Part time: non discriminazione e proporzionalità sono i principi cardine

Part time: non discriminazione e proporzionalità sono i principi cardine *

a cura di Anna Maria Bellesia

Sull’applicazione del part time e sulla proporzionalità del lavoro per il personale docente continua a regnare molta confusione. Chi cerca informazioni su internet e sui siti specializzati non trova risposte chiare e soprattutto aggiornate.
Anche da parte degli USR, che hanno ricevuto innumerevoli richieste esplicative, sono stati emessi dei pareri legali piuttosto arzigogolati e “cerchiobottisti”. Solo l’USR del Veneto si è pronunciato in coerenza con la norma, che è oggi assimilata a quella europea.
Per il part time il riferimento fondamentale è il D.Lgs 25 febbraio 2000, n. 61, richiamato nel CCNL all’art.39, attuazione della Direttiva Comunitaria 97/81/CE, e che si applica ai rapporti di lavoro di tutte le amministrazioni pubbliche. Il Decreto stabilisce il principio di non discriminazione, che vieta qualsiasi trattamento meno favorevole rispetto al lavoratore a tempo pieno, e il principio di proporzionalità.
Ciò nonostante, ancora oggi continuiamo a trovare in internet risposte come questa: le 40 ore relative ai collegi docenti, programmazione, dipartimenti e altro (il comma 3, lettera a, dell’art. 29 del CCNL/2007) “non devono essere proporzionali all’orario settimanale, quindi andranno svolte tutte”. Una leggenda metropolitana, praticamente insostenibile. Non a caso, sono sempre meno i dirigenti scolastici che si ostinano su queste posizioni.
Anni fa invero, l’appiglio normativo era dato dall’O.M. 446/1997, che riconosceva esplicitamente la proporzionalità solo per i consigli di classe (il comma 3, alla lettera b dell’art. 29 del CCNL/2007).
Ma oggi, l’O.M. del 1997 è in gran parte superata. Diverse norme successive hanno cambiato il quadro complessivo. Non tenerne conto significa guardare erroneamente al fuscello e non vedere la trave portante.

L’EVOLUZIONE NORMATIVA
SINTESI RAGIONATA

La prima applicazione del part time

L’O.M. 22 luglio 1997, n. 446 dettava le disposizioni per la “prima applicazione” del part time, in attuazione dell’articolo 46 del CCNL del 1995. Oggi, di fatto la norma è superata sotto molti aspetti. Per esempio, le “Tipologie del rapporto a tempo parziale per il personale docente” ivi indicate sono due, e non le tre attuali:
“In sede di prima applicazione e per motivi di continuità didattica, la costituzione dei posti a tempo parziale può essere realizzata con una articolazione delle prestazioni del servizio su tutti i giorni lavorativi (tempo parziale orizzontale), ovvero su non meno di tre giorni alla settimana in relazione alla programmazione educativa deliberata dal richiamato organo collegiale (tempo parziale verticale)”.
Negli anni seguenti, sono intervenute altre norme che hanno affermato il diritto alla fruizione del part time “in modo pieno”. Si tratta di Circolari esplicative, di norme contrattuali, di norme di rango superiore.
Da sottolineare che la C.M. 19.02.1998, n. 62 “raccomanda” ai capi di istituto di “facilitare” la prestazione di servizio a tempo parziale, in particolare quello verticale. Mentre, la successiva C.M. 17.02.2000, n. 45 scrive della “necessità” che “nella individuazione delle possibili articolazioni della prestazione lavorativa sia favorita quella segnalata dall’interessato (ad esempio prestazione su tre giorni settimanali invece che su quattro al fine di rendere meno oneroso l’impegno lavorativo)”.

CM 19.02.1998, n. 62
“Si raccomanda, infine, alle SS.LL., all’atto della trasmissione della presente ordinanza ai capi di istituto, di invitarli a facilitare, nella massima misura consentita dalle esigenze generali di organizzazione didattica, la prestazione di servizio a tempo parziale segnalando, in particolare, l’opportunità di contenere in tre giorni per settimana l’orario di servizio del personale che opti per il tempo parziale verticale.”
C.M. 17.02.2000, n. 45
“Considerato quanto sopra, si desidera attirare l’attenzione delle SS.LL. sulla necessità che :
– nella individuazione delle possibili articolazioni della prestazione lavorativa sia favorita, nella salvaguardia della esigenza della continuità didattica delle classi e del principio della unicità del docente per ciascun insegnamento, quella segnalata dall’interessato (ad esempio prestazione su tre giorni settimanali invece che su quattro al fine di rendere meno oneroso l’impegno lavorativo, come già raccomandato nella C.M. n. 62 del 19 febbraio 1998, con la quale è stata trasmessa l’O.M. n. 55 del 13 febbraio 1998);
… Quello che preme sottolineare è la necessità che, in tutte le situazioni di impiego del personale part-time, laddove sia possibile scegliere tra più soluzioni, sia adottata quella che, compatibilmente con le esigenze del servizio, risulti la meno gravosa per il dipendente, al fine di garantire che il diritto alla fruizione del part-time possa essere esercitato in modo pieno e non venga nei fatti reso difficoltoso”.


Il Contratto del 2007

Il rapporto di lavoro a tempo parziale è disciplinato dal CCNL 2007, articolo 39, che prevede la forma del contratto individuale scritto (comma 6), stabilisce la proporzionalità del trattamento economico (comma 10) e l’applicabilità degli istituti normativi previsti per il tempo pieno “tenendo conto della ridotta durata della prestazione e della peculiarità del suo svolgimento” (comma 8).
Il comma 7, distingue le tre tipologie di verticale, orizzontale e misto, con esplicito riferimento al D.Lgs 25 febbraio 2000, n. 61.

7. Il tempo parziale può essere realizzato:
a) con articolazione della prestazione di servizio ridotta in tutti i giorni lavorativi (tempo parziale orizzontale);
b) con articolazione della prestazione su alcuni giorni della settimana del mese, o di determinati periodi dell’anno (tempo parziale verticale);
c) con articolazione della prestazione risultante dalla combinazione delle due modalità indicate alle lettere a e b (tempo parziale misto), come previsto dal decreto legislativo 25 febbraio 2000, n. 61.


La norma fondamentale

Il D.Lgs 25 febbraio 2000, n. 61, e successive modificazioni, richiamato nel CCNL all’art.39, è oggi la norma di riferimento fondamentale, attuazione della Direttiva Comunitaria 97/81/CE, norma più recente, di rango superiore, che si applica ai rapporti di lavoro di tutte le amministrazioni  pubbliche. Il decreto recepisce i principi generali della Direttiva europea: non discriminazione e proporzionalità.

– All’art.2 stabilisce che “Il contratto di lavoro a tempo parziale è stipulato in forma scritta” nella quale “è contenuta puntuale indicazione della durata della prestazione lavorativa e della collocazione temporale dell’orario con riferimento al giorno, alla settimana, al mese e all’anno”.
– All’art.4, comma a, stabilisce il principio di non discriminazione: “il lavoratore a tempo parziale non deve ricevere un trattamento meno favorevole rispetto al lavoratore a tempo pieno comparabile”.
– All’art.4, comma b, stabilisce il principio di proporzionalità: il trattamento del lavoratore a tempo parziale è “riproporzionato in ragione della ridotta entità della prestazione lavorativa”.
– All’art.10 prevede che “le disposizioni del presente decreto si applicano anche ai rapporti di lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche”.

Corollario n.1 – Nessun aggravio rispetto al lavoratore a tempo pieno comparabile
Il principio di non discriminazione vieta che il lavoratore a tempo parziale possa avere un trattamento meno favorevole rispetto al lavoratore a tempo pieno comparabile.
Esempio: se le 18 ore a tempo pieno sono svolte in 5 giorni, articolare 12 ore su 4 giorni diventa molto penalizzante qualora il lavoratore abbia chiesto il verticale e non il misto, a fronte della decurtazione di 1/3 di stipendio.
La consuetudine delle 18 ore su 5 giorni settimanali è radicata e generalizzata, costituisce fonte del diritto. A questa dobbiamo fare riferimento per il “ lavoratore a tempo pieno comparabile”.
Lo stesso Ministero aveva riconosciuto che una prestazione a part time su 4 giorni piuttosto che 3, rende più oneroso l’impegno lavorativo (CM 45/2000). Si tratta pertanto di una disparità di trattamento manifestamente in contrasto alla norma.

Corollario n.2 – Proporzionalità anche per le attività funzionali
In base al principio di proporzionalità, il trattamento del lavoratore a tempo parziale va riproporzionato “in ragione della ridotta entità della prestazione lavorativa, in particolare per quanto riguarda l’importo della retribuzione globale e delle singole componenti di essa”.
Il principio è recepito nel CCNL: “il trattamento economico del personale con rapporto di lavoro a tempo parziale è proporzionale alla prestazione lavorativa” (art.39, comma 10). La proporzionalità della retribuzione è riferita all’intera prestazione lavorativa per 9/18, 10/18, 12/18, a seconda dei casi.
Quindi, se per il docente a tempo pieno gli obblighi di lavoro contrattuali relativi alle attività collegiali sono “fino a 40 ore annue”, per il docente a part time sono automaticamente “riproporzionati” nella retribuzione. Lo dice il D.Lgs 25 febbraio 2000, n. 61. Lo dice il Contratto.
E prima ancora lo dice la Costituzione, che all’articolo 36 riconosce il diritto ad una retribuzione proporzionata al lavoro. Imporre obblighi non retribuiti sarebbe illegittimo, discriminatorio, e perfino incostituzionale.

La Nota chiarificatrice
Riconoscere l’evidenza non è stato facile. Ci sono voluti anni di contenziosi e una marea di lamentele presso i sindacati.
Il parere risolutivo è stato quello della Nota dell’USR Veneto del 13 dicembre 2010, a firma dell’allora direttore generale Carmela Palumbo, oggi a capo della Direzione generale per gli Ordinamenti scolastici e la Valutazione del Sistema Nazionale di Istruzione. La comunicazione è stata inviata ai Dirigenti Scolastici, ai Dirigenti degli Uffici Scolastici Territoriali del Veneto, ai Responsabili regionali delle Organizzazioni Sindacali.
La Nota riconosce il principio di proporzionalità con riferimento all’articolo 29, comma 3, lettere a) e b) del CCNL vigente, ovvero alle attività sia del Collegio sia dei Consigli di classe.
Di conseguenza, “dovranno essere adottate, dalle Istituzioni scolastiche soluzioni organizzative che consentano al docente part time di partecipare a quelle attività collegiali valutate indispensabili. Il Dirigente Scolastico dovrà quindi fornire al docente part time un calendario individualizzato delle attività funzionali all’insegnamento, ove risulti esplicitato l’ordine di priorità delle sedute, compatibili con il suo orario di servizio e ritenute assolutamente necessarie all’espletamento del servizio medesimo”.
“Quanto sopra -conclude la Nota- in coerenza con la ratio della norma che presuppone una stretta correlazione tra monte di insegnamento e partecipazione alle attività a carattere collegiale”.


Le nuove norme sulla trasformazione del rapporto

Negli anni recenti, nuove norme hanno introdotto delle novità circa la trasformazione del rapporto.
L’accoglimento della domanda è oggi subordinato ad una “valutazione discrezionale dell’amministrazione interessata”, che può rigettare l’istanza nel caso di sussistenza di un pregiudizio alla funzionalità dell’amministrazione stessa (art. 73 ex DL 112/2008, convertito in Legge 133/2008).
Nelle intenzioni, l’eliminazione di ogni automatismo aveva lo scopo di razionalizzare e ottimizzare l’utilizzo delle risorse umane. L’effetto però è stato l’aumento del contenzioso, conseguente ad una errata interpretazione a danno soprattutto delle lavoratrici donne, spesso impegnate nella cura dei figli e dei familiari bisognosi di assistenza.
Per questo è intervenuta la Circolare Funzione Pubblica 30 giugno 2011, n. 9, che detta gli indirizzi applicativi a tutte le amministrazioni.
L’attenzione si concentra soprattutto sulla “valutazione discrezionale dell’amministrazione interessata” e ne fissa i criteri. La valutazione dell’istanza si basa su 3 elementi: 1) la capienza dei contingenti fissati dalla contrattazione collettiva in riferimento alle posizioni della dotazione organica; 2) la possibilità di conflitto di interessi con altri lavori eventualmente svolti dal dipendente; 3) l’impatto organizzativo della trasformazione, in relazione alle mansioni e alla posizione organizzativa ricoperta dal dipendente, alla congruità del regime orario e alla collocazione temporale della prestazione lavorativa proposti.
La valutazione va fatta attraverso “una seria ponderazione degli interessi in gioco: da un lato l’interesse al buon funzionamento dell’amministrazione, dall’altro l’interesse del dipendente ad organizzare la propria vita”. In certi casi, il lavoratore può essere titolare di un interesse protetto, di un titolo di precedenza o di un vero e proprio diritto alla trasformazione del rapporto (v. paragrafo Le situazioni da tutelare).
In caso di diniego, “le scelte effettuate devono risultare evidenti dalla motivazione”, per permettere al dipendente di conoscere le ragioni dell’atto, di ripresentare nuova istanza o consentire l’attivazione del controllo giudiziale. Si raccomanda di adottare una motivazione puntuale, evitando l’uso di clausole generali o formule generiche “per limitare il rischio di pronunce giudiziali sfavorevoli all’amministrazione”.
Se la domanda è ritenuta accoglibile, ma con diverse modalità, per “perfezionare l’accordo” è necessaria una nuova manifestazione del consenso da parte del lavoratore interessato. In pratica, un ri-negoziazione.
Una “eventuale modifica” del rapporto di lavoro richiede comunque l’accordo tra le parti, che è condizionato al rispetto dei principi di correttezza e buona fede.
Prima della trasformazione, va comunque accordato al dipendente un “congruo periodo di tempo, in modo che questi possa intraprendere le iniziative più idonee per l’organizzazione della vita personale e famigliare”.
In sostanza, viene ribadito che il Contratto individuale presuppone un accordo tra le parti e che le scelte dell’amministrazione, se diverse dall’opzione indicata dal lavoratore, devono essere motivate da oggettive circostanze organizzative.

“La valutazione circa la sussistenza dei presupposti per la concessione o delle condizioni ostative, come pure quella relativa alla collocazione temporale della prestazione proposta dal dipendente e alla decorrenza della trasformazione, non può che essere svolta in concreto, in base alle circostanze fattuali particolari che l’amministrazione è tenuta ad analizzare. In caso di esito negativo della valutazione, le scelte effettuate devono risultare evidenti dalla motivazione del diniego, per permettere al dipendente di conoscere le ragioni dell’atto, di ripresentare nuova istanza se lo desidera e, se del caso, consentire l’attivazione del controllo giudiziale. In proposito, anche per limitare il rischio di pronunce giudiziali sfavorevoli all’amministrazione, si raccomanda di adottare una motivazione puntuale, evitando l’uso di clausole generali o formule generiche che non sono utili allo scopo. Qualora l’amministrazione ritenesse accoglibile la domanda del dipendente ma con diverse modalità rispetto a quelle prospettate, al fine di perfezionare l’accordo, sarebbe comunque necessaria una nuova manifestazione del consenso da parte del lavoratore interessato”.

“In ordine all’impatto organizzativo, la relativa valutazione deve essere operata analizzando le varie opzioni gestionali possibili, ad esempio, verificando la possibilità di spostare le risorse tra più servizi in modo da venire incontro alle esigenze dei dipendenti senza sacrificare l’interesse al buon andamento dell’amministrazione. Inoltre, la valutazione va fatta attraverso una seria ponderazione degli interessi in gioco: da un lato l’interesse al buon funzionamento dell’amministrazione, dall’altro l’interesse del dipendente ad organizzare la propria vita personale nella maniera ritenuta più soddisfacente per le esigenze famigliari o di cura, per le aspirazioni professionali o semplicemente nel modo che considera più gradevole”.


Le situazioni da tutelare

Nella trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale, il dipendente può essere titolare di un interesse protetto, di un titolo di precedenza o di un vero e proprio diritto alla trasformazione del rapporto.
L’articolo 7, comma 3, del D.lgs. n. 165 del 2001 stabilisce il principio generale secondo cui le amministrazioni “individuano criteri certi di priorità nell’impiego flessibile del personale, purché compatibile con l’organizzazione degli uffici e del lavoro, a favore dei dipendenti in situazioni di svantaggio personale, sociale e familiare e dei dipendenti impegnati in attività di volontariato”.
L’articolo 12-bis del D.Lgs 25 febbraio 2000, n. 61 specifica alcuni casi. Hanno diritto alla trasformazione del rapporto i lavoratori del settore pubblico e di quello privato affetti da patologie oncologiche con ridotta capacità lavorativa. Hanno titolo di precedenza nella trasformazione del rapporto: a) i lavoratori il cui coniuge, figli o genitori siano affetti da patologie oncologiche; b) i lavoratori che assistono una persona convivente con totale e permanente inabilità lavorativa; c) i lavoratori con figli conviventi di età non superiore a tredici anni; d) i lavoratori con figli conviventi in situazione di handicap grave. Altra situazione meritevole di tutela è quella dei familiari di studenti che presentano la sindrome DSA (legge n.170 del 2010).
L’intesa siglata il 7 marzo 2011 dal Ministro del lavoro e da tutte le parti sociali, a sostegno delle politiche di conciliazione tra famiglia e lavoro e di crescita dell’occupazione femminile, prevede fra l’altro la possibilità della trasformazione temporanea del rapporto di lavoro a tempo pieno in rapporto di lavoro a tempo parziale, per un periodo corrispondente almeno ai primi tre anni di vita del bambino, ovvero per oggettive e rilevanti esigenze di cura di genitori e/o altri familiari, entro il secondo grado, con diritto al rientro a tempo pieno. L’intesa ha lo scopo di rendere la flessibilità “family friendly” un elemento organizzativo positivo.
Oltre alla casistica tipizzata nella normativa sopra richiamata, il dipendente è comunque titolare di un interesse tutelato alla trasformazione del rapporto a tempo parziale “per organizzare la propria vita personale nella maniera ritenuta più soddisfacente per le esigenze famigliari o di cura, per le aspirazioni professionali o semplicemente nel modo che considera più gradevole” (Circolare Funzione Pubblica 30 giugno 2011, n. 9).


Le sentenze del Giudice del Lavoro e i nodi da sciogliere

Per il docente che sceglie il part time verticale resta aperto il problema della calendarizzazione degli impegni funzionali all’insegnamento.
Se guardiamo il il D.Lgs 25 febbraio 2000, n. 61, il contratto individuale deve contenere la “puntuale indicazione della durata della prestazione lavorativa e della collocazione temporale dell’orario con riferimento al giorno, alla settimana, al mese e all’anno”.
Ma due sentenze del Giudice del Lavoro non lasciano spazio alla richiesta che le attività funzionali ricadano nei soli giorni lavorativi. Del resto, anche il lavoratore a tempo pieno comparabile può avere alcune attività funzionali nel giorno libero. Dunque sembra non esserci “discriminazione”.
La prima in ordine di tempo è la sentenza n. 322 del 08/02/2008 del Tribunale di Ferrara. Il Giudice ha riconosciuto “una certa controvertibilità dei criteri in punto di determinazione degli orari”, tanto da stabilire la compensazione delle spese per il ricorso. Ma ha concluso che la partecipazione agli impegni di carattere funzionale “è doverosa, a prescindere dalla circostanza che gli stessi ricadano nelle giornate o nelle ore contrattualmente prescelte per lo svolgimento della attività lavorativa”. Tanto più che, nello specifico caso, il dirigente aveva calendarizzato tali impegni in modo proporzionato alla quantità di part time pattuito.
Sulla stessa linea si colloca sostanzialmente la sentenza n. 896 del 17/11/2011 del Giudice del lavoro di Perugia, pur con una angolazione diversa. Se il dirigente fissa le riunioni nei giorni liberi, non si può parlare di mobbing.

Resta aperto il problema: il part time verticale è reale o virtuale?
La soluzione potrebbe essere nelle “clausole flessibili e clausole elastiche” che i contratti collettivi possono stabilire (D.Lgs 25 febbraio 2000, n. 61, articolo 3). Bisognerà però attendere il prossimo Contratto Scuola.

RIEPILOGO FONTI NORMATIVE (in ordine cronologico)

  • O.M. 22 luglio 1997, n. 446.
  • CCNL 29.11.2007, Art. 39 – Rapporti di lavoro a tempo parziale (personale docente).
  • Circolare MPI 19.02.1998, n. 62 (Trasmissione O.M. n. 55 del 13.2.1998).
  • C.M. 17.02.2000, n. 45, Rapporto di lavoro a tempo parziale del personale della scuola.
  • D.Lgs 25 febbraio 2000, n. 61 (attuazione della Direttiva Comunitaria 97/81/CE), modificata di recente dalla L. 12.11.2011, n. 183; e L. 28.06.2012, n. 92.
  • Circolare Funzione Pubblica 30 giugno 2011, n. 9.

 

* pubblicato sul sito di Gilda degli insegnanti di Venezia

Non lasciamoli indietro!

Roma. Non lasciamoli indietro! Abbandono scolastico povertà esclusione sociale

Giovedì 5 febbraio 2015 alle ore 14.00, presso la Sala Don Rua dell’Istituto Salesiano Sacro Cuore – Via Marsala, 42 – a Roma, seminario europeo, che si situa all’interno di una riflessione sui legami tra abbandono scolastico, povertà ed esclusione sociale, dal titolo
“Non lasciamoli indietro! Abbandono scolastico povertà esclusione sociale”

Rapporto di monitoraggio sulle esperienze di insegnamento/sensibilizzazione alle lingue straniere nella scuola dell’infanzia

infanzia
Insegnamento in lingua straniera nella Scuola dell’Infanzia

Negli ultimi tre anni scolastici (2011/2012 – 2012/2013 – 2013/2014), l’84,8% delle scuole dell’infanzia italiane ha attivato percorsi didattici sulle lingue straniere, il 53,4% percorsi di sensibilizzazione e il 48,7% entrambe le attività.

E’ quanto emerge dal primo “Rapporto di monitoraggio sulle esperienze di insegnamento/sensibilizzazione alle lingue straniere nella scuola dell’infanzia” (in allegato), presentato in anteprima a Reggio Emilia lo scorso dicembre, durante la Conferenza internazionale ECEC & ELL (Early Childhood Education and Care & Early Language Learning), nell’ambito del Semestre di Presidenza italiana del Consiglio dell’Unione Europea, e pubblicato nella sua versione integrale.

Le scuole dell’infanzia italiane, dunque, sono sempre più attente alle lingue straniere e negli ultimi anni si sono moltiplicate le iniziative di insegnamento precoce e di sensibilizzazione degli alunni più piccoli, sebbene tali materie non siano previste a livello ordinamentale. La maggior parte delle attività viene realizzata nelle sezioni dai 5 di età in su.

Nel 49,4% dei casi il docente di riferimento per le lingue straniere è un insegnante interno all’istituto. Una scelta bilanciata quasi del tutto dalla presenza, nel 49,1% degli istituti, di insegnanti esterni. In entrambi i casi, si tratta di docenti in possesso di una laurea abilitante o di una laurea in lingue o di diploma magistrale, tutti qualificati per l’insegnamento delle lingue straniere.

Le attività si svolgono, nella maggior parte delle scuole, una volta a settimana per una durata media di più di 30 minuti e sono quasi sempre di carattere ludico (giochi di ruolo, giochi in lingua, filastrocche, attività con musica, canti, balli, forme di drammatizzazione, attività mimico gestuali, lavori manuali, forme narrative, fiabe, …).

Per quanto riguarda l’insegnamento, nelle scuole statali, il 68,3% dei docenti usa le LS sempre o quasi sempre durante le lezioni e il 30,8% le usa qualche volta. Gli insegnanti delle paritarie le usano sempre nel 67,3% dei casi e qualche volta nel 31,2%. Quanto alle attività di sensibilizzazione, il 57,3% dei docenti delle statali vi ricorre sempre e il 40,9% qualche volta; a fronte, rispettivamente, del 65,4% e del 32,7% degli insegnanti delle paritarie.

Nonostante la predominanza dell’inglese come LS di riferimento, sono presenti anche altre lingue straniere: le “tradizionali”, come il francese, tedesco, spagnolo, e le “emergenti”, come l’arabo e il cinese;

Decisamente positivi, infine, sono i pareri dei genitori e dei docenti della scuola primaria, che accolgono i bambini che hanno fatto esperienza di esposizione alla LS nella scuola dell’infanzia.

Realizzata nel mese di novembre 2014, dalla Direzione Generale per gli Ordinamenti e per la Valutazione del Sistema Nazionale d’Istruzione del Miur, l’indagine è stata condotta attraverso la somministrazione di un questionario relativo alle modalità ed alle strategie attivate negli ultimi tre anni, e per almeno per un anno scolastico, dalle scuole dell’infanzia per la sensibilizzazione e l’insegnamento precoce delle lingue straniere.
Al questionario hanno risposto correttamente 1.425 scuole delle 1.740 partecipanti, sia statali che paritarie, per un totale di 257.713 alunni dei quali 29.150 non italofoni.


 

Rapporto di monitoraggio sulle esperienze di insegnamento/sensibilizzazione alle lingue straniere nella scuola dell’infanzia

Il presente Rapporto è stato presentato durante la Conferenza “Early Childhood Education and Care & Early Language Learning” presso Reggio Children School, 16 – 18 Dicembre 2014, Reggio Emilia, organizzata durante il semestre di Presidenza italiana del Consiglio dell’Unione Europea.

SCUOLA, TUTELA DELLA SALUTE PSICO FISICA

Il Documento di valutazione dei rischi (DVR) è uno strumento per la sicurezza e la tutela psico-fisica del personale della scuola e i dirigenti scolastici hanno l’obbligo di compilarlo, come previsto dal decreto legislativo n. 81 del 2008.
La Gilda di Bari ha richiesto alle scuole della provincia la copia di questo documento per verificarne il contenuto. Perché? Per conoscere “quali sono le azioni che le singole scuola stanno mettendo in essere per tutelare la salute psico-fisica dei docenti e di tutto il personale” – afferma la prof. Lalla Elefante, coordinatrice provinciale.
Un dirigente si rifiuta di consegnare il DVR “in quanto il sindacato non era titolato a ricevere questo documento, perché poteva essere consultato sul posto di lavoro dal rappresentante della sicurezza” -sintetizza l’avvocato Raffaella Romano-. Ma il Tar di Bari ritiene illegittima la posizione del dirigente, riconosce il sindacato portatore di interessi collettivi, costringe il dirigente a consegnare il DVR e lo condanna a rifondere alla Gilda le spese sostenute per il ricorso.

Pac-Mat: la buona scuola da friggere… è solo l’antipasto

Se con le chiacchiere, i selfie e gli spot si facessero le riforme, l’Italia sarebbe la Svezia. E invece, i tagli, i contratti e gli stipendi bloccati da sette anni e un imbarazzante vuoto di idee si stanno mangiando l’istruzione e la ricerca pubbliche.

Scuola, università, ricerca, arte e musica stanno diventando fantasmi e come fantasmi li abbiamo pensati nel nostro gioco, un Pac-Man in versione renziana, un Pac-Mat dunque, che divora tutto ciò che trova cercando di arrivare al livello successivo.

Ad ogni livello ci svelerà una delle sue ricette per il bene del Paese senza badare al fatto che nel pentolone l’ingrediente principale siamo noi.

Gioca a Pac-Mat e scopri la fine che vuole riservare ai settori della conoscenza. Finiranno in pastella o soffritti all’amatriciana?

Adesso gioca: https://ssl.flcgil.it/pacmat_online/

Ue: i bambini nelle scuole europee non respirano aria buona

da Repubblica.it

Ue: i bambini nelle scuole europee non respirano aria buona

In Italia poca ventilazione e pulizia. Il problema delle aule troppo piene. L’85% degli scolari europei è esposto a micropolveri sottili

BRUXELLES – Nelle scuole italiane ed europee non si respira una buona aria. Complici i doppi vetri uniti all’assenza di ventilazione, aule densamente popolate, la vicinanza a strade trafficate e problemi di pulizia, i bimbi di asili e elementari sono a contatto con micropolveri sottili (Pm 2.5), radon, ma anche benzene, anidride carbonica e formaldeide. A scattare la fotografia della qualità dell’aria in 114 scuole frequentate da 5.175 bambini (264 dell’asilo) e 1.223 insegnanti in 54 città di 23 Paesi europei sono i risultati di Sinphonie, una ricerca finanziata dall’Ue. In Italia lo studio ha interessato sei istituti: due in Sicilia (Palermo), due in Toscana (Pisa) e due in Lombardia (Milano).

Lo studio ha rilevato che l’85% degli scolari europei è esposto a micropolveri sottili in concentrazioni superiori a 10 microgrammi per metro cubo, valore guida medio annuo raccomandato dall’Oms, la metà è esposto a quantità eccessive di radon e un quarto a troppo benzene, sempre facendo riferimento ai parametri Ue e Oms. A questo va aggiunto che oltre il 60% dei bambini è esposto a valori elevati di formaldeide, senza contare una presenza significativa di anidride carbonica.

Respirare troppi inquinanti significa un maggiore rischio di soffrire di sintomi legati a malattie respiratorie e di certo non aiuta chi un problema lo ha già: l’8% degli scolari soffre di asma, il 9% di allergie nasali e il 17% di eczema. E il 3,6% dei bambini, poi, ha avuto un attacco di asma a scuola. Secondo Piersante Sestini, docente di malattie respiratorie all’Università di Siena e fra gli autori della ricerca “i problemi sono diversi a seconda dei Paesi, dell’età e tipologia degli edifici, della posizione della scuola e anche delle abitudini, ad esempio se i bimbi rimangono tutto il giorno nella stessa classe o se si spostano”.

“Da noi, come in Francia – racconta Sestini  – il problema principale è quello della ventilazione: abbiamo privilegiato il risparmio energetico creando degli ambienti stagni”, dove quindi gli inquinanti si accumulano, che sia il benzene che arriva dalla strada o la semplice anidride carbonica, la polvere o il gesso. “La scuola è uno degli ambienti a maggiore densità di persone, va considerato a metà fra un carcere e un aereo di linea” spiega Sestini, che avverte: “Il punto non è che la scuola provochi l’asma, quanto il fatto che debba essere attrezzata a ricevere un bimbo asmatico, e le scuole italiane non lo sono”.

A fare la differenza, oltre all’introduzione di un sistema di ventilazione, sarebbe la presenza di un infermiere scolastico (una figura presente nel Nord Europa), per l’assistenza sanitaria quotidiana, ma anche il controllo del servizio pulizie, “che buona parte delle scuole in Italia non hanno, perché è gestito dal proprietario dell’edificio, in genere comune o provincia” conclude Sestini.

Riforma per decreto?. Verso l’ampliamento quantitativo

da TuttoscuolaNews

Riforma per decreto?. Verso l’ampliamento quantitativo

Ma c’è un altro aspetto delle molte novità annunciate dal ministro Giannini che merita un approfondimento. È il rischio del sovraccarico di conoscenze, abilità e competenze che si scaricherebbe sugli studenti, in alcuni casi accompagnato anche da ore di lezione aggiuntive (musica ed educazione fisica nella scuola primaria, arte ed economia nelle superiori), mentre in altri casi verrebbero ricavati spazi nelle materie già previste per inserirvi il coding, l’educazione ambientale e alla salute (ma si parla anche, dopo Charlie Hebdo,  di integrare Cittadinanza e Costituzione).

Giannini nell’intervista si mostra contraria a recepire la risoluzione approvata in Parlamento (su iniziativa di Francesca Puglisi, responsabile scuola del Pd) a favore dell’adozione del curriculum personalizzato, misura che potrebbe invece alleggerire il sovraccarico curricolare, e anche ridurre la dispersione. Per il ministro, “No, non si potrà personalizzare il curriculum. Ma con l’organico funzionale ogni scuola può ampliare la propria offerta e proporre progetti e materie in più”.

Nuovi contenuti, nuove competenze, progetti e materie in più. Si va verso l’ampliamento (o appesantimento?) dei curricoli dal punto di vista quantitativo. Servirà a rendere la scuola italiana più efficace, più equa e più gradita agli studenti?

50 milioni aggiuntivi: benvenuti, ma ne servono di più per il funzionamento delle scuole

da TuttoscuolaNews

50 milioni aggiuntivi: benvenuti, ma ne servono di più per il funzionamento delle scuole

È certamente una mossa giusta lo stanziamento aggiuntivo di cinquanta milioni per il funzionamento delle istituzioni scolastiche, anche se non sufficiente per far fronte alle spese indispensabili per il normale funzionamento (ad esempio l’acquisto di cancelleria, la manutenzione dei dispositivi informatici ed applicativi, fino alla “carta igienica” dei bagni, etc). La misura è stata comunicata dalla Direzione Generale per le risorse umane e finanziarie, con nota del 28 gennaio 2015, ed è da apprezzare ancor di più perché spezza un trend di progressiva, impietosa riduzione dei fondi per il funzionamento degli istituti scolastici che va avanti da anni.

Il finanziamento, ripartito sulla base di criteri oggettivi che tengono conto della tipologia dell’istituzione scolastica, della consistenza numerica degli alunni, del numero degli alunni diversamente abili, del numero di plessi e sedi in cui si articola la scuola, rappresenta  una autentica “boccata di ossigeno” per i bilanci delle scuole, che certamente saranno agevolate e ulteriormente sostenute nell’esigenza di utilizzare i contributi volontari delle famiglie per attività extracurricolari e non per finanziare le spese connesse a bisogni essenziali di funzionamento. Spesso, se non quasi sempre, le scuole hanno ovviato alla cronica ristrettezza dei finanziamenti statali ricorrendo a  “sacrifici contributivi volontari” delle stesse famiglie, sempre attente e disponibili per il bene dei propri figli.

Assicurare risorse aggiuntive, certe ed adeguate, per il funzionamento amministrativo dovrebbe rappresentare una priorità delle linee programmatiche del Ministro dell’Istruzione per dare alle scuole un reale regime di autonomia, anche nella prospettiva della concretizzazione del programma di attuazione della “Buona Scuola” e per il potenziamento dell’autonomia amministrativo-contabile delle stesse istituzioni scolastiche .

“Il Ministero ora sta studiando come stabilizzare questo incremento, per almeno 25 milioni all’anno”, sottolinea il Ministro dell’Istruzione Stefania Giannini. Tutti nelle scuole se lo augurano, anche i genitori…

Sistema d’istruzione: se il cuore sono le scuole il Miur potrebbe essere il cervello. Ma come?

da TuttoscuolaNews

Sistema d’istruzione: se il cuore sono le scuole il Miur potrebbe essere il cervello. Ma come?  

Il MIUR condivide la responsabilità dei risultati delle nostre scuole. Il raggiungimento o meno dei risultati relativi sia all’apprendimento sia alla riduzione della dispersione scolastica e degli abbandoni, l’innalzamento dei livelli d’istruzione nei giovani adulti, la prevenzione del bullismo, dell’intolleranza, della violenza sulle donne, della corruzione e della mancanza di rispetto nei confronti dell’ambiente e dei beni artistici e paesaggistici… dipende dalle scelte politiche e di governance, dalla gestione delle risorse e dalle capacità amministrative e gestionali dei dirigenti amministrativi e scolastici.

Il Rapporto 2015 sull’analisi delle prospettive delle politiche educative adottate dai paesi aderenti all’OECD ci dice che le politiche più efficaci sono quelle che sono fatte mettendo al centro: 1) gli studenti e l’apprendimento, 2) la formazione professionale dei docenti con riguardo alla capacità di insegnare, e 3) il coinvolgimento di tutti gli stakeholders (famiglie, territorio come amministrazioni locali e mondo dell’associazionismo e dell’impresa).

La Buona Scuola, come documento programmatico, ha colto nel segno: “il Paese in chia­ve sussidiaria si è rivelata un’occasione sprecata. Ri­partiamo da qui”.

Sburocratizzare, semplificare, liberare “dirigenti scolastici, personale amministrativo, e do­centi vincolati da mille adempimen­ti, per potersi concentrare sull’offerta formativa e i bisogni reali dei ra­gazzi”. Occorre delineare un’amministrazione a supporto delle scuole che dovrà occuparsi di aspetti che possono sgravare i dirigenti e le segreterie da competenze amministrative, sulla linea dei centri di servizio territoriali attivati nel 2001 e successivamente soppressi.

L’aria che si respira in classe è pessima

da La Tecnica della Scuola

L’aria che si respira in classe è pessima

È quanto emerge dalla ricerca Ue ‘Sinphonie’: esaminata la qualità dell’aria di 114 scuole frequentate da 5.175 alunni e 1.223 insegnanti di 54 città di 23 Paesi europei. Colpa dei doppi vetri, dell’assenza di ventilazione, delle aule densamente popolate, della vicinanza a strade trafficate, dei problemi di pulizia, delle micropolveri sottili. E non solo.

L’aria che si respira nelle scuole italiane ed europee non è ottimale: è quanto si legge nelle conclusioni della ricerca ‘Sinphonie’, finanziata dall’Ue, attraverso cui è stata esaminata la qualità dell’aria di 114 scuole frequentate da 5.175 bambini (264 dell’asilo) e 1.223 insegnanti in 54 città di 23 Paesi europei.

A complicare la situazione, si legge nelle conclusioni, sarebbe la presenza negli istituti scolastici di doppi vetri uniti all’assenza di ventilazione, aule densamente popolate, la vicinanza a strade trafficate e problemi di pulizia, i bimbi di asili e elementari sono a contatto con micropolveri sottili (Pm 2.5), radon. Ma anche benzene, anidride carbonica e formaldeide.

Per quanto riguarda l’Italia, lo studio ha interessato sei istituti: due in Sicilia (Palermo), due in Toscana (Pisa) e due in Lombardia (Milano). Lo studio ha rilevato che l’85% degli scolari europei è esposto a micropolveri sottili in concentrazioni superiori a 10 microgrammi per metro cubo, valore guida medio annuo raccomandato dall’Oms, la metà è esposto a quantità eccessive di radon e un quarto a troppo benzene, sempre facendo riferimento ai parametri Ue e Oms. A questo va aggiunto che oltre il 60% dei bambini è esposto a valori elevati di formaldeide, senza contare una presenza significativa di anidride carbonica. Respirare troppi inquinanti significa un maggiore rischio di soffrire di sintomi legati a malattie respiratorie e di certo non aiuta chi un problema lo ha già: l’8% degli scolari soffre di asma, il 9% di allergie nasali e il 17% di eczema. E il 3,6% dei bambini, poi, ha avuto un attacco di asma a scuola.

Piersante Sestini, docente di malattie respiratorie all’Università di Siena e fra gli autori della ricerca, ha spiegato all’Ansa che “i problemi sono diversi a seconda dei Paesi, dell’età e tipologia degli edifici, della posizione della scuola e anche delle abitudini, ad esempio se i bimbi rimangono tutto il giorno nella stessa classe o se si spostano”.

“Da noi, come in Francia – racconta l’esperto – il problema principale è quello della ventilazione: abbiamo privilegiato il risparmio energetico creando degli ambienti stagni”, dove quindi gli inquinanti si accumulano, che sia il benzene che arriva dalla strada o la semplice anidride carbonica, la polvere o il gesso. “La scuola è uno degli ambienti a maggiore densità di persone, va considerato a metà fra un carcere e un aereo di linea” spiega Sestini, che avverte: “Il punto non è che la scuola provochi l’asma, quanto il fatto che debba essere attrezzata a ricevere un bimbo asmatico, e le scuole italiane non lo sono”.

A fare la differenza, oltre all’introduzione di un sistema di ventilazione, sarebbe la presenza di un infermiere scolastico (una figura presente nel Nord Europa), per l’assistenza sanitaria quotidiana, ma anche il controllo del servizio pulizie, “che buona parte delle scuole in Italia non hanno, perché è gestito dal proprietario dell’edificio, in genere comune o provincia”.

Giannini: la riforma porterà l’aggiornamento professionale dei docenti

da La Tecnica della Scuola

Giannini: la riforma porterà l’aggiornamento professionale dei docenti

Tra le novità a fine febbraio in CdM, c’è anche il nuovo modello di funzionamento e progresso in carriera degli insegnanti. Il ministro: finalmente avranno la possibilità di aggiornarsi costantemente dal punto di vista culturale e saranno valutati, così come la scuola sarà valutata. Insomma, la strada è tracciata: chi si impegnerà di più, avrà maggiori possibilità di accedere agli incentivi triennali.

Arrivano a piccole “dosi” le novità incluse nel decreto sulla scuola che a fine febbraio approderà in Consiglio dei Ministri. A proporle, alternandosi nelle interviste, sono i massimi esponenti del Governo sul fronte dell’istruzione. In particolare, il primo responsabile del Miur, Stefania Giannini, che la sera del 31 gennaio, a Udine, a margine dei Dialoghi del Premio Nonino 2015, ha parlato della sfida imminente che attende il Ministero dell’Istruzione: sono contenuti, ha confermato, nel ”decreto Buona Scuola su cui stiamo lavorando in questi giorni: a fine febbraio avremo dei potenziamenti di quello che già funziona bene”.

Entrando nel merito, ha sottolineato che innoveremo ”il modello di funzionamento e progresso in carriera degli insegnanti, che avranno finalmente la possibilità di aggiornarsi costantemente dal punto di vista culturale e saranno valutati, così come la scuola sarà valutata”.

Il destino per gli oltre 700mila docenti italiani sembrerebbe quello dell’aggiornamento professionale. Praticamente obbligatorio. Perché chi più ci darà dentro, chi parteciperà a corsi formativi, seminari, convegni professionali, ma anche alla realizzazione di prodotti didattici e culturali, avrà maggiori possibilità di accedere agli incentivi triennali. Mentre gli scatti di anzianità rimarranno in vita, ma con un ruolo sempre più marginale. La filosofia del merito riguarderà anche le scuole: quelle dove aggiornamenti e progetti saranno più “vivi” riceveranno più fondi e incentivi. Le scuole più “ferme”, invece, saranno penalizzate.

Parlando di nuovi programmi scolastici, Giannini ha poi confermato che il Governo sposterà” nei primi anni della primaria la musica, l’educazione motoria, la lingua straniera”.

Per i fondi alla ricerca, per evitare il precariato ”credo che il grande sforzo che sta facendo questo governo sulla scuola – ha continuato Giannini – ci ha portato alla stesura del Piano nazionale della Ricerca che consegneremo nelle prossime settimane”.

Il ministro ha infine colto l’opportunità per commentare l’incontro con la filosofa Martha C. Nussbaum, Premio Nonino 2015, e il riconoscimento: ”Un appuntamento importante – ha detto -. Ho sempre guardato con attenzione e ammirazione all’attività della Fondazione Nonino, e per quanto riguarda la Nussbaum ho sempre seguito con interesse i suoi lavori, in particolare le riflessioni sul bisogno che la democrazia ha delle scienze umane, traendone viva ispirazione”.

Scricchiola un luogo comune sugli statali: ora si ammalano meno

da La Tecnica della Scuola

Scricchiola un luogo comune sugli statali: ora si ammalano meno

Da un monitoraggio del dicastero della PA risulta che in tutto il 2014 il numero medio di giorni di malattia per dipendente è ormai poco sopra i dieci giorni. Anche se mancano ancora i numeri di alcuni dicasteri, la tendenza è assodata. Intanto prosegue l’iter di riforma sui controlli: in primavera per tutti la competenza della medicina fiscale dovrebbe passare all’Inps.

Potrebbe presto cadere uno dei luoghi comuni sui dipendenti pubblici: quello terminato da un mese, il 2014, è stato infatti un anno caratterizzato di cali per le assenze nella Pubblica Amministrazione. E non si tratta di un timido segnale: in tutti i mesi, da gennaio a dicembre, il confronto rispetto all’anno precedente compare il segno meno.

Il calo di dipendenti ai “box” di casa per malattia è stato registrato, attraverso un monitoraggio del dicastero della Funzione Pubblica, anche in periodo tradizionalmente ad alto rischio, come dicembre. Certo, non sono neppure mancate contrazioni a doppia cifra, ma il numero medio di giorni di malattia per dipendente, facendo una media annua, starebbe ormai poco sopra i dieci giorni. Anche sul territorio il calo tocca tutte le aree: Nord Est -4,5%, Nord Ovest -3,4%, Centro -5,4%, con il Sud e Isole che fanno registrare il segno negativo più vistoso: -5,8%. Sono pochi i settori della Pubblica amministrazione che fanno eccezione, con ribassi che vanno dai ministeri (-7,0%, inclusa la Presidenza del Consiglio) alle asl (-6,2%), passando per i Comuni (-2,3%). In controtendenza risultano invece gli enti di previdenza (+20,4%).

“A diminuire – scrive l’Ansa il 1° febbraio – sono sia i forfait per malattia sia tutti gli altri tipi, dai permessi per congedi ai corsi di aggiornamento. Il 2014 si chiude con un ribasso del 5% dei giorni presi per motivi di salute, a cui si aggiunge una flessione del 2,9% per il resto. E, per la prima volta da tempo, scendono anche le assenze per malattia superiori ai dieci giorni (-1,7%). Le cifre, appena aggiornate, sono state pubblicate sul sito del ministero della PA, che porta avanti il monitoraggio mensile, avviato sotto il mandato di Brunetta, con la guerra ai ‘fannulloni’, e ora arrivato alla sua settantottesima uscita. Certo la rilevazione resta parziale, riesce a coprire solo una parte delle amministrazioni pubbliche: a dicembre del 2014, ultimo dato disponibile, gli enti che hanno risposto si fermano a 4.434, senza tenere conto della scuola (non compresa)”.

Detto questo, però, vista la complessità dell’operazione, il dipartimento della Funzione Pubblica considera in generale “numerose le amministrazioni rispondenti”, spiegando che il ministero può disporre “di una base informativa sufficientemente dettagliata e aggiornata per verificare tempestivamente l’efficacia delle politiche avviate, gli andamenti del fenomeno e eventuali modifiche di comportamento”.

Quindi l’indagine può dare un’idea sulle dimensioni dell’assenteismo nella Pa, tornato di nuovo sotto la lente del governo dopo il caso dei vigili di Roma, rimasti a casa in massa nella notte di Capodanno. Non a caso nel disegno di legge per la riforma della Pa è stato presentato un emendamento (relatore-esecutivo) per realizzare un polo unico della medicina fiscale, dando all’Inps la piena competenza sui controlli (oggi nel pubblico impiego le verifiche sono invece condotte dalle asl). E a breve, forse già nel corso della prima parte del mese di febbraio, si dovrebbe già cominciare a votare sul provvedimento, al suo primo passaggio in Parlamento. Rimane in piedi l’obiettivo: fare entrare in vigore le nuove regole entro la prossima primavera.

Vertecchi: “CLIL alla primaria? Meglio studiare di più l’italiano”

da La Tecnica della Scuola

Vertecchi: “CLIL alla primaria? Meglio studiare di più l’italiano”

Pochi consensi sulla proposta del Ministro di introdurre nella primaria il metodo CLIL.
Una sonora bocciatura arriva da uno dei più eminenti pedagogisti italiani.

La proposta della Giannini di introdurre nella scuola primaria l’insegnamento di una disciplina in lingua inglese viene bocciata senza appello dal pedagogista Benedetto Vertecchi, docente di Pedagogia sperimentale presso l’Università Roma Tre. Proprio in queste ore, infatti, Vertecchi ha pubblicato nel suo blog un breve ma incisivo intervento dal titolo “Là dove ‘l sì suonava”.
La sua tesi è semplice e lineare: “Nelle scuole – sostiene il professore – sono sempre più rare le dotazioni che comportano esperienze percettive, organizzative, progettuali (le collezioni naturalistiche, iconografiche, le biblioteche – reali, non virtuali -, i gabinetti scientifici, gli spazi teatrali, le sale da musica). Sempre più trascurate le attività che comportino trasformazioni (laboratori) o interazioni con la natura (per esempio, il giardinaggio). In fondo a questa china c’è il disfacimento della capacità di usare la lingua italiana”.
“Rettori a caccia di lustrini e ministri che spesso come rettori si erano già insigniti di quei lustrini – ironizza Vertecchi – tablerondisti che si intendono di educazione come della coltivazione dei pomodori su Marte, prima hanno sostenuto l’opportunità di impartire l’insegnamento in inglese nelle università, ora vanno sostenendo la necessità che per parte dell’attività didattica si usi tale lingua già al livello primario. Hanno mai riflettuto questi signori sulle conseguenze delle loro scelte?”
Vertecchi non ha dubbi e sostiene che sarebbe ormai il caso di promuovere, non solo nelle scuole, ma nell’intera società, iniziative per la diffusione della conoscenza della lingua italiana, della letteratura, dell’arte, della musica.
E cita Galileo Galilei e la sua limpida prosa; ma quanti – si chiede – hanno mai letto un rigo delle sue opere e quanti sarebbero in grado di comprendere qualche pagina del “Dialogo sopra i massimi sistemi” ?
Anche su Facebook la proposta del Ministro raccoglie critiche.
E chi entra nel merito della questione ricorda che per insegnare una disciplina in lingua inglese occorrono competenze e capacità particolarmente elevate.
Senza contare che il metodo CLIL sta incontrando difficoltà ad essere applicato nella secondaria di secondo grado perché mancano insegnanti formati. Come sia possibile estenderlo alla primaria è un vero mistero.

Decreto sulla scuola: il nodo resta quello dell’organico funzionale

da La Tecnica della Scuola

Decreto sulla scuola: il nodo resta quello dell’organico funzionale

Per gestire l’organico funzionale in modo davvero efficace ed efficiente le scuole dovrebbero godere di una autonomia molto più ampia di quella attuale. Forse potrebbero essere persino necessarie modifiche a norme di legge.

Mancano ormai tre settimane alla fatidica data in cui il Governo dovrebbe rendere noti almeno i criteri che saranno alla base del decreto di riforma della scuola. I punti ancora dubbi e in sospeso sono parecchi, ma il più delicato e complesso ci sembra quello relativo all’organico funzionale.
Il nodo che andrà sciolto è molto semplice: in che misura l’OF potrà essere liberamente utilizzato dalle scuole per ampliare l’offerta formativa o per altri scopi (per esempio per consentire l’esonero dei vicepresidi) e quanto sarà invece vincolato alla copertura delle supplenze?
La questione è assolutamente centrale: in mancanza di disposizioni chiare e precise potrebbe essere il caos. Vediamo di spiegarci meglio: esaminiamo il caso di un comprensivo a cui vengono assegnati in OF insegnanti di scuola primaria.  Questa scuola, a inizio d’anno dovrà prioritariamente utilizzare i 6 insegnanti per coprire i posti disponibili fino al termine delle lezioni oppure potrà liberamente decidere di impiegare i 6 insegnanti per ampliare l’orario di funzionamento delle classi? La seconda soluzione, ovviamente, sarebbe sì auspicabile sotto il profilo organizzativo, ma non consentirebbe il benchè minimo risparmio sul capitolo di spesa delle supplenze.
In realtà il Ministero si aspetta che anche la spesa per le supplenze brevi e temporanee cali nettamente; ma è ovvio che questo obiettivo si potrà raggiungere solo se i docenti dell’OF saranno impiegati per coprire le assenze dei colleghi.

E qui nasce un altro problema: l’insegnante x di OF viene impiegato a inizio d’anno per ampliare l’orario di una o più classi; ma cosa succederà se in corso d’anno diventa necessario coprire una supplenza particolarmente lunga?
Altra questione: l’OF potrà essere utilizzato liberamente dalle scuole per “sdoppiare” classi particolarmente numerose? Se sì, a quali condizioni?
Il fatto è che l’OF per essere davvero gestito in modo utile e intelligente richiederebbe – per le scuole – margini di autonomia molto più ampi di quelli attuali. Condizione che si potrebbe raggiungere solo modifcando le regole del “vecchio” regolamento del 1999. Ma nutriamo forti dubbi che questa operazione si possa fare con un decreto legge e, soprattutto, in così poco tempo.

Dal sostegno al posto comune: quali regole?

da La Tecnica della Scuola

Dal sostegno al posto comune: quali regole?

Dopo 5 anni di sostegno si può passare sul posto comune. Vediamo come e a quali condizioni.

I docenti di sostegno che hanno completato il quinquennio obbligatorio di permanenza nel loro posto, potranno, qualora lo desiderassero transitare su posto comune.
Ma come viene regolamentata questa tipologia di transizione da posto di sostegno a posto comune? É tutto scritto nell’art.25 dell’ipotesi di contratto sulla mobilità per l’anno scolastico 2015-2016. Bisogna sapere che il docente di sostegno che chiede di rientrare ad insegnare nella sua classe di concorso, parteciperà al movimento della seconda fase, ovvero quella provinciale tra comuni diversi e non potrà pretendere di muoversi con precedenza della prima fase all’interno dello stesso comune dove insegna sostegno.
Per cui tutti i docenti di sostegno, in qualsiasi ordine e grado insegnino, parteciperanno alla seconda fase dei trasferimenti, ovvero quella dei docenti richiedenti l’assegnazione a comuni diversi da quello di titolarità nell’ambito della stessa provincia. A questa fase partecipano, per qualunque preferenza richiesta nell’ambito della provincia di titolarità, i docenti in attesa di sede, i docenti che transitano da posti di sostegno della scuola dell’infanzia, primaria e secondaria di I grado e dai posti D.O.S. della scuola secondaria a posti di tipo comune o cattedre curriculari o viceversa. Bisogna anche sapere, per evitare brutte sorprese, il trasferimento in uscita dal sostegno interrompe in ogni caso la continuità di servizio nella scuola e nel comune di titolarità.
Anche se il docente di sostegno dovesse transitare su un posto comune della stessa istituzione scolastica, perderà tutta la continuità pregressa, sia nella scuola che nel comune. Tuttavia i docenti di sostegno che non hanno ancora terminato il quinquennio di permanenza su tale tipologia di posto, non possono chiedere di partecipare alla transizione su posti di tipo comune e su classi di concorso fino al compimento del quinquennio.
Ma quando si completa il quinquennio? Ai fini del conteggio dei 5 anni da espletare su posto di sostegno si parte dalla decorrenza  giuridica dell’assunzione o del passaggio di ruolo in tale tipologia di posto e si considera anche l’anno scolastico in cui si presenta istanza di mobilità. Si ricorda anche che il punteggio di servizio svolto con titolo di specializzazione sul sostegno vale il doppio soltanto per i posti di sostegno, mentre il raddoppio del punteggio non conta per la transizione in posto comune o classe di concorso.