Un’autonomia mancata?

Un’autonomia mancata?

di Maurizio Tiriticco

Spesso mi chiedo… e vi chiedo: l’AUTONOMIA SCOLASTICA è stata veramente attuata? A mio vedere, NO! O forse solo parzialmente. In effetti, si trattò di una grande illusione, di cui ci siamo tutti nutriti negli anni novanta, quando si avviò la “grande riforma” della Pubblica Amministrazione, di cui alla legge 15 marzo 1997, n. 59. Erano anni che si discuteva della necessità di una reale riforma dello Stato, o meglio della necessità di svecchiare, se non addirittura di liquidare, un apparato statale che veniva da lontano, la monarchia sabauda prima, il fascismo dopo. Lo sappiamo! C’è stata la Resistenza, poi la Liberazione, poi la restaurazione della Democrazia e la stesura di una Carta Costituzionale fortemente democratica e garantista, tra le più avanzate al mondo. Ma smantellare ab imis uno Stato da sempre centralista e burocratico, sempre pronto a vedere nel cittadino più un suddito che una persona libera e responsabile, non era cosa facile.

Ed in uno Stato fortemente centrato su sé stesso non erafacile avere una Scuola autenticamente libera e democratica. In effetti, dal varo della Costituzione Repubblicana, (27 dicembre 1947) al varo dei cosiddetti “decreti delegati” della scuola (la Legge delega n 477 è del 30 luglio 1973), trascorsero 26 anni! Ben 26 anni per costruire una scuola ispirata ai principi costituzionali. Mi piace riportare i singoli decreti:

DPR 31 maggio 1974, n.416: “Istituzione e riordinamento di organi collegiali della scuola materna, elementare, secondaria e artistica”;

DPR 31 maggio 1974, n. 417: “Norme sullo stato giuridico del personale docente, direttivo ed ispettivo della scuola materna, elementare, secondaria ed artistica dello Stato”;

DPR 31 maggio 1974, n. 418: “Corresponsione di un compenso per lavoro straordinario al personale ispettivo e direttivo della scuola materna, elementare, secondaria ed artistica”;

DPR 31 maggio 1974, n. 419: “Sperimentazione e ricerca educativa, aggiornamento culturale e professionale ed istituzione dei relativi istituti”;

DPR 31 maggio 1974, 420: “Norme sullo stato giuridico del personale non insegnante statale delle scuole materne, elementari, secondarie ed artistiche”.

Si trattò di iniziative normative che “andavano in profondità”, tese a riordinare nel profondo l’ordinamento istituzionale e normativo del nostro sistema scolastico al fine di “adeguarlo” ai principi costituzionali. Passavano gli anni, e l’intero apparato statale necessitava di un profondoriordino. Occorreva passare da uno “Stato per lo Stato” ad uno “Stato per il cittadino”. Ma non era una cosa facile! Per quanto riguarda il sistema scolastico, trascorsero almeno venti anni.

Infatti, solo nel 1995 (dopo i decreti del ’74) furono varate norme innovative. ciò al fine di trasferire competenze decisionali dal Centro (lo Stato) alla Periferia (Regioni, Enti Locali ed al.). I provvedimenti riguardavano anche la scuola. Ed io e Sergio Auriemma pubblicammo per la Tecnodid un prezioso volumetto intitolato “Carta dei Servizi & Progetto di Istituto”. In effetti si trattava di una guida per le scuole ai fini di: “organizzare le attività preliminari – rilevare i dati-base necessari – individuare i fattori di qualità – definire standard e indicatori – formulare i documenti necessari – attivare il monitoraggio – valutare il servizio scolastico erogato –curare la revisione periodica”. Pensavamo di dare alle scuole, ormai autonome, una serie di preziose indicazioni operative.

Occorre tuttavia ricordare che il tutto in effetti veniva da molto lontano, esattamente da quella legge 241/90, che dettava “nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi”. E’ una legge mi piace definire la “NONNA” di tutte le autonomie (molte delle quali purtroppo mancate). Si trattava insomma di smantellare il secolare Stato chiuso in sè stesso e di avviare una organizzazione statuale democratica, conforme anche con il Dettato Costituzionale. In effetti, è da quella legge che si diede l’avvio al cosiddetto “nuovo processo amministrativo” ed alla “trasparenza degli atti”. Seguirono altri atti: il dlgs 29/93, “nuovi criteri organizzativi per PA e pubblico impiego”, e la DPCM 27/1/94, concernente “principi sull’erogazione dei servizi pubblici: eguaglianza, imparzialità, continuità, diritto di scelta, partecipazione, efficienza, efficacia, adozione di standard, semplificazione delle procedure, informazione degli utenti, rapporti con gli utenti, valutazione della qualità del servizio, rimborso, procedure di reclamo”.

E’ opportuno citare pure il dlgs 29/93 concernente la “Razionalizzazione dell’organizzazione delle amministrazioni pubbliche e revisione della disciplina in materia di pubblico impiego”. Tutta questa “cascata” di norme condusse infine alla citata legge n. 59 del 15 marzo 1997 ed infine – per quanto concerne la scuola – al dpr 275/99, “recante norme in materia di autonomia delle istituzioni scolastiche”. E concludo! Ma penso di averlo già scritto mille volte: si legga l’articolato del solo articolo 4 del dpr 275/99 e mi si dica quanti di quei suggerimenti siano stati raccolti dalle istituzioni scolastiche in forza della loro autonomia! Se dico nessuno, dico una bestemmia? Non so, ma… Il fatto è che “lavorare in autonomia” costa! In invenzione, in ricerca, in fatica, in determinazione, in rischio anche! Ma… per come sono pagati i nostri insegnanti – ipeggio in Europa e forse nel mondo – vale qualcosa rischiare, faticare, scegliere, rischiare? In effetti Ptof, Pof, Piani di Miglioramento ed altre diavolerie non intaccano fino in fondo la rigidità del nostro ancestrale sistema scolastico Ed oggi ci si mette pure il Covid! Con le sue ricadute negative sulle attività scolastiche. Così corriamo pure il rischio di perdere una generazione di Italiani! Che, invece, di norma, dovrebbero essere Capaci, Abili, Competenti! E pure Creativi! Ed ora… bastonatemi pure!

Delega disabilità, venti mesi per cambiare l’inclusione

Delega disabilità, venti mesi per cambiare l’inclusione
Vita del 04/01/2022

Pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 30 dicembre, la delega raccordata con il PNRR prevede ora 20 mesi di tempo per i decreti attuativi. Il finanziamento annuo su cui può contare è di 350 milioni di euro.

ROMA. Venti mesi per sette decreti: è questo l’arco di tempo che la legge 22 dicembre 2021, n. 227 prevede per completare il quadro disegnato dalla delega al Governo in materia di disabilità, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 30 dicembre. Arriviamo così a fine agosto 2023, data entro cui dovranno essere stabilite le nuove regole e modalità per:
a) definizione della condizione di disabilità, nonché revisione, riordino e semplificazione della normativa di settore;
b) accertamento della condizione di disabilità e revisione dei suoi processi valutativi di base;
c) valutazione multidimensionale della disabilità, realizzazione del progetto di vita individuale, personalizzato e partecipato;
d) informatizzazione dei processi valutativi e di archiviazione;
e) riqualificazione dei servizi pubblici in materia di inclusione e accessibilità;
f) istituzione di un Garante nazionale delle disabilità;
g) potenziamento dell’Ufficio per le politiche in favore delle persone con disabilità, istituito presso la Presidenza del Consiglio dei ministri.

«La legge delega sulla disabilità, come sappiamo, ha ottenuto il via libera definitivo pochi giorni fa e potrà disporre di uno stanziamento di 350 milioni di euro all’anno. Non sarà quindi solo un meccanismo procedurale e normativo, che dovrà essere attuato attraverso diversi decreti legislativi previsti per la sua attuazione ma disporrà anche di una dote economica importante», commenta la Fish. «Il Fondo per le politiche in favore delle persone con disabilità, che è stato rimodulato con il cambio di denominazione (si chiamerà infatti “Fondo per l’inclusione delle persone con disabilità), sarà finalizzato a fornite piena attuazione agli interventi legislativi in materia di disabilità secondo quanto previsto dalla Legge delega, inoltre sarà trasferito dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali al Ministero dell’Economia e delle Finanze».

La ricerca a Scuola

La ricerca a Scuola: dall’enciclopedia al progetto

di Rita Manzara

Quando frequentavo le scuole “elementari” il concetto di interdisciplinarietà non era stato ancora evidenziato e valorizzato da parte degli esperti in metodi e strategie didattiche.

Si parlava, invero, di progettazione per “centri di interesse”, ma si trattava di situazioni considerate assolutamente sperimentali e foriere – per le famiglie degli alunni- di preoccupazioni in merito all’effettivo svolgimento del programma canonicamente previsto per le varie materie.

L’ “insegnante unico”, tuttavia, gestiva la mattinata in classe in un modo che oggi potremmo definire “fluido”: ci si ritrovava, in altri termini, a parlare di scienze “facendo italiano” o ad affrontare con l’assistenza del maestro le difficoltà semantiche presenti nel testo di un problema, senza peraltro mancare di far emergere e percepire la prevalenza dell’aspetto disciplinare in qualsiasi attività svolta.

C’era, inoltre, la possibilità di effettuare un’esperienza diversa: quella, cioè, delle “ricerche”.

Spesso queste ultime facevano parte del lavoro domestico ed erano destinate ad arrotondare i voti numerici conquistati durante le lezioni.

Le ricerche, quindi, mettevano a dura prova anche i familiari, che si trovavano a supportare i propri figli nell’elaborazione di testi nei quali far confluire una miscellanea di contenuti afferenti a diversi ambiti di studio.

Preziose, in queste occasioni, si rivelavano le enciclopedie. La maggior parte delle persone della mia generazione ha conservato in qualche angolo della casa l’intera collezione dei fascicoli di “CONOSCERE”, che Wikipedia definisce “una enciclopedia a fascicoli per ragazzi, che funzionava da tutor agli studenti delle scuole elementari e medie che nelle famiglie potevano raramente trovare adeguato supporto.

Sempre Wikipedia precisa” L’idea di promuovere la cultura generale traspariva anche dall’ordine delle voci. Ogni voce occupava una o due pagine ed era riccamente illustrata a disegni. L’ordine delle voci non era né tematico né alfabetico, ma casuale: in tal modo veniva incoraggiata una lettura interdisciplinare e variata.”

Fare ricerca attraverso questo strumento stimolava a creare collegamenti, ad affrontare lo studio “per temi”, ad esplorare –lo ripetiamo- il terreno dell’interdisciplinarietà.

C’era, però, la grave tentazione (che abitualmente prevaleva) di copiare il testo, abbellirlo con disegni e figurine ed impararlo a memoria.

Purtroppo, è lo stesso rischio che corrono oggi non solo i bambini di scuola primaria ma anche gli studenti di età superiore. Digitare un termine su Google, ricavare alcuni collegamenti, copiare ed incollare.

Fatto.

Queste considerazioni possono apparire banali, trite e ritrite, eppure rappresentano ancora un elemento di debolezza nel percorso scolastico.

Infatti, non può esistere un reale processo di ricerca da parte del discente se i docenti non riescono a modificare il proprio stile di insegnamento rendendosi facilitatori di apprendimenti ragionati, costruiti e condivisi. In altre parole, la meccanica del copia-incolla-memorizza (quest’ultima azione addirittura in termini di collegamenti tra discipline) è la risposta ad uno schema di lezione basato su contenuti trasmessi frontalmente, la cui acquisizione viene verificata con strumenti valutativi uniformi e indistinti.

Non crediamo, ahimè, che questa prassi sia ormai tramontata.

Lo vediamo chiaramente al momento degli esami.

Negli ultimi anni ai nostri ragazzi di scuola secondaria è stato richiesto di produrre un elaborato multidisciplinare. Per l’esame di licenza media, veniva precisato che si poteva trattare di un filmato, un testo scritto, una presentazione o un elaborato artistico o tecnico-pratico. Per l’esame di maturità si sottolineava che l’elaborato doveva concernere le discipline caratterizzanti ed essere integrato, in una prospettiva multidisciplinare, dagli apporti di altre discipline o competenze individuali presenti nel curriculum dello studente, nonché dell’esperienza di PCTO svolta durante il percorso di studi. 

Spesso i ragazzi si sono presentati con elaborati anche gradevoli dal punto di vista estetico ed apparentemente basati su competenze. Tuttavia, interrompendo lo studente con una domanda estranea al discorso costruito si è rischiato, a volte, di far crollare il bellissimo edificio.

Quest’anno, nell’ambito della maturità, sarà inaugurata la “tesi di diploma”.

Auguriamoci che il lavoro di preparazione del progetto che verrà assegnato a ciascun candidato sia realmente uno stimolo ad usare il pensiero critico, la creatività ed il proprio orientamento di vita, dimostrando quindi di aver consolidato e di saper esprimere competenze (disciplinari e interdisciplinari) effettivamente spendibili in vista del futuro percorso culturale e professionale.

Contagi in aumento tra gli under 19, nessuno slittamento per le scuole

da Il Sole 24 Ore

Respinta la proposta di distinguere tra vaccinati e non le Regioni lavorano a una nuvoa proposta sulle quarantene

di Redazione Scuola

Nessuno slittamento, gli studenti italiani torneranno a scuola il 10 gennaio, come previsto. La quarta ondata della pandemia non accenna a placarsi ma il governo mantiene la linea rigorosa e conferma il calendario scolastico, seppure probabilmente con alcune modifiche almeno per quanto riguarda quarantene e distinzioni tra vaccinati e non nelle classi. Le Regioni, che proprio di questo parleranno domani durante la Conferenza, spingono per eliminare il distinguo e, nel contempo, aumentare la soglia di positivi superata la quale le classi finiscono in Dad.

Positività in aumento tra gli under 19

A preoccupare, al momento, sono i dati che riguardano i casi di positività tra i più piccoli, quella fascia di età, cioè, che per ultima ha cominciato il ciclo vaccinale. Circa un contagio su quattro, rivela infatti la Società Italiana di Pediatria, riguarda nell’ultima settimana gli under 20. In un mese i ricoverati tra gli under 19 sono aumentati di quasi 800, 791 per la precisione, passando da 8.632 a 9.423. Dati che fanno il paio con l’andamento della campagna vaccinale, che stenta in particolare nella fascia 5-11 anni, dove si raggiunge appena il 10% di immunizzati, contro il 70% tra i 12enni e i 19enni.

Le preoccupazioni delle Regioni

Proprio per questo in giornata governatori e sindaci hanno espresso preoccupazione in vista della riapertura delle scuole, dove stanno comunque già arrivando le prime forniture di mascherine ffp2. Il governatore della Campania, Vincenzo De Luca, ha addirittura proposto di rimandare di 20-30 la ripresa delle lezioni in presenza per “raffreddare il contagio”. Un’idea che ha trovato d’accordo anche il presidente della Toscana, Eugenio Giani, seppur con qualche riserva. A chiudere definitivamente le porte alla proposta è però palazzo Chigi, la cui linea – ribadita più volte nei giorni scorsi dal ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi – è quella di tenere aperte le scuole e relegare la didattica a distanza solo alle strette necessità.

La nuova proposta sulle quarantene

Proprio per questo, a sette giorni dal rientro in classe, le Regioni provano a mitigare preoccupazioni e necessità lanciando la proposta di eliminare la distinzione – definita “discriminatoria” da più parti, prèsidi compresi – tra vaccinati e non. In vista della Commissione Salute che si riunirà domani, l’idea è quella di rivedere la definizione di un numero minimo di contagi in classe, che permetta indistintamente a tutti gli alunni di andare in Dad. Al momento, su quest’ultimo aspetto l’ipotesi è di valutare tre o quattro contagi e, sotto questa cifra, prevedere l’autosorveglianza per tutti.

Alt dei presidi alla Dad per gli alunni non vaccinati

da Il Sole 24 Ore

Il presidente dell’Anp di Roma, Mario Rusconi, boccia la proposta delle Regioni e chiede al governo di fare di tutto per riaprire le scuole

di Redazione Scuola

«Era stato annunciato che sarebbero stati organizzati hub per fare tamponi agli studenti in vista della riapertura delle scuole. Sarebbe questa la misura da attuare, la cosa migliore dopo le feste, ma a pochi giorni dalla riapertura non ne abbiamo contezza. Noi come Anp siamo contrari a mettere in Dad i ragazzi non vaccinati perché sarebbe una discriminazione. Se la proposta è questa o rimandare gli ingressi vuol dire che la scuola farà le spese di una serie di mancanze. Di questo passo si rischia la distruzione del settore». A dirlo è il presidente dell’Associazione presidi di Roma Mario Rusconi che boccia la proposta lanciata nei giorni scorsi dalle Regioni sulla revisione delle quarantene.

Il no dei presidi

«Se queste sono le proposte, ai no vax andrà aggiunta a breve la categoria dei ’no school», incalza Rusconi. «Domani ci sarà un incontro del ministero dell’Istruzione con sindacati per discutere il da farsi», aggiunge rimarcando la posizione dell’Anp «contraria a mettere in Dad i ragazzi non vaccinati perché sarebbe una discriminazione. Le misure anti-Covid a scuola ci sono – sottolinea il presidente dell’associazione romana -. Il problema semmai sono le classi pollaio e i mancati controlli sui bus». A suo avviso, «in un anno e mezzo di pandemia non sono stati individuati spazi sufficienti per il distanziamento. Basti pensare che nella città di Roma le uniche realtà ad essersi rese disponibili per dare spazi sono le parrocchie». Da qui a parlare degli hub per testare gli studenti prima del rientro in classe il passo è breve: «Dei tamponi non possono farsi carico le famiglie con le file lunghissime che ci sono».

L’allarme dei pediatri

Circa un contagio su quattro, il 24%, riguarda nell’ultima settimana la fascia di età under 20. In un mese i ricoverati tra gli under 19 sono aumentati di quasi 800, 791 per la precisione, passando da 8.632 a 9.423. A pochi giorni dalla riapertura delle scuole i dati che derivano dai recenti report dell’Iss, l’ultimo precisamente del 31 dicembre, e che preoccupano i pediatri italiani, che tramite la presidente della Sip, Società italiana di pediatria, Annamaria Staiano evidenziano che «i contagi stanno aumentando notevolmente». Al momento poi i vaccini non decollano: 340mila prime dosi su 3 milioni di bimbi.

Formazione iniziale insegnanti: un’occasione da non perdere

da Il Sole 24 Ore

Strutturare un percorso post-laurea coerente e organico specifico per diventare docenti farebbe crescere sia la scuola che l’università

di Pietro Di Martino

Parto da una premessa importante: la scuola dell’obbligo, la scuola di tutti e per tutti, è il pilastro fondamentale delle nostre radici democratiche e del nostro futuro. Investire sulla scuola dunque non è, a mio avviso, un’opzione, ma un obbligo. E investire sulla scuola significa soprattutto investire su chi la scuola la fa: personale Ata, dirigenti e insegnanti, in termini di riconoscimento economico e professionale, così come in termini di formazione (iniziale e in servizio).

La riforma della formazione iniziale

Attualmente non esiste in Italia un percorso di formazione iniziale insegnanti, ma si rincorrono voci su possibili iniziative di riforma. La voce più preoccupante è quella relativa alla possibilità che la questione sia liquidata chiedendo ai futuri docenti di acquisire nel loro percorso 60 crediti formativi universitari in determinate discipline come condizione per accedere al concorso. Questa voce, speriamo senza fondamento, immaginerebbe la formazione iniziale come una sorta di fai da te (di cui conosciamo benissimo le possibili storture), descritta solo da obblighi formali, incentrata solo su aspetti teorici e non co-progettata tra scuola e università.
Proprio pochi giorni fa, sulle pagine di questo giornale, il prof. Vicino, presidente del Consiglio universitario nazionale (Cun), illustrando la posizione del Cun sul tema ha stigmatizzato questa possibilità, immaginando come unica alternativa possibile una formazione insegnanti post immissione in ruolo (dunque di fatto non prevedendo alcun percorso specifico per chi vuole diventare insegnante e accettando che le selezioni per i futuri insegnanti continuino ad essere incentrate esclusivamente su aspetti di conoscenza dei contenuti).

Un’occasione da non perdere

Non tutti, io per primo, la pensano come il Cun. Diverse associazioni di insegnanti, professori universitari di discipline diverse (https://maddmaths.simai.eu/didattica/lettera-formazione-insegnanti/https://www.valigiablu.it/scuola-pnrr-insegnanti-studenti/), la Commissione italiana per l’insegnamento della Matematica (https://umi.dm.unibo.it/wp-content/uploads/2021/12/Comunicato-UMI-CIIM-sulla-formazione-iniziale-degli-insegnanti-di-scuola-secondaria-1.pdf) hanno sottolineato l’importanza di strutturare un percorso post-laurea coerente e organico specifico per la formazione iniziale degli insegnanti, co-progettato tra scuola e università, che preveda riflessione teorica, tirocinio e riflessione sul tirocinio.
Davvero si pensa che i ragazzi e le ragazze più motivate all’insegnamento fuggirebbero da un percorso di questo tipo? Io ho più fiducia in loro: credo sarebbe esattamente il contrario.

Una riforma storica

L’istituzione di un tale percorso sarebbe, questa sì, una riforma di portata storica. Sarebbe anche un’occasione unica per far crescere scuola e università, non pensarle più come due mondi separati, ma come i pilastri culturali e formativi del Paese che si sorreggono insieme.Certo, proprio per la significatività degli obiettivi formativi – la formazione iniziale non è vista come un inutile inciampo, un aggravio di tempo – è una proposta più complessa delle altre in gioco, che richiede di investire veramente, anche in termini economici, sulla scuola, sui suoi insegnanti, sui nostri giovani.
La politica dovrà decidere se intende realmente investire sulla formazione insegnanti o percorrere pericolose scorciatoie che possono avere effetti negativi negli anni a venire.

Smart working per scuola, come altri comparti sanità, Ministero: no “tutti a casa” come in assenza di vaccini

da OrizzonteScuola

Di redazione

Il Ministero della Funzione Pubblica ha divulgato una nota stampa sulla quale interviene relativamente all’ipotesi di smart working per tutto il pubblico impiego. Secondo il Ministero, la “linea fin qui seguita dal Governo, grazie alle vaccinazioni, al green pass e al super green pass, ha reso pienamente compatibile il massimo livello di apertura delle attività economiche, sociali e culturali con il massimo livello di sicurezza sanitaria”.

La richiesta di smart working è pervenuta da alcune sigle sindacali del pubblico impiego, sindacati ai quali il Ministero ricorda che “la normativa e le regole attuali già permettono ampia flessibilità per organizzare sia la presenza, sia il lavoro a distanza, tanto nel lavoro pubblico quanto nel lavoro privato”.

“Le amministrazioni pubbliche, in particolare, sulla base delle linee guida recentemente approvate con il consenso di tutti (sindacati, Governo, amministrazioni centrali e locali), possono decidere la rotazione del personale consentendo il lavoro agile anche fino al 49% sulla base di una programmazione mensile, o più lunga“, evidenzia la nota del dipartimento per la funzione pubblica, in cui si ricorda anche che “la maggior parte dei dipendenti pubblici (gli addetti della scuola, della sanità e delle forze dell’ordine, che rappresentano circa i due terzi dei 3,2 milioni totali) sono soggetti all’obbligo di vaccino e, in larghissima maggioranza, sono tenuti alla presenza”.

“Alla luce della grande flessibilità riconosciuta alle singole amministrazioni e dell’esigua minoranza di dipendenti pubblici che potrebbe realmente lavorare da casa, risulta, dunque, incomprensibile l’invocazione dello smart working per tutto il pubblico impiego. Un ‘tutti a casa’ come sperimentato, in assenza dei vaccini, durante la prima fase della pandemia nel 2020, legato al lockdown generalizzato e alla chiusura di tutte le attività economiche e di tutti i servizi, tranne quelli essenziali. Non è questa la situazione attuale”.

Iscrizioni alunni al prossimo anno scolastico, si parte: c’è tempo fino al 28 gennaio

da La Tecnica della Scuola

Di Alessandro Giuliani

Prendono il via le iscrizioni on line delle studentesse e degli studenti all’anno scolastico 2022/2023: lo conferma il ministero dell’Istruzione con una Nota.

Al via il 4 gennaio

Come già indicato con nota n. 29452 del 30 novembre, si parte il 4 gennaio alle ore 8.00: gli interessati potranno inoltrare la domanda per tutte le classi prime della scuola primaria, secondaria di primo e secondo grado statale fino alle 20.00 del prossimo 28 gennaio.

Saranno on line anche le iscrizioni ai percorsi di istruzione e formazione professionale erogati in regime di sussidiarietà dagli Istituti professionali e dai centri di formazione professionale accreditati dalle Regioni che, su base volontaria, aderiscono alla procedura telematica. L’adesione alle iscrizioni online resta facoltativa per le scuole paritarie.

Come si procede

Il dicastero dell’Istruzione ha confermato che per procedere con l’iscrizione sarà necessario avere un’identità digitale: si potrà accedere al sistema utilizzando le credenziali SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale), CIE (Carta di identità elettronica) o eIDAS (electronic IDentification Authentication and Signature).

Gli studenti e le famiglie che intendono approfondire le peculiarità delle singole scuole e la loro offerta possono possibile visitare il portale “Scuola in Chiaro”, messo a disposizione dal ministero dell’Istruzione per dare informazioni su ciascun istituto.

Per agevolare le famiglie per l’attuazione della procedura, il ministero dell’Istruzione ha attivato una pagina dedicata alle iscrizioni  on line con tutti i dettagli, i chiarimenti e video esplicativi per guidare, passo dopo passo, gli utenti nelle varie fasi della stessa iscrizione.

Lo psicologo a scuola, in arrivo 20 mln di euro dalla legge di bilancio, ma il servizio andrà monitorato

da La Tecnica della Scuola

Di Carla Virzì

In legge di bilancio 2022normativa da poco approdata in Gazzetta Ufficiale, si prevede un incremento del fondo di funzionamento per supportare il personale delle istituzioni scolastiche statali, gli studenti e le famiglie attraverso servizi professionali per l’assistenza e il supporto psicologico in relazione alla prevenzione e al trattamento dei disagi e delle conseguenze derivanti dall’emergenza epidemiologica da COVID-19. E a questo scopo si stanziano 20 milioni di euro per il 2022, una cifra che può rimettere in gioco l’accordo tra il Ministero dell’Istruzione e l’ordine degli psicologi, che aveva già previsto la figura dello psicologo a scuola e che in linea teorica resta operativo fino al 28 gennaio 2023, come avevamo anticipato in un articolo precedente.

Ricordiamo che l’accordo era stato finanziato solo per i primi 4 mesi (da settembre a dicembre 2020), divenendo lettera morta nei mesi successivi. Perché? Perché allo scadere del primo finanziamento, il Governo e il ministero dell’Istruzione avevano dirottato sul Dl Sostegni bis le risorse da destinare al supporto psicologico, solo che questa voce diveniva alternativa a mille altri bisogni della scuola tra i quali gli istituti potevano scegliere. Insomma, se le scuole chiedevano il sostegno psicologico lo facevano a scapito di altro: dalla sicurezza nei luoghi di lavoro, alla didattica a distanza, dall’acquisto di dispositivi di protezione ai materiali per l’igiene individuale e degli ambienti, agli interventi in favore della didattica degli studenti con disabilità o con disturbi specifici di apprendimento e così via.

Oggi invece le risorse per l’assistenza psicologica tornano ad essere risorse ad hoc.

L’accordo con l’ordine degli psicologi

Ecco cosa leggiamo nell’accordo tra Ministero dell’Istruzione e ordine degli psicologi:

Nell’ottica di consentire a ciascuna Istituzione scolastica di attivare i servizi di supporto psicologico, sulla base delle proprie specifiche esigenze e delle azioni già in essere, realizzate nell’ambito della propria autonomia, con la nota prot. 23072 del 30/09/2020 viene assegnata a ciascuna Istituzione scolastica, per il periodo settembre – dicembre 2020, una apposita risorsa finanziaria, determinata assumendo ai fini del calcolo l’importo di euro 40 (quaranta) lordi/ora quale valore della prestazione professionale.

Il monitoraggio del servizio

L’accordo chiarisce anche che il finanziamento successivo del servizio dipenderà dall’esito di un’apposita attività di monitoraggio dell’attività precedente.

Si legge infatti nel documento firmato dalle parti: L’attivazione del servizio di supporto psicologico nel periodo settembre – dicembre 2020, per un impegno non inferiore al 50% della risorsa finanziaria assegnata, documentata e verificata con un apposito monitoraggio che sarà rivolto a tutte le istituzioni scolastiche, è condizione necessaria per la conseguente assegnazione finanziaria, nell’esercizio finanziario successivo, di risorse atte a garantire la prosecuzione del medesimo servizio di supporto psicologico per il periodo gennaio – giugno 2021.

Rientro a scuola, DaD sì o no? Azzolina: “Un dibattito sterile, non si può fare”

da La Tecnica della Scuola

Di Redazione

L’ex ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, ha affidato ai suoi canali social delle considerazioni sul caos del rientro in classe entro il 10 gennaio per tutti gli studenti e le studentesse d’Italia e la conseguente questione della DaD.

La deputata ha così dichiarato: “Un dibattito sterile quello sulla Dad per gli studenti non vaccinati. Questa cosa, semplicemente, NON si può fare. La scuola non può sapere chi è vaccinato o chi non, in assenza di una norma che prescriva l’obbligo vaccinale per studentesse e studenti. O, meglio, non ha proprio il diritto di saperlo. Pena anche la violazione della privacy di ciascuno. Lo hanno ricordato più volte i dirigenti scolastici negli ultimi giorni. Quindi, invece di perdere tempo su una ipotesi palesemente discriminatoria, a 4 giorni dal rientro in classe sarebbe il caso di dare risposte sulla fornitura delle mascherine Ffp2 per tutti e sul ripristino del metro di distanza in classe”.

Quarantene differenziate per alunni vaccinati e non vaccinati?

La cosa è già così da prima delle vacanze natalizie, come disposto dal documento interministeriale, trasmesso il 3 novembre scorso, Indicazioni per l’individuazione e la gestione dei contatti di casi di infezione da SARS-CoV-2 in ambito scolastico.

SCARICA LA CIRCOLARE

Tale documento rappresenta tuttora il riferimento per la sorveglianza con testing da attivare nelle scuole in caso di riscontrata positività di uno studente o del personale.

Il CdM del 5 gennaio

Sono tutte considerazioni che verranno affrontate mercoledì prossimo, 5 gennaio, durante il Consiglio dei ministri, che all’ordine del giorno avrà proprio le regole per la ripresa delle lezioni.

A pesare non poco sarà certamente la posizione dell’entourage del premier Mario Draghi, fautore di un incremento, assieme alle vaccinazioni, anche dei tamponi e del tracciamento. Solo che tra le decisioni e la realtà potrebbe esserci ancora troppa distanza.

Stipendio docenti, nel 2022 misero aumento di altri 15 euro, ma da quando in busta paga?

da La Tecnica della Scuola

Di Carla Virzì

Dalla legge di bilancio, sul tema della valorizzazione della professione docente rispetto alla bozza di legge cosa è cambiato? Due dati: in primo luogo è scomparso il riferimento che legava l’incremento stipendiale alla dedizione all’insegnamento, che tante critiche aveva sollevato tra i sindacati e non solo; in secondo luogo, in termini numerici, i 240 milioni previsti sono cresciuti di un po’ e sono diventati 300 milioni.

In cosa si traduce questo aumento dal punto di vista degli stipendi? Come ha già chiarito in precedenza il nostro vice direttore Reginaldo Palermo, “ora che il fondo per la valorizzazione della professione docente è stato portato a 300 milioni di euro, gli insegnanti potrebbero trovare in busta paga un incremento di stipendio di circa 15-16 euro mensili per questa voce”.

Per quanto riguarda le altre voci che in busta paga andranno a incrementare lo stipendio, si faccia riferimento all’articolo di Reginaldo Palermo a questo LINK.

Ma quando potrebbero vedere, gli insegnanti, in busta paga questo incremento? Non certo da gennaio, considerando che questo provvedimento dovrà comunque passare dalla contrattazione e a sua volta il nuovo contratto dovrà seguire un atto di indirizzo che allo stato attuale neanche esiste. Qualche informazione più, forse, potremo averla dopo l’incontro tra il Ministero dell’Istruzione ei sindacati, in programma domani 4 gennaio.

La novità in legge di bilancio

Seguiamo tutti i passaggi. La precedente legge 205/2017 all’articolo 1, comma 592 stabiliva: Al fine di valorizzare la professionalità dei docenti delle istituzioni scolastiche statali, è istituita un’apposita sezione nell’ambito del fondo per il miglioramento dell’offerta formativa, con uno stanziamento di 10 milioni di euro per l’anno 2018, di 20 milioni di euro per l’anno 2019 e di 30 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2020.

Adesso la legge di bilancio 2022 in fatto di finanziamenti destina 30 milioni di euro per ciascuno degli anni 2020 2021 300 milioni di euro a decorrere dall’anno 2022.

Cosa è cambiato rispetto alla bozza della legge di bilancio contestata dai sindacati?

La precedente dicitura stabiliva quanto segue: Al fine di valorizzare la professionalità dei docenti delle istituzioni scolastiche statali, premiando in modo particolare la dedizione nell’insegnamento, l’impegno nella promozione della comunità scolastica e la cura nell’aggiornamento professionale continuo, è istituita un’apposita sezione nell’ambito del fondo per il miglioramento dell’offerta formativa, con uno stanziamento di 10 milioni di euro per l’anno 2018, di 20 milioni di euro per l’anno 2019, di 30 milioni di euro per ciascuno degli anni 2020 e 2021, 240 milioni di euro a decorrere dall’anno 2022.

Formazione docenti sul tema della violenza di genere, lo chiede la legge di bilancio

da La Tecnica della Scuola

Di Carla Virzì

Il personale della scuola dovrà essere formato adeguatamente sul tema della violenza e della discriminazione di genere, questioni che dovranno essere promosse anche nell’ambito delle indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione, delle indicazioni nazionali per i licei e delle linee guida per gli istituti tecnici e professionali, oltre che nella programmazione didattica curricolare ed extracurricolare delle scuole di ogni ordine e grado, al fine di sensibilizzare anche gli studenti su questi argomenti, per giungere a una prevenzione della violenza nei confronti delle donne che sia prima di tutto un’azione culturale.

La legge di bilancio

E allo stesso modo e nella stessa direzione si dovrà agire sul fronte dei libri di testo.

Icotea

Tutti obiettivi che si pone l’ultima legge di bilancio 2022, approdata da poco in Gazzetta Ufficiale, nell’ambito del cosiddetto Piano strategico nazionale contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, per il quale si prevedono risorse proprie, con un Fondo per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità (di cui all’articolo 19, comma 3, del decreto-legge 4 luglio 2006,n. 223, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248), incrementato di 5 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2022.

Non ultimo, tra gli obiettivi del piano, quello di prevenire il fenomeno della violenza contro le donne attraverso la sensibilizzazione anche degli operatori dei settori dei media per la realizzazione di una comunicazione e informazione, anche commerciale, rispettosa della rappresentazione di genere e, in particolare, della figura femminile, anche attraverso l’adozione di codici di autoregolamentazione da parte degli operatori medesimi. Un’esigenza da sempre nota, naturalmente, ma che è balzata agli onori della cronaca con particolare forza a seguito delle dichiarazioni della conduttrice Barbara Palombelli, che a commento di un ennesimo caso di femminicidio, ha dichiarato: “È lecito domandarsi: questi uomini erano completamente fuori di testa, completamente obnubilati, oppure c’è stato anche un comportamento esasperante, esagerato, anche dall’altra parte? È una domanda che dobbiamo farci…”. Un’opinione espressa su Forum, su Rete4, che ha scatenato naturalmente una bufera per l’assoluta misoginia del suo contenuto, persino involontaria, cosa forse ancora più grave da parte di una giornalista.

Le dichiarazioni di Laura Boldrini

Su questi temi abbiamo conversato con la ex presidentessa della Camera Laura Boldrini, che ha chiesto a gran voce: via il sessismo dai libri di testo.

“Nei libri di scuola, quando si parla di uomini si usano sempre aggettivi molto molto soddisfacenti, molto altisonanti, sono degli eroi, sono dei pittori, sono degli dei, dei vincitori, dei cavalieri; e invece quando si parla di ragazze, cambiano anche gli aggettivi. Agli uomini sono riservati aggettivi straordinari, aggettivi eccellenti e superbi; quando alle donne sono riservati aggettivi che ne riducono le qualità. Magari le donne sono gentili, sono servizievoli, sono pettegole, obbedienti. Allora se noi riserviamo questa differenza di rappresentazione tra gli uomini e le donne nei libri scolastici, gli orizzonti delle nostre figlie chiaramente si riducono”.

Se tutto quanto nella nostra società è mirato a ridurre l’autostima delle donne – conclude la presidente del Comitato dei diritti umani nel mondo alla Camera -, l’orizzonte femminile si riduce. Siamo di fronte di nuovo a una discriminazione, è un atteggiamento sessista che non può essere tollerato nel 2021, quindi io dico agli autori dei libri e anche alle autrici, agli editori e alle editrici, di essere parte del cambiamento, essere parte dello sviluppo sociale di questo Paese, non rimanere allo stereotipo degli anni ’50 o ’60, perché la società è andata oltre”.

Rientro in classe, in presenza o Dad, le forze politiche si dividono

da La Tecnica della Scuola

Ancora qualche giorno al rientro in classe di alunni, docenti e personale scolastico, in un contesto generale tutt’altro che semplice. L’impennata di contagi delle ultime settimane ha portato alla quarta ondata con numeri sempre più alti. Le Regioni si sono colorate di giallo e il mese di gennaio secondo gli esperti continuerà a essere critico. A risentirne naturalmente è anche la scuola, visto che a essere colpite sono anche le fasce più giovani della popolazione. Ne è nato uno scontro acceso tra le forze politiche al governo.

Al vaglio l’ipotesi di modifica delle regole su Dad e quarantena, in particolare per gli alunni delle elementari e della prima media, interessati da qualche settimana dalla campagna vaccinale. È probabile che si estenda anche a questi ultimi una regola che già coinvolge gli alunni più grandi, ovvero nel caso di due studenti risultati positivi in una classe, l’autosorveglianza di cinque giorni e il test a 10 giorni per i vaccinati (o guariti negli ultimi tre mesi) e la quarantena di 10 giorni con Dad per i non vaccinati. Con tre contagi sarebbe invece la Asl a valutare l’eventuale sospensione delle lezioni in presenza.

Per quanto riguarda le scuole dell’infanzia invece rimarrebbe la quarantena di dieci giorni con tampone con un solo caso positivo.

Ma come detto, non tutte le voci vanno in questa direzione. I sindacati (che domani, 4 gennaio, incontreranno il ministro Bianchi) ma anche la sottosegretaria Barbara Floridia non sono d’accordo con queste ipotesi, perché si andrebbero a discriminare i bambini tra Dad e presenza. Sulla stessa linea il sottosegretario Rossano Sasso che parla di “rischio di eccessive penalizzazioni con l’inasprimento dei protocolli su contagi e quarantene”.

A spingere invece per regole più rigide sono le Regioni. Ipotesi che secondo il Presidente della Conferenza delle Regioni Fedriga alleggeriscono il mondo della scuola sulle regole previste e permettere una ripresa dell’anno scolastico in presenza. Decisivo sarà il Consiglio dei ministri di mercoledì 5 gennaio.

Ritorno a scuola dopo le vacanze di Natale: è scontro nel Governo sulla DaD per i non vaccinati

da Tuttoscuola

Scuole pronte a ripartire tra il 7 e il 10 gennaio prossimi, anche se in alcune Regioni e Comuni la riapertura slitterà di qualche giorno a causa del numero di contagi da Covid19. E intanto è scontro nella maggioranza sull’ipotesi, al vaglio del Governo e sostenuta dalle Regioni, di una modifica delle regole sulla Dad e sulla quarantena in vista del rientro in classe dopo le vacanze di Natale. Il Governo studia infatti regole diverse soprattutto per la scuola primaria e per la secondaria di primo grado alla luce sella partenza della campagna vaccinale che coinvolge la fascia di età 5-11 anni.

Secondo quanto segnalato anche da Ansa.it, sembra molto probabile che anche per le scuole primarie e secondarie di primo grado – così come già succede per per il secondo grado – si possa prevedere, nel caso di 2 studenti risultati positivi in una classe, solo l’autosorveglianza di 5 giorni (con tampone a 10 giorni) per i ragazzi vaccinati (o guariti negli ultimi tre mesi) e la quarantena di 10 giorni con Dad (quest’ultimo caso laddove previsto) per i non vaccinati. Con 3 contagi in una sola classe, sarebbe poi la Asl a valutare ulteriori provvedimenti come la sospensione dell’attività in presenza. Nelle scuole dell’infanzia resterebbe invece la quarantena di 10 giorni per tutti con tampone con un solo caso positivo. Non si tratta ancora di scelte definitive: queste valutazioni potrebbero approdare al CdM del prossimo 5 gennaio.

E mentre è scontro nel Governo, al Ministero dell’Istruzione sarebbero tutti d’accordo sull’idea di tenere aperte le scuole e tornare in classe in presenza dopo le vacanze di Natale: “Non si può pensare di discriminare i bambini, prevedendo per alcuni la DaD e per altri la frequenza in presenza. Si continui ad investire risorse per la sicurezza, anzi si aumentino le risorse per la scuola, e si migliori il protocollo affinché sia più efficace. Ma le scuole devono restare aperte!“, ha dichiarato la sottosegretaria all’Istruzione, Barbara Floridia. “Preservare la didattica in presenza per i nostri studenti è sempre stata una priorità del Governo. Un principio sacrosanto a cui dobbiamo tener fede anche per la seconda parte dell’anno scolastico. La campagna di vaccinazione per i più piccoli è appena partita e inasprire i protocolli su contagi e quarantene ci esporrebbe al rischio di eccessive penalizzazioni. Non possiamo permetterci di relegare in Dad milioni di studenti. La risposta non può essere sacrificare il diritto all’istruzione di milioni di studenti. Su questo siamo pronti a far sentire forte la nostra voce“. Così il sottosegretario all’Istruzione, Rossano Sasso (Lega).

Nonostante la linea del MI, ribadita più volte dallo stesso ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, sia quella di tornare in presenza, il governatore campano, Vincenzo De Luca valuta l’ipotesi di chiudere la scuola primaria in presenza per un mese per procedere con le somministrazioni e consentirne la riapertura in sicurezza. “In questo momento – dice De Luca – il grosso del contagio del Covid riguarda le età di 5-11 anni e 0-16 anni. Sembrerebbe giusto usare un mese per ampliare la vaccinazione per i bimbi piccoli e riaprire gli istituti in sicurezza“.

Intanto è stato posticipato al 10 gennaio il rientro ai nidi e alle scuole dell’infanzia comunali nel Comune di Siena “a seguito dell’evolversi della situazione pandemica cittadina e dei provvedimenti di quarantena che coinvolgono il personale scolastico e diverse sezioni bolla dei nidi e delle scuole dell’infanzia comunali” e slitta al 10 gennaio anche la riapertura delle scuole in Abruzzo, secondo un’ordinanza regionale che dispone la sospensione delle attività didattiche il 7 e 8 gennaio.