulteriore. L’interazione con realtà aumentata, simulazioni immersive e ambienti virtuali permette al corpo di estendersi oltre i propri limiti, esplorando scenari altrimenti inaccessibili. Lungi dal creare distanza, le tecnologie possono rafforzare la dimensione incarnata del sapere, purché siano utilizzate come strumenti per ampliare le possibilità percettive e motorie degli studenti e non come sostituti della loro presenza nel mondo reale. La scuola diventa così un ecosistema sensoriale e relazionale che modella la cognizione attraverso l’incontro continuo tra corpo e spazio.

Ritornare al corpo per innovare la scuola

Ripensare l’educazione alla luce dell’apprendimento incarnato significa abbandonare la visione riduzionista che equipara l’apprendere al memorizzare. La scuola del futuro non può limitarsi alla trasmissione di contenuti, ma deve offrire esperienze che coinvolgano l’intero spettro della vita umana, dal movimento alla riflessione, dalla scoperta sensoriale alla comprensione simbolica.

Restituire centralità al corpo significa innescare un processo di democratizzazione cognitiva, perché ogni studente possiede un corpo con cui conoscere e attraverso cui esprimersi. In questa prospettiva il sapere non è più un privilegio di pochi, ma una possibilità generativa che emerge da gesti quotidiani, emozioni condivise e situazioni di esperienza comune. La scuola che accoglie questo paradigma diventa un luogo in cui il pensiero è vivo, fluido e connesso al mondo. Le discipline non si presentano come percorsi chiusi, ma come costellazioni di pratiche che uniscono osservazione, azione, riflessione e relazione. L’apprendimento incarnato diventa così una via per immaginare un’educazione più umana, più inclusiva e più capace di preparare gli studenti a una realtà complessa e in continua trasformazione.

Conclusioni

L’apprendimento incarnato non rappresenta un semplice ampliamento delle pratiche didattiche, ma inaugura una trasformazione radicale che ridefinisce in modo scientificamente fondato il rapporto tra mente e corpo, riconoscendoli come componenti interdipendenti di un unico sistema cognitivo capace di costruire significati attraverso l’esperienza vissuta. Le ricerche neuroscientifiche, dallo studio dei neuroni specchio ai modelli di cognizione situata, mostrano che percezione, azione ed emozione costituiscono un circuito integrato che orienta lo sviluppo cognitivo sin dalle prime fasi di vita.

In questa prospettiva mente e corpo si configurano come elementi imprescindibili di un organismo unitario che apprende attraverso l’interazione continua con l’ambiente, modulando processi attentivi, emotivi e motori che determinano il neurosviluppo individuale. Questa visione introduce un nuovo paradigma educativo che ribalta la struttura tradizionale dei percorsi formativi, troppo spesso centrati esclusivamente sulla conoscenza dichiarativa, ossia su nozioni astratte e contenuti disincarnati, trascurando il valore trasformativo delle esperienze vissute. L’apprendimento incarnato propone dunque un modello capace di integrare dimensioni sensoriali, relazionali e cognitive in un unico movimento generativo di significato, restituendo all’educazione la sua natura pienamente umana, situata e dinamica.

Nuovo Umanesimo e Scuola

Nuovo Umanesimo e Scuola

Un dialogo tra Giuseppe Gembillo e Bruno Lorenzo Castrovinci

Gembillo: da quando, a partire dal settembre 2022, ha assunto la direzione dell’Istituto Tecnico Tecnologico “Ettore Majorana” di Milazzo lei ha inteso coniugare, in stretta sintonia, umanesimo e tecnologia. Lo ha fatto, per esempio, portando per la prima volta in maniera continuativa la Filosofia nella sua scuola; promuovendo incontri su temi di letteratura, arte cinematografia, educazione civica, rapporti intergenerazionali e così via. Io ne sono diretta testimonianza avendo partecipato a diverse iniziative da Lei promosse, dalla celebrazione della “giornata della filosofia” ai seminari volti alla formazione di una “cittadinanza consapevole” organizzati al fine di alimentare la consapevolezza, negli alunni, dei loro doveri e dei loro diritti in quanto parte attiva e responsabile della società civile. Ci vuole illustrare, per cominciare la nostra conversazione, su quali presupposti generali e a quali fini specifici ha dato l’avvio a una programmatica apertura a tutto ciò che costituisce il contesto complessivo entro il quale la tecnologia è sorta e si è sviluppata?

 

Castrovinci: la mia è un’idea scuola capace di unire persona, complessità e innovazione.

Nel panorama educativo contemporaneo, profondamente influenzato dalla globalizzazione dei saperi, dall’accelerazione tecnologica e dalle nuove sfide poste dalla complessità sociale ed economica, il sistema scolastico italiano è chiamato a ripensare sé stesso con radicalità. L’Istituto Tecnico Tecnologico Majorana di Milazzo rappresenta un esempio avanzato di questa trasformazione. L’adozione del paradigma del Nuovo Umanesimo non è un semplice orientamento pedagogico, ma un progetto culturale che mira ad armonizzare competenze tecnico-scientifiche, dimensioni umanistiche, responsabilità sociale e centralità della persona. Questa prospettiva consente alla scuola di superare assetti tradizionali ormai insufficienti e di proporsi come piattaforma dinamica di apprendimento, ricerca e innovazione, capace di preparare cittadini e professionisti dotati di lucidità critica e sensibilità etica.

Gembillo: questo significa, di fatto, operare una svolta radicale e spostare l’obbiettivo generale verso una nuova idea di scuola centrata sulla persona. In che senso? A quale scopo? Su quale fondamento teorico?

Castrovinci: Porre la persona al centro significa assumere una concezione olistica, sistemica e scientificamente fondata dell’educazione. Al Majorana di Milazzo la persona non è considerata un semplice destinatario di contenuti, ma un’unità complessa costituita da processi cognitivi, affettivi, motivazionali, corporei, sociali e progettuali che interagiscono tra loro in un equilibrio dinamico. Tale impostazione si radica nelle più avanzate teorie pedagogiche, psicologiche e neuroscientifiche, secondo cui l’apprendimento non è un processo lineare e neutro, ma un’esperienza profondamente situata, influenzata dal contesto, dal clima emotivo, dalla qualità delle relazioni e dal senso di autoefficacia dello studente. Le neuroscienze affermano che il cervello apprende in modo ottimale in ambienti che generano sicurezza emotiva, stimolazione sensoriale calibrata, possibilità di esplorazione attiva e presenza di figure adulte capaci di regolazione affettiva. Per questo il Majorana di Milazzo promuove pratiche educative che valorizzano l’autenticità dello studente, sostenendo la sua agency e favorendo processi di co-costruzione della conoscenza.

Gembillo: Qualche pedagogista ha parlato, al riguardo di “scuola attiva”. Si riconosce in questa definizione?

 

Castrovinci: Come Istituto e come corpo insegnante ci riconosciamo pienamente. La partecipazione attiva non è solo un metodo didattico, ma un principio epistemologico che rafforza la costruzione dell’identità personale e la capacità di attribuire significato ai propri apprendimenti. La scuola incoraggia inoltre lo sviluppo di competenze trasversali di alto livello, quali il pensiero critico, la resilienza cognitiva, la consapevolezza emotiva, la gestione della complessità e la capacità di prendere decisioni in condizioni di incertezza, elementi sempre più centrali nella formazione del cittadino globale. In questa cornice la relazione educativa assume natura trasformativa, configurandosi non come semplice trasmissione di sapere, ma come spazio di riconoscimento, emancipazione e crescita, in cui lo studente può sviluppare non solo competenze, ma una visione adulta e responsabile del proprio posto nel mondo.

Gembillo: Sono delle riflessioni estremamente interessanti e a assai pertinenti, Da un punto di vista generale mi sembra che lei prospetti una sorta di Nuovo Umanesimo come superamento della frattura tra licei e istituti tecnici.

Castrovinci: Certamente.La tradizionale dicotomia del sistema formativo italiano tra indirizzi liceali e tecnici ha spesso generato percezioni distorte sulla dignità epistemica dei differenti percorsi, consolidando una gerarchia culturale che ha attribuito ai licei il primato della formazione teorico-umanistica e agli istituti tecnici un ruolo prevalentemente operativo. Tale distinzione, eredità di una concezione novecentesca del sapere, non risponde più alle esigenze della società contemporanea, caratterizzata da una crescente interconnessione tra discipline, da trasformazioni tecnologiche rapide e da scenari lavorativi che richiedono competenze ibride e flessibili.Il Majorana di Milazzo, nutrendosi della visione del Nuovo Umanesimo, ribalta questo paradigma proponendo un modello che non separa, ma integra profondamente saperi umanistici e tecnico-scientifici.

Gembillo: Come presenterebbe il senso di questa evidente trasformazione? Come definirebbe il nuovo paradigma a cui si riferisce?

Castrovinci: Lo farei ribadendo che alla luce di questo paradigma la cultura tecnica non è ridotta a mera competenza laboratoriale, ma viene elevata a sapere complesso che implica capacità argomentativa, riflessione etica, pensiero critico e interpretazione consapevole dei processi tecnologici. Parallelamente la cultura umanistica non è confinata alla dimensione letteraria o storica, ma viene riletta come capacità di attribuire senso, contestualizzare fenomeni, elaborare visioni, comprendere l’uomo dentro la società e dentro il suo rapporto con la tecnica.

Gembillo: Possiamo parlare di un’istituzione scolastica che ha ridefinito la propria identità?

Castrovinci: Certamente. In questo intreccio fecondo l’istituto tecnico assume così una nuova identità epistemologica, non più definita dalla sola operatività ma dalla generatività culturale. Gli studenti sono guidati a interpretare i fenomeni non in maniera settoriale, bensì attraverso un approccio sistemico che integra teoria, laboratorio, progettazione, riflessione, valutazione delle conseguenze e contestualizzazione etica. Tale modello formativo li prepara non solo a svolgere mansioni tecniche, ma a comprendere l’impatto delle tecnologie sulla società, sull’ambiente, sull’economia e sulle relazioni umane.Ne deriva una figura professionale nuova, capace di abitare la complessità del mondo contemporaneo con strumenti analitici ed etici, dotata di consapevolezza culturale, spirito critico e responsabilità sociale. In questa visione l’istituto tecnico diventa una scelta di eccellenza culturale e professionale, un luogo in cui sapere e fare non si contrappongono, ma si illuminano reciprocamente, dando forma a una nuova intelligenza capace di pensare, creare e trasformare consapevolmente il proprio tempo.

Gembillo: Il quadro teorico che lei delinea rientra, con perfetta coerenza, all’interno della prospettiva della Complessità che è stata elaborata sul piano scientifico da Ilya Prigogine  e che ha avuto la sua più ampia e articolata elaborazione teorica nel pensiero di Edgar Morin. E’ una felice coincidenza o risponda a una sua scelta consapevole?

Castrovinci: Il pensiero di Edgar Morin, considerato il padre del paradigma della complessità, costituisce la bussola teorica del Majorana di Milazzo e rappresenta una delle più solide fondazioni epistemologiche della scuola contemporanea. L’epistemologia moriniana non solo invita a superare i modelli riduzionistici che frammentano il sapere, ma propone una radicale riforma del pensiero, orientata a ricomporre ciò che la tradizione scolastica ha spesso separato: le discipline, le culture, le prospettive interpretative. Morin sostiene che comprendere significa «legare», e che ogni fenomeno deve essere colto nella sua multidimensionalità, nelle sue interazioni, nelle sue retroazioni, nelle sue tensioni interne. Applicare la complessità a scuola significa dunque educare a un pensiero capace di riconoscere che ogni realtà umana, naturale e sociale è inserita in un sistema di relazioni. Significa promuovere un’intelligenza che sappia collegare invece di dividere, contestualizzare invece di isolare, interrogare invece di accumulare informazioni.

Gembillo: Come ha realizzato finora il non sempre facile passaggio dal progetto teorico alla sua realizzazione concreta?

Nel Majorana di Milazzo questa prospettiva si concretizza in percorsi progettuali che intrecciano scienze, tecnologia, etica, storia, letteratura, economia e linguaggi, secondo un modello di conoscenza cross-disciplinare e transdisciplinare. Le didattiche interdisciplinari, i compiti di realtà e le progettazioni collaborative diventano strumenti per rendere visibile la complessità del mondo. Attraverso attività laboratoriali e compiti autentici, gli studenti apprendono a decodificare sistemi, a riconoscere interdipendenze, a gestire l’incertezza e a considerare punti di vista molteplici come parte integrante del processo conoscitivo. Questa formazione permette di sviluppare quella che Morin definisce una «testa ben fatta», capace non tanto di accumulare nozioni, quanto di organizzare, riorganizzare e interpretare criticamente il sapere. In un’epoca caratterizzata da crisi globali, accelerazioni tecnologiche e profondi cambiamenti sociali, tale competenza diventa essenziale. Il Majorana di Milazzo assume così il compito di formare studenti in grado di affrontare la complessità del reale con lucidità analitica, profondità etica e responsabilità sociale, rinnovando la funzione della scuola come spazio di costruzione del pensiero critico e della cittadinanza consapevole.

Gembillo: Potremmo dire che il suo obbiettivo principale sia quello di creare, in maniera sempre più consapevole e attiva, una sorta di comunità educante e tecnologica come ecosistema complesso?

Castrovinci: Esattamente! Nella mia immaginazione la comunità educante del Majorana di Milazzo si configura come un ecosistema complesso in cui dimensione relazionale e dimensione tecnologica non costituiscono ambiti separati, ma si intrecciano profondamente in una visione ecologica dell’educazione. Ogni attore della scuola partecipa a un sistema di co-evoluzione educativa, in cui relazioni umane, strumenti digitali, contesti territoriali e culture professionali cooperano alla costruzione di apprendimenti significativi. Tale modello, che trova fondamento nelle teorie dell’apprendimento situato e nella pedagogia ecologica, riconosce che la crescita dello studente dipende non solo dai contenuti proposti, ma dall’interazione tra persone, spazi, tecnologie e comunità. In questo orizzonte, la partecipazione attiva di studenti, docenti, famiglie, enti locali, associazioni culturali e imprese territoriali genera un ecosistema formativo che estende la scuola ben oltre le sue mura fisiche. Le esperienze di Service Learning, le reti educative diffuse, i progetti con il territorio e le attività di mentoring consolidano nei giovani la consapevolezza della propria agency e la capacità di percepirsi come soggetti civici responsabili. La scuola diventa così una comunità democratica in cui la conoscenza non viene semplicemente trasmessa, ma co-costruita attraverso relazioni significative.

Gembillo: In tale nuovo contesto qual è, a suo parere, il ruolo che gioca la nuova tecnologia? Le appare in grado di rispondere alle esigenze che lei ha così chiare in mente?

Castrovinci: All’interno di questo ecosistema, l’innovazione tecnologica non rappresenta un elemento estraneo, ma una componente integrata della vita scolastica. L’approccio del Majorana di Milazzo all’innovazione digitale si fonda su un principio antropologico ed etico: la tecnologia non deve sostituire l’umano, ma amplificarne le capacità cognitive, creative e relazionali. Ambienti immersivi, simulazioni scientifiche, realtà aumentata, metaverso didattico e piattaforme digitali avanzate vengono utilizzati non come strumenti neutri, ma come mediatori culturali che permettono agli studenti di esplorare, sperimentare e rielaborare conoscenze complesse.

Gembillo: quello che lei dice presuppone una utilizzazione critica e non passiva di tutto ciò che di nuovo si sta realizzando, a grande velocità, in ambito tecnologico.

Castrovinci: Certamente, e proprio in funzione di una acquisizione consapevole la scuola promuove un’alfabetizzazione digitale critica, orientata alla comprensione dei linguaggi dei media, alla responsabilità etica nell’uso delle tecnologie e alla capacità di interpretare l’impatto sociale, economico e culturale dei dispositivi digitali. In questo senso l’obiettivo non è formare semplici esecutori tecnici, ma cittadini digitali consapevoli, capaci di abitare i nuovi ecosistemi tecnologici con lucidità, autonomia e competenza culturale. Insomma, l’integrazione tra comunità educante e innovazione digitale fa del Majorana di Milazzo un ambiente in cui si impara non solo a conoscere, ma a coesistere, a collaborare, a governare responsabilmente la tecnologia e a riconoscere nell’educazione un processo di reciproca trasformazione tra individui, strumenti e contesti.

Gembillo: Tutto questo come si realizza in relazione all’attività specifica del prendersi cura dei giovani da formare sul piano culturale e, anche e soprattutto, su quello della loro crescita psichica? Che riflessi ha, inoltre, sulla professionalità dei docenti e, più generalmente, sull’orizzonte formativo all’interno del quale l’obbiettivo di una formazione degna del nome possa realizzarsi concretamente?

Castrovinci: Le posso assicurare che nel Majorana di Milazzo neurodidattica, cura educativa e ruolo docente non rappresentano ambiti distinti, ma parti integrate di un unico impianto teorico e pedagogico che interpreta il Nuovo Umanesimo come sintesi tra scienza della mente, responsabilità relazionale e profondità culturale. Le neuroscienze cognitive, attraverso lo studio dei processi attentivi, mnestici ed esecutivi, evidenziano come l’apprendimento sia un fenomeno globale, che coinvolge corpo, emozioni, contesto e relazione. Da tali acquisizioni si sviluppa una didattica che valorizza il making, il tinkering e le pratiche esperienziali come strumenti per attivare reti neurali complesse, stimolare creatività progettuale e facilitare forme avanzate di pensiero divergente. All’interno di questo quadro, la mindfulness e le pratiche di consapevolezza favoriscono la regolazione emotiva, il potenziamento delle funzioni esecutive e la capacità di mantenere un’attenzione stabile, elementi che la letteratura scientifica indica come fondamentali per un apprendimento duraturo e significativo. La dimensione emotiva non è dunque accessoria, ma costitutiva dei processi cognitivi, e la cura educativa diventa condizione epistemica oltre che relazionale.

Gembillo: Si può dire, allora, che in tale prospettiva anche la funzione del docente acquista ulteriore importanza e impone un ampliamento radicale di prospettive didattico-pedagogiche?

Castrovinci: In tale prospettiva, come lei sottolinea, il docente non può essere concepito come semplice trasmettitore di contenuti, ma come intellettuale riflessivo, ricercatore didattico e promotore di trasformazione culturale. La professionalità docente si radica nella capacità di mediare criticamente i saperi, progettare ambienti stimolanti, sostenere la motivazione attraverso il riconoscimento autentico dello studente e promuovere un clima relazionale fondato sulla fiducia e sulla responsabilità reciproca. L’amore educativo, inteso come cura attiva e intenzionale, orienta il docente a riconoscere la dignità e il potenziale di ciascun alunno, facilitandone l’emergere all’“ennesima potenza”. La sinergia tra neuroscienze, cura e professionalità docente costruisce così un paradigma formativo avanzato, in cui mente, emozioni, relazioni e conoscenze dialogano in un equilibrio armonico. Questo modello conferisce alla scuola una funzione trasformativa, capace di generare non solo competenze tecniche e cognitive, ma identità mature, senso etico e responsabilità sociale.

Gembillo: Vorrei concludere questo interessante dialogo proponendole di trarre in breve, da quanto ci siamo detto, alcune conclusioni che ritiene particolarmente rilevanti e più adatte a delineare un’immagine efficace della scuola che dirige.

Castrovinci: In estrema sintesi, Il Majorana di Milazzo incarna una scuola del futuro capace di tenere insieme tradizione e innovazione, tecnica e umanesimo, rigore e creatività, complessità e cura. L’adozione del paradigma del Nuovo Umanesimo dà forma a un modello educativo in cui la persona è il fulcro attorno al quale si costruisce un percorso formativo integrale, critico e responsabile. L’istituto si afferma così come riferimento per una scuola che non prepara solo al lavoro ma alla vita, che non forma solo competenze ma identità, che non trasmette solo saperi ma genera visione. In questa prospettiva il Majorana di Milazzo rappresenta un laboratorio avanzato di pedagogia contemporanea, capace di interpretare la complessità del presente e di offrire agli studenti orizzonti di senso, opportunità di crescita e strumenti per diventare cittadini consapevoli e presenti nel loro tempo.

Gembillo: Mi auguro di tutto cuore che il progetto che lei così bene sta realizzando cresca sempre di più su se stesso e diventi un esempio da seguire per tante altre istituzioni scolastiche.

L’Educazione finanziaria a scuola

L’Educazione finanziaria a scuola

 di Rita Manzara

Negli ultimi anni l’educazione finanziaria è diventata un tema ricorrente nei documenti del Ministero dell’Istruzione e del Merito.

Non si tratta più di un’idea episodica o di un progetto pilota: i testi ministeriali la individuano come competenza trasversale, da intrecciare con l’educazione civica, l’orientamento e i percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento.

Questo spostamento di prospettiva è importante perché cambia l’ottica della scuola in relazione ai percorsi di preparazione dei giovani a gestire scelte economiche quotidiane e a muoversi in un mondo finanziario sempre più complesso e digitale.

Che cosa intendere per educazione finanziaria

Per “educazione finanziaria” si intende molto più che spiegare il funzionamento di un conto corrente o come si calcola un interesse. I documenti ministeriali sottolineano la necessità di sviluppare competenze che vanno dal bilancio personale alla comprensione del credito, dalla previdenza alla gestione del rischio, fino alla capacità di riconoscere truffe e prodotti finanziari complessi. L’obiettivo dichiarato è quello di formare cittadini in grado di prendere decisioni informate, evitando il rischio di diventare consumatori passivi di prodotti finanziari.

I punti di forza delle proposte ministeriali

La connotazione principale dei documenti ministeriali è la visione sistemica: l’educazione finanziaria non è confinata a un’ora isolata di lezione, ma viene proposta come filo trasversale che può attraversare diverse discipline. Questo approccio favorisce attività pratiche — simulazioni di bilancio, laboratori su risparmio e investimento, PCTO con enti e imprese — che rendono concreto l’apprendimento. Inoltre, il richiamo a partnership istituzionali e alla produzione di materiali didattici specifici può offrire risorse utili alle scuole, soprattutto dove la competenza specialistica dei docenti è ancora limitata.

Criticità pedagogiche e organizzative

I documenti ministeriali lasciano, tuttavia, irrisolti alcuni importanti nodi.

Il primo riguarda la formazione dei docenti: insegnare educazione finanziaria richiede non solo conoscenze tecniche, ma anche competenze didattiche per trasformare concetti astratti in esperienze significative per gli studenti. Se la formazione rimane superficiale o troppo teorica, il rischio è che i moduli diventino nozioni isolate, poco utili nella vita reale.

Un secondo problema è la sovrapposizione con altri impegni curricolari.

Le scuole già affrontano vincoli di orario e numerosi obiettivi, perciò inserire nuovi contenuti senza ripensare all’organizzazione del tempo scuola può tradursi in un sovraccarico per docenti e studenti. Per essere efficace, l’educazione finanziaria dovrebbe essere integrata nei percorsi esistenti con scelte chiare su priorità e valutazione.

Alcuni rischi significativi sono inoltre collegabili alle collaborazioni esterne – promosse dai documenti ministeriali – con istituzioni finanziarie e organismi di vigilanza, che sono utili per garantire competenze aggiornate, ma aprono anche una questione di neutralità.

Le scuole, infatti, devono tutelare l’autonomia educativa evitando che i contenuti diventino veicolo di marketing o di interessi di parte. È quindi essenziale che ogni partnership sia regolata da criteri di trasparenza, che i materiali siano valutati da esperti indipendenti e che si favorisca la pluralità delle fonti.

Un altro tema critico è la disomogeneità territoriale. Le scuole situate in contesti socio-economici svantaggiati rischiano di non avere le stesse opportunità di accesso a risorse, formazione e partnership.

L’educazione finanziaria contemporanea passa, infine, anche attraverso strumenti digitali: app per il bilancio personale, piattaforme di simulazione, risorse online.  Il digital divide, pertanto, può ampliare le disuguaglianze se non si interviene con politiche mirate per dotare tutte le scuole degli strumenti necessari.

Contenuti da privilegiare e approcci didattici efficaci

Le indicazioni del MIM suggeriscono una serie di contenuti chiaveda privilegiare: gestione del bilancio familiare, concetti base di risparmio e investimento, funzionamento del credito e dei prestiti, nozioni di previdenza e assicurazione, riconoscimento delle frodi e alfabetizzazione digitale finanziaria.

Sul piano metodologico, le esperienze più promettenti sono quelle basate sull’ apprendimento attivo: casi reali, role play, simulazioni di mercato, laboratori con dati concreti.

Anche il collegamento con l’educazione civica è strategico: le scelte economiche hanno sempre una dimensione sociale e politica che vale la pena esplorare in classe.

Un ambito spesso trascurato riguarda la valutazione e la misurazione dell’efficacia degli interventi: senza una valutazione rigorosa, diventa difficile capire cosa funziona e cosa va corretto.

I documenti ministeriali propongono indicatori qualitativi e quantitativi, ma la pratica richiede strumenti validati: test di alfabetizzazione finanziaria, osservazione delle competenze in attività pratiche, monitoraggio a medio termine delle scelte economiche degli studenti.

Va sottolineato, infine, che l’educazione finanziaria, se ben impostata, contribuisce a formare cittadini più consapevoli. Comprendere il funzionamento del sistema finanziario aiuta a leggere le politiche pubbliche, a valutare proposte economiche e a partecipare al dibattito civile con strumenti critici. È quindi importante ribadire che i percorsi non devono limitarsi a nozioni tecniche ma devono sviluppare anche capacità critiche e senso etico.

Per trasformare le buone intenzioni in risultati concreti servono alcune scelte operative.

Prima di tutto, è indispensabile investire in una formazione docente strutturata e certificata, con percorsi che combinino competenze tecniche e metodologie didattiche.

Va, poi, predisposta una serie di pacchetti di materiali validati da esperti indipendenti e facilmente adattabili ai diversi ordini di scuola.

È utile anche prevedere finanziamenti mirati per le scuole in aree svantaggiate e creare reti territoriali che favoriscano lo scambio di buone pratiche.

Infine, è necessario stabilire un sistema di monitoraggio nazionale che raccolga dati comparabili e restituisca feedback utili per migliorare i percorsi.

In conclusione, i recenti documenti ministeriali rappresentano un passo avanti: riconoscono che l’educazione finanziaria è una competenza essenziale per la vita adulta e propongono strumenti per inserirla stabilmente nella scuola.

La sfida, ora, è trasformare le linee guida in pratiche diffuse, neutre e sostenibili attraverso  investimenti mirati, formazione di qualità, regole chiare per le collaborazioni esterne e un’attenzione costante alle disuguaglianze territoriali.

Se questi elementi saranno curati, la scuola potrà davvero offrire ai giovani gli strumenti per orientarsi con consapevolezza in un mondo economico sempre più complesso.

AscoltaMI

Con l’intesa raggiunta il 5 febbraio 2026 in Conferenza Unificata, si avvicina la data di operatività del Servizio di sostegno psicologico dedicato agli studenti, attraverso un’apposita “app”.

Mediante UNICA, la piattaforma del MIM che riunisce in un unico “luogo” tutti i servizi e le iniziative utili per la vita scolastica, sarà possibile accedere all’app e richiedere l’erogazione del servizio da parte di esperti psicologi. 

Il servizio è volto a individuare tempestivamente situazioni di disagio personale, a favorire il superamento delle fragilità dell’età evolutiva nei contesti scolastici, anche con riferimento a situazioni di svantaggio socioculturale che ostacolano i processi e la partecipazione alla vita della comunità scolastica.

Uno strumento accessibile, flessibile, capillare e sostenibile, diretto a supportare i giovani iscritti all’ultimo anno della Scuola Secondaria di primo grado e al primo biennio della Scuola Secondaria di secondo grado.

Il servizio, che consiste in un’attività di ascolto e consulenza, sarà reso in maniera individuale mediante la fruizione, per una sola volta nel corso dell’anno scolastico, di un voucher che garantirà cinque incontri della durata di 60 minuti ciascuno.  

Gli psicologi che offriranno il servizio saranno individuati dal Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi (CNOP) tra professionisti iscritti all’albo da almeno tre anni e con esperienza in ambito scolastico e in progetti per l’età evolutiva di almeno tre anni.

“Con il parere della Conferenza Stato-Regioni, si avvia a operatività una misura fortemente innovativa, destinata ad offrire agli studenti un supporto psicologico importante. Ringrazio anche l’Ordine degli psicologi per la preziosa collaborazione. La misura si va ad aggiungere alle altre già avviate dal Ministero dell’istruzione e del Merito per favorire la crescita delle studentesse e degli studenti in un ambiente sano, in cui possano esprimersi al meglio i talenti di ciascuno. 

Con l’app per il sostegno psicologico rafforziamo ulteriormente la scuola costituzionale, che ha al centro la persona dello studente”, ha dichiarato il Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara.

Si tratta di un’iniziativa sperimentale finanziata con uno stanziamento da parte del MIM di 18,5 milioni di euro a partire dal 2026. 

L’operatività dell’applicazione è prevista entro i primi giorni di marzo, una volta ottenuto il via libera del Garante della Privacy.

Il riconoscimento dell’anno 2013

Il riconoscimento dell’anno 2013 nella progressione economica del personale scolastico: analisi tecnica e profili di criticità

di Leon Zingales e Giuseppa Antonietta Ioculano (*)

Il sistema di inquadramento retributivo del personale scolastico si fonda su un delicato equilibrio tra l’anzianità di servizio effettiva e la sostenibilità degli oneri finanziari a carico dello Stato. In questo scenario, l’annualità 2013 non rappresenta un mero intervallo temporale, ma si configura come una fattispecie giuridica peculiare definita “sterilizzazione economica”.

Il 2013 si pone come un’eccezione strutturale alla ricostruzione di carriera; infatti, non si tratta di un’interruzione del rapporto, ma di una sospensione degli effetti patrimoniali derivanti dall’anzianità. La sfida per l’Amministrazione consta nel governare questa asimmetria, applicando norme di contenimento della spesa che la giurisprudenza ha validato come espressione di un necessario dovere di solidarietà in contesti di crisi finanziaria.

Il fondamento normativo del blocco: la stratificazione legislativa e le pronunce giurisprudenziali

La genesi del blocco risiede nel D.L. 31 maggio 2010, n. 78, che ha inibito per la prima volta gli effetti economici delle progressioni di carriera per il personale contrattualizzato. Tale misura è stata successivamente prorogata all’intero anno 2013 dal D.P.R. 4 settembre 2013, n. 122.

Sotto il profilo tecnico-gestionale, occorre distinguere nettamente due situazioni:

  • Recupero 2010-2012: Le annualità del triennio precedente sono state oggetto di specifiche sessioni negoziali (le utilità sono state recuperate per l’anno 2010 con il decreto interministeriale del 14 gennaio 2011, per il 2011 mediante il CCNL del 13 marzo 2013 e per il 2012 con il CCNL del 7 agosto 2014) che hanno permesso di reperire le risorse necessarie per restituire utilità economica a quegli anni, sanando la progressione.
  • Cristallizzazione del 2013: Per l’anno 2013, in assenza di analoghi accordi negoziali finanziati, il blocco permane operativo nei sistemi informatici ministeriali (SIDI). Questi sono programmati per escludere automaticamente i 365 giorni di servizio prestato nel 2013 dal computo utile alla maturazione della fascia stipendiale successiva, traslando in avanti la decorrenza economica dei gradoni.

Come evidenziato dalla Nota MEF n. 8438 del 10 gennaio 2024, è essenziale non confondere la “Ricostruzione di carriera” (atto su domanda per servizi pre-ruolo) con il “Riallineamento” (meccanismo automatico ex DPR 399/88). Il blocco del 2013 agisce come un “freno” su entrambi: sposta in avanti la data di raggiungimento della fascia superiore nella ricostruzione e ritarda il raggiungimento della soglia temporale utile per il riallineamento automatico dei servizi pre-ruolo inizialmente riconosciuti solo in quota parte.

In tale contesto, appare utile un’analisi delle principali pronunce giurisprudenziali che hanno messo in evidenza: il diritto alla giusta retribuzione non implica un diritto incondizionato alla crescita automatica(Corte Costituzionale, Sentenza n. 310/2013), la piena possibilità di congelare le carriere per fini di bilancio (Corte Costituzionale, Sentenza n. 154/2014), il diniego ai giudici di merito il potere di ordinare pagamenti per il 2013, poiché tale potere spetta solo ai futuri contratti collettivi dotati di specifica copertura finanziaria (Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, Sentenza n. 13618/2025)

Corte Costituzionale, Sentenza n. 310/2013 “Il blocco della crescita dei trattamenti economici… non è irragionevole, in quanto inserito in un quadro di misure eccezionali di contenimento della spesa pubblica. Il sacrificio richiesto non viola l’art. 36 della Costituzione poiché la norma non incide sulla congruità della retribuzione in sé, ma solo sui meccanismi di un suo incremento automatico, giustificato dalla dimensione solidaristica del rapporto di pubblico impiego, in cui il lavoratore è chiamato a concorrere alla stabilità del sistema economico generale.”   Significato: La Consulta stabilisce che il diritto alla giusta retribuzione non implica un diritto incondizionato alla sua crescita automatica. Il blocco è legittimo perché colpisce solo l’incremento futuro (lo scatto) e non lo stipendio già acquisito, giustificando tale sacrificio con il dovere del dipendente pubblico di contribuire al risanamento dei conti dello Stato.
Corte Costituzionale, Sentenza n. 154/2014 “Non esiste un automatismo costituzionale che imponga il riconoscimento degli scatti stipendiali indipendentemente dalla situazione di bilancio dello Stato. La scelta legislativa di operare un risparmio strutturale di spesa pubblica non risulta arbitraria, purché la misura sia limitata nel tempo e risponda a criteri di proporzionalità rispetto agli obiettivi di finanza pubblica predefiniti. La dimensione temporale della misura non ne altera la natura transitoria, purché finalizzata a evitare il dissesto finanziario.”   Significato: I giudici chiariscono che il legislatore ha piena facoltà di “congelare” le carriere per fini di bilancio. Il blocco del 2013 non è considerato un esproprio di diritti, ma una pausa necessaria e proporzionata; l’assenza di scatti è dunque una conseguenza legale diretta che l’Amministrazione è tenuta ad applicare.
Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, Sentenza n. 13618/2025 “L’anzianità di servizio maturata nell’anno 2013 deve essere pienamente riconosciuta ai fini della complessiva anzianità di servizio del docente, restando solo escluso che della stessa si debba tener conto ai fini dell’inserimento nelle fasce stipendiali sino a quando, reperite le necessarie risorse, il recupero sarà espressamente previsto dalla contrattazione collettiva. Ne consegue che l’operato del Ministero è corretto nel distinguere il valore giuridico del servizio dalla sua utilità ai fini della progressione economica.”   Significato: Questa sentenza introduce il concetto di “anzianità bifronte”. Il 2013 è valido “giuridicamente” (vale per la pensione, i trasferimenti e le graduatorie), ma è “economicamente sterile”. La Cassazione nega ai giudici di merito il potere di ordinare pagamenti per il 2013, poiché tale potere spetta solo ai futuri contratti collettivi dotati di specifica copertura finanziaria.

Considerazioni Finali e Suggerimenti Operativi

L’esclusione dell’anno 2013 dai benefici economici è l’applicazione rigorosa del quadro normativo vigente. Le istituzioni scolastiche dovrebbero dunque:

  1. Validare il servizio: Inserire l’anno 2013 come servizio effettivo nello stato matricolare per garantirne il valore giuridico.
  2. Specificare la sterilizzazione: Nei decreti di ricostruzione, esplicitare che tale annualità non è utile alla progressione economica in forza del D.P.R. 122/2013.
  3. Eccepire la prescrizione: In sede di contenzioso, sollevare sistematicamente l’eccezione di prescrizione quinquennale basata sulla sentenza Corte di Cassazione, Sezioni Unite, Sentenza n. 36197/2023.
Corte di Cassazione, Sezioni Unite, Sentenza n. 36197/2023 “Nel rapporto di pubblico impiego non sussiste quella condizione di metus reverenziale che impedirebbe il decorso della prescrizione durante il rapporto di lavoro. La stabilità del posto di lavoro di cui gode il dipendente pubblico gli consente di esercitare i propri diritti creditori senza timore di ritorsioni, con la conseguenza che le differenze retributive sono soggette a prescrizione quinquennale con decorrenza dalla data di maturazione di ogni singolo rateo, indipendentemente dalla persistenza del rapporto d’impiego.”   Significato: Si sancisce la fine della tesi della prescrizione decennale o sospesa. Il personale scolastico, essendo tutelato dalla stabilità del ruolo, deve agire tempestivamente. Se un docente chiede oggi il recupero economico del 2013, l’Amministrazione può legittimamente rifiutare ogni pagamento riferito a più di cinque anni addietro, poiché il diritto al rateo mensile decade progressivamente nel tempo.

Bibliografia

  • D.L. n. 78/2010 e D.P.R. n. 122/2013;
  • Corte Costituzionale, sentenze n. 310/2013, n. 154/2014;
  • Corte di Cassazione, SS.UU., sentenza n. 36197/2023;
  • Corte di Cassazione, Sez. Lavoro, sentenza n. 13618/2025;
  • Nota del MEF n. 8438 del 10 gennaio 2024;
  • Leon Zingales e Clotilde Graziano, Ricostruzione e riallineamento di carriera: stato dell’arte e suggerimenti operativi, 9 gennaio 2025, Educazione&Scuola, ISSN 1973-252X.

(*) Dirigente e Funzionaria Ambito Territoriale di Messina

Gabriel García Márquez, Ci vediamo in Agosto

Gabriel García Márquez a dieci anni dalla scomparsa

di Antonio Stanca

Nato nel 1927 ad Aracataca, Colombia, era morto nel 2014 a ottantasette anni in una clinica di Città del Messico. Nel 1967 il suo romanzo Cent’anni di solitudine è stato un successo che non ha conosciuto confini, nel 1982 gli è stato assegnato il Nobel per la Letteratura: si sta dicendo di Gabriel García Márquez, uno dei maggiori scrittori contemporanei, di quelli che si sono formati non solo negli ambienti di cultura, d’istruzione ma anche in quelli della vita, della società, della storia. Gravi furono fin dagli inizi per Márquez i problemi che affliggevano la popolazione sudamericana e quella asiatica. Erano problemi di arretratezza, di povertà, di tanti bisogni rimasti sospesi e in quest’ambito si era impegnato specie il primo Márquez, quello della libertà, della giustizia, dell’uguaglianza, della verità. Era stato il Márquez del giornalismo, della saggistica, della politica, anche se a certi richiami della sua terra, della sua gente non sarebbe rimasto sordo nemmeno lo scrittore diventato famoso. Li avrebbe lasciati trasparire nella sua produzione narrativa. Tra l’altro Cent’anni di solitudine ha avuto un successo di pubblico mondiale. È stata una rivelazione, il suo uomo latinoamericano, i suoi protagonisti vengono presentati, osservati, mostrati nella loro vita, nel loro lavoro, in quello che fanno. Sono, quindi, capaci, lo vogliono fare, vogliono migliorare il loro stato, la loro vita, liberarsi vogliono da quella che era diventata un’eterna condizione di sudditanza. È quest’uomo che nell’America Meridionale o in Asia Márquez fa vedere capace di essere libero, autonomo, di provvedere da solo alla sua esistenza, alla vita sua e della sua famiglia. Nelle vesti del portavoce, dell’interprete, della guida si sentiva egli immerso, chiamato si sentiva a riscattare il suo e altri popoli dallo stato in cui erano giunti nel corso del tempo a causa di ingiustizie e abusi di ogni genere. Era stato un bisogno, una necessità che pativa insieme alla gente del suo e di altri stati. Non avrebbe mai smesso di perseguire quegli obiettivi, sarebbero diventati parte del suo spirito e a riprova possono essere addotte l’attività giornalistica, politica e saggistica. Fino alla fine aveva pensato a porsi come il difensore dei diritti dei più deboli, non aveva mai considerato completata la sua opera e un’altra prova dell’aiuto a chi ha più bisogno o è in pericolo, è avvenuta di recente, lo scorso Marzo, quando presso gli Oscar Mondadori è comparsa la prima edizione di Ci vediamo in Agosto. La traduzione è di Bruno Arpaia. Sono sorte naturalmente molte curiosità intorno al libro essendo Gabo morto più di dieci anni fa. L’attuale Oscar Mondadori è un’edizione postuma, è abbastanza riuscita, ricca nei chiarimenti, nelle precisazioni. L’opera consiste nei racconti separati di tre distinti episodi di amore senile avvenuti tra tre uomini maturi, attempati e una donna non molto giovane ma ancora molto bella, molto desiderosa di vivere meglio in altri posti le sue qualità. A tal fine ogni anno ad Agosto si reca, col traghetto, dalla periferia alle isole dei Caraibi per rendere omaggio alla tomba della madre. È stata l’occasione che le ha procurato la prima circostanza favorevole per gli incontri d’amore. Si legherà ad essi e dopo il primo ce ne saranno altri senza, tuttavia, gravi conseguenze e senza incidere negativamente sulla famiglia. Márquez vuole mostrare che anche le donne di quelle aree sottosviluppate nutrono sentimenti, spiriti d’indipendenza, di autonomia e fa vedere, quindi, sicura, convinta delle sue azioni la donna dei racconti. Molto ha indugiato lo scrittore per pubblicarli, molte volte li ha rivisti, si è fatto pure aiutare perché ha avuto problemi di vista negli ultimi tempi. Tra gli ultimi anni del secondo e i primi del terzo millennio è durato questo impegno non solo suo ma anche di editori e curatori, questa attenzione riguardo all’ultima pubblicazione. Riuscito è da ritenere il loro compito se si pensa che ha salvato le parti più rovinate al punto da non farle distinguere da quelle proprie dell’autore. Non c’è momento, nell’opera, durante il quale non si possano cogliere i segni, i toni, gli effetti di luce, di colore, l’unione, lo scambio con la lingua, con quanto si legge, con quanto avviene. Simile ad un’anima che vive è la scrittura di Márquez, è tanto immersa nella vita da diventare sua, solo sua, solo vita.

La nuova figura dell’educatore

La nuova figura dell’educatore

di Margherita Marzario

“La nuova educazione richiede educatori capaci di elaborare un’etica ecologica basata su ordinamenti pedagogici che aiutino concretamente a crescere nella solidarietà, nella responsabilità e nella cura basata sulla compassione” (cit.). Concretezza, crescita, cura, compassione: gli step del processo educativo che si possono anche desumere dall’art. 29 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia.

“La dinamica del processo educativo deve dare spazio alle esperienze di vita e ai processi di apprendimento degli studenti, ascoltarli e dialogare con loro, perché «sono anzitutto loro a richiamarci all’urgenza di quella solidarietà intergenerazionale che purtroppo è venuta a mancare negli ultimi anni». Poiché la nuova educazione viene offerta a una generazione in cambiamento, come lo è il mondo di oggi, essa deve a sua volta cambiare per ascoltare la voce e le domande dei giovani, che «hanno molto da offrire con il loro entusiasmo, con il loro impegno e con la loro sete di verità»” (cit.). Ascolto, entusiasmo dell’educatore e dell’educando, incontro intergenerazionale, osservazione, umanità: i pilastri dell’educazione ieri, oggi, sempre.

Già nel 1976 Giovanni Cavina (1924-2009), “educatore visionario” e ideatore e direttore di una residenza universitaria organizzata come una sorta di “tempio della cultura”, scriveva che “non è con una mentalità assistenziale che si aiutano i giovani a entrare nella vita. Essi devono acquisire una nuova mentalità, non aspettarsi tutto dal titolo di studio, ma imparare il gusto del rischio e la capacità di sacrificarsi. C’è troppa gente che cerca un posto e troppo poca che sa fare bene qualcosa” (nella rivista “Panorama per i giovani”). Bambini e ragazzi sono già cittadini per cui devono essere abituati anche ai doveri, ai valori costituzionali, al loro ruolo e al loro lavoro di imparare, di studiare, di prepararsi. Devono essere stimolati a conquistare e non ad acquistare ogni cosa, ad acquisire autonomie e non a conseguire premi per ogni risultato (come nelle tecnica psicologica della “token economy”), ad adempiere alle proprie responsabilità e non a occupare solo un determinato posto ambìto, a provare ogni gusto, anche l’amaro delle sconfitte e il salato del sudore per raggiungere i traguardi.

Il pedagogista Pier Cesare Rivoltella afferma: “Non siamo più capaci come adulti e come educatori di orientare i ragazzi, di aiutarli a individuare i loro bisogni più profondi, a identificare le cose che contano, partendo dalle singole situazioni. E ciò è ancora più grave oggi, rispetto a quando eravamo ragazzi noi, perché il contesto in cui vivono gli studenti di oggi è disorientante e complesso”. Prima ancora dell’orientamento scolastico i ragazzi hanno bisogno di orientamento alla vita (art. 5 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia) che, purtroppo, oggi manca agli adulti che non sanno ancora dove devono andare.

Il pedagogista Daniele Novara richiama gli adulti: “Cerchiamo di essere sempre positivi con le nuove generazioni, di offrire loro esperienze che ne valorizzino i talenti e le risorse piuttosto che volerli schiacciare nelle loro colpe”. Gli educatori devono intervenire per correggere e contribuire a costruire vie alternative a quelle devianti, facendo da leader e non da comandanti.

L’educatore don Giovanni Bosco diceva che l’educazione è cosa del cuore ma, oggi, è anche un atto di coraggio. “Coraggio” deriva dal latino “cor habeo”, che vuol dire avere cuore, agire con il cuore, perché educare è anche osare, riconoscere la propria vulnerabilità e non averne paura ma accettarla.

“«Formazione» ed «educazione» sono aspetti ben distinti del processo di crescita. Perché, oltre a “dare forma”, bisogna responsabilizzare” (cit.). Oggi ci sono più formatori che educatori, più titolati che qualificati.

L’educazione è sempre stata difficile e in alcuni periodi storici ancora di più. Basta volgere lo sguardo indietro nella storia dove si colgono esempi di grandi educatori. Oltre a don Lorenzo Milani bisogna ricordare don Giovanni Minzoni (1885-1923), che è stato educatore senza fare alcuna teoria o pedagogia ma con il suo operato che è stato definito “pedagogia implicita”: sguardo attento al “mistero che è ogni ragazzo”, formare “coscienze solide”, fondazione di una filodrammatica mista di ragazzi e ragazze (“fatto, questo, veramente rivoluzionario per quei tempi”) e tante altre iniziative, tra cui la biblioteca circolante.

La formatrice Silvia Iaccarino sostiene: “La pedagogia è il cuore pulsante del lavoro di educatori e pedagogisti, ma spesso ci troviamo a confrontarci con pratiche e modelli che continuano a influenzare il nostro presente, pur essendo culturalmente superati. Per secoli, le pratiche educative hanno cercato di plasmare i bambini come adulti “obbedienti” e “utili” facendo ampio uso di pratiche coercitive e violente: punizioni corporali, umiliazioni e violenze psicologiche sono state una realtà quotidiana per anni. Katharina Rutschky [sociologa e pedagogista tedesca] nel 1977 ha coniato un termine per indicare tutte quelle pratiche che venivano utilizzate per educare i bambini ad essere attenti, silenziosi, ubbidienti: pedagogia nera”. Educare non è indicare ai bambini come devono essere ma preparali (come enunciato nel Preambolo e nell’art. 29 lettera d della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia) a trovare il loro essere nella vita, provare il loro “ben-essere” (che non c’entra con quello economico). Si continua, però, a seguire i modelli educativi del passato, soprattutto nella terminologia: “Comportati bene”, “Mi raccomando, fai il bravo”, “Ti punisco togliendoti il cellulare”, “Non ti voglio più bene”, “Non ti comprerò più nulla” e così via.

Silvia Iaccarino aggiunge: “Le punizioni possono sembrare una soluzione rapida ai problemi, ai comportamenti ‘scorretti’ di bambini e bambine ma, in realtà, l’impatto negativo e l’inefficacia a lungo termine le rendono una strategia educativa controproducente. Educare i bambini e le bambine senza ricorrere alle punizioni richiede pazienza, coerenza e una buona dose di autoregolazione che, a volte, noi adulti dobbiamo costruire insieme a loro. I benefici a lungo termine di questo approccio sono notevoli. I bambini e le bambine che crescono in un clima di gentilezza, empatia, comprensione, hanno maggiori probabilità di sviluppare una solida sicurezza in se stessi e una stabilità emotiva che li accompagnerà lungo tutto l’arco della vita. Un approccio educativo basato sul rispetto e sulla comprensione aiuta i piccoli a sviluppare fiducia in se stessi, padronanza di sé, capacità di problem solving e capacità di autoregolare emozioni e comportamenti”. L’educatore dovrebbe comportarsi come l’istruttore di scuola guida: stare a fianco del futuro autista dando indicazioni e intervenire con il freno solo quando necessario e continuare con altre guide se il futuro patentato non ha ancora un modo di guidare sicuro o corretto. I bambini sono strumenti musicali che hanno bisogno di essere accordati per, poi, partecipare al concerto della vita. “[…] il fanciullo per il pieno ed armonioso sviluppo della sua personalità deve crescere in un ambiente familiare, in un’atmosfera di felicità, amore e comprensione” (dal Preambolo della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia).

Il formatore Carlo Virzi richiama: “Uno dei più grandi errori di un educatore credo sia proprio credere di sapere quale sia la strada giusta per l’altro. In realtà non lo sappiamo – non possiamo saperlo. Possiamo solo essere presenti. A volte il nostro più grande aiuto non è forzare a cambiare le cose, ma accoglierle così come sono. È rimanere accanto senza voler aggiustare, senza fuggire, senza imporre: è abbracciare quell’inferno insieme. Credo che un potente atto educativo nasca da questa presenza: non dal dire “questa è la strada giusta”, ma dal creare e custodire le condizioni affinché l’altro possa accorgersi della propria bussola interiore, affinare il proprio ascolto e trovare il coraggio di seguirla. …e allo stesso tempo non è detto che accada nulla subito.
Ciò che di certo rimane è il nostro esempio di persone presenti e in ascolto, profondamente rispettose della vita dell’altro; è uno spazio di potere e possibilità, libero da ansia, pretesa e giudizio”. L’educazione non è fatta tanto di parole quanto di presenza, ascolto, esempio, rispetto, tutto ciò che spesso manca da parte degli adulti di oggi, spesso immaturi o inadeguati.

Lo psicoterapeuta Alberto Pellai ha scritto nel Decalogo per proteggere i nostri bambini (2018): “Diritto ad un mondo adulto che sa produrre una mente adulta comune rispetto ai bisogni di crescita di bambini, preadolescenti e adolescenti. Occorre che scuola e famiglia siano alleate e condividano metodi ed obiettivi del progetto educativo rivolto a chi sta crescendo. Se questo non succede – e i media e la cronaca nazionale ce lo raccontano ogni giorno – la crescita dei minori sarà sempre più caotica e disorganizzata”.

Prima ancora che di “istruzione di qualità”, bambini e ragazzi hanno bisogno di adulti con qualità.

AI ed intelligenza umana

L’intelligenza artificiale aiuta l’intelligenza umana e viceversa

Un discorso aperto sull’AI con gli alunni e con i docenti.

di Gennaro Iasevoli

L’intelligenza artificiale, attrae e vivacizza le discussioni ormai in tutti gli ambienti di lavoro, culturali e scientifici, mentre sul piano tecnico è una risorsa già ampiamente utilizzata ed apprezzata. Quando un diciottenne, per esempio, si iscrive e frequenta una scuola guida, sente l’istruttore che tra l’altro gli dice di osservare che l’auto guidata è in grado di rispettare da sola le distanze di sicurezza e di seguire le strisce bianche di delimitazione della carreggiata con sperimentata precisione; tale informazione non lo inquieta, anzi lo sorprende e lo appassiona; nel contempo richiama nella sua mente alcuni riferimenti scolastici e trasmissioni televisive che accennano all’intelligenza artificiale che, al presente, continua a macinare record su record nella ricerca scientifica. L’AI ottiene continui risultati soprattutto come supporto funzionale nella costruzione di prodotti meccatronici, aerei, treni, navi, auto, strumentazioni medico-diagnostiche, complessi architettonici, complessi abitativi, progetti ingegneristici, progetti agrari, apparecchi protesici, elettrodomestici, medicinali, alimenti. Aiuta i ricercatori nella scelta degli obiettivi, nella catalogazione storica delle esperienze, nella lettura dei dati nel contesto della singola osservazione e della sperimentazione globale, nell’allestimento delle statistiche e quindi nella evidenziazione dei risultati rispetto alla introduzione delle variabili indipendenti – recentemente è usata anche nel velocizzare gli studi sul DNA. Rappresenta quindi un supporto funzionale alla velocizzazione delle ricerche e d’altro lato accelera fortemente la diffusione e la raggiungibilità dei dati da parte dei centri e dei ricercatori posizionati in aree molto distanti geograficamente. Uno dei risvolti positivi è anche quello di porre un freno alla diffusione involontaria oppure volontaria di informazioni mediocri, incomplete o fuorvianti da parte di autori di libri mediocri di strada, offrendo, a richiesta, rapidi confronti tra informazioni, situazioni, ricerche e documenti. Pertanto autori di libri mediocri, scritti d’impeto, senza il possesso di un substrato vitale di studi rigorosi ed estesi nel tempo al cospetto di studiosi di chiara fama, in molteplici contesti culturali, accademici e geografici, sono destinati purtroppo a destare l’ironia al primo controllo epistemologico. Pertanto spetta anche ai docenti, di ogni ordine e grado, di dotarsi di mezzi idonei, insieme con gli alunni, per proporre nuovi algoritmi, sempre più interessanti, precisi, semplici e funzionali, onde alimentare la fruizione finalizzata dell’intelligenza artificiale.

I docenti e gli alunni devono ricordare comunque che a fronte di questo tsunami pervasivo ed invasivo, da parte dell’intelligenza artificiale, la società umana ha altre caratteristiche che restano solide ed immutate per quanto preziose ed irrinunciabili, riassumibili psicologicamente in tre categorie : 1) la categoria dei sentimenti, 2) la categoria dei desideri, 3) la categoria delle emozioni. Gli esseri umani sono dotati di caratteristiche intellettive, – in piccola parte in via di imitazione attraverso l’intelligenza artificiale -, che gli consentono di intervenire anche sui sentimenti, sui desideri e sulle emozioni. Ma questi fattori intellettivi sono presenti nella specie umana in varie combinazioni, pertanto si parla di persone con molteplici attitudini e con differenti livelli intellettivi. Le cause di queste differenze sono state studiate sin dall’antichità ma ancora oggi non si è giunti alla scoperta di una causa precisa. Intanto sui luoghi di lavoro per individuare le differenze attitudinali si eseguono delle valutazioni con curriculum, questionari, test e colloqui, finalizzati alle assunzioni ed alla collocazione funzionale per le mansioni da svolgere. Ma, mi chiederete: mentre per gli uomini e le donne si parla di attitudini diverse o di intelligenze multiple, che differenze possiamo notare nell’intelligenza artificiale? – bella domanda!. L’intelligenza artificiale anche se composta da molteplici algoritmi deve risultare sempre unica ed immutabile altrimenti porterebbe a risultati diversi, contrastanti e quindi sarebbe inutile, fuorviante e dannosa: l’obiettivo degli scienziati di perfezionare le funzioni dell’intelligenza artificiale, di velocizzarla e di renderla sempre più utile, economica ed accessibile. Attualmente non può esistere l’intelligenza artificiale senza la mano dell’uomo, ma già si parla dell’eventuale pericolo di un’AI autonoma rispetto all’uomo che possa in qualche modo sfuggire di mano e causargli qualche danno od addirittura tiranneggiarlo. Ma si tratta soltanto di ipotesi.

Memoria, emozione e significato

Memoria, emozione e significato

Perché il cervello ricorda ciò che ci coinvolge

 di Bruno Lorenzo Castrovinci

Ricordare, lasciandosi attraversare dal suono continuo e spesso impercettibile della colonna sonora della nostra vita, significa riconoscere che la memoria definisce chi siamo, dove siamo stati e, in larga parte, anche dove stiamo andando. Ogni scelta, ogni azione che compiamo nasce dall’intreccio dei nostri ricordi, tanto che senza di essi non saremmo nemmeno capaci di orientarci nel mondo o di muoverci nello spazio, perché anche il gesto più semplice è il risultato di ciò che abbiamo appreso esplorando, sperimentando, vivendo. La memoria non è soltanto un archivio del passato, ma una forza attiva che sostiene il presente e rende possibile il futuro.

Capita spesso di interrogarsi sul motivo per cui alcuni ricordi rimangano impressi con una nitidezza quasi dolorosa, mentre altri, pur appresi con impegno e ripetizione, sembrano dissolversi rapidamente, e questa esperienza comune rivela una verità profonda sul funzionamento della mente umana. La memoria non segue criteri puramente quantitativi, non si limita a registrare ciò che è stato ripetuto più volte, ma opera secondo una logica qualitativa, selezionando ciò che ha lasciato un segno emotivo e ciò che è stato percepito come rilevante per la costruzione del senso personale. Ciò che resta non è semplicemente ciò che è stato studiato, ma ciò che ha incontrato un significato.

Ogni ricordo duraturo nasce infatti dall’incontro tra un contenuto e un vissuto, tra ciò che accade e il modo in cui quell’accadere viene interiorizzato, interpretato, sentito. È in questo spazio di intersezione, in cui l’esperienza si carica di valore e diventa parte della storia individuale, che si collocano i processi più profondi dell’apprendimento. Riflettere su memoria, emozione e significato significa allora spostare lo sguardo da un’idea di conoscenza come semplice accumulo di dati a una visione dell’apprendere come esperienza trasformativa, capace di coinvolgere il corpo, la mente e l’identità, lasciando tracce che non si limitano a restare, ma continuano a generare senso nel tempo.

Il ricordo come esperienza vissuta

La memoria non può essere compresa se viene ridotta a una funzione puramente tecnica di immagazzinamento, perché nasce da un processo semplice nei suoi principi ma articolato nelle sue fasi, che coinvolge diversi sistemi della mente e del cervello. Ogni informazione, prima di diventare un ricordo stabile, viene inizialmente trattenuta nella memoria a breve termine, che funziona come un appoggio momentaneo, capace di mantenere per pochi secondi o minuti una quantità limitata di informazioni così come vengono percepite, senza ancora elaborarle in profondità.

Accanto a questo primo livello interviene la memoria di lavoro, che svolge un ruolo più attivo e consapevole. La memoria di lavoro non si limita a conservare l’informazione, ma permette di pensarla, comprenderla e collegarla a ciò che già sappiamo. È grazie alla memoria di lavoro che possiamo seguire un discorso, capire un testo, risolvere un problema o riflettere su ciò che stiamo imparando. Se la memoria a breve termine serve a non perdere subito un’informazione, la memoria di lavoro serve a darle un significato.

In questa fase entra in gioco l’ippocampo, una struttura profonda del cervello che ha il compito di organizzare le informazioni elaborate e di avviare il loro passaggio verso la memoria a lungo termine. L’ippocampo agisce come un coordinatore, selezionando ciò che è stato compreso e ritenuto importante e preparando queste informazioni a essere distribuite nelle diverse aree della corteccia cerebrale, dove i ricordi duraturi vengono progressivamente stabilizzati.

Un ruolo decisivo è svolto dall’amigdala, che valuta il contenuto emotivo dell’esperienza e segnala al cervello quanto quell’informazione sia rilevante. Quando un evento è accompagnato da un’emozione intensa, l’amigdala rafforza il lavoro dell’ippocampo, rendendo più probabile che quel contenuto venga conservato nel tempo. L’amigdala fa parte del sistema limbico, un insieme di strutture cerebrali che comprende anche l’ippocampo, l’ipotalamo, il giro del cingolo e alcune aree del talamo, tutte coinvolte nella regolazione delle emozioni, della motivazione e della memoria.

Il consolidamento dei ricordi non avviene solo mentre siamo svegli, ma prosegue in modo fondamentale durante il sonno, in particolare nelle fasi di sonno profondo. Durante questi cicli, il cervello riattiva e riorganizza le informazioni apprese, rafforzando i collegamenti tra ippocampo e corteccia e trasformando ciò che è stato vissuto durante il giorno in ricordi più stabili. È anche per questo che dormire bene è essenziale per imparare e ricordare.

Grazie al dialogo continuo tra sistema limbico, ippocampo, corteccia cerebrale e cicli di sonno, le esperienze emotivamente significative riescono a diventare ricordi duraturi, mentre le informazioni prive di coinvolgimento e di rielaborazione tendono a essere dimenticate più facilmente, perché il cervello è naturalmente orientato a conservare ciò che ha avuto un valore reale per l’esperienza vissuta.

Emozione e significato nella costruzione del sapere

Le neuroscienze cognitive hanno ormai superato la dicotomia tra ragione ed emozione, mostrando come ogni atto di pensiero sia attraversato da una dimensione affettiva che ne orienta la direzione e ne determina la profondità. L’emozione non ostacola il pensiero razionale, ma lo rende possibile, fungendo da bussola interna che segnala ciò che è rilevante e degno di attenzione.

Quando un contenuto viene percepito come significativo, il cervello lo collega a reti di conoscenza già esistenti, attivando processi di integrazione che trasformano l’informazione in sapere personale. Il significato nasce proprio da questa capacità di collegare, di attribuire senso, di riconoscere un valore che va oltre l’utilità immediata, e senza tale processo l’apprendimento resta superficiale e facilmente reversibile.

Dal punto di vista psicologico, la memoria assume una funzione narrativa, poiché seleziona e organizza i ricordi in modo coerente con l’immagine che ciascuno costruisce di sé. Ricordiamo ciò che ci coinvolge perché quei contenuti contribuiscono a definire chi siamo, cosa consideriamo importante e quale posto occupiamo nel mondo, trasformando l’apprendimento in un atto identitario e non semplicemente cognitivo.

La memoria come processo relazionale

Ogni apprendimento significativo si sviluppa all’interno di una relazione, perché l’essere umano apprende sempre in un contesto emotivo e sociale che influenza profondamente la qualità della memoria. In ambito educativo, questo significa riconoscere che il sapere non passa solo attraverso i contenuti, ma attraverso il modo in cui essi vengono proposti, condivisi e vissuti all’interno di una comunità di apprendimento.

Un ruolo importante in questo processo è svolto dai neuroni specchio, cellule nervose che si attivano non solo quando compiamo un’azione o proviamo un’emozione, ma anche quando osserviamo qualcun altro farlo. Grazie ai neuroni specchio, il cervello è in grado di simulare internamente le azioni, le intenzioni e gli stati emotivi degli altri, favorendo l’empatia, l’imitazione e la comprensione reciproca. In un contesto educativo, osservare un insegnante appassionato, un compagno coinvolto o un clima relazionale positivo attiva questi meccanismi di rispecchiamento, rendendo l’apprendimento più naturale e profondo.

La psicologia dello sviluppo ha mostrato come il coinvolgimento emotivo favorisca l’attenzione profonda e la motivazione intrinseca, creando le condizioni affinché l’informazione venga elaborata in modo significativo. Quando lo studente si sente riconosciuto, ascoltato e coinvolto, il suo cervello è più disponibile all’apprendimento, poiché l’emozione positiva riduce le barriere difensive e favorisce l’esplorazione cognitiva.

L’apprendimento, in questa prospettiva, non è mai un atto solitario, ma nasce dall’incontro tra soggetto, relazione e contesto, e la memoria che ne deriva è il risultato di una costruzione condivisa di significato, resa possibile anche dai meccanismi neurobiologici che ci permettono di comprendere gli altri a partire dall’esperienza condivisa.

Apprendere per ricordare, ricordare per diventare

Le evidenze neuroscientifiche e pedagogiche convergono nel suggerire che l’apprendimento autentico è sempre trasformativo, perché non si limita ad aggiungere informazioni, ma modifica il modo di pensare, di sentire e di interpretare la realtà. Ricordiamo ciò che ci coinvolge perché quel contenuto ha prodotto un cambiamento, anche minimo, nel nostro modo di vedere il mondo o di vedere noi stessi.

Quando lo studente è chiamato a riflettere, a problematizzare, a collegare i saperi alla propria esperienza, l’apprendimento si radica in profondità e diventa stabile nel tempo. Al contrario, un sapere imposto dall’esterno, appreso per obbligo o per timore della valutazione, tende a rimanere fragile, poiché non trova uno spazio autentico nella costruzione del senso personale.

La memoria, dunque, non è solo una funzione cognitiva, ma un processo di selezione esistenziale, che conserva ciò che contribuisce alla crescita e lascia andare ciò che non è stato vissuto come significativo.

Conclusioni. Ricordare ciò che conta

Ricordiamo ciò che ci coinvolge perché la memoria umana è orientata al senso e non alla quantità, e questa caratteristica rivela una profonda verità sul modo in cui apprendiamo e cresciamo. Emozione, significato e memoria non sono dimensioni separate, ma aspetti intrecciati di un unico processo che consente all’esperienza di diventare conoscenza e alla conoscenza di diventare parte della nostra identità.

Un’educazione che ignora il ruolo dell’emozione rischia di produrre apprendimenti fragili e reversibili, mentre una pedagogia capace di attivare il coinvolgimento emotivo e la costruzione di significato permette al sapere di radicarsi profondamente e di accompagnare l’individuo nel tempo. Ricordare non significa trattenere tutto, ma custodire ciò che ha contribuito a trasformarci, ed è in questa selezione che la memoria rivela la sua funzione più autentica come strumento di crescita, consapevolezza e umanizzazione dell’apprendimento.

Esami di Maturità 2025/2026

Decreto Ministeriale 29 gennaio 2026, AOOGABMI 13
Esame di maturità – Individuazione delle discipline oggetto della seconda prova scritta e delle quattro discipline oggetto del colloquio d’esame

Motore di ricerca delle discipline per l’Esame di Maturità conclusivo del secondo ciclo d’istruzione per l’anno scolastico 2025/2026


Latino al Liceo classico; Matematica al Liceo scientifico; Scienze umane al Liceo delle Scienze umane; Economia aziendale per gli Istituti tecnici del Settore economico indirizzo “Amministrazione, finanza e marketing”; Discipline turistiche e aziendali per gli Istituti tecnici del Settore economico indirizzo “Turismo”; Progettazione, costruzioni e impianti per l’indirizzo “Costruzioni, Ambiente e Territorio”.

Queste alcune delle discipline scelte per la seconda prova scritta della #Maturità2026, secondo quanto prevede il Decreto Ministeriale 29 gennaio 2026, AOOGABMI 13. Sono state contestualmente definite anche le quattro materie del colloquio orale.

L’Esame di Maturità si svolge secondo la struttura definita dal d. lgs. 62/2017, come modificato dal d.l. 127/2025, convertito dalla l.164/2025: una prima prova scritta di Italiano, comune a tutti gli indirizzi di studio, che si svolgerà dalle ore 8:30 di giovedì 18 giugno 2026; una seconda prova scritta, riguardante le discipline caratterizzanti i singoli percorsi di studio e il colloquio.

“Da quest’anno si torna all’Esame di Maturità, con un orale radicalmente nuovo. Abbiamo tolto la discussione del documento, che obbligava a fare collegamenti interdisciplinari forzati, creando inutile apprensione nei ragazzi, anche a causa della sua casuale imprevedibilità, e che non contemplava necessariamente una valutazione disciplinare. Abbiamo preferito puntare su un colloquio riferito a quattro discipline, durante il quale il candidato potrà dimostrare non solo il grado di conoscenze e competenze raggiunto, ma anche il grado di autonomia e responsabilità acquisito. Da qui la rilevanza delle attività extracurricolari, sportive o culturali. Da qui l’importanza delle azioni particolarmente meritevoli compiute. Da qui anche la necessità di ripetere l’anno per chi si rifiuterà di essere valutato all’orale. In una società che ha necessità di riscoprire il valore della maturità, il nuovo esame orale consente di valorizzare nella sua interezza la persona dello studente”, ha dichiarato il Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara.

Dal corrente anno scolastico, le Commissioni d’esame saranno composte da un Presidente esterno, da due membri interni e da due esterni.

Il colloquio è incentrato su quattro discipline. Oltre ad accertare il conseguimento del profilo educativo, culturale e professionale della studentessa e dello studente e a verificare l’acquisizione dei contenuti e dei metodi propri di ciascuna disciplina, nel corso del colloquio viene esaminata la capacità di utilizzare e raccordare le conoscenze acquisite e di argomentare in modo critico e personale, nonché il grado di responsabilità e maturità raggiunto. La prova orale pone in evidenza e valorizza la responsabilità e l’impegno dimostrati dagli studenti in azioni particolarmente meritevoli, anche desumibili dal Curriculum della studentessa e dello studente, in una prospettiva di sviluppo integrale della persona.

Nel corso del colloquio, il candidato espone anche le esperienze svolte nell’ambito delle attività di formazione scuola-lavoro e le competenze acquisite nell’ambito dell’Educazione civica.

Nel caso in cui il candidato interno riporti, in sede di scrutinio finale, una valutazione del comportamento pari a sei decimi, il colloquio prevede anche la trattazione di un elaborato critico in materia di cittadinanza attiva e solidale, assegnato dal Consiglio di classe. Il voto in condotta incide sull’assegnazione del credito.

L’Esame di Maturità è validamente sostenuto se il candidato ha regolarmente svolto tutte le prove d’esame, compreso il colloquio.

È prevista una terza prova scritta in alcuni indirizzi di studio (sezioni EsaBac, EsaBac techno, sezioni con opzione internazionale, scuole della Regione autonoma Valle d’Aosta, della Provincia autonoma di Bolzano e scuole con lingua d’insegnamento slovena del Friuli-Venezia Giulia).

Per conoscere tutte le discipline oggetto della seconda prova e le quattro materie del colloquio è disponibile un apposito motore di ricerca. Le stesse saranno consultabili dagli studenti anche all’interno dell’area riservata della piattaforma unica.istruzione.gov.it.

Per i Licei, le materie scelte sono: Latino per il Classico; Matematica per lo Scientifico, anche per l’opzione Scienze applicate e la sezione a indirizzo Sportivo; Lingua e cultura straniera 1 per il Liceo linguistico; Scienze umane per il Liceo delle Scienze umane (Diritto ed Economia politica nell’opzione Economico-sociale); Discipline progettuali caratteristiche dei singoli indirizzi per il Liceo artistico; Teoria, analisi e composizione per il Liceo musicale; Tecniche della danza per il Liceo coreutico.

Per gli Istituti tecnici: Economia aziendale per l’indirizzo “Amministrazione, Finanza e Marketing” (anche nelle articolazioni “Relazioni internazionali per il marketing” e “Sistemi informativi aziendali”) e Discipline turistiche e aziendali per l’indirizzo “Turismo”; Progettazione, costruzioni e impianti per l’indirizzo “Costruzioni, Ambiente e Territorio”; nell’indirizzo “Informatica e telecomunicazioni”, Sistemi e reti sia per l’articolazione “Informatica” che per l’articolazione “Telecomunicazioni”; Produzioni vegetali per le articolazioni “Produzioni e trasformazioni” e “Gestione dell’ambiente e del territorio” degli Istituti agrari (Viticoltura e difesa della vite per l’articolazione “Viticoltura ed enologia”).


Nota 10 novembre 2025, AOODGOSV 74346
Esame di maturità per l’anno scolastico 2025/2026 – Candidati interni ed esterni: termini e modalità di presentazione delle domande di partecipazione

Nel seguente prospetto riepilogatiovo (All. 1) sono riassunti i termini di presentazione delle domande di ammissione agli esami di maturità A.S. 2025/2026 :

S. Vitale, Cartella clinica

Serena Vitale, dalla vita all’opera

di Antonio Stanca

   Cartella clinica è un recente romanzo o racconto lungo di Serena Vitale: lo scorso Giugno è uscita la seconda edizione, la prima c’era stata a Maggio pure presso Sellerio. Pugliese, originaria di Brindisi dove è nata nel 1945, la Vitale vive ora, a ottantuno anni, a Milano dopo essere stata a Roma con la madre e uno dei fratelli dal 1958 ad un certo periodo di tempo. Ha insegnato Lingua e Letteratura Russa in alcune Università italiane, è ancora socio corrispondente dell’Accademia dei Lincei. Intorno agli anni ’70, quando ha cominciato con la carriera universitaria, ha pure mostrato interessi per l’attività di saggista, curatrice e traduttrice soprattutto di autori russi e cechi. Questi interessi sono andati aumentando fino a renderla capace, nel loro ambito, di una produzione quanto mai vasta e varia. Anche molti premi le sono stati assegnati per il lavoro di traduttrice. L’ha attirata, l’ha coinvolta più di ogni altro compreso quello per la narrativa. Anche qui, tuttavia, è riuscita, anche qui è stata premiata più volte nonostante abbia continuato con quella maniera che le era derivata dall’attività di traduttrice e storica, dal bisogno, cioè, di muovere da quanto è successo o succede e concepire, dedurre una vicenda, un’opera che lo narri. Pure la Vitale scrittrice ha mostrato di dipendere dalla realtà passata o presente, pure in quest’ultima narrazione lo ha fatto. Il rapporto con l’evento, con il suo documento, è diventato un aspetto caratteristico della sua scrittura compresa quella di genere narrativo dove, però, lo combina con quanto d’immaginato, d’inventato è necessario per andare oltre la dimensione contingente ed assurgere ad una trascendente, per non rimanere nella cronaca e fare arte. Di realtà e idea si compone, quindi, la narrativa della Vitale, della loro combinazione sono fatti i suoi romanzi. In Cartella clinica la realtà che fa da sfondo è quella della sua famiglia, madre, padre e quattro figli, due maschi e due femmine, di quando vivevano a Brindisi dove avevano avuto residenza i loro antenati e dove tutti erano generalmente vissuti. La scrittrice procede con una serie di brani, in maniera frammentaria, quasi si trattasse di tanti avvisi: sono gli anni Cinquanta, la guerra è finita da poco, dappertutto si è in fase di recupero, di ristrutturazione, c’è una diffusa condizione di indigenza e così anche nella famiglia di Serena che, con i genitori insegnanti, fa parte di una certa borghesia. Dei fratelli il maggiore si è trasferito altrove, l’altro, Bruno, è rimasto a casa e studia medicina nella vicina Università. Delle sorelle Rossana ha diciassette anni, Serena tredici, entrambe vanno a scuola, superiore per la prima, media per la seconda. Dell’ambiente, della vita che si svolge intorno alla loro famiglia, nella loro città, scrive la Vitale che, però, si sofferma in particolare su quanto accade all’interno e all’esterno della sua casa, nei rapporti tra i famigliari e con i parenti, i vicini e gli altri. È in un contesto così mosso ma anche così ordinato, così regolato che in quell’autunno del 1958 sopraggiunge e si fa sempre più convinta, più sicura, diventa sempre più diffusa la triste notizia che la figlia più grande dei Vitale, Rossana, ha cominciato a manifestare disturbi mentali. Dalle prime visite specialistiche, dai primi controlli si è dedotta una sindrome schizofrenica. In casa stentano a convincersi, a riconoscere la gravità della situazione nonostante i segnali della malattia diventino sempre più evidenti e più frequenti. Inizierà una lunga serie di ricoveri in case di cura pubbliche e private, vicine e lontane, ma di risultati effettivi, di miglioramenti non si potrà mai parlare con certezza. Rossana giunge a vivere tra lunghi ricoveri e brevi rientri a casa senza che si possa sapere quanto le stia succedendo, come lo stia vivendo. Sempre più strana, più imprevedibile, più irrequieta diventa nel fare e nel parlare fino ad andare oltre i limiti del decoro, della ragione. Ricoverata nell’ospedale psichiatrico di Santa Maria della Pietà a Roma nel 1961, sarà trovata morta dopo alcuni giorni di degenza. Difficile risulterà per i medici accertare le cause effettive del decesso e tante saranno quelle supposte nelle loro cartelle. Su queste cartelle e sulle altre dei tanti ricoveri precedenti è andata ad indagare la sorella piccola, la Serena. Ha fatto di esse quel documento che a lei è sempre servito per avviare una narrazione, per procedere alla costruzione di un racconto, di un romanzo. Ne è derivata Cartella clinica dove ha detto degli errori, delle omissioni, delle contraddizioni, delle ingiuste attribuzioni alla figura, al carattere della sorella. Non riuscirà a stabilire quanto sarebbero potute servire le mancate verità per un esito diverso del caso di Rossana ma almeno le sembrerà di averla riscattata. Che abbia atteso tanto questo momento può sembrare strano ma non va trascurato che in Cartella clinica può essere ravvisata l’intenzione della Vitale a ripercorrere la sua vita di prima, i suoi posti, la sua gente, le sue esperienze, quanto era successo insieme alla morte di Rossana. Dalla storia sua ha voluto muovere, della vita sua ha voluto fare il soggetto di un’altra opera narrativa.

Adolescenti all’arma bianca

Adolescenti all’arma bianca

di Giovanni Fioravanti

Il gesto estremo di uno studente che accoltella e uccide un compagno ci trova ancora una volta impreparati, disorientati. Non può essere, neppure a diciannove anni, che la responsabilità sia tutta e sola di chi ha compiuto quell’atto inconsulto e neppure può stare tutta in chi a 15 anni gira con il coltello in tasca e come gruppo sociale sceglie di essere parte di una baby gang.

Più di mezzo secolo fa Piero Angela scriveva un libro divulgativo, che avrebbe trovato conferma negli esiti delle neuroscienze: L’uomo e la marionetta. Titolo significativo. Non siamo liberi, cultura e natura tirano i fili delle nostre azioni. Eredità genetica e ambiente in cui cresciamo e viviamo ci modellano, ci formano, ci condizionano.

Il nostro cervello e la nostra personalità vengono manipolati quotidianamente senza che ce ne accorgiamo. Le nostre idee e il nostro comportamento non sono affatto scelti liberamente, ma sono il risultato dell’azione combinata di tutto ciò. La biologia ha dimostrato che la parola e il farmaco hanno un’azione sostanzialmente simile nel cervello: entrambi inducono cambiamenti biochimici e molecolari nell’organizzazione cerebrale. La società dei media, dei social, della pubblicità, dei consumi da tempo ha fatto tesoro di queste armi invisibili.

Di tale impasto è, dunque, la sostanza della nostra identità che è lo specchio  in cui ci riconosciamo, ma è uno specchio che può andare improvvisamente in frantumi, così può accadere che la ricerca affannata di ricomporlo induca a gesti disperati, inconsulti che si traducono nella follia della violenza.

È necessario che apprendiamo da subito, già all’esordio in questo mondo, a gestire questo specchio. La riuscita non è responsabilità solo nostra, occorre che ogni attore in commedia faccia la sua parte a iniziare dagli adulti. C’è un ruolo da sostenere e i copioni non mancano. È che viviamo in una società in cui questi copioni non si studiano, in cui è più facile punire che condividere le responsabilità, in cui è più conveniente pensare all’adolescenza, che pure tutti abbiamo attraversato, come a un qualcosa da maneggiare con cautela, un luogo di passioni tristi, di inquietudini in cui chi è divenuto adulto ora rischia di perdersi o di uscirne impotente.

Il fatto è che questi copioni non li apprendono non solo i genitori, ma neppure coloro che per mestiere, che per mandato sociale hanno la responsabilità di crescere e di formare ragazze e ragazzi, come gli insegnanti e quanti con il gruppo dei giovani entrano in relazione con compiti educativi.

Non si tratta di stabilire se sul tema della adolescenza siano state scritte pagine di verità, non sta qui il problema, la verità è dinamica, quanto provvisoria, è sempre in divenire. Ma pagine che aiutino a riflette, a capire, a portare avanti la ricerca, a fornire strumenti di dialogo con se stessi e con i giovani, questo sì.

Allora mi sono chiesto se la cultura professionale che ho accumulato in quarantacinque anni di lavoro nella scuola potesse essere tuttora utile a tentare di interpretare l’origine di quel gesto e cosa sarebbe stato necessario fare per poterlo prevenire.

Ognuno ha i suoi maestri. E io mi sono rivolto a loro: Erikson, Winnicott, Lacan.

Prendi Erikson, ti pone immediatamente di fronte al tema dell’identità, della mancata costruzione di un’identità stabile, tipica delle crisi psicosociali dell’adolescenza. La mancata costruzione di un’identità stabile può sfociare in comportamenti aggressivi quando il giovane non trova riconoscimento sociale né ruoli adeguati. L’incapacità di integrare tra loro aspettative familiari, scolastiche e del gruppo dei pari può minacciare la tenuta della propria identità, produrre confusione di ruolo e perdita di senso, allora scatta la molla dell’autodifesa ricorrendo all’atto violento come tentativo disperato di affermare la propria identità o di reagire al timore della propria cancellazione sociale.

Avere un senso vuol dire avere una direzione da seguire capace di dare  un significato alla propria identità. Investe lo sviluppo psicosociale degli individui, oggi quanto mai trascurato dagli adulti e dalla società in cui viviamo, che invece dovrebbero essere in grado di offrire ruoli e riconoscimento a ragazze e ragazzi.

Famiglie fragili, scuole sovraccariche, assenza di mediazione riducono le possibilità di risolvere positivamente le crisi.

Ma l’identità in cui crediamo di riconoscerci può essere un vero sé o un falso sé. Winnicott ci dice che il vero sé è il prodotto della nostra storia relazionale con adulti capaci di contenere e regolare le emozioni fin da bambini, relazioni che mantengono le  loro tracce nell’adolescenza, scuola e famiglia sono i luoghi che possono funzionare come prolungamento di tali relazioni. Insegnanti e genitori che ascoltano, che danno limiti chiari ma contenenti, che permettono il gioco simbolico e la parola, favoriscono lo sviluppo del vero sé. Al contrario, ambienti freddi, punitivi o disattenti favoriscono l’isolamento, la vergogna e la ricerca di soluzioni drammatiche per affermare la propria esistenza.

Se un giovane non ha avuto esperienze ripetute di essere accolto, nominato e contenuto, la sua aggressività non si trasforma in comunicazione ma resta un’energia distruttiva rivolta verso l’altro. L’aggressività è spesso un linguaggio quando le parole mancano. L’atto diventa allora un messaggio tragico: non solo un atto di distruzione, ma una richiesta di riconoscimento che non ha trovato canali simbolici adeguati. Questo non giustifica la violenza, ma orienta la risposta verso la necessità di creare spazi dove il disagio possa essere nominato e trasformato. Servono adulti capaci di contenere, spazi che permettano la parola e la simbolizzazione, e politiche che investano nella qualità delle relazioni fin dall’infanzia.

Umiliazioni, pettegolezzi, la diffusione di immagini compromettenti sui social, possono portare a percepire che la propria identità è stata smentita pubblicamente. La reazione violenta può allora essere letta come un tentativo di difendere o ricostruire quell’immagine perduta, una risposta immaginaria che cerca di colmare il vuoto interno.

Lacan insiste sul fatto che il soggetto si costituisce nelle parole, non esiste un io pre-linguistico che agisce indipendentemente dalle parole e dai discorsi che lo nominano. Insulti, voci di corridoio, immagini condivise non sono meri contenuti, sono interventi simbolici che riorganizzano la posizione del soggetto nell’ordine sociale. La scuola, il gruppo dei pari, la rete parlano e definiscono, possono confermare o cancellare l’immagine che il soggetto ha di se stesso. Un’offesa pubblica può essere percepita come una cancellazione del proprio essere, e l’atto violento diventa allora un modo per imporre un nuovo discorso, per forzare l’Altro a riconoscere una presenza che si sente negata.

Le reti simboliche: famiglia, scuola, media e social network forniscono immagini e discorsi che strutturano le identificazioni. Nell’ adolescenza, quando l’Io è ancora fragile, le identificazioni di gruppo possono essere decisive. La dinamica del branco, la spettacolarizzazione digitale, la mancanza di figure adulte che nominino e riconoscano il disagio, creano un terreno in cui la frattura soggettiva può radicalizzarsi. La violenza diventa allora anche effetto di una rete simbolica che non ha saputo contenere o trasformare il conflitto.

Una risposta efficace non può limitarsi alla repressione esterna. Occorre intervenire sul piano simbolico: creare spazi dove il linguaggio possa nominare il disagio, potenziare la funzione riconoscente degli adulti, offrire mediazioni che riorganizzino le identificazioni. Interventi preventivi devono lavorare sulla rete di discorsi che costituiscono il soggetto: dalla formazione degli insegnanti alla gestione simbolica del conflitto, percorsi che permettano ai giovani di esprimere la propria frustrazione senza ricorrere all’atto, e una presenza adulta che non si limiti a punire ma sappia ascoltare e riformulare.

Ormai siamo all’emergenza, il tempo per ripensare la scuola e la famiglia sta per scadere.

Imparare facendo

Imparare facendo

Il laboratorio come metodo

di Bruno Lorenzo Castrovinci

La lezione frontale come unica mediazione possibile rischia di ridurre la scuola a un luogo di trasmissione unidirezionale, proprio in un tempo in cui l’educazione avrebbe invece bisogno di inserirla all’interno di una narrazione più ampia, capace di restituire senso, continuità e profondità all’esperienza dell’apprendere. Una narrazione che non opponga didattica attiva e metodi tradizionali come se fossero alternative inconciliabili, ma che sappia coniugarli, riconoscendoli come espressione di un progresso pedagogico che nasce dai cambiamenti culturali, sociali e cognitivi del nostro tempo, e che chiede alla scuola non di scegliere, ma di integrare.

La lezione frontale è ed è stata uno strumento efficace, perché consente di organizzare il sapere, di offrire cornici interpretative, di orientare il pensiero, ma perde la sua forza quando viene isolata, assolutizzata, trasformata in unico dispositivo possibile, anziché essere collocata in un corollario più ampio di esperienze, pratiche, linguaggi e modalità di coinvolgimento. È solo dentro questa cornice complessa che la professionalità di un docente aggiornato, riflessivo e appassionato può davvero esprimersi, scegliendo di volta in volta lo strumento più adeguato, senza rigidità e senza automatismi, ma con consapevolezza pedagogica.

Nel panorama educativo contemporaneo, segnato da trasformazioni rapide, da una crescente complessità cognitiva e da una diffusa crisi di senso dell’esperienza scolastica, interrogarsi su come si apprende diventa una necessità non più rimandabile, come già avevano intuito alcune delle più significative riflessioni pedagogiche del Novecento, che hanno posto l’esperienza al centro dei processi formativi. A questa tradizione si affianca oggi il contributo delle neuroscienze, che mostrano con sempre maggiore chiarezza come l’apprendimento non sia un semplice processo di accumulo di informazioni, ma un fenomeno complesso che coinvolge il corpo, le emozioni, il movimento, l’attenzione e l’interazione continua con l’ambiente.

La scuola, spesso percepita dagli studenti come un luogo di trasmissione astratta di contenuti slegati dall’esperienza, rischia di smarrire la propria funzione formativa se non riesce a ricostruire un legame autentico tra sapere, vissuto e persona. In questo senso, il principio dell’imparare facendo non rappresenta una moda didattica né una semplice innovazione metodologica, ma un vero e proprio cambio di paradigma educativo, oggi sostenuto anche dalle ricerche sul funzionamento del cervello, che evidenziano come l’apprendimento significativo sia strettamente connesso all’azione, al coinvolgimento attivo, alla possibilità di sperimentare, sbagliare, rielaborare, e alla dimensione incarnata dell’esperienza.

È in questo equilibrio dinamico, mai definitivamente acquisito, tra spiegazione e scoperta, tra parola e azione, tra tradizione e innovazione, che la scuola può ritrovare il proprio senso più profondo, non rinunciando a ciò che è stato, ma aprendolo a ciò che oggi sappiamo sull’apprendere e sul diventare persone capaci di pensare, comprendere e abitare il mondo.

Il senso dell’imparare facendo

Imparare facendo significa riconoscere che la conoscenza non nasce dall’ascolto passivo o dalla semplice ripetizione, ma dall’incontro diretto tra il soggetto e la realtà, un incontro che obbliga a pensare, a scegliere e a confrontarsi con le conseguenze delle proprie azioni, in una prospettiva che richiama l’idea di apprendimento come esperienza elaborata già centrale nel pensiero pedagogico di John Dewey. In questa visione, l’azione non è mai separata dalla riflessione, ma ne costituisce il motore, poiché è attraverso il fare consapevole che il pensiero si attiva, si mette alla prova e si riorganizza.

Le neuroscienze confermano e rafforzano questa intuizione pedagogica, mostrando come l’apprendimento attivo determini l’attivazione simultanea di più aree cerebrali coinvolte nell’azione, nella percezione, nell’elaborazione emotiva e nella riflessione metacognitiva, favorendo una più profonda integrazione delle informazioni e una maggiore stabilità delle tracce mnestiche. Quando l’esperienza è significativa e vissuta in prima persona, il cervello costruisce reti neurali più ricche e interconnesse, che rendono il sapere più accessibile e meno dipendente dal semplice richiamo mnemonico.

Nel fare, lo studente è chiamato a mettere in gioco tutto sé stesso, le conoscenze pregresse, le intuizioni, i dubbi e persino le incertezze, attivando processi cognitivi complessi come l’anticipazione, il monitoraggio dell’errore, la riorganizzazione delle strategie e la valutazione delle conseguenze delle proprie scelte. Questo coinvolgimento globale stimola le funzioni esecutive e rafforza la capacità di autoregolazione, rendendo l’apprendimento un processo dinamico e adattivo.

Questo tipo di apprendimento favorisce una comprensione più profonda e duratura, perché il sapere si ancora a reti neurali più ampie e integrate, costruite attraverso l’interazione tra azione, pensiero ed emozione. Ciò che si apprende in questo modo risulta meno fragile, più flessibile e maggiormente trasferibile a contesti diversi, sottraendosi alla logica dell’oblio rapido tipica dell’apprendimento puramente trasmissivo.

Il laboratorio come spazio di esperienza

Il laboratorio si configura come uno spazio educativo in cui l’esperienza non è un momento isolato, ma il cuore stesso del processo di apprendimento, coerentemente con una visione costruttivista del sapere, secondo cui la conoscenza si costruisce attraverso l’interazione attiva con l’ambiente, con gli oggetti e con gli altri soggetti coinvolti nel processo educativo. In questa prospettiva, il laboratorio diventa un contesto intenzionalmente progettato per generare esperienze cognitive significative, in cui l’azione non precede semplicemente la riflessione, ma la sollecita e la orienta, favorendo un apprendimento progressivo e consapevole.

Dal punto di vista neuroscientifico, il laboratorio rappresenta un ambiente ad alta densità di stimoli cognitivi ed esperienziali, capace di sostenere la plasticità cerebrale attraverso l’esposizione a situazioni nuove, problemi autentici e compiti complessi. La varietà degli stimoli, la necessità di prendere decisioni, di adattarsi a contesti mutevoli e di cooperare con gli altri attivano reti neurali distribuite, rafforzando le connessioni sinaptiche e favorendo l’integrazione tra percezione, azione e pensiero astratto.

In questo ambiente, l’errore assume un valore formativo fondamentale, perché viene riconosciuto come parte integrante del processo di apprendimento e non come deviazione da evitare. Le neuroscienze mostrano come il cervello apprenda in modo particolarmente efficace proprio attraverso il feedback e la rielaborazione dell’errore, che attivano circuiti di monitoraggio, previsione e autoregolazione, sostenendo lo sviluppo di una maggiore consapevolezza dei propri processi cognitivi.

Il laboratorio, così inteso, favorisce un clima di fiducia e di apertura, in cui lo studente si sente legittimato a sperimentare, a rischiare e a mettersi in gioco senza il timore costante della valutazione immediata. La riduzione dell’ansia da prestazione e la percezione di un ambiente sicuro dal punto di vista emotivo creano condizioni neurobiologiche favorevoli all’apprendimento, permettendo al cervello di dedicare risorse cognitive alla comprensione profonda e alla costruzione di significato.

Corpo, mente ed emozioni nel processo di apprendimento

Il metodo laboratoriale restituisce centralità alla dimensione incarnata dell’apprendimento, riconoscendo che il corpo non è un semplice contenitore della mente, ma parte integrante del processo conoscitivo, in linea con una tradizione pedagogica che da Maria Montessori giunge fino alle più recenti ricerche sul neuromovimento e sull’embodied cognition. Il movimento, l’azione intenzionale e l’interazione fisica con gli oggetti attivano sistemi neurali profondamente intrecciati ai processi cognitivi superiori, coinvolgendo aree motorie, sensoriali e associative che contribuiscono alla costruzione del significato, dimostrando come pensare e agire siano dimensioni strutturalmente inseparabili.

Dal punto di vista neuroscientifico, il movimento non rappresenta una semplice cornice dell’apprendimento, ma una vera e propria leva cognitiva, capace di sostenere l’attenzione, la memoria procedurale e la comprensione concettuale, poiché l’esperienza motoria rafforza le connessioni sinaptiche e favorisce l’integrazione tra percezione, azione e rappresentazione mentale. In questo senso, il laboratorio diventa un ambiente privilegiato per l’apprendimento profondo, perché permette al cervello di apprendere attraverso il corpo, stabilizzando le conoscenze all’interno di reti neurali più ampie e durature.

Accanto alla dimensione corporea, anche quella emotiva assume un ruolo essenziale, poiché le emozioni modulano in modo significativo l’attenzione, la motivazione e i processi di memorizzazione. Le neuroscienze affettive mostrano come un clima emotivo positivo favorisca il rilascio di neurotrasmettitori legati alla curiosità, all’esplorazione e al piacere dell’apprendere, mentre la paura e lo stress cronico inibiscono l’attività delle funzioni cognitive superiori, ostacolando la riflessione e il pensiero critico.

Nel laboratorio, il coinvolgimento emotivo, il senso di competenza progressivamente costruito e la partecipazione attiva generano un’esperienza di apprendimento che integra corpo, mente ed emozioni, creando le condizioni neurobiologiche favorevoli a un apprendimento stabile, significativo e duraturo, capace di incidere non solo sulle conoscenze, ma anche sul modo in cui lo studente percepisce sé stesso come soggetto competente e in crescita.

Il ruolo del docente nel laboratorio

Nel laboratorio il docente non abdica al proprio ruolo, ma lo riformula profondamente, passando da trasmettitore di contenuti a regista dei processi di apprendimento, assumendo una funzione di mediazione educativa che richiama il valore dell’accompagnamento e della guida, centrale nelle teorie socio-culturali dell’apprendimento elaborate da Lev Vygotskij. Le neuroscienze educative rafforzano questa visione, mostrando come l’apprendimento sia un processo intrinsecamente sociale, sostenuto dall’interazione, dal linguaggio e dalla relazione significativa con l’adulto, che agisce come facilitatore dell’attivazione cognitiva ed emotiva dello studente.

Questa trasformazione richiede una professionalità elevata, fondata sull’osservazione attenta non solo dei risultati, ma soprattutto dei processi cognitivi ed emotivi in atto, e sulla capacità di modulare consapevolmente tempi, stimoli, livelli di sfida e feedback. Nel laboratorio il docente costruisce ambienti che favoriscono l’autonomia progressiva, creando condizioni di sicurezza emotiva e di sfida cognitiva equilibrata, sostenendo lo sviluppo delle funzioni esecutive come l’autoregolazione, la pianificazione, la flessibilità cognitiva e il pensiero critico, funzioni che le neuroscienze riconoscono come decisive per l’apprendimento profondo e per la capacità dello studente di orientarsi in contesti complessi.

Apprendere per dare senso al sapere

Uno degli esiti più significativi del metodo laboratoriale è la restituzione di senso al sapere scolastico, che smette di essere fine a sé stesso e diventa strumento per interpretare la realtà e orientare l’azione, secondo una concezione dell’educazione come formazione integrale della persona. Dal punto di vista neuroscientifico, il senso attribuito all’apprendimento rappresenta un fattore decisivo per l’attivazione dei circuiti motivazionali, poiché il cervello apprende in modo più profondo ed efficace ciò che riconosce come significativo, utile e connesso alla propria esperienza di vita, coinvolgendo sistemi legati alla ricompensa, all’attenzione e alla memoria a lungo termine.

Il laboratorio favorisce questa consapevolezza perché colloca l’apprendimento all’interno di contesti autentici e situazioni concrete, permettendo allo studente di sperimentare direttamente l’utilità delle conoscenze e di costruire collegamenti stabili tra ciò che apprende e ciò che vive. In questo processo si attivano meccanismi cognitivi di trasferimento e generalizzazione, fondamentali per rendere il sapere flessibile e adattabile a contesti diversi, trasformando l’apprendimento in competenza reale e duratura, capace di accompagnare la persona nel tempo e di orientarne le scelte future.

Conclusioni

Imparare facendo, attraverso il laboratorio come metodo, significa restituire all’educazione la sua natura di esperienza trasformativa, capace di incidere non solo sulle conoscenze, ma anche sull’architettura stessa dei processi cognitivi ed emotivi. Le neuroscienze confermano che l’apprendimento autentico nasce dall’integrazione tra azione, pensiero, emozione e relazione, offrendo una solida base scientifica a una visione pedagogica profondamente umana.

In una scuola chiamata a rispondere alle sfide della contemporaneità, il metodo laboratoriale rappresenta una sintesi feconda tra pedagogia e neuroscienze, perché consente di ricucire il legame tra sapere e vita, tra mente e corpo, tra individuo e comunità. In questo orizzonte, il laboratorio non è soltanto un metodo didattico, ma una scelta culturale ed educativa che restituisce alla scuola il suo ruolo più autentico, quello di luogo in cui si impara non solo a conoscere, ma a diventare.

S. Benni, Le Beatrici

Stefano Benni tra le donne

di Antonio Stanca

   L’anno scorso presso Feltrinelli è comparsa una nuova edizione de Le Beatrici di Stefano Benni. L’opera, che sta tra il racconto e il teatro, si compone di otto monologhi tenuti da otto donne diverse e incentrati sulle esperienze piuttosto disagiate, sulla vita misera di ognuna di esse. Tra un monologo e l’altro ci sono sei poesie e due canzoni. L’edizione originale dell’opera risale al 2011 e d’allora molte volte, in molte città d’Italia, ha avuto adattamenti teatrali ai quali spesso ha collaborato l’autore. 

   Nato a Bologna nel 1947, Benni vi è morto nel 2025 a settantotto anni dopo aver svolto un’intensa attività di scrittore, poeta, giornalista, autore teatrale. Molti racconti e romanzi ha scritto, alcuni di notevole successo, ha preso parte a spettacoli musicali, ha tenuto seminari sull’immaginazione e la lettura. Vasta e varia è stata la sua produzione, noto è diventato da quando ha esordito, da quando si è spostato dagli ambienti rurali dove era cresciuto, si era formato, ed è approdato ai grossi centri urbani dove ha preso parte alla vita culturale, artistica che si svolgeva. Non aveva, però, rinunciato a quei principi morali che gli erano provenuti dai primi ambienti, a quei valori che erano entrati a far parte del suo spirito, della sua anima, che inalterati sarebbero rimasti di fronte a qualunque esperienza compresa quella che gli aveva fatto assistere alla loro crisi una volta venuto a contatto con i modi, i costumi della modernità. Aveva sofferto nel vedere come il mondo fosse diverso, come non valessero più quelle che considerava regole inalterabili perché ispirate ad un unico senso di giustizia, di verità, ad una coscienza liberata da ogni dubbio, ad una vita sicura, certa. Gravemente deluso rimarrà Benni nel dover constatare come fosse finito quel bene che aveva fatto parte della sua prima vita, come avesse dovuto cedere il passo ad un male tanto diffuso da essere diventato sistema. Non ci sarà opera, di qualunque genere sia, dove non emerga questo stato di sofferenza, questa condizione di angoscia vissuta dall’autore. E altro motivo che ricorrerà in molti suoi lavori sarà quello di farli interpretare da più personaggi, di far comparire, parlare, agire molte persone, di non limitarli ad una sola situazione ma di rappresentarla come fenomeno diffuso, esteso, come proprio della vita. Molte sono spesso le presenze che Benni, nelle sue opere, chiama in causa perché dicano di quanto soffrono, di quanto cattiva è diventata la vita moderna, molte le testimonianze che adduce a conferma di quella crisi di valori dall’autore tanto sofferta. È come se volesse addurre quante più prove possibili, come se volesse convincere meglio o di più. Così succede pure in Le Beatrici dove otto donne sono mostrate impegnate a tenere un monologo in un teatro immaginario, di fronte ad un pubblico immaginario. Ognuna parlerà di sé, della sua vita, di quella passata, di quella presente, ognuna farà sapere con un linguaggio alterato, aggravato dallo sdegno, dal rancore, dall’agitazione, dalla violenza propria delle situazioni estreme, quanto di grave le è capitato, come è andata a finire in una condizione di esclusa, di sconfitta, perché è successo. Da dolersi, da lamentarsi, da pentirsi ma anche da accusare avrà ognuna di quelle donne. I loro sono tra i casi più gravi, tra gli esempi peggiori di una condizione sociale che si è tanto evoluta da non aver più tempo né spazio per coloro che non sanno, non possono inserirsi nel movimento generale, nel generale processo evolutivo. Nella nuova vita che si è venuta a creare non c’è posto per loro e costretti si vedono ad accettare una condizione tra le più misere se non tra le più oscene qualunque sia o sia stata la loro origine, la loro storia, la loro età.

    Anche nelle poesie, nelle canzoni che compaiono agli intervalli dell’opera non cambiano i toni, i temi, i linguaggi. Nel complesso si può dire come di una protesta collettiva, di un’accusa a più voci rivolta, gridata da quelle donne contro quanto ha permesso che si verificassero situazioni così gravi, contro un modello di vita che non riconosce, non si sofferma su chi ha bisogno, è debole, non può. È un altro esempio di quella maniera plurima che Benni usa in numerose sue opere poiché così crede di far conoscere meglio i problemi di una società, di una vita che si dichiara avanzata, progredita, che ambisce ad altezze sempre maggiori. Non si è mai rassegnato lo scrittore alla crisi che ha investito la modernità. Non sarebbero state possibili, pensa, differenze, contraddizioni così gravi se si fosse tenuto conto di certe regole. Averle omesse, trascurate ha fatto stare insieme al bene anche il male, ha fatto sì che non s’intervenisse a correggere simili errori, ha lasciato che fossero le loro vittime a denunciarli.

R. Briani – S. Scicolone, Guida alla valutazione dei Dirigenti scolastici

R. Briani – S. Scicolone, Guida alla valutazione dei Dirigenti scolastici

pp. 280 – ISBN 9788862503549

Per rispondere alle sfide della valutazione cui da quest’anno i Dirigenti scolastici delle scuole italiane verranno sottoposti, la nostra Casa editrice propone una guida specifica e ragionata che, in un unico agile volume, contiene:

• strumenti normativi essenziali;

• approfondimenti su temi specifici;

• indicazioni operative più opportune per affrontare adeguatamente le sfide della valutazione.

La guida, aggiornata ai nuovi obiettivi nazionali e regionali per l’anno scolastico 2025/2026, fornisce una bussola per orientare l’azione dei Dirigenti scolastici verso il loro pieno raggiungimento. Al contempo si propone di favorire la consapevolezza del Dirigente scolastico sulla rilevanza della valutazione in un’ottica di miglioramento professionale continuo, a beneficio della comunità scolastica.

La pubblicazione inaugura una collana periodica, aggiornata ogni anno per offrire ai Dirigenti scolastici un prodotto sempre in linea con le nuove normative e con gli obiettivi annuali.

LE AUTRICI

Raffaella Briani, componente dello staff Nazionale dell’ANP (Associazione nazionale dirigenti pubblici e alte professionalità della scuola), è dirigente scolastico dal 2012. Abilitata all’esercizio della professione forense, è autrice di diverse pubblicazioni di diritto amministrativo e di giustizia amministrativa.

Sandra Scicolone, componente dello staff Nazionale dell’ANP (Associazione Nazionale dirigenti pubblici e alte professionalità della scuola), è dirigente scolastico dal 2013. Svolge intensa attività di formazione e aggiornamento per dirigenti e docenti su tematiche organizzative e didattiche.

Con una prefazione di Antonello Giannelli, Presidente dell’ANP (Associazione nazionale dirigenti pubblici e alte professionalità della scuola). Esperto di tematiche organizzative, gestionali e giuridiche afferenti al settore scolastico, fautore dell’innovazione didattica, è autore di numerose pubblicazioni di diritto scolastico.